Ecco il secondo articolo sul “caso Ruby” che ripubblichiamo di nuovo nel giorno dei funerali di Stato e del lutto nazionale per la scomparsa di Silvio Berlusconi, al fine di contrastare – con elementi di fatto e le conseguenti interpretazioni – le infamanti accuse sul piano morale che anche in questo momento supremo vengono perpetrate dopo il vergognoso accanimento investigativo e giudiziario finito nel nulla con l’assoluzione ma che è costato tanto a lui e anche al Paese. E’ un contributo di verità dovuto alla sua memoria.
In occasione dell’assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo “Ruby ter” , come preannunciato nell’introduzione all’articolo del gennaio 2011 all’apertura del “Caso Ruby” ripubblicato ieri, facciamo seguire il nostro secondo articolo del 2014, pubblicato allorchè ci fu la sentenza di assoluzione dal reato di prostituzione minorile e concussione, nel quale si risponde anche alle note critiche rispetto alle considerazioni espresse nel primo articolo. Si può rivivere così il clima di allora in un momento che sul piano economico, politico e sociale è molto diverso, ben altre sono le preoccupazioni degli italiani. Ma sembra utile fare tesoro di una vicenda che ha segnato il nostro paese perchè ha toccato aspetti molto delicati, dall’azione della magistratura alla moralità pubblica e privata..
Un’immagine, come le tre seguenti, della trasmissione televisiva “Drive in”
Da www.arteculkturaoggi.com, 10 settembre 2014
Questa nota – siamo nel settembre 2014 – è stata scritta dopo i commenti piovuti sul mio articolo del 21 gennaio 2011 in “cultura.inabruzzo.it relativo al “caso Ruby” poco dopo che scoppiò, ai quali intendevo rispondere, poi non ritenni di tornarci sopra. Parlo in prima persona, mentre nei miei servizi uso il noi per coinvolgere lettori e sito nelle visite alle mostre e negli eventi culturali che commento, perché le mie precisazioni sono a titolo strettamente personale.
Ho tenuto la nota nel cassetto ma ora ritengo di pubblicarla con questa premessa perché la sua validità resta, anzi è accresciuta dalle circostanze, in particolare dall’assoluzione in appello con formula piena sia per la prostituzione minorile che per la concussione, il tutto dopo la condanna a 7 anni di reclusione in primo grado.
Una sola aggiunta nel merito mi sento di fare, dopo aver letto per l’ennesima volta – l’ultima nell’articolo del direttore di “Repubblica” Ezio Mauro a commento della sentenza – che la prova logica incontrovertibile della concussione era l’imprescindibile esigenza che aveva Berlusconi di far rilasciare immediatamente Ruby perché se avesse pernottato in questura avrebbe potuto rivelare i “bunga bunga” con lui. Ma come non ci si accorge che le telefonate a mezzanotte dalla Francia dove era impegnato in vertici internazionali, quelle sì rivelavano stretti contatti della ragazza con tale alto personaggio, dai contenuti tutti da scoprire, altrimenti impensabili. Tra questa certezza e il dubbio che lei “parlasse” è più forte la prima anche perché, se avesse parlato di stretti contatti col Presidente del Consiglio non sarebbe stata creduta. Questa è la prova logica semmai dell’inesistenza della volontà di copertura nell’intervento telefonico notturno, e quindi dell’assenza dell’elemento soggettivo della concussione, e non può servire , quindi, a ribaltare la sentenza di appello, anzi ne rafforza le conclusioni. Anche la sua singolarità resta, ma la spiegazione va trovata nell’impulsività del personaggio, agli antipodi del “politically correct”, e non solo in questo caso.
Ed ora, il “come eravamo” di tre anni fa nel testo allora preparato per la pubblicazione non vvenuta.
Il caso Ruby. Una risposta
Il “caso Ruby” ha scosso gli animi e può portare a un benefico esame di coscienza sul’etica pubblica e privata. Prima di ritornarci, mi siano consentite alcune notazioni di costume, sulle reazioni al mio scritto.
La cultura contro il degrado dei valori
Non replico ai legittimi commenti critici di alcuni lettori, ma non posso far passare senza una mia messa a punto certi toni sopra le righe nei quali è compreso un giudizio morale.
Ebbene, ho denunciato il venir meno della Rai al suo dovere di promuovere la cultura – al quale la Corte Costituzionale lega la legittimità del canone – per appiattirsi sulla peggiore televisione commerciale, dove certo valori risultano degradati; e l’accenno che ho fatto al “cast” di Sanremo voleva evocare qual è il “drive” televisivo, la stessa “scuderia” di starlette, le stesse “veline” e “letterine”, epigone delle “ragazze fast food” di “Drive in”. Non ho avuto nessun commento, nessuna partecipazione, nessun aiuto alla piccola crociata che ho ritenuto di fare in difesa della cultura.
Lo stesso è avvenuto con gli articoli sullo scandalo dei contributi a giornali e giornaletti politici e non, anche fantasma, ignorando del tutto quelli culturali, sebbene con l’informazione e l’approfondimento non solo svolgono un servizio prezioso alla crescita civile del Paese, ma contribuiscono anche ai ritorni economici su cui le autorità culturali fanno leva come risorsa preziosa da valorizzare essendo venuta meno la competitività in molti dei settori produttivi tradizionali. Anche qui nessun commento, e non ne è venuto nessuno neppure nel secondo articolo pubblicato dopo quello sul “caso Ruby”; che assorbe evidentemente tutte le capacità di indignarsi dei cortesi lettori.
Come i politici non dovrebbero mai prendersela con gli elettori così i giornalisti non debbono farlo con i lettori che hanno sempre ragione. E il pregio della rivista “on line” è che possono manifestare la propria opinione, come hanno fatto meritoriamente per il caso Ruby. Resta al giornalista il diritto di replica non per contrastare le libere opinioni che gli vengono contrapposte ma per spiegare meglio le proprie.
E allora dico che non mi riconosco in una certa immagine che mi verrebbe data di compiacenza con quel mondo. Ma non perché mi impanco ad elevare giudizi morali, non ne ho l’autorità e neppure la vocazione; il mio giudizio sulle inammissibili inadempienze della Rai a proposito della cultura – che purtroppo stanno bene a tutti coloro che si sono indignati invece per il “caso Ruby” – non nasce da un giudizio morale su certa “Isola dei famosi” e quant’altro ma sul fatto che sono “obbligato” come tutti al pagamento del canone che ne alimenta il degrado al livello della Tv commerciale la quale invece usa il “voyerismo” deteriore per sostentarsi, vedi “Grande Fratello”, che, peraltro, è una delle trasmissioni più viste. Ma lo è stata anche “Vieni via con me” di Fazio e Saviano per non citare la lettura di Benigni dell’ultimo canto del Paradiso, un pieno di ascolti. Significa che non è colpa del pubblico il degrado della Tv pubblica ma di chi la gestisce.
Non ho bisogno di prendere le distanze da certi ambienti e non mi riconosco nelle allusioni di alcuni cortesi commentatori, il gossip non è nelle mie corde, e lo si può vedere su questo sito e sugli altri, da cultura.inabruzzo. it a www. antika.it a http://www.fotografarefacile.it/. E’ difficile assoggettarmi a ricevere lezioni quando, anche per spirito autenticamente liberale, non intendo darne ad alcuno, a parte mio figlio che ha tutto il diritto di non ascoltarle. Relativismo morale? No, rispetto dei ruoli, e il mio è quello di cronista che, nello spirito di Montanelli, guarda senza pregiudizio e racconta ciò che ha visto, cercando di capire trasmettendo poi ciò che ha acquisito.
E ho trovato quella che potrebbe essere una spiegazione di accadimenti lontani mille miglia dalla nostra comprensione. Perché nessuno di noi per “rilassarsi” armerebbe un “ambaradan” di quella natura, con i “nani” e le “ballerine” che sembrano fare a gara nelle espressioni da trivio, e il protagonista che viene fatto passare come pervertito se non malato di mente come si è fatto passare per frodatore fiscale e tanto altro.
Ho citato “Drive in” come chiave di volta di tutto questo perché era la sua creatura prediletta, un “Mosè salvato dalle acque” – spero che l’irriverente associazione non mi scateni contro una valanga di proteste – perché il numero zero destinato alla distruzione con il programma abortito prima di nascere fu da lui imposto e per di più in prima serata. Chi di noi penserebbe a far rivivere l’atmosfera, scollacciato quanto più si può, di una trasmissione già di per sé trasgressiva? Nessuno, certo non chi scrive che oltre le mostre d’arte e i grandi eventi culturali è solito dar conto di ben altre atmosfere, come quelle che si respirano nelle giornate al Tempio di Adriano che la Fondazione Roma Museo dedica ai “Ritratti di Poesia”, o quelle, a livello familiare, nei simposi annuali in casa Iacovoni a Forca di Valle, con due relazioni colte su un tema del ‘900 da parte di due commensali; o ancora gli appuntamenti con la poesia di “Rai Notte” che, fino a quando Gabriele La Porta ne è stato direttore, vedevano un gruppo di appassionati riunirsi in ore antelucane in letture poetiche: nessun commento “postato” dei lettori, a parte alcuni partecipanti.
“Il bene non fa notizia” si intitolava l’ultimo articolo di Aldo Moro su “Il Giorno”, quindi comprendiamo la mancanza di reazioni positive in questi casi. Ma possiamo rivendicare come da parte nostra invece di denunce moralistiche ci sia stato qualche tentativo di reagire in modo attivo all’andazzo corrente denunciando soprattutto la deriva del servizio pubblico in quanto è obbligatorio pagarlo, quindi vederlo: mi sono impegnato per la cultura con i soli mezzi di cui dispongo, la parola scritta, e questo attraverso l’approfondimento costante, direi spasmodico, dei temi e delle mostre d’arte senza alcun ritorno o vantaggio personale. Come non lo ha chi è titolare dei siti mobilitato con le proprie risorse personali, lottando contro la colpevole discriminazione della cultura rispetto alla politica, che esclude dai generosi contributi pubblici le riviste culturali; per l’autore e il direttore un generoso volontariato culturale.
Dal “Drive in” di Arcore alla mobilitazione su Ruby
Ma torniamo alle “cene” di Arcore, rispetto alle quali, ripeto, mi sono posto nella posizione di cronista che, dinanzi a notizie così eclatanti, cerca di capire. E ho avuto l’associazione di idee con il “Drive in”, tutto qui. E’ l’unica spiegazione? Certamente no, ci sono quelle più degradanti sotto gli occhi di tutti, la mia non l’ho vista né sentita per quello che ho potuto riscontrare nello tsunami sul tema, quindi ho creduto bene uscire dalla “total immersion” culturale per farne partecipi i lettori. E sono lieto che abbiano risposto.
Hanno trovato che manca un mio giudizio morale su tutto questo? Non è nelle mie corde di cronista, ho detto, né penso che abbia la benché minima rilevanza il giudizio singolo, influenzato dalle condizioni ed esperienze personali. Non sono un “tycoon” televisivo e non posso mettermi nei suoi panni, però non mi è sembrata peregrina l’ipotesi prospettata: per capire, non per giustificare che non sta a me fare o meno. Il livello morale è suscettibile certamente di giudizi personali, ma non interessano, tanto meno quelli del cronista. Altri ne hanno l’autorità, in particolare la Chiesa che sia attraverso il Pontefice che attraverso i cardinali preposti, dopo “Avvenire”, ha fatto sentire la sua voce sul degrado nell’intera società al quale le istituzioni pubbliche dovrebbero reagire invece di lasciarsi andare sullo stesso piano inclinato. E questo richiamo va ascoltato, stando attenti a non cadere nella morale di Stato dando via libera ai fondamentalisti.
Il giudizio morale dei singoli diventa rilevante quando si traduce in fenomeno collettivo, nella perdita di fiducia in una leadership che è venuta meno alle aspettative. Ma questo non si manifesta attraverso i “crucifige” a cui abbiamo assistito, molti dei quali interessati per motivi politici, l’occasione per abbattere il “caimano” era troppo ghiotta, dopo che aveva evitato le tante altre trappole, fino a incorrere nella condanna per frode fiscale, discutibile per tanti versi tra cui la doppia assoluzione della Cassazione per analoga fattispecie e la dichiarazione pro-veritate a suo favore. Anche ad alcuni discutibili interventi legislativi si può trovare una spiegazione non nella cronaca ma nella storia: al “voi suonerete le vostre trombe” ha risposto il “noi suoneremo le nostre campane”, alla stonatura delle prime il frastuono delle seconde, laddove sarebbe stato preferibile alla cacofonia durata troppo a lungo l’approccio alla Franco Coppi, l’avvocato difensore, risultato ora vincente, della difesa “nel” processo e non quello perdente “dal” processo.
Dicevo che la riprovazione sul piano collettivo si manifesta altrimenti che nei violenti attacchi giornalistici e televisivi necessariamente di parte. La strada maestra sono le elezioni: che però i più aspri censori non chiedono, anzi continuano a voler evitare ad ogni costo. Allora abbiamo intanto i sondaggi che misurano i movimenti dell’opinione pubblica. Piepoli, uno dei più accreditati, ha detto che i giudizi su Berlusconi sono come “pietrificati”, nessun mutamento indotto dal “caso Ruby”; comprensione della diversa dimensione in cui si pone lo straricco “tycoon” televisivo mentre la colpa viene data alla sua squallida “corte dei miracoli” da un lato, relativismo morale diffuso o senso di appartenenza politica dall’altro, la situazione è questa.
Allora il discorso torna all’aspetto giudiziario del quale, lo ripetiamo, colpisce lo spiegamento di mezzi sproporzionati rispetto alla qualificazione giuridica del reato attribuito all’indagato. Se tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge, lo sono anche di fronte alla giustizia, e la Corte Costituzionale giustamente ha respinto le norme “ad personam” volte a creare dei privilegi, dopo l’abolizione dell’immunità parlamentare prevista dai Costituenti, come eccezione all’articolo 3, per impedire un incontrollata “persecuzione” da parte dei giudici contro gli eletti dal popolo. Poi se n’è abusato e dopo Tangentopoli è stato soppresso, ripristinarlo sarebbe stato la strada maestra, magari trovando un meccanismo per impedirne l’abuso. Ma il comportamento dei giudici nel “caso Ruby” è stato così eclatante da evocare il “fumus persecutionis”.
Per quale cittadino normale si sarebbero mobilitati tre magistrati, cento-centocinquanta agenti dell’ordine per le perquisizioni, centocinquanta mila intercettazioni in un anno fino a riempire tra le 600 o le 900 pagine secondo le notizie ballerine, di cui 389 trasmesse in Parlamento e così divenute di pubblico dominio? E questo con il grave discredito internazionale che viene giustamente lamentato, ma da chi provocato? Abbiamo citato nell’articolo i 5 milioni di processi penali pendenti e i 200 mila l’anno che vanno in prescrizione, come l’elevatissima percentuale di quelli non puniti, per furti negli appartamenti e di autoveicoli in barba all’obbligatorietà dell’azione penale non ci sono neppure indagini elementari. E allora? Ripetiamo che la maggiore attenzione al Presidente del Consiglio e al politico non spetta ai giudici che devono considerarlo un cittadino come tutti, e non come un pericoloso delinquente da controllare.
Era necessario allegare 389 pagine “piccanti” non per la richiesta di autorizzazione a procedere, che non c’è più, ma per la semplice richiesta di perquisire un ufficio dove, ad autorizzazione eventualmente accordata, è presumibile che non vi sarebbe più nulla di compromettente, anche se ci fosse stato in origine? Era necessario farlo quando tale perquisizione veniva ritenuta ininfluente sulla decisione già presa del giudizio immediato, che i pubblici ministeri chiedono, e hanno chiesto, quando si ritiene di avere prove sufficienti?
La stessa avocazione a Milano della competenza per i “delitti” compiuti ad Arcore nella competenza di Monza, in quanto assorbita dal reato più grave di “concussione”, sa di lana caprina per cui si riaffaccia il “fumus persecutionis”, essendo il giudice naturale la garanzia costituzionale perché questo non accada.
Non sembra che con la mobilitazione di mezzi in un anno di indagini alla James Bond assolutamente sproporzionata al reato ascritto e con il causidico spaccare il capello in quattro tra “in qualità” e “nelle funzioni” di Presidente del Consiglio, nonché con l’allegato di 389 pagine di intercettazioni a gogò divenute discredito internazionale i magistrati milanesi abbiamo fatto di tutto per accreditare il sospetto del “fumus persecutionis” tanto più che segue la miriade di perquisizioni e procedimenti contro la stessa persona?
Ma sembra altrettanto che la “corte dei miracoli” intorno al Presidente, nell’organizzargli in privato i “Drive in” scollacciati che già nella trasmissione erano alquanto osè, abbia fatto di tutto per esporlo alla più facile delle crocifissioni, quella dell’indegnità morale. Non dimentichiamo che Nixon nello scandalo Watergate fu costretto a dimettersi non tanto per la tentata copertura del reato compiuto dal suo partito e non da lui con lo spionaggio nella sede del partito democratico in previsione delle elezioni; ma per il discredito che gli venne dalle registrazioni che faceva fare lui stesso di tutte le conversazioni avvenute nello studio ovale con i suoi consiglieri, non per la sostanza delle cose dette ma per il turpiloquio segno di bassezza morale. Si pensa che questo possa avvenire anche da noi, per il turpiloquio non del Presidente ma delle miserabili protagoniste degli spettacoli che la “corte dei miracoli” gli preparava e che lui, lo si deve anche dire, a torto accettava di buon grado se non promuoveva; ma anche qui non sono un “tycoon” riccone, e tutt’al più ne posso criticare la colpevole accondiscendenza.
Anche su questo il giudizio politico va agli elettori, come quello sulla legittimità sotto il profilo penale ai magistrati; purché non mostrino, come avvenuto in questo caso, un’ingenuità di segno opposto, un accanimento “ad personam” che evoca il “fumus persecutionis” che i padri costituenti ritennero idoneo a far scattare addirittura l’immunità.
Se era la sensazione avuta dinanzi all’inchiesta, la requisitoria dei PM nel duplice processo “Ruby”- quello contro Berlusconi e quello contro il trio Fede-Minetti-Mora – ne ha dato conferma eclatante; per le sette ore sette della Bocassini tutte impregnate di moralismo degno di miglior causa, per le immagini di Sangermano, che ha parlato addirittura di “assaggiatori” suscitando voyerismi anch’essi del tutto fuori luogo.
Accanimento su Ruby, altro che protezione di minorenne!
Ma c’è un aspetto particolare che mi ha colpito e sul quale intendo richiamare l’attenzione dei cortesi lettori, anche perché nessuno ne ha parlato: attiene ai due reati di cui è accusato il “tycoon” leader politico: la concussione per avere interferito sulle procedure di tutela dei minori e lo sfruttamento della minore per aver compensato prestazioni sessuali.
Abbiamo sollevato nell’articolo precedente qualche dubbio di sostanza sulla necessità di uno scudo protettivo come quello in discussione nella serata alla questura milanese su una minore come Ruby, vicina al 18° anno, in un’età che nel suo paese non è minorile, tanto che la madre si era sposata a 11 anni, a parte che tutto è sembrata fuorché ingenua e indifesa anche se, come tante, può essere stata bisognosa di aiuto. Ma non discutiamo, la minorenne viene giustamente protetta anche oscurandone l’immagine, la foto del viso fino al fatidico giorno del 18° anno è stata mascherata. Se questo è stato il lodevole intento, perché appena compiuti gli anni si è operato all’opposto, dandole la patente di prostituta che lei, a torto o a ragione, ha rifiutato con forza, come l’eventuale “utilizzatore” finale?
Ha respinto l’accusa, ha detto di non essere stata toccata neanche con un dito, e si è sorbita le sarcastiche battute di Travaglio, “ma con la mano sì”, e per fortuna non si è spinto oltre, lui che è solitamente duro nella polemica e graffiante, ma mantiene un suo rigore e stile. E dopo la deposizione avanti ai giudici in udienza pubblica l’atteggiamento verso di lei non è migliorato, le si vuol dare per forza la “patente” che lei respinge, e per questo andrebbe rispettata.
Non è uno stupro collettivo quello a cui Ruby viene sottoposta, con la spasmodica ricerca dei magistrati attraverso centinaia di migliaia di intercettazioni, prima, prove testimoniali poi, delle parole che dimostrino come abbia fatto sesso a pagamento, quindi si sia prostituita? La presentazione in Tv del notes di una di quelle dove c’è scritto “Ruby troia”. non è uno stupro su chi non è più minorenne ma è stata “marchiata” dalla giustizia che doveva proteggerla appena superato il Rubicone dei 18 anni? A quel momento se non si voleva continuare la protezione almeno non andava trasformata in caccia all’uomo, anzi alla donna, o se si vuole alla prostituta.
Gli alti lai sulla dignità femminile sfregiata dove sono finiti? Si vuole dare la patente di prostituta ad una ragazza fino a poco tempo fa minorenne, a dispetto del fatto che lei la respinga, senza alcun riguardo per la donna. E non è anche questo un motivo che fa pensare al “fumus persecutionis” antoberlusconiano? Non solo di certa magistratura ma anche di chi, come qualche lettore, si indigna sull’altare della dignità della donna. E cos’è Ruby, la sua dignità è più calpestata dall’avere accettato dei regali da chi comunque nega di averci fatto sesso come lo nega lei, oppure da coloro che la mettono in croce sul sesso a pagamento che deve essere dimostrato ad ogni costo, ne va dell’esito della crociata antiberlusconiana? Che fa venire meno anche il rispetto per la terza età con le espressioni sferzanti sul vecchio al quale “la badante cambia i pannoloni” e sempre ad opera del pur finissimo Travaglio; come se non si offendessero così gli altri della stessa età che sono la maggioranza del paese in cui la crisi di natalità fa invecchiare la popolazione.
Un antiberlusconismo al quale si vuole arruolare anche la Chiesa da parte dei più incalliti mangiapreti che respingono ogni altro suo messaggio, a parte questo. Ebbene, si risponda ora sulla sincerità della tutela della minorenne, e sul fatto se non è stata messa alla berlina proprio con la pressione violenta per dimostrarne la prostituzione minorile che lei ha il diritto comunque di respingere con forza.
Chi è che sta perpetrando il “macchiamento del suo nome”? Per citare l’espressione che lei avrebbe usata, secondo le accuse, per ottenere “utilità” smisurate – addirittura quantificate in 4 milioni di euro – da chi potrebbe rovinare ammettendo, in modo veritiero o meno, ciò che i giudici vogliono sentirsi dire. E non è questo un dare, pur se inconsapevolmente, un’arma di ricatto potentissima, quasi sperando che venga usata?
Tanti dovrebbero fare l’esame di coscienza, in ogni modo ognuno potrebbe almeno provare a dare una risposta al di fuori di ogni ideologia o prevenzione. Noi abbiamo provato a darla ragionando in piena libertà di coscienza e serenità di giudizio.
Info
Il nostro articolo al quale ci riferiamo, e al quale rinviamo come necessaria premessa alla presente nota, anche in relazione ai commenti on line che ha suscitato, è stato pubblicato in “cultura.inabruzzo.it”, con il titolo “Il caso Ruby”, e ripubblicato con una breve introduzione, in questo sito, il 18 luglio 2014, alla vigilia della sentenza di appello.
Foto
Le immagini sono della trasmissione televisiva “Drive in” di Mediaset che si ringrazia, come si ringraziano i titolari dei siti web da cui le abbiamo tratte per inserirle nel testo a mero scopo illustrativo senza alcun intento economico o pubbliicitario, pronti ad eliminare quelle di cui non fosse gradita la pubblicazione su semplice richiesta.
La scomparsa del regista Alessandro D’Alatri annunciata ieri, all’età di 68 anni, mi ha fatto ripensare alla magica serata a Ventotene nel luglio 2010 quando vidi il suo film “Sul mare”, che aveva ultimato da poco e presentava insieme all’autrice del libro cui si era ispirato ai presenti nell’isola in cui era ambientato. Mi trovavo a Ventotene raggiunta sulla barca del caro amico Ciro Soria per l’annuale Palio sul mare di Sant’Anna della vicina Ischia come nel 2009. Al viaggio del 2009 dedicai un articolo ripubblicato il 21 aprile scorso per il Trigesimo della scomparsa dell’amico Ciro, che ha preceduto di un mese e mezzo quella del regista che associo al suo ricordo; del resto a Ciro piaceva essere sempre, qunado poteva, “sul mare”, al timone della sua barca, di nome “Luna”. Non ho mai recensito film, nè questa è un’eccezione, non è una critica cinematografica ma il racconto di una serata così emozionante che l’articolo lo scrissi alle 2 di notte tornato in barca, subito dopo la fine della proiezione all’una. Del resto, anche per D’Alatri è stato qualcosa di speciale, non solo per la sede dove aveva girato il film, ma perchè il film veniva da sei anni di assenza dal cinema e, possiamo dirlo ora, fu seguito da altri sette anni di assenza. Ed ebbe per quel film nel 2010 il premio “Alabarda d’oro”!
Il regista Alessandro D’Alatri e il manifesto del suo film “Sul mare”
Isola di Ventotene, è la calda serata di venerdì 23 luglio 2010, la piazzetta affacciata sul porticciolo brulica di locali e villeggianti. Sarà proiettato un film girato nell’isola, pensiamo ad uno dei soliti documentari, ma ci incuriosisce la presentazione con il regista, l’attore protagonista e l’autrice del libro dal quale è stata tratta la storia. “Sul mare” il titolo del film, quanto di più adatto per una serata come questa. Immaginiamo qualcosa di molto leggero, promozionale e al più vacanziero.
Ci troviamo qui quasi per caso, uno scalo, per così dire, nell’avvicinamento ad Ischia dove ci attende la “Festa a mare agli scogli di Sant’Anna”, alla quale il 18 agosto 2009 dedicammo un ampio servizio su http://www.abruzzocultura.it/.: raccontammo il viaggio nella barca “Luna” dell’amico Ciro Soria e la manifestazione, con le dichiarazioni strappate a volo a Lina Sastri e Giampiero Mughini, in tribuna tra i Vip.
Lo abbiamo fatto anche quest’anno, siamo tornati invitati di nuovo da Ciro sulla sua barca, e abbiamo visto la novità, “sirena” della festa sul mare è la bella italiana Paola Saluzzi. Il resoconto della gara dei carri nel Palio marinaro 2010 ha preceduto questo del film, è stato pubblicato il 3 agosto scorso sulla presente rivista.
Ma Ventotene non può considerarsi uno scalo, ci fermiamo tre giorni, per poi tornarci, nell’isola del vento dai nobili ascendenti romani come testimoniano i resti a Punta Eolo di Villa Giulia, della figlia di Cesare, l’acquedotto e l’antichissimo porto, nonché i ruderi degli insediamenti millenari e i reperti soprattutto marini del piccolo ma rappresentativo “Museo archeologico”; oltre alla vicina isola di Santo Stefano con l’antico penitenzirio . A tutti questi luoghiu abbiamo dedicato un articolo. Per di più abbiamo la fortuna di partecipare ad un evento cinematografico inatteso che ricorderemo a lungo.
La presentazione da parte dei protagonisti: “Sul mare”
La presentazione è sobria e stimolante, parla anche l’assessora comunale alla cultura, poche parole brillanti, senza la pedanteria dell’ufficialità; il conduttore è di qualità, riesce a creare l’atmosfera giusta con tono sommesso, nulla di quanto propinano in queste circostanze gli imbonitori di turno. Sentiamo la sincerità nelle parole del regista Alessandro D’Alatri, non è esordiente, al suo attivo i noti “Casomai” e “Commediasexi” ma per lui – lo ha detto esplicitamente – è stato “un nuovo inizio, un rimettersi in gioco” stimolato dal romanzo “In bilico sul mare” (edizioni e/o, Roma 2009) di Anna Pavignano, la bionda scrittrice che dal palco ne racconta la genesi.
Un film girato con pochi mezzi ma con tanta passione: una macchina da presa digitale da ottomila euro, senza gruppi elettrogeni né luci artificiali, le riprese sono avvenute in diretta in due mesi nei quali l’isola con il suo mare è diventata una seconda pelle, in una simbiosi creativa con la popolazione che ha assecondato il lavoro della troupe. La stessa Pavignano, che ha scritto la riduzione e sceneggiatura a quattro mani con il regista, ha rivelato che alla prima visione del film non ha pensato che era la sua storia e la sua sceneggiatura ma è stata presa dal modo con cui il regista è riuscito a trasfigurarla rendendone la profondità di contenuti e l’intensità di accenti.
Ha colpito in modo particolare il protagonista, Dario Castiglio, un giovane che studia da attore e non ha mancato la grande occasione, il regista lo ha scelto, l’isola lo ha adottato e nel ritornarci per la prima volta si commuove al punto da incontrare difficoltà ad andare avanti nel saluto. E’ giusto che sulle sue parole sincere si chiuda la presentazione e scenda il buio in una platea all’aperto affollatissima. Rimasta tale fino alla fine, all’una di notte che anche d’estate è sempre un’ora tarda. La stanchezza e il sonno non si avvertivano, la platea nel piazzale sopra la baia ha applaudito con calore il film “Sul mare”, presa dall’emozione di una storia intensa in uno scenario incomparabile.
L’isola, il cuore di una storia di solitudine
Si spengono le luci, è calata la notte, si ripete la magia del cinema mai dimenticata nonostante l’overdose di film in televisione, la partecipazione personale e insieme collettiva ha un suo fascino tutto speciale. Dopo il marchio storico della Warner Bros si è subito proiettati nell’isola vista dal motoscafo che si avvicina sempre più veloce, divorando le onde e insieme i nomi che si susseguono rapidi. Così irrompe quello che possiamo definire il cuore della storia, l’isola accompagna il protagonista con la sua logica e le sue regole inesorabili, potrebbe avere qualunque altro nome o essere l’isola senza nome, ma non l’“isola che non c’è”.
Perché l’isola c’è con la sua storia passata e il suo presente che non la dimentica, la libreria “Ultima spiaggia” nella piazza principale espone in bella mostra il “Manifesto di Ventotene” di Altiero Spinelli con Ernesto Rossi, ma non solo: una vera “isola” libraria accoglie all’ingresso con una sorta di “opera omnia” degli illustri confinati e imprigionati a Santo Stefano – da Spinelli a Pertini, da Amendola a Di Vittorio-– più molti libri sul lungo confino fascista che fu di ben 16 anni per Spinelli e sul carcere, del quale troviamo, appena uscito datato luglio 2010, il libro di Luigi Settembrini“L’ergastolo di Santo Stefano”edito dalla stessa “Ultima spiaggia” che nel 2009 ha pubblicato “Memorie di un ex terrorista” di Giuseppe Mariani, l’anarchico rinchiuso nel carcere; c’è un grosso libro anche su Gaetano Bresci, l’uccisore di Umberto I, recluso e poi “suicidato”.
E’ un modo encomiabile di trasmettere la storia locale che è anche nazionale e rendere onore alle privazioni subite mantenendone la memoria attraverso gli scritti. Lo fa anche un piccolo monumento con sbarre simboliche di una reclusione della libertà di pensiero non annullata dal fascismo dato che – si legge nella lapide – “cospirativamente autogovernandosi condussero la loro vita di sacrificio e di studio preparandosi alla lotta per un’Italia rinnovata nella libertà” e produssero il “Manifesto” ricordato dal regista D’Alatri con le parole: “Qui a Ventotene è nata l’Europa”. E’ rievocato anche il confino nell’isola del sindacalista Giuseppe Di Vittorio.
Nella piazzetta adiacente, il monumento alle vittime dell’affondamento da parte inglese nel luglio ’43 nelle acque di Ventotene del postale Santa Lucia che collegava Napoli alle isole: 61 civili sacrificati nella convulsa fase finale del regime e della guerra dove si confondono buoni e cattivi.
La vicina isola di Santo Stefano è dominata dal penitenziario chiuso da tempo dove fu imprigionato Sandro Pertini: il grande edificio a ferro di cavallo con l’ora d’aria tra le alte mura del cortile intercluso e le finestre delle celle poste in alto in modo che i reclusi non potessero vedere il mare; chissà se l’umanizzazione odierna ammetterebbe una simile privazione, anche se vedere il mare sarebbe stato un supplizio di Tantalo, ci riferiamo a tutti gli ergastolani non solo ai “politici”.
Da “Sapore di mare” di Vanzina a “Sul mare” di D’Alatri
A queste associazioni di idee alla fine della proiezione se ne sovrapporrà un’altra: a Ventotene è nato una modo più meditato di raccontare il mare e i giovani, la vacanza e il lavoro; non lo ha detto il regista che ha citato la nascita dell’Europa, lo diciamo noi catturati dalla storia e dai personaggi. Soltanto al termine abbiamo fatto delle comparazioni, la tensione che percorre il film non lascia spazio ad altri pensieri. Riaccese le luci sono tornate alla mente le immagini dei film di Vanzina, i celebri “Sapore di mare”: anche lì il mare, anche lì i giovani, anche lì gli amori estivi com’erano allora. Anche lì c’è tutto. O niente?
Ci sembrava tutto quando li vedemmo, ci sembra niente ripensandoci ora alla luce – nell’autentico significato del termine – del film di D’Alatri. O almeno niente di quello che c’è in profondità, nel conscio e nell’inconscio sotto la superficie patinata del sole e del mare in una prospettiva speciale. Vanzina puntava la macchina da presa sulla superficie patinata, D’Alatri la fa penetrare nei recessi più nascosti, con un’operazione di grande maestria, partendo proprio da quella superficie.
Tutto il film è percorso dalle immagini di Ventotene, ma non come segno di liberazione, bensì come prigione dorata che intrappola il giovane isolano in una condizione di privilegio e discriminazione insieme. Un confinato anche lui che ne gode fino a quando non ne diventa consapevole; mantiene la libertà di Spinelli nel concepire il “Manifesto di Ventotene” ma lo sconta nell’urto impietoso con la realtà.
“Sul mare” va visto e rivisto, e l’uscita in settembre del Dvd ci fa pregustare una “moviola” nel 52 pollici del televisore domestico; anche se il fascino della visione collettiva nell’affollata piazzetta di Ventotene aperta sulla baia ci resterà impresso. Mai lo avevamo pensato per i pur godibili “Sapore di mare” sebbene fossero rivolti alla nostra generazione che ci si rispecchiava perfettamente.
Forse perché questa era l’“isola che non c’è” mentre D’Alatri ce la fa toccare con mano facendoci calare come degli speleologi negli anfratti dell’inconscio che diventa coscienza e autocoscienza. Ci viene da definirlo l’anti Vanzina non come contrapposizione ma come l’altra faccia dell’estate e dei giovani, come Ventotene è altro rispetto a Rimini e alla Versiglia; D’Alatri ha fatto scoprire l’altra faccia della luna, che si aggiunge a quella nota e non la sostituisce né tanto meno la nega, però reca in sé il valore aggiunto e il fascino inedito e suggestivo che hanno le grandi scoperte.
La duplicità isolana
Dunque, la duplicità isolana: privilegio e discriminazione , comunicazione e isolamento. Si comunica con un turismo senza confini, nell’appuntamento stagionale di sempre quando nascono e si disfano amori passeggeri, in una tela di Penelope che può ricevere strappi profondi, e quando una tela si lacera definitivamente può essere impossibile il rammendo dell’intero tessuto.
Mentre si comunica, nello stesso tempo si è isolati nella condizione isolana dove il turismo da strumento di apertura può diventare anche forma di sottile discriminazione: caratteristica di ogni località vacanziera, sfiorata anche nei film di Vanzina, che qui si somma al complesso tipico dell’isolamento, rotto soltanto dall’arrivo degli aliscafi e degli altri traghetti dalla terraferma.
L’invocazione canora che ci torna in mente, “per quest’anno/ non cambiare/ stessa spiaggia/ stesso mare”, dava il segno della ricerca di una precaria continuità nell’effimero, il film ne è la visione poetica con le improvvise ricomparse alternate alle altrettanto inattese sparizioni; in più una sorprendente aggiunta su cui meditare, lo sguardo sul “dopo”, il “lato invernale” del materasso.
Così il protagonista definisce il suo “fuori stagione”, la prosecuzione annuale della breve “stagione” nell’isola. E qui con pochi tratti di rara intensità, quando si rompe l’isolamento con il lavoro invernale nei cantieri edili del continente, ci si imbatte in altre più drammatiche forme di isolamento, il lavoro nero e l’immigrazione di colore che possono arrivare fino alla tragedia.
Come è nata e si sviluppa la storia
E’ arduo inserire questi temi così duri nel clima vacanziero, pur se esplorato in profondità, ma il regista c’è riuscito con leggerezza unita a intensità. Parte del merito va alla scrittrice Pavignano autrice del romanzo e coautrice di riduzione e sceneggiatura con il regista al quale vanno la magia delle immagini e l’azione scenica, il ritmo narrativo e le sequenze cinematografiche.
Nella presentazione, anzi, l’autrice ha detto che la sua idea iniziale era scrivere un libro sulle “morti bianche”, e lo ha ambientato a Ventotene dopo un casuale giro dell’isola sulla barca di un giovane locale con il lavoro invernale in nero nei cantieri della terraferma dove allignano gli infortuni sul lavoro anche mortali in un’edilizia spesso di rapina senza le prescritte misure di sicurezza.
Il canovaccio è stato offerto dalla realtà, è bastato riempirlo dei particolari narrativi con la fantasia: come nella commedia dell’arte, aggiungiamo noi, con la differenza che qui aveva tra le mani un personaggio vero, in una storia esemplare e peculiare. E’ nato in questo modo Salvatore, e come in “Centochiodi” di Ermanno Olmi l’intenso viso del protagonista contornato dalla barba alla Nazzareno era una metafora religiosa, così qui dietro quel nome forse c’è qualcosa di simile: “sul mare” e poi ancora di più “dentro” il mare dove il bianco riconquista il suo vero valore simbolico.
Ne parleremo al termine pur senza rivelare la trama del film, come hanno fatto saggiamente nella presentazione, evitiamo chi lo fa al punto da interrompere la lettura delle recensioni quando entrano nella trama. Qui il compito è facilitato: più che una trama di vicende intrecciate è una trama dell’anima che viene allo scoperto, e di questo ci piace parlare.
Il giovane protagonista Salvatore-Dario Castiglio
E’ tutto nella freschezza giovanile e nella spontaneità del protagonista, sembra preso dalla realtà, non diciamo dalla strada, dovremmo dire dal mare tanto è calato in esso nel corpo e nello spirito. Mentre studia da attore e si ritrova protagonista: un sogno che si avvera, e lo dice espressamente nell’emozione per il ritorno all’isola che lo ha adottato e lanciato in questa bella interpretazione.
L’anima è racchiusa in un corpo da esposizione, tale è nella scena in cui Salvatore viene fotografato disteso come la “Maya” di Goya alla guisa di un’attrazione isolana per le turiste, una sorta di turismo sessuale alla rovescia con i ragazzi barcaioli locali nelle vesti di prede. “Preferisco lui che ha il tendalino più grosso”, dice una di loro con fare allusivo; mentre due si fanno spargere la crema sulla schiena insieme (“hai due mani, non è vero?”), ed è solo l’inizio, poi dissolvenza; una posizione privilegiata da scontare amaramente allorché la prospettiva cambia e si ricerca l’amore.
La calamita della bellezza, della natura e della persona è l’ingrediente costante della storia nella quale emerge l’altra bellezza: quella di un’anima imprigionata nel cliché vacanziero e nella morsa invernale mentre cerca la propria libertà fino all’epilogo. Del quale diciamo solo che sorprenderà per le vette espressive raggiunte con una semplicità unita ad una notevole profondità di ispirazione.
Vi abbiamo trovato il senso di liberazione del finale di “Papillon”, ci siamo permessi di dirlo al regista al quale è piaciuta la nostra associazione di idee, non ci aveva pensato ma la condivide. E non ci riferiamo al “maledetti bastardi, sono ancora vivo!”, che in questi giorni leggiamo come didascalia ad una copertina con il volto di Roberto Saviano, bensì al mare liberatorio con le sue acque profonde, in un lavacro dell’anima, quasi una Resurrezione. E se viene dopo la caduta nell’abisso fa pensare al binomio inscindibile della Cristianità: la Crocifissione e la Resurrezione.
Le abbiamo sentite evocate entrambe nel film, che si snoda tra i due estremi sui quali si dividono cattolici e protestanti: i cattolici sottolineano il primo aspetto, con il sacrificio e la morte, i secondi l’altro aspetto, con la resurrezione e la vita, ne avevamo parlato nella mattinata con il compagno di barca Aldo Visco, di religione valdese. Con questa associazione di idee non vogliamo portare fuori strada, il film è quanto mai terreno, l’ambiente è un “set” per il corpo prima che una palestra per l’anima: il corpo preso dalle occasioni d’amore e di evasione, l’anima stretta nel groviglio di contraddizioni.
Colonizzazione virtuale da spirito nordista
In questo quadro esistenziale fa capolinea certa disinvoltura “nordista” da colonizzazione virtuale, nei comportamenti del principale personaggio dopo il protagonista, Martina, intensa e non solo vacanziera, sincera e reticente al tempo stesso, essa pure stretta dal viluppo socio-antropologico.
La reazione a chi le ha mancato di rispetto, nella sua violenza – “lo hai quasi ammazzato!” – esprime qualcosa di più di un normale rifiuto e del sacrosanto diritto a voler scegliere; torna tranquilla solo quando l’altro isolano che la rintraccia, il nostro Salvatore, resta al suo posto di barcaiolo, sarà lei a portarlo alla sua altezza di turista in cerca di emozioni, a prendere l’iniziativa pur se non è la solita cacciatrice vacanziera ma ha un animo sensibile alla gentilezza e al rispetto che prevale sul resto.
Poi nella vicenda sarà la potenza maieutica dell’isola a far esplodere le contraddizioni, a rendere il “non ti dimenticherò…” una rivelazione bruciante peggiore di un abbandono, la conferma di ciò che il segreto svelato dal telefonino spiato faceva percepire; ma occorreva l’interpretazione autentica a quel “anche se non…” lasciato in sospeso. E la sospensione di parole porta a quella dell’anima.
Una eco, sempre nelle nostre libere associazioni di idee, di “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”, tematiche diversissime ma un Nord e un Sud in comune, lì la barca dell’agiatezza, qui l’“Erasmus” dell’istruzione, e un’isola anch’essa in comune pur se diversamente raggiunta e raggiungibile. Lì l’isolamento assoluto anche fisico che avvicina fino all’annullamento delle differenze, qui l’isolamento relativo che accosta anch’esso ma mantiene le distanze di fondo.
Sono i due volti dell’isolamento, del corpo e dell’anima, che convergono nel rivelare complessità interiori in ambedue i versanti di una reciproca sincerità che allontana allorché vorrebbe avvicinare. Nulla di vacanziero bensì di profondamente umano. Che va poi ad intrecciarsi con il “fuori stagione” dandogli una piega inattesa sullo sfondo dell’altra discriminazione che sul lavoro impatta i drammatici problemi dell’integrazione e dello sfruttamento sul lavoro fino allea “morti bianche”.
Leggerezza e diapason nell’epilogo ispirato
Anche qui la leggerezza del regista e dell’autrice raggiunge livelli da sottolineare, quando il protagonista si chiede perché il “lavoro nero” deve dar luogo alle “morti bianche”, un ossimoro, e cerca un colore più adatto per definirle scartando ad uno ad uno i colori principali finché resta un innocuo “morti marroncine”. Leggerezza che nel finale tocca il diapason dell’ispirazione superiore.
Cosa dire ancora se non confessare che questo nostro scritto non va considerato una critica cinematografica voluta? Non vuole esserlo perché è stato uno sfogo dell’anima, scritto la sera stessa della proiezione, alle due di notte, nella barca “sul mare”: sullo stesso mare di Ventotene, senza altra sollecitazione che la spinta interiore. E’ vero che il cronista è sempre in servizio, ma nella circostanza non c’era altro motivo, è stata la carica emotiva “sul mare”, in quanto mare dell’anima.
Attendiamo il Dvd, ripetiamo, per centellinarlo alla moviola, anche considerando le bellezze dell’isola solo sfiorate che vanno riscoperte. Intanto possiamo dire che quando vorremo lasciarci cullare da una musica “sul mare” non ci risuonerà nelle orecchie e nell’anima il “sapore di sale”, la sigla dei film di Vanzina della nostra generazione, ma “senza fine” che chiude il film di D’Alatri.
Entrambi hanno posto come sigla un Gino Paoli diverso nell’intensità e nel colore. In “Senza fine” il poeta della canzone dà il tocco finale a un film che solo un poeta del cinema poteva concepire: perché tale riteniamo vada considerato il regista Alessandro D’Alatri dopo il film “Sul mare”.
Alessandro D’Alatri con il premio “Alabarda d’oro” per “Sul mare”
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Sono state inserite nuove immagini in questa ripubblicazione, essendo andate perdute quelle originali nel passaggio dal sito iniziale chiuso a quello attuale. Sono intervallate immagini del film “Sul mare” e immagini di Ventotene dove l’azione si svolge, tratte dai siti web di cui si ringraziano i titolari. Si precisa che l’inserimento delle immagini è a puro titolo illustrativo senza alcun intento economico, commerciale o pubblicitario, e qualora non fosse gradita la pubblicazione di alcune di esse saranno eliminate prontamente su semplice segnalazione. I siti da cui sono state tratte le immagini verranno presto indicati nell’ordine di inserimento.
Facciamo seguito ai due articoli pubblicati nei due giorni scorsi, 21 e 22 aprile 2023 per ripubblicare un terzo articolo nel Trigesimo della scomparsa di Ciro Soria, l’amico da un quarto di secolo che se n’è andato il 21marzo. Il primo dei due articoli contiene il nostro saluto prima del funerale e l’orazione funebre dell’amico Aldo Visco Giraldi al termine della funzione religiosa; il secondo articolo rievoca il viaggio sulla sua barca “Luna” di uomo di mare appassionato per Ischia alla festa di Sant’Anna del 2009 con il Palio del mare e i Carri di Tespi, scene di vita e di navigazione. L’articolo di oggi è sulla festa del 40° di matrimonio nel 2010 e illumina su uno dei suoi pregi, la generosità, qui manifestata nell’appoggio concreto all’attività benefica dell’associazione internazionale dove è impegnata la figlia Deborah e della quale descriviamo l’impegno meritorio. Al termine dell’articolo c’è il commento che Ciro “postò” allora, come sempre generoso, lo ringraziamo oggi, certi che lo ripeterà da Lassù. Si conclude così il nostro triduo celebrativo nel Trigesimo, con il saluto memore e commosso che rinnoviamo: Ciao, Ciro, amico carissimo, buona navigazione lassù, nell’alto dei cieli!
Non sappiamo quanti conoscano l’Ibby, e non la confondano con un’organizzazione che vende apparecchi per la casa con il “network marketing”. A quelli che sanno di cosa si occupa questa meritoria associazione vale la pena rinfrescare la memoria; ai tanti altri, quasi tutti, che non ne hanno mai sentito parlare è bene dare la notizia della sua attività, e una rivista culturale come la nostra è orgogliosa di farlo rivolgendo un appello perché la si sostenga.
“Per il nostro 40° anniversario di matrimonio vorremmo invitare tutti i nostri amici a festeggiare con noi”, così l’inizio dell’invito in un elegante corsivo, accompagnato da una piantina sulla località nei pressi di Nettuno, vicino al campo dei paracadutisti, dove si sarebbe svolta la serata conviviale di sabato 19 giugno 2010.
Ma quello che ha suscitato subito una forte curiosità, oltre alla festa dei coniugi amici, Ciro Soria e Dilys, è stato il seguito dell’invito: “Per favore niente regali! Apprezzeremmo molto al posto di un regalo una piccola donazione all’Ibby (International Board on Books for Young People”), della quale nostra figlia Deborah è rappresentante per l’Italia. La donazione andrà a sostegno dei loro progetti per fornire libri ai bambini di paesi sconvolti da guerre e altre catastrofi quali Haiti, Afghanistan, Colombia. Alla festa saranno disponibili ulteriori informazioni sull’Ibby e se volete potrete dare il vostro contributo direttamente durante la serata o tramite il conto corrente bancario Iban: II 46 Q 01030 02400 00000 4685 463 Ibby Italia. Grazie mille”.
L’uomo che morde il cane
Ci vuol poco a capire come sia scattato l’interesse giornalistico. In un “mondo di ladri”, come ama cantare Antonello Venditti, dove spiccano le appropriazioni indebite di denaro pubblico e privato a fini esclusivamente personali, nelle forme più fantasiose e invereconde come lo sono le destinazioni, questa sì che è una notizia! E’ l“uomo che morde il cane”, il “sogno all’incontrario”, direbbe Paolo Rossi, il graffiante cabarettista non il campione calcistico della Coppa del mondo vinta dall’Italia che abbiamo rievocato nel nostro recente “Rebus dell’estate 1982”.
Si rinuncia a ricevere omaggi personali all’altezza della ricca serata conviviale, un vero pranzo di nozze in un locale all’aperto accogliente, con il cantante e tutte le delizie fino alla torta conclusiva, brindisi e hip hip urrah alla marinara, per dirottare i tanti pensieri e riconoscimenti, provenienti dalla platea dei sessanta amici distribuiti in cinque tavoli da dodici, all’Ibby Italia, organizzazione che opera nel sociale troppo spesso depredato e qui invece aiutato da questa generosa iniziativa.
Da giornalisti culturali attenti anche al sociale ci andiamo a nozze, è il caso di dire, tanto più che intendiamo sottrarci alla consuetudine fin troppo diffusa secondo cui “il bene non fa notizia”, lo abbiamo detto altre volte citando l’ultimo articolo di Aldo Moro su “Il Giorno” poco prima del tragico sequestro. Qui la notizia c’è eccome, e va data tanto più in quanto riguarda il “bene”, nella speranza che altri seguano l’esempio.
Lo facemmo anche per la serata culturale di un compagno di scuola teramano, Fabrizio Iacovoni, già primario cardiologo, che riunisce parenti e amici ogni anno a novembre a Forca di Valle accompagnando la serata conviviale con un incontro nel quale vengono illustrati e discussi dei temi: nel 2009 ci furono il Futurismo e Benedetto Croce, per quest’anno è stata già preannunciata la tragica odissea degli Armeni. Lì è la cultura a dominare, qui è un sociale nella cultura di respiro internazionale, una bella accoppiata le due serate che proponiamo come esemplari per tutti. Perciò questa attuale merita non solo la citazione, ma anche un servizio come fu per quella ora ricordata.
Facciamo conoscenza dell’Ibby
Si entra nel mondo dell’Ibby scorrendo il materiale disponibile a lato della cassetta dove gli invitati inseriscono le buste come si fa ai matrimoni americani, anche se senza i fregi in uso oltre oceano.
Più che “un” mondo è “il” mondo, l’International Board for Young People opera in settanta nazioni, è una rete volta alla promozione della lettura infantile nei paesi nei quali maggiore è il disagio e l’arretratezza oppure colpiti da sciagure e calamità.
Esiste da oltre cinquant’anni, è nata a Zurigo nel 1953, pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, come reazione della cultura ai suoi orrori. Ricordiamo con piacere l’ideatrice, la giornalistaJella Lepman che fa dimenticare l’infelice assonanza italica del nome rendendo onore alla categoria: ha saputo guardare negli occhi spauriti dei ragazzi tedeschi dove si rispecchiavano ancora gli orrori della guerra e capire che occorreva dare loro altre immagini positive per farli aprire alla vita che riprendeva; e come poterlo fare se non con quanto rappresentato dai libri?
Ricordiamo una suggestiva lettura di Alessandro Baricco che evocava come i più bei tramonti e le albe meravigliose, i panorami e i paesaggi, le scene di vita fossero contenuti nelle descrizioni dei libri come in magiche scatolette che si aprivano per magia rivelando le bellezze contenute. Tale dovette essere l’effetto sugli occhi dei bambini tedeschi che avevano visto solo morte e rovine.
L’origine come reazione agli orrori della guerra fa capire come attraverso la diffusione di libri per ragazzi in paesi dove hanno difficoltà a penetrare si persegue anche una maggiore comprensione internazionale, senza scomodare il valore supremo della pace che pure è un traguardo. Con diffusione non si intende distribuzione di materiale librario qualsiasi, ma di libri di qualità; e non ci si limita a distribuire quelli esistenti resi disponibili ma si promuove la pubblicazione di nuovi e all’altezza; e si promuovono ricerca e lavori scientifici nella letteratura per l’infanzia e i ragazzi.
Oltre al “pesce” si fornisce anche la “canna per pescare”: trattandosi per lo più di paesi in via di sviluppo si pone l’annoso problema dell’assistenza e della formazione, che viene fornita per mobilitare le energie locali e far sì che non abbiano sempre bisogno di tali supporti esterni.
Come opera l’organizzazione? Svolge un’attività concreta di promozione anche di letture e non solo di libri; organizza convegni internazionali per promuovere ricerca, formazione, e diffusione di libri di qualità, rende pubblica una “Honour List” per evidenziare le eccellenze fino all’assegnazione dell’“H.C. Andersen Award”, ritenuto il Nobel dei libri per ragazzi, l’Oscar dell’immaginazione.
E’ così vasta da riprodurre le più diverse situazioni nazionali: dai paesi dove alfabetizzazione e libri sono a buoni livelli, ai paesi dove il lavoro organizzativo è allo stato pionieristico. Non solo, ma non occorre che vi sia una sezione nazionale per attivarsi secondo la sua missione e i suoi obiettivi, è ammessa anche l’adesione individuale all’organizzazione; anche perché esistono altri livelli oltre quello nazionale, ci sono le aree regionali e l’intera rete internazionale a cui fare riferimento.
La sezione italiana dell’Ibby.
Siamo andati molto lontano, torniamo in Italia: come in tutte le sezioni nazionali ne fanno parte le più diverse categorie, dagli autori agli editori, dagli illustratori ai traduttori, dagli insegnanti delle scuole primarie e secondarie a quelli dell’università, dagli operatori sociali ai giornalisti, dagli studenti ai genitori; in quanto rientranti in tali categorie ne fanno parte le associazioni di editori e librai, biblioteche e Fiera del libro. Ma chiunque, in pratica, può rivestire una delle qualifiche coinvolte, se non come attività professionale o qualità personale almeno come interesse al tema al quale è impossibile restare indifferenti: si tratta del libro e della lettura, formazione e cultura riferiti ai fanciulli.
Non serve scomodare la Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo ratificata dall’Onu venti anni fa, nel 1990; anche se va sottolineato che l’Ibby ha un ruolo, riconosciuto dall’Unescoe dall’Unicef, che si può definire di “avvocato di libri per bambini”, nel senso della produzione e diffusione per una loro formazione qualificata e l’accesso alla cultura.
Conosciamo bene quali sono i problemi che si incontrano nel nostro paese riguardo alla diffusione della lettura: ne abbiamo parlato sulla rivista a proposito del rilancio del Centro per il Libro e la Lettura affidato al grande manager dell’editoriaGian Arturo Ferrari, illustrandone il programma e le principali iniziative; come abbiamo parlato degli ulteriori problemi che crea la diffusione presso le categorie diversamente abili con problemi di accesso alla lettura a seguito del convegno organizzato dal direttore generale Maurizio Fallace della direzione dl MiBAC competente in materia, con particolare riguardo al diritto d’autore.
Il tema dei disabili sta particolarmente a cuore all’Ibby, per l’Italia è stato tradotto il catalogo “Outstanding Books for Young People with Disabilities 2007”, con le più varie forme di accesso in modo da consentirne la fruizione a tutti.
Un’operatrice dell’Ibby nella sua meritoria attività educativa
Rinviamo a tali servizi degli ultimi mesi, qui ci concentriamo sull’attività e sui programmi dell’Ibby per il nostro paese. Ebbene, oltre al prevalente significato umanitario e solidaristico c’è quello più direttamente culturale collegato con la promozione dei nostri autori all’estero, che serve a segnare anche l’identità nazionale italiana. A questo mira la proposta dell’Ibby Italia di un albo che riesca a descriverla al meglio, avanzata alla mostra bibliografica di “picture books” a Parigi, e anche la segnalazione al Festival di Berlino e al Festival in Coreadi alcuni tra i maggiori autori italiani per la fascia di età tra l’infanzia e l’adolescenza, anche ai fini della loro traduzione.
Alla qualità mira l’attività dell’Ibby, con una diffusione di livello qualitativo sicuro, non mediocre, ed è un compito fondamentale per far emergere opere che uniscano qualità intrinseche letterarie ed estetiche all’adattamento alla psicologia infantile, all’immaginazione. Questa selezione serve anche all’interno, e deve essere seguita dalla promozione, difficile per la scarsa attenzione della stampa italiana ai libri per bambini, a parte l’interesse nelle feste natalizie come libri strenna o in particolari eventi, ma difficilmente a seguito di un’impostazione sistematica lungimirante e moderna.
Deborah Soria, in una intervista sull’attività dell’Ibby
Nella modernità bisogna tener conto anche dello spazio sconfinato del web che Emy Beseghi, Presidente dell’Ibby Italia., ha così definito in una recente intervista sul sito www.ibby.org: “Internet, per usare una metafora fiabesca, può presentarsi come una sorta di foresta multimediale dove perdersi… nel bosco dei mille link”. Di questo rapporto, che “ha alzato la posta in gioco con risposte originali e controcorrente” tratta il libro di Marigliano, “Immaginare l’infanzia”.
Il presidente Beseghi ha accennato anche al futuro: “Puntiamo su un progetto di ampio respiro. E cioè di farci portavoce e promotori, nel dialogo con le istituzioni governative, di una lista di libri eccellenti. Insomma di un strumento prezioso di orientamento e di conoscenza nel mare magnum della produzione editoriale per ragazzi come già fatto in Europa, in particolare in Francia e in Inghilterra. Si tratta di un programma per salvare ‘la qualità’ del libro per bambini sempre più sommerso dalla commercializzazione.” L’espressione “mare magnum”, aggiungiamo per inciso, ci richiama il sito di una straordinaria miniera romana di libri anche rari raggiungibile on-line.
Ibby Camp a Lampedusa, Deborah Soria la seconda da sin.
Dai paradossi italiani all’appello finale
Potevano mancare i paradossi tipici della realtà italiana? Certamente no, e non li omettiamo.
Il primo è che il maggiore problema non è una presunta scarsa notorietà dei nostri autori all’estero: “I migliori sono stati tradotti (dalla Pitzorno alla Silvani alla De Mari eccetera). E molti passi si stanno facendo. L’assurdo – denuncia chiaramente Emy Beseghi – è proprio il contrario. Innocenti, conosciuto in tutto il mondo, è arrivato in Italia con un grave, incomprensibile, imbarazzante ritardo. Lo stesso vale per Beatrice Alemagna, che si è affermata prima in Francia poi in Italia”. Chi conosceva da noi il cognome di Beatrice prima dei successi francesi se non per il famoso panettone? E chi quello di Innocenti se non per l’intervistatrice di “Anno Zero” a fianco di Santoro, prima autocandidatasi con coraggio ma nell’indifferenza dei media alla segreteria giovanile del PD?
Eppure Roberto Innocenti è addirittura il vincitore dell’“H.C. Andersen Award”, che abbiano citato come Nobel della letteratura per l’infanzia, Oscar dell’immaginazione infantile, il culmine.
L’Ibby a Lampedusa, le operatrici si preparano
Torniamo ora alla festa conviviale dei 40 anni di nozze, che ci ha aperto il mondo dell’Ibby, dipanatasi tra le portate nei grandi piatti assortiti delle “Grugnole” e le musiche del bravo cantante al quale si è aggiunta la voce sorprendente di un’invitata speciale che l’anfitrione ci ha fatto trovare vicina di posto alla cena: è Giulietta Cavallo, conosciuta lo scorso Natale alla mostra dei presepi di San Carlo al Corso a Roma.Nel servizio sulla mostra parlammo della sua arte di Maestro del presepe siciliano, qui dobbiamo parlare della sua arte canora, non solo nel siciliano “Sciuri, sciuri…”, ma nel personalissimo “Uomo in frack”, fino ai classici napoletani interpretati con sobria maestria e raffinate quanto originali modulazioni vocali da “Dicitencello vuje” a “O surdato nnammurato”.
Non è mancato il ballo della mattonella aperto dagli sposi raggianti Dilys e Ciro – Nino per determinati parenti e amici – e divenuto subito corale, e le melodie ci hanno fatto dimenticare per un po’ la traccia su cui lo spirito giornalistico ci aveva portato. Ma non potevamo andare via senza cercare di parlare con l’indaffarata Deborah Soria, la figlia degli “sposi”, riferimento per l’Ibby Italia del cui Consiglio direttivo fa parte.
L’Ibby a Lampedusa, in piena attività con i piccoli migranti
Sono bastate poche parole, ci ha raccontato quando nel settembre 2008 accompagnò Roberto Innocenti a Copenaghen, per l’Award, la felicità nel vederlo sommerso dai festeggiamenti all’estero di persone commosse, vere fan che lo conoscevano bene; poi la delusione del rientro in Italia nel deserto dell’indifferenza e dell’anonimato. Eppure l’alto riconoscimento a Innocenti veniva dopo 40 anni quello a Gianni Rodari e senza l’ombra di favoritismi, non c’erano italiani nella giuria. Nel ricevere il premio ricordò questo isolamento dal suo paese in aggiunta a quello dell’impegno artistico: “Il mio è un mestiere solitario, quasi monastico – disse – Per molte ore al giorno, quando lavoro, mi faccio domande, proposte, ipotesi e mi rispondo da solo, ottenendo fra i molti dubbi, piccole certezze”. Ma dopo il tormento l’estasi di aprire il mondo agli occhi dei lettori.
La ciliegina sulla torta – dopo quella degli “sposi” con brindisi e confetti – è stata la notizia che Deborah ci ha dato: mentre all’estero le varie Ibby nazionali godono di contributi pubblici, in Italia neppure un euro, è un’organizzazione non governativa che vive di volontariato e contributi dei soli soci privati. Per questo invitiamo a unire idealmente ma concretamente la propria “busta” a quella degli invitati alla festa con un contributo che può essere trasmesso all’Iban bancario indicato all’inizio, oppure con l’iscrizione che richiede una modesta quota annuale. Partecipando così a un’opera meritevole si darebbe uno schiaffo morale alla latitanza delle risposte pubbliche alle iniziative per la cultura. Latitanza scandalosa dinanzi all’invereconda dispersione di risorse da parte della “casta” che privilegia i giornali e giornaletti, politici e più o meno fantasmi, gettando al vento contributi miliardari per centinaia di milioni di euro che potrebbero avere ben diversa destinazione.
L’Ibby a Lampedusa, un lato della struttura con le parole di Nelson Mandela
Ne abbiamo pubblicato per la terza volta la lista in occasione della recente manifestazione di Piazza Navonacontro i tagli alla cultura e agli organismi culturali decretati dalla manovra economica a senso unico. Invece di ripubblicarla una quarta volta invitiamo i lettori a consultarla tenendo a mente i nomi dei giornali. Adriano Celentano ha scritto del grande potere nelle mani del pubblico dinanzi ai soprusi cui deve ribellarsi, questo è uno dei più odiosi: “fare lo sciopero del video”, diceva, qui è il caso dello “sciopero della lettura”: non leggere quei giornali che in modo inverecondo sottraggono risorse alla cultura incamerandole senza merito. Ce ne sono altri più degni, così capiranno: purtroppo resteranno in vita con i contributi ma almeno avranno una bella lezione.
Eppoi, il risparmio della rinuncia al loro acquisto si potrà impiegare nel sostegno dell’Ibby, per la promozione della lettura dei “young people” soprattutto nei paesi disagiati; e nella diffusione .dei nostri più validi narratori. Si potranno rinverdire i fasti del Gianni Rodariche tutti abbiamo amato. Intanto c’è Roberto Innocenti, il campione del mondo degli Awards. Può essere solo l’inizio.
Photo
Le immagini delle festa sono state perdute nel trasferimento dal sito originario, chiuso da anni, al sito attuale. Nel presenbte articolo sono state inserite immagini recentissime della Ibby, cui è dedicata la maggior parte del testo, tratte dal sito dell’Associazione, che si ringrazia; in chiusura una foto di Ciro Soria, sorpreso in un momento di relax
Ciro, sostenitore di Ibby dove “milita” la figlia Deborah .
Oggi, nell’indomani della pubblicazione del ricordo di Ciro Soria, anico carissimo e “uomo di mare” che ci ha lasciato un mese fa, ripubblichiamo la cronaca del viaggio indimenticabile del 2009 sulla sua imbarcazione “Luna” , meta l’annuale festa di Sant’Anna con il Palio dei Carri di Tespi sul mare di Ischia. Un viaggio il cui ricordo è ancora vivo per le qualità di Ciro il capitano, squisito nella sua ospitalità,, la bellezza della traversata e la manifestazione suggestiva vissuta molto da vicino; dell'”equipaggio” di due amici faceva parte Aldo Visco che ha tenuto l’orazione funebre al funerale nella chiesa di Santa Maria Regina Pacis. Lo rievochiamo in omaggio al carissimo Ciro con emozione mista ad autentica commozione sublimata nel segno della festa da lui sempre prediletta.
Ciro, il “capitano”, sale sulla sua “Luna” per il viaggio verso Ischia
Sotto il Castello Aragonese la 77ema Festa a mare agli scogli di Sant’Anna
Tra le tante Giornate “dedicate” di questi ultimi mesi – dalla Musica popolare a quella senza aggettivi, dalle diversità culturali alla cultura ebraica, dalle tante tematiche artistiche a quelle socio-economiche – ci mancava una giornata vissuta anche dall’interno e non solo come attenti cronisti. Un assaggio è stata la giornata della pastorizia, nell’annuale Fiera sulla montagna teramana della Laga, con un tempo da tregenda tra acquazzoni rovinosi e squarci di sole. Abbiamo voluto viverne un’altra, questa volta sul mare, la festa di Sant’Anna nell’isola d’Ischia; e viverla dall’interno per noi ha significato raggiungerla in barca a vela, per coglierne interamente lo spirito marino.
Partenza da Nettuno
Non si tratta di una semplice festa per un santo patrono, ma della Festa a mare agli scogli di Sant’Anna, che culmina nel palio marino di barche allegoriche e si conclude con l’esplosione di fuochi d’artificio fino all’“incendio” del Castello Aragonese, lo splendido maniero in cima all’isoletta-promontorio che domina lo specchio d’acqua nel quale si svolge la manifestazione.
Ve la raccontiamo tutta, compresa la navigazione su un bialbero di dodici metri dal nome “Luna”, insieme a tre esperti navigatori, Ciro il “comandante” con la moglie inglese Dilys a dare il tocco internazionale, e due amici ben assortiti, Aldo e Beppe, il cui imbarazzante cognome di Grillo dà il tocco dell’imprevedibilità e della fantasia, benché sia un “vice-comandante” metodico e riflessivo.
Il promontorio del Monte Circeo
La navigazione da Nettuno a Ischia
Partenza da Nettuno a motore perché il mare è “forza quattro” e sarebbe più lungo bordeggiare di bolina con il vento contrario. Però viene issata anche una vela, rende la barca più stabile; la velocità è minima, quasi da jogging, sembra di andare sulle montagne russe. Si resiste al mal di mare, basta non scendere sottocoperta e mettere sotto i denti una galletta ai primi fastidi. D’altra parte, se si va in mare non dispiace sentirlo accanirsi sui fianchi dell’imbarcazione mentre la prua fende le onde tagliandole come una spada. E’ bello spostarsi nella parte anteriore, non si ha dinanzi la sagoma delle sartie con l’imponente albero maestro, pur nelle dimensioni contenute di un tredici metri; sembra di essere su una canoa, e allora non si sente più lo scuotimento dei cavalloni, prevale la lama che penetra nel burro dell’acqua marina.
Ponza
Il sole non si sente affatto, la brezza neutralizza il calore ma non la forza dei suoi raggi. Ovviamente abbiamo dimenticato la crema solare protezione 30 che avevamo acquistato con inutile preveggenza, Aldo sopperisce con la sua, però è a protezione 4, ma è meglio di niente. Fa comunque il suo dovere, a sera non dobbiamo cospargerci di limone per rinfrescare le scottature, anche perché al momento opportuno una provvidenziale maglietta ha aiutato la crema solare.
Il Monte Circeo si staglia tra mare e cielo, sembra un’isola, per noi è familiare, non pensiamo affatto ad Ulisse e alla Maga Circe. Però una spontanea associazione di idee da appassionati dannunziani ci fa ripensare alla crociera che il Poeta fece sul veliero “Fantasia” di Edoardo Scarfoglio, “dalle immense vele”, per sbarcare in Grecia e raggiungere il Pireo a cavallo. Non abbiamo “immense vele” né c’è l’immaginifico, e noi cinque non somigliamo neppure al cenacolo dannunziano di Francavilla a mare, non ci sono artisti. Però come il “porfiriogenito” innamorato del mare al punto di immaginarsi nato su una barca dalle vele color porpora, si interrogava poeticamente “perché non sono anch’io coi miei pastori?”, chi scrive ha portato sull’imbarcazione il cappellino bianco con la figurina verde della pecora nella visiera della Fiera della pastorizia. Un modo per sentire riunite la testa di Camoscio e la coda di Sirena che sono il sigillo d’Abruzzo, “la regione verde d’Europa” che ora richiama anche le acque marine oltre ai boschi secolari.
Palmarola
La prima tappa è l’isola di Ponza, ed ecco comparire Palmarola alla sua destra, poi anche Zannone a sinistra. Ponza sta al centro, dall’avvistamento all’attracco il tempo è lunghissimo, non passa mai, i contorni dell’isola sono sempre più definiti finché entriamo nella cala Feola. La natura vulcanica è evidente nelle coste scoscese di pomice e altro materiale lavico. Si squaderna dinanzi a noi un fondale di villette arrampicate sulla collina a picco sul mare, ma senza eccessivi addensamenti, sono raggruppate in piccole strisce edificate, in orizzontale e in verticale, poi tanto verde. Sembrano le note di un pentagramma quando cala la notte e si accendono le luci.
La cena sottocoperta nel piccolo cabinato è un’esperienza da vivere. Nella tavola imbandita spicca un casuale tricolore, il verde dei peperoni arrosto, il bianco della bufala campana, il rosso dei pomidoro, sembra che il vano ristretto si allarghi e diventi un salone. Sarà l’appetito o le traveggole dopo una giornata di mare mosso?
Zannone
Presto l’ambiente si trasforma in un dormitorio ben organizzato, due camere doppie a prua e a poppa, una al centro più due letti a castello. Ci sono otto posti, noi siamo cinque, la cortesia del comandante Ciro mi assegna l’intera cabina di prua, la “suite imperiale” dice. Non sa di farmi un regalo maggiore di quello che pensa, perché c’è un lucernario dal quale si vede il cielo. Anche questa volta chi scrive pensa in grande, l’associazione di idee è addirittura con il viaggio di Darwin intorno al mondo, quando dalla sua cuccetta, in realtà un’amaca sospesa sopra al tavolo del vano soggiorno dell’imbarcazione, ammirava il cielo notturno dal lucernario. Certo l’alloggio qui è migliore, una piccola cabina, ma non si può sperare di vedere la Croce del Sud. Neppure il cielo trapunto di .stelle di Pietracamela – il pensiero torna ancora alla montagna – qui è lattiginoso con una timida falce di luna. Per immaginare le stelle basta socchiudere gli occhi e guardare le luci delle abitazioni inerpicate sulla costa e quelle in cima agli alberi delle barche nella rada. Dipende dal “cappello delle isole”, la cappa di umidità genera una foschia attraverso la quale le stelle si intravedono sbiadite.
Sosta notturna della “Luna”
Risveglio all’alba, partenza di buon’ora dopo la ricca colazione a base di un’ottima marmellata portata da Beppe, è di sua produzione. La foschia si è stesa sul mare, l’orizzonte non “s’imporpora”, il mare traslucido come l’argento assorbe i raggi del sole sempre più luminosi. Costeggiamo l’isoletta Gavia, ieri era un puntino ora sembra grandissima, per l’effetto della prospettiva sul mare si moltiplica. Nessun’isola all’orizzonte, non ci sono più i riferimenti visivi di ieri, ma il Gps oltre all’esperienza del comandante Ciro non crea problemi. Lo si vede anche quando il motore si arresta all’improvviso. Nella bonaccia in cui ci troviamo oggi, al contrario di ieri, si riaffacciano i fantasmi dei romanzi di navigazione con il veliero bloccato per giorni interi. E la nostra meta? Nessun timore, basta spurgare l’aria dal condotto del gasolio, si elimina la bolla e la navigazione riprende; pensiamo che purtroppo non è così facile per gli esseri umani colpiti dall’embolia.
Ventotene
Scacciamo il pensiero fastidioso, senza un alito di vento il mare è una tavola che però si muove trasversalmente, un’onda lunga parallela alla rotta, ma il leggero moto ondulatorio è ben più sopportabile del violento moto sussultorio di ieri. Dovremmo essere presso Ventotene, anche se non si vede per la foschia, il visore del quadro comandi non può sbagliare; infatti appare una sagoma sfumata appena percettibile dalla forma caratteristica dell’isola. E’ tutto semplice, Ciro che si è alternato al timone con Beppe e Aldo, lo lascia alla signora Dilys, anche lei esperta, l’unico incompetente è chi scrive, del resto il reporter non è protagonista diretto degli eventi, li registra.
La “Luna” si avicina a Procida
E così navighiamo verso Procida, Ischia è a un tiro di schioppo. La costa è molto più estesa di quanto pensavamo, e lo vedremo ancora di più quando la circumnavigheremo. Appare come un fondale teatrale il maestoso Castello Aragonese, su un’isoletta-promontorio unita da un ponte. Ma vi torneremo. Ci sorprende la vicina Vivara, una piccola isola collegata a Procida con un vecchio ponte ora non agibile, parco naturale incontaminato tutto verde e rocce a picco sul mare.
Ecco Procida con il promontorio e il carcere, la cupola e un addensarsi di abitazioni che non disturbano, sono le antiche case dei pescatori, l’insediamento umano è ormai incorporato nella natura che trionfa tutt’intorno. Per oggi le emozioni sono bastate, si getta l’ancora, il capitano e i due secondi, per così dire, sono impegnati nell’operazione.
Procida
Scendiamo a terra, ecco finalmente la crema protezione 30, ma ormai non serve più. Tuttavia “melius abundare quam deficere”, servirà quando riprenderemo la navigazione. Le melanzane ed altri cibi compaiono sulla tavola, Ciro è un impareggiabile anfitrione, aiutato da Beppe e Aldo. I due veri passeggeri sono chi scrive e la signora Dilys. Con Ciro, tutto preso dal ruolo di comandante, si parla della navigazione e dei luoghi che ben conosce, con Aldo e Beppe si spazia anche su altri temi, dall’attualità alla cultura, il tempo non passa mai e quando la barca oscilla non si può leggere, si rischierebbe il mal di mare, è possibile soltanto parlare, e neppure troppo.
Ischia Porto
La visita al Castello Aragonese
Nuovo risveglio di buonora, si va ad Ischia, la nostra meta. Giriamo di nuovo intorno all’isoletta-promontorio del Castello Aragonese, questa volta lo circumnavighiamo completamente, siamo impressionati dalla maestosità, è un tutt’uno con la rupe rocciosa in una fantasmagorica simbiosi nella natura. Mura imponenti circondano il promontorio, non sono megalitiche date le minori dimensioni delle pietre rispetto alle opere millenarie, ma l’effetto è il medesimo; spiccano nel verde mediterraneo su più livelli. E anche le costruzioni, che spesso si confondono con loro, si inerpicano su più ripiani fino a identificarsi anche con la rupe su cui sono state edificate, la incorporano o ne sono incorporate nelle forme, nei volumi e nei colori perfettamente integrati. E poi il Castello è uno spettacolo, i segni del tempo si intravedono nelle aperture buie, ma da lontano sembra intatto.
La “Luna” alla fonda, si scende a terra
Siamo alla fonda nella rada dove ci sarà la manifestazione, occorre calare l’ancora alla giusta distanza dalle altre imbarcazioni, viene “ammainato” un canotto a motore, altra operazione attenta e meticolosa che impegna l’intero “equipaggio”, cioè i tre prima nominati. I due “passeggeri” assistono, e chi scrive lo fa con gratitudine perché il canotto è tutto per sbarcarlo a terra, precisamente ai piedi del Castello dov’è la tribuna della stampa per assistere al Palio marino.
La giornata è ancora lunga, niente di meglio che visitare il Castello dopo averlo tanto ammirato girandoci intorno lungo la costa. Dall’interno l’imponenza è confermata nella cinta di mura, che si percorrono lungo vialetti perfettamente tenuti tra il verde mediterraneo con belvedere mozzafiato da ogni lato della piccola isola: c’è il lato a picco su verde e mare incontaminato senza neppure una barca, e i lati che pullulano di barche alla fonda o in transito. Riconosciamo la barca di Ciro con gli occupanti, dall’alto sembra un modellino per la prospettiva. La fotografiamo, sarà un bel ricordo.
Il Castello Aragonese
Quanto entusiasma l’esterno del Castello, tanto delude l’interno, per il semplice motivo che non c’è. Nel lungo elenco di siti indicati all’ingresso manca la residenza degli Aragonesi, il maschio del Castello, che ne è il cuore, che è tutto. Sapremo soltanto dopo che non è agibile, gli arredi e le opere d’arte furono portati al museo di Napoli, i due fratelli che lo acquistarono in un’asta dei primi del Novecento indetta dal Demanio che l’aveva lasciato in abbandono, hanno fatto già molto a restaurarne una parte. Che sono le “dependance”, pregevoli soltanto per la vista altrettanto mozzafiato che dalle mura; mentre la chiesa semidiroccata con la cupola ancora riconoscibile è senza dubbio suggestiva, come lo sono gli angoli merlati per la difesa.
La delusione viene superata dalla “scoperta”, sulla via dell’uscita, della grande cripta gentilizia costituita da un ambiente centrale con volte a crociera circondato da sette cappelle con volte a botte, e decorato da una serie di affreschi trecenteschi di scuola giottesca, deteriorati ma di notevole pregio, con immagini di santi; uno dei quali da prendere a simbolo dell’ignoranza umana, anzi disumana, reca incisi i nomi dei giovani che hanno voluto imprimervi la propria abissale incultura e insensibilità. La cripta fu individuata per caso dietro un muro di mattoni e aperta dieci anni fa. Suggestione opposta rispetto a quella dei panorami, ma non minore; la semioscurità, le volte a crociera e ciò che si vede fanno sentire tutto il fascino dell’antico, arte e storia ancora unite.
L’interno del Castello, la Cripta
E quando usciamo “a riveder le stelle” ci troviamo di nuovo nel buio, in un tunnel scavato nella roccia; un’altra suggestione trovarsi all’improvviso nell’oscurità in un luogo rutilante di luce. Un buio che segue quello della ragione evocato dall’esposizione degli strumenti di tortura, una vera mostra tematica dell’orrore così completa e documentata nei particolari da far rabbrividire. Però, a parte i luoghi appena citati nelle opposte configurazioni di luce e di oscurità, la visita al Castello delude non per il suo contenuto effettivo, ma per le aspettative. Basterebbe precisarlo all’ingresso che la parte più consistente, la residenza aragonese, non è accessibile oppure, e sarebbe la cosa ovviamente migliore, fare uno sforzo in più: restaurare anche quella parte, ovviamente con l’intervento dello Stato che potrebbe poi rivalersi sulla gestione.
La miopia del Demanio privatizzò un secolo fa questo bene culturale di valore inestimabile; ma il concorso e l’associazione dei privati è il fulcro della nuova strategia di valorizzazione dei beni culturali presentata con grande rilievo dal presidente del Consiglio e dal nuovo Direttore Generale Mario Resca, che proprio nel settore privato ha dato prova di grandi capacità manageriali. E’ una sfida da lanciare, convinti come siamo della validità di questa strategia e delle capacità di realizzarla in chi ne ha avuto l’onore e l’onere con una così solenne investitura. L’identificazione con l’isoletta- promontorio ne fa l’equivalente di un “Palazzo Ducale” di Urbino, purtroppo questo di Ischia ha perduto la ricchezza e la magnificenza, riacquistasse almeno l’agibilità e la visibilità, passando da rudere pur interessante e significativo a testimonianza viva ed eloquente.
Gli affreschi del Castello
Il parallelo è meno ardito di quanto possa sembrare, anche il Castello Aragonese per lungo tempo è stato un palazzo-città. Nella rocca si rifugiavano in migliaia, soprattutto dopo l’eruzione del Monte Trippodi del 1331; ancora di più dopo che Alfonso d’Aragona ricostruì il vecchio maschio angioino e realizzò le poderose mura e fortificazioni entro le quali il popolo di Ischia trovò rifugio e protezione dalle scorrerie dei pirati. Alla fine del XVI secolo la rocca arrivò ad ospitare circa 1900 famiglie, l’intera popolazione dell’isola, e solo dopo il 1750, cessato il pericolo, la gente cominciò a scendere nella piana e a formare gli abitati sulle coste in prossimità delle bellissime insenature con accesso al mare. Fu una scelta oculata, nel 1809 gli inglesi assediarono la rocca tenuta dai francesi e la distrussero a cannonate. Poi fu sede di luoghi di pena dei Borboni. Nel 1912 la vendita.
Si è fatta sera, ci affrettiamo a occupare il nostro posto in tribuna, dopo una rapida pizza in uno dei tanti locali caratteristici di questo lato dell’Isola, il comune Ischia Ponte. Ridente, come gli altri numerosi approdi – elegante quello di Sant’Angelo, caratteristico quello di Forio – questo, però, si colloca nella dimensione creata dal Castello Aragonese, dove la storia è in simbiosi con la natura.
Il Palio dei Carri di Tespi, “Storia della Sambuca” di Casamicciola
Il Palio sul mare della festa di Sant’Anna
E’ un’antica festa propiziatoria per le partorienti, che dura da 77 anni, prima le barche raggiungevano la chiesetta di Cartaromana addobbate con ghirlande di fiori e festoni di frutta, ora si presentano all’insegna della fantasia e si misurano in una gara d’arte e di bellezza per conquistare il palio, uno stendardo simbolico dipinto da un pittore locale. “E’una delle manifestazioni più importanti sotto il profilo culturale e storico della nostra isola, le cui origini sono antichissime – ha scritto il sindaco di Ischia Giuseppe Ferrandino.- uno spettacolo di quelli che forse oggi diventano sempre più rari, che non teme di far uscire dal ‘cilindro magico’ di tutto, colori, suoni, forme, per incantare il pubblico”.
La cornice d’eccezione è data dal Castello, un fondale che dà un’incredibile suggestione, è indescrivibile. Viene tenuto sgombro lo specchio d’acqua antistante, delimitato dal ponte, un insolito palcoscenico dove si esibiranno le straordinarie protagoniste di una vera e propria rappresentazione teatrale: le barche allegoriche realizzate in mesi di prove e di lavoro sulla spinta di un’antica tradizione e delle rivalità di campanile che porta con sé, in realtà piattaforme galleggianti sopra le quali è stata costruita una scenografia completa. Più tardi ci sarà la gara, si animeranno.
“La Nuova Assunta” di Serrara Fontana,
Una platea di natanti e motoscafi, yacht e panfili , con qualche barchetta, è assiepata ai bordi del “palcoscenico”. Avremmo voluto restare sulla barca come i compagni di navigazione, per immedesimarci meglio, ma la visuale sarebbe stata incerta, niente a che fare rispetto alla tribuna, per questo siamo scesi a terra. E già abbiamo avuto un vantaggio, abbiamo visitato il Castello, altri ne verranno con gli incontri che faremo, e ne daremo conto.
Ora il Castello è illuminato da una luce discreta, che rimbalza sulla severa facciata con le finestre che disegnano dei grandi buchi neri, avvolge le mura sempre più simili a una cintura protettiva, mentre il verde mediterraneo rimane come macchia scura appena lambita dal chiarore. Spicca come un Castello d’If inaccessibile, una Torre di Babele che si alza verso il cielo alla pari di un vulcano.
“Il matrimonio diVittoria Colonna e Ferante di Avalos“, Ischia Ponte
A bordo vasca, per così dire, un palco da dove un cantante isolano, Nick Pantalone, aiuta a ingannare l’attesa con le sue melodie, affiancato da una volenterosa cabarettista locale. E poi la presentatrice che farà un’appassionata radiocronaca della serata. Tutto ben organizzato.
Il nostro posto di osservazione è davvero privilegiato, siamo nell’area della stampa dietro la Giuria. Però ci spostiamo in avanti e prendiamo posto alla destra dell’artista autore del Palio, il giovane pittore Massimo Venia, che ci mostra il dipinto sul suo telefonino, lo vediamo anche nello stendardo poco lontano. Rappresenta una cascata di fuochi d’artificio che si solleva dal mare, come in effetti avverrà, ha voluto raffigurare il “clou” della festa, i fuochi; noi vi troviamo qualcosa di più, la delicatezza del tratto delinea forme delicate, stellari, quasi simboli religiosi che rimandano alla cupola diroccata in alto nel Castello, una sintesi di valori, dunque, anche spirituali. Accoglie compiaciuto la nostra interpretazione e insieme attendiamo l’inizio della sfilata delle barche in gara.
“Bar internazionale Maria” di Forio
In realtà è una sfilata di carri su enormi zattere, in passato hanno partecipato anche i maestri d’ascia del Carnevale di Viareggio, fuori concorso. Ma è riduttivo definirli così, sono altrettanti Carri di Tespi che si presentano uno dopo l’altro sul proscenio di un set di sogno per mostrare le loro coreografie in una rappresentazione teatrale muta, in un confronto a distanza serrato. La componente artistica non viene trascurata, i bozzetti sono stati esposti nell’isola, il migliore avrà il premio Funiciello, la scenografia prescelta avrà il premio Nerone, l’arguto soprannome di un personaggio locale entrato con Funiciello nella storia della festa di Sant’Anna, furono i primi a passare dalle barche con frasche e ghirlande a zattere con figurazioni, poi a fare le gare.
I carri sono cinque, manca solo Barano tra i comuni dell’Isola, in passato c’è stata anche Procida, fortissima; quest’anno problemi e dissidi vari ne hanno impedito la partecipazione. Assistiamo alla sfilata, lentissima e tuttavia avvincente; nel giro intorno ai bordi dello specchio d’acqua che fa il set in movimento sul mare si attende che si avvicini al massimo per coglierne tutti i particolari.
la sfilata del Carro di Forio vincitore
L’inizio è in sordina, con la “Storia della Sambuca” di Casamicciola, il comune rimasto nell’immaginario collettivo per il catastrofico terremoto nel quale rimase sepolto ma per fortuna si salvò, anche Benedetto Croce. Il soggetto presentato non fa nulla per allontanare il brutto ricordo, anche se richiama la Dolce vita; infatti la Sambuca, evocata visivamente da una gigantesca bottiglia galleggiante con due grandi bicchieri ai lati e davanti scene di vita mondana, non è fatta per suscitare particolari entusiasmi, anche se ideata e prodotta da un personaggio del luogo, quindi è stato giusto ricordarla, pur se la resa scenica è modesta. Il pubblico rimane freddo, nonostante la calda serata.
Viene accolta meglio “La storia del pesce Filippo” di Lacco Ameno, una fiaba animata, di quelle fatte per spaventare i bambini affinché non siano avventati, una sorta di Cappuccetto rosso che viene preso da un pesce invece che da un lupo, fino all’arrivo provvidenziale del cacciatore, pardon, dell’angelo salvatore, con il lieto fine assicurato. Le piccole mongolfiere rosse che si innalzano, a sorpresa, dal carro, ne sollevano, ma non più di tanto, le sorti, che sembrano segnate, un buon piazzamento e nulla più.
uno scorcio della tribuna e delle barche alla fonda
Con “La Nuova Assunta” di Serrara Fontana, comune arrampicato sulla scogliera che vede il mare dall’alto, sembra realizzarsi il miracolo della Svizzera di Alinghi nella Coppa America, l’unica nazione non bagnata dalle acque che ha vinto il trofeo marinaro per eccellenza, un ossimoro mondiale. Qui l’ossimoro si preannuncia isolano; questo carro, che fa pensare all’audacia di un varo dalla montagna, sembra non avere rivali. Il veliero è un capolavoro, perfetta la riproduzione delle sartie, suggestiva la scenografia con la vedetta in coffa, la ciurma che fa “ammuina” in un’esplosione di vitalità napoletana coinvolgente, tra un teatro di marionette e un Masaniello marittimo. Anche l’autore del Palio al nostro fianco lo vede virtualmente issato su quel pennone. Il successo è travolgente.
Ma non si deve precipitare il giudizio, le vie per toccare il cuore sono infinite, e le due barche successive propongono scenografie che puntano sull’emozione piuttosto che sulla tecnica.
Le luci della manifestazione
Scivola verso di noi il carro di Ischia Ponte, la località in cui ci troviamo, gioca in casa ma va dato onore al merito. E’ come se la chiesa diroccata del Castello sopra di noi si specchiasse sul mare miracolosamente ricostruita con la sua cupola. Questo per celebrare, con la cornice di pubblico che merita, “Il matrimonio di Vittoria Colonna e Ferrante di Avalos”, avvenuto 500 anni prima, una delle storie edificanti e torbide del castello. Gli sposi sono davanti all’altare, dietro l’officiante nella solennità degli abiti talari e della mitria, intorno i dignitari in costume e il popolo. La scena incute soggezione per la sua compostezza, fino all’irrompere dei giullari e dei saltimbanchi che intrecciano le loro acrobazie nello scatenarsi della festa rinascimentale.
Non c’è tempo di riprendersi dalla sorpresa che arriva l’ultimo carro, mentre quello precedente termina lentamente il suo lungo giro seguito ancora dagli sguardi degli spettatori. E’ il “Bar internazionale Maria” di Forio,“un angolo di Paradiso”, due modeste casette da pensione estiva, una di colore rosa; avventori, e scene di vita dignitosa, quanto ha assicurato per decenni il Bar Maria nel comune di Forio. E’ la proprietaria l’invisibile artefice e protagonista della magnifica accoglienza e del delizioso soggiorno ad artisti, pittori, e a tanti altri personaggi. Generale è il rimpianto, la sua scomparsa si intuisce dai grandi ventagli che scendono avanti alle casette; c’è malinconia e non oblio, la memoria è nella grande fotografia di Maria che una mongolfiera porta in alto nel cielo.
Un’esistenza semplice e virtuosa, evocativa di un tempo trascorso si contrappone alla ritualità sacrale e nobiliare di personaggi d’antico lignaggio, entrambe competono con la vitalità di una Piedigrotta sul mare a bordo del veliero così acclamato. Prevarrà il sentimento, la storia o la vita?
L'”incendio” del Castello Aragonese
Lina Sastri, seduta dinanzi a noi, non ha dubbi, è per il sentimento. Raffinata e sensibile come sempre, ha toccato gli animi con il breve intermezzo di “’O surdato ‘nnamurato”; mentre il cantante lo intonava dal palco un intervistatore in tribuna le ha porto il microfono e dopo molte insistenze l’ha convinta, mentre la canzone scorreva; è entrata in contrappunto con il cantante, poche note accorate che sono andate dritte al cuore, come quelle della Magnani nella “Sciantosa”, un sigillo di arte e di napoletanità. Vorrebbe dire la sua preferenza nel giro di opinioni finale sulla festa, non può, non deve. Si è schierata e attende il verdetto senza speranze, il veliero sembra imbattibile.
I risultati della gara, il Palio è andato al sentimento
Ma ecco i risultati cominciando dall’ultima, la Sanbuca, e non poteva essere altrimenti. E’ una sorpresa che la storia di Tommaso abbia sopravanzato il matrimonio al Castello, ma ora l’interesse è sui primi due. Viene proclamato il secondo, è il veliero, la Sastri capisce a volo chi è il vincitore ed esulta, la sua è un’esplosione di entusiasmo mentre la giuria viene coperta di fischi. Ha vinto il sentimento che si legge negli occhi febbrili della delicata attrice, l’allegria nella vita può attendere. Certamente la fotografia di Maria portata in cielo dalla mongolfiera ha avuto il suo peso, i voti di differenza sono stati solo due, 42 a 40, un battito di ciglia forse inumidite dall’evocazione celeste.
L’avvampare dell'”incendio” del Castello dal cielo al mare
Il contrasto tra pubblico e giuria è stato rumoroso – anche se al veliero viene assegnato uno dei premi- satellite, il “Premio Nerone” – ma non quanto i fuochi artificiali a chiusura di ognuna delle cinque esibizioni per scatenarsi al termine nell’apoteosi finale. Dopo i fuochi verso il cielo dai carri, questi vanno insolitamente in orizzontale, verso la tribuna, come ventagli monocromatici a forma di corolle e di piante che si aprono, di stelle e di delicati arabeschi, quasi che il Palio dipinto si fosse acceso di luci; alternati con esplosioni a grappolo nel tripudio di colori di una Piedigrotta spumeggiante sul mare. I cui riflessi moltiplicavano l’effetto mentre il Castello si incendiava di rosso, quasi a rivaleggiare con Nerone evocato dal premio di consolazione, avvampando dal cielo al mare. Quando tutto è finito lo spettacolo del Castello che si staglia superbo su un proscenio di barche anch’esse illuminate su un mare tornato d’argento, non ha eguali, tanto più in una serata in cui arte e cultura hanno attinto alla tradizione.
Questo vuol dire valorizzare ambiente naturale e storia locale mantenendo viva una memoria popolare che è insieme identità di un nobile passato e garanzia per il futuro. C’è anche Giampiero Mughini, in un settore alla nostra destra, non resistiamo a chiedergli un commento, l’indomani presenterà a Lacco Ameno il suo “Gli anni della peggio gioventù”. Non si smentisce, ha l’inconfondibile verve che conosciamo: “Uno spettacolo vivace e raffinato in un posto straordinario, si è spremuto dalla natura e dalla storia, dalla cultura e dalla serata, tutto quello che si è potuto spremere”.
Anche a Lina Sastri chiediamo un commento, la risposta è in carattere con la sua sensibilità: “Una manifestazione popolare, tanta gente che partecipa significa che vuol essere coinvolta con la propria terra, con le proprie radici”.
I fuochi d’artisficio di chiusura
Queste parole fanno pensare, ed allora avanziamo una modesta proposta, nata dalla profonda impressione provata per quanto abbiamo visto. Perché non farne uno spettacolo itinerante- tale era il Carro di Tespi – per non bruciare in una sola serata, per quanto indimenticabile, tanto impegno ed energia, tanta inventiva e tanta arte? Le isole partenopee, e perché no, la costa campana, potrebbero moltiplicare le serate, farne momenti significativi di quella “circolazione delle attività culturali” che è uno degli strumenti della politica di valorizzazione del patrimonio artistico del paese. E abbiamo già detto come il bene culturale del Castello Aragonese potrebbe essere a sua volta valorizzato, con l’effetto moltiplicativo della sinergia con la natura, la storia e la tradizione.
Lina Sastri dovrebbe esserne l’ineguagliabile madrina, e siamo certi ne sarebbe entusiasta, come lo è stata all’annuncio del risultato dopo aver seguito l’intero spettacolo con totale immedesimazione.
I Carri di Tespi del mare potrebbero essere quelli di Ischia, nei suoi sei comuni, che hanno l’antica tradizione di Sant’Anna. Ma pensiamo a cosa potrebbe nascere se si aggiungessero quelli delle altre isole, Procida già ha partecipato in passato, ma poi ci sono Capri e Ponza, Ventotene e le altre isole, per non parlare delle perle della costa napoletana. Non solo “piazze” estive per gli spettacoli turistici, ma possibili protagoniste di grandi rappresentazioni sul mare con i loro scenari naturali tanto suggestivi. In un campionato estivo, come le coppe calcistiche; con eliminatorie e finali.
Crediamo che a Lina Sastri anche questa prospettiva piacerebbe senz’altro.
Sulla via del ritorno (in un viaggio successivo)
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Le immagini delle località incontrate lungo il viaggio e del Palio dei Carri di Tespi alla Festa di Sant’Anna ad Ischia del 2009 – andate perdute quelle originarie nel trasferimento dell’articolo dal sito chiuso a quello attuale – sono tratte dai siti web seguenti, di cui si ringraziano i titolari, precisando che sono inserite a puro scopo illustrativo senza alcun intento di natura commerciale o pubblicitaria, e se la pubblicazione di alcune di esse non fosse gradita dai titolari dei diritti basta comunicarlo che saranno immediatamente eliminate. I siti web sono i seguenti in ordine di tema e di inserimento: per le località lungo la traversata: Nettuno e-borghi.com, Monte Circeo nauticareport.it, Ponza visitgaeta.it, Palmarola tripadvisor.it , Zannone planetmountain.com, Ventotene latitudeslife.com, Procida italia.it, Ischia Porto ischialike.com; per il Castello Aragonese, turismo.it, ischialike.com, castelloaragoneseischia.com; per le 7 immagini della festa, tutte ischiasky.it, cui va il merito di rendere disponibili le immagini del 2009; per l’incendio del Castello Aragonese, ischiablog.it, ischia.it, ischianews.it. Di nuovo grazie a tutti. Le foto delle località attraversate sono intervallate da alcune immagini della barca “Luna” nei diversi momenti descritti. In apertura, Ciro, il “capitano”, sale sulla sua “Luna” per il viaggio verso Ischia, seguono, la Partenza da Nettuno e Il promontorio del Monte Circeo, quindi Ponza e Palmarola, inoltre Zannone e Ventotene, continua, Procida e Porto d’Ischia, prosegue, Il Castello Aragonese; con ‘L’nterno del Castello, la Cripta e Gli affreschi del Castello; poi, Il Palio dei Carri di Tespi, “Storia della Sambuca” di Casamicciola, e “La Nuova Assunta” di Serrara Fontana, “Il matrimonio di Vittoria Colonna e Ferrante di Avalos” di Ischia Ponte, e “Bar internazionale Maria, un angolo di Paradiso” di Forio; prosegue, La sfilata del Carro di Forio vincitore e Uno scorcio della tribuna e delle barche alla fonda; poi, Le luci della manifestazione e L'”incendio” del Castello Aragonese; qundi, L’avvampare dell'”incendio” del Castello dal cielo al mare; inoltre, I fuochi pirotecnici di chiusura; infine, Sulla via del ritorno (in un viaggio successivo) e , in chiusura, Ciro, il “capitano”, al timone della sua “Luna”.
Ciro, il “capitano”, al timone della sua “Luna”
2 Responses to Ischia, festa di Sant’Anna, il palio dei Carri di Tespi
Romano Maria Levante 29 settembre 2009 a 17:28
Grazie, ma è tutto vero, è la cronaca fedele di un bel viaggio e di una bella festa sul mare, Mughini e Lina Sastri compresi.
Il 21 marzo Ciro Soria, per gli amici anche Nino, ha lasciato il nostro mondo, dopo un improvviso aggravarsi che ha colto di sorpresa chi lo aveva visto di recente in condizioni apparentemente buone. Da allora è trascorso un mese, è il trigesimo nel quale si tiene una cerimonia di ricordo; il nostro è un ricordo laico, legato però alla sua fede. Ecco il messaggio che da amico affezionato ho trasmesso al suo indirizzo e mail destinatario dell’infinità dei nostri contatti assidui e intensi, prima di uscire per recarmi al suo funerale al termine della mattina del 23 marzo scorso; nel quale l’amico di una vita Aldo Visco Gilardi ha tenuto l’orazione funebre che segue il mio messaggio.
tra due ore e mezza verrò a darti l’ultimo saluto con i tuoi familiari e amici che ti circonderanno di tutto il loro e nostro affetto; anche se non potranno venire Rosemary e Alberto e neppure Salvatore, ma sarò io a porgere il loro saluto memore e riconoscente, come lo è il mio.
Nella mia memoria una infinità di momenti anche molto diversi, ma sempre con la tua genuinità ed autenticità nei sentimenti e comportamenti, il tuo ardore negli impegni, il tuo coraggio nell’affrontare situazioni anche molto difficili e le inevitabili incomprensioni. Esserti stato di aiuto per quasi un quarto di secolo è per me una soddisfazione indicibile, perchè hai meritato tutta l’attenzione e considerazione possibile. E anche tu mi sei stato di aiuto quando occorreva la tua esperienza e competenza concreta in cose anche piccole ma significative per essere un punto di riferimento prezioso all’occorrenza, come per te io da semplice scrivano. Cercavo di moderare i tuoi sfoghi focosi in cui si esprimeva tutto il tuo essere, che non cercava compromessi ma il rispetto della verità e della giustizia.
Sono stati tanti i fronti in cui hai e abbiamo combattuto insieme, anche quelli più impensabili. Ricordo i tanti momenti distensivi, quando parlavi della tua passione per il mare, indimenticabili le due traversate con la tua “Luna” per Ventotene e Ischia, nel 2009 e 2010, ne diedi conto in due articoli sul mio sito on line; come la festa dei 40 anni del tuo matrimonio, oggetto di un altro mio articolo in cui parlavo dell’iniziativa benefica di tua figlia Deborah che vi era collegata come destinataria dei pensieri degli amici. Molti anni dopo mi dicesri con giustificato orgoglio che veniva intervistata e la sentii anch’io, parlava dell ‘iniziativa dei libri per i piccoli migranti di Lampedusa, veramente meritoria come lo è la destinazione benefica dell’ultimo omaggio alla tua persona.
Non posso nasconderti che mi sono sentito smarrito – oltre che addolorato anzi sconvolto per la perdita dell’amico di un quarto di secolo – e non solo per la riflessione anche personale sulla caducità della vita, date le circostanze in cui la notizia del tutto inattesa mi ha colpito come un fulmine a ciel sereno: un mese fa mi avevi telefonato in videochiamata insistendo perchè la attivassi e non rispondessi solo vocalmente come volevo fare non riuscendo a farla funzionare, finchè ci siamo parlati e soprattutto visti, anche con Rosemary, tu veramente florido in grande forma, ti abbiamo detto; avevi promesso che saresti venuto presto a trovarci, ora lo facciamo noi, Rosemary mio tramite sarà anch’essa in chiesa tra poco.
Lo smarrimento per la perdita del riferimento sicuro ad un amico sincero e generoso mi ha preso l’animo stringendomi il cuore. Poi ho visto il tuo ultimo saluto su Facebook: “A tutti gli amici dico: divertitevi il più possibile su questa terra e quando vi sarete stufati venitemi pure a trovare quassù, vi aspetto”. Non puoi immaginare quanto risultino consolatorie queste tue parole così sincere e genuine, ora che sei “lassù”!
E poi la poesia al nonno che “postasti” nel febbraio 2017 iin cui si descrive l'”uomo di mare” come se fossi tu ad essere descritto fino al saluto finale del viaggio estremo verso l’orizzonte. Ebbene, queste due “cose” veramente “tue” mi hanno ispirato il “post” che ti ho rivolto su Facebook dopo tanti tuoi “post” ai miei articoli con condivisioni entusiaste ed elogi da me immeritati frutto della tua generosità.
La sua imbarcazione “dal nome fatidico ‘Luna’”
Ti trascrivo di seguito il mio “post” di saluto: “Era il 9 febbraio 2017, Ciro condivideva, inserendola in questa sua pagina, la poesia di una nipote al nonno Fausto ‘grande appassionato e uomo di mare’ ricordando l’amico ‘con tanto affetto’. Una poesia che descrive Ciro nella sua nobiltà di ‘uomo di mare’, e nelle conclusioni che riportiamo inserendovi solo il suo nome al posto del ‘nonno’: ‘E ora Ciro ha levato l’ancora da questo mondo/ E come uomo di mare che si rispetti/ solca i cieli senza più limiti/ Adesso, libero da quei confini di umana natura/ è in rotta verso l’orizzonte/ E con il sorriso sulle labbra lo varcherà/ sospinto dalle onde verso un’altra avventura’: con la sua imbarcazione dal nome fatidico ‘Luna’ raggiungerà le stelle, e non soltanto le 5 alle quali era legato, ma tutte le stelle del firmamento. Così è bello ricordarlo, del resto il suo ultimo messaggio lo ha mandato da ‘quassù, con la serenità espressa dal suo sorriso che non dimenticheremo mai. Ciao, Ciro!”
Mi sento soltanto di aggiungere con tanta emozione, Ciao, Ciro, amico indimenticabile, ti immagino in un’altra dimensione, lassù in alto, con il tuo sorriso, la tua energia, la tua attività instancabile e generosa, la tua fiducia sconfinata. Sarai sempre presente nei nostri pensieri.
Romano con Rosemary, Alberto e anche Salvatore.
L’abside della chiesa Santa Maria Regina Pacis a Monteverde
Roma, 23 marzo 2023, ore 13,45, alle ore 15 l’inizio della funzione funebre.
Ore 15, la grande chiesa di Santa Maria Regina Pacis nel quartiere romano di Monteverde gremita, tanti hanno voluto dare a Ciro l’ultimo saluto. Al termine della messa, l’orazione funebre di uno degli amici più cari, un’amicizia che risale a 40 anni fa, è tra quelli che lo chiamano Nino: dall’alto del pulpito le parole che ne rievocano la figura nei suoi aspetti profondamente umani con la visione intimamente religiosa di Aldo Visco Gilardi, diacono in emeritazione della Chiesa valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi), che si è occupato dei rapporti con lo Stato e delle relazioni internazionali con Paesi di vari continenti, come Africa e America Latina.
NINO (Ciro Soria 17.06.1941 – 21.03.2023)
di Aldo Visco Gilardi
Dal Salmo 145: 8 Il SIGNORE è misericordioso e pieno di compassione, 14 Il SIGNORE sostiene tutti quelli che cadono e rialza tutti quelli che sono curvi. 15 Gli occhi di tutti sono rivolti a te, e tu dai loro il cibo a suo tempo. 16 Tu apri la tua mano, e dai cibo a volontà a tutti i viventi. 17 Il SIGNORE è giusto in tutte le sue vie e benevolo in tutte le sue opere. 18 Il SIGNORE è vicino a tutti quelli che lo invocano, a tutti quelli che lo invocano in verità. Salmo 23: 1 Salmo di Davide. Il SIGNORE è il mio pastore: nulla mi manca. 2 Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli, mi guida lungo le acque calme. 3 Egli mi ristora l’anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome. 4 Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, io non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza. 5 Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo; la mia coppa trabocca. 6 Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita; e io abiterò nella casa del SIGNORE per lunghi giorni.
La facciata della chiesa del funerale
Nino non era un santo. Nino era generoso.
Appoggiava volentieri iniziative ambientali (cfr. la destinazione di offerte in sua memoria a Legambiente) e umanitarie: a me, per esempio, mise a disposizione la sua esperienza di spedizioniere e il magazzino per l’organizzazione di alcuni container da mandare in Africa per la chiesa valdese. Era stato provato dalla vita: avviato dal padre autoritario ad un lavoro pesante da ragazzo, lavoro che l’ha reso robusto. La sofferenza per la perdita del fratello Paolo… Si lega da bambino a Lucione e alla sua famiglia Sabbadini. Lucio è l’amico fraterno con cui condivide molte esperienze di vita fino alla sua morte, avvenuta 13 anni fa, proprio in marzo. Nino ha avuto qualche disavventura sul piano lavorativo, non voluta, ma anche grandi soddisfazioni e consolazioni, tra le quali ha goduto l’affetto di una paziente moglie, Dilys, delle figlie Debora e Susanna e della nipote Elena. A modo suo era spiritoso, prova ne sia l’annuncio che lui dà della sua morte, che parafraso così: “Amici miei, godetevi la vita come ho fatto io, poi ci rivedremo!”
In uno dei suoi viaggi
Era un edonista. Amava la vita, il ballo, i viaggi per conoscere il mondo. Amava la compagnia di amici, familiari e conoscenti con cui non perdeva occasione di festeggiare in grande stile anniversari in luoghi pubblici, o la tradizionale festa di fine-inizio anno a casa propria, con un luculliano cenone, con l’enorme tacchino, sovrabbondante anche per la trentina di ospiti presenti, seguito dalla tombola e giochi a carte… La partecipazione di tanti amici, qui oggi, è dimostrazione dell’affetto che ha seminato. Il mare in tutte le sue manifestazioni era ed è il suo elemento, dove desidera siano sparse le sue ceneri, come avvenuto con Lucio. Amava la barca a vela, che fosse la Pacioccona o la Luna, le immersioni, la pesca, la buona ed essenziale cucina, che in barca doveva sporcare il minor numero di tegami possibile, e l’immancabile siesta pomeridiana sottocoperta, sdraiato sul pavimento su cui poggiava un giornale, per non sudare sulla moquette.
La “buona ed essenziale cucina” in barca
Aveva un’abilità manuale e meccanica straordinaria, per riparare da sé la barca. Curioso di natura, non perdeva occasione per cimentarsi in nuove avventure, come fare il vino o distillare le grappe, con l’aiuto di amici e collaboratori più recenti.
Non era un santo, ho detto. Chi può essere definito tale? Era anche tignoso, alquanto maschilista, a volte impietoso, il che non gli impediva di essere gentiluomo con il gentil sesso. Di due donne ha avuto rispetto costante: la madre e la sorella Ada, oltre che della moglie Dilys. Forse, il carattere contraddittorio era dovuto al suo segno zodiacale: Gemelli? Era combattivo, ma anche animoso, tenace e testardo, poco propenso alla mediazione e alla rinuncia. Purtroppo, questioni di interessi gli hanno fatto guastare i rapporti con amici di una vita e con familiari, mentre altre volte si è dovuto difendere da quelle che sentiva come prevaricazioni e ingiustizie.
Sulla “sua” barca, nel “suo” mare
Negli Evangeli, Gesù ci invita a risolvere le diatribe terrene finché siamo in vita sulla Terra, Matteo 18.18: “Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo.” Mi dispiace che Nino non abbia colto questa opportunità, pur volendolo, pare, tanto che aveva preparato una lettera risolutrice di una annosa questione familiare, ma la morte lo ha colto prima che potesse trasmetterla. In tal caso, mi sarebbe piaciuto leggere in questa occasione l’incontro di Gesù con Zaccheo (Luca 19, 1-10), il quale, ospitando Gesù, si redime riconoscendo e riparando ai suoi torti fatti. Ora, se ci sono ancora questioni in sospeso, il compito di risolverle sarà responsabilità di chi rimane. La morte segna un passaggio che può sembrare definitivo, ineluttabile… Ma non è l’ultimo atto, né l’ultima parola- Gesù è morto, ma è anche risorto. Il Signore, Dio di Amore, è misericordioso: a lui spetta la magnanimità e il giudizio!
Un piccolo impegno che è anche un momento di raccoglimento
Siamo fiduciosi, come il salmista, nella Sua clemenza (Salmo 25. 1, 6-11,16-18): 1 A te, o Eterno, io elevo l’anima mia. 2 Dio mio, in te mi confido; 6 Ricordati, o Eterno, delle tue compassioni e della tua bontà; perché sono eterne. 7 Non ricordarti dei peccati della mia gioventù, né delle mie trasgressioni; ricordati di me nella tua clemenza, per amore della tua bontà, o Eterno. 8 L’Eterno è buono e giusto; perciò insegnerà la via ai peccatori. 9 Guiderà i mansueti nella giustizia, insegnerà ai mansueti la sua via. 10 Tutti i sentieri dell’Eterno sono bontà e verità per quelli che osservano il suo patto e le sue testimonianze. 11 Per amor del tuo nome, o Eterno, perdona la mia iniquità, perché essa è grande. 16 Volgiti a me, e abbi pietà di me, perché io sono solo e afflitto. 17 Le angosce del mio cuore sono aumentate; tirami fuori delle mie angustie. 18 Vedi la mia afflizione e il mio affanno, e perdona tutti i miei peccati. Chi è in vita e si sia sentito da lui offeso, può ancora fare la sua parte perdonando, non portando rancore: il suo carattere impetuoso, talvolta, lo faceva reagire con degli eccessi a quelle che sentiva come ingiustizie. Facciamo noi ammenda, presso il Signore, delle sue mancanze (che non sono maggiori di quelle di tutti noi peccatori) e, per lui, chiediamo perdono a Dio! Rimaniamo con la certezza del messaggio del Cristo. che ci ha trasmesso Giovanni, l’Evangelista, in 14. 1-6: 1 “Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me! 2 Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, ve l’avrei detto; io vado a prepararvi un luogo; 3 E quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi; 4 e del dove io vado sapete anche la via”. 5 Tommaso gli disse: “Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo sapere la via?”. 6 Gesù gli disse: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.
Concludo con la preghiera al Signore che vi consoli, vi guidi e vi benedica, carissime Dilys, Debora, Susanna, Elena, e quanti tra noi soffra questo distacco! Vi voglio bene!
Si conclude la nostra narrazione della mostra di “Raul Dufy, ll pittore della gioia”, a Roma dal 14 ottobre 2022 al 26 febbraio 2023 a Palazzo Cipolla, promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, presidente Emmanuele F. M. Emanuele , realizzata da “Poema” con il supporto organizzativo di “Comediarting” e Arthemisia. A cura di Sophie Krebs con Nadia Chalbi, del Musèe d’Art moderne di Parigi, che hanno curato anche il Catalogo Skira.
“Autoritratto”, 1935.
Abbiamo già cercato di evidenziare le peculiarità di un artista definito “pittore della gioia” per la sua inesausta ricerca di quanto possa sollevare lo spirito nei più diversi ambienti e del modo migliore per rappresentarlo. E’ stata definita una “estetica nuova” e lo si è chiamato pittore “moderno-classico”, impegnato nell’approfondire il rapporto luce-colore, anche con soggiorni nelle località più adatte, e nel mettere in pratica le proprie scoperte.
La vasta galleria espositiva delle sue opere, articolata in 13 sezioni, ci ha portato prima in quelle realizzate sulle orme di Cézanne, soprattutto paesaggi urbani e rurali, poi nell’intimità delle bagnanti e delle modelle nel loro atelier, quindi nei paesaggi marittimi e nelle corse di cavalli, dove può registrare le scene di vita nel suo dichiarato interesse per questo motivo fondamentale. Ora passiamo alle sezioni successive dalla decorazione e la moda all’illustrazione dei libri e alla Fata elettricità, alla musica e al viaggio in Italia, con particolare riguardo alla Sicilia, al grano e ai fiori in uno straordinario eclettismo contenutistico ed espressivo.
DECORAZIONE: “Trent’anni o La vie en rose”, 1931
Le opere di natura decorativa-ornamentale
La “Decorazione”è un motivo peculiare dell’artista, da lui curato in quello che viene definito “un edonismo decorativo” da Stephane Laurent la quale precisa che a quel tempo non era ritenuta più un’”arte minore” come in passato, le avanguardie vi si dedicavano come reazione alle gerarchie accademiche dalle quali la decorazione era penalizzata. E Dufy, a posteriori, “sosterrà addirittura che la pittura fauve non è niente altro che ornamento, colore e arabeschi orientaleggianti”, e su questo concorda uno dei maestri, Matisse.
Alla decorazione fu introdotto dallo stilista Paul Poiret, che aveva una “maison” di moda, con il quale nel 1910 aprì un laboratorio di stampa su tessuto, la “Petit Usine”, che produsse per un anno soltanto, ma poi fu ingaggiato dalla seteria di Lione Bianchini-Férier dal 1912 al 1928 e si trasferì, dopo essersi sposato, a Montmartre nelle vicinanze della fabbrica in cui si svolgeva la produzione di tessuti da decorare in un atelier dove resterà fino alla fine. Erano tessuti presentati nelle sfilate di moda, di qui un altro lato.della sua attività artistica, la moda per la quale ideò una vastissima serie di costumi con le decorazioni in cui era maestro.
“La pesca (bozzetto per un tessuto”, 1919
Vi era un’ispirazione comune tra pitture su tela e su tessuti, con l’orientamento a una diffusione ampia in una sorta di “arte sociale”. Nei contenuti si ispirava alle scene di vita negli ambienti più frequentati, dalle sale da ballo agli ippodromi, dalle regate alla vita nelle località di villeggiatura, ai campi da tennis, le decorazioni erano disegni arabescati con forte cromatismi. Dal punto di vista tecnico si impegnava con le tecnologie più avanzate, dalla antica xilografia alla serigrafia e l’aerografo, alle schede perforate per riportare le decorazioni sui tessuti. “Alla fine – commenta la Laurent – è l’unico pittore della sua generazione a collaborare con l’industria, a vestire i panni di un vero e proprio designer”. Dal 1925 si immerse nel design dell’art decò sempre più diffusa, lavorando su decorazioni di oggetti di vari materiali, anche e soprattutto in maiolica smaltata, abbiamo piastrelle e vasi decorati con disegni di animali. Non mancano decorazioni monumentali come quella di 16 metri per una villa ispirate al “De rerum natura” di Lucrezio.
Sono esposte in mostra 26 opere ornamentali, “La pastorella”1912 su lino, “Studio per il parato Baccara” 1925 su carta, “Trent’anni o La vie en rose” 1931 su tela , altre 7 su tessuti intitolati alla Maison Bianchini- Férier dall’ocra e marrone molto tenui al blu e al rosso molto intensi, e 16 pergamene “gouache su carta”, di una straordinaria eleganza e varietà nel cromatismo molto intenso e nelle forme variegate, geometriche o arabescate, con tanti motivi: da “Il tennis” 1918 alle “Forme a zig zag” 1918-19 dai vegetali di diverse specie – come le “Zucche e i frutti” 1920 – alle “Conchiglie” 1924, dai “Vasi cinesi” 1925 ai “Motivi cinesi”, i “Triangoli”, le “Rose e fiori stilizzati” 1925-30, dai “Cerchi” 1928, ai “Monumenti di Parigi” 1929, agli “Uccelli” 1930.
“Il tennis”, 1918
Con gli anni ’20, la sua attività si estese alla “Moda” , con i costumi e la scenografia, sulla scia della decorazione. Tutto parte dalle illustrazioni del “Bestiario” di Apollinaire, che piacquero allo stilista Poiret – e meno all’autore del testo illustrato – dando avvio alla trasposizione per la propria Maison di moda. Nadia Chalbi – che ha curato la mostra con Sophie Krebs – ricorda: “Trasponendo la tecnica della xilografia in ambito tessile, scolpisce nel legno motivi figurativi stilizzati nello spirito del Bestiaire e studia con l’aiuto di un chimico tutte le fasi del processo produttivo, dalla scelta dei colori alla stampa”. Con questo procedimento “realizza parati ispirati a immagini popolari come La pastorella, disegna motivi floreali su sontuosi tessuti di seta, raso e velluto per la confezione di abiti e cappotti, e collabora all’organizzazione della festa ‘persiana’ ispirata alle Mille e una notte organizzata nell’abitazione privata dello stilista”. Viene descritta così un’altra delle tante vite artistiche di Dufy.
Sono esposti 8 Bozzetti di moda per la Maison Bianchini- Férier con “Abiti scuri per l’inverno” su eleganti siluette femminili, e una “Panoramica di abiti per l’estate“, alcuni di color rosso sfumato, sono 10 modelli allineati in un’unica “sfilata”, siamo nel 1920. Oltre ai modelli sono esposte 18 Fotografe di abiti indossati da modelle in diversi ambienti – in interni e all’esterno – realizzati su suoi disegni sempre per lo stilista Poiret su tessuti della Maison Bianchini-Férier, negli anni dal 1919 al 1926. Sono in bianco e nero con molte ombre che rendono scuro l’insieme, il contrario dei 7 disegni a inchiostro su carta, con i contorni di abiti appena delineati, quasi evanescenti, di un’indossatrice della Maison Poiret, sono “Studi per il parato. Le indossatrici alle corse” 1926. Vediamo anche “7 fogli di carta da lettere intestata alla maison Paul Poiret” nel1911, quando inizia la collaborazione.
MODA:”Bozzetti di moda, sete di Bianchini Férier disegnate da Raoul Dufy”, 1920
Della decorazione fa parte l’”Illustrazione dei libri” alla quale si dedicò con altrettanto impegno che nell’ornamento dei tessuti. Sembrava un campo poco adatto per chi voleva valorizzare la propria espressione pittorica, lo spiega Laurence Campa: “Il libro non è certo l’ambiente naturale dei pittori: scrigno di parole e immagini mentali organizzate da un altro, volume chiuso nelle biblioteche, non si offre con la stessa immediatezza di una tela o di un disegno incastonato nella sua cornice”. Ma divenne adatto a lui perché “offre mille combinazioni felici a chi ama la tipografia, l’incisione, la decorazione e la poesia. Come Raul Dufy”.
Il nostro artista, infatti, aveva una concezione diversa da quella comune, appena ricordata, secondo cui le illustrazioni sono in secondo piano rispetto alle parole scritte che devono evocare: “L’illustrazione non deve seguire il testo – disse nel 1948 – deve insinuarsi nella mente del lettore. L’illustrazione è un’analogia”. Ne ebbe una speciale predilezione nel suo eclettismo appassionato, ricorrendo soprattutto alla xilografia su legno.
ILLUSTRAZIONE DI LIBRI: “Le Paon”, illustrazione di Raoul Dufy di ‘Le Bestiaire’ di Guillaume Apollinaire
Non ripercorriamo le sue numerose esperienze illustrative e i relativi stretti contatti con i grandi scrittori e poeti dell’epoca, ci limitiamo a sottolineare come inizialmente troviamo delle xilografie del 2010, “La pesca” e “La caccia”, che preludono al “Bestiario” di Guillaume Apollinaire, illustrato nel 1911, dopo il rifiuto di Picasso, con figure di animali poi tradotte con grande successo sui tessuti di moda, come abbiamo detto sopra, e sui vasi di ceramica in una sinergia coinvolgente, vediamo esposta la grafica del “Pavone”.
Per Apollinaire quindici anni dopo il “Bestiario” abbiamo le illustrazioni di “”Le Poéte assassiné” 1926, è esposta la copertina rossa e 3 disegni molto scuri e addensati con dei velieri e dei campi. A metà nel tempo tra queste due illustrazioni quella per “Stephane Mallarmé, Madrigaux” 1920, vediamo 7 figure molto nitide e colorate sui singoli temi descritti nel testo.
FATA ELETTRICITA’ “Studio per ‘Centrale elettrica’”, 1936
Un posto a sé spetta alla“Fata elettricità”, una pittura murale di 600 metri realizzata in tempo record, tra il 1936 e il 1937, per l’Esposizione internazionale delle arti e delle tecniche applicate alla vita moderna, per la quale fece una apposita ricerca sulle fonti e gli impieghi dell’elettricità e sugli scienziati e ricercatori, vi inserì un centinaio di figure. Realizzò 250 pannelli di 2 x 1,20 m. dagli schizzi e disegni in scala minore, veramente tantissimi, fece anche un dipinto in scala 1 a 10. Vediamo una spettacolare riproduzione lunga 6 metri a olio su tela della “Fata elettricità” in un cromatismo variegato con le tante figure che si muovono tra le installazioni, e 2 studi anch’essi colorati, gouache su carta per “Centrale elettrica” e “Paesaggio”; e anche 13 Bozzetti a inchiostro su carta per i personaggi. Siamo nel 1936, lo fermerà solo un’artrite reumatoide che inizia proprio allora a tormentarlo.
La gioia in altre espressioni, dalla Musica a viaggio in Italia, fino ai Fiori
Dopo tante immagini di vita spensierata e operosa nei più diversi ambienti, che esprimono la sua volontà di ricercare la gioia nelle diverse situazioni, vogliamo concludere con le sezioni in cui la gioia si esprime in modo diverso, cominciando con la “Musica” di cui era appassionato, veniva da una famiglia di musicisti.
MUSICA: Omaggio a Mozart”, 1945
Nei suoi inizi pittorici di stampo impressionista rappresenta l’”Orchestra di Le Havre” nel 1902 e un “Omaggio a Mozart” nel 1915, il primo di una serie; ma anche molto più avanti, negli anni ’40, sono suoi soggetti orchestre e compositori, balletti e strumenti musicali. Fino al 1952, un anno dalla morte, quando realizzò altri omaggi a grandi compositori in modo molto diverso dall’ultimo “Omaggio a Mozart” del 1945 che vediamo esposto, evocato con immagini dagli strumenti musicali alla partitura, alla casa natale, come osserva la Chalbi: “Questi motivi svaniscono negli ultimi omaggi a Bach e Debussy (1952) per lasciare spazio a un lirismo in cui i ritmi musicali della linea e le armonie cromatiche occupano interamente la scena”. Diceva: “Un quadro è una partitura orchestrale e l’osservatore stesso marca il ritmo della musica con l’ampiezza e la rapidità del suo sguardo”.
Spicca nlle sue evocazioni la figura di Arlecchino come simbolo dell’incontro tra musica e teatro nella Commedia dell’arte, è una maschera prediletta anche da Cézanne e Picasso. In mostra sono esposti 3 dipinti degli anni ’40: “Arlecchino e orchestra” 1940 in cui lo ritrae disteso addormentato con la mano sul violino, “Arlecchino con violino e ritratto di Berthe Reysz”1941-42, “L’Arlecchino” 1943 in piedi a braccia conserte su uno sfondo dal cromatismo molto intenso tra il pavimento rosso, la campagna verde e il cielo azzurro.
VIAGGIO IN ITALIA: “Paesaggio siciliano. Taormina”, 1923
Ma è “Il viaggio in Italia” , in particolare nel Sud – con l’immersione vitale nel sole mediterraneo e quella culturale nelle antichità – che ci sembra possa esprimere la gioia di trovarsi nell’ambiente preferito. Tra maggio e giugno del 2022 visitò Roma e Napoli – come Picasso – e soprattutto la Sicilia, da Catania e Caltagirone a Taormina. Non è stata solo vacanza, ecco cosa osserva la curatrice Krebs: “La luce densa e costante del Mediterraneo gli permette di semplificare la gamma cromatica e di studiare i rapporti tra i colori, ciò che chiama ‘colore-luce’.
Questo soprattutto in Sicilia, dove oltre al sole mediterraneo c’è l’antichità vivente nel mito di Ulisse che lo affascina. Tanto che dichiara: “Sono a Porto Ulisse, penso a Omero”. La Krebs aggiunge: “L’Etna gli richiama il frastuono della folgore di Zeus e il biancore dei marmi greci nella Valle dei Templi, di fronte all’azzurro del cielo e del mare, lo spinge all’allegoria. Quei panorami bucolici sembrano abitati da ninfe e divinità, mentre le piccole città aggrappate alle colline sono cariche di storia”.
“Il lavoro nei campi in Sicilia”, 1923
Lo vediamo nei dipinti sulla Sicilia realizzati dopo il viaggio, “Il teatro di Taormina” 1922 e “Paesaggio siciliano. Taormina” 1923 con in primo piano antiche colonne che fanno pensare anche a reminiscenze del Foro romano; e “Caltagirone. Paesaggio, veduta di un borgo siciliano” 1922-23, una delle “piccole città cariche di storia” citate dalla Krebs. Ma anche i “panorami bucolici”, come “Il lavoro dei campi in Sicilia” 1923 con una visione dall’alto invece della prospettiva orizzontale. Oltre a questi dipinti sono esposti 16 “Schizzi del Taccuino siciliano”, con pochi tratti a fissare luoghi e persone incontrate; il taccuino lo riprese 23 anni dopo, nel 1946, per illustrare la traduzione di Paul Valery delle “Bucoliche di Virgilio”, ma rimase allo stadio di progetto non realizzato.
“Il lavoro dei campi in Sicilia” sopra citato non è il solo dipinto esposto con questo soggetto, vediamo anche “Paesaggio meridionale con fichi d’India” del 1920, anteriore al viaggio, che ci prepara a un altro aspetto della sua pittura: l’attenzione alla campagna, con l’opera dell’uomo e la vita rurale, di un artista che abbiamo visto molto attratto da ambienti ben diversi, come le marine e i loro frequentatori, i luoghi e le occazioni della vita mondana.
“Caltagirone. Paesaggio. veduta di un borgo siciliano”, 1922-23
Questa attenzione si traduce in particolare nelle sue rappresentazioni aventi come soggetto “Il grano”,che vediamo in due opere con tale titolo , un Disegno punteggiato a penna su carta del 1922-23, e un Acquerello a due colori ocra-oro e verde del 1930 e addirittura in una Piastrella di ceramica intitolata “Spighe” del 1926. Ma a parte queste premesse, la sua attenzione si concentrò in particolare su campi di grano di Langres ai quali dedicò circa 50 vedute nelle estati 1933-36, in cui soggiornò in Normandia e nell’altipiano dilangres, ispirandosi anche a Van Gogh.
Vediamo “La mietitura a Langres” in 2 dipinti dallo stesso titolo e anno, il 1935, il primo schematico ed equilibrato con al centro la mietitrice a cavalli, a destra una verde quinta di alberi, sullo sfondo azzurro la città lontana, il grano dorato risplende; il secondo, più mosso ma altrettanto eloquente nella sua luce dorata, mostra in primo piano l’immagine della dea Cerere distesa nuda. Cerere diventerà soggetto esclusivo in “Ninfa distesa nel grano” 1938, nella stessa posa languida del quadro precedente, ad esprimere la condivisione della dea protettrice nella fatica del lavoro dei campi e nel meritato riposo.
IL GRANO: “La mietitura a Langres”, 1935
Del 1938 vediamo anche “La Senna, l’Oise e la Marna”, facente parte di un trittico della “Fata elettricità”, fiumi impersonati dalle Tre Grazie davanti a una distesa di spighe di grano con sullo sfondo un paesaggio con ponti e tralicci. Seguirà dal 1945 al 1953 la serie delle “Trebbiature”, dipinti, acquerelli, disegni. Così la Chaibi: “Questo ciclo, comprendente scene che descrivono la battitura del grano, l’azione dell’uomo e delle macchine integrata nel paesaggio, esalta le semplici gioie del lavoro nei campi e le ricchezze della natura fino a un ultimo quadro rimasto incompiuto alla morte del pittore”.
Dall’interesse per la vita nei campi e per il grano ai “Fiori e bouquet”, cui si è dedicato sin dalla fase iniziale del suo percorso artistico, nel periodo fauve e impressionista, pur se il loro impiego decorativo si è avuto quando lavorava per la Maison di Paul Poiret e l’impresa di tessuti Bianchini-Fèrier di cui abbiamo già parlato; e non solo, anche nell’illustrazione di libri. Vediamo 8 Acqueforti senza colore del 1930 delle 93 per il libro di Eugene Montfort, 8 Acquerelli molto colorati dei 12 per il libro di André Gide, 19 Incisioni su legno sulle 24 del libro di Roland Dorgalés uscito nel 1956, tre anni dopo la sua morte. Ma, come per il grano, il massimo impegno su questo soggetto si è avuto in occasione del lungo soggiorno presso un amico prima a Perpignan, poi a Vernet-les-Bains, nella campagna del Midi. E’ il 1941, sebbene l’artrite reumatoide lo tormenti sempre più, nel giardino d’inverno della residenza si immerge nella pittura dei fiori, ricorrendo per lo più all’acquerello in modo da seguite l’ispirazione senza disegni preparatori.
“La Senna, l’Oise e la Marna”, 1938
Diceva che “i fiori portano naturalmente i colori”, e “l’acquerello è forse la maniera di dipingere che lascia più libertà all’improvvisazione, è quasi immateriale”; per questo “è perfetto per le annotazioni rapide dal vero”. Lo vediamo dipingere fiori, nature morte e lavoro nei campi nei due anni successivi quando soggiorna presso un amico scrittore in un villaggio agricolo dell’alta Garonna, Montsaunés. Così la Chaibi: “…eccelle in questo esercizio in cui fioriture, arabeschi ed ellissi giocano da pari a pari con una tavolozza dalle sfumature infinite. Sa bene come ridurre all’essenziale i motivi vegetali, che si tratti delle fronde di una palma, del fogliame di un albero, di una spiga di grano o dei petali di una rosa”. La rosa è uno dei fiori preferiti, ma in generale prediligeva tutti i fiori di campo. Vediamo esposti 6 dipinti, 2 del 1942, “Le rose” e “Anemoni e tulipani”, poi “Le margherite” 1943, “Mazzi di iris e papaveri” 1948, “Fiori di campo” 1950, e“Bouquet campestre” del 1953, l’anno della morte.
FIORI: “Anemoni e tulipani” , 1942
Così termina il nostro viaggio ideale nell’”estetica nuova” dell’artista “moderno-classico” espressa in forme molteplici – di cui abbiamo cercato di dare conto – accomunate da uno speciale cromatismo frutto della ricerca del rapporto luce-colore anche con soggiorni appositi negli ambienti più adatti, e il Sud Italia è stato uno di questi.
Nella sua esplosione floreale possiamo sentire l’espressione autentica del “pittore della gioia” . La consideriamo una sorta di “inno alla gioia”, e come tale ci resta negli occhi mentre sentiamo echeggiare dinanzi alla visione di queste e delle altre sue opere esposte in mostra le note del pezzo di Beethowen, ripensando agli omaggi pittorici di Dufy per i grandi musicisti dell’epoca.
“Le margherite”, 1943
Info
Palazzo Cipolla, Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, via del Corso 320, Roma. Orario, tutti i giorni, tranne il lunedì chiuso, dalle ore 10 alle 20, la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso euro 10, ridotti euro 8 per under 26, over 65 e le categorie agevolate. Tel. 06.9837051, e mail: biglietteriapalazzocipolla@gmail.com.Catalogo “Dufy. Il pittore della gioia”, a cura di Sophie Krebs con Nadia Chalbi, Skira, ottobre 2022, pp. 250, bilingue italiano-inglese, formato 24,5 x 28,5. Il primo articolo è uscito in questo sito il 18 febbraio 2023. Cfr. i nostri articoli in questo sito per gli artisti citati: su Picasso 5, 25 dicembre 2017, 6 gennaio 2018, Cézanne 22, 31 dicembre 2013.
Photo
Le immagini delle opere di Dufy sono inserite nell’ordine in cui vengono commentate nel testo le sezioni della mostra che le espongono; esse sono tratte dal Catalogo della mostra, si ringrazia l’Editore Skira con i titolari dei diritti. Alle 16 immagini riportate nel precedente articolo relative alle sezioni ivi commentate seguono altre 16 immagini delle sezioni commentate in questo articolo. In apertura, “Autoritratto” 1935; seguono, DECORAZIONE: “Trent’anni o La vie en rose” 1931, “La pesca (bozzetto per un tessuto” 1919 e “Il tennis” 1918 ; quindi, MODA:“Bozzetti di moda, sete di Bianchini Férier disegnate da Raoul Dufy” 1920, e ILLUSTRAZIONE DI LIBRI: “Le Paon, illustrazione di Raoul Dufy di ‘Le Bestiaire’ di Guillaume Apollinaire; inoltre, FATA ELETTRICITA’: “Studio per ‘Centrale elettrica’” “ 1936, e MUSICA: “Omaggio a Mozart” 1945; ancora, VIAGGIO IN ITALIA: “Paesaggio siciliano. Taormina” 1923, “Il lavoro nei campi in Sicilia” 1923 e “Caltagirone.Paesaggio. veduta di un borgo siciliano” 1922-23; continua, IL GRANO: “La mietitura a Langres” 1935 e “La Senna, l’Oise e la Marna” 1938; infine, FIORI: “Anemoni e tulipani” 1942, “Le margherite” 1943 e, in chiusura, “Bouquet campestre” 1953.
La mostra di “Raul Dufy, ll pittore della gioia”, in corso a Roma dal 14 ottobre 2022 al 26 febbraio 2023 a Palazzo Cipolla, espone circa 100 dipinti e una sessantina di disegni, bozzetti e modelli, in 13 sezioni che ne documentano l’estrema versatilità nei contenuti all’interno di una rigorosa ricerca su luce e colore. La mostra è promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, presidente Emmanuele F. M. Emanuele , realizzata da “Poema” con il supporto organizzativo di “Comediarting” e Arthemisia. A cura di Sophie Krebs curatore generale del Musée d’Art moderne di Parigi, con Nadia Chalbi, responsabile delle mostre, hanno curato anche il Catalogo Skira.
“Auroritratto”, 1898 .
La vastissima esposizione di opere di Dufy è spettacolare: si passano in rassegna dipinti a forte impatto per la loro vivacità cromatica, uniti a disegni variamente colorati di decorazioni quanto mai raffinate ed elaborate fino a modelli di costumi variegati e rifiniti, a colori o in bianco e nero, nelle tecniche più diverse, olio e acquerello, xilografie e gouache, su carta e tessuto.“Il pittore della gioia” è stato chiamato, si arriva a tale definizione da questo caleidoscopio di colori e forme.
Torna a Roma dopo 40 anni dalla mostra che ci fu a Villa Medici, una delle tante “riscoperte” di Emmanuele F. M. Emanuele, citiamo tra gli altri, nell’ultimo decennio, per l’Italia Corrado Cagli ed Ennio Calabria, per l’Europa i CoBrA, per l’Est sovietico i Realismi Socialisti e Deineka. Ha promosso la mostra con il suo entusiasmo e la sua lungimiranza e ci dà subito segnali molto interessanti sui criteri artistici alla base di un itinerario pittorico così invitante. Intanto, anche per spiegare l’insufficiente considerazione per questo grande artista, osserva: “Spesso non compreso a fondo, a causa dell’apparente semplicità del suo tratto pittorico, che gli ha fatto non di rado attribuire la patente di superficialità e mondanità, Raoul Dufy in realtà ebbe una formazione articolata e complessa: fu inizialmente influenzato dall’impressionismo. Successivamente si accostò al fauvismo”.
DUFY E I MAESTRI: “Ballo del Moulin de la Galette”, 1939
Ed ecco il risultato: “La particolarità di Dufy consiste nel dissociare gradualmente nel corso della sua maturazione artistica il colore dal disegno, semplificando il più possibile: egli eludeva il soggetto dell’opera per una specie di propensione al principio dell’indeterminatezza, facendo sì che il segno si posasse sul colore con disinvoltura, mosso dalla pura gioia del dipingere”. Ancora più addentro alla sua espressione artistica: “Si può affermare che nell’estetica dell’artista francese la forma venisse prima del contenuto, e questa caratteristica probabilmente lo relegò a un ruolo di secondo piano in un periodo in cui l’impegno dichiarato … era un imperativo”. Con questa importante precisazione: “In realtà, sotto l’apparente semplicità delle forme di Dufy, vi erano un’elaborazione minuziosa, un’attenzione e una sensibilità fuori del comune, soprattutto la sua teoria che il colore servisse ai pittori per captare la luce”.
Nella sua ricerca artistica Dufy si trova nel bel mezzo della contrapposizione tra roubenisti e poussinisti, come ricorda la curatrice della mostra Sophie Krebs: per i primi – che si rifacevano a Roubens. Tiziano e Veronese – “il colore era altrettanto importante del disegno e della composizione in quanto capace di conferire verità ed emozione al soggetto rappresentato”; mentre i secondi, legati all’Accademia, “rivendicavano il primato del disegno e della composizione alla base dell’insegnamento accademico e ritenevano il contributo del colore puramente decorativo”. Un conflitto acceso, con implicazioni non solo tecniche ma anche filosofiche e sociologiche.
SULLE ORME DI CEZANNE: “Le regate”, 1907-08
Dufy risolve il conflitto tra colore da un lato e disegno-composizione dall’altro in modo pragmatico, basandosi sull’esperienza oltre le enunciazioni teoriche. Ecco le sue parole: “Quando parlo del colore, non parlo del colore della natura, ma dei colori della pittura, che sono le parole con cui formiamo il nostro linguaggio di pittori … Non pensiate che io confonda il colore con la pittura, ma dato che faccio del colore l’elemento creatore della luce, cosa che non va mai dimenticata, esso è, insieme al disegno, il grande fondatore della pittura, l’elemento chiave”.
Il colore, “insieme al disegno”, dunque: , così viene superata la contrapposizione tra due “elementi chiave” della pittura, e lo dimostra praticamente con una evoluzione che parte dall’impressionismo di Monet lasciato dopo l’emozione suscitata in lui da un quadro di Matisse, passando per le opere di Lorrain, fino a far suo l’insegnamento di Cèzanne: “il colore-luce costruisce la forma”; e “quando la ricchezza del colore è massima, la forma è al massimo della pienezza”.
“La terrazza sulla spiaggia”, 1907
Da Cézanne prende la “pennellata direzionale” che collega gli oggetti con il colore in modo da tenere insieme il soggetto principale del quadro e ciò che lo circonda: “Abbiamo l’albero, la panchina, la casa, ma ciò che mi interessa, la cosa più difficile, è ciò che sta intorno a questi oggetti. Come riuscire a tenere tutto insieme”. In altre parole la composizione che si aggiunge al colore e al disegno.
E’ un percorso il suo che, come Cézanne, lo ha visto ritrarre dal vero i soggetti ma non più come impressionista che coglie l’attimo fuggente bensì come osservatore attento che interpreta le forme rendendole geometriche e i colori riducendo la gamma cromatica, ricercando la sintesi tra colore e disegno in un estremo rigore compositivo.
“Paesaggio a Hyéres”, 1913
Non è solo – anche Braque dopo il cubismo si muove in questa direzione – ma soprrttutto si ispira agli antichi maestri, da Tiziano a Botticelli, a Renoir; e anche all’arte antica che conosce direttamente nel suo viaggio in Italia. “La cultura classica si insinuerà a poco a poco nella sua pittura – commenta la Krebs – I suoi ‘Omaggi a Lorrain’, una vasta serie inaugurata nel 1926, riuniscono diversi elementi : l’antichità, l’arte classica e la questione del colore-luce”, abbinamento che nasce dalla forte impressione suscitata in lui dalla luce mediterranea, che diventa la vera luce, “cruda e violenta”.
Ma Dufy, pur avendo queste fonti di ispirazione, mantiene una spiccata personalità e una peculiarità nell’associare disegno, colore e composizione, con un’ulteriore singolarità. E’ stato definito “cacciatore di immagini” per essersi dedicato alla rappresentazione delle più disparate situazioni, come specchio dei tempi da lui vissuti, dalle scene di vita alle decorazioni, dai paesaggi alle corse ippiche, dai bozzetti ai costumi teatrali, dalle bagnanti alle modelle. Ma non in una pedissequa riproduzione del reale, sia pure con l’associazione disegno-colore-composizione, bensì con forme spesso abbozzate e sproporzionate, lontane dalla prospettiva classica.
“La Jetée promenade a Nizza”, 1924-26
La sua viene definita “esplorazione lirica del mondo” da Brigitte Léal secondo la quale “in tutti i suoi quadri si ritrova invariabilmente un certo ritmo cadenzato , che struttura con dolcezza le composizioni. Abile arrangiatore, Dufy si preoccupa di bilanciare le linee rigorose della natura e delle strutture destinate allo svago … con il gioco abbagliante dei riflessi nell’acqua e nel cielo … Il talento gli permette di mettere insieme intere serie di vedute urbane e paesaggi brillantemente eseguiti, utilizzando inquadrature sempre più sofisticate in cui l’influenza della fotografia e del cinema gioca probabilmente un ruolo importante”.
In che modo avviene tutto questo? Seguendo le fonti di ispirazione pur in un approccio del tutto personale: “Nella grande tradizione della pittura en plein air praticata dagli artisti dell’Ottocento , esse gli permettono di coniugare l’occhio e la mano, il lavoro dal vero destinato a definire l’ambientazione topografica e quello realizzato in studio sul colore … ormai affrancato dai codici impressionisti il colore si distende in ampie campiture opache dalle tinte vivide e uniformi che donano alla tela l’aspetto di un affresco”. Ci si riferisce ad opere del 1906 quando “l’estetica fauve, che attiva le funzioni spaziali e decorative del colore, inizia a corrodere la granitica adesione di Dufy alla trascrizione figurativa della realtà”, comunque deformata. Successivamente le “apparenze figurative” restano limitate alla parte costruttiva della composizione, seguendo anche in questo Cézanne, verso una sempre maggiore astrazione basata sulla geometria.
BAGNANTI: “La grande bagnante”, 1914
L’evoluzione pittorica, mantenendo precisi riferimenti a Cézanne e non solo, è evidente. Per le opere del 1909-10 la Lèal osserva a conclusione del suo commento: “In quell’epoca, in coincidenza con l’avvento del cubismo di Braque e Picasso, Dufy ritorna ad un’estetica più decorativa ed elegante, satura di colore, che preannuncia il suo lavoro sui tessuti.”. Con questo spirito: “Senza mai rinunciare alla propria libertà, esplorerà fino in fondo l’estetica nuova, animato dal puro piacere di dipingere”. Tutto questo non solo in quadri con paesaggi e scene di vita rutilanti di colori, ma anche in decorazioni – specialmente quelle su tessuti – e illustrazioni di libri che rappresentano altre espressioni quanto mai spettacolari della sua intensa attività artistica.
La galleria espositiva: i dipinti di paesaggi e scene di vita
Ripercorriamo l’itinerario dell’artista attingendo, per le notizie e le citazioni, ai saggi e alle schede del ricco Catalogo da cui sono tratte anche le citazioni precedenti. Facciamo la sua conoscenza attraverso 4 “Autoritratti”, che lo ritraggono nel corso della vita, dalla giovinezza dei 21 anni, alla maturità di 43 e 58 anni, all’età anziana di 71 anni, a 5 anni dalla morte: sono immagini di un viso sempre pensoso, assorto, che non esprimono gioia ma riflessione. La gioia la troveremo nei suoi dipinti paesaggistici e ambientali, oltre che in quelli ornamentali. Intanto ecco i suoi omaggi ai Maestri del passato, da Claude Lorrain nel “Porto con veliero” 1935, a Toulouse Lautrec con il “Ballo del Moulin de la Galette” 1939, fino a Botticelli con “La nascita di Venere” 1940, aveva dai 58 ai 63 anni, a riprova di quanto continuasse ad essere profonda la loro influenza su di lui.
“Due bagnanti”, 1943-45
Ma immergiamoci nello speciale cromatismo dei suoi dipinti iniziando da quelli della sezione “Sulle orme di Cézanne¸ soprattutto paesaggi che iniziano con il “Paesaggio provenzale” 1905 – ancora linee morbide; con influsso impressionista – e si sviluppano nei paesaggi successivi alla morte di Cézanne, il grande maestro “padre di tutti noi” secondo cui si doveva “trattare la natura attraverso il cilindro e la sfera, il cono”, di qui le forme e i volumi diventano palesemente geometrici. Seguendo questo criterio dipinse gli stessi suoi soggetti, alberi dalle linee spezzate, case dalle forme cubiche e fabbriche stilizzate; e da aprile a novembre 2008, due anni dopo la morte di Cézanne, soggiornò anche lui nell’Estaque, analogamente a Braque che vi stette 4 mesi, da giugno a settembre.
Vediamo “Funivia all’Estaque” , “Alberi, case, statua”, “Battelli ormeggiati nel porto di Marsiglia”, tutti del 1908. Successivamente “Paesaggio dell’Estaque”e “L’Estaque” , del 1910, con lo stesso scorcio panoramico; un cromatismo molto più intenso nei due colori ocra e verde in “Veduta da una finestra aperta” 1908e “Paesaggio a Hyéres” 1913. Invece unica dominante verde cupo con figurazioni geometrico-architettoniche bianche in “Il giardino abbandonato” 1913 e “”Case e giardino”1915, con tendenza all’astrazione. Alcuni anni dopo più figurativi e con cromatismo variegato, come “Vence” 1919-20 . Tornano i volumi geometrici nelle “Nature morte”, altro genere caro a Cézanne, questa volta tondeggianti, con forti contrasti cromatici pur nell’armonizzazione di colori molto intensi.
ATELIER E MODELLE: “La modella”, 1933
Dalle nature morte passiamo alle scene di vita, nella “Terrazza nella spiaggia” 1907 e “Al caffe’” 1908, figure appena delineate ma che sprizzano vivacità in una atmosfera coinvolgente; diversa “La Jetée promenade a Nizza ” 1924-26, dove le figure viste da lontano sono composte in un ambiente austero. Ma la figura umana in primo piano è “La grande bagnante” 1914, un corpo statuario con forme che richiamano quelle cubiste ma sono alquanto arrotondate.
Ritroviamo le “Bagnanti” – tra le quali rientra di diritto “la grande bagnante” del 1914 – quasi venti anni dopo nel “Nudo con conchiglia” 1933, una figura con linee morbide in una sorta di monocromia ocra, a parte la conchiglia che tiene sollevata con la mano destra e il lenzuolo su cui è seduta di colore bianco-nero.
“Atelier di Perpignan, rue Jeanne d’Arc” , 1942
Dopo altri dieci anni la figura sembra addirittura sciogliersi nel mare verde con accennate onde bianche in cui le “Due bagnanti” 1943-45 fluttuano, per poi ricomporsi nei “Due nudi”, dello stesso anno, chiari su fondo scuro, di cui è sia pur vagamente ben definita la forma. Con “Nuotatrice rossa” 1925 e “Naiade” 1926 le forme femminili tornano tra le onde, meglio definite e addirittura leggiadre. Immagini dello stesso tipo nei “Vasi con bagnanti”, rispettivamente “su fondo giallo” nel 1926 e “su sfondo rosa” nel 1935, fino a “La coppa blu” del 1935.
Dopo le bagnanti troviamo altre figure femminili conturbanti nella sezione “Atelier e modelle”, allorché dalla pittura in “open air” era passato a prediligere la pittura in studio, nell’’intimità, come del resto è quella “rubata” alle bagnanti.
PAESAGGI MARITTIMI: “Festa nautica a Le Havre”, 1925
Sono figure a se stanti, come “Nudo su sfondo azzurro” e “Nudo disteso”, entrambi del 1930, dai contorni ben delineati, oppure inserite nell’ambiente come “La modella” 1933, seduta su un divano con mobili e quadri alle pareti. In “Atelier di Perpignan, rue Jeanne d’Arc” 1942, la modella è al centro dello studio del pittore con i cavalletti per le tele, mentre in ’”Atelier di Perpignan, ‘La freddolosa’” 1942, è evocata da una figura statuaria sulla sinistra; in altri 3 dipinti sono in grande evidenza le finestre, “Atelier con finestra” e “Atelier con torso”, entrambi del 1942 e con un manichino acefalo su un tavolo, mentre in “La consolle gialla con due finestre” queste sono addirittura il soggetto, siamo nel 1948, dello stesso anno “Coppa di frutta” su fondo rosso: l’artista ha 71 anni, morirà cinque anni dopo.
Le scene di vita collettiva tornano nei “Paesaggi marittimi”, a partire da “Festa nautica a Le Havre” 1925, in cui si distinguono appena le minuscole figure umane allineate in basso a destra in una composizione dominata dalla tante barche dei tipi più diversi che affollano il vasto mare. Invece spiccano in “Il molo di Honfleur” 1928, e “Case a Trouville”1932, nella tranquillità con cui passeggiano.
“Il molo di Honfleur”, 1928 “
Molto diversa la presenza di figure umane in due dipinti sulle regate: in “Regata con gabbiani” 1930 e “Henley, Regata a bandiere” 1935-52 si intravvedono appena sulle barche, a vela nel primo, a remi nel fondale imbandierato nel secondo, mentre in “Regata a Henley. I vogatori” sono in primo piano e occupano quasi l’intero dipinto 11 grandi figure nerborute ognuna con un remo in mano poggiato a terra, dietro di loro molto in piccolo si intravede una barca con i rematori. Vediamo anche solo le barche nel mare,“Velieri nel porto di Le Havre” 1925 e “Regate” 1935, mentre per l’ambiente a terra sono esposti “”Honfleur. Il molo o il faro” 1935 e “La spiaggia a Saint Adresse”, entrambi senza figure umane, ma si immaginano popolare rispettivamente la struttura portuale e quella balneare.
Regata con gabbiani”, 1930
La sezione “Corse e cavalli” conferma l’interesse alle scene di vita nei vari ambienti pur nella specificità dei luoghi rappresentati: frequentava gli ippodromi interessato all’umanità di chi li affollava più che alle corse che vi si svolgevano. E non solo gli ippodromi francesi, che vediamo rappresentati nel suoi dipinti del 1923-24, ma anche quelli inglesi nei periodi in cui soggiornò in Gran Bretagna dal 1930 al 1932. Vi fu introdotto dallo stilista Paul Poiret perché erano frequentati dall’élite, quindi si potevano trarre spunti interessanti dal pubblico in tribuna oltre che dall’animazione dell’insieme. E non solo, vi trovò l’ambiente ideale per i suoi esperimenti sul rapporto colore-luce. e colore, tanto che trovò il modo di illuminare i soggetti da entrambi i lati perché, affermò, “ogni oggetto ha il suo centro di luce”. In tal modo, precisava, “mi libero dal vincolo dell’imitazione e lascio campo libero all’immaginazione del colore”.
Dei 6 quadri esposti, 3 rappresentano l’insieme: in “La pesa” 1930, si vede e si sente l’animazione febbrile per tale operazione, “Corse a Epson” 1934, è una panoramica da molta distanza dell’intero complesso sportivo-mondano, “Ippodromo di Ascot” 1937-38 mostra in primo piano anche se quasi in dissolvenza, la società che lo frequentava. Altre 3 quadri rappresentano in primo piano i cavalli: “Il paddok” 1913, una sorta di scuderia con due cavalli, del 1930 “Cavalli da corsa” con 5 cavalli, di cui 3 visti di fronte e 2 di lato con in groppa i cavalieri, come se si preparassero ad allinearsi per la partenza, e infine “Cavalli al galoppo” con 2 cavalli lanciati in corsa sfrenata.
“La spiaggia a Saint Adresse, Le Havre”, s.d
Stephane Krebs racconta che questi quadri ebbero tanto successo tra i collezionisti che smise di produrli perché, diceva “non conta la storia ma il modo con cui viene raccontata”, cioè “la meccanica del mio metodo e la finalità della mia pittura piuttosto che l’aneddoto da cui traggono spunto i miei dipinti”. Nulla di semplicistico e di improvvisato, dunque, in Dufy, ma di molto elaborato e sentito.
La nostra carrellata delle sue opere è a metà strada, descriveremo prossimamente le opere decorative, quelle per la moda e le illustrazioni di libri, i quadri sulla Sicilia e sui campi di grano, infine i fiori. Sempre nella “gioia” di dipingere.
CORSE E CAVALLI: “Cavalli da corsa”, 1930
Info
Palazzo Cipolla, Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, via del Corso 320, Roma. Orario, tutti i giorni, tranne il lunedì chiuso, dalle ore 10 alle 20, la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso euro 10, ridotti euro 8 per under 26, over 65 e le categorie agevolate. Tel. 06.9837051, e mail: biglietteriapalazzocipolla@gmail.com. Catalogo “Dufy. Il pittore della gioia”, a cura di Sophie Krebs con Nadia Chalbi, Skira, ottobre 2022, pp. 250, bilingue italiano-inglese, formato 24,5 x 28,5. Il secondo articolo uscirà in questo sito il 22 febbraio 2023. Cfr. i nostri articoli in questo sito: per le mostre citate, su Corrado Cagli 5, 7, 9 dicembre 2019, Ennio Calabria 31 dicembre 2018, 4 e 10 gennaio 2019, CoBrA 17 e 24 marzo 2016, “Realismi socialisti” 25, 28, 31 dicembre 2011, Deineka, 26 novembre, 1° e 16 dicembre 2012; per gli artisti citati, su Matisse 23, 26 maggio 2015. Cézanne 22, 31 dicembre 2013, Tiziano 10, 15 maggio 2013, Impressionisti 5 febbraio 2016, Impressionisti e moderni 12, 18, 27 gennaio 2016, Cubisti 16 maggio 2013, Da Corot a Monet 27, 29 giugno 2010.
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Le immagini delle opere di Dufy sono inserite nell’ordine in cui vengono commentate nel testo le sezioni della mostra che le espongono; esse sono tratte dal Catalogo della mostra, si ringrazia l’Editore Skira con i titolari dei diritti. Alle 16 immagini riportate in questo articolo relative alle sezioni in esso commentate seguiranno nel prossimo articolo altre 16 immagini delle sezioni che vi saranno commentate. In apertura, “Auroritratto” 1898; segue DUFY E I MAESTRI: “Ballo del Moulin de la Galette” 1939; poi, SULLE ORME DI CEZANNE: “Le reegate” 1907-08 e “La terrazza sulla spiaggia” 1907; quindi, “Paesaggio a Hyéres” 1913 e “La Jetée promenade a Nizza” 1924-26; inoltre, BAGNANTI: “La grande bagnante” 1914 e “Due bagnanti” 1943-45; ancora, ATELIER E MODELLE: “La modella” 1933 e “Atelier di Perpignan, rue Jeanne d’Arc” 1942; continua, PAESAGGI MARITTIMI: “Festa nautica a Le Havre” 1925 e “Il molo di Honfleur” 1928; prosegue, “Regata con gabbiani” 1930 e “La spiaggia a Saint Adresse, Le Havre” s.d; infine, CORSE E CAVALLI: “Cavalli da corsa” 1930 e, in chiusura, : “Due cavalli al galoppo” 1930.
Ecco il secondo articolo che ripubblichiamo tal quale oggi 16 gennaio 2023 il giorno della scomparsa di Gina Lollobrigida, per rendere omaggio al suo percorso artistico che ha seguito l’itinerario al massimo livello nel mondo del cinema da grande diva e protagonista indimenticabile di film di grande successo. Dopo aver rievocato nel precedente articolo le sue realizzazioni nella scultura, ora ricordiamo quelle nella fotografia con la recensione alla sua mostra a Roma nel 2009 la cui lettura, come ebbe a telefonarci, l’aveva resa “felice”.. Lo ricordiamo con commozione ripetendo il nostro saluto memore e grato: buon viaggio, Gina.
Catalogo della mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, 2009
Con riferimento all’articolo pubblicato in data odierna su questo sito, dal titolo “Gina Lollobrigida, con Stefano Massini per l””utilità’ dell’arte, le sue sculture”, riproduciamo di seguito – con il medesimo titolo e l’identico testo, compreso un “post” di allora – la nostra recensione alla mostra del 2009 al Palazzo delle Esposizioni uscita sul sito giornalistico non più raggiungibile cultura.inabruzzo.it, di cui siamo stati corrispondenti da Roma fino alla sua chiusura nell’ottobre 2012 . Alla recensione seguìrono i contatti con la Lollobrigida che abbiamo rievocato nell’articolo e la sua testimonianza della voluta e pervicace omissione dei conduttori TV, in particolare in Rai, della sua attività artistica, cui reagiva invano. Dopo aver rievocato la sua arte di scultrice, per ricordare la sua arte fotografica abbiamo ritenuto – a parte i brevi cenni introduttivi al termine dell’articolo contestuale a questo – di rifarci alla mostra fotografica del 2009 al Palazzo delle Esposizioni che dava conto dei “50 anni” di fotografie, in un’attività iniziata nel 1959 nel pieno del successo nel cinema che lei volle lasciare all’inizio degli anni ’70 per dedicarsi totalmente all’arte, ma intanto poteva pubblicare nel 1972 il volume fotografico “Italia mia”, libro dell’anno e bestseller a livello mondiale. Illustriamo la recensione con qualche immagine di suoi servizi in Italia e all’estero e con molte fotografie in cui è ripresa con l’inseparabile macchina fotografica che punta verso i suoi soggetti; è la dimostrazione che anche da giovanissima la fotografia è stata la sua grande passione, oltre alla scultura della quale abbiamo dato una galleria di opere anche monumentali presentate nelle mostre in Italia e all’estero; al disegno e alla pittura propedeutici alle altre forme artistiche sono dedicate le immagini finali dalla mostra di Pietrasanta poste verso il termine del pòresente articolo.
Il giro del mondo in 250 scatti di un’artista poliedrica, genialità italica in una personalità ferrea
Non ce ne voglia Philippe Daverio, che ha curato la mostra “Gina Lollobrigida fotografa”, al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 25 giugno al 13 settembre 2009, se non collochiamo l’artista nella categoria dei “geniacci”, cioè di coloro che non solo hanno talento “per affrontare bene, anzi talvolta facilmente, l’opera che intendono intraprendere”, ma “affrontano tante imprese con talenti di volta in volta rinnovati”. Non chiameremmo “geniaccio” Leonardo, non chiameremo così la Lollobrigida, fatte le debite proporzioni naturalmente, anzi siamo tentati di utilizzare l’affettuosa abbreviazione che ne ha scandito la carriera cinematografica piuttosto che l’attributo dal suono sgradevole non confacente all’immagine che almeno la nostra generazione ha della diva nazionale; ma potremmo farlo se parlassimo solo della diva, non oggi che parliamo dell’artista a 360 gradi.
Gina Lollobrigida fotografa tra alcuni dei suoi scatti nel mondo
Il fuoco dell’arte e il mito della
bellezza nella grande diva
In lei troviamo molto di più e di diverso dell’improvvisazione tutta italiana
alimentata dal talento, della sbrigativa disinvoltura nel trovare soluzioni
brillanti, della capacità di avere colpi d’ala impensati. Troviamo una
professionalità caparbia che riesce a incanalare gli impulsi artistici in
molteplici discipline lasciandovi il segno con una costanza e una metodicità
non riscontrabile, non solo nel variegato ed effimero mondo dello spettacolo,
ma neppure nel “geniaccio”, bensì nell’artista il cui fuoco creativo non
conosce steccati di genere ma si manifesta a vasto raggio.
Avviene così anche nelle aziende di talento, se ci è consentito un ardito parallelo, quando nell’esercizio della normale attività, che resterà la principale, scoprono filoni di competenze e capacità, sono chiamati “la filiera del valore”, e li sviluppano portandoli ad un elevato livello come qualità intrinseca e competitività; e solo così sono vincenti, se la diversificazione è occasionale, frutto dell’improvvisazione di un “geniaccio” qualsiasi, è destinata ad essere transitoria e perdente. Da quanto detto fin qui si comprende che la mostra ci ha impressionato, e prima dell’esposizione fotografica il filmato che ripercorre l’attività principale e i filoni nei quali poi si è diversificata.
Non è solo la fotografia, e sarebbe
già molto per una diva che ha avuto per sé più di seimila copertine di
periodici nel mondo; c’è anche il disegno e soprattutto la scultura, l’arte
nella quale ha raggiunto livelli e riconoscimenti di eccellenza, dalla Francia
alla Russia, con mostre e premi prestigiosi; è l’amore più recente, nato da una
sua posa per una scultura di Manzù e sviluppatosi lungo la “filiera del valore”
che ha come denominatore comune l’arte e la passione.
E non la chiameremmo “passionaccia” – altro quasi dispregiativo che non ci piace, anche se gergale – ci perdoni Enrico Mentana che ha intitolato così la sua autobiografia – bensì applicazione costante illuminata dalla scintilla della genialità, metodica e non come un occasionale “colpo d’ala” se le sue sculture raggiungono anche i cinque metri di altezza, quindi non sono estemporanee. Del resto, fanno un tutt’uno con il talento di artista, a quel mondo si ispirano, alla leggiadria e alla bellezza.
Gina Lollobrigida, India, Bambini che giocano,
Ecco, forse è la bellezza l’elemento unificante della sua arte, un mito che ha saputo declinare in multiformi espressioni, dal cinema dove ne è stato il simbolo al disegno, i ritratti sono l’immagine del bello maschile e muliebre, alla scultura, nella quale lei stessa si libra in un’altra dimensione quasi volesse concedersi ancora al suo pubblico nel pieno della giovinezza e dell’espressione artistica e lasciare un’immagine imperitura nella materia oltre che nella pellicola e nella fantasia. Ultima e non ultima, anzi prima passione dopo l’arte cinematografica, la fotografia, anch’essa un filone della “catena del valore” nato dai suoi viaggi nel mondo e poi divenuto fondamentale.
Per fare tutto questo occorre
essere, come viene presentata nella mostra, dalla ”personalità ferrea,
viaggiatrice instancabile, vera e propria ‘femme forte’ della nostra epoca”; ed
avere capacità non comuni di apprendimento e di espressione. Daverio ricorda, e
nel filmato della mostra si può verificare direttamente, come i suoi grandi
successi in film inglesi e francesi non fossero doppiati, si era impadronita
delle due lingue alla perfezione, perdendo qualsiasi cadenza romanesca; e che
la sua arte pittorica, soprattutto scultorea, ha una lontana origine negli
studi all’Accademia delle Belle Arti di Roma, alla quale fu strappata dal
cinema, prima della spinta decisiva di Manzù, anche questo un segno della
capacità di apprendimento di un’arte che la Lollobrigida non ha mai messo da
parte. E’ l’opposto dell’imprevedibilità e dell’incostanza che accompagna la
versatilità del “geniaccio”.
Si tratta del fuoco dell’arte, alimentato da una genialità istintiva tutta italica in una personalità ferrea e illuminato dalla bellezza, che si esprime nelle forme più diverse, e la Lollobrigida ha saputo crearne di molteplici nelle quali ha continuato, in fondo, a esprimere quanto ha rappresentato nell’immaginario collettivo di più di una generazione, in Italia e nel mondo.
Gina Lollobrigida, reportage a Linosa tra i mafiosi,, una scena d’ambiente, estate 1971
L’arte della fotografia vista come immediata espressione di sentimenti
Parlando ora della Lollobrigida fotografa ci sentiamo di dire che interpreta se stessa, come nella scultura e nel disegno, si appropria della macchina da presa, per così dire, andando dall’altra parte dell’obiettivo. Non deve più sottostare alle scelte del regista, è lei a “dirigere” e neppure su tempi obbligati quanto prolungati una volta fatta la scelta del soggetto, come avviene per gli attori che diventano registi, spesso di altissimo valore, l’ultimo più grande è Clint Eastwood.
Certo, come dice Daverio, nella fotografia di ieri, ben diversa da quella digitale di oggi dove tutto è automatico, c’era una tecnica da imparare, fatta di tempi e di apertura del diaframma, di sensibilità delle pellicole e di esposizione del soggetto; ma per questo la personalità ferrea e la capacità di apprendimento della Lollobrigida non incontrava ostacoli, è stato il primo filone dove si è incanalata la sua genialità artistica fuori dal cinema, perché dal cinema derivava: “Un mestiere nato – è sempre Daverio, lo citiamo ancora e non per una riparazione – per chi viveva con la pellicola in movimento giocando con la pellicola ferma”. E ancora: “Il mestiere di ieri e quello d’oggi mantengono in comune lo stesso coinvolgimento dell’occhio che intuisce e del dito che scatta. La fotografia non è da vedere: é vedere. E vede solo chi guarda con attenzione, ponendo nello sguardo tutta la complessità del proprio carattere. E lei, che fu guardata moltissimo, ha guardato tanto”.
Gina Lollobrigida, 4 dei 16 mafiosi al confino, Linosa, estate 1971
Come ha guardato lo scrive lei stessa, sembra una confessione: “E’ un attimo che ci coglie di sorpresa; un attimo che si deve afferrare all’istante altrimenti è perduto per sempre. Si scopre così bellezza e desolazione. Si rubano sentimenti che non ci appartengono, si scopre un mondo sconosciuto”. E lo precisa: “Momenti di vita, di dolore, di amore, di serenità o di complicità. Vediamo ciò che altri non vedono, entriamo in un mondo che non è nostro, ma che subito ci appartiene”. E c’è anche del sentimento: “Uno scatto sarà sufficiente a far nascere un ricordo che ci illuminerà come una lezione di vita vissuta… in un solo istante nasce un’immagine, un’emozione che non ci abbandonerà mai più e che rimarrà fissata nell’eternità”.
Ed ecco come la vede ancora Daverio,
facendo quasi una sintesi dei contenuti delle 250 fotografie allineate nelle
molte sale e corridoi della mostra: “Ha guardato con un occhio carico d’affetto
un mondo italiano che c’era una volta e che non c’è più… ha guardato un mondo
più lontano ancora, quello che allora era oggettivamente esotico”.
Percorriamo questo mondo attraverso i 250 scatti cercando di “raccontarlo” come una storia, senza soluzione di continuità tra uno scatto e l’altro, senza diaframmi di tempo e di spazio, guardandolo attraverso gli occhi sgranati di un’artista innamorata della bellezza, intenerita dall’umanità.
Gina Lollobrigida, Angelo La Basrbera in un incnontro “ravvicinato” con un carabiniere, istatanea eccezionale, Linosa, estate 1971
Il mondo italiano che non c’è più
Questo, per la nostra artista, è “un mondo di allegrie povere, di vite minute
cariche di densità, come quelle che il cinema del dopoguerra tentava di
raccontare”. E al tempo delle foto c’erano ancora le propaggini di quel
periodo, l’eco lontana ma più vicina al mondo del cinema che la rifletteva.
Una fotografia neorealista, come il cinema che ha preceduto quello aperto e spensierato della Lollobrigida, ma senza la ricerca forzata del “colore locale” inteso come situazioni limite. Siamo in una sala tra cinquanta ingrandimenti, la maggior parte d’epoca, con immagini scanzonate come la famiglia Brambilla che sfila sulle due ruote di una “Vespa”, quattro persone a bordo; e il gatto a colori in un grande primo piano che mangia un piatto di pastasciutta con lo sfondo del Colosseo, e sotto altri gatti, questa volta in bianco e nero, all’interno dell’Anfiteatro Flavio. E due scatti veneziani a colori, l’opera d’arte della ricamatrice dei merletti di Burano e il casto nudo di una modella d’eccezione, Marisa Solinas sullo sfondo del canale e del ponte veneziano.
Di Roma, nelle foto d’epoca, c’è
Trinità dei Monti dietro un de Chirico che innaffia i fiori sul suo balcone
superpanoramico, e sullo sfondo della conturbante passeggiata di una “pin up” a
Piazza di Spagna; Mister OK nel suo tuffo di Capodanno dal ponte sul Tevere; e
anche il neorealismo, quello aperto alla speranza impersonato da De Sica con i
suoi sciuscià fotografati sorridenti, il gesto disperato del disoccupato che
minaccia di buttarsi e la drammatica congestione di ombrelli e ai lati di
macchine nello “sciopero giornaliero”, un’immagine angosciosa. A questa, che è
una delle poche scene di massa, fa da contraltare l’altra, il popolo di
Subbiaco, autorità e bambini in prima fila, in posa davanti alla propria
concittadina più illustre con l’orgoglio dipinto nei visi sorridenti.
Il ritratto di un Fellini pensoso ci ricorda il profilo di un Visconti quasi aggrondato, che abbiamo visto in un’altra stanza, ma per poco; subito ci colpisce un’immagine felliniana vicina, lo svolazzare di tonache rosse di preti sul ponte davanti a Castel Sant’Angelo, cui fa da “pendant” la foto in bianco e nero, più felliniana ancora, dei preti che si tirano palle di neve in piazza San Pietro, una doppia rarità, la neve a Roma quando arriva, come nel 1956, ispira canzoni tanto è eccezionale.
Gina Lollobrigida, il boss La Barbera con due mafiosi al confino, Linosa, estate 971
Neorealismo in due immagini opposte.
Il bacio dei giovani innamorati al crepuscolo dietro una colonna sull’Appia
Antica, “una volta la strada dell’amore” quando non era “impraticabile e
pericolosa“. E il bimbo disperso tra le macerie del terremoto, chissà se ha
perduto i genitori, l’interrogativo resta, immagine tremendamente attuale dopo
il rovinoso sisma aquilano. C’è anche un controluce da “Ladri di biciclette”,
il bambino ritrovato dal padre “appena in tempo”.
Con altri due suggestivi controluce in bianco e nero vogliamo concludere il racconto di questa sala dedicata all’Italia. L’immagine di Venezia nel ponte sospeso in secondo piano con un fascino tutto particolare, l’immagine di “Roma, il mio amore”, presa rasoterra con l’acciottolato della strada romana in primo piano, i due giovani che tenendosi per mano vanno verso l’antico arco, con i raggi del tramonto all’orizzonte di un’immagine sfiorata dalla luce e scolpita dal chiaroscuro. Un sigillo d’autore nella rappresentazione di due città in cui si riassume tanta Italia: Venezia e Roma.
Ma c’è anche il “reportage” inatteso, addirittura nell’isola di Linosa sui mafiosi al confino, con il boss La Barbera. Si presentà camuffata con un giaccone hippy, una parrucca e dei grossi occhiali da vista dalle lenti spesse, le guance rigonfie per dei posticci all’interno. Così irriconoscibile scatta il servizio, tra scene di desolazione ambientale le figure dei mafiosi, pericolosi anche se apparentemente acacttivanti. Siamo nell’estate 1971, il servizio entrerà l’anno dopo nel volume “Italia mia”.
Il mondo più lontano, dall’India alla Cina e al Giappone
La diva come la fotografa esce dal guscio, il giro del mondo protrattosi per decenni diventa più intenso con il diradarsi degli impegni cinematografici, intensissimi nella prima metà degli anni ’50 in Italia, poi estesi a livello internazionale e divenuti episodici dall’inizio degli anni ’70, sostituiti in qualche modo dagli scatti fotografici. Forse anche in questa compensazione può trovarsi la molla che ha spinto la diva a compiere la scelta opposta della Garbo per resistere all’offuscarsi del mito della bellezza e della fama. Non si è nascosta appartandosi in un anonimato voluto e forse sofferto; al contrario si è esposta al mondo continuando a curare la bellezza ma trasmutandola nell’arte.
Il volume fotografico sull’ìItalia, best seller mondiale, 1973
Perché è proprio la dimensione mondiale del “reportage” fotografico a dare la misura del suo valore, al di là delle singole opere, e Daverio ne dà una definizione appropriata: “Ci restituisce una documentazione vastissima, una sorta di archivio antropologico culturale della terra, vista con costante benevolenza, senza arroganza, con simpatia perenne”. Vogliamo raccontarlo.
I temi prediletti continuano ad essere quelli “italiani”, quasi una proiezione a livello mondiale di un neorealismo fotografico, la miseria e la solitudine, l’umanità e la semplicità. Il “colossal” era lontano dall’animo della fotografa, il “Salomone e la regina di Saba” dell’attrice è del lontano 1959.
L’India della Lollobrigida, siamo nel 1974-77, non è fatta di immagini corali, di scene di massa; ne dà una visione intimista, dall’interno, fatta di primi piani. Anche se si apre con il bel controluce dei raggi dietro le cupole di Nuova Delhi, prosegue con i poveri che dormono sui marciapiedi e stazionano ai margini delle strade, con le vacche sacre. Poi, dopo i volti del rude indiano e delle bimbe delicate, la scena si anima, siamo a Calcutta, con i bambini sui marciapiedi, i templi. Nelle rive del Gange, quelli che lei stessa chiama “gli ingressi dei templi affollati di umanità, i poveri”, ma sempre senza scene di massa. Il venditore d’acqua è carico di ombre, come Benares di notte, sembra una natura morta con figura umana. C’è una sorta di madonna indiana, in piedi con il bambino in braccio e il lungo velo che dalla testa scende sulle spalle, i colori pastello sono trafitti dai loro occhi spalancati, cosa guardano? Anche in questo mistero sta la bellezza. Segue il ritratto di due Sick sorridenti e dell’indiano aggrondato davanti a un elefante.
I colori esplodono nella bellissima
sagoma di donna in rosso con lungo mantello giallo e un fondo bicolore, in un
verde e un giallo alla Van Gogh, con un sottile tronco d’albero al centro; è un
cromatismo violento con la donna ripresa di spalle, chissà qual è il suo viso?
In primo piano frontale, invece, con pari resa cromatica, la ragazza del Taj
Mahal, il tempio che troviamo in un altro scatto, visto da un’apertura nella
grande vetrata. E poi il lavoro nei campi, un grande quadro a colori di un
piccolo gruppo di donne con leggeri canestri sotto il braccio e pesanti
mantelli.
Torna il bianco e nero nel tenero ritratto a mezzo busto della fanciulla con le treccine e soprattutto nelle tristi immagini della famiglia Gandhi, come quella in cui “Indira gioca con i nipotini nel giardino in cui sarà uccisa”. E poi Raijv con Sonia, l’unica sopravvissuta.
Foitografa tra un nugolo di fotografi
“L’ultimo scatto prima di lasciare
Benares, un’immagine che non dimenticherò mai” congeda dall’India con un
interrogativo: i poveri che si affollano al di fuori dei vetri dell’auto
nell’immagine presa dall’interno sono mendicanti, addirittura lebbrosi, o sono
soltanto persone che salutano? L’immagine è del 1976, non la dimenticheremo mai
neppure noi.
Ma cosa ci fa vedere di quella parte del mondo asiatico dai tratti somatici così diversi, la Cina e il Giappone? Non c’è la ricchezza di immagini che attendevamo, vista l’India e vista l’estensione e l’esotismo, ma non è questo che cerca la fotografa, forse non è terra di intimità e introspezione. Tuttavia sono pur sempre cospicue, prendono l’intera parete di un lungo corridoio, l’altra è dedicata alle Filippine.
Fotografata da un nugolo di fotografi
C’è la Shangai operosa e artistica
con le sue strade animate e le sale di danza, due ballerine che volteggiano
parallele; qualche scatto a Pechino e Canton, un vecchio molto espressivo con
gli occhiali inforcati che sobbalza sorpreso. Prevale ancora l’intimo e il
personale senza scene di massa anche se, come in India, siamo nell’alveare
umano, quindi con tante occasioni spettacolari che non vengono colte perché
l’interesse di fondo è la persona nella sua più intima umanità.
Così anche per Tokio, a parte la sfilata di una banda musicale, ma anche lì l’attenzione è sul bambino che ha eluso i controlli e si è infilato tra lo striscione e il corteo; in un altro scatto un bimbo ancora più piccolo si appoggia a una ringhiera in un angolo di marciapiede, una sorta di neorealismo in chiave nipponica. Mentre si sorride dinanzi ai lunghi capelli maschili sciorinati in un interno come tutti gli altri semplice e disadorno. E non mancano i lottatori, lo sport nazionale, curiosamente impalati sotto i loro ritratti.
Lontani sulle isole, le Filippine,
il paradiso di Cotabato
Il verde della laguna di Alaminos nella Hidden Valley e le figure di fanciulli
colpiscono con la loro forza cromatica, la fotografa sembra immergersi in questo
mondo coloratissimo, quasi una vacanza dopo le tante immagini neorealiste
spesso grigie, tuttavia ravvivate da particolari carichi di vitalità.
Ma ci sono anche immagini che riportano alla realtà, il guaritore sotto le cui mani sgorga il sangue dell’uomo disteso, il viso cotto dal sole del pescatore di Quezon, specchio di una vita semplice e dura, il mercato del pesce direttamente sull’acqua con una distesa di barche nello sfondo. E un bianco e nero aspro e drammatico nella processione del venerdì santo, una delle pochissime scene di massa, sembra la piazza del Campo del Palio di Siena, tanto è ricolma nella sua forma semicircolare. Dalla massa al tragico primo piano, il viso di Cristo sotto il peso della croce nella sacra rappresentazione, poi la crocifissione simulata della persona che impersona il figlio di Dio.
Gina Lollobrigida, “Paul Newman”
Vediamo subito un capolavoro in
bianco e nero, la gigantesca foglia di noce di cocco, a terra come un labirinto
vegetale, con in fondo un bimbo minuscolo al confronto. E un capolavoro a
colori, nella Hidden Valley due bimbi nudi mentre entrano nell’acqua tra le
foglie acquatiche in un verde abbagliante da paradiso terrestre; eguaglia in
bellezza e splendore gli smeraldi nell’adiacente mostra dei gioielli di
Bulgari, quelli di Liz Taylor e della stessa Lollobrigida, alla quale è
dedicata, “noblesse oblige”, una vetrina nella spettacolare sezione “glamour”
della “Dolce vita”. Più avanti, nella stessa laguna, un bambino minuscolo
galleggia su una foglia gigantesca in un verde intenso.
L’alternanza cromatica continua, torna il bianco e nero con il viso di vecchia che sorride tra le rughe e le due radiose donne della laguna che ridono sotto i loro cappellini intrecciati; incalza il colore nel verde smeraldo delle terrazze di riso di Banaue, l’ottava meraviglia del mondo”, e nella piantagione di tabacco a nord di Luzon, con la macchia rossa del vestito della giovane donna che sta raccogliendo le foglie verdi e ne è sommersa; il verde domina ancora nel pittore con la modella.
Quindi il mercato del pesce, la
gente entra nell’acqua fino alle caviglie e va verso le barche schierate sul
fondo; in un altro scatto, al contrario, un nugolo di papere in primo piano che
escono dall’acqua. Un grande quadro esprime il movimento in una tricromia tra
cielo, terreno e le masse dei bufali in corsa sfrenata. Tante forme di vita in
azione, a diversi livelli e dimensioni.
E poi, primi piani di bambini filippini, di Cotabato, sorridenti e pensosi, fino a due bimbi Tasaday “che vivono nell’età della pietra”, come altri più grandi dei quali tutti sono addirittura indicati i nomi, al pari dei grandi del cinema, dell’arte e della politica ritratti dalla Lollobrigida. C’è anche un’immagine corale di vita primitiva, calma e serena.
Gina Lollobrigida mentre fotografa il regista Luchino Visconti
Il resto del mondo e i grandi
personaggi, fino al mondo dei bambini
Nella parete opposta si affacciano due immagini dell’Irak, anch’esse quiete e
serene, due interni, uno di vita artigiana l’altro di vita religiosa. Sono del
1988, c’era stata la guerra con l’Iran, nel 1990 comincerà quella con gli Usa e
il mondo, una parentesi di pace colta con grande tempismo.
Il resto del mondo è sparso nelle sale, c’è l’Australia con due immagini di un concerto rock; poi la Svizzera e l’Argentina, con una figura somigliante a Margherita Hack, l’Egitto, il Quatar e Panama.
In Brasile esplode il carnevale di Rio, saltiamo al 1993, cinque scatti a colori, in due di essi il viso femminile è quasi inghiottito da un nugolo di penne variopinte; è una bella sintesi della frenesia collettiva, espressa da un viso femminile in estasi e dal corpo nudo di una ballerina visto dal lato B.
Sono coloratissime anche le immagini dell’Honduras, un primo piano di giovane madre con il bambino sulle spalle, un filatoio all’aperto in costumi tipici, riccamente variopinti. E anche il Perù è rappresentato da una donna in rosso e nero davanti a un muro graffiato, sembra un quadro d’autore.
Gina Lollobrigida mentre fotografa un Corazziere
Del Marocco colpiscono i visi, due scatti alle donne con il proprio bambino, e poi l’immagine delle lunghe vesti rosa e verde davanti a una vecchia casa color ocra. Nel Kenia, di pari bellezza i vigorosi bianco e nero e i solari scatti a colori.
Al Sudafrica la chiusura di questa carrellata, per il grande vigore artistico del minatore con il viso teso nel buio della miniera d’oro, ci si chiede come abbia fatto la fotografa ad entrarvi riuscendo a scattare un bianco e nero così suggestivo; e anche per il colore delicato e rasserenante delle due ragazze in parallelo, quasi in scala, e dei ragazzi meno simmetrici ma assortiti nelle diverse età.
Ed ora l’Europa, di cui abbiamo visto finora solo l’Italia. Ecco la Spagna, in un forte cromatismo espressivo di un clima e di un ambiente: lo troviamo nelle scene della corrida, con Ordonez ed El Cordobes alle prese con il toro nell’arena, e in un ritratto del secondo.
Ce n’è anche uno in bianco e nero, come le immagini del flamenco, vissuto nei volti intensi delle ballerine e nella loro vibrante energia in un’immagine di movimento vorticoso; inoltre nel volto severo e nella “siluette” di Antonio Gades. Ma non manca il colore, una statuaria ballerina con un abito rosa arricciato che sembra pronta a rotearlo come fa il pavone.
Gina Lollobrigida mentre fotografa, a fianco dell”attore David Niven
Gran Bretagna e Russia sono in bianco e nero. Di Londra desolate immagini di periferia; di Mosca tre fotografie espressive, l’anziana donna seduta curva, una forma quasi circolare, il Cremlino in una orizzontalità data dalla strada in primo piano, la Piazza rossa con la verticalità delle sue cupole.
Non c’è particolare interesse per l’America opulenta, i pochi scatti dedicati a New York e a San Francisco sono desolati, forse dipende dall’alienazione e dalla solitudine nelle metropoli; ed è struggente il sorriso della bambina con la testa stretta in una morsa d’acciaio in un ospedale di New York.
Gina Lollobrigida fotografa, Autoritratto
Un inedito Paul Newman che fa il bagno dopo la sauna tra i ghiacci nello specchio d’acqua davanti al suo “chalet” immerso nel bosco si aggiunge al bel ritratto del suo sorriso radioso, ad essere serio c’è Henry Kissinger ritratto al telefono; scuro e serioso anche Fidel Castro, mentre Marcos è ripreso sulla spiaggia dove corre per il “footing”, piccola figura di un dittatore spietato.
Soltanto qui, e poi nella sala a loro dedicata, affiora il privilegio del rango, tutti i grandi personaggi, del cinema come della politica, della cultura come delle istituzioni diligentemente fotografati. Quasi fosse un dovere – sia per loro che per la fotografa – e lo si avverte in molti ritratti convenzionali e in posa. Vogliamo ricordare tra i tanti, ne abbiamo contati quasi quaranta, per la resa artistica, una Liz Taylor avvolta in un lungo vestito e scialle rosso, in posizione reclinata, con il nero corvino dei capelli e gli occhi sgranati che ricorda la Lollo di allora; e Liv Ullman, immagine quasi monocromatica di delicata fattura.
Il Catalogo delle fotografie risultato della ricerca sui bambini , 1993
Orson Welles tenebroso anche se quasi in posa, come Grace Kelly vestita di verde e Farah Diba impalata, completano la nostra citazione. Che si chiude con l’immagine dell’amata Callas in bianco e nero, e con uno scorcio della figura di Bette Davis, in un colore che sembra grigio per la tristezza di una vecchia diva di cui si immagina il viso scavato.
Dal mondo dei grandi vogliamo arrivare a quello dei bambini ai quali l’attrice ha dedicato un’attività umanitaria nell’ambito dell’Unicef, oltre a quella svolta per la FAO contro la fame. E’ un terreno d’avanguardia sperimentato dall’inizio degli anni ’80, del resto anche nelle sue fotografie tradizionali la Lollobrigida mette la propria visione del tutto particolare alimentata dalla fantasia. “Nell’immagine è fissata una rappresentazione della realtà fissata dal nostro inconscio – ha scritto – una rappresentazione trasformata, talora irreale, racchiusa in un’inquadratura che taglia, esclude o addirittura annulla ciò che può disturbare: quello che non interessa e che lascia unicamente spazio a ciò che vogliamo vedere, proprio come un regista che sceglie e confeziona le scene di un film”. Così fa nelle composizioni per i bambini, le immagini le crea e le costruisce, poi le fissa sulla pellicola. Le tecniche sono inedite e innovative per quegli anni, quando i sistemi computerizzati non avevano preso piede con la loro attuale invadenza, e si doveva lavorare artigianalmente.
Sui tetti di Roma mentre fotografa una modella
E’ una rappresentazione fotografica che sconfina con la scultura, essendo fatta di forme e colori virtuali, quasi tridimensionali nel loro impatto visivo, forse è stato il “trait- d’union” tra le due forme espressive. Sono macchie cromatiche e accostamenti arditi con figurazioni fantastiche, a volte sembrano giochi di prestigio e di equilibrismo: delfini, struzzi e altri animali ripresi in simbiosi con i bambini. Fiabe solari ben lontane dalle oscurità di certe favole nordiche fatte per incutere nei piccoli il senso del pericolo, ma che scavano nell’animo solchi di paura.
Il francobolo di San Marino sulla sua arte fotografica
I successi editoriali e quelli artistici
L’incursione nella fotografia per bambini ad elevato livello di qualità e innovazione, la felice sinergia tra genialità italica e personalità ferrea che predilige l’apprendimento accelerato e l’applicazione, nel 1994, dopo 14 anni si è tradotta in un libro per l’Unicef, “The Wonder of Innocence”. E’ solo una parte del più ampio lavoro che le ha visto pubblicare otto volumi di fotografie nel corso del tempo, uno dei quali, nel 1973, dal titolo “Italia mia” ebbe il Premio “Nadar” come miglior libro fotografico dell’anno e vendette più di 300.000 copie nel mondo.
Sala del Capitolo, Pietrasanta, panoramica di suoi dipinti e disegni
Fu Vittorio De Sica a suggerire questo titolo al posto di quello da lei pensato “La mia Italia”, titolo del libro fotografico di Tony Vaccaro contemporaneamente in mostra alle Scuderie del Quirinale. Una bella coincidenza di due italiani dilettanti fotografi divenuti presto eccezionali professionisti.
I riconoscimenti artistici non sono mancati. Nel 1992 rappresentò l’Italia all’Expo di Siviglia con la scultura “Vivere insieme”, un bambino che cavalca un’aquila. Chirac le diede la Medaglia d’oro della Città di Parigi di cui era sindaco nel 1980 per la mostra di fotografie al Museo Carnavalet. Le sue sculture sono state esposte in affollate mostre al Museo Puskin di Mosca nel 2003, anno nel quale ha partecipato all’Open di Venezia.
Sala dei Putti, Pietrasanta, suoi ritratti di personaggi
Nel 2008, nella città di Pietrasanta, meta di artisti europei ed americani, dove le piace lavorare come scultrice, si è tenuta una grande retrospettiva delle sue opere. Alcune rappresentano la sua gioventù e la sua bellezza in statue colorate molto grandi, di una leggerezza e leggiadria che le fa apparire come visioni oniriche; nel filmato che si può vedere nella mostra ci sono queste sculture come ci sono anche spezzoni dei suoi film più famosi con la sua disinvolta dizione in francese e in inglese, un portento.
Per l’insieme della sua opera di attrice e artista ha ricevuto nel 1992 la “Legion d’Onore” in Francia dal presidente della Repubblica Francois Mitterand. Ma non vogliamo indugiare oltre su questi riconoscimenti ufficiali, ci piace concludere con alcuni giudizi sulla sua poliedrica personalità e sulle sue doti da parte di personaggi, soprattutto attori e registi che hanno lavorato con lei iniziando con i giudizi più lontani dai campi da lei coltivati.
Sala dei Putti, Pietrasanta, suoi dipinti
André Cayatte:”Ha un autentico talento da cantante, una voce carezzevole. Se non si fosse ormai votata alla carriera cinematografica, Gina avrebbe potuto percorrere la carriera di cantante con altrettanto brillanti risultati di quelli raggiunti come attrice”; Cocò Chanel: “Gina è nata per indossare i miei tailleur, è meglio delle mie mannequin”. Ed ora gli attori e registi più famosi: Humphrey Bogart: “In quanto a sex appeal fa apparire Marilyn come una scolaretta”; Sean Connery: “Ho lavorato con molte artiste, di tutte Gina è quella che scelgo”; poi i registi, Renè Clair: “Gi-na-Lol-lo-bri-gi-da, sono le sette sillabe oggi più famose in Europa; Fellini: “Gina non finisce mai di sorprendermi; è straordinaria”.
Fellini parlava di lei come attrice cinematografica, ma il suo potrebbe essere benissimo il sigillo della mostra che ne rivela i tanti profili d’artista: non finisce mai di sorprendere, è straordinaria.
1 Commento
Rossi Vittorio
Postato
settembre 18, 2009 alle 9:55 PM
molto bello e chiaro
Il francobollo di San Marino, su lei ambasciatrice FAO
Info
la mostra si è svolta a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, dal 25 giugno al 13 settembre 2009. L’articolo è stato pubblicato in culturainabruzzo.it (non più raggiungibile) il 10 agosto 2009. Catalogo “Gina Lollobrigida fotografa”, Damiani Editore, giugno 2009, pp 320. Il precedente articolo “Gina Lollobrigida, 1. Con Stefano Massini per l’ “utilità” dell’arte, le sue sculture” . è uscito in questo sito nella stessa data del 5 maggio 2020.
Foto
Le immagini si riferiscono alla Lollobrigida fotografa, le tre che precedono le due di chiusra mostrano i suoi disegni e dipinti esposti alle pareti di due sale della mostra a Pietrasanta con al centro sue sculture, alle quali è dedicato l’ articolo appena citato, pubblicato contestualmente. Esse sono tratte dai siti web, che saranno indicati nell’ordine di inserimento delle immagini, di cui si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta, precisando che hanno scopo eminentemente illustrativo senza alcun intento economico, nè commerciale, nè pubblicitario; qualora la pubblicazione non fosse gradita le immagini verranno rimosse immediatamente su semplice richiesta dei titolari dei siti. In apertura, il Catalogo della mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, 2009; segue, Gina Lollobrigida fotografa tra alcuni dei suoi scatti nel mondo, poi, intervallate da immagini in cui è ritratta mentre è impegnata a fotografare che qui non vengono citate, Gina Lollobrigida, India, Bambini che giocano; quindi, Gina Lollobrigida, Reportage sui mafiosi al confino, Linosa, estate 1971 in 4 immagini, la 1^ è una scena d’ambiente, la 2^ riprende 4 mafiosi al confino, la 3^ mostra Angelo La Basrbera in un incontro “ravvicinato” con un carabiniere, istantanea eccezionale, nella 4^ il boss La Barbera con due mafiosi al confino; inoltre, il libro fotografico “Italia mia”, edizione inglese 1973 , in tedesco, “Mein Italen” 1978; poi, dopo 5 immagini della Lollobrigida con il libro “Italia mia” come fotografa e anche come fotografata, il suo ritratto fotografico di“Paul Newman” ; ancora, mentre fotografa il regista Luchino Visconti, poi un Corazziere, e mentre fotografa a fianco dell’attore David Niven; continua, Il Catalogo delle fotografie risultato della ricerca sui bambini 1993, e lei sui tetti di Roma mentre fotografa una modella; poi il francobollo di San Marino sulla sua arte fotografica, e 3 immagini dei suoi dipinti e disegni della mostra di Pietrasanta, una dalla Sala del Capitolo, 2 dalla Sala dei Putti; infine, il francobollo di San Marino, su lei ambasciatrice FAO; in chiuusra, il Catalogo delle mostre fotografiche all’estero 2010. Sono tratte dai siti web: diamianieditore.it, 06foto.it, pinterest.it, nikoland.it, humusdremawidth.com, 4 reportagesicilia.blogspot.com, intervallati da fotoimesite.net, picclic e profilodidonna.com, poi marieclaire.it, amazon.com, nikoland.it, chi-e.com, gettyimages, fotoalamy.it, 2 nikoland.it, fotografiamoderna.it, 2 fotoalamy.it, intervallati da repubblica.it, 2 nikoland.it, reportagesicilia.blogspot.com, amazon.it archiviopizzi.formiche.net, 2 riminibeach.it intervallati da 3 museodeibozzetti.it, amazon.com.
Oggi, 16 gennaio 2023, a 95 anni, come la Regina d’Inghilterra, se n’è andata un’altra Regina, anche se non è stata chiamata così, ma “icona della bellezza italiana” e con altre espressioni simili in omaggio alla sua immagine di diva del cinema restata impressa nei ricordi di tutti. Le rievocazioni seguite alla sua scomparsa sono state sulla diva indimenticabile, ma noi vogliamo ricordare la sua seconda vita dopo quella di diva del cinema, terminata presto perchè il talento che voleva esprimere riguardava altre forme di arte, in particolare l’arte scultorea e l’arte fotografica. E lo ha espresso in una fervente attività artistica, testimoniata da mostre con Cataloghi e premi, molto apprezzata all’estero, mentre in Italia l’imamgine della diva ha sovrastato quella dell’artista per lo più ignorata anche nelle sue apparizioni televisive sebbene lei volesse invece parlarne, e lo ha detto chiaramente ma invano. Per ricordare questa sua seconda vita, che la rende unica nel mondo del cinema e non solo, ripubblichiamo oggi 2 articoli – usciti entrambi il 5 mqaggio 2020 – che ora hanno un valore particolare perchè servono a colmare il vuoto che anche nelle celebrazioni si avverte rispetto alla sua vita post cinema che ha aggiunto una caratura artistica nelle altre arti figurative impensabile in una diva del cinema. Sono due articoli – nati in circostanze diverse non più attuali – nel primo, sulla sua arte scultorea, il primo paragrafo del testo riguarda il motivo occasionale, lo abbiamo lasciato perchè ci sono immagini delle sue sculture. A parte il secondo articolo dedicato alla sua arte fotografica, pubblicato nel 2009 sulla sua mostra a Roma. al Palazzo delle Esposizioni, doopo averlo letto ci telefonò dicendo che l’aveva resa “felice”. Grazie ancora, Gina, per questo apprezzamento e per la tua vita per l’arte, buon viaggio di tutto cuore. ..
Abbiamo introdotto il nostro recente articolo “Coronavirus, la prima linea e le retrovie di una guerra asimmetrica” con delle brevi notizie sulle iniziative prese da diversi organismi operanti nel campo della cultura – in primis il Ministero per i beni e le attività culturali e il turismo – per fornire ai cittadini #tuttincasa accessi telematici “on line” a patrimoni culturali in grado di alleggerirne la costrizione e alleviarne ‘il lungo isolamento aprendo i vasti orizzonti dell’arte e della cultura.
Gina Lollobrigida, attrice, scultrice, fotografa
Abbiamo introdotto il nostro recente articolo “Coronavirus, la prima linea e le retrovie di una guerra asimmetrica” con delle brevi notizie sulle iniziative prese da diversi organismi operanti nel campo della cultura – in primis il Ministero per i beni e le attività culturali e il turismo – per fornire ai cittadini #tuttincasa accessi telematici “on line” a patrimoni culturali in grado di alleggerirne la costrizione e alleviarne ‘il lungo isolamento aprendo i vasti orizzonti dell’arte e della cultura.
Sono state iniziative meritorie ma tardive, come ha sottolineato il commento di Giuseppe Maria Sfligiotti, che da anni si è adoperato in tal senso per i concerti di Santa Cecilia, e vi ha visto un modo duraturo, oltre l’emergenza, per diffondere l’arte e la cultura “con un semplice clic”: non lo si è fatto finora, forse in mancanza dello stimolo del profitto ma anche di una passione civile e sociale autentica che avrebbe fatto prendere in considerazione strumenti da molto tempo alla portata di tutti per la crescita dell’individuo e della società.
Stefano Massini, scrittore
Stefano Massini contro l’ “inutilità” dell’arte e della cultura, e della terza età
Il monologo televisivo del giovedì di Pasqua di Stefano Massini iin “Piazza pulita“ su “La 7 ” è stato rivelatore, lo scrittore si è lanciato in un’orazione appassionata contro la visione distruttiva dei valori superiori della nostra civiltà, l’arte e la cultura che sono il fondamento della bellezza. Perché è distruttiva la sottovalutazione che porta a colpevoli trascuratezze nella loro tutela e diffusione. E non solo per essere un sito culturale ci sentiamo di aderire con altrettanta passione all’appello dello scrittore: Massini ha parlato in nome della civiltà e della società, non di una cerchia di idealisti appassionati, non si è rivolto alla “setta dei poeti estinti” dell'”Attimo fuggente”, ma a tutti. Con la foga di un Savonarola, del quale ha riscritto e pubblicato le veementi “prediche” con il titolo “Io non taccio!”, non ha taciuto nemmeno lui adesso, onore al merito!
La scultrice con il bozzetto di “Esmeralda”
Ha preso l’avvio da una semplice notizia, anzi un’ipotesi secondo cui gli ultimi luoghi ad essere riaperti sarebbero i luoghi di cultura, dai teatri ai cinema, dai concerti ai musei. E non per i maggiori rischi di assembramenti, quanto perché “maiora premunt”, c’è ben altro di più importante e urgente, altro di “utile”: i luoghi di lavoro e di produzione, come se i luoghi di cultura non ne facessero parte. Ferma restando l’esigenza di garantire la sicurezza dai contagi – riaffermata con forza in premessa – Massini ha approfondito i motivi per questa quasi istintiva “retrocessione” nella scala di priorità per il Paese, e li ha ha riassunti efficacemente in una parola: “inutilità”, venuta allo scoperto con il coronavirus.
Gina Lollobrigida, “Esmeralda”, 2002, bronzo
Ad essa va attribuita la sottolineatura che le vittime riguardano essenzialmente la classe di età avanzata, in particolare gli “ottantenni, soprattutto se con patologie”, “leit motiv” ripetuto ossessivamente nei quotidiani “bollettini di guerra” delle ore 18 attesi dai cittadini #tuttiin casa come del resto facevano con Radio Londra gli ottantenni succitati ancora bambini, e lo ricordiamo benissimo noi che apparteniamo a tale classe di età. Quindi siamo tra gli “inutili”, perché è tale il non confessabile sottofondo che sta dietro questa spontanea, ineffabile, freudiana insistenza: non vi preoccupate, muoiono i vecchi, per di più se con altre malattie, il coronavisus è solo la goccia che fa traboccare il vaso, del resto sono ormai “inutili”, quindi nessun problema reale; anche se non mancano mai le “lacrime di coccodrillo” sul doveroso cordoglio per ogni vita perduta, quanto mai rituale e subito derubricato per rassicurare quelli che invece sono “utili”.
La scultrice con il bozzetto del Gruppo di bambini
Ma c’è di più, non è estranea a tutto questo la considerazione del peso delle classi anziane sul Sistema sanitario nazionale e sul sistema pensionistico, addirittura qualche anno fa Christine Lagarde ebbe a definrla una “minaccia immanente” che costringeva a rivedere i sistemi previdenziali, ovviamente a danno di tutti, mentre l’alleggerimento di tale “peso” lo eviterebbe: tutto non confessato anche perché inconfessabile, ma di certo percepito e non contrastato. Del resto, un analista consulente di Direzione dall’elevata caratura, Piercarlo Ceccarelli, ha ammonito di recente in base a una fredda constatazione, non a una propria adesione: “Dobbiamo accettare che ci siano criteri, anche moralmente eccepibili, per dosare le risorse in modo da privilegiare le categorie più ‘utili’ al Paese (dove l’utilità può avere numerose facce)” avvertendo che “se si abbandona l’utilità si entra nel mondo ideale”. Ha aggiungendo in modo altrettanto pragmatico che i criteri “moralmente eccepibili” – eufemismo dovuto alla loro inconfessabilità – possono rivelarsi necessari nelle destinazione delle risorse anche indipendentemente dal volere dei governanti dei singoli stati, perché la competizione internazionale le renderebbe inevitabili penalizzando i paesi che volessero sottrarsi a tale scelta divenendo meno competitivi a livello internazionale, quindi emarginati nel mercato globale.
Gina Lollobrigida, Gruppo di bambini
Le citazioni della Lagarde e dell’analista direzionale Ceccarelli, vengono da due commenti nel dibattito sul coronavirus aperto dal nostro articolo sopra ricordato, il tutto è soltanto lo spunto per introdurre il tema dell’ “inutilità” lanciato da Mssini, riferendolo innanzitutto agli anziani “vittime sacrificali”. E lo abbiamo visto nell’indegno “massacro nelle Case di riposo” – come lo ha definito il vice presidente italiano dell’OMS – e in generale, nella “strage di una generazione”, quella del ’40 , per la quale il rimpianto nasce essenzialmente dal fatto che sono gli unici testimoni rimasti dei momenti cruciali nella storia del paese, la guerra e la ricostruzione, i mutamenti nel costume e le tante vicende vissute. Quasi che in essi valga soltanto la memoria storica da mantenere in vita, come se fossero reperti archeologici, ruderi da conservare che il coronavirus ha la colpa di demolire sistematicamente, in quanto tali non provvisti di una “utilità” attuale, diretta e non derivata. Mentre la loro esistenza ha un valore, e quindi una “utilità”, di per sè, mantenendo tutta la forza intellettuale, morale e spirituale della loro esistenza. Peraltro, sotto il profilo economico e sociale i “nonni” sono quanto mai “utili” nel “welfare” familiare e non solo, ma non è questo che deve contare qunato il valore della loro vita in sé e per sé.
Anche il pur accorato e nobile ricordo dello scrittore Antonio Scurati, “Il nostro epitaffio ai figli del ’40”, la generazione “falciata in queste settimane dal virus”, ci sembra abbia la pecca di ghettizzarla nel passato, in cui “ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni”, sono “gli uomini della ricostruzione, i vecchi della delusione”; e anche il presente evocato è un presente storico, per di più riferito alla propria realtà, “essi sono i compagni di una vita, essi sono i padri della nostra gioventù, essi sono i nonni dell’infanzia dei nostri figli”. E’ vero che non manca un riconoscimento meno “derivato” – “se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi ormai dimenticati” – ma sembra che in queste doti si ricerchi una “utilità” implicitamente non riconoscendola alla vita e al suo valore esistenziale, senza bisogno di qualificazioni, quasi che si potesse negarle l'”utilità” in sé e per sé che con Massini reclamiamo, anche come parte in causa.
La scultrice con la sua opera “Vivere insieme”
Massini si è soffermato soprattutto sul ruolo subordinato dato nella “fase due” ai luoghi dell’arte e della cultura come espressione del fatto che vengono sottovalutate e retrocesse l’arte e la cultura in se stesse a prescindere dalle sedi. La sua orazione è stata appassionata, le sue motivazioni quanto mai convincenti.
C’è anche una sottovalutazione del valore economico che non è accettabile per il contributo che viene dalle attività culturali in varia forma: Gigi D’Alessio ne ha dato una definizione icastica, “uno canta e 400 mangiano”, riferendosi al gran numero di lavoratori coinvolti, le maestranze impegnate nell’allestimento dei concerti per le attività collaterali ma basilari a partire dalla realizzazione, trasporto e montaggio dei grandi palchi e strutture connesse, in una lunga filiera; e Paolo Bonolis nella serata finale di “Ciao, Darwin”, fece sfilare le 250 persone operanti “dietro al conduttore che ci mette la faccia, loro lavorano restando invisibili”.
Gina Lollobrigida, “Vivere insieme”, 1992
Ma soprattutto Massini ha parlato dell’altissimo valore sociale di arte e cultura, tra l’altro riaffermato in queste settimane di isolamento forzato domiciliare dove soltanto le creazioni culturali, dalle opere teatrali a quelle cinematografiche e musicali, da quelle delle arti visive, pittura e scultura in primis, a quelle letterarie, ecc. hanno potuto dare sollievo alle persone relegate in casa, rendendo sopportabile la situazione anomala di isolamento che altrimenti avrebbe potuto anche deflagrare.
Al di sopra di tutto, però, ha espresso con tono appassionato la considerazione che arte e cultura fanno parte del Dna della nostra civiltà, sono la base che precede e presiede alla nostra vita. Massini ha concluso con un grido di ribellione collettivo a cui ha aggiunto il proprio individuale di scrittore: “Non mi sento inutile”, e nel nostro piccolo ci associamo con la medesima passione.
Gina Lollobrigida, “Marylin”
Gina Lollobrigida e la sua arte scultorea e fotografica ignorata come “inutile”
Se a qualcuno potrà sembrare eccessiva questa sottolineatura del concetto di “inutilità” dell’arte e della cultura, oltre che dell’età avanzata – che sta dietro la sottovalutazione di cui si è detto – si dovrà ricredere. Perché tre giorni dopo, precisamente nel giorno di Pasqua, se n’è avuta una conferma plateale nella trasmissione televisiva “Domenica In”, il cui carattere nazional-popolare con la conduttrice autodefinitasi “la zia” di tutti ne accentua il valore dimostrativo.
Dunque, la conduttrice intervista Gina Lollobrigida, sempre splendida e determinata, ma di fatto ritenuta doppiamente “inutile”: come persona considerata non per quanto è e vale oggi, ma soltanto come memoria storica del costume italiano, oltre che di se stessa; e come artista ugualmente confinata nel passato cinematografico, visto nella luce divistica e non nel valore interpretativo, ignorando o peggio il presente ancora più valido. “Inutilità” odierna, al pari di un reperto archeologico tenuto per memoria storica.
Gina Lollobrigida, “Petite Dancesuse”, 1994,bronzo, al centro la scultrice
Ma andiamo ai fatti. La conduttrice, peraltro premurosa e affettuosa, ha dimostrato tutto questo con una carrellata sul passato divistico della Gina nazionale, mostrando fotogrammi di tanti film, risalendo fino alle sfilate di Miss Italia 1946 in cui fu seconda preceduta da Lucia Bosè, di recente scomparsa. La Lollobrigida ha commentato quelle immagini dicendo all’incirca: “Non partecipavo per convinzione, ero iscritta all’Accademia di Belle Arti e volevo seguire la mia vocazione artistica”. Anche sul cinema in due occasioni, rispondendo a domande sempre in chiave divistica, ha aggiunto: “Per me era soltanto una parentesi passeggera che mi dava i mezzi per poter coltivare la mia vocazione”.
Gina Lollobrigida, “Paolina Bonaparte”
Ogni volta che l’intervistatrice la riportava sul divismo, replicava alludendo ai suoi interessi artistici, e anche quando ha parlato di ciò che le è rimasto più impresso del passato di successi, ha deluso l’anima nazional-popolare che le alitava intorno parlando soltanto dei suoi viaggi nel mondo motivati dalla ricerca di luoghi e persone cui ispirarsi per la sua passione fotografica: tanto fotografata voleva esprimere la sua arte fotografando. Finché la conduttrice le ha chiesto, freudianamente: “Ma perché anche in passato quando vieni intervistata parli sempre della fotografia e della scultura…?”, domanda inequivocabile nell’attribuire le sue risposte precedenti ad una fissazione: ma ancora una volta si è sentita replicare che l’arte fotografica e la scultura sono state la sua vocazione e il suo impegno appassionato di sempre.
Gina Lollobrigida, statua di bellezza muliebre con motivi vegetali
Finché, riguardo al libro autobiografico che sta scrivendo ha dato un ‘altra lezione, anzi due: alle parole che il confinamento in casa è ideale per completare il lavoro – contattando al telefono il giornalista che ha sostituito lo scomparso Paolo Limiti per aiutarla nella stesura – ha replicato che non ha la necessaria serenità di spirito in questo momento drammatico; poi la seconda lezione – non solo all’intervistatrice, ma alla “vulgata” comune – secondo cui ci tiene a che il libro sia scritto come lei vede la propria vita e non come la vedono gli altri. Sottintendendo che è vista distorta dal divismo quasi fosse l’unica cosa che conta nella sua esistenza, mentre la propria scultura e fotografia d’arte fossero le cose “inutili” di cui ha parlato Massini.
La scultrice dietro una propria statua, con Gian Luigi Rondi
Nell’intervista non c’è stato il gossip più becero, perché estraneo alla vita della Lollobrigida, che sposò un oscuro medico jugoslavo e non ha avuto produttori alle spalle, come le altre maggiori dive del cinema, né le storie eclatanti che tanto appassionano la “press du coer”. Ma l’armamentario nazional-popolare ha impedito di dare voce alla vocazione per l’arte che lei ha cercato di reclamare invano; e nelle sue parole abbiamo letto una perorazione accorata, sia pure manifestata sommessamente, da noi accostata a quella gridata platealmente da Massini, con una testimonianza vissuta, offerta ma rifiutata in modo reiterato.
Gina Lollobrigida, con la statua di Madre con bambino
Del resto, pur con i suoi ripetuti richiami, non una – dicasi una – delle sue opere scultoree e fotografiche è stata presentata e neppure citata, mentre per la parte divistica, l’unica, c’è stato un profluvio di immagini, peraltro quanto mai vacue e lei non lo meritava. Anche perché la stessa parte cinematografica è stata sacrificata, nessuna scena di quelle intense di suoi film d’autore e non divistici, ricordiamo “La provinciale” e “La Romana”, e non solo “Pane amore e fantasia”, “Trapezio”, e “La donna più bella del mondo “. Si potrebbe dire che nessuna scena è stata mostrata, ci si è limitati alle immagini divistiche fisse, invece le scene filmate sono stati stralci di programmi televisivi del periodo divistico, banalissimi duetti con i conduttori nazional-popolari dell’epoca, ma allora poteva esser giustificata la limitazione al divismo, non adesso, decenni dopo la fine della carriera cinematografica nei quali lei ha svolto un’attività artistica molto intensa. Non nascondendosi per sparire come Greta Garbo, nè oscurandosi eppure proseguire come Mina, ma voltando pagina rispetto al passato, girando il mondo per le sue fotografie e facendolo girare alle sue sculture, le ricordiamo fino in Abu Dhabi, impersonando l’ “utilità” dell’arte e della vita, dandone personale testimonianza.
La scultrice si immedesima nella Madre con bambino, particolare
Un ricordo personale della Lollobrigida dalla mostra fotografica a Roma
Il nostro ricordo risale ad oltre dieci anni fa, allorchè le immagini da lei riprese in tanti paesi del mondo furono esposte a Roma nella mostra “Gina Lollobrifgda fotografa” al Palazzo delle Esposizioni presentata da Philippe Daverio, la visitammo e pubblicammo un’ampia recensione. Qaalche tempo dopo ricevemmo una telefonata in cui una voce profonda ci diceva: “Sono la signora Lollobrigida…”, pensammo a uno scherzo, per ricrederci subito quando divenne chiaro che era lei. Precisò che stava entrando in automobile a Montecarlo ed era ferma in un ingorgo, aveva voluto ringraziare personalmente sentendosi “molto felice” per l’apprezzamento manifestato verso la sua arte fotografica e per averne compreso l’impegno costante non episodico.
Gina Lollobrigida, “Andrea Bocelli“, la scultrice con il soggetto della sua statua
Seguirono altre telefonate, poi la sua richiesta di avere la recensione tradotta in inglese, provvedemmo subito trasmettendola al suo indirizzo e mail, ma successivamente ci disse che non aveva dimestichezza con Internet e forse per questo l’avevano vista solo i collaboratori. Non potemmo intervistarla, come volevamo, perché aveva dei problemi con le sue sculture spedite in Abu Dahbi
Ma non è di questo che interessa parlare, quanto di una successiva telefonata dopo una sua partecipazione a un’altra trasmissione nazional-popolare con il celebre conduttore maggiore esponente del genere. La chiamammo esprimendo stupore per il fatto che non le fosse stata rivolta nessuna domanda sulla sua arte fotografica e scultorea né era stata presentata alcuna sua opera. Ci rispose in modo veemente convenendo con noi, anzi lamentando che nell’intervallo pubblicitario si era addirittura arrabbiata con il conduttore proprio per questo fatto inaccettabile alzando anche la voce, ma non c’era stato niente da fare.
Gina Lollobrigida, Ragazzo dalle braccia conserte, con la scultrice
Parecchi anni dopo la cosa si è ripetuta in una trasmissione dello stesso tipo, con la differenza che questa volta, come abbiamo detto, la conduttrice ha citato le “fotografie e le sculture” ma sorprendendosi che ne parlasse sempre – quasi fosse una fissazione, ripetiamo noi interpretandone il senso – e ciononostante nessuna indicazione su tale attività, nessuna immagine presentata. Ed è ancora più sorprendente considerando che Wilkipedia la definisce “attrice, scultrice e fotografa”, e così il corriere.it ed altri, mentre la TV, in particolare la Rai, continua a mutilarne l’immagine della parte più propriamente artistica per relegarla nel divismo; qunado sarebbe stato spettacolare mostrare le fotografie dei suoi “reportage” nel mondo e le sculture di grandi dimensioni che inneggiano alla bellezza in forma artistica.
La scultrice al lavoro nel laboratorio su una statua
Ricordiamo la sua prima scultura, del 1992, che ha avuto notorietà, dal titolo “Vivere insieme”, un ragazzo felice che protende le braccia verso l’alto in groppa a una grande aquila dalle ali aperte, la proponemmo come simbolo della rinascita dell’Aquila dopo il terremoto dell’aprile 2009, in 5 articoli, rivolgendoci al Presidente della regione Abruzzo Gianni Chiodi e all’assessore alla Cultura del capoluogo abruzzese, Stefania Pezzopane, prima che fosse colpita dalla freccia di Cupido in una “love story” di cui si è molto occupata la televisione; invece nessun seguito ci fu alla nostra pur insistente proposta che rinnoviamo con forza oggi.
La scultrice al lavoro nel suo laboratorio su un busto
Dopo il
cinema, la Lollobrigida scultrice
Rievochiamo ora per sommi capi la sua attività artistica al di là del cinema – in cui peraltro ha dato anche intense interpretazioni, al di là del divismo in cui è stata etichettata – cominciando dalle sue sculture. Ci limitiamo a brevi citazioni, a partire dalla mostra “Vissi d’arte” inaugurata alla fine del 2008 a Pietrasanta, dopo che per dieci anni aveva avuto il suo atelier di scultrice in quel luogo, terra di scultori, ideale per creazioni artistiche nell’atmosfera più idonea e ispiratrice; nella circostanza le fu conferita la cittadinanza onoraria, e nel locale “Museo virtuale di scultura e architettura” sono presenti sue opere. Ma ben 16 anni prima, nel 1992, aveva rappresentato l’Italia all’Expò di Siviglia con la scultura “Vivere insieme” che abbiamo prima citato nel nostro ricordo personale, per la quale ebbe le congratulazioni del presidente francese François Mitterrand con il conferimento della “Legion d’Onore” riferita alle sue doti artistiche, e la definizione di “artista di valore”; quattro anni dopo un altro riconoscimento artistico, Accademica onoraria dell’antica Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, solo altre due celebri donne hanno avuto tale privilegio.
Una visione d’insieme del laboratorio della scultrice
La scultura è stata sempre la sua passione, prima trascurata per gli impegni cinematografici, poi fotografici, ma ripresa dal 1990. Sessanta sculture testimoniano questa sua attività artistica, alcune di grandi dimensioni, come i due bronzi monumentali alti 5 metri che aprivano l’esposizione a Pietrasanta in Piazza Duomo, con 11 sculture in marmo e bronzo ed opere plastiche, disegni e pitture nelle sale interne. In alcune ha voluto rappresentare icone del cinema creando una sorta di celebrazione della bellezza, tanto più significativa perché concepita da chi, come lei, ne è stata considerata l’incarnazione più autentica. Tra esse “Esmeralda”, ispirata a questo personaggio da lei interpretato nel film “Notre Dame de Paris”, come la “Regina di Saba” e “La Fatina di Pinocchio”, la “Venere imperiale” e “Paolina Borghese”, nella nuova chiave artistica; fino a “Marylin Monroee” , la statua la raffigura distesa in posa sexy, forse una riparazione rispetto al paragone di Humphrey Bogart tra lei e l’americana: “In quanto a sex appeal fa apparire Marilyn come una scolaretta”.
Il Catalogo in inglese per le mostre di scultura all’estero
Al riguardo ha detto lei stessa: “Mi esprimo con le esperienze e i ricordi della mia vita. L’arte è comunicazione. Alcune sculture rappresentano me che interpreto i vari personaggi, c’è allegria, sono piene d’oro e di colori”. Ha iniziato con sculture sulla maternità e sul mondo dei bambini, le opere ispirate ai personaggi cinematografici esprimono lo slancio di quegli anni, “un cinema – ha esclamato – dove avevamo bisogno di sognare, di vedere tutto dorato, in positivo, di vedere la bellezza”. Ma si è ispirata anche a grandi protagonisti della politica, dell’arte e dello spettacolo, molti dei quali suoi ammiratori, incontrati direttamente; e fotografati incurante di intaccare il mito “glamour” della “diva”.
Interno della Chiesa di Sant’Agostino, Pietrasanta, con sue sculture
Abbiamo ricordato, oltre a questa mostra del 2008, l’Expo di Siviglia del 1992, aggiungiamo che tra questi due momenti così significativi vi sono state esposizioni di sue sculture all’estero in sedi prestigiose, come nel 2003 al Museo Puskin di Mosca con 38 sculture – 4.000 visitatori giornalieri e 6.000 il sabato e la domenica – nel corso della quale ha avuto i complimenti di Vladimir Putin; nell’autunno dello stesso anno esposizione al Lido di Venezia, poi al Museo de la Monnaie di Parigi, aperta fino al 2004, con 40 sculture, conseguendo un successo tale da meritare il conferimento del massimo riconoscimento artistico internazionale, il “Commandeur de l’Odre des arts e des lettres” dal Ministro francese della cultura. La sua prima scultura sul mondo dei bambini l’ha donata alla FAO, di cui è stata ambasciatrice, ruolo immortalato anche in un francobollo della Repubblica di San Marino, in una serie filatelica con esemplari riferiti specificamente alla sua arte scultorea e a quella fotografica. oltre che alla diva del cinema.
Particolare delle sue sculture all’interno della Chieesa di Sant’Agostino
L’aspetto forse inatteso, e tanto più straordinario, è che il suo impegno non si è limitato all’idea e al disegno dell’opera, lei ha lavorato direttamente alla realizzazione nel suo atelier di Pietrasanta dove nel periodo di maggiore attività trascorreva gran parte del suo tempo, seguendo le varie fasi: cioè modellando la creta e ritoccando le cere e il gesso, fino alla fusione in bronzo nelle locali fonderie, compresa la doratura di molte di esse, e alla finitura con frese e carte abrasive; anche in un materiale difficile come il marmo. Il disegno e la pittura fanno parte dei suoi interessi artistici, in preparazione alle altre forme espressiive; la mostra di Pietrasanta, dedicata direttamente alla scultura, aveva anche una parte di disegni e pitture esposte nelle pareti di sale con al centro alcune opere scultoree.
Sala delle Grasce, Pietrasanta, 3 sue sculture
Ha confidato di aver tratto insegnamenti dai grandi artisti che ha frequentato, come Giorgio de Chirico e Salvador Dalì, e da scultori come Francesco Messina e Giacomo Manzù. Mentre posava da modella cercava di cogliere i segni inespressi della loro arte finchè in uno di tali momenti decise di riprendere la scultura che aveva lasciato: “Guardando il maestro Giacomo Manzù, mio amico, che mi ritraeva per la seconda volta, proprio vedendo lavorare lui, quest’amore per l’arte che avevo compresso in tanti anni della carriera cinematografica è riesploso, non potevo più resistere… E’ lui che mi ha comunicato l’umiltà e la passione indispensabili per scolpire”, ebbe a dire nel 2003 rispetto alla mostra “Open” a Venezia, la prima personale dopo le anticipazioni, intervistata da Diane Barrow.
Sala delle Grasce, Pietrasanta, 5 sue sculture
E aggiunse: “Io amo la scultura, la amo talmente, questa è una cosa certa… Ho aspettato, ho compresso questa voglia in tutti gli anni della mia carriera cinematografica che però è arrivata dopo… Ho studiato all’Accademia di Belle Arti, il mio primo disegno è stato pubblicato su Topolino quando avevo dieci anni”. Andò ancora oltre, nel suo sfogo sincero: ”Finalmente posso anche in Italia, dare qualcosa di me, qualcosa di più profondo, rispetto alla carriera cinematografica perché le sculture sono una ‘creazione completa’, una creazione dove non esiste lo sceneggiatore, non c’è il regista, non c’è il produttore (ridendo), perché purtroppo tutte queste sculture mi costano… Però investo volentieri tutto quello che ho guadagnato nella vita cinematografica nelle sculture, perché ci credo, e spero che quest’amore che io ho per questo lavoro, sia anche capito da voi e sia capito da tutte le persone che mi vogliono bene”. Evidentemente, non lo ha capito – pur volendole bene a stare alle sue ripetute profferte di affettuosa amicizia – la conduttrice nazional-popolare di cui abbiamo ricordato la penosa incomprensione in “Domenica in” di Pasqua 2020.
Sala dei Putti, Pietrasanta, sua scultura a sin., alle pareti suoi dipinti e disegni
Ha concluso l’intervista del 2003 con queste parole eloquenti in cui c’è forse una chiave interpretativa di ciò che sembra incomprensibile, riferendosi alla mostra al museo Puskin di Mosca: “Il successo è stato talmente enorme che mi sono sorpresa perché purtroppo nella vita il successo dà fastidio, dà fastidio a tanti. Io sono sempre circondata dalla perplessità di gente che dice: ma le avrà fatte lei? Anche quando ho cominciato la fotografia, ricevevo la stessa critica: ma avrà scattato lei le foto? E così il successo pieno a Mosca mi ha molto sorpreso, poi ho accettato con gioia l’invito di Paolo De Grandis per dare un’anticipazione in Italia delle mie opere, sono 11 qui esposte al Lido di Venezia. La prossima sarà una mostra più completa a Parigi al Museo Monnet, con più di 40 sculture”. Per concludere con le parole: “Sono felice finalmente di potermi esprimere con quello che amo di più, spero che il pubblico condivida il mio amore per le opere che faccio perché è la cosa alla quale tengo di più”. Sono parole di 17 anni fa, nella Pasqua del 2020 ha mostrato la stessa passione e ha ricevuto un’incomprensione ancora maggiore.
Sala del Capitolo di Pietrasanta, sua scultura al centro, alle pareti suoi dipinti e disegni
Andiamo avanti. Da un’intervista di Cinzia Donati – pubblicata su Paspartu il 16 dicembre 2008, poi nel proprio sito “La Stanza delle Torture” in occasione della mostra di Pietrasanta – riportiamo alcune risposte rivelatrici sulla spinta interiore della sua passione artistica. Alla domanda se l’avesse soddisfatta più l’arte o il cinema ha risposto: “L’arte è andata bene, ma per il resto lasciamo andare. A Mosca e Parigi mi hanno detto: ‘Pensavamo di conoscere Gina Lollobrigida attraverso i suoi film, ma dopo aver visto la mostra ci siamo ricreduti’”. Sulla scelta di Pietrasanta: “E’ un posto molto importante per l’arte: ci sono laboratori e artisti da tutto il mondo. Io che amo le sfide ho pensato di venire proprio qui, dove la critica e il giudizio sono più appropriati e dove lavorare è più difficile, perché in casa propria è sempre più difficile farsi apprezzare. A Pietrasanta gli artisti sanno apprezzare il bello e il brutto, ci sono abituati. Poi veramente mi sento a casa mia: posso uscire in pantofole o con la polvere di marmo in viso e nessuno ci fa caso… Qui si respira un’aria di tranquillità: quando l’ho vista ho capito che valeva la pena fare una mostra qua. Il giudizio degli artisti competenti è molto importante. È una specie di “anteprima”. Umiltà, dopo l’Expò di Siviglia del 1992 e il Museo Puskin del 2003, ma è anche questa la sua caratura di diva suo malgrado, etichettata e ghettizzata nel divismo d’epoca mentre ha da offrire tanto di nuovo oggi.
Catalogo mostra “Vissi d’arte” a Pietrasanta, 2008
La
fotografia nel talento artistico
della Lollobrigida ignorato dalla TV
Questo per ricordare la Lollobrigida scultrice. Ma c’è anche la Lollobrigida fotografa, ancora più dominante e costante nella sua figura artistica, perché già la mostra del 2009 al Vittoriano – che abbiamo ricordato – significativamente nell’anno la mostra di sculture a Pietrasanta celebrava 50 anni di fotografie. Un’attività incessante e appassionata sulle vicende umane nei più diversi ambienti culturali e antropologici, dall’Occidente sviluppato e ricco al Terzo mondo arretrato e povero, dai potenti della terra agli umili ed emarginati ai quali va la sua personale predilezione espressa nel linguaggio dell’arte fotografica, oltre che nell’impegno diretto nelle organizzazioni umanitarie, come Unicef e FAO.
Gina Lollobrigida, “Primavera”, 2002, marmo, nella Chiesa di Sant’Agostino lei a sin.
Una galleria di popoli e di paesi dei diversi continenti, fissati nell’obiettivo della sua macchina fotografica fin dal 1959, come di celebrità della politica, dell’arte e del costume, quali Indira Gandhi, Fidel Castro ed Henry Kissinger, Yuri Gagarin e Neil Armstrong, Salvador Dalì ed Ella Fitzgerald,Maria Callas e Liza Minnelli, Grace Kelly e Audrey Hepburn, Paul Newman, Sean Connery e tanti altri. Ha pubblicato otto libri fotografici, nel 1973 il volume “Italia mia” ha vinto il premio “Nadar” al miglior libro fotografico dell’anno con oltre 300.000 copie vendute nel mondo; venti anni dopo nel volume “The Wonder of Innocence” ha pubblicato celebri composizioni fotografiche di bambini e animali risultato di 14 anni di lavoro con tecniche di composizione che hanno anticipato addirittura quelle poi utilizzate nei computer. Spettacolari i cataloghi delle sue mostre in più lingue.
Gina Lollobrigida, “Primavera”, partiolare
Tra fotografia e scultura, cosa preferisce? le è stato chiesto: nella stessa intervista di Cinzia Donati: “La fotografia ce l’ho nel sangue, l’ho fatta per quaranta anni. La scultura mi si addice molto perché si è padroni di se stessi. Non c’è il regista come al cinema”. E “Le Monde” nel 1980, in occasione di una sua mostra al Museo Camevalet di Parigi, quando le fu conferita la medaglia d’oro della città, così commentò le sue fotografie: “Ha l’occhio di un Cartier Bresson, ha talento, è piena di energia e le sue foto hanno una forza sconvolgente. E’ veramente una grande artista”.
Gina Lollobrigida, “La Fata turchina” , 2003, bronzo, a sin.,con lei il sindaco di Pietrasanta Massimo Mallegni
Su questo versante della sua arte saremo ancora più espliciti ripubblicando, in un articolo contestuale a parte, la nostra recensione – che uscì in un altro sito, non più raggiungibile – sulla sua mostra al Palazzo delle Eposizioni nella quale si riconobbe e volle attestarcelo. L’anno successivo seguì la mostra fotografica negli Stati Uniti al Santa Barbara Museum of Art e un “tour” mondiale in sedi espositive prestigiose.
Philippe Daverio è il critico d’arte di grande livello che ha presentato sia la mostra di scultura a Pietrasanta nel 2008 che quella di fotografie al Palazzo delle Esposizioni nel 2009. L’americano Robert C. Morgan, curatore della mostra “Open 2003” – l’esposizione internazionale di sculture e installazioni, parallela alla mostra del Cinema di Venezia – mise in risalto l’attenzione ai dettagli delle sue sculture esposte all’Excelsior, “come un ritorno al barocco in un ‘new rococò’”.
La scultrice dinanzi alla sua “Esmeralda” a Pietrasanta
I direttori della Biennale d’Arte di Venezia, Maurizio Calvesi e Francesco Bonanni, ne elogiarono l’attività artistica, il secondo la invitò a una visita speciale ai Giardini. “Con la fotografia e la scultura sono tornata ad interessarmi agli altri, a cercare di capire come va il mondo, come viviamo, quali sono i problemi della quotidianità”, è il sigillo artistico e umano di un’artista che ha preso le distanze dal divismo e dal gossip in cui cercano di confinarla, in un’inaccettabile censura alle sue espresisoni nell’arte.
Una storia artistica la sua, che ha tenuto riservata e nascosta per decenni, anche quando – lasciato il cinema che non sentiva più suo – all’inizio degli anni ’70 è tornata alla sua vera vocazione, l’arte. «Finché, a un certo punto della vita, mi sono resa conto che quel ruolo di primo piano mi stava stretto. Grazie ad altri interessi, la fotografia, la scultura, ho imparato a mettermi da parte e osservare gli altri». Non in modo passivo ma con un intenso impegno artistico venuto allo scoperto nei momenti esaltanti, in presenza di mostre in tutto il mondo, di scultura e fotografia, libri e critici illustri. Soprattutto dall’iniizo del secondo millennio in poi.
Il popolo di Pietrasanta festeggia Gina Lollobrigida all’inaugurazione della sua mostra
Ripercorrendo questa storia pur molto sommariamente appare incredibile come sia del tutto ignorata nella televisione nazional-popolare, nonostante i suoi espliciti richiami di cui abbiamo riportato qualche momento, quasi si volesse censurare l’arte per non oscurare il divismo e il gossip. Scandaloso e vergognoso voler relegare la Lollobrigida di oggi, e dei decenni scorsi, soltanto alla memoria storica di se stessa e del divismo cinematografico; come se per il resto sia “inutile” come viene ritenuta “inutile” l’arte e la terza età nei fatti denunciati con l’oratoria appassionata da Stefano Massini.
Perciò dalla citazione dello scrittore siamo passati a Gina Lollobrigida, che ci sembra esserne il “testimonial” ideale. Anche lei si unisce al suo grido “non sono inutile”, ad entrambi ci uniamo nel nostro piccolo, con slancio altrettanto appassionato unito a una incontenibile voglia di continuare a dimostrarlo.
Il francobollo di San Marino sulla Lollobrigida scultrice
Info
Cfr. il nostro articolo citato “Coronavirus, la prima linea e le retrovie di una guerra asimmetrica”, in questo sito 26 marzo 2020; in particolare il commento di Giuseppe Maria Sfligiotti e i due commenti di Piercarlo Ceccarelli con le nostre risposte. I conduttori delle due trasmissioni televisive Rai, nell’ordine di citazione, sono Mara Venier e Pippo Baudo. La nostra recensione alla mostra del 2009 “Gina Lollobrigida fotografa”, già pubblicata in cultura.inabruzzo.it dell’agosto 2009, non più raggiungibile, viene ripubblicata in questo sito contestualmente al presente articolo nella stessa data. La citazione di Savonarola si riferisce al libro di Stefano Massini, “Io non taccio”, Corvino Meda Editore, pp. 112, con le veementi “prediche” del frate fiorentino “riscritte” da Massini e recitate nell’unito DVD da don Andrea Gallo. Le interviste citate sono nei siti gazzettadisondrio.it per quella di Diane Barrow, lastanzadelletorture.it per quella di Cinzia Donati. I 5 articoli con la nostra proposta di fare della scultura “Vivere insieme” il simbolo della rinascita dell’Aquila sono usciti il 20 gennaio 2013 e il 28 ottobre 2012 in www.arteculturaoggi.com, il 18 gennaio 2013, 27 ottobre 2012 e 3 settembre 2009 in cultura.abruzzo.world.com, con l’immagine della scultura.
Foto
Le immagini si riferiscono alla Lollobrigida scultrice, due di esse mostrano i suoi disegni e dipinti alle pareti di sale con al centro sue sculture, e l’ultima introduce alla Lollobrigida fotografa, le cui immagini sono inserite nell’apposito articolo sulla mostra del 2009 al Palazzo delle Esposizioni pubblicato contestualmente. In apertura Gina Lollobrigida, attrice, scultrice, fotografa, e Stefano Massini, scrittore; seguono la scultrice con il bozzetto di “Esmeralda” , e Gina Lollobrigida, “Esmeralda” 2002, bronzo; poi, la scultrice con il bozzetto del Gruppo di bambini e Gina Lollobrigida, Gruppo di bambini; quindi, la scultrice con la sua opera “Vivere insieme” , e Gina Lollobrigida, “Vivere insieme” 1992; inoltre, Gina Lollobrigida, “Marylin” , e la scultrice con “Petite Dancesuse”, 1994, bronzo; ancora, Gina Lollobrigida, “Paolina Bonaparte” , e Gina Lollobrigida, statua di bellezza muliebre con motivi vegetali; continua, la scultrice dietro una propria statuacon Gian Luigi Rondi e Gina Lollobrigida, statua di Madre con bambino; prosegue, la scultrice si immedesima nella Madre con bambino, particolare, e Gina Lollobrigida, “Andrea Bocelli“, la scultrice con il soggetto della sua statua; poi, Gina Lollobrigida, Ragazzo dalle braccia conserte, con la scultrice; quindi, 3 immagini nel suo laboratorio di scultrice, al lavoro su una statua, poi su un busto e una visione d’inieme del suo laboratorio; inoltre Catalogo in inglese per le mostre di scultura all’estero, e 7 immagini sulla mostra di Pietrasanta del 2008, 2 nell’interno della Chiesa di Sant’Agostino, con sue sculture, una visione d’insieme e una particolare, 2 nella Sala delle Grasce, rispettivamente con 3 e 5 sue sculture, 2 nella Sala dei Putti e nella Sala del Capitolo, rispettivamente una sua scultura a sin. e al centro, alle pareti suoi dipinti e disegni, completa il Catalogo della mostra “Vissi d’arte” 2008; ancora, Gina Lollobrigida, “Primavera” 2002, marmo, nella Chiesa di sant’Agostino, lei a sin., e Gina Lollobrigida, “Primavera”, particolare; continua, Gina Lollobrigida, “La Fata turchina” 2003, bronzo, a sin. con lei il sindaco di Pietrasanta Massimo Mallegni; poi, la scultrice dinanzi alla sua “Esmeralda” , e il popolo di Pietrasanta festeggia Gina Lollobrigida all’inaugurazione della sua mostra; infine, il francobollo di San Marino sulla Lollobrigida scultrice e, in chiusura, Gina Lollobrigida sui tetti di Roma fotografa una modella, che introduce all’articolo contestuale sulla Lollobrigida fotografa Le immagini sono tratte dai siti di seguito indicati nell’ordine in cui sono inserite nel testo, si ringraziano i loro titolari per l’opportunità offerta, precisando che hanno solo scopo illustrativo e culturale senza alcun intento economico, nè commerciale, nè pubblicitario; qualora la pubblicazione non fosse gradita, le immagini verranno rimosse subito su semplice richiesta dei titolari dei siti. Sono tratte dai siti web: biografieonline.it, trentino.cultura.it, musapietrasanta.it, pinterest.it, vsuete.com, museodeibzzetti.it, style.corriere.it, arteculturaoggi.com, getty images, cicinatuttacronaca.wordpress.com, fotoalamy.it, alainelkaninterviews, corriere.it, loschermo.it, lavoce.it, museodeibozzetti.it, repubblica.it, alainelkaninterviews, caffeinamagazine.it amazon.it, 3 tutte del sito web musapietrasanta.it, 4 tutte museodeibizzetti.it, amazon.it, lastanzadelletorture.it, iltirreno.gelocal.it, 3 tutte del sito web lastanzadelletorture.it, riminibeach.it, archiviopizzi leformiche.net.
Gina Lollobrigida sui tetti di Roma fotografa una modella
Sabato 15 ottobre 2022, alle ore 17, si è tenuto a Foligno, all’Oratorio del Crocifisso, un incontro celebrativo del centenario dalla nascita: “Luciano Radi, il suo messaggio politico e umano”. E’ stato un omaggio all’uomo politico, allo studioso, all’intellettuale e scrittore molto stimato e amato non solo nella sua terra, ma a livello nazionale nel quale ha operato con una milizia politica, un impegno civile e un’attività letteraria in un modo appassionato che ha segnato tutta la sua vita.
Luciano Radi
E ‘ trascorso un mese dall’incontro, ricordiamo oggi Luciano Radi nel trigesimo non di una scomparsa ma di una ricomparsa, una apparizione sia pure solo virtuale. La consideriamo tale perché sono state così intense le espressioni usate da coloro che lo hanno ricordato ai molti amici ed estimatori che hanno affollato l’Oratorio del Crocifisso, che la sua figura è apparsa viva e presente.
Si è trattato di una vera e propria cerimonia per il livello istituzionale di alcuni illustri intervenuti, e per la sede sacrale dell’Oratorio del Crocifisso, ma nulla di formale e rituale, tale la spontaneità e l’immediatezza con cui si è svolta, con gli sguardi commossi della figlia Maria Chiara e dei nipoti Tommaso e Sebastiano; a loro si deve l’aureo libretto-ricordo dato ai partecipanti oltre alla perfetta organizzazione nata da un amore e una dedizione senza fine.
L’invito per i partecipanti con l’aureo libretto-ricordo
Se non avesse avuto questo carattere ci sarebbe triste rievocare la manifestazione, per il nostro rapporto con lui durato più di un quarantennio, in un sodalizio intellettuale profondo. Invece proviamo dolcezza – mista a malinconia e nostalgia per il tempo passato in stretta intesa con lui – sentendo rivivere la sua nobile figura nei molteplici aspetti, politico, culturale e umano attraverso le parole non astrattamente elogiative ma legate a precisi ricordi di una vita spesa nell’impegno civile da un protagonista del nostro tempo, il quale ne è stato anche testimone nei suoi libri che hanno lasciato una traccia imperitura per le nuove generazioni con il suo messaggio politico e umano.
Foligno, l’Oratorio del Crocifisso
I messaggi e gli interventi celebrativi
L’ambasciatore Paolo Foresti, che ha condotto l’incontro con garbo e immedesimazione, ha iniziato sottolineando la comune visione dell’Europa e un rapporto personale con lui che lo faceva intrattenere “a parlare del mondo”, dei personaggi di comune conoscenza e di altri eventi che li vedevano insieme. E ha confidato : ”La profonda cultura e umanità di Luciano mi affascinavano ogni volta che mi recavo a fargli visita nella sua casa di campagna appena sopra Foligno”. Ha concluso il suo ricordo citando un messaggio di grande valore ricavato dal libro “La macchina planetaria. Quale regole per la corsa alla globalizzazione”, del 2000, quando ancora tale termine non era entrato nell’economia e nella società. Questa la citazione testuale dal libro: “Una convergenza di segni indica che l’umanità va verso un cambiamento e questo cambiamento è forse molto vicino. Non siamo alla fine dei tempi ma alla fine di un tempo. Anche la globalizzazione, così come oggi si realizza, è solo una stagione, non l’approdo definitivo del nostro approdo sul pianeta”.
Il commento di Foresti: “Ecco chi era veramente Luciano Radi, un uomo che attraverso il passato in tutte le sue manifestazioni esplorava ed individuava il futuro”.
Giuseppe De Rita nel corso della sua testimonianza al centro della rievocazione, alla sua dx l’ambasciatore Paolo Foresti
Dei molteplici aspetti della sua personalità poliedrica – in una vita fortemente impegnata in campo politico, sociale e culturale, e nell’interrogarsi dentro in una introspezione struggente, per poi condividere le proprie emozioni attraverso i suoi libri – hanno parlato gli intervenuti, dopo la lettura di messaggi molto significativi.
Iniziamo con gli interventi provenienti dall’istituzione religiosa e da quella civile, legati a ricordi personali del suo impegno nella comunità, mentre il nobile e sentito messaggio del massimo livello della nostra Repubblica lo citeremo in conclusione.
Lo spettacolare affresco al centro del soffitto dell’Oratorio
Il cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, in tempi passati a Foligno, in un ampio messaggio ha rievocato gli anni della “formazione del giovane Luciano, fortemente segnata dalla sua esperienza nell’Istituto San Carlo, in specie nell’attività teatrale, in quel tempo ampiamente caratterizzante la proposta di presenza cattolica nella città. Nell’Istituto vivevano i valori di quella connessione tra fede e cittadinanza che ne avevano animato le origini come testimonianza del Vangelo di fronte a una società segnata da forti vene anticlericali, poi nel far fronte all’egemonia educativa del fascismo, quindi nel motivare i giovani partigiani nella resistenza al nazi-fascismo, infine, proprio negli anni della presenza di Luciano nel San Carlo, nell’offrire principi e riferimenti valoriali in grado di orientare le nuove generazioni nella ricostruzione della società italiana nel dopoguerra”. Una importante testimonianza che disvela le radici profonde dei valori ispiratori della sua condotta a livello politico e umano rimasti esemplari, nelle parole del Cardinale; il quale ricorda quando, all’inizio degli anni ’80, si impegnò nel ridare vita all’esperienza san carlista: “Missione che fui lieto di assumere, sostenuto da validi laici e avendo come riferimento immediato proprio la generazione dei sancarlisti di cui era parte Luciano Radi”.
Uno scorcio della sala dell’Oratorio con i partecipanti all’incontro
Dalla formazione giovanile all’esperienza politica: “Essa si svolse in forte appartenenza a quel filone del cattolicesimo politico che legava insieme una visione dell’uomo e della società saldamente ancorata alla visione cristiana del mondo e la declinava con una particolare accentuazione rivolta alle attese dei poveri e alla giustizia sociale. Al centro di quel mondo si collocava la figura del sindaco santo fiorentino, il venerabile prof. Giorgio La Pira”. E il Cardinale ricorda la “comunione ideale”che aveva Luciano Radi con il sindaco santo a cui ha dedicato un libro e una citazione in “Buonanotte onorevole‘: “Da questa comunione ideale scaturisce anche il suo modo di fare politica molto attento alla dimensione del servizio e sempre attento alle ragioni dei ceti più umili, in particolare il mondo dei lavoratori della terra”.
Un angolo suggestivo dell’Oratorio
Dalla vita politica all’attività di scrittore con “l’attenzione che Luciano Radi ha rivolto alla realtà della Chiesa, in specie dei suoi preti, una realtà colta nella sua quotidianità, anche fragile, ma con un occhio e un cuore di figlio che tutto avvolgeva nell’affetto e nella misericordia. Con gli occhi ben aperti sulle debolezze della vita ecclesiale e sacerdotale, ma mai per condannare con spirito di antagonismo e di rivalsa, bensì con attenzione, comprensione, desiderio di contribuire a quella continua conversione di cui la Chiesa ha bisogno”. In questo era in sintonia con il Santo Papa Giovanni XXIII che con il Concilio volle “manifestare il volto materno e misericordioso della Chiesa” e lo è anche con Papa Francesco “che della misericordia ha fatto la chiave di ingresso nel suo pontificato”. E aggiunge: “Lo si vede dai suoi scritti sulle figure dei santi, in particolare umbri, dai quali era attratto, lasciando trasparire nelle pagine agiografiche la profondità della spiritualità che lo animava, ed era la ragione di tutto”.
L’intenso messaggio del Cardinale si conclude con un sentito “grazie a Luciano Radi, per come ha seminato di bene il cammino della nostra città, della vita politica e della Chiesa”.
1969
Dopo l’autorità religiosa, l’autorità politica, ai massimi livelli comunale e regionale.
Il Sindaco di Foligno, Stefano Zuccarini, ha iniziato dicendo come “abbia davvero voluto lasciare il segno con la sua vita, nella vita degli altri: degli altri intesi anche come Comunità, proprio attraverso l’impegno nelle Istituzioni.
Un impegno civile, nel senso più alto del termine: quello del condividere il Bene Comune e di mettere se stessi e le proprie capacità al servizio degli altri, in un mondo in cui sempre più spesso si mettono i propri interessi prima di quelli degli altri e ci si serve delle Istituzioni invece di servirle, ecco che la figura di Luciano Radi rappresenta un punto di riferimento, sempre attuale e un modello da seguire ancora oggi” .
E questo “con la sua figura di Uomo, di Cristiano, di Politico con la P maiuscola, di Folignate che ha contribuito a far grande Foligno”.
Ne ha poi ricordato la carriera politica, iniziata nell’immediato dopoguerra come Consigliere comunale dal 1946, Deputato ininterrottamente dal 1958 al 1992, Senatore fino al 1994; ricoprendo ruoli importanti nel governo italiano, e ha parlato dell’attaccamento alla propria terra, dove ha sempre vissuto ed è stato fautore di importanti iniziative produttive, sociali, culturali: “Anche da questo possiamo dire che il segno lasciato da Luciano Radi è ancora vivo, ed è tra noi”.
Riguardo alla sua elevata caratura intellettuale lo ha definito “uomo consapevole che con il confronto si potevano cogliere spunti meritevoli di essere approfonditi per allargare, arricchire e perfezionare la propria visione” , e ha citato “la sua ricca produzione letteraria: opuscoli e libri di carattere politico, socio-economico, storico, agiografico e di costume”.
Con Scelba, Fanfani e Rumor
Questo il sindaco attuale, ma anche Manlio Marini, già sindaco di Foligno dal 1993 al1995 e dal 2004 al 2009in un messaggio ha voluto “rievocare ed esaltare la figura di un uomo che oltre che marito e padre esemplare ha dimostrato onestà intellettuale, saggezza e coerenza nell’esercizio di una prestigiosa funzione di servizio per il bene della comunità nazionale e di quella regionale interpretando, nel migliore dei modi, il ruolo della politica”.
1970
La Presidente della Regione Umbria, Donatella Tesei, nel suo intervento di saluto, ha ulteriormente sottolineato l’azione che come politico ha svolto per la sua terra, non solo per la città di Foligno – che con l’incontro odierno così partecipato ne ricambia l’amore – ma per l’intera regione. Per questo lo ha considerato “ancora tra noi, è stato ed è sempre tra noi”, costantemente vicino alla propria comunità, dalla quale è partito nella continua ricerca del bene pubblico a livello locale e nazionale. E non si è limitato ad operare nella sfera politica, ma “ha espresso i suoi mille interessi culturali in una serie rilevante di opere che ha pubblicato,diventate per tutti noi un motivo di apprendimento, di crescita, di guida”.
Ne ha ricordato le doti preclare di politico e uomo di cultura con parole che sono state un omaggio sentito e sincero a chi ha manifestato con la propria azione concreta e l’impegno appassionato il valore delle radici territoriali e insieme il riconoscimento del retaggio lasciato all’Umbria, che si collega ai riferimenti spirituali della regione da lui sentiti profondamente. Ha voluto infine rivelare che la sua emozione è ancora più intensa di quella che le viene dalla carica istituzionale nel ricordo degli stretti rapporti di Luciano Radi con suo padre, che svolgeva attività politica nel suo stesso partito a Montefalco.
Con Fanfani, in visita a Dottori
Una nota personale dello stesso segno, ancora più profonda, nell’intervento di Alessandro Forlani, e non poteva essere altrimenti considerando quanto stretti fossero stati i rapporti di Radi con il padre, impossibilitato a venire per la fragilità dell’età molto avanzata ma partecipe con il suo saluto portato dal figlio che ha ricordato l’intesa tra loro, dagli anni della prima segreteria della DC di Arnaldo Forlani, nel 1969-73, alla Presidenza del Consiglio del 1980-81 con Radi suo sottosegretario. Del resto ne era considerato “il braccio destro”. Ha rievocato la loro “grande amicizia, amicizia profonda, frequentazione costante, continuativa, due percorsi politici fortemente intrecciati in una preziosa collaborazione e confidenza”.
Ha osservato come ce ne sia un’espressione nel profilo che Radi ne ha tracciato, con parole molto espressive dedicate a Forlani nell’aureo libretto dato ai presenti. Ne citiamo solo alcune: “Forlani ha la virtù’ della prudenza, della pazienza, della moderazione, dell’autocontrollo e l’arte di cogliere i tempi giusti; da lui non verranno mai appelli drammatici, alternative perentorie. Fa la politica in maniera elegante , sottilmente disincantata: ogni suo sforzo tende a rassicurare, a riportare le cose sui binari del buon senso…”. Sembra un autoritratto di Radi, aggiungiamo, e questo spiega la stretta intesa che c’è stata sul piano umano oltre che politico. Anche ricordi personali della fase iniziale della propria carriera politica nei giovani DC e come consigliere comunale, pur nel divario generazionale: ha voluto Radi relatore in un corso di formazione per i giovani da lui promosso a Fiuggi, e ne ricorda la lezione densa di cultura umanistica e di competenza economica e sociale.
Soprattutto ne ha fatto rivivere la figura con queste parole: “Di quella classe dirigente con punte di professionalità politica eccelsa Luciano Radi è stato tra i migliori: non solo per la raffinatissima cultura, la competenza, l’impegno nell’attività parlamentare unito a quello per la sua terra; ma anche per lo stile, l’approccio e il tratto sempre molto cortese e molto disponibile, sorridente, mai settario – pur in un periodo storico di contrapposizioni quanto mai accese – ma dialogante, ragionatore acuto con grande capacità di persuasione, pronto a farsi carico delle ragioni degli altri”.
Ha concluso dicendo che per gli insegnamenti che ha lasciato, il suo esempio può essere un utile riferimento ideale quando si affrontano gravi problemi in un momento così difficile per il paese.
1973
Giuseppe De Rita, lo “storico” Presidente del Censis, il Centro Studi Investimenti Sociali da lui fondato, per dieci anni Presidente del CNEL, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, nella sua testimonianza al centro della manifestazione ne ha rievocato la figura con toni sommessi e parole intensamente sentite, derivanti dalla sua lunga consuetudine con lui, in un rapporto iniziato quando “Luciano era giovane parlamentare con l’incarico nel partito delle ‘Aree depresse del Centro-Nord’, la cosiddetta ‘Cassetta’”: nel loro primo incontro a Villa Lubin gli chiese di andare il giorno dopo in Umbria per trattare di quei temi così importanti per il suo territorio.
Con Gava e Scalfaro
Di lui ha ricordato la “cultura della mediazione” anche quando era molto difficile, ma non cedeva all’opportunismo, “era sempre se stesso”, non era costruito bensì “semplice e naturale, senza enfasi”. E aveva “una generosità spontanea”, come quando a scuola, molto bravo in matematica, passava i compiti ai compagni.
Ha sottolineato come ha attraversato anni di forti contrasti, nella politica e nella società, anche all’interno del suo partito, senza mai perdere la sua capacità di “stare dentro alle cose”, far emergere le soluzioni smussando le punte. E ha citato il giudizio di Andreotti, che non ne formulava mai ma eccezionalmente nei suoi confronti ha parlato “dell’amicizia per un collega del quale ammiro particolarmente la dedizione al lavoro, la serenità di spirito, la comunicativa umana” , aggiungendo che “la calma, tutta umbra, di Luciano Radi, contribuisce a distendere il nostro complesso mondo di lavoro”.
De Rita ha parlato dei 35 anni di attività parlamentare, nei quali la società italiana ha avuto i radicali cambiamenti che dall’osservatorio del Censis ha analizzato e penetrato costantemente con l’annuale Relazione sulla situazione sociale. Ha fatto dei riferimenti alle forti trasformazioni anche sul piano politico, ma dell’amico ha voluto tratteggiare essenzialmente gli aspetti umani.
E ha concluso evocando il rapporto che ha definito “fondamentale” nell’azione e nella vita di Radi tra esterno e interno: l’incessante attività nelle istituzioni, con l’altrettanto incessante impegno civile e culturale, che lo ha visto “convesso”, ha avuto una corrispondenza all’interno, è stato “cavo”, ripiegato nella riflessione e nell’introspezione. “Ha fatto i conti con se stesso”, e aprendosi nei suoi libri dell’anima ha fatto partecipi gli altri dei suoi sentimenti interiori nei quali emergono i temi che penetrano nel profondo, fino al tema della morte.
Così è stata delineata una parabola di vita che mentre esprimeva all’esterno l’assoluta dedizione nell’impegno civile e politico, all’interno diveniva meditazione accorata e spesso sofferta.
1979
L’ unicità della sua figura
E’ un itinerario di vita, quello di Luciano Radi, che nell’aureo libretto dato come ricordo ai presenti viene rivissuto nei suoi molteplici aspetti: l’unicità della sua figura di politico e uomo di cultura; una vita nella politica, un impegno continuo e una testimonianza preziosa; in più la narrativa, con l’introspezione più intima e segreta; fino al suo messaggio politico e umano.
Ma va premessa la sua eccezionalità che supera i due stereotipi opposti quanto speculari, quello contro i “professionisti della politica” e l’altro contrapposto della “politica come servizio”. Non è stato un professionista della politica data la sua caratura professionale di docente universitario, mentre il suo servizio politico per il bene pubblico non è stato esclusivo data la vastità dei suoi interessi coltivati in campo culturale. Una vera lezione di cui fare tesoro il saper coniugare diverse vite al più alto livello intellettuale e culturale.
Una eccezionalità la sua che diventa unicità considerando che l’osservazione attenta della realtà del suo Paese e della sua terra alimentava non solo la sua azione politica ma anche gli approfondimenti dati alle stampe nei quali spicca saggezza unita a umanità. Ma c’è di più, la sua competenza di economista e statistico docente all’Università, forniva le basi per delle analisi alle quali seguiva la proposta e l’azione volta a realizzare quanto emergeva dalle sue riflessioni e studi approfonditi.
Come non definire unico chi, parlamentare in nove legislature per oltre 35 anni ha al suo attivo 35 pubblicazioni che spaziano dalla politica all’economia, dalla storia alla sociologia, fino ai bozzetti di costume non solo espressi in prosa, ma anche attraverso grafiche artistiche anch’esse del tutto peculiari? Tutto nasce dalla sua insaziabile curiosità di cogliere e interpretare i movimenti della società mobilitandosi per accompagnarli con adeguati interventi della politica; senza limitarsi a questa azione concreta e fattiva ma impegnandosi con i suoi libri per renderne partecipi tutti coloro che come lui avevano a cuore l’evoluzione visibile e quella nascosta della società.
Da Presidente della Camera Italiana di Alta Moda, a dx Giovanni Leone
L’identificazione dei bisogni dei più deboli era in cima ai suoi pensieri, mossi da una religiosità profondamente radicata nella sua terra, la terra di San Francesco, alla cui figura ha dedicato libri intensi e ispirati. Non si deve pensare che queste sue peculiarità lo rendessero distaccato, al contrario aveva una amabilità disarmante – come ha ricordato De Rita citando anche le parole di Andreotti – che non dava soggezione, bensì calma e serenità. Ma non si trattava soltanto di temperamento, bensì di istintiva apertura al dialogo, al confronto con le idee contrarie alle sue, che pur se erano solide e ben radicate potevano giovarsi della conseguente riflessione estendendo la visione con approfondimenti successivi in un arricchimento e perfezionamento altamente virtuosi.
1984
L’impegno politico attraverso i suoi libri
Non ripercorriamo la sua lunga milizia politica nella Democrazia Cristiana, che risale al 1946 con l’elezione in Consiglio comunale di Foligno, a livello nazionale De Gasperi gli affidò giovanissimo la direzione del dipartimento “Aree depresse del Centro Nord ”. In Parlamento dal 1958 al 1994, ininterrottamente dalla III all’XI legislatura, 405 progetti di legge presentati, 104 atti di indirizzo e controllo, 256 interventi, 2 incarichi parlamentari e 8 incarichi di governo, ne ha parlato Giuseppe De Rita inquadrandone la presenza e azione politica nei profondi mutamenti avvenuti nella società.
Con Fanfani e Pertini a una cerimonia sulla CEE
Con riferimento alla nota “Luciano Radi. Protagonista e testimone del nostro tempo” che conclude, con “Il profumo della memoria”, l’aureo libretto celebrativo, accenniamo agli scritti nei quali ne ha dato testimonianza, a riprova della “unicità” che abbiamo visto nella sua figura e nella sua opera di protagonista politico nelle istituzioni e di scrittore quanto mai versatile nei contenuti e nelle forme.
Dalla prima pubblicazione che risale al 1957, “La crisi della pianificazione rigida e centralizzata” al saggio “I Mezzadri e le lotte contadine nell’Italia centrale dall’Unità al 1960”, del 1962, che riflette l’impegno politico sulle aree depresse, cui seguirà nel 1970 “Nati due volte”,una serie di bozzetti di vita contadina in una sua partecipazione così sentita da divenire immedesimazione.
Carlo Carretto ha scritto nella Presentazione: “Io dico che è un documento, un impressionante documento capace di far nascere romanzi e destare inchieste su una realtà che anche se non esiste più nel suo complesso, travolta dalle trasformazioni veloci del nostro tempo, è ancora attaccata a brandelli sulle nostre carni e ci fa soffrire quasi come se fossimo attori e responsabili”.
Nel 1969 aveva pubblicato “Potere democratico e forze economiche” – era sottosegretario alle Partecipazioni statali dopo esserlo stato all’Agricoltura, due dicasteri di natura economica, anzi produttiva – nel quale espone le sue idee per una moderna politica economica nazionale incentrate sulla posizione dell’uomo nella società contemporanea, visto come individuo, come cittadino e come lavoratore, in una visione valida ancora oggi dopo oltre mezzo secolo..
1985
Come sono attuali le sue considerazioni conclusive secondo cui è essenziale che “il dialogo tra le forze politiche e gli apporti risultanti attengano ai contenuti specifici e concreti dell’azione politica e non alle impostazioni ideologiche… nè tanto meno alla ripartizione delle posizioni di potere”.
Una vera lezione, con un avvertimento: “Tutto ciò riflette l’essenza stessa della partecipazione ai vari livelli, che comporta l’apertura ad ogni corrente di pensiero sia perché soltanto così si attua appieno il metodo democratico, sia perché in caso contrario le forze escluse da una effettiva partecipazione esercitano una pressione rivendicativa che, nella misura in cui si esercita in forme violente, arriva a minacciare lo stesso sistema democratico”.
Tra i libri più strettamente politici ricordiamo Partiti e classi in Italia del 1975, seguito da Il voto dei giovani del 1977, e due analisi dei risultati elettorali del suo partito, Riflessioni su una sconfitta e Riflessioni su una vittoria. Fino a La talpa rossa del 1979, sulla penetrazione sotterranea del Partito comunista nel corpo del paese, al di là del suo ruolo di maggiore partito di opposizione, ritenuto per ciò stesso al di fuori delle stanze del potere, mentre era soltanto apparenza.
Nel libro ne denuncia la insidiosa azione egemonica: “Ma la meta di una società come la nostra sospinta dalla libera dialettica culturale, sociale, economica non è una meta indicata ‘organicamente’ dai capi,una volta per sempre con la forza di una egemonia totalizzante, è una meta sempre rinnovantesi che la società persegue in un dialogo tra tutti i soggetti della vita sociale”.
Con questo impulso: “ L’unico moto autenticamente rivoluzionario è suscitato dalla libertà. La libertà è la forza sempre nuova che con la scienza e la tecnica e la coscienza della crescente complessità delle relazioni sociali, trasforma la società fondata sul potere come dominio in una società consapevole fondata sul potere come servizio, come funzione dirigente”. Un forte messaggio politico che resta valido tuttora.
Con Pertini all’inaugurazione della mostra per il centenario di Garibaldi
E poi, nel 1991, La grande maestra, la Tv tra politica e società, un viaggio all’interno del “grande fratello” che ne riflette l’azione come responsabile dei problemi radiotelevisivi del suo partito, l’anno dopo diventa presidente della “Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai” promuovendo importanti innovazioni. Nel 1980-81 è stato Direttore del quotidiano“Il Popolo”, organo della DC.
Non mancano i “ritratti” di personaggi politici, a partire da Tambroni, trent’anni dopo l’agitata quanto breve stagione della Presidenza del Consiglio culminata nei fatti di Genova, del 1990, fino a Gerardo Bruni e la questione cattolica, del 2005, e quelli a livello locale del 2006: Foligno 1946. Ricordo di Italo Fittaioli e Benedetto Pasquini in occasione del sessantesimo della prima elezione democratica al Consiglio comunale, 2006.
1990
Spicca tra tutti Gli anni giovanili di Giorgio La Pira, del 2001, il “sindaco santo” nella fase della sua formazione,cui si è riferito anche il Cardinale Betori nel messaggio citato all’inizio. E poi La DC da De Gasperi a Fanfani,del 2005, 20 capitoli molto densi punteggiati di ricordi e di vive testimonianze personali che arricchiscono l’accurata ricostruzione storica.
Ha anche esteso lo sguardo oltre l’ambito nazionale con La macchina planetaria. Quali regole per la corsa alla globalizzazione, del 2000 – con la prefazione di Giuseppe De Rita, il testimone dell’incontro celebrativo del centenario – nel quale prevedeva la difficile conciliazione tra azione del mercato e valori individuali e collettivi, in presenza delle temute ondate inflazionistiche, delle crisi finanziarie e della difficoltà di introdurre regole condivise, che dovrebbero portare a un coordinamento globale, magari in sede ONU, anche se non pensava certo a un governo mondiale, utopistico e controproducente per una serie di motivi indicati con precisione.
Con Guido Carli
Ecco il suo lungimirante messaggio: “Nelle condizioni attuali la scelta ci sembra inequivocabile: dare alla comunità internazionale le leggi e le istituzioni necessarie per la difesa della pace, della libertà, della stabilità e del benessere; favorire ovunque l’evoluzione culturale e le conoscenze scientifiche e tecnologiche; provvedere alla integrazione nel sistema delle vaste aree marginali destinate altrimenti a rimanere escluse; dare al mercato leggi planetarie per ciò che riguarda l’organizzazione del sistema bancario e i flussi finanziari. Si è in drammatico ritardo. Il futuro è già tra noi. Dare soluzioni efficaci all’insieme dei problemi che condizionano non solo la crescita, ma la stabilità del sistema globale e la sostenibilità ecologica dello sviluppo, è indifferibile”. Lo scriveva 22 anni fa.
“Se il sistema capitalistico non si orienterà in questa nuova direzione – erano le sue conclusioni -mettendo alla prova, ancora una volta, la sua capacità di adattamento e non favorirà il processo di coordinamento a livello globale, rischierà di generare pericolosi e sempre nuovi rischi di disgregazione del sistema planetario”.
La sua attualità è nei gravi problemi di oggi , di qui la lungimiranza sottolineata dall’ambasciatore Foresti nell’aprire l’incontro.
1993
I libri con la sua testimonianza culturale e umana
Ma la sua testimonianza non è solo politica, bensì anche culturale e umana – come è stato ricordato da tutti – per questo intendiamo soffermarci ora sui libri in cui si è manifestata in una introspezione sempre intima, spesso accorata e qualche volta sofferta, un altro aspetto della sua unicità: disvelare così i propri sentimenti, tanto più di un uomo politico, è più unico che raro.
L’esordio nella saggistica risale addirittura al 1948, quando a 26 anni, nel 1948, pubblicò Il pendolo composto e le sue leggi, ristampato in anastatica nel 2010; poi lo vediamo impegnato nella ricostruzione storica con 20 giugno 1859: l’insurrezione e il sacrificio di Perugia, siamo nel 1998, e molti anni dopo con Il mantello di Garibaldi., nel 2011. Di qui alle vite dei Santi, aperte da Chiara di Assisi, del 1994, a lui molto cara, seguita da Angela da Foligno nel 1996, da Santa Veronica Giuliani nel 1997, e Umbria santa del 2001. Poi, San Nicola da Tolentino e Margherita da Cortona nel 2004.
In Francesco e il Sultano, del 2006, dopo una approfondita ricerca storica rivela il vero intento della missione del santo, “porre fine alle Crociate con il dialogo e con la conversione e non con l’uso delle armi” – che peraltro il santo esortava “a non usare ma non a deporre” – cioè “il metodo del dialogo e della testimonianza personale al posto della contrapposizione e dello scontro”, come sottolinea Franco Ferrari: il metodo usato nella sua azione politica e nell’intera sua vita.
Sul santo dall’incomparabile fascino religioso e umano troviamo anche San Francesco e gli animali del 1999, con episodi tratti dalla sua vita che fanno comprendere come sarà l’armonia rigenerata dall’Amore in tutto il creato: “Se gli uomini torneranno ad amare i fiori, gli animali, i fiumi, i mari, le montagne, i boschi, ameranno se stessi, gli uni e gli altri, e faranno della tecnologia un potente strumento di promozione di equilibri umani sempre più alti. Esalteranno la loro operosa presenza sulla terra, la loro dignità di persone, la loro libertà, e vivranno pacificamente insieme, in attesa del compimento dei tempi. Questa è la lezione che ci ha lasciato Francesco di Assisi”.
Con la presidente della Camera Nilde Iotti alla cerimonia del “ventaglio”
Due libri con protagonisti gli animali, creature di Dio che trasmettono messaggi e comunicano tra loro e con noi, “Francesco ha intuito che il linguaggio di ogni specie è in verità un dialetto sotteso da una lingua madre, universale, che consente la comunicazione cosmica”: Diario di un cane del 1993 e Memorie di una lumaca del 2002. In una umanizzazione francescana parlano in prima persona, ed è straordinario come lui riesca a immedesimarsi fino a mettersi nella loro posizione guardando dal basso con curiosità o apprensione ciò che avviene intorno a loro e sopra di loro.
Si avverte, in questa personalizzazione del cane e della lumaca, anche una certa vena umoristica che non gli ha fatto mai difetto, del resto ha esordito nel teatro come attore, lo ha ricordato il Cardinale, e in ruoli comici in cui riusciva molto bene, e lo ebbe a ricordare con la battuta che “pure i politici fanno ridere” a chi gli chiedeva perché non aveva continuato a fare l’attore comico.
ottobre 1999
La vena umoristica pervade la “trilogia dell’onorevole” , da Buongiorno onorevole, del 1973 – 4 edizioni di successo – seguito, nel 1996, da Buonanotte, onorevole; tra loro, nel 1978, Gli scarabocchi dell’onorevole, Cento appunti grafici di Luciano Radi, cui si aggiunge Il taccuino dell’onorevole del 1985, note da osservatore attento. Antonello Trombadori ha scritto che “sia nell’ossequio che nella confidenza formicola sempre la medesima ironia folignate, pacata, ma, se è necessario, senza far male, pungente”.
Ma non soltanto ironia, il primo dei 45 bozzetti di “Buongiorno, onorevole”, dopo la descrizione dell’assiduità da parte dei concittadini nel suo collegio, con una infinità di attenzioni ma anche di fastidi, si conclude con queste parole: “Sento il desiderio di tornarmene tra la folla anonima della capitale, ma il mare dei visi sconosciuti, spogliati di ogni ricordo mi fa comprendere che sono me stesso solo nel rapporto con gli altri: sono la somma dei loro problemi, delle loro aspirazioni; sono il loro passato, sono il loro presente. Se fuggo brucio invano la mia angoscia. Debbo rimanere con loro come ingrediente di una misteriosa lega, gettato nel crogiolo della lotta civile per partorire nel dolore il futuro, per me e per gli altri”. Una introspezione accorata che anticipa i libri dell’anima.
Una vena garbatamente ironica pervade i suoi bozzetti, e si esprime poi compiutamente in forma grafica negli “Scarabocchi dell’onorevole”, ritratti arguti e schizzi che riflettono i momenti di evasione dalle lunghe sedute parlamentari.
Alla visita de Presidente del Senato australiano
Questo vale anche per Un grappolo di tonache, del 1981, grafiche gustose ed eloquenti, in qualche caso impertinenti anche se rispettose, questa volta sui religiosi.
Cambia tutto con la “trilogia dell’anima”, dall’ironia disincantata della “trilogia dell’onorevole” passa a un’introspezione accorata. E’ preceduta da Non sono solo, del 1984, 68 bozzetti come presi dal taccuino di un vecchio sacerdote che gli ha dato “un vero godimento spirituale” in totale coincidenza con i suoi sentimenti.
novembre 1999
Il primo bozzetto, “Chi sono?” “Sono un uomo che ama, un uomo che offre la sua pena per la redenzione del suo popolo. Sono come la fonte che è al centro del paese, corrosa dal tempo, ma ricca di acqua pura per la sorgente che l’alimenta”. L’ultimo,”Ecco l’ora si avvicina”: “In questo momento conclusivo non sono solo: non potrei, non saprei indirizzare i miei nuovi passi. E’ con me, sin dall’inizio del tempo, il Figlio dell’Uomo, a consolarmi, a tenermi compagnia”; termina così: “Si può credere e non credere, ma ciò che non si può è sottrarsi a questo passaggio. Chi crede ha il dono di assaporare subito la letizia dell’Assoluto, chi è convinto di non credere, invece vedrà, quando avrà chiuso l’uscio alle sue spalle, Il figlio dell’Amore, credente e non credente, non muore, vive in eterno”.
Un bozzetto intermedio, “Il Sole”: “Il nostro fine è amare, amare l’Amore. Il tumulto delle nostre esplosioni interne, che è la ragione della nostra avventura umana, ha una risultante positiva solo se irradia amore. Ognuno di noi è un piccolo sole”; e in “Siamo come i fiori del campo”: “Se ti trovi chiuso in te stesso, costretto ad attraversare la notte dell’incomunicabilità, non disperare, ma attendi con pazienza che il sole risorga”.
In Sotto la brace,del novembre 1999, si inserisce nella “trilogia”: partendo dai ricordi d’infanzia – il primo giorno di scuola – si immerge sempre più nella vita trascorsa nella sua famiglia e nella sua terra, con tutte le scoperte e le paure, gli incontri e le sorprese, le rivelazioni e le riflessioni.
Ecco come in “Le mie ‘cotte’”, parla dei religiosi che hanno avuto una notevole importanza nella sua formazione, cui dedicherà gli scherzosi grafici ironici di “Un grappolo di tonache” di cui queste parole sembrano essere delle didascalie: “Benedetti sempre siano i preti miei! Se non ci fosse stato l’indice pungente di don Consalvo; se non avessi incontrato la bontà proverbiale di mons. Corbini, che affidava le sorti della diocesi più che ai suoi atti di governo, alla misericordia di Dio; se non avessi conosciuto la vis polemica e apologetica di padre Atanasio e di padre Bonaventura, chi lo sa dove sarei andato a finire. Avrei forse deragliato. Invece, anche grazie a loro sono qua a godermi il ribollire della mia inquieta coscienza, a guardare con trepidante speranza oltre l’orizzonte del tempo. Anche per chi non crede, come tante vicende mi hanno insegnato, il prete è pur sempre un rifugio, una difesa, talvolta l’unica ancora di salvezza”. Un orizzonte che nella conclusione dal titolo “Cadono le foglie” vede così : “La nostra vita appare capricciosa, con le sue contraddizioni, i suoi tradimenti, le sue incertezze. Ci sembra di precipitare, ma poi un soffio ci solleva fino alle vette più alte”. Come le “foglie esposte al vento che Altro governa. All’innalzamento può seguire il precipitare improvviso sul prato delle erbe morte per ridare vigore alla vita”.
Con una delegazione tedesca da Questore della Camera
Ed ora la trilogia, con i racconti di Anime e voci del 1990, in cui c’è il pensiero dominante della morte partendo dalla solitudine della vecchiaia, che ha fatto dire a Leone Piccioni: “Forse c’è in Radi una minore serenità forse dovuta ai fatti della vita, ma per noi lettori quanto successo a Radi è un bene, perché, appunto, la sua pagina ha preso un altro spessore, una diversa profondità, uno struggente attaccamento al paesaggio, una dimensione poetica più intensa”.
Nel 2005“Luci del tramonto” – 52 riflessioni su aspetti della quotidianità – 15 anni dopo, secondo lo stesso Piccioni allorché “Radi guarda alla vita e alla morte con più distacco ma certi dubbi risorgono e Radi non li nasconde anche se li risolve in una rinnovata fede”. Le energie spirituali assumono una nuova vitalità, la Fede penetra come non mai tutte le apparenze, attraversa il muro del dubbio, appare una vittoria della volontà”.
Premette una riflessione accorata: “Alla mia età tutto sembra precario, si ha l’impressione di vivere una vita aggiunta. La tentazione è di scomparire, di nascondersi; lo sguardo non si posa su orizzonti lontani, si rivolge alle cose più vicine che sono diretta proiezione di sé. I bisogni si riducono all’essenziale, la preoccupazione è di non turbare il fragile equilibrio metabolico. A mano a mano che il corpo perde elasticità ed efficienza e si trasforma in un cumulo di acciacchi, l’anima che ne è prigioniera scalpita per conquistare l’arcano”.
Ed ecco, a risollevarlo, la ripresa volitiva: “Le energie spirituali assumono una nuova vitalità, la Fede penetra, come non mai, tutte le apparenze, attraversa il muro del dubbio, appare una vittoria della volontà”.
2001
In primo piano torna l’amore: “L’amore è un mistero che nessuno riuscirà mai a svelare; lo cerco, lo possiedo, ma non so proprio cosa sia… Noi uomini sentiamo che tutti i suoi gradi non sono sufficienti per saziarci; che siamo chiamati ad un amore più alto, a partecipare all’amore increato. Un amore che inizia quaggiù e si compie al di là del tempo”. E poi: “La vita non è il dipanarsi di un rimpianto. ‘Il tempo che passa è Dio che viene’”.
La “trilogia”, vent’anni dopo “Anime e voci”, si conclude con I giorni del silenzio, del 2010, in cui dà conto del suo ritiro spirituale in un monastero: è il più accorato e insieme il più sereno, perché “l’anima ha bisogno del silenzio, del raccoglimento, per ritrovare se stessa dopo la dispersione provocata dal dinamismo, spesso convulso ma inevitabile, che caratterizza i giorni nostri” e per “essere sottoposta a un esame severo”.
Nei giorni del silenzio riesce a superare le angosce, a rinnovare le speranze che sembravano svanite, a sentire di nuovo l’amore vero, non quello fallace che ci rende “vittime di una fata morgana nello sconfinato deserto dell’anima nostra”.
Cita le parole di Padre Iacopo che lo invita ad aprirsi per essere compreso ed aiutato: “L’anima umana nasconde degli abissi inesplorati: le ragioni ultime del male nessuno le conosce, solo Lui è in grado di individuarle e di estirparle. Anche quando ci sembra di aver toccato il fondo in verità dentro di noi si presenta ancora un abisso: esiste un infinito negativo come esiste un infinito positivo.”. E la sua reazione nel sentirsi sollevato: “Ripresi allora coraggio. Io che da qualche tempo non sapevo più dove attingere conforto, io che avevo l’animo sconvolto, inquieto, sino a soffrirne, provai un singolare refrigerio”. Finché può esclamare: “Mi sembrò che una ignota mano avesse aperto una breccia nel muro della mia inquietudine. Sia pur teso, avvertivo di aver ritrovato me stesso”.
Un altro momento di vita parlamentare
Così lo giudica Attilio Turrioni: “Un libro di rara composizione che, mentre puntualizza momenti significativi del cammino umano e spirituale dell’autore, sollecita nel lettore una risposta personale altrettanto perentoria di fronte ai problemi dell’esistenza, alle ragioni ultime della fede, all’esperienza storica che ciascuno è chiamato a percorrere hic et nunc nel rapporto con gli altri, nel contributo, offerto o omesso, alla costruzione di una società più umana”.
Per questo ci siamo soffermati maggiormente su questo e sugli altri “libri dell’anima” riportando testualmente le sue intime, accorate e intense conclusioni.
2004
Il suo messaggio politico e umano
E’ una finalità superiore, mossa da un autentico sentimento religioso, quella a cui guarda nell’introspezione di se stesso, la medesima finalità alla quale è stata rivolta l’attività politica di una vita nelle istituzioni.
Pensa che la costruzione di una società più umana possa avvenire rifiutando ogni egemonia totalizzante, perché ”l’unico moto autenticamente rivoluzionario è suscitato dalla libertà. La libertà è la forza sempre nuova che, con la scienza e la tecnica e la coscienza della crescente complessità delle relazioni sociali, trasforma la società fondata sul potere come dominio in una società consapevole fondata sul potere come servizio, come funzione dirigente”.
Con Forlani, Malfatti, Spitella e De Poi
Le stesse azioni per realizzare ciò “hanno un limite nell’autonomia e nella libertà stessa. Come la libertà ha un limite nel coordinamento per perseguire un fine di interesse generale, è un delicato, difficile equilibrio che è facile compromettere”.
E aggiunge: “Per questo la collettività e i singoli cittadini non possono fare a meno di un preciso sistema di garanzie, ed una delle conquiste fondamentali dell’esperienza liberaldemocratica è lo Stato di diritto al quale non possiamo rinunciare e che la nostra Costituzione ha definito in un complesso sistema di autonomie, di articolazione e divisione di poteri, anche per salvaguardare la società civile da possibili arbitri della società politica”.
Nel messaggio per la “costruzione di una società più umana”, con i suoi profondi risvolti spirituali e religiosi, si trova condensata l’azione politica e l’impegno civile anche a livello culturale e umano, in una tensione morale che lo ha spinto nella sua instancabile, inesausta e incessante attività di tutta una vita da protagonista e testimone del nostro tempo, ci piace tornare a sottolinearlo.
Commozione, sorriso, fino alla spettacolare e intensa “Elegia per Luciano”
Nell’incontro tutto questo aleggiava nell’aria, evocato dalle parole degli intervenuti, intervallato dal ricordo degli spunti umoristici nei quali si è rivisto il Luciano Radi che ha sempre saputo esprimere anche una straordinaria capacità di ritrattista arguto con uno stile tutto personale, fatto di intensi addensamenti grafici che aprivano e hanno aperto al sorriso per la loro benevola forza espressiva, fino a una satira benigna, in particolare verso gli “onorevoli colleghi” e il “grappolo di tonache”.
marzo 2005
Abbiamo detto che “hanno aperto al sorriso” perché un numero ridotto ma significativo dei suoi bozzetti arguti ha dato corpo all’aureo libretto donato ai partecipanti dalla figlia Maria Chiara, che si apre con la dedica dei nipoti Tommaso e Sebastiano, “Ciao, nonno”, due pagine intrise di commozione, nei ricordi del tempo passato con lui, e di gratitudine.
dicembre 2005
I ricordi: “Quanti momenti di svago e di gioia, il divertimento e la gioia di stare insieme sono impressi nei nostri cuori! La tua casa era un posto magico, dove si trascorrevano ore fantastiche ascoltando le tue storie entusiasmanti e istruttive, quasi sempre divertenti! Quante risate quando imitavi il verso degli animali: la gallina era perfetta, vera. E quanta dolcezza nei piccoli libriccini che preparavi per noi piccoli per spiegarci i vulcani, i dinosauri e altri fenomeni della fisica, Alternavi i tuoi ‘scarabocchi’ a brevi, sintetiche, chiare paginette scritte! E che nostalgia per le partitelle di pallone nel campetto che avevi predisposto per noi con delle porte gigantesche dove ci era così facile fare goal!”.
La gratitudine: “Ci hai esortato a seguire i nostri sogni, e a non scoraggiarci di fronte alle difficoltà, a mantenere sempre un sano equilibrio, a coltivare con passione i nostri interessi, ad essere aperti alle novità e impegnati a progredire, cose che tu hai fatto fino a quando ci hai lasciato. I tuoi consigli sono oggi un vero patrimonio morale e affettivo, i tuoi valori e insegnamenti, con la tua esperienza di vita, illuminano il nostro cammino”.
Parole che presentano l’altra vita, quella di nonno, di Luciano, a coloro che lo hanno conosciuto ma non nel privato, e ai tanti che ne scoprono ora il luminoso esempio.
Con Francesco Cossiga
La commozione alla lettura di queste parole lascia il posto al sorriso alla vista dei ritratti e schizzi grafici – oltre a onorevoli e preti anche animali e piante – veramente gustosi tanto più perché accompagnati da pagine scelte fior da fiore tra i tanti libri che ha scritto.
Si tratta di una bibliografia vasta e variegata – che abbiamo sommariamente ripercorso – dai saggi socio-politici ed economici, e anche di costume come quello sulla Televisione, ai libri di ambiente parlamentare e non solo, fino alle introspezioni più sentite e sofferte, passando per le vite dei Santi, primi tra tutti i molto amati Chiara d’Assisi e San Francesco. Quattro filoni – saggistici, narrativi, bozzettistici, storici – che si susseguono alternandosi nella sua vita di politico molto impegnato e docente universitario, quasi un “tetra farmaco” letterario che lo sosteneva e stimolava.
2006
Le pagine del libretto sono tratte da Umbria santa. Il segreto di san Francesco d’Assisi e Nati due volte, Buongiorno onorevole e Non sono solo, Il taccuino dell’onorevole e Anime e voci, Diario di un cane e Sotto la brace, Luci del tramonto e Le voci del silenzio, che insieme agli altri pubblicati segnano un itinerario coerente nello stile e nei contenuti. Ne prendiamo due brani, sempre quanto mai eloquenti della sua straordinaria sensibilità in un’anima profondamente religiosa.
Da “Umbria santa”: “Sul paesaggio soffia un alito di infinito. Lo spirito viene rapito, ci si sente sospesi, si avverte di essere nel vestibolo dell’Eterno. L’Umbria non è dunque un paese di rimembranze, un grande museo di reperti che evocano emozioni di cose morte; non è la memoria di un mondo che fu. l’Umbria è viva. I suoi ulivi sussurrano, suscitando misteriosamente la facoltà di tradurre in pensieri silenzi e vibrazioni, L’Umbria, dalla profondità dei secoli, ancora insegna come elevarsi per lambire il divino. E’ davvero il paese dell’anima: consente di sottrarsi al disagio del convulso andare del tempo e di gustare il senso sapido della vita”.
Da “Non sono solo”: con il titolo “A Sua immagine”: “Siamo a Sua immagine non per il nostro corpo, ma per la nostra capacità di amare, di comprendere l’amore, di amare l’Amore. E gli uomini amano perché in essi Dio ha messo il principio di Se stesso, la Sua vita. Siamo stati creati ad immagine di Dio perché in noi Egli si specchia, Egli abita. E ciò è vero per un cristiano, ma anche per un buddista, un musulmano, un miscredente. Egli è amore: se sei capace di amare , anche se lo ignori, Egli abita in te, Egli è con te”.
Alcune sue pagine, unite alla musica, hanno dato vita alla parte spettacolare della manifestazione, nella quale ha assunto speciale risalto la sede, l’Oratorio del Crocifisso, situato nella zona della corporazione degli artigiani delle funi, per cui la chiesa era detta “delli Funari”. Una storia alle spalle in un gioiello architettonico e artistico cinquecentesco con molti interventi nel ‘600 e ‘700, il culmine nella volta affrescata, è chiamato “La Sistina del Barocco”.
La cordialità dei suoi incontri ufficiali
L’”Elegia per Luciano” è stata recitata da Carlo Dalla Costa, del Teatro Stabile dell’Umbria, quasi a voler rievocare i suoi inizi teatrali: ha letto brani dai suoi libri. Una voce narrante intensa, che ha reso con sobrietà e immedesimazione le volute verbali di testi ispirati, citiamo solo l’inizio delle quattro suggestive evocazioni.
Umbria Santa:“In Umbria ogni colore si fonde in un azzurro e in un verde, dimessi e velati: un annuncio di umiltà e di mistero. Le colline si stringono l’una sull’altra, consegnando al cielo ricamati profili e alla campagna, tenui giochi d’ombra…”.
Sotto la brace: “Sono belle le foglie che cadono ai primi annunci dell’autunno, sembrano farfalle ubriache di vento: le loro volute disegnano nell’aria geroglifici capricciosi dettati dalle folate che scendono dalle colline. La natura, contrariamente a quanto facciamo noi, all’approssimarsi del freddo si spoglia e gli alberi perdono rapidamente i loro multicolori mantelli. Gli alberi nudi mettono nell’anima un senso di melanconia…”.
Non sono solo: “Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. Non avevo mai pensato al vero significato di questa sorprendente affermazione biblica. Abituati come siamo a vedere rappresentato il Padreterno come un vecchio barbuto, ho sempre ritenuto, senza rifletterci, che il Creatore avesse barba e capelli come me. Oggi questa immagine mi dà fastidio. Lui, infinito, onnipotente, onnisciente, non può essere pensato come un Superuomo”.
Luci del tramonto:“E’ una bella giornata di sole che mi regala splendidi colori e un paesaggio che solo l’Umbria può offrire… mi attraggono sempre più le luci dei tramonti … Certo la parabola della vita si svolge inesorabilmente dalla nascita alla morte, dalla giovinezza alla vecchiaia. La giovinezza è un soffio di entusiasmo e di illusioni, la maturità non si sa che cosa sia, la vecchiaia è una corsa verso il traguardo con una insostenibile somma di omissioni e di tradimenti. C’è però un’altra parabola che segue il cammino opposto: dalla vecchiaia alla giovinezza, dalla morte alla vita.”
2010
Tra una evocazione letteraria e l’altra – nella sua maestria descrittiva unita alla profondità di contenuti – le volute musicali del Quartetto d’archi UmbriaEnsemble” – con i due violini, Angelo Cicillini e Cecilia Rossi, la viola e il violoncello, Luca Ranieri e Maria Cecilia Berioli – che ha suonato musiche di Samuel Barber, Wolfgang Amedeus Mozart e Pietro Mascagni.
Alla presentazione di un suo libro
Il finale è stato l’Intermezzo dalla “Cavalleria rusticana”, in un insieme di emozioni musicali che ha dato corpo alla definizione di Platone, citata nel programma del Quartetto:”La Musica dà anima all’universo, ali al pensiero, slancio all’immaginazione, fascino alla tristezza, impulso alla Vita e gioia a tutte le cose… Ma potremmo aggiungere che la Musica dà voce ai messaggi chiusi nelle metaforiche bottiglie della memoria che attraversano l’oceano del tempo più o meno remoto”.
Ebbene, proprio questo si è “sentito” profondamente durante l’”Elegia per Luciano”, ed è rimasto nel cuore di tutti: dalle “bottiglie della memoria” è riemersa la nobile figura di Luciano Radi, e l’”oceano del tempo” si è dissolto in una presenza viva e vitale, virtuale ma quanto mai vicina.
2011
La conclusione con due nobili messaggi
Il nostro racconto dell’incontro celebrativo del centenario, con un approfondimento dell’unicità della sua figura a livello politico, culturale e umano, si conclude riportando due messaggi dai contenuti e dai toni di alta nobiltà.
Antonio Baldassarre, Presidente emerito della Corte Costituzionale, dopo l’incontro del 15 ottobre a cui ha partecipato, ha trasmesso queste parole alla figlia Maria Chiara: “Ti ringrazio della bella giornata dedicata alla memoria del tuo splendido papà, che ho avuto la fortuna di conoscere e di averlo amico. E’ stato bello perché è stato un ricordo a tutto tondo: il grande mediatore politico, lo scrittore attento ai mutamenti del costume e il sensibile narratore dell’intimità dell’uomo. Il tutto con la struggente melanconia della musica camerale. Una bella esperienza spirituale”.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo messaggio, letto dall’ambasciatore Foresti in apertura dell’incontro, ha usato parole e soprattutto espresso sentimenti che danno la misura del ricordo, dell’alta considerazione per la sua figura e della gratitudine per la sua opera.
Alla presentazione in Parlamento del governo Forlani in cui è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio
“Uomo di grande umanità e cultura, con una grande passione per la politica, con un forte legame con il territorio, Luciano Radi, in tanti anni di attività, ha espresso una idea di progresso nella libertà, portando avanti le sue idee con determinazione, assumendo sempre come obiettivo gli interessi della comunità. Esponente politico di rilievo, uomo delle istituzioni, ha attraversato la storia della nostra Repubblica con coerenza e correttezza, sia nei numerosi incarichi di governo, sia all’interno dell’esperienza del suo partito, la Democrazia Cristiana. Intellettuale, scrittore, autore sia di saggi politici e socioeconomici sia di scritti di vita sociale e religiosa, Radi ha interpretato, a partire dall’Umbria, il divenire di un Paese.
Invio a tutti i presenti i migliori auguri di buon lavoro, nella convinzione che il suo messaggio permanga quanto mai prezioso”.
Meglio non si poteva dire, per suggellare questa celebrazione.
Il nostro commosso saluto
Aggiungiamo soltanto poche parole nel ricordo di più di un quarantennio di feconda condivisione e sodalizio intellettuale. Dei nostri continui contatti ci sono rimasti impressi due aspetti, che ci sembrano molto significativi. Il primo è la totale apertura nel condividere con noi – cercando anche un proficuo confronto – le nuove tematiche che stava approfondendo per trasmettere poi i risultati delle sue ricerche pubblicandoli, sempre nell’ottica di risolvere i problemi per il bene comune e far conoscere le soluzioni che cercava con lo scrupolo del ricercatore portandole poi avanti con la volontà realizzatrice del politico. Il secondo aspetto, speculare al primo, è invece l’assoluta riservatezza nei nostri riguardi sulle sue riflessioni interiori, i “libri dell’anima” ce li ha donati con dedica, a sorpresa, sempre dopo la pubblicazione, neppure un benchè minimo accenno prima, ulteriore prova della loro struggente autenticità nel riserbo assoluto quando si ripiegava su se stesso.
Con l’ammirazione dopo la rievocazione compiuta, nella forte emozione per questa sua interiorità così riposta e sofferta, ci accommiatiamo commossi con un nostalgico, memore, “Ciao, Luciano”.
Luciano Radi, commiato
Info
L’incontro in omaggio a “Luciano Radi, il suo messaggio politico e umano”, si è svolto a Foligno, nell’Oratorio del Crocifisso, largo Frezzi, il 15 ottobre 2015 alle ore 17. Cfr. i nostri precedenti articoli pubblicati in questo sito nel 2019, a cinque anni dalla sua scomparsa: “Luciano Radi ricordato con una sua opera, l’incontro tra ‘Francesco e il Sultano 800 anni fa” 6 giugno; “Luciano Radi, ‘Potere democratico e forze economiche’” 9 giugno; “Luciano Radi, ‘’i libri dell’anima’, l’umanità e la fede di una ‘personalità limpida’” 11 giugno; “Luciano Radi, protagonista e testimone del nostro tempo”, 13 giugno, “Luciano Radi, il mio ricordo” 15 giugno.
Luciano Radi, “A Sua immagine”
Foto
In apertura, Luciano Radi, poi L’invito, con l’aureo libretto-ricordo per i partecipanti. Seguono 5 immagini sulla manifestazione, 3 foto dell‘Oratoriodel Crocifisso, “la Sistina del Barocco”, dove si è svolta, una visione generale e due particolari – lo spettacolare affresco nel soffitto e un angolo suggestivo – tratte dal sito web dell’Oratorio; 2 foto sull’incontro, una con Giuseppe De Rita nel corso della sua testimonianza al centro della rievocazione, alla sua dx l’ambasciatore Paolo Foresti, l’altra uno scorcio della sala con i partecipanti, tratte dal sito web perugiatoday, che si ringrazia, come l’altro sito citato. Nelle immagini successive sono alternate le copertine di alcuni suoi libri, inserite in ordine cronologico, con momenti della sua vita politica, l’alternanza dell’intera sua esistenza: due libri, entrambi del 2005, marzo e dicembre, su un tema politico e uno interiore, dopo il libro del 2004 sulla storia di un santo, sono posti in successione ad evidenziare l’alternanza anche delle tematiche dei suoi libri, a partire dal 1969 e 1970. I libri, di cui sono riprodotte le copertine, sono Potere democratico e forze economiche 1969 e Nati due volte 1970, Buongiorno, onorevole 1973 e La talpa rossa 1979, Non sono solo 1984 e Il Taccuino dell’onorevole 1985, Anime e voci 1990 e Diario di un cane 1993, San Francesco e gli animali ottobre1999 e Sotto la brace novembre 1999, Umbria santa 2001 e San Nicola da Tolentino 2004, La DC da De Gasperi a Fanfani marzo 2005 e Luci del tramonto dicembre 2005, Francesco e il Sultano 2006 e I giorni del silenzio 2010, infine Il mantello di Garibaldi 2011. Le immagini della sua vita politica, meno due, sono riprese dai nostri articoli del giugno 2019 sopra citati, a cui si rinvia per i siti web da cui sono tratte, si ringraziano di nuovo i titolari per l’opportunità offerta; le due aggiunte – quella alla Camera Italiana di Alta Moda e quella con Guido Carli – sono tratte dal sito del Quirinale e da MSN, a cui si estende il nostro ringraziamento. Non vi è alcun intento pubblicitario o economico nel loro inserimento a mero scopo illustrativo, pronti a eliminare subito, su semplice richiesta, le immagini di cui i titolari non gradiscano la pubblicazione. Le immagini della vita politica sono: Con Scelba, Fanfani e Rumor e Con Fanfani, in visita a Dottori;poi, Con Gava e Scalfaro e Da Presidente della Camera Italiana di Alta Moda, a dx Giovanni Leone; Con Fanfani e Pertini a una cerimonia sulla CEE e Con Pertini all’inaugurazione della mostra per il centenario di Garibaldi; Con Guido Carli e Con la presidente della Camera Nilde Iotti nella cerimonia del ‘ventaglio’; Alla visita del presidente del Senato australiano e Con una delegazione tedesca da Questore della Camera; Un altro momento di vita parlamentare e Con Forlani e Malfatti, Spitella e De Poi; Con Francesco Cossiga e La cordialità dei suoi incontri ufficiali; Alla presentazione di un suo libro el’ultima Alla presentazione al Parlamento del governo Forlani di cui è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Infine una sua opera grafica, tratta dall’aureo libretto dato ai partecipanti,Luciano Radi, A Sua immagine, di grande intensità, a differenza delle altre scherzose nel libretto e nei libri di grafiche, e la sua foto sorridente, Luciano Radi, commiato; in chiusura, Piazza della Repubblica nella sua Foligno, i due edifici-simbolo.
Piazza della Repubblica nella sua Foligno, i due edifici-simbolo