Ischia, festa di Sant’Anna, il Palio dei Carri di Tespi 2009

di Romano Maria Levante

cultura.inabruzzo.ir, 18 agosto 2009 Autore: Romano Maria Levante Tradizioni

Oggi, nell’indomani della pubblicazione del ricordo di Ciro Soria, anico carissimo e “uomo di mare” che ci ha lasciato un mese fa, ripubblichiamo la cronaca del viaggio indimenticabile del 2009 sulla sua imbarcazione “Luna” , meta l’annuale festa di Sant’Anna con il Palio dei Carri di Tespi sul mare di Ischia. Un viaggio il cui ricordo è ancora vivo per le qualità di Ciro il capitano, squisito nella sua ospitalità,, la bellezza della traversata e la manifestazione suggestiva vissuta molto da vicino; dell'”equipaggio” di due amici faceva parte Aldo Visco che ha tenuto l’orazione funebre al funerale nella chiesa di Santa Maria Regina Pacis. Lo rievochiamo in omaggio al carissimo Ciro con emozione mista ad autentica commozione sublimata nel segno della festa da lui sempre prediletta.

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Ciro, il “capitano”, sale sulla sua “Luna” per il viaggio verso Ischia

Sotto il Castello Aragonese la 77ema Festa a mare agli scogli di Sant’Anna

Tra le tante Giornate “dedicate” di questi ultimi mesi – dalla Musica popolare a quella senza aggettivi, dalle diversità culturali alla cultura ebraica, dalle tante tematiche artistiche a quelle socio-economiche – ci mancava una giornata vissuta anche dall’interno e non solo come attenti cronisti. Un assaggio è stata la giornata della pastorizia, nell’annuale Fiera sulla montagna teramana della Laga, con un tempo da tregenda tra acquazzoni rovinosi e squarci di sole. Abbiamo voluto viverne un’altra, questa volta sul mare, la festa di Sant’Anna nell’isola d’Ischia; e viverla dall’interno per noi ha significato raggiungerla in barca a vela, per coglierne interamente lo spirito marino.

Partenza da Nettuno

Non si tratta di una semplice festa per un santo patrono, ma della Festa a mare agli scogli di Sant’Anna, che culmina nel palio marino di barche allegoriche e si conclude con l’esplosione di fuochi d’artificio fino all’“incendio” del Castello Aragonese, lo splendido maniero in cima all’isoletta-promontorio che domina lo specchio d’acqua nel quale si svolge la manifestazione.

Ve la raccontiamo tutta, compresa la navigazione su un bialbero di dodici metri dal nome “Luna”, insieme a tre esperti navigatori, Ciro il “comandante” con la moglie inglese Dilys a dare il tocco internazionale, e due amici ben assortiti, Aldo e Beppe, il cui imbarazzante cognome di Grillo dà il tocco dell’imprevedibilità e della fantasia, benché sia un “vice-comandante” metodico e riflessivo.

Il promontorio del Monte Circeo

La navigazione da Nettuno a Ischia

Partenza da Nettuno a motore perché il mare è “forza quattro” e sarebbe più lungo bordeggiare di bolina con il vento contrario. Però viene issata anche una vela, rende la barca più stabile; la velocità è minima, quasi da jogging, sembra di andare sulle montagne russe. Si resiste al mal di mare, basta non scendere sottocoperta e mettere sotto i denti una galletta ai primi fastidi. D’altra parte, se si va in mare non dispiace sentirlo accanirsi sui fianchi dell’imbarcazione mentre la prua fende le onde tagliandole come una spada. E’ bello spostarsi nella parte anteriore, non si ha dinanzi la sagoma delle sartie con l’imponente albero maestro, pur nelle dimensioni contenute di un tredici metri; sembra di essere su una canoa, e allora non si sente più lo scuotimento dei cavalloni, prevale la lama che penetra nel burro dell’acqua marina.

Ponza

Il sole non si sente affatto, la brezza neutralizza il calore ma non la forza dei suoi raggi. Ovviamente abbiamo dimenticato la crema solare protezione 30 che avevamo acquistato con inutile preveggenza, Aldo sopperisce con la sua, però è a protezione 4, ma è meglio di niente. Fa comunque il suo dovere, a sera non dobbiamo cospargerci di limone per rinfrescare le scottature, anche perché al momento opportuno una provvidenziale maglietta ha aiutato la crema solare.

Il Monte Circeo si staglia tra mare e cielo, sembra un’isola, per noi è familiare, non pensiamo affatto ad Ulisse e alla Maga Circe. Però una spontanea associazione di idee da appassionati dannunziani ci fa ripensare alla crociera che il Poeta fece sul veliero “Fantasia” di Edoardo Scarfoglio, “dalle immense vele”, per sbarcare in Grecia e raggiungere il Pireo a cavallo. Non abbiamo “immense vele” né c’è l’immaginifico, e noi cinque non somigliamo neppure al cenacolo dannunziano di Francavilla a mare, non ci sono artisti. Però come il “porfiriogenito” innamorato del mare al punto di immaginarsi nato su una barca dalle vele color porpora, si interrogava poeticamente “perché non sono anch’io coi miei pastori?”, chi scrive ha portato sull’imbarcazione il cappellino bianco con la figurina verde della pecora nella visiera della Fiera della pastorizia. Un modo per sentire riunite la testa di Camoscio e la coda di Sirena che sono il sigillo d’Abruzzo, “la regione verde d’Europa” che ora richiama anche le acque marine oltre ai boschi secolari.

Palmarola

La prima tappa è l’isola di Ponza, ed ecco comparire Palmarola alla sua destra, poi anche Zannone a sinistra. Ponza sta al centro, dall’avvistamento all’attracco il tempo è lunghissimo, non passa mai, i contorni dell’isola sono sempre più definiti finché entriamo nella cala Feola. La natura vulcanica è evidente nelle coste scoscese di pomice e altro materiale lavico. Si squaderna dinanzi a noi un fondale di villette arrampicate sulla collina a picco sul mare, ma senza eccessivi addensamenti, sono raggruppate in piccole strisce edificate, in orizzontale e in verticale, poi tanto verde. Sembrano le note di un pentagramma quando cala la notte e si accendono le luci.

La cena sottocoperta nel piccolo cabinato è un’esperienza da vivere. Nella tavola imbandita spicca un casuale tricolore, il verde dei peperoni arrosto, il bianco della bufala campana, il rosso dei pomidoro, sembra che il vano ristretto si allarghi e diventi un salone. Sarà l’appetito o le traveggole dopo una giornata di mare mosso?

Zannone

Presto l’ambiente si trasforma in un dormitorio ben organizzato, due camere doppie a prua e a poppa, una al centro più due letti a castello. Ci sono otto posti, noi siamo cinque, la cortesia del comandante Ciro mi assegna l’intera cabina di prua, la “suite imperiale” dice. Non sa di farmi un regalo maggiore di quello che pensa, perché c’è un lucernario dal quale si vede il cielo. Anche questa volta chi scrive pensa in grande, l’associazione di idee è addirittura con il viaggio di Darwin intorno al mondo, quando dalla sua cuccetta, in realtà un’amaca sospesa sopra al tavolo del vano soggiorno dell’imbarcazione, ammirava il cielo notturno dal lucernario. Certo l’alloggio qui è migliore, una piccola cabina, ma non si può sperare di vedere la Croce del Sud. Neppure il cielo trapunto di .stelle di Pietracamela – il pensiero torna ancora alla montagna – qui è lattiginoso con una timida falce di luna. Per immaginare le stelle basta socchiudere gli occhi e guardare le luci delle abitazioni inerpicate sulla costa e quelle in cima agli alberi delle barche nella rada. Dipende dal “cappello delle isole”, la cappa di umidità genera una foschia attraverso la quale le stelle si intravedono sbiadite.

Sosta notturna della “Luna”

Risveglio all’alba, partenza di buon’ora dopo la ricca colazione a base di un’ottima marmellata portata da Beppe, è di sua produzione. La foschia si è stesa sul mare, l’orizzonte non “s’imporpora”, il mare traslucido come l’argento assorbe i raggi del sole sempre più luminosi. Costeggiamo l’isoletta Gavia, ieri era un puntino ora sembra grandissima, per l’effetto della prospettiva sul mare si moltiplica. Nessun’isola all’orizzonte, non ci sono più i riferimenti visivi di ieri, ma il Gps oltre all’esperienza del comandante Ciro non crea problemi. Lo si vede anche quando il motore si arresta all’improvviso. Nella bonaccia in cui ci troviamo oggi, al contrario di ieri, si riaffacciano i fantasmi dei romanzi di navigazione con il veliero bloccato per giorni interi. E la nostra meta? Nessun timore, basta spurgare l’aria dal condotto del gasolio, si elimina la bolla e la navigazione riprende; pensiamo che purtroppo non è così facile per gli esseri umani colpiti dall’embolia.

Ventotene

Scacciamo il pensiero fastidioso, senza un alito di vento il mare è una tavola che però si muove trasversalmente, un’onda lunga parallela alla rotta, ma il leggero moto ondulatorio è ben più sopportabile del violento moto sussultorio di ieri. Dovremmo essere presso Ventotene, anche se non si vede per la foschia, il visore del quadro comandi non può sbagliare; infatti appare una sagoma sfumata appena percettibile dalla forma caratteristica dell’isola. E’ tutto semplice, Ciro che si è alternato al timone con Beppe e Aldo, lo lascia alla signora Dilys, anche lei esperta, l’unico incompetente è chi scrive, del resto il reporter non è protagonista diretto degli eventi, li registra.

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La “Luna” si avicina a Procida

E così navighiamo verso Procida, Ischia è a un tiro di schioppo. La costa è molto più estesa di quanto pensavamo, e lo vedremo ancora di più quando la circumnavigheremo. Appare come un fondale teatrale il maestoso Castello Aragonese, su un’isoletta-promontorio unita da un ponte. Ma vi torneremo. Ci sorprende la vicina Vivara, una piccola isola collegata a Procida con un vecchio ponte ora non agibile, parco naturale incontaminato tutto verde e rocce a picco sul mare.

Ecco Procida con il promontorio e il carcere, la cupola e un addensarsi di abitazioni che non disturbano, sono le antiche case dei pescatori, l’insediamento umano è ormai incorporato nella natura che trionfa tutt’intorno. Per oggi le emozioni sono bastate, si getta l’ancora, il capitano e i due secondi, per così dire, sono impegnati nell’operazione.

Procida

Scendiamo a terra, ecco finalmente la crema protezione 30, ma ormai non serve più. Tuttavia “melius abundare quam deficere”, servirà quando riprenderemo la navigazione. Le melanzane ed altri cibi compaiono sulla tavola, Ciro è un impareggiabile anfitrione, aiutato da Beppe e Aldo. I due veri passeggeri sono chi scrive e la signora Dilys. Con Ciro, tutto preso dal ruolo di comandante, si parla della navigazione e dei luoghi che ben conosce, con Aldo e Beppe si spazia anche su altri temi, dall’attualità alla cultura, il tempo non passa mai e quando la barca oscilla non si può leggere, si rischierebbe il mal di mare, è possibile soltanto parlare, e neppure troppo.

Ischia Porto

La visita al Castello Aragonese

Nuovo risveglio di buonora, si va ad Ischia, la nostra meta. Giriamo di nuovo intorno all’isoletta-promontorio del Castello Aragonese, questa volta lo circumnavighiamo completamente, siamo impressionati dalla maestosità, è un tutt’uno con la rupe rocciosa in una fantasmagorica simbiosi nella natura. Mura imponenti circondano il promontorio, non sono megalitiche date le minori dimensioni delle pietre rispetto alle opere millenarie, ma l’effetto è il medesimo; spiccano nel verde mediterraneo su più livelli. E anche le costruzioni, che spesso si confondono con loro, si inerpicano su più ripiani fino a identificarsi anche con la rupe su cui sono state edificate, la incorporano o ne sono incorporate nelle forme, nei volumi e nei colori perfettamente integrati. E poi il Castello è uno spettacolo, i segni del tempo si intravedono nelle aperture buie, ma da lontano sembra intatto.

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La “Luna” alla fonda, si scende a terra

Siamo alla fonda nella rada dove ci sarà la manifestazione, occorre calare l’ancora alla giusta distanza dalle altre imbarcazioni, viene “ammainato” un canotto a motore, altra operazione attenta e meticolosa che impegna l’intero “equipaggio”, cioè i tre prima nominati. I due “passeggeri” assistono, e chi scrive lo fa con gratitudine perché il canotto è tutto per sbarcarlo a terra, precisamente ai piedi del Castello dov’è la tribuna della stampa per assistere al Palio marino.

La giornata è ancora lunga, niente di meglio che visitare il Castello dopo averlo tanto ammirato girandoci intorno lungo la costa. Dall’interno l’imponenza è confermata nella cinta di mura, che si percorrono lungo vialetti perfettamente tenuti tra il verde mediterraneo con belvedere mozzafiato da ogni lato della piccola isola: c’è il lato a picco su verde e mare incontaminato senza neppure una barca, e i lati che pullulano di barche alla fonda o in transito. Riconosciamo la barca di Ciro con gli occupanti, dall’alto sembra un modellino per la prospettiva. La fotografiamo, sarà un bel ricordo.

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Il Castello Aragonese

Quanto entusiasma l’esterno del Castello, tanto delude l’interno, per il semplice motivo che non c’è. Nel lungo elenco di siti indicati all’ingresso manca la residenza degli Aragonesi, il maschio del Castello, che ne è il cuore, che è tutto. Sapremo soltanto dopo che non è agibile, gli arredi e le opere d’arte furono portati al museo di Napoli, i due fratelli che lo acquistarono in un’asta dei primi del Novecento indetta dal Demanio che l’aveva lasciato in abbandono, hanno fatto già molto a restaurarne una parte. Che sono le “dependance”, pregevoli soltanto per la vista altrettanto mozzafiato che dalle mura; mentre la chiesa semidiroccata con la cupola ancora riconoscibile è senza dubbio suggestiva, come lo sono gli angoli merlati per la difesa.

La delusione viene superata dalla “scoperta”, sulla via dell’uscita, della grande cripta gentilizia costituita da un ambiente centrale con volte a crociera circondato da sette cappelle con volte a botte, e decorato da una serie di affreschi trecenteschi di scuola giottesca, deteriorati ma di notevole pregio, con immagini di santi; uno dei quali da prendere a simbolo dell’ignoranza umana, anzi disumana, reca incisi i nomi dei giovani che hanno voluto imprimervi la propria abissale incultura e insensibilità. La cripta fu individuata per caso dietro un muro di mattoni e aperta dieci anni fa. Suggestione opposta rispetto a quella dei panorami, ma non minore; la semioscurità, le volte a crociera e ciò che si vede fanno sentire tutto il fascino dell’antico, arte e storia ancora unite.

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L’interno del Castello, la Cripta

E quando usciamo “a riveder le stelle” ci troviamo di nuovo nel buio, in un tunnel scavato nella roccia; un’altra suggestione trovarsi all’improvviso nell’oscurità in un luogo rutilante di luce. Un buio che segue quello della ragione evocato dall’esposizione degli strumenti di tortura, una vera mostra tematica dell’orrore così completa e documentata nei particolari da far rabbrividire. Però, a parte i luoghi appena citati nelle opposte configurazioni di luce e di oscurità, la visita al Castello delude non per il suo contenuto effettivo, ma per le aspettative. Basterebbe precisarlo all’ingresso che la parte più consistente, la residenza aragonese, non è accessibile oppure, e sarebbe la cosa ovviamente migliore, fare uno sforzo in più: restaurare anche quella parte, ovviamente con l’intervento dello Stato che potrebbe poi rivalersi sulla gestione.

La miopia del Demanio privatizzò un secolo fa questo bene culturale di valore inestimabile; ma il concorso e l’associazione dei privati è il fulcro della nuova strategia di valorizzazione dei beni culturali presentata con grande rilievo dal presidente del Consiglio e dal nuovo Direttore Generale Mario Resca, che proprio nel settore privato ha dato prova di grandi capacità manageriali. E’ una sfida da lanciare, convinti come siamo della validità di questa strategia e delle capacità di realizzarla in chi ne ha avuto l’onore e l’onere con una così solenne investitura. L’identificazione con l’isoletta- promontorio ne fa l’equivalente di un “Palazzo Ducale” di Urbino, purtroppo questo di Ischia ha perduto la ricchezza e la magnificenza, riacquistasse almeno l’agibilità e la visibilità, passando da rudere pur interessante e significativo a testimonianza viva ed eloquente.

Gli affreschi del Castello

Il parallelo è meno ardito di quanto possa sembrare, anche il Castello Aragonese per lungo tempo è stato un palazzo-città. Nella rocca si rifugiavano in migliaia, soprattutto dopo l’eruzione del Monte Trippodi del 1331; ancora di più dopo che Alfonso d’Aragona ricostruì il vecchio maschio angioino e realizzò le poderose mura e fortificazioni entro le quali il popolo di Ischia trovò rifugio e protezione dalle scorrerie dei pirati. Alla fine del XVI secolo la rocca arrivò ad ospitare circa 1900 famiglie, l’intera popolazione dell’isola, e solo dopo il 1750, cessato il pericolo, la gente cominciò a scendere nella piana e a formare gli abitati sulle coste in prossimità delle bellissime insenature con accesso al mare. Fu una scelta oculata, nel 1809 gli inglesi assediarono la rocca tenuta dai francesi e la distrussero a cannonate. Poi fu sede di luoghi di pena dei Borboni. Nel 1912 la vendita.

Si è fatta sera, ci affrettiamo a occupare il nostro posto in tribuna, dopo una rapida pizza in uno dei tanti locali caratteristici di questo lato dell’Isola, il comune Ischia Ponte. Ridente, come gli altri numerosi approdi – elegante quello di Sant’Angelo, caratteristico quello di Forio – questo, però, si colloca nella dimensione creata dal Castello Aragonese, dove la storia è in simbiosi con la natura.

Il Palio dei Carri di Tespi, “Storia della Sambuca” di Casamicciola

Il Palio sul mare della festa di Sant’Anna

E’ un’antica festa propiziatoria per le partorienti, che dura da 77 anni, prima le barche raggiungevano la chiesetta di Cartaromana addobbate con ghirlande di fiori e festoni di frutta, ora si presentano all’insegna della fantasia e si misurano in una gara d’arte e di bellezza per conquistare il palio, uno stendardo simbolico dipinto da un pittore locale. “E’una delle manifestazioni più importanti sotto il profilo culturale e storico della nostra isola, le cui origini sono antichissime – ha scritto il sindaco di Ischia Giuseppe Ferrandino.- uno spettacolo di quelli che forse oggi diventano sempre più rari, che non teme di far uscire dal ‘cilindro magico’ di tutto, colori, suoni, forme, per incantare il pubblico”.

La cornice d’eccezione è data dal Castello, un fondale che dà un’incredibile suggestione, è indescrivibile. Viene tenuto sgombro lo specchio d’acqua antistante, delimitato dal ponte, un insolito palcoscenico dove si esibiranno le straordinarie protagoniste di una vera e propria rappresentazione teatrale: le barche allegoriche realizzate in mesi di prove e di lavoro sulla spinta di un’antica tradizione e delle rivalità di campanile che porta con sé, in realtà piattaforme galleggianti sopra le quali è stata costruita una scenografia completa. Più tardi ci sarà la gara, si animeranno.

“La Nuova Assunta” di Serrara Fontana,

Una platea di natanti e motoscafi, yacht e panfili , con qualche barchetta, è assiepata ai bordi del “palcoscenico”. Avremmo voluto restare sulla barca come i compagni di navigazione, per immedesimarci meglio, ma la visuale sarebbe stata incerta, niente a che fare rispetto alla tribuna, per questo siamo scesi a terra. E già abbiamo avuto un vantaggio, abbiamo visitato il Castello, altri ne verranno con gli incontri che faremo, e ne daremo conto.

Ora il Castello è illuminato da una luce discreta, che rimbalza sulla severa facciata con le finestre che disegnano dei grandi buchi neri, avvolge le mura sempre più simili a una cintura protettiva, mentre il verde mediterraneo rimane come macchia scura appena lambita dal chiarore. Spicca come un Castello d’If inaccessibile, una Torre di Babele che si alza verso il cielo alla pari di un vulcano.

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“Il matrimonio diVittoria Colonna e Ferante di Avalos“, Ischia Ponte

A bordo vasca, per così dire, un palco da dove un cantante isolano, Nick Pantalone, aiuta a ingannare l’attesa con le sue melodie, affiancato da una volenterosa cabarettista locale. E poi la presentatrice che farà un’appassionata radiocronaca della serata. Tutto ben organizzato.

Il nostro posto di osservazione è davvero privilegiato, siamo nell’area della stampa dietro la Giuria. Però ci spostiamo in avanti e prendiamo posto alla destra dell’artista autore del Palio, il giovane pittore Massimo Venia, che ci mostra il dipinto sul suo telefonino, lo vediamo anche nello stendardo poco lontano. Rappresenta una cascata di fuochi d’artificio che si solleva dal mare, come in effetti avverrà, ha voluto raffigurare il “clou” della festa, i fuochi; noi vi troviamo qualcosa di più, la delicatezza del tratto delinea forme delicate, stellari, quasi simboli religiosi che rimandano alla cupola diroccata in alto nel Castello, una sintesi di valori, dunque, anche spirituali. Accoglie compiaciuto la nostra interpretazione e insieme attendiamo l’inizio della sfilata delle barche in gara.

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“Bar internazionale Maria” di Forio

In realtà è una sfilata di carri su enormi zattere, in passato hanno partecipato anche i maestri d’ascia del Carnevale di Viareggio, fuori concorso. Ma è riduttivo definirli così, sono altrettanti Carri di Tespi che si presentano uno dopo l’altro sul proscenio di un set di sogno per mostrare le loro coreografie in una rappresentazione teatrale muta, in un confronto a distanza serrato. La componente artistica non viene trascurata, i bozzetti sono stati esposti nell’isola, il migliore avrà il premio Funiciello, la scenografia prescelta avrà il premio Nerone, l’arguto soprannome di un personaggio locale entrato con Funiciello nella storia della festa di Sant’Anna, furono i primi a passare dalle barche con frasche e ghirlande a zattere con figurazioni, poi a fare le gare.

I carri sono cinque, manca solo Barano tra i comuni dell’Isola, in passato c’è stata anche Procida, fortissima; quest’anno problemi e dissidi vari ne hanno impedito la partecipazione. Assistiamo alla sfilata, lentissima e tuttavia avvincente; nel giro intorno ai bordi dello specchio d’acqua che fa il set in movimento sul mare si attende che si avvicini al massimo per coglierne tutti i particolari.

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la sfilata del Carro di Forio vincitore

L’inizio è in sordina, con la “Storia della Sambuca” di Casamicciola, il comune rimasto nell’immaginario collettivo per il catastrofico terremoto nel quale rimase sepolto ma per fortuna si salvò, anche Benedetto Croce. Il soggetto presentato non fa nulla per allontanare il brutto ricordo, anche se richiama la Dolce vita; infatti la Sambuca, evocata visivamente da una gigantesca bottiglia galleggiante con due grandi bicchieri ai lati e davanti scene di vita mondana, non è fatta per suscitare particolari entusiasmi, anche se ideata e prodotta da un personaggio del luogo, quindi è stato giusto ricordarla, pur se la resa scenica è modesta. Il pubblico rimane freddo, nonostante la calda serata.

Viene accolta meglio “La storia del pesce Filippo” di Lacco Ameno, una fiaba animata, di quelle fatte per spaventare i bambini affinché non siano avventati, una sorta di Cappuccetto rosso che viene preso da un pesce invece che da un lupo, fino all’arrivo provvidenziale del cacciatore, pardon, dell’angelo salvatore, con il lieto fine assicurato. Le piccole mongolfiere rosse che si innalzano, a sorpresa, dal carro, ne sollevano, ma non più di tanto, le sorti, che sembrano segnate, un buon piazzamento e nulla più.

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uno scorcio della tribuna e delle barche alla fonda

Con “La Nuova Assunta” di Serrara Fontana, comune arrampicato sulla scogliera che vede il mare dall’alto, sembra realizzarsi il miracolo della Svizzera di Alinghi nella Coppa America, l’unica nazione non bagnata dalle acque che ha vinto il trofeo marinaro per eccellenza, un ossimoro mondiale. Qui l’ossimoro si preannuncia isolano; questo carro, che fa pensare all’audacia di un varo dalla montagna, sembra non avere rivali. Il veliero è un capolavoro, perfetta la riproduzione delle sartie, suggestiva la scenografia con la vedetta in coffa, la ciurma che fa “ammuina” in un’esplosione di vitalità napoletana coinvolgente, tra un teatro di marionette e un Masaniello marittimo. Anche l’autore del Palio al nostro fianco lo vede virtualmente issato su quel pennone. Il successo è travolgente.

Ma non si deve precipitare il giudizio, le vie per toccare il cuore sono infinite, e le due barche successive propongono scenografie che puntano sull’emozione piuttosto che sulla tecnica.

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Le luci della manifestazione

Scivola verso di noi il carro di Ischia Ponte, la località in cui ci troviamo, gioca in casa ma va dato onore al merito. E’ come se la chiesa diroccata del Castello sopra di noi si specchiasse sul mare miracolosamente ricostruita con la sua cupola. Questo per celebrare, con la cornice di pubblico che merita, “Il matrimonio di Vittoria Colonna e Ferrante di Avalos”, avvenuto 500 anni prima, una delle storie edificanti e torbide del castello. Gli sposi sono davanti all’altare, dietro l’officiante nella solennità degli abiti talari e della mitria, intorno i dignitari in costume e il popolo. La scena incute soggezione per la sua compostezza, fino all’irrompere dei giullari e dei saltimbanchi che intrecciano le loro acrobazie nello scatenarsi della festa rinascimentale.

Non c’è tempo di riprendersi dalla sorpresa che arriva l’ultimo carro, mentre quello precedente termina lentamente il suo lungo giro seguito ancora dagli sguardi degli spettatori. E’ il “Bar internazionale Maria” di Forio, “un angolo di Paradiso”, due modeste casette da pensione estiva, una di colore rosa; avventori, e scene di vita dignitosa, quanto ha assicurato per decenni il Bar Maria nel comune di Forio. E’ la proprietaria l’invisibile artefice e protagonista della magnifica accoglienza e del delizioso soggiorno ad artisti, pittori, e a tanti altri personaggi. Generale è il rimpianto, la sua scomparsa si intuisce dai grandi ventagli che scendono avanti alle casette; c’è malinconia e non oblio, la memoria è nella grande fotografia di Maria che una mongolfiera porta in alto nel cielo.

Un’esistenza semplice e virtuosa, evocativa di un tempo trascorso si contrappone alla ritualità sacrale e nobiliare di personaggi d’antico lignaggio, entrambe competono con la vitalità di una Piedigrotta sul mare a bordo del veliero così acclamato. Prevarrà il sentimento, la storia o la vita?

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L'”incendio” del Castello Aragonese

Lina Sastri, seduta dinanzi a noi, non ha dubbi, è per il sentimento. Raffinata e sensibile come sempre, ha toccato gli animi con il breve intermezzo di “’O surdato ‘nnamurato”; mentre il cantante lo intonava dal palco un intervistatore in tribuna le ha porto il microfono e dopo molte insistenze l’ha convinta, mentre la canzone scorreva; è entrata in contrappunto con il cantante, poche note accorate che sono andate dritte al cuore, come quelle della Magnani nella “Sciantosa”, un sigillo di arte e di napoletanità. Vorrebbe dire la sua preferenza nel giro di opinioni finale sulla festa, non può, non deve. Si è schierata e attende il verdetto senza speranze, il veliero sembra imbattibile.

I risultati della gara, il Palio è andato al sentimento

Ma ecco i risultati cominciando dall’ultima, la Sanbuca, e non poteva essere altrimenti. E’ una sorpresa che la storia di Tommaso abbia sopravanzato il matrimonio al Castello, ma ora l’interesse è sui primi due. Viene proclamato il secondo, è il veliero, la Sastri capisce a volo chi è il vincitore ed esulta, la sua è un’esplosione di entusiasmo mentre la giuria viene coperta di fischi. Ha vinto il sentimento che si legge negli occhi febbrili della delicata attrice, l’allegria nella vita può attendere. Certamente la fotografia di Maria portata in cielo dalla mongolfiera ha avuto il suo peso, i voti di differenza sono stati solo due, 42 a 40, un battito di ciglia forse inumidite dall’evocazione celeste.

L’avvampare dell'”incendio” del Castello dal cielo al mare

Il contrasto tra pubblico e giuria è stato rumoroso – anche se al veliero viene assegnato uno dei premi- satellite, il “Premio Nerone” – ma non quanto i fuochi artificiali a chiusura di ognuna delle cinque esibizioni per scatenarsi al termine nell’apoteosi finale. Dopo i fuochi verso il cielo dai carri, questi vanno insolitamente in orizzontale, verso la tribuna, come ventagli monocromatici a forma di corolle e di piante che si aprono, di stelle e di delicati arabeschi, quasi che il Palio dipinto si fosse acceso di luci; alternati con esplosioni a grappolo nel tripudio di colori di una Piedigrotta spumeggiante sul mare. I cui riflessi moltiplicavano l’effetto mentre il Castello si incendiava di rosso, quasi a rivaleggiare con Nerone evocato dal premio di consolazione, avvampando dal cielo al mare. Quando tutto è finito lo spettacolo del Castello che si staglia superbo su un proscenio di barche anch’esse illuminate su un mare tornato d’argento, non ha eguali, tanto più in una serata in cui arte e cultura hanno attinto alla tradizione.

Questo vuol dire valorizzare ambiente naturale e storia locale mantenendo viva una memoria popolare che è insieme identità di un nobile passato e garanzia per il futuro. C’è anche Giampiero Mughini, in un settore alla nostra destra, non resistiamo a chiedergli un commento, l’indomani presenterà a Lacco Ameno il suo “Gli anni della peggio gioventù”. Non si smentisce, ha l’inconfondibile verve che conosciamo: “Uno spettacolo vivace e raffinato in un posto straordinario, si è spremuto dalla natura e dalla storia, dalla cultura e dalla serata, tutto quello che si è potuto spremere”.

Anche a Lina Sastri chiediamo un commento, la risposta è in carattere con la sua sensibilità: “Una manifestazione popolare, tanta gente che partecipa significa che vuol essere coinvolta con la propria terra, con le proprie radici”.

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I fuochi d’artisficio di chiusura

Queste parole fanno pensare, ed allora avanziamo una modesta proposta, nata dalla profonda impressione provata per quanto abbiamo visto. Perché non farne uno spettacolo itinerante- tale era il Carro di Tespi – per non bruciare in una sola serata, per quanto indimenticabile, tanto impegno ed energia, tanta inventiva e tanta arte? Le isole partenopee, e perché no, la costa campana, potrebbero moltiplicare le serate, farne momenti significativi di quella “circolazione delle attività culturali” che è uno degli strumenti della politica di valorizzazione del patrimonio artistico del paese. E abbiamo già detto come il bene culturale del Castello Aragonese potrebbe essere a sua volta valorizzato, con l’effetto moltiplicativo della sinergia con la natura, la storia e la tradizione.

Lina Sastri dovrebbe esserne l’ineguagliabile madrina, e siamo certi ne sarebbe entusiasta, come lo è stata all’annuncio del risultato dopo aver seguito l’intero spettacolo con totale immedesimazione.

I Carri di Tespi del mare potrebbero essere quelli di Ischia, nei suoi sei comuni, che hanno l’antica tradizione di Sant’Anna. Ma pensiamo a cosa potrebbe nascere se si aggiungessero quelli delle altre isole, Procida già ha partecipato in passato, ma poi ci sono Capri e Ponza, Ventotene e le altre isole, per non parlare delle perle della costa napoletana. Non solo “piazze” estive per gli spettacoli turistici, ma possibili protagoniste di grandi rappresentazioni sul mare con i loro scenari naturali tanto suggestivi. In un campionato estivo, come le coppe calcistiche; con eliminatorie e finali.

Crediamo che a Lina Sastri anche questa prospettiva piacerebbe senz’altro.

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Sulla via del ritorno (in un viaggio successivo)

Photo

Le immagini delle località incontrate lungo il viaggio e del Palio dei Carri di Tespi alla Festa di Sant’Anna ad Ischia del 2009 – andate perdute quelle originarie nel trasferimento dell’articolo dal sito chiuso a quello attuale – sono tratte dai siti web seguenti, di cui si ringraziano i titolari, precisando che sono inserite a puro scopo illustrativo senza alcun intento di natura commerciale o pubblicitaria, e se la pubblicazione di alcune di esse non fosse gradita dai titolari dei diritti basta comunicarlo che saranno immediatamente eliminate. I siti web sono i seguenti in ordine di tema e di inserimento: per le località lungo la traversata: Nettuno e-borghi.com, Monte Circeo nauticareport.it, Ponza visitgaeta.it, Palmarola tripadvisor.it , Zannone planetmountain.com, Ventotene latitudeslife.com, Procida italia.it, Ischia Porto ischialike.com; per il Castello Aragonese, turismo.it, ischialike.com, castelloaragoneseischia.com; per le 7 immagini della festa, tutte ischiasky.it, cui va il merito di rendere disponibili le immagini del 2009; per l’incendio del Castello Aragonese, ischiablog.it, ischia.it, ischianews.it. Di nuovo grazie a tutti. Le foto delle località attraversate sono intervallate da alcune immagini della barca “Luna” nei diversi momenti descritti. In apertura, Ciro, il “capitano”, sale sulla sua “Luna” per il viaggio verso Ischia, seguono, la Partenza da Nettuno e Il promontorio del Monte Circeo, quindi Ponza e Palmarola, inoltre Zannone e Ventotene, continua, Procida e Porto d’Ischia, prosegue, Il Castello Aragonese; con ‘L’nterno del Castello, la Cripta e Gli affreschi del Castello; poi, Il Palio dei Carri di Tespi, “Storia della Sambuca” di Casamicciola, e “La Nuova Assunta” di Serrara Fontana, “Il matrimonio di Vittoria Colonna e Ferrante di Avalos” di Ischia Ponte, e “Bar internazionale Maria, un angolo di Paradiso” di Forio; prosegue, La sfilata del Carro di Forio vincitore e Uno scorcio della tribuna e delle barche alla fonda; poi, Le luci della manifestazione e L'”incendio” del Castello Aragonese; qundi, L’avvampare dell'”incendio” del Castello dal cielo al mare; inoltre, I fuochi pirotecnici di chiusura; infine, Sulla via del ritorno (in un viaggio successivo) e , in chiusura, Ciro, il “capitano”, al timone della sua “Luna”.

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Ciro, il “capitano”, al timone della sua “Luna”

2 Responses to Ischia, festa di Sant’Anna, il palio dei Carri di Tespi

  1. Romano Maria Levante 29 settembre 2009 a 17:28

Grazie, ma è tutto vero, è la cronaca fedele di un bel viaggio e di una bella festa sul mare, Mughini e Lina Sastri compresi.

Romano

  • CIRO SORIA 28 settembre 2009 a 20:34

Bravo Romano certo che ne hai di fantasia

Ciro Soria, buona navigazione Lassù, nell’alto dei cieli!

di Romano Maria Levante

Il 21 marzo Ciro Soria, per gli amici anche Nino, ha lasciato il nostro mondo, dopo un improvviso aggravarsi che ha colto di sorpresa chi lo aveva visto di recente in condizioni apparentemente buone. Da allora è trascorso un mese, è il trigesimo nel quale si tiene una cerimonia di ricordo; il nostro è un ricordo laico, legato però alla sua fede. Ecco il messaggio che da amico affezionato ho trasmesso al suo indirizzo e mail destinatario dell’infinità dei nostri contatti assidui e intensi, prima di uscire per recarmi al suo funerale al termine della mattina del 23 marzo scorso; nel quale l’amico di una vita Aldo Visco Gilardi ha tenuto l’orazione funebre che segue il mio messaggio.

Ciro nel suo elemento, il mare!

Inviato a Ciro…..———- Messaggio originale ———-Da: romanolevante@libero.itA: “ciro.soria@gmail.com” <ciro.soria@gmail.com>Data: 23/03/2023 13:48 Oggetto: Ciao, Ciro, amico indimenticabile  

Ciro carissimo,

tra due ore e mezza verrò a darti l’ultimo saluto con i tuoi familiari e amici che ti circonderanno di tutto il loro e nostro affetto; anche se  non potranno venire Rosemary e Alberto e neppure Salvatore, ma sarò io a porgere il loro saluto memore e riconoscente, come lo è il mio. 

Nella mia memoria una infinità di momenti anche molto diversi, ma sempre con la tua genuinità ed autenticità nei sentimenti e comportamenti, il tuo ardore negli impegni, il tuo coraggio nell’affrontare situazioni anche molto difficili e le inevitabili incomprensioni. Esserti stato di aiuto per quasi un quarto di secolo è per me una soddisfazione indicibile, perchè hai meritato tutta l’attenzione e considerazione  possibile. E anche tu mi sei stato di aiuto quando occorreva la tua esperienza e competenza concreta in cose anche piccole ma significative per essere un punto di riferimento prezioso all’occorrenza, come per te io  da semplice scrivano. Cercavo di moderare i tuoi sfoghi focosi in cui si esprimeva tutto il tuo essere, che non cercava compromessi ma il rispetto della verità e della giustizia.

Sono stati tanti i fronti in cui hai e abbiamo combattuto insieme, anche quelli più impensabili. Ricordo i tanti momenti distensivi, quando parlavi della tua passione per il mare, indimenticabili le due traversate con la tua “Luna” per Ventotene e Ischia, nel 2009 e 2010, ne diedi conto in due articoli sul mio sito on line; come  la festa dei 40 anni del tuo matrimonio, oggetto di un altro mio articolo in cui parlavo dell’iniziativa benefica di tua figlia Deborah che vi era collegata come destinataria dei pensieri degli amici. Molti anni dopo mi dicesri con giustificato orgoglio che veniva intervistata e la sentii anch’io, parlava dell ‘iniziativa dei libri per i piccoli migranti di Lampedusa, veramente meritoria come lo è la destinazione benefica dell’ultimo omaggio alla tua persona.  

Non posso nasconderti che mi sono  sentito smarrito – oltre che addolorato anzi sconvolto per la perdita dell’amico di un quarto di secolo – e  non solo per la riflessione anche personale sulla caducità della vita, date le circostanze in cui la notizia del tutto inattesa mi ha colpito come un fulmine a ciel sereno: un mese fa mi avevi telefonato in videochiamata insistendo perchè la attivassi e non rispondessi solo vocalmente come volevo fare non riuscendo a farla funzionare, finchè ci siamo parlati e soprattutto visti, anche con Rosemary, tu veramente florido in grande forma, ti abbiamo detto; avevi promesso che saresti venuto presto a trovarci, ora lo facciamo noi, Rosemary mio tramite sarà anch’essa in chiesa tra poco. 

Lo smarrimento per la perdita del riferimento sicuro ad un amico sincero e generoso mi ha preso l’animo stringendomi il cuore. Poi ho visto il tuo ultimo saluto su Facebook: “A tutti gli amici dico: divertitevi il più possibile su questa terra e quando vi sarete stufati venitemi pure a trovare quassù, vi aspetto”. Non puoi immaginare quanto risultino consolatorie queste tue parole così sincere e genuine, ora che sei “lassù”!

E poi la poesia al nonno  che “postasti” nel febbraio 2017 iin cui si descrive l'”uomo di mare”  come se fossi tu ad essere descritto  fino al saluto finale del viaggio estremo verso l’orizzonte. Ebbene, queste due “cose” veramente “tue” mi hanno ispirato il “post” che ti ho rivolto su Facebook dopo tanti tuoi “post”  ai miei articoli con condivisioni entusiaste ed elogi da me immeritati frutto della tua generosità.

La sua imbarcazione “dal nome fatidico ‘Luna’”

Ti trascrivo di seguito il mio “post” di saluto:    “Era il 9 febbraio 2017, Ciro condivideva, inserendola in questa sua pagina, la poesia di una nipote al nonno Fausto ‘grande appassionato e uomo di mare’ ricordando l’amico ‘con tanto affetto’. Una poesia che descrive Ciro nella sua nobiltà di ‘uomo di mare’, e nelle conclusioni che riportiamo inserendovi solo il suo nome al posto del ‘nonno’: ‘E ora Ciro ha levato l’ancora da questo mondo/ E come uomo di mare che si rispetti/ solca i cieli senza più limiti/ Adesso, libero da quei confini di umana natura/ è in rotta verso l’orizzonte/ E con il sorriso sulle labbra lo varcherà/ sospinto dalle onde verso un’altra avventura’: con la sua imbarcazione dal nome fatidico ‘Luna’ raggiungerà le stelle, e non soltanto le 5 alle quali era legato, ma tutte le stelle del firmamento. Così è bello ricordarlo, del resto il suo ultimo messaggio lo ha mandato da ‘quassù, con la serenità espressa dal suo sorriso che non dimenticheremo mai. Ciao, Ciro!”  

Mi sento soltanto di aggiungere con tanta emozione, Ciao, Ciro, amico indimenticabile, ti immagino in un’altra dimensione, lassù in alto, con il tuo sorriso, la tua energia, la tua attività instancabile e generosa, la tua fiducia sconfinata. Sarai sempre presente nei nostri pensieri.  

Romano con Rosemary, Alberto e anche Salvatore.  

L’abside della chiesa Santa Maria Regina Pacis a Monteverde

Roma, 23 marzo 2023, ore 13,45, alle ore 15 l’inizio della funzione funebre.

Ore 15, la grande chiesa di Santa Maria Regina Pacis nel quartiere romano di Monteverde gremita, tanti hanno voluto dare a Ciro l’ultimo saluto. Al termine della messa, l’orazione funebre di uno degli amici più cari, un’amicizia che risale a 40 anni fa, è tra quelli che lo chiamano Nino: dall’alto del pulpito le parole che ne rievocano la figura nei suoi aspetti profondamente umani con la visione intimamente religiosa di Aldo Visco Gilardi, diacono in emeritazione della Chiesa valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi), che si è occupato dei rapporti con lo Stato e delle relazioni internazionali con Paesi di vari continenti, come Africa e America Latina.  

NINO (Ciro Soria 17.06.1941 – 21.03.2023)

di   Aldo Visco Gilardi

Dal Salmo 145:
8 Il SIGNORE è misericordioso e pieno di compassione,
14 Il SIGNORE sostiene tutti quelli che cadono
e rialza tutti quelli che sono curvi.
15 Gli occhi di tutti sono rivolti a te,
e tu dai loro il cibo a suo tempo.
16 Tu apri la tua mano,
e dai cibo a volontà a tutti i viventi.
17 Il SIGNORE è giusto in tutte le sue vie
e benevolo in tutte le sue opere.
18 Il SIGNORE è vicino a tutti quelli che lo invocano,
a tutti quelli che lo invocano in verità.
Salmo 23:
1 Salmo di Davide.
Il SIGNORE è il mio pastore: nulla mi manca.
2 Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli,
mi guida lungo le acque calme.
3 Egli mi ristora l’anima,
mi conduce per sentieri di giustizia,
per amore del suo nome.
4 Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte,
io non temerei alcun male,
perché tu sei con me;
il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.
5 Per me tu imbandisci la tavola,
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo;
la mia coppa trabocca.
6 Certo, beni e bontà m’accompagneranno
tutti i giorni della mia vita;
e io abiterò nella casa del SIGNORE
per lunghi giorni.

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La facciata della chiesa del funerale

Nino non era un santo. Nino era generoso.

Appoggiava volentieri iniziative ambientali (cfr. la destinazione di offerte in sua memoria a Legambiente) e umanitarie: a me, per esempio, mise a disposizione la sua esperienza di spedizioniere e il magazzino per l’organizzazione di alcuni container da mandare in Africa per la chiesa valdese.
Era stato provato dalla vita: avviato dal padre autoritario ad un lavoro pesante da ragazzo, lavoro che l’ha reso robusto. La sofferenza per la perdita del fratello Paolo…
Si lega da bambino a Lucione e alla sua famiglia Sabbadini. Lucio è l’amico fraterno con cui condivide molte esperienze di vita fino alla sua morte, avvenuta 13 anni fa, proprio in marzo.
Nino ha avuto qualche disavventura sul piano lavorativo, non voluta, ma anche grandi soddisfazioni e consolazioni, tra le quali ha goduto l’affetto di una paziente moglie, Dilys,  delle figlie Debora e Susanna e della nipote Elena.
A modo suo era spiritoso, prova ne sia l’annuncio che lui dà della sua morte, che parafraso così: “Amici miei, godetevi la vita come ho fatto io, poi ci rivedremo!”

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In uno dei suoi viaggi

Era un edonista. Amava la vita, il ballo, i viaggi per conoscere il mondo. Amava la compagnia di amici, familiari e conoscenti con cui non perdeva occasione di festeggiare in grande stile anniversari in luoghi pubblici, o la tradizionale festa di fine-inizio anno a casa propria, con un luculliano cenone, con l’enorme tacchino, sovrabbondante anche per la trentina di ospiti presenti, seguito dalla tombola e giochi a carte…
La partecipazione di tanti amici, qui oggi, è dimostrazione dell’affetto che ha seminato.
Il mare in tutte le sue manifestazioni era ed è il suo elemento, dove desidera siano sparse le sue ceneri, come avvenuto con Lucio. Amava la barca a vela, che fosse la Pacioccona o la Luna, le immersioni, la pesca, la buona ed essenziale cucina, che in barca doveva sporcare il minor numero di tegami possibile, e l’immancabile siesta pomeridiana sottocoperta, sdraiato sul pavimento su cui poggiava un giornale, per non sudare sulla moquette.

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La “buona ed essenziale cucina” in barca

Aveva un’abilità manuale e meccanica straordinaria, per riparare da sé la barca.
Curioso di natura, non perdeva occasione per cimentarsi in nuove avventure, come fare il vino o distillare le grappe, con l’aiuto di amici e collaboratori più recenti.

Non era un santo, ho detto. Chi può essere definito tale? 
Era anche tignoso, alquanto maschilista, a volte impietoso, il che non gli impediva di essere gentiluomo con il gentil sesso. Di due donne ha avuto rispetto costante: la madre e la sorella Ada, oltre che della moglie Dilys. Forse, il carattere contraddittorio era dovuto al suo segno zodiacale: Gemelli?
Era combattivo, ma anche animoso, tenace e testardo, poco propenso alla mediazione e alla rinuncia. Purtroppo, questioni di interessi gli hanno fatto guastare i rapporti con amici di una vita e con familiari, mentre altre volte si è dovuto difendere da quelle che sentiva come prevaricazioni e ingiustizie. 

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Sulla “sua” barca, nel “suo” mare

Negli Evangeli, Gesù ci invita a risolvere le diatribe terrene finché siamo in vita sulla Terra, Matteo 18.18: “Io vi dico in verità che tutte le cose che legherete sulla terra, saranno legate nel cielo; e tutte le cose che scioglierete sulla terra, saranno sciolte nel cielo.”
Mi dispiace che Nino non abbia colto questa opportunità, pur volendolo, pare, tanto che aveva preparato una lettera risolutrice di una annosa questione familiare, ma la morte lo ha colto prima che potesse  trasmetterla. In tal caso, mi sarebbe piaciuto leggere in questa occasione l’incontro di Gesù con Zaccheo (Luca 19, 1-10), il quale, ospitando Gesù, si redime riconoscendo e riparando ai suoi torti fatti. Ora, se ci sono ancora questioni in sospeso, il compito di risolverle sarà responsabilità di chi rimane.
La morte segna un passaggio che può sembrare definitivo, ineluttabile… Ma non è l’ultimo atto, né l’ultima parola-
Gesù è morto, ma è anche risorto.
Il Signore, Dio di Amore, è misericordioso: a lui spetta la magnanimità e il giudizio!

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Un piccolo impegno che è anche un momento di raccoglimento

Siamo fiduciosi, come il salmista, nella Sua clemenza (Salmo 25. 1, 6-11,16-18):
1 A te, o Eterno, io elevo l’anima mia.
2 Dio mio, in te mi confido;
6 Ricordati, o Eterno, delle tue compassioni
e della tua bontà; perché sono eterne.
7 Non ricordarti dei peccati della mia gioventù,
né delle mie trasgressioni;
ricordati di me nella tua clemenza,
per amore della tua bontà, o Eterno.
8 L’Eterno è buono e giusto;
perciò insegnerà la via ai peccatori.
9 Guiderà i mansueti nella giustizia,
insegnerà ai mansueti la sua via.
10 Tutti i sentieri dell’Eterno sono bontà e verità
per quelli che osservano il suo patto e le sue testimonianze.
11 Per amor del tuo nome, o Eterno,
perdona la mia iniquità, perché essa è grande.
16 Volgiti a me, e abbi pietà di me,
perché io sono solo e afflitto.
17 Le angosce del mio cuore sono aumentate; tirami fuori delle mie angustie.
18 Vedi la mia afflizione e il mio affanno,
e perdona tutti i miei peccati.
Chi è in vita e si sia sentito da lui offeso, può ancora fare la sua parte perdonando, non portando rancore: il suo carattere impetuoso, talvolta, lo faceva reagire con degli eccessi a quelle che sentiva come ingiustizie.
Facciamo noi ammenda, presso il Signore, delle sue mancanze (che non sono maggiori di quelle di tutti noi peccatori) e, per lui, chiediamo perdono a Dio!
Rimaniamo con la certezza del messaggio del Cristo. che ci ha trasmesso Giovanni, l’Evangelista, in 14. 1-6:
1 “Il vostro cuore non sia turbato; abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me!
2 Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore; se no, ve l’avrei detto; io vado a
prepararvi un luogo;
3 E quando sarò andato e vi avrò preparato un luogo, tornerò e vi accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi;
4 e del dove io vado sapete anche la via”.
5 Tommaso gli disse: “Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo sapere la via?”.
6 Gesù gli disse: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.

Concludo con la preghiera al Signore che vi consoli, vi guidi e vi benedica, carissime Dilys, Debora, Susanna, Elena, e quanti tra noi soffra questo distacco!
Vi voglio bene!

Aldo Visco Gilardi

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Il saluto di Ciro con un sorriso


Dufy, il “pittore della gioia”, 2. Decorazione e moda, Sicilia e fiori, a Roma, Palazzo Cipolla

di Romano Maria Levante

Si conclude la nostra narrazione della mostra di “Raul Dufy, ll pittore della gioia”, a Roma dal 14 ottobre 2022 al 26 febbraio 2023 a Palazzo Cipolla, promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, presidente Emmanuele F. M. Emanuele , realizzata da “Poema” con il supporto organizzativo di  “Comediarting” e Arthemisia. A cura  di Sophie Krebs con Nadia Chalbi,  del Musèe d’Art  moderne di Parigi, che hanno curato anche il Catalogo Skira.

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“Autoritratto”, 1935.

Abbiamo già cercato di evidenziare le peculiarità di un artista definito “pittore della gioia” per la sua inesausta ricerca di quanto possa sollevare lo spirito nei più diversi ambienti e del modo migliore per rappresentarlo. E’ stata definita una “estetica nuova” e lo si è chiamato pittore “moderno-classico”, impegnato nell’approfondire il rapporto luce-colore, anche con soggiorni nelle località più adatte, e nel mettere in pratica le proprie  scoperte.

La vasta galleria espositiva delle sue opere, articolata in 13 sezioni, ci ha portato prima in quelle realizzate sulle orme di Cézanne,  soprattutto paesaggi urbani e rurali, poi  nell’intimità delle  bagnanti e delle modelle nel loro atelier, quindi  nei paesaggi marittimi e nelle corse di cavalli, dove può registrare le scene di vita nel suo dichiarato interesse per questo motivo fondamentale. Ora passiamo alle sezioni successive dalla decorazione e la moda all’illustrazione dei libri e alla Fata elettricità, alla musica e al viaggio in Italia, con particolare riguardo alla Sicilia, al grano e ai fiori in uno straordinario eclettismo contenutistico ed espressivo.

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DECORAZIONE: “Trent’anni o La vie en rose”, 1931

Le opere di natura decorativa-ornamentale

La “Decorazione” è un motivo peculiare dell’artista, da lui curato in quello che viene definito “un edonismo decorativo” da Stephane Laurent la quale precisa che a quel tempo non era ritenuta più un’”arte minore” come in passato, le avanguardie vi si dedicavano come reazione  alle gerarchie accademiche dalle quali la decorazione era penalizzata.  E Dufy, a posteriori, “sosterrà addirittura che la  pittura fauve non è niente altro che  ornamento, colore e arabeschi orientaleggianti”, e su questo concorda uno dei maestri, Matisse.

Alla decorazione fu introdotto dallo stilista Paul Poiret, che aveva una “maison” di moda, con  il quale  nel 1910 aprì un laboratorio di stampa su tessuto, la “Petit Usine”, che produsse per un anno soltanto, ma poi fu ingaggiato dalla seteria di Lione Bianchini-Férier dal 1912 al  1928 e si trasferì, dopo essersi sposato,  a Montmartre nelle vicinanze della fabbrica in cui si svolgeva la produzione di tessuti da decorare in un atelier dove resterà  fino alla fine. Erano tessuti presentati nelle sfilate di moda, di qui un altro lato.della sua attività artistica, la moda per la quale ideò una vastissima serie di costumi con le decorazioni in cui era maestro.  

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“La pesca (bozzetto per un tessuto”, 1919

Vi era un’ispirazione comune tra pitture su tela e su tessuti, con l’orientamento a una diffusione ampia in una sorta di “arte sociale”. Nei contenuti si ispirava alle scene di vita negli ambienti più frequentati, dalle sale da ballo agli ippodromi, dalle regate alla vita nelle località di villeggiatura, ai campi da tennis, le decorazioni erano disegni arabescati con forte cromatismi. Dal punto di vista tecnico si impegnava con le tecnologie più avanzate, dalla antica xilografia alla serigrafia  e l’aerografo, alle schede perforate  per riportare le decorazioni sui tessuti.  “Alla fine – commenta la Laurent – è l’unico pittore della sua generazione  a collaborare con l’industria, a vestire i panni di un vero e proprio designer”. Dal 1925 si immerse nel design dell’art decò  sempre più diffusa, lavorando su decorazioni di oggetti di vari materiali, anche e soprattutto in maiolica smaltata, abbiamo piastrelle e vasi decorati con disegni di animali. Non mancano decorazioni monumentali come quella di 16 metri per una villa ispirate al “De rerum natura” di Lucrezio.

Sono esposte in mostra 26 opere ornamentali, “La pastorella”1912 su lino, “Studio per il parato Baccara” 1925 su carta, “Trent’anni o La vie en rose” 1931 su tela , altre 7 su tessuti intitolati alla Maison Bianchini- Férier dall’ocra e marrone molto tenui al blu e al rosso molto intensi, e 16 pergamene “gouache su carta”, di una straordinaria eleganza e varietà  nel cromatismo molto intenso e nelle forme  variegate, geometriche o arabescate, con tanti motivi: da “Il tennis” 1918  alle “Forme a zig zag” 1918-19  dai vegetali di diverse specie – come le “Zucche e i frutti” 1920 –  alle “Conchiglie” 1924, dai  “Vasi  cinesi” 1925 ai “Motivi cinesi”,  i “Triangoli”,  le “Rose e fiori stilizzati” 1925-30,  dai “Cerchi” 1928,  ai “Monumenti di Parigi” 1929,  agli “Uccelli” 1930. 

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“Il tennis”, 1918

Con gli anni ’20, la sua attività si estese  alla “Moda” , con i costumi e la scenografia, sulla scia della decorazione. Tutto parte dalle illustrazioni del “Bestiario” di Apollinaire, che piacquero allo stilista Poiret – e meno all’autore del testo illustrato – dando avvio alla trasposizione per la propria Maison di moda. Nadia Chalbi  – che ha curato la mostra con Sophie Krebs – ricorda: “Trasponendo  la tecnica della xilografia in ambito tessile, scolpisce nel legno motivi figurativi stilizzati  nello spirito del Bestiaire e studia con l’aiuto di un chimico tutte le fasi del processo produttivo, dalla scelta dei colori alla stampa”. Con questo procedimento “realizza parati ispirati a immagini popolari come La pastorella,  disegna motivi floreali su sontuosi  tessuti di seta, raso e velluto per la confezione di abiti e cappotti,  e collabora all’organizzazione della festa ‘persiana’ ispirata alle Mille e una notte  organizzata nell’abitazione privata dello stilista”. Viene descritta così un’altra delle tante vite artistiche di Dufy.

Sono esposti 8 Bozzetti di moda  per la Maison Bianchini- Férier con “Abiti scuri per l’inverno” su eleganti siluette femminili, e una “Panoramica di abiti per l’estate“, alcuni  di color rosso sfumato, sono 10 modelli allineati  in un’unica “sfilata”, siamo nel 1920.  Oltre ai modelli  sono esposte 18 Fotografe di abiti indossati da modelle in diversi ambienti – in interni e all’esterno – realizzati su suoi disegni sempre per lo stilista Poiret su tessuti della Maison Bianchini-Férier, negli anni dal 1919 al 1926. Sono in bianco e nero con molte ombre che rendono scuro l’insieme, il contrario dei 7 disegni  a inchiostro su carta,  con i contorni di abiti appena delineati, quasi evanescenti, di un’indossatrice della Maison Poiret, sono “Studi per il  parato. Le indossatrici alle corse” 1926. Vediamo anche “7 fogli di carta da lettere intestata alla maison Paul Poiret” nel 1911, quando inizia la collaborazione.  

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MODA:”Bozzetti di moda, sete di Bianchini Férier disegnate da Raoul Dufy”, 1920

Della decorazione fa parte l’”Illustrazione dei libri”  alla quale si dedicò con altrettanto impegno che nell’ornamento dei  tessuti. Sembrava un campo poco adatto per chi voleva valorizzare la propria espressione pittorica, lo spiega Laurence Campa: “Il libro  non è certo l’ambiente naturale dei pittori: scrigno di parole e immagini mentali organizzate da un altro,  volume chiuso nelle biblioteche, non si offre con la stessa immediatezza di una tela o di un disegno incastonato nella sua cornice”. Ma divenne adatto a lui  perché “offre mille combinazioni felici a chi ama la  tipografia, l’incisione, la decorazione e la poesia. Come Raul Dufy”.

Il nostro artista, infatti, aveva una concezione diversa da quella  comune,  appena ricordata, secondo cui le illustrazioni sono in secondo piano rispetto alle parole scritte che devono evocare: “L’illustrazione non deve seguire il testo – disse nel 1948 – deve insinuarsi nella mente del lettore. L’illustrazione è un’analogia”.  Ne  ebbe una speciale predilezione nel suo eclettismo appassionato, ricorrendo soprattutto alla xilografia su legno.

ILLUSTRAZIONE DI LIBRI: “Le Paon”,
illustrazione di Raoul Dufy di ‘Le Bestiaire’ di Guillaume Apollinaire

Non ripercorriamo le sue numerose esperienze illustrative e i relativi stretti contatti con i grandi scrittori e poeti dell’epoca, ci limitiamo a sottolineare come inizialmente troviamo delle xilografie del 2010, “La pesca” e “La caccia”, che preludono al “Bestiario” di Guillaume Apollinaire, illustrato nel 1911, dopo il rifiuto di Picasso,  con figure di animali poi tradotte con grande successo sui tessuti di moda, come abbiamo detto sopra,  e sui vasi di ceramica in una sinergia coinvolgente, vediamo esposta la grafica del “Pavone”.

 Per Apollinaire quindici anni dopo il “Bestiario” abbiamo  le illustrazioni di “”Le Poéte assassiné”  1926, è esposta la copertina rossa e 3 disegni molto scuri e addensati con dei velieri e dei campi.  A metà nel tempo tra queste due illustrazioni quella per “Stephane Mallarmé, Madrigaux” 1920,  vediamo 7 figure  molto nitide e colorate sui singoli temi descritti nel testo.  

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FATA ELETTRICITA’ “Studio per ‘Centrale elettrica’”, 1936

Un posto a sé spetta alla“Fata elettricità”, una pittura murale di 600 metri realizzata in tempo record, tra il 1936 e il 1937, per l’Esposizione internazionale delle arti e delle tecniche applicate alla vita moderna, per  la quale fece una apposita ricerca sulle fonti e gli impieghi dell’elettricità e sugli scienziati e ricercatori, vi inserì un centinaio di figure. Realizzò 250 pannelli di 2 x 1,20 m. dagli schizzi e  disegni in scala minore, veramente tantissimi, fece anche un dipinto in scala 1 a 10. Vediamo una spettacolare riproduzione lunga 6 metri a olio su tela della “Fata elettricità” in un cromatismo variegato con le  tante figure che si muovono tra le installazioni, e 2 studi anch’essi colorati, gouache su carta per  “Centrale elettrica” e “Paesaggio”;  e anche 13 Bozzetti a inchiostro su carta per i personaggi. Siamo nel 1936, lo fermerà solo un’artrite reumatoide che inizia proprio allora  a tormentarlo.

La gioia in altre espressioni, dalla  Musica a viaggio in Italia, fino ai Fiori

Dopo tante immagini di vita spensierata e operosa nei più diversi ambienti, che esprimono la sua volontà di ricercare la gioia nelle diverse situazioni, vogliamo concludere con le sezioni in cui la gioia si esprime in modo diverso, cominciando con la “Musica”  di cui era appassionato, veniva da una famiglia di musicisti.

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MUSICA: Omaggio a Mozart”, 1945

Nei suoi inizi pittorici di stampo impressionista rappresenta l’”Orchestra di Le Havre”  nel 1902 e un “Omaggio a Mozart” nel 1915, il primo di una serie; ma anche molto più avanti, negli anni ’40, sono suoi soggetti orchestre e compositori, balletti e strumenti musicali. Fino al 1952, un anno dalla morte, quando realizzò altri omaggi a grandi compositori in modo molto diverso dall’ultimo “Omaggio a Mozart”  del 1945  che vediamo esposto,  evocato con immagini  dagli strumenti musicali alla partitura, alla casa natale, come osserva la Chalbi: “Questi motivi svaniscono  negli ultimi omaggi a Bach e Debussy (1952) per lasciare spazio  a un lirismo in cui i ritmi musicali della linea  e le armonie cromatiche occupano interamente la scena”.  Diceva: “Un quadro è una partitura orchestrale e l’osservatore stesso marca il ritmo della musica  con l’ampiezza e la rapidità del suo sguardo”.

Spicca nlle sue evocazioni la figura di Arlecchino come simbolo dell’incontro tra musica  e teatro nella Commedia dell’arte, è una maschera prediletta anche da Cézanne e Picasso. In mostra sono esposti 3 dipinti degli anni ’40: “Arlecchino e orchestra” 1940 in cui lo ritrae disteso addormentato  con la mano sul violino, “Arlecchino con violino e ritratto di Berthe  Reysz”1941-42, “L’Arlecchino” 1943 in piedi a braccia conserte su uno sfondo dal cromatismo molto intenso tra il pavimento rosso, la campagna verde e il cielo azzurro.

VIAGGIO IN ITALIA: “Paesaggio siciliano. Taormina”, 1923

Ma  è “Il viaggio in Italia” , in particolare nel Sud – con l’immersione vitale nel sole mediterraneo e quella culturale nelle antichità – che ci sembra possa esprimere la gioia di trovarsi nell’ambiente preferito.  Tra maggio e giugno  del 2022 visitò Roma e Napoli – come Picasso –  e soprattutto la Sicilia,  da Catania e Caltagirone a Taormina. Non è stata solo vacanza, ecco cosa osserva la curatrice Krebs: “La luce densa e costante del Mediterraneo gli permette di  semplificare la gamma cromatica e di  studiare i rapporti tra i colori, ciò che chiama ‘colore-luce’.

Questo soprattutto in Sicilia, dove  oltre al sole mediterraneo c’è l’antichità vivente nel mito di Ulisse che lo affascina.  Tanto che dichiara: “Sono a Porto Ulisse, penso a Omero”. La Krebs aggiunge: “L’Etna gli richiama il frastuono della folgore di Zeus e il biancore dei marmi greci nella Valle dei Templi,  di fronte all’azzurro del cielo e del mare, lo spinge all’allegoria. Quei panorami bucolici sembrano abitati da ninfe  e divinità, mentre le piccole città aggrappate alle colline sono cariche di storia”.

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“Il lavoro nei campi in Sicilia”, 1923

Lo vediamo nei dipinti sulla Sicilia realizzati dopo il viaggio, “Il teatro di Taormina” 1922 e “Paesaggio siciliano. Taormina” 1923  con in primo piano antiche colonne  che fanno pensare anche a reminiscenze del Foro romano; e “Caltagirone. Paesaggio, veduta di un borgo siciliano” 1922-23,  una delle “piccole città cariche di storia” citate  dalla Krebs.  Ma anche i “panorami bucolici”,  come “Il lavoro dei campi in Sicilia” 1923 con una visione dall’alto invece della prospettiva orizzontale. Oltre a questi dipinti sono esposti 16 “Schizzi del Taccuino siciliano”, con pochi tratti a fissare luoghi e persone incontrate; il  taccuino lo riprese  23 anni dopo, nel 1946,  per illustrare la traduzione  di Paul Valery delle “Bucoliche di Virgilio”, ma rimase allo stadio di progetto non realizzato.

“Il lavoro dei campi in Sicilia” sopra citato non è il solo dipinto esposto con questo soggetto,  vediamo anche “Paesaggio meridionale con fichi d’India”  del 1920, anteriore al viaggio, che ci prepara a un altro aspetto della sua pittura: l’attenzione alla campagna, con l’opera dell’uomo e la vita rurale, di un artista che abbiamo visto molto attratto da ambienti ben diversi, come le marine e i loro frequentatori, i luoghi e le occazioni della vita mondana.

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“Caltagirone. Paesaggio. veduta di un borgo siciliano”, 1922-23

Questa attenzione si traduce in particolare  nelle sue rappresentazioni aventi come soggetto “Il grano”,che vediamo in due opere con tale titolo , un Disegno punteggiato a penna su carta del 1922-23, e un Acquerello a due colori ocra-oro  e verde del 1930 e addirittura in una Piastrella di ceramica intitolata “Spighe” del 1926.  Ma a parte queste premesse, la sua attenzione si concentrò in particolare su campi di grano di Langres ai quali dedicò circa 50 vedute  nelle estati 1933-36, in cui  soggiornò in Normandia e nell’altipiano dilangres, ispirandosi anche a Van Gogh.

Vediamo “La mietitura a Langres” in 2 dipinti dallo stesso titolo e anno, il 1935, il primo schematico ed equilibrato con al centro la mietitrice  a cavalli, a destra una verde quinta di alberi,  sullo sfondo azzurro la città lontana,  il grano dorato risplende; il secondo, più mosso ma altrettanto eloquente nella sua luce dorata,  mostra in primo piano l’immagine della dea Cerere  distesa nuda. Cerere diventerà soggetto esclusivo in “Ninfa distesa nel grano” 1938, nella stessa posa languida del quadro precedente,  ad esprimere la condivisione della dea protettrice nella fatica del lavoro dei campi e nel meritato riposo.

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IL GRANO: “La mietitura a Langres”, 1935

Del 1938 vediamo anche “La Senna, l’Oise e la Marna”,  facente parte di un trittico della “Fata elettricità”, fiumi impersonati dalle Tre Grazie davanti a una distesa di spighe di grano con sullo sfondo un paesaggio con ponti  e tralicci. Seguirà dal 1945 al 1953 la serie delle “Trebbiature”,  dipinti, acquerelli, disegni. Così la Chaibi: “Questo ciclo, comprendente scene che descrivono la battitura del grano,  l’azione dell’uomo e delle macchine integrata nel paesaggio, esalta le semplici gioie del lavoro nei campi e le ricchezze della natura fino a un ultimo quadro rimasto incompiuto alla morte del pittore”.

Dall’interesse per la vita nei campi e per il grano ai “Fiori e bouquet”,  cui si è dedicato sin dalla fase iniziale del suo percorso artistico, nel periodo fauve e impressionista, pur se il loro impiego decorativo si è avuto quando lavorava per la Maison di Paul Poiret e l’impresa di tessuti Bianchini-Fèrier di cui abbiamo già parlato; e non solo, anche nell’illustrazione di libri. Vediamo 8 Acqueforti senza colore del 1930 delle 93 per il libro di Eugene Montfort, 8 Acquerelli molto colorati dei 12 per il libro di André Gide, 19 Incisioni  su legno sulle 24 del libro di Roland Dorgalés uscito nel 1956, tre anni dopo la sua morte. Ma, come per il grano,  il massimo impegno su questo soggetto si è avuto in occasione del lungo soggiorno  presso un amico prima a Perpignan, poi a Vernet-les-Bains, nella campagna del Midi. E’ il 1941, sebbene l’artrite reumatoide lo tormenti sempre più, nel giardino d’inverno della residenza si immerge nella pittura dei fiori, ricorrendo per lo più all’acquerello in modo da seguite l’ispirazione senza disegni preparatori.

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“La Senna, l’Oise e la Marna”, 1938

Diceva  che “i fiori portano naturalmente i colori”, e “l’acquerello è forse la maniera  di dipingere che lascia più libertà all’improvvisazione, è quasi immateriale”; per questo “è perfetto per le annotazioni rapide dal vero”. Lo vediamo dipingere fiori, nature morte  e lavoro nei campi  nei due anni successivi quando soggiorna presso un amico scrittore  in un villaggio agricolo dell’alta Garonna, Montsaunés. Così la Chaibi: “…eccelle in questo esercizio in cui  fioriture, arabeschi ed ellissi  giocano da pari a pari con una tavolozza dalle sfumature infinite. Sa bene come ridurre all’essenziale i motivi vegetali, che si tratti delle fronde di una palma,  del fogliame di un albero, di una spiga di grano o dei petali di una rosa”.  La rosa è uno dei fiori preferiti, ma in generale prediligeva tutti i fiori di campo. Vediamo esposti 6 dipinti,  2 del 1942, “Le rose” e “Anemoni  e tulipani”, poi  “Le margherite” 1943, “Mazzi di iris e papaveri” 1948,  “Fiori di campo” 1950, e“Bouquet campestre” del 1953, l’anno della morte.  

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FIORI: “Anemoni e tulipani” , 1942

Così termina il nostro viaggio ideale nell’”estetica nuova” dell’artista “moderno-classico” espressa in forme molteplici – di cui abbiamo cercato di dare conto – accomunate da uno speciale cromatismo frutto della ricerca del rapporto luce-colore anche con soggiorni appositi negli ambienti più adatti, e il Sud Italia è stato uno di questi. 

Nella sua esplosione floreale possiamo sentire l’espressione autentica del “pittore della gioia” . La consideriamo una sorta di “inno alla gioia”, e come tale ci resta negli occhi mentre sentiamo echeggiare dinanzi alla visione di queste e delle altre sue opere esposte in mostra  le note del pezzo di Beethowen, ripensando agli omaggi pittorici di Dufy per i grandi musicisti dell’epoca.  

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“Le margherite”, 1943

Info

Palazzo Cipolla, Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, via del Corso 320, Roma.  Orario, tutti i giorni, tranne il lunedì chiuso, dalle ore 10 alle 20, la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso euro 10, ridotti euro 8 per under 26,  over 65  e le categorie agevolate. Tel. 06.9837051, e mail: biglietteriapalazzocipolla@gmail.com.Catalogo  “Dufy. Il pittore della gioia”,  a cura di Sophie Krebs con Nadia Chalbi, Skira, ottobre 2022, pp.  250, bilingue italiano-inglese, formato 24,5 x 28,5. Il primo articolo è uscito in questo sito il  18 febbraio 2023. Cfr. i nostri articoli in questo sito per gli artisti citati: su Picasso 5, 25 dicembre 2017, 6 gennaio 2018, Cézanne 22, 31 dicembre 2013.

Photo

Le immagini delle opere di Dufy sono inserite nell’ordine in cui vengono commentate nel testo le sezioni della mostra che le espongono; esse sono tratte dal Catalogo della mostra, si ringrazia l’Editore Skira con i titolari dei diritti. Alle 16 immagini riportate nel precedente articolo relative alle sezioni ivi commentate seguono altre 16 immagini delle sezioni commentate in questo articolo. In apertura, “Autoritratto” 1935; seguono, DECORAZIONE: “Trent’anni o La vie en rose” 1931, “La pesca (bozzetto per un tessuto” 1919 e “Il tennis” 1918 ; quindi, MODA:“Bozzetti di moda, sete di Bianchini Férier disegnate da Raoul Dufy” 1920, e ILLUSTRAZIONE DI LIBRI: “Le Paon, illustrazione di Raoul Dufy di ‘Le Bestiaire’ di Guillaume Apollinaire; inoltre, FATA ELETTRICITA’: “Studio per ‘Centrale elettrica’” “ 1936, e MUSICA: “Omaggio a Mozart” 1945; ancora, VIAGGIO IN ITALIA: “Paesaggio siciliano. Taormina” 1923, “Il lavoro nei campi in Sicilia” 1923 e “Caltagirone.Paesaggio. veduta di un borgo siciliano” 1922-23; continua, IL GRANO: “La mietitura a Langres” 1935 e “La Senna, l’Oise e la Marna” 1938; infine, FIORI: “Anemoni e tulipani” 1942, “Le margherite” 1943 e, in chiusura, “Bouquet campestre” 1953.

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“Bouquet campestre”, 1953

Dufy, il “pittore della gioia”, 1. Paesaggi e scene di vita, a Roma, Palazzo Cipolla

di Romano Maria Levante

La  mostra di “Raul Dufy, ll pittore della gioia”, in corso a Roma dal 14 ottobre 2022 al 26 febbraio 2023 a Palazzo Cipolla,  espone  circa 100 dipinti  e una sessantina di disegni, bozzetti e modelli, in 13 sezioni che ne documentano l’estrema versatilità nei contenuti all’interno di una rigorosa ricerca su luce e colore.  La mostra è promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, presidente Emmanuele F. M. Emanuele , realizzata da “Poema” con il  supporto organizzativo di “Comediarting” e Arthemisia. A cura  di Sophie Krebs curatore generale  del Musée d’Art moderne di Parigi, con Nadia Chalbi, responsabile delle mostre,  hanno curato anche il Catalogo Skira.

“Auroritratto”, 1898 .

La vastissima  esposizione di opere di Dufy  è spettacolare: si passano in rassegna dipinti a forte impatto per la loro vivacità cromatica, uniti a disegni  variamente colorati di decorazioni quanto mai raffinate ed elaborate fino a  modelli di costumi variegati  e rifiniti, a colori o in bianco e nero, nelle tecniche più diverse, olio e acquerello, xilografie e gouache, su carta e tessuto.“Il pittore della gioia” è stato chiamato, si arriva a tale definizione da questo caleidoscopio di colori e forme. 

Torna a Roma dopo 40 anni  dalla mostra che ci fu a Villa Medici, una delle tante “riscoperte” di Emmanuele F. M.  Emanuele, citiamo tra gli altri, nell’ultimo decennio,  per l’Italia Corrado Cagli ed Ennio  Calabria, per l’Europa i CoBrA, per l’Est sovietico i Realismi Socialisti e Deineka.  Ha promosso la mostra con il suo entusiasmo e la sua lungimiranza e  ci dà subito  segnali molto interessanti sui criteri artistici alla base di un itinerario pittorico così invitante. Intanto, anche per spiegare l’insufficiente  considerazione  per questo grande artista, osserva: “Spesso non compreso a fondo, a causa dell’apparente semplicità del suo tratto pittorico, che gli ha fatto non di rado attribuire la patente di superficialità e mondanità, Raoul Dufy in realtà ebbe una formazione articolata e complessa: fu inizialmente influenzato dall’impressionismo. Successivamente si accostò al fauvismo”.

DUFY E I MAESTRI: “Ballo del Moulin de la Galette”, 1939

Ed ecco il risultato: “La particolarità di Dufy consiste nel dissociare gradualmente nel corso della sua maturazione artistica il colore dal disegno, semplificando il più possibile: egli eludeva il soggetto dell’opera per una specie di propensione al principio dell’indeterminatezza, facendo sì che il segno si posasse sul colore con disinvoltura, mosso dalla pura gioia  del dipingere”. Ancora più addentro alla sua espressione artistica: “Si può affermare che nell’estetica dell’artista francese la forma venisse prima del contenuto, e questa caratteristica probabilmente lo relegò a un ruolo di secondo piano in un periodo in cui l’impegno dichiarato … era un imperativo”.  Con questa importante precisazione: “In realtà, sotto  l’apparente semplicità delle forme di Dufy, vi erano un’elaborazione minuziosa, un’attenzione  e una sensibilità fuori del comune,  soprattutto la sua teoria che il colore servisse ai pittori per captare la luce”.

L’”estetica nuova” dell’artista “moderno-classico”

Nella  sua ricerca  artistica Dufy  si trova nel bel mezzo della contrapposizione tra roubenisti e poussinisti, come ricorda la curatrice della mostra Sophie Krebs:  per i primi – che si rifacevano a Roubens. Tiziano  e Veronese – “il colore era altrettanto importante del disegno e della composizione in quanto capace di conferire verità ed emozione al soggetto rappresentato”;  mentre i secondi, legati all’Accademia, “rivendicavano il primato del disegno e della composizione alla base dell’insegnamento accademico e ritenevano il contributo del colore puramente decorativo”. Un conflitto acceso, con implicazioni non solo tecniche ma anche filosofiche e sociologiche.

SULLE ORME DI CEZANNE: “Le regate”, 1907-08

Dufy  risolve il conflitto tra colore da un lato e disegno-composizione dall’altro in modo pragmatico, basandosi sull’esperienza oltre le enunciazioni teoriche. Ecco le sue parole: “Quando parlo del colore, non parlo del colore della natura, ma dei colori della pittura, che sono le parole con cui formiamo il nostro linguaggio di pittori … Non pensiate che io confonda il colore con la pittura, ma dato che faccio del colore l’elemento creatore della luce, cosa che non va mai dimenticata, esso è, insieme al disegno, il grande fondatore della pittura, l’elemento chiave”.

Il colore, “insieme al disegno”, dunque: , così  viene superata la contrapposizione tra due “elementi chiave” della pittura, e lo dimostra praticamente con una evoluzione  che parte dall’impressionismo di Monet  lasciato dopo  l’emozione suscitata in lui da un quadro di Matisse,  passando per le opere di Lorrain,  fino a far suo l’insegnamento di Cèzanne: “il colore-luce costruisce la forma”; e “quando la ricchezza del colore è massima, la forma è al massimo della pienezza”.

“La terrazza sulla spiaggia”, 1907

Da Cézanne prende la “pennellata direzionale” che collega gli oggetti con il colore in modo da tenere insieme il soggetto principale del quadro e ciò che lo circonda: “Abbiamo l’albero, la panchina, la casa, ma ciò che mi interessa, la cosa più difficile, è ciò che sta intorno a questi oggetti. Come riuscire a tenere tutto insieme”. In altre parole la composizione che si aggiunge al colore e al disegno.

E’ un percorso il suo che, come Cézanne,  lo ha visto ritrarre dal vero i soggetti ma non più come impressionista che coglie l’attimo  fuggente bensì  come osservatore attento che interpreta le forme rendendole geometriche e i colori riducendo la gamma cromatica, ricercando la sintesi tra colore e disegno in un estremo rigore compositivo.

“Paesaggio a Hyéres”, 1913

Non è solo – anche Braque dopo il cubismo si muove in questa direzione – ma soprrttutto si ispira agli antichi maestri, da Tiziano a Botticelli, a Renoir; e anche all’arte antica che conosce direttamente nel suo viaggio in Italia. “La cultura classica si insinuerà a poco a poco nella sua pittura – commenta la Krebs –  I suoi  ‘Omaggi a Lorrain’, una vasta serie inaugurata nel 1926, riuniscono diversi elementi : l’antichità, l’arte classica e la questione  del colore-luce”,  abbinamento che nasce dalla forte impressione suscitata in lui dalla  luce mediterranea, che diventa la vera luce, “cruda e violenta”.

Ma Dufy, pur avendo queste fonti di ispirazione,  mantiene una spiccata personalità e una peculiarità  nell’associare disegno, colore e composizione, con un’ulteriore singolarità.  E’ stato definito “cacciatore di immagini” per essersi dedicato alla rappresentazione delle più disparate situazioni, come specchio dei tempi da lui vissuti,  dalle scene di vita alle decorazioni, dai paesaggi alle corse ippiche,  dai bozzetti ai costumi teatrali, dalle bagnanti alle modelle. Ma non in una pedissequa riproduzione del reale, sia pure con l’associazione disegno-colore-composizione, bensì  con forme spesso abbozzate e sproporzionate, lontane dalla prospettiva classica.

“La Jetée promenade a Nizza”, 1924-26

La sua viene definita “esplorazione lirica del mondo” da Brigitte Léal  secondo la quale “in tutti i suoi quadri si ritrova invariabilmente un certo ritmo cadenzato , che struttura con dolcezza le composizioni. Abile arrangiatore, Dufy si preoccupa di bilanciare  le linee rigorose della natura e delle strutture destinate allo svago … con il  gioco abbagliante dei riflessi  nell’acqua  e nel cielo … Il talento gli permette di mettere insieme intere serie di vedute urbane e paesaggi brillantemente eseguiti, utilizzando  inquadrature sempre più sofisticate in cui l’influenza della fotografia e del cinema gioca probabilmente un ruolo importante”.

In che modo avviene tutto questo?  Seguendo le fonti di ispirazione pur in un approccio del tutto personale: “Nella  grande tradizione della pittura en plein air praticata dagli artisti dell’Ottocento , esse gli permettono di coniugare l’occhio e la mano, il lavoro dal vero destinato a definire l’ambientazione topografica e quello realizzato in studio sul colore … ormai affrancato dai codici impressionisti  il colore si distende in ampie campiture  opache dalle tinte vivide e uniformi che donano alla tela l’aspetto di un affresco”.  Ci si riferisce ad opere del 1906 quando “l’estetica fauve, che attiva le funzioni spaziali e decorative del colore, inizia a corrodere la granitica adesione di Dufy alla trascrizione figurativa della realtà”, comunque deformata.  Successivamente le “apparenze figurative” restano limitate alla parte costruttiva della composizione, seguendo anche in questo Cézanne, verso una sempre maggiore astrazione  basata sulla geometria.

BAGNANTI: “La grande bagnante”, 1914

L’evoluzione pittorica, mantenendo  precisi riferimenti  a Cézanne e non solo, è evidente. Per le opere del 1909-10  la Lèal osserva a conclusione del suo commento: “In quell’epoca,  in coincidenza con l’avvento del cubismo di Braque e  Picasso, Dufy  ritorna ad un’estetica  più decorativa ed elegante, satura di colore,  che preannuncia il suo lavoro sui tessuti.”. Con questo spirito: “Senza mai rinunciare alla propria libertà, esplorerà fino in fondo l’estetica nuova, animato dal puro piacere di dipingere”. Tutto questo  non solo in quadri con paesaggi e scene di vita rutilanti di colori, ma anche in decorazioni – specialmente quelle su tessuti – e illustrazioni di libri che rappresentano altre espressioni quanto mai  spettacolari della sua intensa attività artistica.

La galleria espositiva: i dipinti  di paesaggi e scene di vita

Ripercorriamo l’itinerario dell’artista attingendo,  per le notizie e le citazioni, ai saggi e alle schede del ricco Catalogo da cui sono tratte anche le citazioni precedenti.  Facciamo  la sua conoscenza attraverso  4 “Autoritratti”,  che  lo ritraggono nel corso della vita, dalla giovinezza dei 21 anni,  alla maturità di 43 e  58 anni, all’età anziana di 71 anni, a  5 anni dalla morte: sono immagini di un viso sempre pensoso, assorto, che non esprimono gioia ma riflessione. La gioia la troveremo nei suoi dipinti paesaggistici e ambientali, oltre che in quelli ornamentali. Intanto ecco i suoi omaggi  ai Maestri del passato, da Claude Lorrain  nel “Porto con veliero” 1935, a Toulouse Lautrec  con il “Ballo del Moulin de la Galette” 1939,  fino a Botticelli con “La nascita di Venere” 1940, aveva dai  58 ai 63 anni, a riprova di quanto continuasse ad essere profonda la loro influenza su di lui.

“Due bagnanti”, 1943-45

Ma immergiamoci nello speciale  cromatismo dei suoi dipinti  iniziando da quelli  della sezione “Sulle orme di Cézanne¸ soprattutto paesaggi che iniziano con il “Paesaggio provenzale” 1905 –  ancora  linee morbide; con influsso impressionista –  e si sviluppano nei paesaggi successivi alla morte di Cézanne, il  grande maestro “padre di tutti noi” secondo cui  si doveva “trattare la natura  attraverso il cilindro e la sfera, il cono”, di qui le forme e i volumi diventano palesemente geometrici. Seguendo questo criterio  dipinse gli stessi suoi soggetti, alberi dalle linee spezzate, case dalle forme cubiche e fabbriche stilizzate; e da aprile a  novembre 2008, due anni dopo la morte di Cézanne, soggiornò anche lui  nell’Estaque, analogamente a Braque che vi stette  4 mesi, da giugno a settembre.

Vediamo  “Funivia all’Estaque” ,  “Alberi, case, statua”, “Battelli ormeggiati nel porto di Marsiglia”, tutti del 1908. Successivamente   “Paesaggio  dell’Estaque”e “L’Estaque” , del 1910, con lo stesso scorcio panoramico; un cromatismo molto più intenso nei due colori ocra e verde in “Veduta da una finestra aperta” 1908  e “Paesaggio a Hyéres” 1913. Invece unica dominante  verde cupo con figurazioni geometrico-architettoniche  bianche in “Il giardino abbandonato” 1913  e “”Case e giardino”1915, con tendenza all’astrazione. Alcuni anni dopo più figurativi e con cromatismo variegato, come “Vence” 1919-20 . Tornano i  volumi geometrici  nelle “Nature morte”, altro genere caro a Cézanne, questa volta tondeggianti, con forti contrasti cromatici pur nell’armonizzazione di colori molto intensi.

ATELIER E MODELLE: “La modella”, 1933

Dalle nature morte passiamo alle scene di vita, nella “Terrazza nella spiaggia” 1907 e “Al caffe’” 1908, figure appena delineate ma che sprizzano vivacità in una atmosfera coinvolgente; diversa  “La Jetée promenade a Nizza ”  1924-26, dove le figure viste da lontano sono composte in un ambiente austero. Ma la figura umana in primo piano è “La grande bagnante” 1914, un corpo statuario con  forme che richiamano quelle cubiste  ma sono alquanto arrotondate.

Ritroviamo le “Bagnanti” – tra le quali rientra di diritto “la grande bagnante” del 1914 – quasi venti anni dopo nel  “Nudo con conchiglia” 1933, una figura con linee morbide in una sorta di monocromia ocra,  a parte la  conchiglia che tiene sollevata con la mano destra e il lenzuolo su cui è seduta di colore bianco-nero.

“Atelier di Perpignan, rue Jeanne d’Arc” , 1942

Dopo altri dieci anni la figura sembra addirittura sciogliersi nel mare verde con accennate  onde bianche in cui le “Due bagnanti”  1943-45 fluttuano, per poi ricomporsi nei “Due nudi”, dello stesso anno, chiari su fondo scuro, di cui è sia pur vagamente ben definita la forma. Con “Nuotatrice rossa” 1925 e “Naiade” 1926 le forme femminili tornano tra le onde, meglio definite e addirittura leggiadre. Immagini dello stesso tipo nei “Vasi con bagnanti”, rispettivamente “su fondo giallo” nel 1926 e “su sfondo rosa” nel 1935, fino a “La coppa blu” del 1935.

Dopo le bagnanti troviamo  altre figure femminili conturbanti  nella sezione “Atelier e modelle”,  allorché dalla pittura in “open air” era passato a prediligere la pittura in studio,  nell’’intimità, come del resto è quella “rubata” alle bagnanti. 

PAESAGGI MARITTIMI: “Festa nautica a Le Havre”, 1925

Sono figure  a se stanti, come “Nudo su sfondo azzurro”  e “Nudo disteso”, entrambi del 1930,  dai contorni ben delineati, oppure inserite nell’ambiente  come  “La modella” 1933,  seduta su un divano con mobili e quadri alle pareti. In “Atelier di Perpignan, rue Jeanne d’Arc” 1942, la modella è  al centro dello studio del pittore con i cavalletti per le tele, mentre in ’”Atelier  di Perpignan, ‘La freddolosa’” 1942, è evocata da una figura statuaria sulla sinistra; in altri 3 dipinti sono in grande evidenza le finestre, “Atelier con finestra” e “Atelier con torso”, entrambi del 1942 e con un manichino acefalo su un tavolo, mentre in “La consolle gialla con due finestre” queste sono addirittura il soggetto, siamo nel 1948, dello stesso anno “Coppa di frutta” su fondo rosso: l’artista ha 71 anni, morirà cinque anni dopo.  

Le scene di vita collettiva tornano nei “Paesaggi marittimi”,  a partire da “Festa nautica a Le Havre” 1925, in cui si distinguono appena le minuscole figure umane allineate in basso a destra in una composizione dominata dalla tante barche dei tipi più diversi che affollano il vasto mare. Invece spiccano in “Il molo di Honfleur” 1928, e “Case a Trouville”1932, nella tranquillità con cui passeggiano.

“Il molo di Honfleur”, 1928 “

Molto  diversa la presenza di figure umane in due dipinti sulle regate: in “Regata con gabbiani” 1930 e  “Henley, Regata a bandiere” 1935-52 si intravvedono appena sulle barche, a vela nel primo,  a remi nel fondale imbandierato nel secondo, mentre in “Regata a Henley. I vogatori” sono in primo  piano e occupano quasi l’intero dipinto 11 grandi figure nerborute  ognuna con un remo in mano poggiato a terra, dietro di loro molto in piccolo si intravede una barca con i rematori. Vediamo anche solo le barche nel mare,“Velieri nel porto di Le Havre” 1925 e “Regate” 1935, mentre per l’ambiente a terra sono esposti “”Honfleur. Il molo o il faro” 1935 e “La spiaggia a Saint Adresse”, entrambi senza figure umane, ma si immaginano popolare rispettivamente la struttura portuale e quella balneare.

Regata con gabbiani”, 1930

La sezione “Corse e cavalli”  conferma l’interesse alle scene di vita nei vari ambienti pur nella specificità dei luoghi rappresentati: frequentava gli ippodromi interessato all’umanità di chi li affollava più che alle corse che vi si svolgevano. E non solo gli ippodromi francesi, che vediamo rappresentati nel suoi dipinti del 1923-24, ma anche quelli inglesi nei periodi in cui soggiornò in Gran Bretagna dal 1930 al 1932.  Vi fu introdotto dallo stilista Paul Poiret perché erano frequentati dall’élite, quindi si potevano trarre spunti interessanti dal pubblico in tribuna oltre che dall’animazione dell’insieme. E non solo, vi trovò l’ambiente ideale per i suoi esperimenti sul rapporto colore-luce. e colore, tanto che trovò il modo di illuminare i soggetti da entrambi i lati perché, affermò, “ogni oggetto ha il suo centro di luce”. In tal modo,  precisava, “mi libero dal vincolo  dell’imitazione e lascio campo libero all’immaginazione del colore”.

Dei 6 quadri esposti, 3 rappresentano l’insieme: in “La pesa” 1930, si vede e si sente l’animazione febbrile per tale operazione, “Corse a Epson” 1934, è una panoramica da molta distanza dell’intero complesso sportivo-mondano,  “Ippodromo di Ascot” 1937-38 mostra in primo piano anche se quasi in dissolvenza, la società che lo frequentava.  Altre 3 quadri rappresentano  in primo piano i cavalli: “Il paddok” 1913, una sorta di scuderia  con due cavalli, del 1930 “Cavalli da corsa” con 5 cavalli, di cui  3 visti di fronte e 2 di lato con in groppa i cavalieri, come se si preparassero ad allinearsi per la partenza, e infine “Cavalli al galoppo”  con 2 cavalli lanciati in corsa sfrenata.

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“La spiaggia a Saint Adresse, Le Havre”, s.d

Stephane Krebs racconta che questi quadri ebbero tanto successo tra i collezionisti che  smise di produrli  perché, diceva “non conta la storia ma il modo con cui viene raccontata”, cioè “la meccanica del mio metodo e la finalità della mia pittura  piuttosto che l’aneddoto da cui traggono spunto i miei dipinti”.  Nulla di semplicistico e di improvvisato, dunque, in Dufy, ma di molto elaborato e sentito.

La nostra carrellata delle sue opere è a metà strada, descriveremo prossimamente le opere decorative, quelle per la moda e le illustrazioni di libri, i quadri sulla Sicilia e sui campi di grano, infine i fiori. Sempre nella “gioia” di dipingere.

CORSE E CAVALLI: “Cavalli da corsa”, 1930

Info

Palazzo Cipolla, Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, via del Corso 320, Roma.  Orario, tutti i giorni, tranne il lunedì chiuso, dalle ore 10 alle 20, la biglietteria chiude un’ora prima. Ingresso euro 10, ridotti euro 8 per under 26, over 65  e le categorie agevolate. Tel. 06.9837051, e mail: biglietteriapalazzocipolla@gmail.com. Catalogo  “Dufy. Il pittore della gioia”,  a cura di Sophie Krebs con Nadia Chalbi, Skira, ottobre 2022, pp.  250, bilingue italiano-inglese, formato 24,5 x 28,5. Il secondo articolo uscirà in questo sito il  22 febbraio 2023. Cfr. i nostri articoli in questo sito: per le mostre citate, su Corrado Cagli 5, 7, 9 dicembre 2019, Ennio  Calabria 31 dicembre 2018, 4  e 10 gennaio 2019, CoBrA  17 e 24 marzo 2016,   “Realismi socialisti” 25, 28, 31 dicembre 2011,  Deineka,  26 novembre, 1°  e 16 dicembre 2012; per gli artisti citati, su Matisse 23, 26 maggio 2015. Cézanne 22, 31 dicembre 2013, Tiziano 10, 15 maggio 2013, Impressionisti 5 febbraio 2016, Impressionisti e moderni 12, 18, 27 gennaio 2016, Cubisti 16 maggio 2013, Da Corot a Monet 27, 29 giugno 2010.

Photo

Le immagini delle opere di Dufy sono inserite nell’ordine in cui vengono commentate nel testo le sezioni della mostra che le espongono; esse sono tratte dal Catalogo della mostra, si ringrazia l’Editore Skira con i titolari dei diritti. Alle 16 immagini riportate in questo articolo relative alle sezioni in esso commentate seguiranno nel prossimo articolo altre 16 immagini delle sezioni che vi saranno commentate. In apertura, “Auroritratto” 1898; segue DUFY E I MAESTRI: “Ballo del Moulin de la Galette” 1939; poi, SULLE ORME DI CEZANNE: “Le reegate” 1907-08 e “La terrazza sulla spiaggia” 1907; quindi, “Paesaggio a Hyéres” 1913 e “La Jetée promenade a Nizza” 1924-26; inoltre, BAGNANTI: “La grande bagnante” 1914 e “Due bagnanti” 1943-45; ancora, ATELIER E MODELLE: “La modella” 1933 e “Atelier di Perpignan, rue Jeanne d’Arc” 1942; continua, PAESAGGI MARITTIMI: “Festa nautica a Le Havre” 1925 e “Il molo di Honfleur” 1928; prosegue, “Regata con gabbiani” 1930 e “La spiaggia a Saint Adresse, Le Havre” s.d; infine, CORSE E CAVALLI: “Cavalli da corsa” 1930 e, in chiusura, : “Due cavalli al galoppo” 1930.

“Due cavalli al galoppo” ,1930

Gina Lollobrigida, 2. Fotografa, al Palazzo delle Esposizioni di Roma nel 2009

di Romano Maria Levante

Ecco il secondo articolo che ripubblichiamo tal quale oggi 16 gennaio 2023 il giorno della scomparsa di Gina Lollobrigida, per rendere omaggio al suo percorso artistico che ha seguito l’itinerario al massimo livello nel mondo del cinema da grande diva e protagonista indimenticabile di film di grande successo. Dopo aver rievocato nel precedente articolo le sue realizzazioni nella scultura, ora ricordiamo quelle nella fotografia con la recensione alla sua mostra a Roma nel 2009 la cui lettura, come ebbe a telefonarci, l’aveva resa “felice”.. Lo ricordiamo con commozione ripetendo il nostro saluto memore e grato: buon viaggio, Gina.

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Catalogo della mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, 2009

Con riferimento all’articolo pubblicato in data odierna su questo sito, dal titolo “Gina Lollobrigida, con Stefano Massini per l””utilità’ dell’arte, le sue sculture”, riproduciamo di seguito – con il medesimo titolo e l’identico testo, compreso un “post” di allora – la nostra recensione alla mostra del 2009 al Palazzo delle Esposizioni uscita sul sito giornalistico non più raggiungibile cultura.inabruzzo.it, di cui siamo stati corrispondenti da Roma fino alla sua chiusura nell’ottobre 2012 . Alla recensione seguìrono i contatti con la Lollobrigida che abbiamo rievocato nell’articolo e la sua testimonianza della voluta e pervicace omissione dei conduttori TV, in particolare in Rai, della sua attività artistica, cui reagiva invano. Dopo aver rievocato la sua arte di scultrice, per ricordare la sua arte fotografica abbiamo ritenuto – a parte i brevi cenni introduttivi al termine dell’articolo contestuale a questo – di rifarci alla mostra fotografica del 2009 al Palazzo delle Esposizioni che dava conto dei “50 anni” di fotografie, in un’attività iniziata nel 1959 nel pieno del successo nel cinema che lei volle lasciare all’inizio degli anni ’70 per dedicarsi totalmente all’arte, ma intanto poteva pubblicare nel 1972 il volume fotografico “Italia mia”, libro dell’anno e bestseller a livello mondiale. Illustriamo la recensione con qualche immagine di suoi servizi in Italia e all’estero e con molte fotografie in cui è ripresa con l’inseparabile macchina fotografica che punta verso i suoi soggetti; è la dimostrazione che anche da giovanissima la fotografia è stata la sua grande passione, oltre alla scultura della quale abbiamo dato una galleria di opere anche monumentali presentate nelle mostre in Italia e all’estero; al disegno e alla pittura propedeutici alle altre forme artistiche sono dedicate le immagini finali dalla mostra di Pietrasanta poste verso il termine del pòresente articolo.

– 10 agosto 2009 – Postato in: Eventi

Il giro del mondo in 250 scatti di un’artista poliedrica, genialità italica in una personalità ferrea

Non ce ne voglia Philippe Daverio, che ha curato la mostra “Gina Lollobrigida fotografa”, al Palazzo delle Esposizioni di Roma dal 25 giugno al 13 settembre 2009, se non collochiamo l’artista nella categoria dei “geniacci”, cioè di coloro che non solo hanno talento “per affrontare bene, anzi talvolta facilmente, l’opera che intendono intraprendere”, ma “affrontano tante imprese con talenti di volta in volta rinnovati”. Non chiameremmo “geniaccio” Leonardo, non chiameremo così la Lollobrigida, fatte le debite proporzioni naturalmente, anzi siamo tentati di utilizzare l’affettuosa abbreviazione che ne ha scandito la carriera cinematografica piuttosto che l’attributo dal suono sgradevole non confacente all’immagine che almeno la nostra generazione ha della diva nazionale; ma potremmo farlo se parlassimo solo della diva, non oggi che parliamo dell’artista a 360 gradi.

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Gina Lollobrigida fotografa tra alcuni dei suoi scatti nel mondo

Il fuoco dell’arte e il mito della bellezza nella grande diva

In lei troviamo molto di più e di diverso dell’improvvisazione tutta italiana alimentata dal talento, della sbrigativa disinvoltura nel trovare soluzioni brillanti, della capacità di avere colpi d’ala impensati. Troviamo una professionalità caparbia che riesce a incanalare gli impulsi artistici in molteplici discipline lasciandovi il segno con una costanza e una metodicità non riscontrabile, non solo nel variegato ed effimero mondo dello spettacolo, ma neppure nel “geniaccio”, bensì nell’artista il cui fuoco creativo non conosce steccati di genere ma si manifesta a vasto raggio.

Avviene così anche nelle aziende di talento, se ci è consentito un ardito parallelo, quando nell’esercizio della normale attività, che resterà la principale, scoprono filoni di competenze e capacità, sono chiamati “la filiera del valore”, e li sviluppano portandoli ad un elevato livello come qualità intrinseca e competitività; e solo così sono vincenti, se la diversificazione è occasionale, frutto dell’improvvisazione di un “geniaccio” qualsiasi, è destinata ad essere transitoria e perdente. Da quanto detto fin qui si comprende che la mostra ci ha impressionato, e prima dell’esposizione fotografica il filmato che ripercorre l’attività principale e i filoni nei quali poi si è diversificata.

Non è solo la fotografia, e sarebbe già molto per una diva che ha avuto per sé più di seimila copertine di periodici nel mondo; c’è anche il disegno e soprattutto la scultura, l’arte nella quale ha raggiunto livelli e riconoscimenti di eccellenza, dalla Francia alla Russia, con mostre e premi prestigiosi; è l’amore più recente, nato da una sua posa per una scultura di Manzù e sviluppatosi lungo la “filiera del valore” che ha come denominatore comune l’arte e la passione.

E non la chiameremmo “passionaccia” – altro quasi dispregiativo che non ci piace, anche se gergale – ci perdoni Enrico Mentana che ha intitolato così la sua autobiografia – bensì applicazione costante illuminata dalla scintilla della genialità, metodica e non come un occasionale “colpo d’ala” se le sue sculture raggiungono anche i cinque metri di altezza, quindi non sono estemporanee. Del resto, fanno un tutt’uno con il talento di artista, a quel mondo si ispirano, alla leggiadria e alla bellezza.

Gina Lollobrigida, India, Bambini che giocano,

Ecco, forse è la bellezza l’elemento unificante della sua arte, un mito che ha saputo declinare in multiformi espressioni, dal cinema dove ne è stato il simbolo al disegno, i ritratti sono l’immagine del bello maschile e muliebre, alla scultura, nella quale lei stessa si libra in un’altra dimensione quasi volesse concedersi ancora al suo pubblico nel pieno della giovinezza e dell’espressione artistica e lasciare un’immagine imperitura nella materia oltre che nella pellicola e nella fantasia. Ultima e non ultima, anzi prima passione dopo l’arte cinematografica, la fotografia, anch’essa un filone della “catena del valore” nato dai suoi viaggi nel mondo e poi divenuto fondamentale.

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Per fare tutto questo occorre essere, come viene presentata nella mostra, dalla ”personalità ferrea, viaggiatrice instancabile, vera e propria ‘femme forte’ della nostra epoca”; ed avere capacità non comuni di apprendimento e di espressione. Daverio ricorda, e nel filmato della mostra si può verificare direttamente, come i suoi grandi successi in film inglesi e francesi non fossero doppiati, si era impadronita delle due lingue alla perfezione, perdendo qualsiasi cadenza romanesca; e che la sua arte pittorica, soprattutto scultorea, ha una lontana origine negli studi all’Accademia delle Belle Arti di Roma, alla quale fu strappata dal cinema, prima della spinta decisiva di Manzù, anche questo un segno della capacità di apprendimento di un’arte che la Lollobrigida non ha mai messo da parte. E’ l’opposto dell’imprevedibilità e dell’incostanza che accompagna la versatilità del “geniaccio”.

Si tratta del fuoco dell’arte, alimentato da una genialità istintiva tutta italica in una personalità ferrea e illuminato dalla bellezza, che si esprime nelle forme più diverse, e la Lollobrigida ha saputo crearne di molteplici nelle quali ha continuato, in fondo, a esprimere quanto ha rappresentato nell’immaginario collettivo di più di una generazione, in Italia e nel mondo.

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Gina Lollobrigida, reportage a Linosa tra i mafiosi,, una scena d’ambiente, estate 1971

L’arte della fotografia vista come immediata espressione di sentimenti

Parlando ora della Lollobrigida fotografa ci sentiamo di dire che interpreta se stessa, come nella scultura e nel disegno, si appropria della macchina da presa, per così dire, andando dall’altra parte dell’obiettivo. Non deve più sottostare alle scelte del regista, è lei a “dirigere” e neppure su tempi obbligati quanto prolungati una volta fatta la scelta del soggetto, come avviene per gli attori che diventano registi, spesso di altissimo valore, l’ultimo più grande è Clint Eastwood.

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Certo, come dice Daverio, nella fotografia di ieri, ben diversa da quella digitale di oggi dove tutto è automatico, c’era una tecnica da imparare, fatta di tempi e di apertura del diaframma, di sensibilità delle pellicole e di esposizione del soggetto; ma per questo la personalità ferrea e la capacità di apprendimento della Lollobrigida non incontrava ostacoli, è stato il primo filone dove si è incanalata la sua genialità artistica fuori dal cinema, perché dal cinema derivava: “Un mestiere nato – è sempre Daverio, lo citiamo ancora e non per una riparazione – per chi viveva con la pellicola in movimento giocando con la pellicola ferma”. E ancora: “Il mestiere di ieri e quello d’oggi mantengono in comune lo stesso coinvolgimento dell’occhio che intuisce e del dito che scatta. La fotografia non è da vedere: é vedere. E vede solo chi guarda con attenzione, ponendo nello sguardo tutta la complessità del proprio carattere. E lei, che fu guardata moltissimo, ha guardato tanto”.

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Gina Lollobrigida, 4 dei 16 mafiosi al confino, Linosa, estate 1971

Come ha guardato lo scrive lei stessa, sembra una confessione: “E’ un attimo che ci coglie di sorpresa; un attimo che si deve afferrare all’istante altrimenti è perduto per sempre. Si scopre così bellezza e desolazione. Si rubano sentimenti che non ci appartengono, si scopre un mondo sconosciuto”. E lo precisa: “Momenti di vita, di dolore, di amore, di serenità o di complicità. Vediamo ciò che altri non vedono, entriamo in un mondo che non è nostro, ma che subito ci appartiene”. E c’è anche del sentimento: “Uno scatto sarà sufficiente a far nascere un ricordo che ci illuminerà come una lezione di vita vissuta… in un solo istante nasce un’immagine, un’emozione che non ci abbandonerà mai più e che rimarrà fissata nell’eternità”.

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Ed ecco come la vede ancora Daverio, facendo quasi una sintesi dei contenuti delle 250 fotografie allineate nelle molte sale e corridoi della mostra: “Ha guardato con un occhio carico d’affetto un mondo italiano che c’era una volta e che non c’è più… ha guardato un mondo più lontano ancora, quello che allora era oggettivamente esotico”.

Percorriamo questo mondo attraverso i 250 scatti cercando di “raccontarlo” come una storia, senza soluzione di continuità tra uno scatto e l’altro, senza diaframmi di tempo e di spazio, guardandolo attraverso gli occhi sgranati di un’artista innamorata della bellezza, intenerita dall’umanità.

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Gina Lollobrigida, Angelo La Basrbera in un incnontro “ravvicinato” con un carabiniere, istatanea eccezionale, Linosa, estate 1971

Il mondo italiano che non c’è più

Questo, per la nostra artista, è “un mondo di allegrie povere, di vite minute cariche di densità, come quelle che il cinema del dopoguerra tentava di raccontare”. E al tempo delle foto c’erano ancora le propaggini di quel periodo, l’eco lontana ma più vicina al mondo del cinema che la rifletteva.

Una fotografia neorealista, come il cinema che ha preceduto quello aperto e spensierato della Lollobrigida, ma senza la ricerca forzata del “colore locale” inteso come situazioni limite. Siamo in una sala tra cinquanta ingrandimenti, la maggior parte d’epoca, con immagini scanzonate come la famiglia Brambilla che sfila sulle due ruote di una “Vespa”, quattro persone a bordo; e il gatto a colori in un grande primo piano che mangia un piatto di pastasciutta con lo sfondo del Colosseo, e sotto altri gatti, questa volta in bianco e nero, all’interno dell’Anfiteatro Flavio. E due scatti veneziani a colori, l’opera d’arte della ricamatrice dei merletti di Burano e il casto nudo di una modella d’eccezione, Marisa Solinas sullo sfondo del canale e del ponte veneziano.

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Di Roma, nelle foto d’epoca, c’è Trinità dei Monti dietro un de Chirico che innaffia i fiori sul suo balcone superpanoramico, e sullo sfondo della conturbante passeggiata di una “pin up” a Piazza di Spagna; Mister OK nel suo tuffo di Capodanno dal ponte sul Tevere; e anche il neorealismo, quello aperto alla speranza impersonato da De Sica con i suoi sciuscià fotografati sorridenti, il gesto disperato del disoccupato che minaccia di buttarsi e la drammatica congestione di ombrelli e ai lati di macchine nello “sciopero giornaliero”, un’immagine angosciosa. A questa, che è una delle poche scene di massa, fa da contraltare l’altra, il popolo di Subbiaco, autorità e bambini in prima fila, in posa davanti alla propria concittadina più illustre con l’orgoglio dipinto nei visi sorridenti.

Il ritratto di un Fellini pensoso ci ricorda il profilo di un Visconti quasi aggrondato, che abbiamo visto in un’altra stanza, ma per poco; subito ci colpisce un’immagine felliniana vicina, lo svolazzare di tonache rosse di preti sul ponte davanti a Castel Sant’Angelo, cui fa da “pendant” la foto in bianco e nero, più felliniana ancora, dei preti che si tirano palle di neve in piazza San Pietro, una doppia rarità, la neve a Roma quando arriva, come nel 1956, ispira canzoni tanto è eccezionale.

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Gina Lollobrigida, il boss La Barbera con due mafiosi al confino, Linosa, estate 971

Neorealismo in due immagini opposte. Il bacio dei giovani innamorati al crepuscolo dietro una colonna sull’Appia Antica, “una volta la strada dell’amore” quando non era “impraticabile e pericolosa“. E il bimbo disperso tra le macerie del terremoto, chissà se ha perduto i genitori, l’interrogativo resta, immagine tremendamente attuale dopo il rovinoso sisma aquilano. C’è anche un controluce da “Ladri di biciclette”, il bambino ritrovato dal padre “appena in tempo”.

Con altri due suggestivi controluce in bianco e nero vogliamo concludere il racconto di questa sala dedicata all’Italia. L’immagine di Venezia nel ponte sospeso in secondo piano con un fascino tutto particolare, l’immagine di “Roma, il mio amore”, presa rasoterra con l’acciottolato della strada romana in primo piano, i due giovani che tenendosi per mano vanno verso l’antico arco, con i raggi del tramonto all’orizzonte di un’immagine sfiorata dalla luce e scolpita dal chiaroscuro. Un sigillo d’autore nella rappresentazione di due città in cui si riassume tanta Italia: Venezia e Roma.

Ma c’è anche il “reportage” inatteso, addirittura nell’isola di Linosa sui mafiosi al confino, con il boss La Barbera. Si presentà camuffata con un giaccone hippy, una parrucca e dei grossi occhiali da vista dalle lenti spesse, le guance rigonfie per dei posticci all’interno. Così irriconoscibile scatta il servizio, tra scene di desolazione ambientale le figure dei mafiosi, pericolosi anche se apparentemente acacttivanti. Siamo nell’estate 1971, il servizio entrerà l’anno dopo nel volume “Italia mia”.

Il mondo più lontano, dall’India alla Cina e al Giappone

La diva come la fotografa esce dal guscio, il giro del mondo protrattosi per decenni diventa più intenso con il diradarsi degli impegni cinematografici, intensissimi nella prima metà degli anni ’50 in Italia, poi estesi a livello internazionale e divenuti episodici dall’inizio degli anni ’70, sostituiti in qualche modo dagli scatti fotografici. Forse anche in questa compensazione può trovarsi la molla che ha spinto la diva a compiere la scelta opposta della Garbo per resistere all’offuscarsi del mito della bellezza e della fama. Non si è nascosta appartandosi in un anonimato voluto e forse sofferto; al contrario si è esposta al mondo continuando a curare la bellezza ma trasmutandola nell’arte.

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Il volume fotografico sull’ìItalia, best seller mondiale, 1973

Perché è proprio la dimensione mondiale del “reportage” fotografico a dare la misura del suo valore, al di là delle singole opere, e Daverio ne dà una definizione appropriata: “Ci restituisce una documentazione vastissima, una sorta di archivio antropologico culturale della terra, vista con costante benevolenza, senza arroganza, con simpatia perenne”. Vogliamo raccontarlo.

I temi prediletti continuano ad essere quelli “italiani”, quasi una proiezione a livello mondiale di un neorealismo fotografico, la miseria e la solitudine, l’umanità e la semplicità. Il “colossal” era lontano dall’animo della fotografa, il “Salomone e la regina di Saba” dell’attrice è del lontano 1959.

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L’India della Lollobrigida, siamo nel 1974-77, non è fatta di immagini corali, di scene di massa; ne dà una visione intimista, dall’interno, fatta di primi piani. Anche se si apre con il bel controluce dei raggi dietro le cupole di Nuova Delhi, prosegue con i poveri che dormono sui marciapiedi e stazionano ai margini delle strade, con le vacche sacre. Poi, dopo i volti del rude indiano e delle bimbe delicate, la scena si anima, siamo a Calcutta, con i bambini sui marciapiedi, i templi. Nelle rive del Gange, quelli che lei stessa chiama “gli ingressi dei templi affollati di umanità, i poveri”, ma sempre senza scene di massa. Il venditore d’acqua è carico di ombre, come Benares di notte, sembra una natura morta con figura umana. C’è una sorta di madonna indiana, in piedi con il bambino in braccio e il lungo velo che dalla testa scende sulle spalle, i colori pastello sono trafitti dai loro occhi spalancati, cosa guardano? Anche in questo mistero sta la bellezza. Segue il ritratto di due Sick sorridenti e dell’indiano aggrondato davanti a un elefante.

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I colori esplodono nella bellissima sagoma di donna in rosso con lungo mantello giallo e un fondo bicolore, in un verde e un giallo alla Van Gogh, con un sottile tronco d’albero al centro; è un cromatismo violento con la donna ripresa di spalle, chissà qual è il suo viso? In primo piano frontale, invece, con pari resa cromatica, la ragazza del Taj Mahal, il tempio che troviamo in un altro scatto, visto da un’apertura nella grande vetrata. E poi il lavoro nei campi, un grande quadro a colori di un piccolo gruppo di donne con leggeri canestri sotto il braccio e pesanti mantelli.

Torna il bianco e nero nel tenero ritratto a mezzo busto della fanciulla con le treccine e soprattutto nelle tristi immagini della famiglia Gandhi, come quella in cui “Indira gioca con i nipotini nel giardino in cui sarà uccisa”. E poi Raijv con Sonia, l’unica sopravvissuta.

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Foitografa tra un nugolo di fotografi

“L’ultimo scatto prima di lasciare Benares, un’immagine che non dimenticherò mai” congeda dall’India con un interrogativo: i poveri che si affollano al di fuori dei vetri dell’auto nell’immagine presa dall’interno sono mendicanti, addirittura lebbrosi, o sono soltanto persone che salutano? L’immagine è del 1976, non la dimenticheremo mai neppure noi.

Ma cosa ci fa vedere di quella parte del mondo asiatico dai tratti somatici così diversi, la Cina e il Giappone? Non c’è la ricchezza di immagini che attendevamo, vista l’India e vista l’estensione e l’esotismo, ma non è questo che cerca la fotografa, forse non è terra di intimità e introspezione. Tuttavia sono pur sempre cospicue, prendono l’intera parete di un lungo corridoio, l’altra è dedicata alle Filippine.

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Fotografata da un nugolo di fotografi

C’è la Shangai operosa e artistica con le sue strade animate e le sale di danza, due ballerine che volteggiano parallele; qualche scatto a Pechino e Canton, un vecchio molto espressivo con gli occhiali inforcati che sobbalza sorpreso. Prevale ancora l’intimo e il personale senza scene di massa anche se, come in India, siamo nell’alveare umano, quindi con tante occasioni spettacolari che non vengono colte perché l’interesse di fondo è la persona nella sua più intima umanità.

Così anche per Tokio, a parte la sfilata di una banda musicale, ma anche lì l’attenzione è sul bambino che ha eluso i controlli e si è infilato tra lo striscione e il corteo; in un altro scatto un bimbo ancora più piccolo si appoggia a una ringhiera in un angolo di marciapiede, una sorta di neorealismo in chiave nipponica. Mentre si sorride dinanzi ai lunghi capelli maschili sciorinati in un interno come tutti gli altri semplice e disadorno. E non mancano i lottatori, lo sport nazionale, curiosamente impalati sotto i loro ritratti.

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Lontani sulle isole, le Filippine, il paradiso di Cotabato

Il verde della laguna di Alaminos nella Hidden Valley e le figure di fanciulli colpiscono con la loro forza cromatica, la fotografa sembra immergersi in questo mondo coloratissimo, quasi una vacanza dopo le tante immagini neorealiste spesso grigie, tuttavia ravvivate da particolari carichi di vitalità.

Ma ci sono anche immagini che riportano alla realtà, il guaritore sotto le cui mani sgorga il sangue dell’uomo disteso, il viso cotto dal sole del pescatore di Quezon, specchio di una vita semplice e dura, il mercato del pesce direttamente sull’acqua con una distesa di barche nello sfondo. E un bianco e nero aspro e drammatico nella processione del venerdì santo, una delle pochissime scene di massa, sembra la piazza del Campo del Palio di Siena, tanto è ricolma nella sua forma semicircolare. Dalla massa al tragico primo piano, il viso di Cristo sotto il peso della croce nella sacra rappresentazione, poi la crocifissione simulata della persona che impersona il figlio di Dio.

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Gina Lollobrigida, “Paul Newman”

Vediamo subito un capolavoro in bianco e nero, la gigantesca foglia di noce di cocco, a terra come un labirinto vegetale, con in fondo un bimbo minuscolo al confronto. E un capolavoro a colori, nella Hidden Valley due bimbi nudi mentre entrano nell’acqua tra le foglie acquatiche in un verde abbagliante da paradiso terrestre; eguaglia in bellezza e splendore gli smeraldi nell’adiacente mostra dei gioielli di Bulgari, quelli di Liz Taylor e della stessa Lollobrigida, alla quale è dedicata, “noblesse oblige”, una vetrina nella spettacolare sezione “glamour” della “Dolce vita”. Più avanti, nella stessa laguna, un bambino minuscolo galleggia su una foglia gigantesca in un verde intenso.

L’alternanza cromatica continua, torna il bianco e nero con il viso di vecchia che sorride tra le rughe e le due radiose donne della laguna che ridono sotto i loro cappellini intrecciati; incalza il colore nel verde smeraldo delle terrazze di riso di Banaue, l’ottava meraviglia del mondo”, e nella piantagione di tabacco a nord di Luzon, con la macchia rossa del vestito della giovane donna che sta raccogliendo le foglie verdi e ne è sommersa; il verde domina ancora nel pittore con la modella.

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Quindi il mercato del pesce, la gente entra nell’acqua fino alle caviglie e va verso le barche schierate sul fondo; in un altro scatto, al contrario, un nugolo di papere in primo piano che escono dall’acqua. Un grande quadro esprime il movimento in una tricromia tra cielo, terreno e le masse dei bufali in corsa sfrenata. Tante forme di vita in azione, a diversi livelli e dimensioni.

E poi, primi piani di bambini filippini, di Cotabato, sorridenti e pensosi, fino a due bimbi Tasaday “che vivono nell’età della pietra”, come altri più grandi dei quali tutti sono addirittura indicati i nomi, al pari dei grandi del cinema, dell’arte e della politica ritratti dalla Lollobrigida. C’è anche un’immagine corale di vita primitiva, calma e serena.

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Gina Lollobrigida mentre fotografa il regista Luchino Visconti

Il resto del mondo e i grandi personaggi, fino al mondo dei bambini

Nella parete opposta si affacciano due immagini dell’Irak, anch’esse quiete e serene, due interni, uno di vita artigiana l’altro di vita religiosa. Sono del 1988, c’era stata la guerra con l’Iran, nel 1990 comincerà quella con gli Usa e il mondo, una parentesi di pace colta con grande tempismo.

Il resto del mondo è sparso nelle sale, c’è l’Australia con due immagini di un concerto rock; poi la Svizzera e l’Argentina, con una figura somigliante a Margherita Hack, l’Egitto, il Quatar e Panama.

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In Brasile esplode il carnevale di Rio, saltiamo al 1993, cinque scatti a colori, in due di essi il viso femminile è quasi inghiottito da un nugolo di penne variopinte; è una bella sintesi della frenesia collettiva, espressa da un viso femminile in estasi e dal corpo nudo di una ballerina visto dal lato B.

Sono coloratissime anche le immagini dell’Honduras, un primo piano di giovane madre con il bambino sulle spalle, un filatoio all’aperto in costumi tipici, riccamente variopinti. E anche il Perù è rappresentato da una donna in rosso e nero davanti a un muro graffiato, sembra un quadro d’autore.

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Gina Lollobrigida mentre fotografa un Corazziere

Del Marocco colpiscono i visi, due scatti alle donne con il proprio bambino, e poi l’immagine delle lunghe vesti rosa e verde davanti a una vecchia casa color ocra. Nel Kenia, di pari bellezza i vigorosi bianco e nero e i solari scatti a colori.

Al Sudafrica la chiusura di questa carrellata, per il grande vigore artistico del minatore con il viso teso nel buio della miniera d’oro, ci si chiede come abbia fatto la fotografa ad entrarvi riuscendo a scattare un bianco e nero così suggestivo; e anche per il colore delicato e rasserenante delle due ragazze in parallelo, quasi in scala, e dei ragazzi meno simmetrici ma assortiti nelle diverse età.

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Ed ora l’Europa, di cui abbiamo visto finora solo l’Italia. Ecco la Spagna, in un forte cromatismo espressivo di un clima e di un ambiente: lo troviamo nelle scene della corrida, con Ordonez ed El Cordobes alle prese con il toro nell’arena, e in un ritratto del secondo.

Ce n’è anche uno in bianco e nero, come le immagini del flamenco, vissuto nei volti intensi delle ballerine e nella loro vibrante energia in un’immagine di movimento vorticoso; inoltre nel volto severo e nella “siluette” di Antonio Gades. Ma non manca il colore, una statuaria ballerina con un abito rosa arricciato che sembra pronta a rotearlo come fa il pavone.

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Gina Lollobrigida mentre fotografa, a fianco dell”attore David Niven

Gran Bretagna e Russia sono in bianco e nero. Di Londra desolate immagini di periferia; di Mosca tre fotografie espressive, l’anziana donna seduta curva, una forma quasi circolare, il Cremlino in una orizzontalità data dalla strada in primo piano, la Piazza rossa con la verticalità delle sue cupole.

Non c’è particolare interesse per l’America opulenta, i pochi scatti dedicati a New York e a San Francisco sono desolati, forse dipende dall’alienazione e dalla solitudine nelle metropoli; ed è struggente il sorriso della bambina con la testa stretta in una morsa d’acciaio in un ospedale di New York.

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Gina Lollobrigida fotografa, Autoritratto

Un inedito Paul Newman che fa il bagno dopo la sauna tra i ghiacci nello specchio d’acqua davanti al suo “chalet” immerso nel bosco si aggiunge al bel ritratto del suo sorriso radioso, ad essere serio c’è Henry Kissinger ritratto al telefono; scuro e serioso anche Fidel Castro, mentre Marcos è ripreso sulla spiaggia dove corre per il “footing”, piccola figura di un dittatore spietato.

Soltanto qui, e poi nella sala a loro dedicata, affiora il privilegio del rango, tutti i grandi personaggi, del cinema come della politica, della cultura come delle istituzioni diligentemente fotografati. Quasi fosse un dovere – sia per loro che per la fotografa – e lo si avverte in molti ritratti convenzionali e in posa. Vogliamo ricordare tra i tanti, ne abbiamo contati quasi quaranta, per la resa artistica, una Liz Taylor avvolta in un lungo vestito e scialle rosso, in posizione reclinata, con il nero corvino dei capelli e gli occhi sgranati che ricorda la Lollo di allora; e Liv Ullman, immagine quasi monocromatica di delicata fattura.

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Il Catalogo delle fotografie risultato della ricerca sui bambini , 1993

Orson Welles tenebroso anche se quasi in posa, come Grace Kelly vestita di verde e Farah Diba impalata, completano la nostra citazione. Che si chiude con l’immagine dell’amata Callas in bianco e nero, e con uno scorcio della figura di Bette Davis, in un colore che sembra grigio per la tristezza di una vecchia diva di cui si immagina il viso scavato.

Dal mondo dei grandi vogliamo arrivare a quello dei bambini ai quali l’attrice ha dedicato un’attività umanitaria nell’ambito dell’Unicef, oltre a quella svolta per la FAO contro la fame. E’ un terreno d’avanguardia sperimentato dall’inizio degli anni ’80, del resto anche nelle sue fotografie tradizionali la Lollobrigida mette la propria visione del tutto particolare alimentata dalla fantasia. “Nell’immagine è fissata una rappresentazione della realtà fissata dal nostro inconscio – ha scritto – una rappresentazione trasformata, talora irreale, racchiusa in un’inquadratura che taglia, esclude o addirittura annulla ciò che può disturbare: quello che non interessa e che lascia unicamente spazio a ciò che vogliamo vedere, proprio come un regista che sceglie e confeziona le scene di un film”. Così fa nelle composizioni per i bambini, le immagini le crea e le costruisce, poi le fissa sulla pellicola. Le tecniche sono inedite e innovative per quegli anni, quando i sistemi computerizzati non avevano preso piede con la loro attuale invadenza, e si doveva lavorare artigianalmente.

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Sui tetti di Roma mentre fotografa una modella

E’ una rappresentazione fotografica che sconfina con la scultura, essendo fatta di forme e colori virtuali, quasi tridimensionali nel loro impatto visivo, forse è stato il “trait- d’union” tra le due forme espressive. Sono macchie cromatiche e accostamenti arditi con figurazioni fantastiche, a volte sembrano giochi di prestigio e di equilibrismo: delfini, struzzi e altri animali ripresi in simbiosi con i bambini. Fiabe solari ben lontane dalle oscurità di certe favole nordiche fatte per incutere nei piccoli il senso del pericolo, ma che scavano nell’animo solchi di paura.

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Il francobolo di San Marino sulla sua arte fotografica

I successi editoriali e quelli artistici

L’incursione nella fotografia per bambini ad elevato livello di qualità e innovazione, la felice sinergia tra genialità italica e personalità ferrea che predilige l’apprendimento accelerato e l’applicazione, nel 1994, dopo 14 anni si è tradotta in un libro per l’Unicef, “The Wonder of Innocence”. E’ solo una parte del più ampio lavoro che le ha visto pubblicare otto volumi di fotografie nel corso del tempo, uno dei quali, nel 1973, dal titolo “Italia mia” ebbe il Premio “Nadar” come miglior libro fotografico dell’anno e vendette più di 300.000 copie nel mondo.

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Sala del Capitolo, Pietrasanta, panoramica di suoi dipinti e disegni

Fu Vittorio De Sica a suggerire questo titolo al posto di quello da lei pensato “La mia Italia”, titolo del libro fotografico di Tony Vaccaro contemporaneamente in mostra alle Scuderie del Quirinale. Una bella coincidenza di due italiani dilettanti fotografi divenuti presto eccezionali professionisti.

I riconoscimenti artistici non sono mancati. Nel 1992 rappresentò l’Italia all’Expo di Siviglia con la scultura “Vivere insieme”, un bambino che cavalca un’aquila. Chirac le diede la Medaglia d’oro della Città di Parigi di cui era sindaco nel 1980 per la mostra di fotografie al Museo Carnavalet. Le sue sculture sono state esposte in affollate mostre al Museo Puskin di Mosca nel 2003, anno nel quale ha partecipato all’Open di Venezia.

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Sala dei Putti, Pietrasanta, suoi ritratti di personaggi

Nel 2008, nella città di Pietrasanta, meta di artisti europei ed americani, dove le piace lavorare come scultrice, si è tenuta una grande retrospettiva delle sue opere. Alcune rappresentano la sua gioventù e la sua bellezza in statue colorate molto grandi, di una leggerezza e leggiadria che le fa apparire come visioni oniriche; nel filmato che si può vedere nella mostra ci sono queste sculture come ci sono anche spezzoni dei suoi film più famosi con la sua disinvolta dizione in francese e in inglese, un portento.

Per l’insieme della sua opera di attrice e artista ha ricevuto nel 1992 la “Legion d’Onore” in Francia dal presidente della Repubblica Francois Mitterand. Ma non vogliamo indugiare oltre su questi riconoscimenti ufficiali, ci piace concludere con alcuni giudizi sulla sua poliedrica personalità e sulle sue doti da parte di personaggi, soprattutto attori e registi che hanno lavorato con lei iniziando con i giudizi più lontani dai campi da lei coltivati.

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Sala dei Putti, Pietrasanta, suoi dipinti

André Cayatte:”Ha un autentico talento da cantante, una voce carezzevole. Se non si fosse ormai votata alla carriera cinematografica, Gina avrebbe potuto percorrere la carriera di cantante con altrettanto brillanti risultati di quelli raggiunti come attrice”; Cocò Chanel: “Gina è nata per indossare i miei tailleur, è meglio delle mie mannequin”. Ed ora gli attori e registi più famosi: Humphrey Bogart: “In quanto a sex appeal fa apparire Marilyn come una scolaretta”; Sean Connery: “Ho lavorato con molte artiste, di tutte Gina è quella che scelgo”; poi i registi, Renè Clair: “Gi-na-Lol-lo-bri-gi-da, sono le sette sillabe oggi più famose in Europa; Fellini: “Gina non finisce mai di sorprendermi; è straordinaria”.

Fellini parlava di lei come attrice cinematografica, ma il suo potrebbe essere benissimo il sigillo della mostra che ne rivela i tanti profili d’artista: non finisce mai di sorprendere, è straordinaria.

1 Commento

  1. Rossi Vittorio

Postato settembre 18, 2009 alle 9:55 PM

molto bello e chiaro

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Il francobollo di San Marino, su lei ambasciatrice FAO

Info

la mostra si è svolta a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, dal 25 giugno al 13 settembre 2009. L’articolo è stato pubblicato in culturainabruzzo.it (non più raggiungibile) il 10 agosto 2009. Catalogo “Gina Lollobrigida fotografa”, Damiani Editore, giugno 2009, pp 320. Il precedente articolo “Gina Lollobrigida, 1. Con Stefano Massini per l’ “utilità” dell’arte, le sue sculture” . è uscito in questo sito nella stessa data del 5 maggio 2020.

Foto

Le immagini si riferiscono alla Lollobrigida fotografa, le tre che precedono le due di chiusra mostrano i suoi disegni e dipinti esposti alle pareti di due sale della mostra a Pietrasanta con al centro sue sculture, alle quali è dedicato l’ articolo appena citato, pubblicato contestualmente. Esse sono tratte dai siti web,  che saranno indicati nell’ordine di inserimento delle immagini, di cui si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta, precisando che hanno scopo eminentemente illustrativo senza alcun intento economico, nè commerciale, nè pubblicitario; qualora la pubblicazione non fosse gradita le immagini verranno rimosse immediatamente su semplice richiesta dei titolari dei siti. In apertura,  il Catalogo della mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, 2009; segue, Gina Lollobrigida fotografa tra alcuni dei suoi scatti nel mondo, poi, intervallate da immagini in cui è ritratta mentre è impegnata a fotografare che qui non vengono citate, Gina Lollobrigida, India, Bambini che giocano; quindi, Gina Lollobrigida, Reportage sui mafiosi al confino, Linosa, estate 1971 in 4 immagini, la 1^ è una scena d’ambiente, la 2^ riprende 4 mafiosi al confino, la 3^ mostra Angelo La Basrbera in un incontro “ravvicinato” con un carabiniere, istantanea eccezionale, nella 4^ il boss La Barbera con due mafiosi al confino; inoltre, il libro fotografico “Italia mia”, edizione inglese 1973 , in tedesco, “Mein Italen” 1978; poi, dopo 5 immagini della Lollobrigida con il libro “Italia mia” come fotografa e anche come fotografata, il suo ritratto fotografico di “Paul Newman” ; ancora, mentre fotografa il regista Luchino Visconti, poi un Corazziere, e mentre fotografa a fianco dell’attore David Niven; continua, Il Catalogo delle fotografie risultato della ricerca sui bambini 1993, e lei sui tetti di Roma mentre fotografa una modella; poi il francobollo di San Marino sulla sua arte fotografica, e 3 immagini dei suoi dipinti e disegni della mostra di Pietrasanta, una dalla Sala del Capitolo, 2 dalla Sala dei Putti; infine, il francobollo di San Marino, su lei ambasciatrice FAO; in chiuusra, il Catalogo delle mostre fotografiche all’estero 2010. Sono tratte dai siti web: diamianieditore.it, 06foto.it, pinterest.it, nikoland.it, humusdremawidth.com, 4 reportagesicilia.blogspot.com, intervallati da fotoimesite.net, picclic e profilodidonna.com, poi marieclaire.it, amazon.com, nikoland.it, chi-e.com, gettyimages, fotoalamy.it, 2 nikoland.it, fotografiamoderna.it, 2 fotoalamy.it, intervallati da repubblica.it, 2 nikoland.it, reportagesicilia.blogspot.com, amazon.it archiviopizzi.formiche.net, 2 riminibeach.it intervallati da 3 museodeibozzetti.it, amazon.com.

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Catalogo dellemostre fotografiche all’estero, 2010

Gina Lollobrigida, 1. Con Stefano Massini per l’“utilità” di arte e terza età, le sue sculture

di Romano Maria Levante

Oggi, 16 gennaio 2023, a 95 anni, come la Regina d’Inghilterra, se n’è andata un’altra Regina, anche se non è stata chiamata così, ma “icona della bellezza italiana” e con altre espressioni simili in omaggio alla sua immagine di diva del cinema restata impressa nei ricordi di tutti. Le rievocazioni seguite alla sua scomparsa sono state sulla diva indimenticabile, ma noi vogliamo ricordare la sua seconda vita dopo quella di diva del cinema, terminata presto perchè il talento che voleva esprimere riguardava altre forme di arte, in particolare l’arte scultorea e l’arte fotografica. E lo ha espresso in una fervente attività artistica, testimoniata da mostre con Cataloghi e premi, molto apprezzata all’estero, mentre in Italia l’imamgine della diva ha sovrastato quella dell’artista per lo più ignorata anche nelle sue apparizioni televisive sebbene lei volesse invece parlarne, e lo ha detto chiaramente ma invano. Per ricordare questa sua seconda vita, che la rende unica nel mondo del cinema e non solo, ripubblichiamo oggi 2 articoli – usciti entrambi il 5 mqaggio 2020 – che ora hanno un valore particolare perchè servono a colmare il vuoto che anche nelle celebrazioni si avverte rispetto alla sua vita post cinema che ha aggiunto una caratura artistica nelle altre arti figurative impensabile in una diva del cinema. Sono due articoli – nati in circostanze diverse non più attuali – nel primo, sulla sua arte scultorea, il primo paragrafo del testo riguarda il motivo occasionale, lo abbiamo lasciato perchè ci sono immagini delle sue sculture. A parte il secondo articolo dedicato alla sua arte fotografica, pubblicato nel 2009 sulla sua mostra a Roma. al Palazzo delle Esposizioni, doopo averlo letto ci telefonò dicendo che l’aveva resa “felice”. Grazie ancora, Gina, per questo apprezzamento e per la tua vita per l’arte, buon viaggio di tutto cuore. ..

Abbiamo introdotto il nostro recente articolo “Coronavirus, la prima linea e le retrovie di una guerra asimmetrica” con delle brevi notizie sulle iniziative prese da diversi organismi operanti nel campo della cultura – in primis il Ministero per i beni e le attività culturali e il turismo – per fornire  ai cittadini #tuttincasa  accessi  telematici “on line” a patrimoni culturali in grado  di alleggerirne  la costrizione e alleviarne ‘il lungo isolamento  aprendo i vasti  orizzonti dell’arte e della cultura.

Gina Lollobrigida, attrice, scultrice, fotografa

Abbiamo introdotto il nostro recente articolo “Coronavirus, la prima linea e le retrovie di una guerra asimmetrica” con delle brevi notizie sulle iniziative prese da diversi organismi operanti nel campo della cultura – in primis il Ministero per i beni e le attività culturali e il turismo – per fornire  ai cittadini #tuttincasa  accessi  telematici “on line” a patrimoni culturali in grado  di alleggerirne  la costrizione e alleviarne ‘il lungo isolamento  aprendo i vasti  orizzonti dell’arte e della cultura.

Sono state iniziative meritorie ma tardive, come ha sottolineato il commento di Giuseppe Maria Sfligiotti, che da anni si è adoperato in tal senso per i concerti di Santa Cecilia, e vi ha visto  un modo duraturo, oltre l’emergenza,  per diffondere l’arte e la cultura “con un semplice clic”: non lo si è fatto finora, forse in mancanza dello stimolo del profitto ma anche di una passione civile e sociale autentica che avrebbe fatto prendere in considerazione  strumenti da molto tempo alla portata di tutti per la crescita dell’individuo e della società.

Stefano Massini, scrittore

Stefano Massini contro l’ “inutilità” dell’arte e della cultura, e della  terza età

Il monologo televisivo del giovedì di Pasqua di Stefano Massini iin “Piazza pulita“ su “La 7 ”  è stato rivelatore, lo scrittore si è lanciato in un’orazione appassionata  contro la visione distruttiva dei valori superiori della nostra civiltà, l’arte e la cultura che sono il fondamento della bellezza. Perché è distruttiva la sottovalutazione che porta a colpevoli trascuratezze nella loro tutela e diffusione. E non solo per essere  un sito culturale ci sentiamo di aderire con altrettanta passione all’appello  dello scrittore: Massini ha parlato in nome della civiltà e della società, non di una cerchia di idealisti appassionati, non si è rivolto alla “setta dei poeti estinti” dell'”Attimo fuggente”, ma a tutti. Con la foga di un Savonarola, del quale ha riscritto e pubblicato le veementi “prediche” con il titolo “Io non taccio!”, non ha taciuto nemmeno lui adesso, onore al merito!

La scultrice con il bozzetto di “Esmeralda”

Ha preso l’avvio da una semplice notizia, anzi un’ipotesi secondo cui gli ultimi luoghi ad essere riaperti sarebbero i luoghi di cultura, dai teatri ai cinema, dai concerti ai musei.  E non per i maggiori rischi di assembramenti, quanto perché  “maiora premunt”, c’è ben altro di più importante e urgente, altro di “utile”:  i luoghi di lavoro e di produzione, come se i luoghi di cultura non ne facessero parte. Ferma restando l’esigenza di garantire la sicurezza dai contagi – riaffermata con forza in premessa –  Massini ha approfondito i motivi per questa quasi istintiva “retrocessione” nella scala di priorità per il Paese, e li ha  ha riassunti efficacemente in una parola: “inutilità”, venuta allo scoperto con il coronavirus.

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Gina Lollobrigida, “Esmeralda”, 2002, bronzo

Ad essa va attribuita  la sottolineatura che le vittime riguardano essenzialmente la classe di età avanzata, in particolare gli “ottantenni, soprattutto se  con patologie”, “leit motiv” ripetuto ossessivamente  nei  quotidiani  “bollettini di guerra” delle ore 18  attesi  dai  cittadini #tuttiin casa come del resto facevano con Radio Londra  gli ottantenni  succitati ancora bambini, e lo ricordiamo benissimo noi che apparteniamo a tale classe di età.  Quindi siamo tra gli “inutili”, perché è tale il non confessabile sottofondo che sta dietro questa spontanea, ineffabile, freudiana insistenza:  non vi preoccupate, muoiono i vecchi, per di più se con altre malattie, il coronavisus è solo la goccia che fa traboccare il vaso, del resto sono ormai “inutili”, quindi nessun problema reale; anche se non mancano mai  le “lacrime di coccodrillo” sul doveroso cordoglio per ogni vita perduta, quanto mai rituale e subito derubricato per rassicurare quelli che invece sono “utili”.

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La scultrice con il bozzetto del Gruppo di bambini

Ma c’è di più, non è estranea a tutto questo la considerazione del peso delle classi anziane sul Sistema sanitario nazionale e sul sistema pensionistico, addirittura qualche anno fa Christine Lagarde ebbe a definrla una “minaccia immanente”  che costringeva a rivedere   i sistemi  previdenziali, ovviamente a danno di tutti, mentre l’alleggerimento di tale “peso” lo eviterebbe:  tutto  non confessato anche perché inconfessabile,  ma di certo percepito e non contrastato.  Del resto, un analista consulente di Direzione dall’elevata caratura, Piercarlo Ceccarelli, ha ammonito di recente in base a una fredda constatazione, non a una propria adesione: “Dobbiamo accettare che ci siano criteri, anche moralmente eccepibili, per dosare le risorse in modo da privilegiare le categorie più ‘utili’ al Paese (dove l’utilità può avere numerose facce)” avvertendo che “se si abbandona l’utilità si entra nel mondo ideale”. Ha aggiungendo in modo altrettanto pragmatico che i criteri “moralmente eccepibili” – eufemismo  dovuto alla loro inconfessabilità –  possono rivelarsi necessari nelle destinazione delle risorse anche indipendentemente dal volere dei governanti dei singoli stati,  perché la competizione internazionale le renderebbe inevitabili penalizzando i paesi che volessero sottrarsi  a tale scelta divenendo meno competitivi a livello internazionale, quindi emarginati nel mercato globale.

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Gina Lollobrigida, Gruppo di bambini

Le citazioni  della  Lagarde e dell’analista direzionale Ceccarelli, vengono da due commenti nel dibattito  sul coronavirus aperto dal nostro articolo sopra ricordato, il tutto è soltanto lo spunto per introdurre  il tema dell’ “inutilità” lanciato da Mssini, riferendolo  innanzitutto agli anziani “vittime sacrificali”. E lo abbiamo visto nell’indegno  “massacro nelle Case di riposo” – come lo ha definito il vice presidente italiano dell’OMS –   e in generale, nella “strage di una generazione”, quella del ’40 , per la quale il rimpianto nasce essenzialmente dal fatto che sono gli unici testimoni  rimasti dei  momenti cruciali nella storia del paese,  la guerra e la ricostruzione, i mutamenti nel costume e le tante vicende vissute. Quasi che in essi valga soltanto   la memoria storica da mantenere in vita,  come se  fossero reperti archeologici, ruderi da conservare che il coronavirus ha la colpa di demolire sistematicamente, in quanto tali non  provvisti di una “utilità” attuale, diretta e non derivata. Mentre la loro esistenza ha un valore, e quindi una “utilità”,  di per sè, mantenendo tutta la forza intellettuale, morale e spirituale della loro esistenza. Peraltro, sotto il profilo economico e sociale i “nonni” sono quanto mai “utili” nel “welfare” familiare e non solo, ma non è questo che deve contare qunato il valore della loro vita in sé e per sé.

Anche il pur accorato e nobile ricordo dello scrittore Antonio Scurati, “Il nostro epitaffio ai figli del ’40”, la generazione “falciata in queste settimane dal virus”, ci sembra abbia la pecca di ghettizzarla nel passato, in cui “ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni”, sono “gli uomini della ricostruzione, i vecchi della delusione”; e anche il presente evocato è un presente storico, per di più riferito alla propria realtà, “essi sono i compagni di una vita, essi sono i padri della nostra gioventù, essi sono i nonni dell’infanzia dei nostri figli”. E’ vero che non manca un riconoscimento meno “derivato” – “se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi ormai dimenticati” – ma sembra che in queste doti si ricerchi una “utilità” implicitamente non riconoscendola alla vita e al suo valore esistenziale, senza bisogno di qualificazioni, quasi che si potesse negarle l'”utilità” in sé e per sé che con Massini reclamiamo, anche come parte in causa.

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La scultrice con la sua opera “Vivere insieme”

Massini si è soffermato soprattutto  sul ruolo subordinato dato nella “fase due” ai  luoghi dell’arte e della cultura come espressione del  fatto che vengono sottovalutate e retrocesse l’arte e la cultura in se stesse a prescindere dalle sedi.   La  sua orazione è stata appassionata, le sue motivazioni quanto mai convincenti.

C’è anche una sottovalutazione del valore economico  che non è accettabile per il contributo che viene dalle attività culturali in varia forma: Gigi D’Alessio ne ha dato una definizione icastica, “uno canta e 400 mangiano”, riferendosi al gran numero di lavoratori coinvolti, le maestranze impegnate nell’allestimento dei concerti per le attività collaterali ma basilari a partire dalla realizzazione, trasporto e montaggio dei grandi palchi e strutture connesse, in una lunga filiera; e Paolo Bonolis nella serata finale di “Ciao, Darwin”, fece sfilare le 250 persone operanti “dietro al conduttore che ci mette la faccia, loro lavorano restando invisibili”.

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Gina Lollobrigida, “Vivere insieme”, 1992

Ma soprattutto  Massini ha parlato dell’altissimo valore sociale di arte  e cultura,  tra l’altro riaffermato in queste settimane di  isolamento forzato  domiciliare dove soltanto le creazioni culturali, dalle opere teatrali a  quelle cinematografiche e musicali,  da quelle delle arti visive, pittura e scultura in primis,  a quelle letterarie, ecc. hanno potuto dare sollievo alle persone relegate in casa,  rendendo sopportabile la situazione anomala di isolamento che altrimenti avrebbe potuto anche deflagrare.

Al di sopra di tutto, però, ha espresso con tono appassionato la considerazione che arte e cultura fanno parte del Dna della nostra civiltà, sono la base che precede e presiede alla nostra vita.  Massini ha concluso  con un grido di ribellione collettivo a cui ha aggiunto il proprio individuale di scrittore: “Non mi sento inutile”, e nel  nostro piccolo ci associamo con la medesima  passione.

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Gina Lollobrigida, “Marylin”

Gina Lollobrigida e la sua arte scultorea e fotografica ignorata come  “inutile”

Se a   qualcuno potrà sembrare eccessiva  questa sottolineatura del concetto di “inutilità”  dell’arte e della cultura, oltre che dell’età avanzata – che sta dietro la sottovalutazione di cui si è detto – si  dovrà ricredere. Perché  tre giorni dopo, precisamente nel  giorno di Pasqua, se n’è avuta una conferma plateale nella  trasmissione televisiva “Domenica In”,  il cui  carattere nazional-popolare con la conduttrice autodefinitasi  “la zia”  di tutti  ne accentua  il valore dimostrativo.

Dunque, la conduttrice intervista Gina Lollobrigida, sempre splendida e determinata, ma  di fatto ritenuta doppiamente “inutile”: come persona considerata non per quanto è e vale oggi, ma soltanto come memoria storica del costume italiano, oltre che di se stessa; e come artista ugualmente  confinata nel passato cinematografico,  visto nella luce divistica e non  nel valore interpretativo,  ignorando o peggio  il presente ancora più valido. “Inutilità” odierna, al pari di un reperto archeologico tenuto per memoria storica.

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Gina Lollobrigida, “Petite Dancesuse”, 1994, bronzo, al centro la scultrice

Ma andiamo ai fatti. La conduttrice, peraltro premurosa e affettuosa, ha dimostrato tutto questo  con una carrellata sul passato divistico della Gina nazionale, mostrando fotogrammi di tanti film,  risalendo fino alle sfilate di Miss Italia 1946  in cui fu seconda preceduta da Lucia Bosè, di recente scomparsa.  La Lollobrigida  ha commentato quelle immagini dicendo all’incirca: “Non partecipavo per convinzione, ero iscritta all’Accademia di Belle Arti e volevo seguire la mia vocazione artistica”. Anche sul  cinema in due occasioni, rispondendo a domande  sempre in chiave divistica, ha aggiunto: “Per me era soltanto una parentesi passeggera che mi dava i mezzi per poter coltivare la mia vocazione”. 

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Gina Lollobrigida, “Paolina Bonaparte”

Ogni volta che  l’intervistatrice la riportava sul divismo, replicava alludendo ai suoi interessi artistici, e anche quando ha parlato di ciò che le è rimasto più impresso del passato di successi, ha deluso l’anima  nazional-popolare che le alitava intorno parlando soltanto dei suoi viaggi nel mondo  motivati dalla  ricerca di luoghi e persone cui ispirarsi per la  sua passione fotografica: tanto fotografata voleva esprimere la sua arte fotografando. Finché  la conduttrice le ha chiesto, freudianamente: “Ma perché anche in passato  quando vieni intervistata  parli sempre della fotografia  e della scultura…?”, domanda inequivocabile nell’attribuire le sue risposte precedenti  ad una fissazione: ma ancora una volta si è sentita  replicare che  l’arte fotografica e  la scultura sono state la  sua vocazione e il suo impegno appassionato di sempre.

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Gina Lollobrigida, statua di bellezza muliebre con motivi vegetali

Finché, riguardo al libro autobiografico che sta scrivendo ha dato un ‘altra lezione, anzi due: alle parole che  il confinamento in casa è ideale  per completare il lavoro – contattando al telefono il giornalista che ha sostituito lo scomparso Paolo Limiti per aiutarla nella stesura –  ha replicato che non ha la necessaria serenità di spirito in questo momento drammatico; poi la seconda lezione – non solo all’intervistatrice, ma alla “vulgata”  comune – secondo cui ci tiene a che il libro sia scritto come lei vede la propria vita e non come la vedono gli altri. Sottintendendo che è vista distorta  dal divismo  quasi fosse l’unica cosa che conta nella sua esistenza, mentre la propria scultura e fotografia d’arte  fossero le cose  “inutili” di cui ha parlato Massini.

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La scultrice dietro una propria statua, con Gian Luigi Rondi

Nell’intervista non c’è stato il gossip più becero, perché  estraneo alla  vita della Lollobrigida, che sposò un oscuro medico jugoslavo e non ha avuto produttori  alle spalle, come le altre maggiori dive del cinema, né  le storie eclatanti che tanto appassionano la “press du coer”. Ma  l’armamentario nazional-popolare ha impedito di dare voce alla vocazione per l’arte che lei ha cercato di reclamare invano; e nelle sue parole  abbiamo letto una perorazione accorata, sia pure  manifestata sommessamente, da noi accostata a quella gridata platealmente da Massini, con una testimonianza  vissuta, offerta ma rifiutata in modo reiterato.

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Gina Lollobrigida, con la statua di Madre con bambino

Del resto, pur con i suoi   ripetuti richiami,  non una –  dicasi una – delle sue opere scultoree e fotografiche è stata presentata e neppure citata, mentre per  la parte divistica, l’unica,   c’è stato un profluvio di immagini, peraltro quanto mai vacue e  lei  non lo meritava. Anche perché la stessa parte cinematografica è stata sacrificata, nessuna scena di quelle intense di suoi film d’autore e non  divistici,  ricordiamo “La provinciale” e  “La Romana”,  e non solo  “Pane amore  e fantasia”, “Trapezio”,  e “La donna più bella del mondo “. Si potrebbe   dire che  nessuna scena  è stata mostrata,  ci si è limitati alle immagini divistiche fisse, invece le scene filmate sono stati stralci   di programmi televisivi del periodo  divistico,   banalissimi duetti con i  conduttori nazional-popolari dell’epoca,  ma allora poteva esser giustificata la limitazione al divismo, non adesso, decenni dopo la fine della carriera cinematografica nei quali lei ha svolto un’attività artistica molto intensa. Non  nascondendosi per sparire come Greta Garbo, nè oscurandosi eppure proseguire come Mina, ma voltando pagina rispetto al passato, girando il mondo per le sue fotografie e facendolo girare alle sue sculture, le ricordiamo fino in Abu Dhabi, impersonando l’ “utilità” dell’arte e della vita, dandone personale testimonianza.

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La scultrice si immedesima nella Madre con bambino, particolare

Un ricordo personale della Lollobrigida dalla  mostra fotografica a Roma  

Il nostro ricordo risale ad oltre dieci anni fa, allorchè le immagini da lei riprese in tanti paesi del mondo  furono esposte a Roma nella mostra “Gina Lollobrifgda fotografa” al Palazzo delle Esposizioni presentata da Philippe Daverio, la visitammo e pubblicammo un’ampia  recensione. Qaalche tempo dopo ricevemmo una telefonata in cui una voce profonda ci diceva: “Sono la signora Lollobrigida…”, pensammo a uno scherzo, per ricrederci subito quando divenne chiaro che era lei. Precisò che stava entrando in automobile  a Montecarlo  ed era ferma in un ingorgo, aveva voluto ringraziare personalmente sentendosi “molto felice” per l’apprezzamento manifestato verso la sua arte fotografica e  per averne compreso l’impegno costante non episodico.

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Gina Lollobrigida, “Andrea Bocelli“, la scultrice con il soggetto della sua statua

Seguirono altre  telefonate,  poi la sua richiesta di avere la recensione tradotta in inglese,  provvedemmo subito trasmettendola  al suo indirizzo e mail, ma   successivamente ci disse che non aveva dimestichezza con Internet  e  forse per questo l’avevano vista solo i collaboratori. Non potemmo intervistarla, come volevamo, perché  aveva dei problemi  con le sue sculture  spedite in  Abu Dahbi

Ma  non è di questo che interessa parlare, quanto di una successiva telefonata dopo  una sua partecipazione a un’altra trasmissione nazional-popolare con il  celebre conduttore maggiore esponente del genere. La chiamammo esprimendo stupore per il fatto che  non le fosse stata rivolta nessuna domanda sulla sua arte fotografica e scultorea né era stata presentata alcuna sua opera. Ci rispose in modo veemente convenendo con noi, anzi lamentando che nell’intervallo  pubblicitario si  era addirittura arrabbiata con il conduttore proprio per questo  fatto inaccettabile  alzando anche la voce, ma non c’era stato niente da fare.

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Gina Lollobrigida, Ragazzo dalle braccia conserte, con la scultrice

Parecchi anni dopo la cosa si è ripetuta in una trasmissione dello stesso tipo, con la differenza che questa volta, come abbiamo detto, la conduttrice ha citato le “fotografie e le sculture” ma sorprendendosi che ne parlasse sempre – quasi fosse una fissazione, ripetiamo noi  interpretandone il senso – e ciononostante nessuna  indicazione su tale attività,  nessuna immagine presentata.   Ed è ancora più sorprendente considerando che Wilkipedia la definisce “attrice, scultrice e fotografa”, e così il corriere.it ed altri, mentre la TV, in particolare la Rai, continua a mutilarne l’immagine della parte più propriamente artistica per relegarla nel divismo; qunado sarebbe stato spettacolare mostrare le fotografie dei suoi “reportage” nel mondo e le sculture di grandi dimensioni che inneggiano alla  bellezza in forma artistica.

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La scultrice al lavoro nel laboratorio su una statua

Ricordiamo la sua prima scultura, del 1992, che ha avuto notorietà, dal titolo “Vivere insieme”, un ragazzo felice che protende le braccia verso l’alto in groppa a una grande aquila dalle ali aperte, la proponemmo come simbolo della rinascita dell’Aquila dopo il terremoto dell’aprile 2009, in 5 articoli, rivolgendoci al Presidente della regione Abruzzo Gianni Chiodi e all’assessore alla Cultura del capoluogo abruzzese, Stefania Pezzopane,  prima che fosse colpita dalla freccia di Cupido in una “love story” di cui si è molto occupata la televisione; invece nessun seguito ci fu alla nostra pur insistente proposta che rinnoviamo con forza oggi. 

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La scultrice al lavoro nel suo laboratorio su un busto

Dopo il cinema,  la Lollobrigida   scultrice 

Rievochiamo ora per sommi capi la sua attività artistica al di là del cinema – in cui peraltro ha dato  anche intense interpretazioni, al di là del divismo in cui è stata etichettata –  cominciando dalle sue sculture. Ci limitiamo a  brevi citazioni, a  partire dalla mostra “Vissi d’arte”  inaugurata alla fine del  2008  a  Pietrasanta,  dopo che per dieci anni aveva avuto il suo atelier di scultrice in quel luogo, terra  di scultori,  ideale per creazioni artistiche  nell’atmosfera più idonea e ispiratrice; nella circostanza le fu  conferita la cittadinanza onoraria, e nel  locale “Museo virtuale di scultura e architettura”  sono presenti sue opere. Ma  ben 16 anni prima, nel 1992, aveva   rappresentato l’Italia all’Expò di Siviglia con la scultura “Vivere insieme” che abbiamo prima citato nel nostro ricordo personale, per la quale ebbe le congratulazioni del presidente francese François Mitterrand con il conferimento della “Legion d’Onore”  riferita alle sue doti artistiche, e la definizione di “artista di valore”; quattro anni dopo un altro riconoscimento artistico,  Accademica onoraria  dell’antica Accademia delle Arti del Disegno di Firenze, solo altre due celebri donne hanno avuto tale privilegio.

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Una visione d’insieme del laboratorio della scultrice

La scultura è stata sempre la sua passione, prima trascurata per gli impegni cinematografici, poi fotografici, ma ripresa dal 1990. Sessanta sculture testimoniano questa sua attività artistica,  alcune di grandi dimensioni, come i due bronzi monumentali  alti 5 metri che aprivano l’esposizione a Pietrasanta in Piazza Duomo, con 11 sculture in marmo e bronzo ed opere plastiche, disegni e pitture nelle sale interne.  In alcune ha voluto rappresentare icone del cinema creando una sorta di celebrazione della bellezza, tanto più significativa perché concepita da chi, come lei, ne è stata considerata l’incarnazione più autentica. Tra esse “Esmeralda”, ispirata a questo personaggio da lei interpretato nel film “Notre Dame de Paris”, come la “Regina di Saba” e “La Fatina di Pinocchio”, la “Venere imperiale” e “Paolina Borghese”, nella nuova chiave artistica; fino a “Marylin Monroee” , la statua la raffigura distesa in posa sexy, forse una riparazione rispetto al paragone di Humphrey Bogart tra lei e l’americana: “In quanto a sex appeal fa apparire Marilyn come una scolaretta”.

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Il Catalogo in inglese per le mostre di scultura all’estero

Al riguardo ha detto lei stessa: “Mi esprimo con le esperienze e i ricordi della mia vita. L’arte è comunicazione. Alcune sculture rappresentano me che interpreto i vari personaggi, c’è allegria, sono piene d’oro e di colori”. Ha iniziato con sculture sulla maternità e sul mondo dei bambini, le opere ispirate ai personaggi cinematografici esprimono lo slancio  di quegli anni, “un cinema – ha esclamato –  dove avevamo bisogno di sognare, di vedere tutto dorato, in positivo, di vedere la bellezza”. Ma si è ispirata anche a grandi protagonisti della politica, dell’arte e dello spettacolo, molti dei quali suoi ammiratori, incontrati direttamente; e fotografati incurante di intaccare il mito “glamour” della “diva”.

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Interno della Chiesa di Sant’Agostino, Pietrasanta, con sue sculture

Abbiamo ricordato, oltre a questa mostra del 2008, l’Expo di Siviglia del 1992, aggiungiamo che  tra questi due momenti così significativi vi sono state esposizioni di sue sculture all’estero in sedi prestigiose, come nel 2003 al Museo Puskin di Mosca con 38 sculture –  4.000 visitatori giornalieri e 6.000 il sabato  e la domenica –  nel corso della quale ha avuto i complimenti di Vladimir Putin; nell’autunno dello  stesso anno esposizione al Lido di Venezia, poi al Museo de la Monnaie di Parigi, aperta fino al 2004, con 40 sculture, conseguendo un successo tale da meritare il conferimento del  massimo riconoscimento artistico internazionale, il “Commandeur de l’Odre des arts e des lettres” dal Ministro francese della cultura. La sua prima scultura sul mondo dei bambini l’ha donata alla FAO, di cui è stata ambasciatrice, ruolo immortalato anche in un francobollo della Repubblica di San Marino, in una serie filatelica con esemplari riferiti specificamente alla sua arte scultorea e a quella fotografica. oltre che alla diva del cinema.

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Particolare delle sue sculture all’interno della Chieesa di Sant’Agostino

L’aspetto forse inatteso, e tanto più straordinario, è che il suo impegno non si è limitato all’idea e al disegno dell’opera, lei  ha lavorato direttamente alla realizzazione nel suo atelier di Pietrasanta dove nel periodo di maggiore attività trascorreva gran parte del suo tempo, seguendo le varie fasi: cioè modellando la creta  e ritoccando le cere e il gesso, fino alla fusione in bronzo nelle locali fonderie, compresa la doratura  di molte di esse, e alla finitura con frese  e carte abrasive; anche in un materiale difficile come il marmo. Il disegno e la pittura fanno parte dei suoi interessi artistici, in preparazione alle altre forme espressiive; la mostra di Pietrasanta, dedicata direttamente alla scultura, aveva anche una parte di disegni e pitture esposte nelle pareti di sale con al centro alcune opere scultoree.

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Sala delle Grasce, Pietrasanta, 3 sue sculture

Ha confidato  di aver tratto insegnamenti dai grandi  artisti che ha frequentato, come Giorgio de Chirico e Salvador Dalì, e da scultori come Francesco Messina e Giacomo Manzù.  Mentre posava da modella  cercava di cogliere i segni inespressi della loro arte finchè in uno di tali momenti decise di riprendere la scultura che aveva lasciato: “Guardando il maestro Giacomo Manzù, mio amico, che mi ritraeva per la seconda volta, proprio vedendo lavorare lui, quest’amore per l’arte che avevo compresso in tanti anni della carriera cinematografica è riesploso, non potevo più resistere… E’  lui che mi ha comunicato l’umiltà e la passione indispensabili per scolpire”, ebbe a dire nel 2003 rispetto alla mostra “Open” a Venezia, la prima personale dopo le anticipazioni,  intervistata da Diane Barrow.

Sala delle Grasce, Pietrasanta, 5 sue sculture

E aggiunse: “Io amo la scultura, la amo talmente, questa è una cosa certa… Ho aspettato, ho compresso questa voglia in tutti gli anni della mia carriera cinematografica che però è arrivata dopo… Ho studiato all’Accademia di Belle Arti, il mio primo disegno è stato pubblicato su Topolino quando  avevo dieci anni”.  Andò ancora oltre, nel suo sfogo sincero:  ”Finalmente posso anche in Italia, dare qualcosa di me, qualcosa di più profondo, rispetto alla carriera cinematografica perché le sculture sono una ‘creazione completa’, una creazione dove non esiste lo sceneggiatore, non c’è il regista, non c’è il produttore (ridendo), perché purtroppo tutte queste sculture mi costano… Però investo volentieri tutto quello che ho guadagnato nella vita cinematografica nelle sculture, perché ci credo, e spero che quest’amore che io ho per questo lavoro, sia anche capito da voi e sia capito da tutte le persone che mi vogliono bene”. Evidentemente,  non lo ha capito – pur volendole bene a stare alle sue  ripetute profferte di affettuosa amicizia –  la conduttrice nazional-popolare di cui abbiamo ricordato la penosa incomprensione in “Domenica in” di Pasqua 2020. 

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Sala dei Putti, Pietrasanta, sua scultura a sin., alle pareti suoi dipinti e disegni

Ha concluso l’intervista del 2003 con queste parole eloquenti in cui c’è forse una chiave interpretativa di ciò che sembra incomprensibile, riferendosi alla mostra al museo Puskin di Mosca: “Il successo è stato talmente enorme che mi sono sorpresa perché purtroppo nella vita il successo dà fastidio, dà fastidio a tanti. Io sono sempre circondata dalla perplessità di gente che dice: ma le avrà fatte lei? Anche quando ho cominciato la fotografia, ricevevo la stessa critica: ma avrà scattato lei le foto? E così il successo pieno a Mosca mi ha molto sorpreso, poi ho accettato con gioia l’invito di Paolo De Grandis per dare un’anticipazione in Italia delle mie opere, sono 11 qui esposte al Lido di Venezia. La prossima sarà una mostra più completa a Parigi al Museo Monnet, con più di 40 sculture”. Per concludere con le parole: “Sono felice finalmente di potermi esprimere con quello che amo di più, spero che il pubblico condivida il mio amore per le opere che faccio perché è la cosa alla quale tengo di più”. Sono parole di 17 anni fa, nella Pasqua del 2020 ha mostrato la stessa passione e ha ricevuto un’incomprensione ancora maggiore.

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Sala del Capitolo di Pietrasanta, sua scultura al centro, alle pareti suoi dipinti e disegni

Andiamo avanti. Da un’intervista  di Cinzia Donati – pubblicata su Paspartu il 16 dicembre 2008, poi nel proprio sito “La Stanza delle Torture” in occasione della  mostra di Pietrasanta – riportiamo alcune risposte rivelatrici sulla spinta interiore della sua passione artistica.  Alla domanda se l’avesse soddisfatta più l’arte o il cinema ha risposto: “L’arte è andata bene, ma per il resto lasciamo andare. A Mosca  e Parigi mi hanno detto: ‘Pensavamo di conoscere Gina Lollobrigida attraverso i suoi film, ma dopo aver visto la mostra ci siamo ricreduti’”.  Sulla scelta di Pietrasanta: “E’ un posto molto importante per l’arte: ci sono laboratori e artisti da tutto il mondo. Io che amo le sfide ho pensato di venire proprio qui, dove la critica e il giudizio sono più appropriati e dove lavorare è più difficile, perché in casa propria è sempre più difficile farsi apprezzare. A Pietrasanta gli artisti sanno apprezzare il bello e il brutto, ci sono abituati. Poi veramente mi sento a casa mia: posso uscire in pantofole o con la polvere di marmo in viso e nessuno ci fa caso… Qui si respira un’aria di tranquillità: quando l’ho vista ho capito che valeva la pena fare una mostra qua. Il giudizio degli artisti competenti è molto importante. È una specie di “anteprima”.  Umiltà, dopo l’Expò di Siviglia del 1992 e il Museo Puskin  del 2003, ma è anche questa la sua caratura di diva suo malgrado, etichettata e ghettizzata nel divismo d’epoca mentre ha da offrire tanto di nuovo oggi.   

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Catalogo mostra “Vissi d’arte” a Pietrasanta, 2008

La  fotografia  nel talento artistico della Lollobrigida ignorato dalla TV

Questo per ricordare la Lollobrigida scultrice. Ma c’è anche la Lollobrigida fotografa, ancora più dominante e costante nella sua figura artistica, perché  già la mostra del 2009 al Vittoriano – che abbiamo ricordato – significativamente nell’anno la mostra di sculture a Pietrasanta celebrava 50 anni di fotografie. Un’attività incessante e appassionata  sulle  vicende umane nei più diversi ambienti  culturali e antropologici, dall’Occidente sviluppato e ricco al Terzo mondo arretrato e povero, dai potenti della terra agli umili ed emarginati ai quali va la sua personale predilezione espressa nel linguaggio dell’arte fotografica, oltre che nell’impegno diretto nelle organizzazioni umanitarie, come Unicef e FAO.

Gina Lollobrigida, “Primavera”, 2002, marmo, nella Chiesa di Sant’Agostino lei a sin.

Una galleria di popoli e di paesi dei diversi continenti, fissati nell’obiettivo della sua macchina fotografica fin dal 1959, come di celebrità della politica, dell’arte  e del costume,  quali Indira Gandhi,  Fidel Castro ed Henry Kissinger, Yuri Gagarin e Neil Armstrong, Salvador Dalì ed Ella Fitzgerald, Maria Callas e Liza Minnelli, Grace Kelly e Audrey Hepburn, Paul Newman, Sean Connery  e tanti altri.  Ha pubblicato otto libri fotografici, nel 1973 il volume “Italia mia” ha vinto il premio “Nadar” al miglior libro fotografico dell’anno con oltre 300.000 copie vendute nel mondo; venti anni dopo nel volume “The Wonder of Innocence” ha pubblicato celebri composizioni fotografiche di bambini e animali risultato di 14 anni di lavoro con tecniche di composizione che hanno anticipato addirittura  quelle poi utilizzate nei computer. Spettacolari i cataloghi delle sue mostre in più lingue. 

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Gina Lollobrigida, “Primavera”, partiolare

Tra fotografia e scultura, cosa preferisce? le è stato chiesto: nella stessa intervista di Cinzia Donati:  “La fotografia ce l’ho nel sangue, l’ho fatta per quaranta anni.  La scultura mi si addice molto perché si è padroni di se stessi. Non c’è il regista come al cinema”. E “Le Monde” nel 1980,  in occasione di una sua mostra al  Museo Camevalet di Parigi, quando le fu conferita  la medaglia d’oro della città, così commentò le sue fotografie: “Ha l’occhio di un Cartier Bresson, ha talento, è piena di energia e le sue foto hanno una forza sconvolgente. E’ veramente una grande artista”.

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Gina Lollobrigida, “La Fata turchina” , 2003, bronzo, a sin., con lei il sindaco di Pietrasanta Massimo Mallegni

Su  questo versante della sua  arte saremo ancora più espliciti  ripubblicando, in un articolo contestuale a parte, la nostra recensione – che uscì in un altro sito, non più raggiungibile – sulla sua mostra al Palazzo delle Eposizioni nella quale si riconobbe e volle attestarcelo.  L’anno successivo seguì la mostra fotografica negli Stati Uniti al Santa Barbara Museum of Art  e un “tour”  mondiale in sedi espositive prestigiose.

Philippe Daverio  è il critico d’arte di grande livello che ha presentato sia la mostra di scultura a Pietrasanta nel 2008 che quella di fotografie al Palazzo delle Esposizioni nel 2009.   L’americano Robert C. Morgan, curatore della  mostra “Open 2003” – l’esposizione internazionale di sculture e installazioni, parallela alla mostra del Cinema di Venezia  – mise in risalto l’attenzione ai dettagli delle sue sculture esposte all’Excelsior, “come un ritorno al barocco in un ‘new rococò’”.

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La scultrice dinanzi alla sua “Esmeralda” a Pietrasanta

I direttori della Biennale d’Arte di Venezia, Maurizio Calvesi e Francesco Bonanni, ne elogiarono  l’attività artistica, il secondo la invitò a una visita speciale ai Giardini. “Con  la fotografia e la scultura sono tornata ad interessarmi agli altri, a cercare di capire come va il mondo, come viviamo, quali sono i problemi della quotidianità”, è il sigillo artistico e umano di un’artista che ha preso le distanze dal divismo e dal gossip in cui cercano di confinarla, in un’inaccettabile censura alle sue espresisoni nell’arte. 

Una storia artistica la sua, che ha tenuto  riservata e nascosta per decenni, anche quando – lasciato il cinema che non sentiva più suo  – all’inizio degli anni ’70 è tornata alla sua vera vocazione, l’arte. «Finché, a un certo punto della vita, mi sono resa conto che quel ruolo di primo piano mi stava stretto. Grazie ad altri interessi, la fotografia, la scultura, ho imparato a mettermi da parte e osservare gli altri». Non in modo passivo ma con un intenso impegno artistico venuto allo scoperto nei momenti esaltanti, in presenza di mostre in tutto il mondo, di scultura e fotografia, libri e critici illustri. Soprattutto dall’iniizo del secondo millennio in poi.

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Il popolo di Pietrasanta festeggia Gina Lollobrigida all’inaugurazione della sua mostra

Ripercorrendo questa storia pur molto sommariamente appare incredibile come sia del tutto ignorata  nella televisione nazional-popolare, nonostante i suoi espliciti richiami di cui abbiamo riportato qualche momento, quasi si volesse censurare  l’arte per non oscurare il divismo e il gossip. Scandaloso e vergognoso voler relegare  la Lollobrigida di oggi, e dei decenni scorsi, soltanto alla memoria storica di se stessa e del divismo cinematografico; come se per il resto sia “inutile” come viene ritenuta “inutile” l’arte e la terza età  nei fatti  denunciati con l’oratoria appassionata da Stefano Massini.

Perciò dalla  citazione dello scrittore siamo  passati a Gina Lollobrigida, che ci sembra esserne  il “testimonial” ideale. Anche lei si unisce al suo grido “non sono inutile”, ad  entrambi  ci uniamo nel nostro piccolo, con slancio altrettanto appassionato unito a una incontenibile voglia di continuare a dimostrarlo.

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Il francobollo di San Marino sulla Lollobrigida scultrice

Info

Cfr. il nostro articolo citato “Coronavirus, la prima linea e le retrovie di una guerra asimmetrica”, in questo sito 26 marzo 2020; in particolare il commento di Giuseppe Maria Sfligiotti e i due commenti di Piercarlo Ceccarelli con le nostre risposte. I conduttori delle due trasmissioni televisive Rai, nell’ordine di citazione, sono Mara Venier e Pippo Baudo. La nostra recensione alla mostra del 2009 “Gina Lollobrigida fotografa”, già  pubblicata in cultura.inabruzzo.it dell’agosto 2009,  non più raggiungibile, viene ripubblicata in questo sito contestualmente al presente articolo  nella stessa data. La citazione di Savonarola si riferisce al libro di Stefano Massini, “Io non taccio”, Corvino Meda Editore, pp. 112, con le veementi “prediche” del frate fiorentino “riscritte” da Massini e recitate nell’unito DVD da don Andrea Gallo. Le interviste citate sono nei siti gazzettadisondrio.it per quella di Diane Barrow, lastanzadelletorture.it per quella di Cinzia Donati. I 5 articoli con la nostra proposta di fare della scultura “Vivere insieme” il simbolo della rinascita dell’Aquila sono usciti il 20 gennaio 2013 e il 28 ottobre 2012 in www.arteculturaoggi.com, il 18 gennaio 2013, 27 ottobre 2012 e 3 settembre 2009 in cultura.abruzzo.world.com, con l’immagine della scultura.

Foto

Le immagini si riferiscono alla Lollobrigida scultrice, due di esse mostrano i suoi disegni e dipinti alle pareti di sale con al centro sue sculture, e l’ultima introduce alla Lollobrigida fotografa, le cui immagini sono inserite nell’apposito articolo sulla mostra del 2009 al Palazzo delle Esposizioni pubblicato contestualmente. In apertura Gina Lollobrigida, attrice, scultrice, fotografa, e Stefano Massini, scrittore; seguono la scultrice con il bozzetto di “Esmeralda” , e Gina Lollobrigida, “Esmeralda” 2002, bronzo; poi, la scultrice con il bozzetto del Gruppo di bambini e Gina Lollobrigida, Gruppo di bambini; quindi, la scultrice con la sua opera “Vivere insieme” , e Gina Lollobrigida, “Vivere insieme” 1992; inoltre, Gina Lollobrigida, “Marylin” , e la scultrice con “Petite Dancesuse”, 1994, bronzo; ancora, Gina Lollobrigida, “Paolina Bonaparte” , e Gina Lollobrigida, statua di bellezza muliebre con motivi vegetali; continua, la scultrice dietro una propria statua con Gian Luigi Rondi e Gina Lollobrigida, statua di Madre con bambino; prosegue, la scultrice si immedesima nella Madre con bambino, particolare, e Gina Lollobrigida, “Andrea Bocelli“, la scultrice con il soggetto della sua statua; poi, Gina Lollobrigida, Ragazzo dalle braccia conserte, con la scultrice; quindi, 3 immagini nel suo laboratorio di scultrice, al lavoro su una statua, poi su un busto e una visione d’inieme del suo laboratorio; inoltre Catalogo in inglese per le mostre di scultura all’estero, e 7 immagini sulla mostra di Pietrasanta del 2008, 2 nell’interno della Chiesa di Sant’Agostino, con sue sculture, una visione d’insieme e una particolare, 2 nella Sala delle Grasce, rispettivamente con 3 e 5 sue sculture, 2 nella Sala dei Putti e nella Sala del Capitolo, rispettivamente una sua scultura a sin. e al centro, alle pareti suoi dipinti e disegni, completa il Catalogo della mostra “Vissi d’arte” 2008; ancora, Gina Lollobrigida, “Primavera” 2002, marmo, nella Chiesa di sant’Agostino, lei a sin., e Gina Lollobrigida, “Primavera”, particolare; continua, Gina Lollobrigida, “La Fata turchina” 2003, bronzo, a sin. con lei il sindaco di Pietrasanta Massimo Mallegni; poi, la scultrice dinanzi alla sua “Esmeralda” , e il popolo di Pietrasanta festeggia Gina Lollobrigida all’inaugurazione della sua mostra; infine, il francobollo di San Marino sulla Lollobrigida scultrice e, in chiusura, Gina Lollobrigida sui tetti di Roma fotografa una modella, che introduce all’articolo contestuale sulla Lollobrigida fotografa Le immagini sono tratte dai siti di seguito indicati nell’ordine in cui sono inserite nel testo, si ringraziano i loro titolari per l’opportunità offerta, precisando che hanno solo scopo illustrativo e culturale senza alcun intento economico, nè commerciale, nè pubblicitario; qualora la pubblicazione non fosse gradita, le immagini verranno rimosse subito su semplice richiesta dei titolari dei siti. Sono tratte dai siti web: biografieonline.it, trentino.cultura.it, musapietrasanta.it, pinterest.it, vsuete.com, museodeibzzetti.it, style.corriere.it, arteculturaoggi.com, getty images, cicinatuttacronaca.wordpress.com, fotoalamy.it, alainelkaninterviews, corriere.it, loschermo.it, lavoce.it, museodeibozzetti.it, repubblica.it, alainelkaninterviews, caffeinamagazine.it amazon.it, 3 tutte del sito web musapietrasanta.it, 4 tutte museodeibizzetti.it, amazon.it, lastanzadelletorture.it, iltirreno.gelocal.it, 3 tutte del sito web lastanzadelletorture.it, riminibeach.it, archiviopizzi leformiche.net.

Gina Lollobrigida sui tetti di Roma fotografa una modella

Luciano Radi, nel centenario dalla nascita: Politica, Cultura, Umanità

di Romano Maria Levante

Sabato 15 ottobre 2022, alle ore 17, si è tenuto a Foligno, all’Oratorio del Crocifisso, un incontro celebrativo del centenario dalla nascita:  “Luciano Radi, il suo messaggio politico e umano”. E’ stato  un omaggio all’uomo politico, allo studioso, all’intellettuale e scrittore molto stimato e amato non solo nella sua terra, ma a livello nazionale nel quale ha operato con una milizia politica, un impegno civile e un’attività letteraria in un modo appassionato che ha segnato tutta la sua vita.

Luciano Radi

 E ‘ trascorso un mese dall’incontro, ricordiamo oggi Luciano Radi nel trigesimo non di una scomparsa  ma di una ricomparsa, una apparizione sia pure solo virtuale. La consideriamo tale perché sono state così intense le espressioni usate da coloro che lo hanno ricordato ai molti amici ed estimatori che hanno affollato l’Oratorio del Crocifisso, che la sua figura è apparsa viva e presente.

Si è trattato di una vera e propria cerimonia per il livello istituzionale di alcuni illustri intervenuti, e per la sede sacrale dell’Oratorio del Crocifisso, ma nulla di formale e rituale, tale la spontaneità e l’immediatezza con cui si è svolta, con gli sguardi commossi della figlia Maria Chiara e dei nipoti Tommaso e Sebastiano; a loro si deve l’aureo libretto-ricordo dato ai partecipanti oltre alla perfetta organizzazione nata da un amore e una dedizione senza fine.

L’invito per i partecipanti
con l’aureo libretto-ricordo

Se non avesse avuto questo carattere ci sarebbe triste rievocare la manifestazione, per il nostro rapporto con lui durato più di un quarantennio, in un sodalizio intellettuale profondo. Invece proviamo dolcezza –  mista a malinconia e nostalgia per il tempo passato in stretta intesa con lui – sentendo rivivere la sua nobile figura nei molteplici  aspetti, politico, culturale e umano attraverso le parole non astrattamente elogiative ma legate a precisi ricordi di una vita spesa nell’impegno civile da un protagonista del nostro tempo, il quale ne è stato anche testimone nei suoi libri che hanno lasciato una traccia imperitura per le nuove generazioni con il suo messaggio politico e umano.

Foligno, l’Oratorio del Crocifisso

I messaggi e gli interventi celebrativi

L’ambasciatore Paolo Foresti,  che ha condotto l’incontro con garbo e immedesimazione, ha iniziato sottolineando la comune visione dell’Europa e un rapporto personale con lui che lo faceva intrattenere  “a parlare del mondo”, dei personaggi di comune conoscenza e di altri eventi che li vedevano insieme. E ha confidato : ”La profonda cultura e umanità di Luciano mi affascinavano ogni volta che mi recavo a fargli visita nella sua casa di campagna appena sopra Foligno”. Ha concluso il suo ricordo citando un messaggio di grande valore ricavato dal libro “La macchina planetaria. Quale regole per la corsa alla globalizzazione”, del 2000, quando ancora tale termine non era entrato nell’economia e nella società. Questa la citazione testuale dal libro: “Una convergenza di segni indica che l’umanità va verso un cambiamento e questo cambiamento è forse molto vicino. Non siamo alla fine dei tempi ma alla fine di un tempo. Anche la globalizzazione, così come oggi si realizza, è solo una stagione, non l’approdo definitivo del nostro approdo sul pianeta”.  

Il commento di Foresti: “Ecco chi era veramente Luciano Radi, un uomo che attraverso il passato in tutte le sue manifestazioni esplorava ed individuava il futuro”.

Giuseppe De Rita nel corso della sua testimonianza al centro della rievocazione, alla sua dx l’ambasciatore Paolo Foresti

Dei molteplici aspetti della sua personalità poliedrica –  in una vita fortemente impegnata in campo politico, sociale e culturale, e nell’interrogarsi dentro in una introspezione struggente, per poi condividere le proprie emozioni attraverso i suoi libri –  hanno parlato gli intervenuti, dopo la lettura di messaggi molto significativi.

Iniziamo con gli interventi provenienti dall’istituzione religiosa e da quella civile, legati a ricordi personali del suo impegno nella comunità, mentre il nobile e sentito messaggio del massimo livello della nostra Repubblica lo citeremo in conclusione.

Lo spettacolare affresco al centro del soffitto dell’Oratorio

Il  cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze, in  tempi passati a Foligno, in un ampio messaggio ha rievocato gli anni della “formazione del giovane Luciano, fortemente segnata dalla sua esperienza nell’Istituto San Carlo, in specie nell’attività teatrale, in quel tempo ampiamente caratterizzante la proposta di presenza cattolica nella città. Nell’Istituto vivevano i valori di quella connessione tra fede e cittadinanza che ne avevano animato le origini come testimonianza del Vangelo di fronte a una società segnata da forti vene anticlericali, poi nel far fronte all’egemonia educativa del fascismo, quindi nel motivare i giovani partigiani nella resistenza al nazi-fascismo, infine, proprio negli anni della presenza di Luciano nel San Carlo, nell’offrire principi e riferimenti valoriali in grado di orientare le nuove generazioni nella ricostruzione della società italiana nel dopoguerra”. Una importante testimonianza che disvela le radici profonde dei valori ispiratori della sua condotta a livello politico e umano rimasti esemplari, nelle parole  del  Cardinale; il quale ricorda quando, all’inizio degli anni ’80, si impegnò nel ridare vita all’esperienza san carlista: “Missione che fui lieto di assumere, sostenuto da validi laici e avendo come riferimento immediato proprio la generazione dei sancarlisti di cui era parte Luciano Radi”.

Uno scorcio della sala dell’Oratorio con i partecipanti all’incontro

Dalla formazione giovanile all’esperienza politica: “Essa si svolse in forte appartenenza a quel filone del cattolicesimo politico che legava insieme una visione dell’uomo e della società saldamente ancorata alla visione cristiana del mondo e la declinava con una particolare accentuazione rivolta alle attese dei poveri e alla giustizia sociale. Al centro di quel mondo si collocava la figura del sindaco santo fiorentino, il venerabile prof. Giorgio La Pira”. E il Cardinale ricorda la “comunione ideale”che aveva Luciano Radi con il sindaco santo a cui ha dedicato un libro e una citazione in “Buonanotte onorevole‘: “Da questa comunione ideale scaturisce anche il suo modo di fare politica molto attento alla dimensione del servizio e sempre attento alle ragioni dei ceti più umili, in particolare il mondo dei lavoratori della terra”.

Un angolo suggestivo dell’Oratorio

Dalla vita politica all’attività di scrittore con “l’attenzione che Luciano Radi ha rivolto alla realtà della Chiesa, in specie dei suoi preti, una realtà colta nella sua quotidianità, anche fragile, ma con un occhio e un cuore di figlio che tutto avvolgeva nell’affetto e nella misericordia. Con gli occhi ben aperti sulle debolezze della vita ecclesiale e sacerdotale, ma mai per condannare con spirito di antagonismo e di rivalsa, bensì con attenzione, comprensione, desiderio di contribuire a quella continua conversione di cui la Chiesa ha bisogno”. In questo era in sintonia con il Santo Papa Giovanni XXIII che con il Concilio volle “manifestare il volto materno e misericordioso della Chiesa” e lo è anche con Papa Francesco “che della misericordia ha fatto la chiave di ingresso nel suo pontificato”. E aggiunge: “Lo si vede dai suoi scritti sulle figure dei santi, in particolare umbri, dai quali era attratto, lasciando trasparire nelle pagine agiografiche la profondità della spiritualità che lo animava, ed era la ragione di tutto”.

L’intenso messaggio del Cardinale si conclude con un sentito “grazie a Luciano Radi, per come ha seminato di bene il cammino della nostra città, della vita politica e della Chiesa”.

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1969

Dopo l’autorità religiosa, l’autorità politica, ai massimi livelli comunale e regionale.

Il Sindaco di Foligno, Stefano Zuccarini,  ha iniziato dicendo come “abbia davvero voluto lasciare il segno con la sua vita, nella vita degli altri: degli altri intesi anche come Comunità, proprio attraverso l’impegno nelle Istituzioni.

Un impegno civile, nel senso più alto del termine: quello del condividere il Bene Comune e di mettere se stessi e le proprie capacità al servizio degli altri, in un mondo in cui sempre più spesso si mettono i propri interessi prima di quelli degli altri e ci si serve delle Istituzioni invece di servirle, ecco che la figura di Luciano Radi rappresenta un punto di riferimento, sempre attuale e un modello da seguire ancora oggi” .

E questo “con la sua figura di Uomo, di Cristiano, di Politico con la P maiuscola, di Folignate che ha contribuito a far grande Foligno”.

Ne ha poi ricordato la carriera politica, iniziata nell’immediato dopoguerra come Consigliere comunale dal 1946, Deputato ininterrottamente dal 1958 al 1992, Senatore fino al 1994; ricoprendo  ruoli importanti nel governo italiano, e ha parlato dell’attaccamento alla propria terra, dove ha sempre vissuto ed è stato fautore di importanti iniziative produttive, sociali, culturali: “Anche da questo possiamo dire che il segno lasciato da Luciano Radi è ancora vivo, ed è tra noi”. 

Riguardo alla sua elevata caratura intellettuale lo ha definito “uomo consapevole che con il confronto si potevano cogliere spunti meritevoli di essere approfonditi per allargare, arricchire e perfezionare la propria visione” , e ha citato “la sua ricca produzione letteraria: opuscoli e libri di carattere politico, socio-economico, storico, agiografico e di costume”.

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Con Scelba, Fanfani e Rumor

 Questo il sindaco attuale, ma anche Manlio Marini, già sindaco di Foligno dal 1993 al1995 e dal 2004 al 2009 in un messaggio ha voluto “rievocare ed esaltare la figura di un uomo che oltre che marito e padre esemplare ha dimostrato onestà intellettuale, saggezza e coerenza nell’esercizio di una prestigiosa funzione di servizio per il bene della comunità nazionale e di quella regionale interpretando, nel migliore dei modi, il ruolo della politica”.

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1970

La Presidente della Regione Umbria, Donatella Tesei, nel suo intervento di saluto,  ha ulteriormente sottolineato l’azione che come politico ha svolto per la sua terra, non solo per la città di  Foligno –  che con l’incontro odierno così partecipato ne ricambia l’amore – ma per l’intera regione. Per questo lo ha considerato “ancora tra noi, è stato ed è sempre tra noi”, costantemente vicino alla propria comunità, dalla quale è partito nella continua ricerca del bene pubblico a livello locale e nazionale. E non si è limitato ad operare nella sfera politica, ma “ha espresso i suoi mille interessi culturali in una serie rilevante di opere che ha pubblicato,diventate per tutti noi un motivo di apprendimento, di crescita, di guida”.

Ne ha ricordato le doti preclare di politico e uomo di cultura con parole che sono state un omaggio  sentito e sincero a chi ha manifestato con la propria azione concreta e l’impegno appassionato il valore delle radici territoriali e insieme il riconoscimento del retaggio lasciato all’Umbria, che si collega ai riferimenti spirituali della regione da lui sentiti profondamente.  Ha voluto infine rivelare che la sua emozione è ancora più intensa di quella che le viene dalla carica istituzionale nel ricordo degli stretti rapporti di Luciano Radi con suo padre, che svolgeva attività politica nel suo stesso partito a Montefalco.

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Con Fanfani, in visita a Dottori

Una nota personale dello stesso segno, ancora più profonda, nell’intervento di Alessandro Forlani, e non poteva essere altrimenti considerando quanto stretti fossero stati i rapporti di Radi con il padre, impossibilitato  a venire per la fragilità dell’età molto avanzata ma partecipe con il suo saluto portato dal figlio che ha ricordato l’intesa tra loro, dagli anni della prima segreteria della DC di Arnaldo Forlani, nel 1969-73,  alla Presidenza del Consiglio del 1980-81 con Radi suo sottosegretario. Del resto ne era considerato “il braccio destro”. Ha rievocato la loro “grande amicizia, amicizia profonda, frequentazione costante, continuativa, due percorsi politici fortemente intrecciati in una preziosa collaborazione e confidenza”.

Ha osservato come ce ne sia un’espressione nel profilo che Radi ne ha tracciato, con parole molto espressive dedicate a Forlani nell’aureo libretto dato ai presenti. Ne citiamo solo alcune: “Forlani ha la virtù’ della prudenza, della pazienza, della moderazione, dell’autocontrollo e l’arte di cogliere i tempi giusti; da lui non verranno mai appelli drammatici, alternative perentorie. Fa la politica in maniera elegante , sottilmente disincantata: ogni suo sforzo tende a rassicurare, a riportare le cose sui binari del buon senso…”. Sembra un autoritratto di Radi, aggiungiamo, e questo spiega la stretta intesa che c’è stata sul piano umano oltre che politico. Anche ricordi personali della fase iniziale della propria carriera politica nei giovani DC e come  consigliere comunale, pur nel divario generazionale:  ha voluto Radi relatore in un corso di formazione per i giovani da lui promosso a Fiuggi, e ne ricorda la lezione densa di cultura umanistica e di competenza  economica e sociale.

Soprattutto ne ha fatto rivivere la figura con queste parole: “Di quella classe dirigente con punte di professionalità politica eccelsa Luciano Radi è stato tra i migliori: non solo per la raffinatissima cultura, la competenza, l’impegno nell’attività parlamentare unito a quello per la sua terra; ma anche per lo stile, l’approccio e il tratto sempre molto cortese e molto disponibile, sorridente, mai settario – pur in un periodo storico di contrapposizioni quanto mai accese – ma dialogante, ragionatore acuto con grande capacità di persuasione, pronto a farsi carico delle ragioni degli altri”.

Ha concluso dicendo che per gli insegnamenti che ha lasciato, il suo esempio può essere un utile riferimento ideale quando si affrontano gravi problemi in un momento così difficile per il paese.

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1973

 Giuseppe De Rita, lo “storico” Presidente del Censis, il Centro Studi Investimenti Sociali da lui fondato, per dieci anni Presidente  del CNEL, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, nella sua testimonianza al centro della manifestazione ne ha rievocato la figura con toni sommessi e parole intensamente sentite, derivanti dalla sua lunga consuetudine con lui, in un rapporto iniziato quando “Luciano era giovane parlamentare con l’incarico nel partito delle ‘Aree depresse del Centro-Nord’,  la cosiddetta ‘Cassetta’”: nel loro primo incontro a Villa Lubin  gli chiese di andare il giorno dopo in Umbria per trattare di quei temi così importanti per il suo territorio.

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Con Gava e Scalfaro

Di lui ha ricordato la “cultura della mediazione”  anche quando era molto difficile, ma non cedeva all’opportunismo, “era sempre se stesso”, non era costruito bensì  “semplice e naturale,  senza enfasi”.  E aveva “una generosità spontanea”, come quando a scuola, molto bravo in matematica, passava i compiti ai compagni.

Ha sottolineato come ha attraversato anni di forti contrasti, nella politica e nella società, anche all’interno del suo partito, senza mai perdere la sua capacità di “stare dentro alle cose”,  far emergere le soluzioni smussando le punte.  E ha citato il giudizio di Andreotti, che non ne formulava mai ma eccezionalmente nei suoi confronti ha parlato “dell’amicizia per un collega del quale ammiro particolarmente la dedizione al lavoro, la serenità di spirito, la comunicativa umana” ,  aggiungendo che “la  calma, tutta umbra, di Luciano Radi, contribuisce a distendere il nostro complesso mondo di lavoro”.

De Rita ha parlato dei 35 anni di attività parlamentare, nei quali la società italiana ha avuto i radicali cambiamenti che dall’osservatorio del Censis ha analizzato e penetrato costantemente con l’annuale Relazione sulla situazione sociale. Ha fatto dei riferimenti alle forti trasformazioni anche sul piano politico, ma dell’amico ha voluto tratteggiare essenzialmente gli aspetti umani.

 E ha concluso  evocando il rapporto che ha definito “fondamentale”  nell’azione e nella vita di Radi tra esterno  e interno: l’incessante attività nelle istituzioni,  con l’altrettanto incessante impegno civile e culturale,  che lo ha visto “convesso”,  ha avuto una corrispondenza all’interno, è stato “cavo”, ripiegato nella riflessione e nell’introspezione. “Ha fatto i conti con se stesso”, e aprendosi nei suoi libri dell’anima ha fatto partecipi gli altri dei suoi sentimenti interiori nei quali emergono i temi  che penetrano  nel profondo, fino al tema della morte.

 Così è stata delineata una parabola di vita  che mentre esprimeva all’esterno l’assoluta dedizione nell’impegno civile e politico, all’interno diveniva meditazione accorata e spesso sofferta.

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1979

L’ unicità della sua figura

E’ un itinerario di vita, quello di Luciano Radi,  che nell’aureo libretto dato come ricordo ai presenti viene rivissuto nei suoi molteplici aspetti: l’unicità della sua figura di politico e uomo di cultura; una vita nella politica, un impegno continuo e una testimonianza preziosa; in più la narrativa, con l’introspezione più intima e segreta; fino al suo messaggio politico e umano.

Ma va premessa la sua eccezionalità che supera i due stereotipi opposti quanto speculari, quello contro i “professionisti della politica” e l’altro contrapposto della “politica come servizio”. Non è stato un professionista della politica data la sua caratura professionale di docente universitario, mentre il suo servizio politico per il bene pubblico non è stato esclusivo data la vastità dei suoi interessi coltivati in campo culturale. Una vera lezione di cui fare tesoro il saper coniugare diverse vite al più alto livello intellettuale e culturale.

Una eccezionalità la sua che diventa unicità considerando che l’osservazione attenta della realtà del suo Paese e della sua terra alimentava non solo la sua azione politica ma anche gli approfondimenti dati alle stampe nei quali spicca saggezza unita a umanità. Ma c’è di più, la sua competenza di economista e statistico docente all’Università, forniva le basi per delle analisi alle quali seguiva la proposta e l’azione volta a realizzare quanto emergeva dalle  sue riflessioni e studi approfonditi.

Come non definire unico chi, parlamentare in nove legislature per oltre 35 anni ha al suo attivo 35 pubblicazioni che spaziano dalla politica all’economia, dalla storia alla sociologia, fino ai bozzetti di costume non solo espressi in prosa, ma anche attraverso grafiche artistiche anch’esse del tutto peculiari? Tutto nasce dalla sua insaziabile curiosità di cogliere e interpretare i movimenti della società mobilitandosi per accompagnarli con adeguati interventi della politica; senza limitarsi a questa azione concreta e fattiva ma impegnandosi con i suoi libri per renderne partecipi tutti coloro che come lui avevano a cuore l’evoluzione visibile e quella nascosta della società.

Da Presidente della Camera Italiana di Alta Moda, a dx Giovanni Leone

 L’identificazione dei bisogni dei più deboli era in cima ai suoi pensieri, mossi da una religiosità profondamente radicata nella sua terra, la terra di San Francesco, alla cui figura ha dedicato libri intensi e ispirati. Non si deve pensare  che queste sue peculiarità lo rendessero distaccato, al contrario aveva una amabilità disarmante – come ha ricordato De Rita citando anche le parole di Andreotti – che non dava soggezione, bensì calma e serenità.  Ma non si trattava soltanto di temperamento, bensì di istintiva apertura al dialogo, al confronto con le idee contrarie alle sue, che pur se erano solide e ben radicate potevano giovarsi della conseguente riflessione estendendo la visione con approfondimenti successivi in un arricchimento e perfezionamento altamente virtuosi.

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1984

L’impegno  politico attraverso i suoi libri

Non ripercorriamo la sua lunga milizia politica nella Democrazia Cristiana, che risale al 1946 con l’elezione in Consiglio comunale di Foligno, a livello nazionale De Gasperi gli affidò giovanissimo la direzione del dipartimento “Aree depresse del Centro Nord ”. In Parlamento dal 1958 al 1994, ininterrottamente dalla III all’XI legislatura, 405 progetti di legge presentati, 104 atti di indirizzo e controllo, 256 interventi, 2 incarichi parlamentari e 8 incarichi di governo,  ne ha parlato Giuseppe De Rita inquadrandone la presenza e azione politica  nei profondi mutamenti avvenuti nella società.

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Con Fanfani e Pertini a una cerimonia sulla CEE

Con riferimento alla nota “Luciano Radi. Protagonista e testimone del nostro tempo”  che conclude, con “Il profumo della memoria”, l’aureo libretto celebrativo, accenniamo agli scritti nei quali ne ha dato testimonianza, a riprova della “unicità” che abbiamo visto nella sua figura e nella sua opera di protagonista politico nelle istituzioni e di scrittore quanto mai versatile nei contenuti e nelle forme.

Dalla prima pubblicazione che risale al 1957, “La crisi della pianificazione rigida e centralizzata”  al saggio “I Mezzadri e le lotte contadine nell’Italia centrale dall’Unità al 1960”, del 1962, che riflette l’impegno politico sulle aree depresse, cui seguirà nel 1970 “Nati due volte”,una serie di bozzetti di vita contadina in una sua partecipazione così  sentita da divenire immedesimazione.

Carlo Carretto ha scritto nella Presentazione: “Io dico che è un documento, un impressionante documento capace di far nascere romanzi e destare inchieste su una realtà che anche se non esiste  più nel suo complesso, travolta dalle trasformazioni veloci del nostro tempo, è ancora attaccata a brandelli sulle nostre carni e ci fa soffrire quasi come se fossimo attori e responsabili”.

Nel 1969 aveva pubblicato “Potere democratico e forze economiche” – era sottosegretario alle Partecipazioni statali dopo esserlo stato all’Agricoltura, due dicasteri di natura economica, anzi produttiva –  nel quale espone le sue idee per una moderna politica economica nazionale incentrate sulla posizione dell’uomo nella società contemporanea, visto come individuo, come cittadino e come lavoratore, in una visione valida ancora oggi dopo oltre mezzo secolo..

1985

Come sono  attuali le sue considerazioni conclusive secondo cui è essenziale che “il dialogo tra le forze politiche e gli apporti risultanti attengano ai contenuti specifici e concreti dell’azione politica e non alle impostazioni ideologiche…  nè tanto meno alla ripartizione delle posizioni di potere”.

Una vera lezione, con un avvertimento: “Tutto ciò riflette l’essenza stessa della partecipazione ai vari livelli, che comporta l’apertura ad ogni corrente di pensiero sia perché soltanto così si attua appieno il metodo democratico, sia perché in caso contrario le forze escluse da una effettiva partecipazione esercitano una pressione rivendicativa che, nella misura in cui si esercita in forme violente, arriva a minacciare lo stesso sistema democratico”.

Tra i  libri più strettamente politici  ricordiamo Partiti e classi in Italia del 1975, seguito da Il voto dei giovani del 1977, e due analisi dei risultati elettorali del suo partito, Riflessioni su una sconfitta e Riflessioni su una vittoria. Fino a La talpa rossa del 1979, sulla penetrazione sotterranea del Partito comunista nel corpo del paese, al di là del suo ruolo di maggiore partito di opposizione, ritenuto per ciò stesso al di fuori delle stanze del potere, mentre era soltanto apparenza.

Nel libro ne denuncia la insidiosa azione egemonica: “Ma la meta di una società come la nostra sospinta dalla libera dialettica culturale, sociale, economica  non è una meta indicata ‘organicamente’ dai capi,una volta per sempre con la forza di una egemonia totalizzante, è una meta sempre rinnovantesi  che la società persegue in un dialogo tra tutti i soggetti della vita sociale”.

 Con questo impulso: “ L’unico moto autenticamente rivoluzionario è suscitato dalla libertà. La libertà è la forza sempre nuova che con la scienza e la tecnica  e la coscienza della crescente complessità delle relazioni sociali, trasforma la società fondata sul potere come dominio in una società consapevole fondata sul potere come servizio, come funzione dirigente”.  Un forte messaggio politico che resta valido tuttora.

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Con Pertini all’inaugurazione della mostra per il centenario di Garibaldi

E poi, nel 1991,  La grande maestra, la Tv tra politica e società, un viaggio all’interno del “grande fratello” che ne riflette l’azione come responsabile dei problemi radiotelevisivi del suo partito, l’anno dopo diventa presidente della “Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai” promuovendo importanti innovazioni. Nel 1980-81 è stato Direttore del quotidiano“Il Popolo”, organo della DC.

Non mancano i “ritratti” di personaggi politici, a partire da Tambroni, trent’anni dopo l’agitata quanto breve stagione della Presidenza del Consiglio culminata nei fatti di Genova, del 1990, fino a Gerardo Bruni e la questione cattolica, del 2005,  e quelli a livello locale del 2006: Foligno 1946. Ricordo di Italo Fittaioli e Benedetto Pasquini in occasione del sessantesimo della prima elezione democratica al Consiglio comunale, 2006.

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1990

Spicca tra tutti Gli anni giovanili di Giorgio La Pira, del 2001, il “sindaco santo” nella fase della sua formazione,cui si è riferito anche il Cardinale Betori nel messaggio citato all’inizio. E poi La DC da De Gasperi a Fanfani,del 2005, 20 capitoli molto densi punteggiati di ricordi e di vive testimonianze personali che arricchiscono l’accurata ricostruzione storica.

Ha anche esteso lo sguardo oltre l’ambito nazionale con La macchina planetaria. Quali regole per la corsa alla globalizzazione, del 2000 –  con la prefazione di Giuseppe De Rita, il testimone dell’incontro celebrativo del centenario – nel quale prevedeva la difficile conciliazione tra azione del mercato e valori individuali e collettivi, in presenza delle temute ondate inflazionistiche, delle crisi finanziarie e della difficoltà di introdurre regole condivise, che dovrebbero portare a un coordinamento globale, magari in sede ONU, anche se non pensava certo a un governo mondiale, utopistico e controproducente per una serie di motivi indicati con precisione.

Con Guido Carli

Ecco il suo lungimirante messaggio:   “Nelle condizioni attuali la scelta ci sembra inequivocabile: dare alla comunità internazionale le leggi e le istituzioni necessarie per la difesa della pace, della libertà, della stabilità e del benessere; favorire ovunque l’evoluzione culturale e le conoscenze scientifiche e tecnologiche; provvedere alla integrazione nel sistema delle vaste aree marginali destinate altrimenti a rimanere escluse; dare al mercato leggi planetarie per ciò che riguarda  l’organizzazione del sistema bancario e i flussi finanziari. Si è in drammatico ritardo. Il futuro è già tra noi. Dare soluzioni efficaci all’insieme dei problemi che condizionano non solo la crescita, ma la stabilità del sistema globale e la sostenibilità ecologica dello sviluppo, è indifferibile”. Lo scriveva 22 anni fa.

 “Se il sistema capitalistico non si orienterà in questa nuova direzione – erano le sue conclusioni -mettendo alla prova, ancora una volta, la sua capacità di adattamento e non favorirà il processo di coordinamento a livello globale, rischierà di generare pericolosi e sempre nuovi rischi di disgregazione del sistema planetario”.

La sua attualità è nei gravi problemi di oggi , di qui la lungimiranza sottolineata dall’ambasciatore Foresti nell’aprire l’incontro. 

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1993

I libri con la sua testimonianza culturale e umana

Ma la sua testimonianza non è solo politica, bensì anche culturale e umana – come è stato ricordato da tutti – per questo intendiamo soffermarci ora sui libri in cui si è manifestata in una introspezione sempre intima,  spesso accorata e qualche volta sofferta, un altro aspetto della sua unicità:  disvelare così i propri sentimenti, tanto più di un uomo politico, è più unico che raro.

L’esordio nella saggistica  risale addirittura al 1948, quando a 26 anni, nel 1948, pubblicò Il pendolo composto e le sue leggi, ristampato in anastatica nel 2010; poi lo vediamo impegnato nella ricostruzione storica con 20 giugno 1859: l’insurrezione e il sacrificio di Perugia, siamo nel 1998, e molti anni dopo con Il mantello di Garibaldi., nel 2011.   Di qui alle vite dei Santi, aperte da Chiara di Assisi, del 1994, a lui molto cara, seguita da Angela da Foligno nel 1996, da Santa Veronica Giuliani nel 1997, e Umbria santa del 2001. Poi, San Nicola da Tolentino e Margherita da Cortona nel 2004.

In Francesco e il Sultano,  del 2006, dopo una approfondita ricerca storica rivela il vero intento della missione del santo, “porre fine alle Crociate con il dialogo e con la conversione e non con l’uso delle armi” –  che peraltro il santo esortava “a non usare ma non a deporre”  – cioè “il metodo del dialogo e della testimonianza personale al posto della contrapposizione e dello scontro”, come sottolinea Franco Ferrari: il metodo usato nella sua azione politica e nell’intera sua vita.

Sul santo dall’incomparabile fascino religioso e umano troviamo anche San Francesco e gli animali del 1999, con episodi tratti dalla sua vita che fanno comprendere come sarà l’armonia rigenerata dall’Amore in tutto il creato: “Se gli uomini torneranno ad amare i fiori, gli animali, i fiumi, i mari, le montagne, i boschi, ameranno se stessi, gli uni e gli altri, e faranno della tecnologia un potente strumento di promozione di equilibri umani sempre più alti. Esalteranno la loro operosa presenza sulla terra, la loro dignità di persone, la loro libertà, e vivranno pacificamente insieme, in attesa del compimento dei tempi. Questa è la lezione che ci ha lasciato Francesco di Assisi”.

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Con la presidente della Camera Nilde Iotti alla cerimonia del “ventaglio”

Due libri con protagonisti gli animali,  creature di Dio che trasmettono messaggi e comunicano tra loro e con noi, “Francesco ha intuito che il linguaggio di ogni specie è in verità un dialetto sotteso da una lingua madre, universale, che consente la comunicazione cosmica”:  Diario di un cane del 1993 e Memorie di una lumaca del 2002. In una umanizzazione francescana parlano in prima persona, ed è straordinario come lui riesca a immedesimarsi fino a mettersi nella loro posizione guardando dal basso con curiosità o apprensione ciò che avviene intorno a loro e sopra di loro.

 Si avverte, in questa personalizzazione del cane e della lumaca, anche una certa vena umoristica che non gli ha fatto mai difetto, del resto ha esordito nel teatro come attore, lo ha ricordato il Cardinale, e in ruoli comici in cui riusciva molto bene, e lo ebbe a ricordare con la battuta che “pure i politici fanno ridere”  a chi gli chiedeva perché non aveva continuato a fare l’attore comico.

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ottobre 1999

La vena umoristica pervade la “trilogia dell’onorevole” , da Buongiorno onorevole, del 1973 – 4 edizioni di successo – seguito, nel 1996, da Buonanotte, onorevole;  tra loro, nel 1978, Gli  scarabocchi dell’onorevole, Cento appunti grafici di Luciano Radi, cui si aggiunge Il taccuino dell’onorevole del 1985, note da osservatore attento. Antonello Trombadori ha scritto che “sia nell’ossequio che nella confidenza formicola sempre la medesima ironia folignate, pacata, ma, se è necessario, senza far male, pungente”.

Ma non soltanto ironia, il primo dei 45 bozzetti di “Buongiorno, onorevole”, dopo la descrizione dell’assiduità da parte dei concittadini nel suo collegio, con una infinità di attenzioni ma anche di fastidi,  si conclude con queste parole: “Sento il desiderio di tornarmene tra la folla anonima della capitale, ma il mare dei visi sconosciuti, spogliati di ogni ricordo mi fa comprendere che sono me stesso solo nel rapporto con gli altri: sono la somma dei loro problemi, delle loro aspirazioni; sono il loro passato, sono il loro presente. Se fuggo brucio invano la mia angoscia. Debbo rimanere con loro come ingrediente di una misteriosa lega, gettato nel crogiolo della lotta civile per partorire nel dolore il futuro, per me e per gli altri”.  Una introspezione accorata che anticipa i libri dell’anima.

Una vena garbatamente  ironica pervade i suoi bozzetti, e si esprime poi compiutamente in forma grafica negli  “Scarabocchi dell’onorevole”,  ritratti arguti e schizzi che riflettono i momenti di evasione dalle lunghe sedute parlamentari.

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Alla visita de Presidente del Senato australiano

Questo vale anche per Un grappolo di tonache, del 1981,  grafiche gustose ed eloquenti, in qualche caso impertinenti anche se rispettose, questa volta sui religiosi.

Cambia tutto con la “trilogia dell’anima”, dall’ironia disincantata della “trilogia dell’onorevole” passa a un’introspezione accorata. E’ preceduta da  Non sono solo, del 1984, 68 bozzetti come presi dal taccuino di un vecchio sacerdote che gli ha dato “un vero godimento spirituale”  in totale coincidenza con i suoi sentimenti.

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novembre 1999

Il primo bozzetto, “Chi sono?” “Sono un uomo che ama, un uomo che offre la sua pena per la redenzione del suo popolo. Sono come la fonte che è al centro del paese, corrosa dal tempo, ma ricca di acqua pura per la sorgente che l’alimenta”. L’ultimo,”Ecco l’ora si avvicina”: “In questo momento conclusivo non sono solo: non potrei, non saprei indirizzare i miei nuovi passi. E’ con me, sin dall’inizio del tempo, il Figlio dell’Uomo, a consolarmi, a tenermi compagnia”; termina così: “Si può credere e non credere, ma ciò che non si può è sottrarsi a questo passaggio. Chi crede ha il dono di assaporare subito la letizia dell’Assoluto, chi è convinto di non credere, invece vedrà, quando avrà chiuso l’uscio alle sue spalle, Il figlio dell’Amore, credente  e non credente, non muore, vive in eterno”.  

Un bozzetto intermedio, “Il Sole”: “Il nostro fine è amare, amare l’Amore. Il tumulto delle nostre esplosioni interne, che è la ragione della nostra avventura umana, ha una risultante positiva solo se irradia amore. Ognuno di noi è un piccolo sole”; e in “Siamo come i fiori del campo”: “Se ti trovi chiuso in te stesso, costretto ad attraversare la notte dell’incomunicabilità, non disperare, ma attendi con pazienza che il sole risorga”.

In   Sotto la brace,del novembre 1999, si inserisce nella “trilogia”: partendo dai ricordi d’infanzia – il primo giorno di scuola – si immerge sempre più nella vita trascorsa nella sua famiglia e nella sua terra, con tutte le scoperte  e le paure, gli incontri e le sorprese, le rivelazioni e le riflessioni.

Ecco come in “Le mie ‘cotte’”, parla dei religiosi che hanno avuto una notevole importanza nella sua formazione,  cui dedicherà gli scherzosi grafici ironici di “Un grappolo di tonache” di cui queste parole sembrano essere delle didascalie: “Benedetti sempre siano i preti miei! Se non ci fosse stato l’indice pungente di don Consalvo; se non avessi incontrato la bontà proverbiale di mons. Corbini, che affidava le sorti della diocesi più che ai suoi atti di governo, alla misericordia di Dio;  se non avessi conosciuto la vis polemica e apologetica di padre Atanasio e di padre Bonaventura, chi lo sa dove sarei andato a finire. Avrei forse deragliato. Invece, anche grazie a loro sono qua a godermi il ribollire della mia inquieta coscienza, a guardare con trepidante speranza oltre l’orizzonte del tempo. Anche per chi non crede, come tante vicende mi hanno insegnato, il prete è pur sempre un rifugio, una difesa, talvolta l’unica ancora di salvezza”. Un orizzonte che nella conclusione dal titolo  “Cadono le foglie” vede così : “La nostra vita appare capricciosa, con le sue contraddizioni, i suoi tradimenti, le sue incertezze. Ci sembra di precipitare, ma poi un soffio ci solleva fino alle vette più alte”. Come le “foglie esposte al vento che Altro governa. All’innalzamento può seguire il precipitare improvviso sul prato delle erbe morte per ridare vigore alla vita”.

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Con una delegazione tedesca da Questore della Camera

Ed ora la trilogia, con i racconti di Anime e voci del 1990, in cui c’è il pensiero dominante della morte partendo dalla solitudine della vecchiaia, che ha fatto dire a Leone Piccioni: “Forse c’è in Radi una minore serenità forse dovuta ai fatti della vita, ma per noi lettori quanto successo a Radi è un bene, perché, appunto, la sua pagina ha preso un altro spessore, una diversa profondità, uno struggente attaccamento al paesaggio, una dimensione poetica più intensa”.

Nel 2005“Luci del tramonto” – 52 riflessioni su aspetti della quotidianità –  15 anni dopo, secondo lo stesso Piccioni allorché “Radi guarda alla vita e alla morte con più distacco ma certi dubbi risorgono e Radi non li nasconde anche se li risolve in una rinnovata fede”. Le energie spirituali assumono una nuova vitalità, la Fede penetra come non mai tutte le apparenze, attraversa il muro del dubbio, appare una vittoria della volontà”. 

Premette una riflessione accorata: “Alla mia età tutto sembra precario, si ha l’impressione di vivere una vita aggiunta. La tentazione è di scomparire, di nascondersi; lo sguardo non si posa su orizzonti lontani, si rivolge alle cose più vicine che sono diretta proiezione di sé. I bisogni si riducono all’essenziale, la preoccupazione è di non turbare il fragile equilibrio metabolico. A mano a mano che il corpo perde elasticità ed efficienza e si trasforma in un cumulo di acciacchi, l’anima che ne è prigioniera scalpita per conquistare l’arcano”.

Ed ecco, a risollevarlo,  la ripresa volitiva: “Le energie spirituali assumono una nuova vitalità, la Fede penetra, come non mai,  tutte le apparenze, attraversa il muro del dubbio, appare una vittoria della volontà”.

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2001

In primo piano torna l’amore: “L’amore è un mistero che nessuno riuscirà mai a svelare; lo cerco, lo possiedo, ma non so proprio cosa sia…  Noi uomini sentiamo che tutti i suoi gradi non sono sufficienti per saziarci; che siamo chiamati ad un amore più alto, a partecipare all’amore increato. Un amore che inizia quaggiù e si compie al di là del tempo”. E poi: “La vita non è il dipanarsi di un rimpianto. ‘Il tempo che passa è Dio che viene’”.

La “trilogia”, vent’anni dopo “Anime e voci”, si conclude con I giorni del silenzio, del 2010, in cui dà conto del suo ritiro spirituale in un monastero: è il più accorato e insieme il più sereno, perché “l’anima ha bisogno del silenzio, del raccoglimento, per ritrovare se stessa dopo la dispersione provocata dal dinamismo, spesso convulso ma inevitabile, che caratterizza i giorni nostri” e per “essere sottoposta a un esame severo”.

 Nei giorni del silenzio riesce a superare le angosce, a rinnovare le speranze che sembravano svanite, a sentire di nuovo l’amore vero, non quello fallace che ci rende “vittime di una fata morgana nello sconfinato deserto dell’anima nostra”. 

Cita le parole di Padre Iacopo che lo invita ad aprirsi  per essere compreso ed aiutato: “L’anima umana nasconde  degli abissi inesplorati: le ragioni ultime del male nessuno le conosce, solo Lui è in grado di individuarle e di estirparle. Anche quando ci sembra di aver toccato il fondo in verità dentro di noi si presenta ancora un abisso: esiste un infinito negativo come esiste un infinito positivo.”.  E la sua reazione nel sentirsi sollevato: “Ripresi allora coraggio. Io che da qualche tempo non sapevo più dove attingere conforto, io che avevo l’animo sconvolto, inquieto, sino a soffrirne, provai un singolare refrigerio”. Finché  può esclamare: “Mi sembrò che una ignota mano avesse aperto una breccia nel muro della mia inquietudine. Sia pur teso, avvertivo di aver ritrovato me stesso”.

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Un altro momento di vita parlamentare

Così lo giudica Attilio Turrioni: “Un libro di rara composizione che, mentre puntualizza momenti significativi del cammino umano e spirituale dell’autore, sollecita nel lettore una risposta personale altrettanto perentoria di fronte ai problemi dell’esistenza, alle ragioni ultime della fede, all’esperienza storica che ciascuno è chiamato a percorrere hic et nunc nel rapporto con gli altri, nel contributo, offerto o omesso, alla costruzione di una società più umana”.

Per questo ci siamo soffermati maggiormente su questo e sugli altri “libri dell’anima” riportando testualmente le sue intime, accorate e intense conclusioni.

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2004

Il suo messaggio politico e umano

E’ una finalità superiore, mossa da un autentico sentimento religioso, quella a cui guarda nell’introspezione di se stesso, la medesima finalità alla quale è stata rivolta l’attività politica di una vita nelle istituzioni.

Pensa che la costruzione di una società più umana possa avvenire rifiutando ogni egemonia totalizzante, perché ”l’unico moto autenticamente rivoluzionario è suscitato dalla libertà. La libertà è la forza sempre nuova che, con la scienza e la tecnica e la coscienza della crescente complessità delle relazioni sociali, trasforma la società fondata sul potere come dominio in una società consapevole fondata sul potere come servizio, come funzione dirigente”.

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Con Forlani, Malfatti, Spitella e De Poi

Le stesse azioni per realizzare ciò “hanno un limite nell’autonomia e nella libertà stessa. Come la libertà ha un limite nel coordinamento per perseguire un fine di interesse generale, è un delicato, difficile equilibrio che è facile compromettere”. 

E aggiunge: “Per questo la collettività e i singoli cittadini non possono fare a meno di un preciso sistema di garanzie, ed una delle conquiste fondamentali dell’esperienza liberaldemocratica è lo Stato di diritto al quale non possiamo rinunciare e che la nostra Costituzione ha definito in un complesso sistema di autonomie, di articolazione e divisione di poteri, anche per salvaguardare la società civile da possibili arbitri della società politica”. 

Nel messaggio per la “costruzione di una società più umana”, con i suoi profondi risvolti spirituali e religiosi, si trova  condensata l’azione politica e l’impegno civile anche a livello culturale e umano, in una tensione morale che lo ha spinto nella sua instancabile, inesausta e incessante attività di tutta una vita da protagonista e testimone del nostro tempo, ci piace tornare a sottolinearlo.

Commozione, sorriso, fino alla spettacolare e intensa “Elegia per Luciano”

Nell’incontro tutto questo aleggiava nell’aria, evocato dalle parole degli intervenuti, intervallato dal  ricordo degli spunti umoristici nei quali si è rivisto il Luciano Radi che ha sempre saputo esprimere anche una straordinaria capacità di ritrattista arguto con uno stile tutto personale, fatto di intensi addensamenti grafici che aprivano e hanno aperto al sorriso per la loro benevola forza espressiva, fino a una satira benigna, in particolare verso gli “onorevoli colleghi” e il “grappolo di tonache”.

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marzo 2005

Abbiamo detto che “hanno aperto al sorriso” perché un numero ridotto ma significativo dei suoi bozzetti arguti ha dato corpo all’aureo libretto donato ai partecipanti dalla figlia Maria Chiara, che si apre con la dedica dei nipoti Tommaso e Sebastiano, “Ciao, nonno”, due pagine intrise di commozione, nei ricordi del tempo passato con lui, e di gratitudine.

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dicembre 2005

I ricordi: “Quanti momenti di svago e di gioia, il divertimento e la gioia di stare insieme sono impressi nei nostri cuori!  La tua casa era un posto magico, dove si trascorrevano ore fantastiche ascoltando le tue storie entusiasmanti e istruttive, quasi sempre divertenti!  Quante risate quando imitavi il verso degli animali: la gallina era perfetta, vera. E quanta dolcezza nei piccoli libriccini che preparavi per noi piccoli per spiegarci  i vulcani, i dinosauri e altri fenomeni della fisica, Alternavi i tuoi ‘scarabocchi’ a  brevi, sintetiche, chiare paginette scritte! E che nostalgia per le partitelle di pallone nel campetto che avevi predisposto per noi con delle porte gigantesche  dove ci era così facile fare goal!”.

La gratitudine: “Ci hai esortato a seguire i nostri sogni, e a non scoraggiarci di fronte alle difficoltà, a mantenere sempre un sano equilibrio, a coltivare con passione i nostri interessi, ad essere aperti alle novità e impegnati a progredire, cose che tu hai fatto fino a quando ci hai lasciato. I tuoi consigli sono oggi un vero patrimonio morale e affettivo, i tuoi valori e insegnamenti, con la tua esperienza di vita, illuminano il nostro cammino”.

Parole che presentano l’altra vita, quella di nonno, di Luciano, a  coloro che lo hanno conosciuto ma non nel privato, e ai tanti che ne scoprono ora il luminoso esempio.

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Con Francesco Cossiga

La commozione alla lettura di queste parole lascia il posto al sorriso alla vista dei ritratti e schizzi grafici – oltre a onorevoli e preti anche animali e piante – veramente gustosi tanto più perché accompagnati da pagine scelte fior da fiore tra i tanti libri che ha scritto.

Si tratta di una bibliografia vasta e variegata – che abbiamo sommariamente ripercorso – dai saggi socio-politici ed economici, e anche di costume come quello sulla Televisione, ai libri di ambiente parlamentare e non solo, fino alle introspezioni più sentite e sofferte, passando per le vite dei Santi, primi tra tutti i molto amati Chiara d’Assisi e San Francesco.  Quattro filoni – saggistici, narrativi, bozzettistici, storici – che si susseguono alternandosi nella sua vita di politico molto impegnato e docente universitario, quasi un “tetra farmaco” letterario che lo sosteneva e stimolava.

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2006

Le pagine del libretto sono tratte da Umbria santa. Il segreto di san Francesco d’Assisi e Nati due volte, Buongiorno onorevole e Non sono solo, Il taccuino dell’onorevole e Anime e voci, Diario di un cane e Sotto la brace,  Luci del tramonto e Le voci del silenzio, che insieme agli altri pubblicati segnano un itinerario coerente nello stile e nei contenuti.  Ne prendiamo due  brani, sempre quanto mai eloquenti della sua straordinaria sensibilità in un’anima profondamente religiosa.  

Da “Umbria santa”: “Sul paesaggio soffia un alito di infinito. Lo spirito viene rapito, ci si sente sospesi, si avverte di essere nel vestibolo dell’Eterno. L’Umbria non è dunque un paese di rimembranze, un grande museo di reperti che evocano emozioni di cose morte; non è la memoria di un mondo che fu. l’Umbria è viva. I suoi ulivi sussurrano, suscitando misteriosamente la facoltà di tradurre in pensieri silenzi e vibrazioni, L’Umbria, dalla profondità dei secoli, ancora insegna come elevarsi per lambire il divino. E’ davvero il paese dell’anima: consente di sottrarsi al disagio del convulso andare del tempo e di gustare il senso sapido della vita”.

Da “Non sono solo”:  con il titolo “A Sua immagine”: “Siamo a Sua immagine non per il nostro corpo, ma per la nostra capacità di amare, di comprendere l’amore, di amare l’Amore. E gli uomini amano perché in essi Dio ha messo il principio di Se stesso, la Sua vita. Siamo stati creati ad immagine di Dio perché in noi Egli si specchia, Egli abita. E ciò è vero per un cristiano, ma anche per un buddista, un musulmano, un miscredente. Egli è amore: se sei capace di amare , anche se lo ignori, Egli abita in te, Egli è con te”.

Alcune sue pagine, unite alla musica, hanno dato vita alla parte spettacolare della manifestazione, nella quale ha assunto speciale risalto la sede, l’Oratorio del Crocifisso, situato nella zona della corporazione degli artigiani delle funi, per cui la chiesa era detta “delli Funari”. Una storia alle spalle in  un gioiello architettonico e artistico cinquecentesco con molti interventi nel ‘600 e ‘700, il culmine nella volta affrescata, è chiamato “La Sistina del Barocco”.

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La cordialità dei suoi incontri ufficiali

L’”Elegia per Luciano”  è stata recitata da Carlo Dalla Costa, del Teatro Stabile dell’Umbria,  quasi a voler rievocare i suoi inizi teatrali: ha letto brani dai suoi libri. Una voce narrante intensa, che ha reso con sobrietà e immedesimazione le volute verbali di testi ispirati, citiamo solo l’inizio delle quattro suggestive evocazioni.

Umbria Santa:“In Umbria ogni colore si fonde in un azzurro e in un verde, dimessi e velati: un annuncio di umiltà e di mistero. Le colline si stringono l’una sull’altra, consegnando al cielo ricamati profili e alla campagna, tenui giochi d’ombra…”.

 Sotto la brace: “Sono belle le foglie che cadono ai primi annunci dell’autunno, sembrano farfalle ubriache di vento: le loro volute disegnano nell’aria geroglifici capricciosi dettati dalle folate che scendono dalle  colline. La natura, contrariamente a quanto facciamo noi, all’approssimarsi del freddo si spoglia e gli alberi perdono  rapidamente i loro multicolori mantelli. Gli alberi nudi mettono nell’anima un senso di melanconia…”.

Non sono solo: “Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. Non avevo mai pensato  al vero significato di  questa sorprendente affermazione biblica. Abituati come siamo a vedere rappresentato il Padreterno come un vecchio barbuto, ho sempre ritenuto, senza rifletterci, che il Creatore avesse barba e capelli come me. Oggi questa immagine mi dà fastidio. Lui, infinito, onnipotente, onnisciente, non può essere  pensato come un Superuomo”.

 Luci del tramonto:“E’ una bella giornata di sole che mi regala splendidi colori e un paesaggio che solo l’Umbria può offrire… mi attraggono sempre più le luci dei tramonti  … Certo la parabola della vita  si svolge inesorabilmente dalla nascita alla morte, dalla giovinezza alla vecchiaia. La giovinezza è un soffio di entusiasmo e di illusioni, la maturità non si sa che cosa sia, la vecchiaia è una corsa verso il traguardo con una insostenibile somma di omissioni e di tradimenti. C’è però un’altra parabola che segue il cammino opposto: dalla vecchiaia alla giovinezza, dalla morte alla vita.”

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2010

Tra una evocazione letteraria e l’altra – nella sua maestria descrittiva unita alla profondità di contenuti –  le volute musicali del Quartetto d’archi UmbriaEnsemble”  – con i due violini, Angelo Cicillini e Cecilia Rossi, la viola e il violoncello, Luca Ranieri e Maria Cecilia Berioli – che ha suonato musiche di Samuel Barber, Wolfgang Amedeus Mozart e Pietro Mascagni.

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Alla presentazione di un suo libro

Il finale è stato l’Intermezzo dalla “Cavalleria rusticana”, in un insieme  di emozioni musicali che ha dato corpo alla definizione di Platone, citata nel programma del Quartetto:”La Musica dà anima all’universo, ali al pensiero, slancio all’immaginazione, fascino alla tristezza, impulso alla Vita e gioia a tutte le cose… Ma potremmo aggiungere che la Musica dà voce ai messaggi chiusi nelle metaforiche bottiglie della memoria che attraversano l’oceano del tempo più o meno remoto”.

Ebbene, proprio questo si è “sentito” profondamente durante l’”Elegia per Luciano”, ed è rimasto nel cuore di tutti: dalle “bottiglie della memoria” è riemersa la nobile figura di Luciano Radi, e l’”oceano del tempo” si è dissolto in una presenza viva e vitale, virtuale ma quanto mai vicina.

2011

La conclusione con due nobili messaggi

Il nostro racconto dell’incontro celebrativo del centenario, con un approfondimento dell’unicità della sua figura a livello politico, culturale e umano, si conclude riportando due messaggi dai contenuti e dai toni di alta nobiltà. 

Antonio Baldassarre, Presidente emerito della Corte Costituzionale, dopo l’incontro del 15 ottobre a cui ha partecipato, ha trasmesso queste parole alla figlia Maria Chiara: “Ti  ringrazio della bella giornata dedicata alla memoria del tuo splendido papà, che ho avuto la fortuna di conoscere e di averlo amico. E’ stato bello perché è stato un ricordo a tutto tondo: il grande mediatore politico, lo scrittore attento ai mutamenti del costume e il sensibile narratore dell’intimità dell’uomo. Il tutto con la struggente melanconia della musica camerale. Una bella esperienza spirituale”.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo messaggio, letto dall’ambasciatore Foresti in apertura dell’incontro, ha usato parole e soprattutto espresso sentimenti che danno la misura del ricordo, dell’alta considerazione per la sua figura e della gratitudine per la sua opera.

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Alla presentazione in Parlamento del governo Forlani
in cui è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio

“Uomo di grande umanità e cultura, con una grande passione per la politica, con un forte legame con il territorio, Luciano Radi, in tanti anni di attività, ha espresso una idea di progresso nella libertà, portando avanti le sue idee con determinazione, assumendo sempre come obiettivo gli interessi della comunità. Esponente politico di rilievo, uomo delle istituzioni, ha attraversato la storia della nostra Repubblica con coerenza e correttezza, sia nei numerosi incarichi di governo, sia all’interno dell’esperienza del suo partito, la Democrazia Cristiana.  Intellettuale, scrittore, autore sia di saggi politici e socioeconomici sia di scritti di vita sociale e religiosa, Radi ha interpretato, a partire dall’Umbria, il divenire di un Paese. 

Invio a tutti i presenti i migliori auguri di buon lavoro, nella convinzione che il suo messaggio permanga quanto mai prezioso”.

Meglio non si poteva dire, per suggellare questa celebrazione.

Il nostro commosso saluto

Aggiungiamo soltanto poche parole nel ricordo di più di un quarantennio di feconda condivisione e sodalizio intellettuale. Dei nostri continui contatti ci sono rimasti impressi due aspetti, che ci sembrano molto significativi. Il primo è la totale apertura nel condividere con noi – cercando anche un proficuo confronto – le nuove tematiche che stava approfondendo per trasmettere poi i risultati delle sue ricerche pubblicandoli, sempre nell’ottica di risolvere i problemi per il bene comune e far conoscere le soluzioni che cercava con lo scrupolo del ricercatore portandole poi avanti con la volontà  realizzatrice del politico.  Il secondo aspetto, speculare al primo, è invece l’assoluta riservatezza nei nostri riguardi sulle sue riflessioni interiori, i “libri dell’anima” ce li ha donati con dedica,  a sorpresa,  sempre dopo la pubblicazione, neppure un benchè minimo accenno prima, ulteriore prova della loro struggente autenticità nel riserbo assoluto quando si ripiegava su se stesso.

 Con l’ammirazione dopo la rievocazione compiuta, nella forte emozione per questa sua interiorità così riposta e sofferta, ci accommiatiamo commossi con un nostalgico, memore,  “Ciao, Luciano”.

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Luciano Radi, commiato

Info

L’incontro in omaggio a “Luciano Radi, il suo messaggio politico e umano”, si è svolto a Foligno, nell’Oratorio del Crocifisso, largo Frezzi, il 15 ottobre 2015 alle ore 17. Cfr. i nostri precedenti articoli pubblicati in questo sito nel 2019, a cinque anni dalla sua scomparsa: “Luciano Radi ricordato con una sua opera, l’incontro tra ‘Francesco e il Sultano 800 anni fa” 6 giugno; “Luciano Radi, ‘Potere democratico e forze economiche’” 9 giugno; “Luciano Radi, ‘’i libri dell’anima’, l’umanità e la fede di una ‘personalità limpida’” 11 giugno; “Luciano Radi, protagonista e testimone del nostro tempo”, 13 giugno, “Luciano Radi, il mio ricordo” 15 giugno.

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Luciano Radi, “A Sua immagine”

Foto

In apertura, Luciano Radi, poi L’invito, con l’aureo libretto-ricordo per i partecipanti. Seguono 5 immagini sulla manifestazione, 3 foto dell‘Oratorio del Crocifisso, “la Sistina del Barocco”, dove si è svolta, una visione generale e due particolari  – lo spettacolare affresco nel soffitto e un angolo suggestivo – tratte dal sito web dell’Oratorio; 2 foto sull’incontro, una con Giuseppe De Rita nel corso della sua  testimonianza al centro della rievocazione, alla sua dx l’ambasciatore Paolo Foresti, l’altra uno scorcio della sala con i partecipanti, tratte dal sito web perugiatoday, che si ringrazia, come l’altro sito citato. Nelle immagini successive sono alternate le copertine di alcuni suoi libri, inserite in ordine cronologico,  con momenti della sua vita politica, l’alternanza dell’intera sua esistenza: due libri, entrambi del 2005, marzo e dicembre, su un tema politico e uno interiore, dopo il libro del 2004 sulla storia di un santo, sono posti in successione ad evidenziare l’alternanza anche delle tematiche dei suoi libri, a partire dal 1969 e 1970. I libri, di cui sono riprodotte le copertine, sono  Potere democratico e forze economiche 1969 e Nati due volte 1970, Buongiorno, onorevole 1973  e La talpa rossa 1979, Non sono solo 1984 e Il Taccuino dell’onorevole 1985,  Anime e voci 1990 e Diario di un cane 1993, San Francesco e gli animali ottobre1999  e Sotto la brace novembre 1999, Umbria santa 2001 e San Nicola da Tolentino 2004,  La DC da De Gasperi a Fanfani marzo 2005 e Luci del tramonto dicembre 2005, Francesco e il Sultano 2006 e I giorni del silenzio 2010, infine Il mantello di Garibaldi 2011. Le immagini della sua vita politica, meno due, sono riprese dai nostri articoli del giugno 2019 sopra citati, a cui si rinvia per i siti web da cui sono tratte, si ringraziano di nuovo i titolari per l’opportunità offerta; le due aggiunte –  quella alla Camera Italiana di Alta Moda e quella con Guido Carli – sono tratte dal sito del Quirinale e da MSN, a cui si estende il nostro ringraziamento. Non  vi è alcun intento pubblicitario o economico nel loro inserimento a mero scopo illustrativo, pronti a eliminare subito, su semplice richiesta, le immagini di cui i titolari non gradiscano la pubblicazione. Le immagini della vita politica sono: Con Scelba, Fanfani e Rumor e Con Fanfani, in visita a Dottori;poi, Con Gava e Scalfaro e Da Presidente della Camera Italiana di Alta Moda, a dx Giovanni Leone;  Con Fanfani e Pertini a una cerimonia sulla CEE e Con Pertini all’inaugurazione della mostra per il centenario di Garibaldi; Con Guido Carli e Con la presidente della Camera Nilde Iotti nella cerimonia del ‘ventaglio’; Alla visita del presidente del Senato australiano e Con una delegazione tedesca da Questore della Camera; Un altro momento di vita parlamentare e Con Forlani e Malfatti, Spitella e De Poi; Con Francesco Cossiga e La cordialità dei suoi incontri ufficiali; Alla presentazione di un suo libro el’ultima Alla presentazione al Parlamento del governo Forlani di cui è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Infine una sua opera grafica, tratta dall’aureo libretto dato ai partecipanti,Luciano Radi, A Sua immagine, di grande intensità, a differenza delle altre scherzose  nel libretto e nei libri di grafiche, e la sua foto sorridente, Luciano Radi, commiato; in chiusura, Piazza della Repubblica nella sua Foligno, i due edifici-simbolo.

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Piazza della Repubblica nella sua Foligno, i due edifici-simbolo

I favolosi anni ’60 e ’70 a Milano, 2. Dal “Nuclearismo” a “I mondi della nuova comunicazione”, all’Auditorium della Conciliazione

di Romano Maria Levante

Si conclude la nostra visita alla mostra  “I favolosi anni ’60  e ’70 a Milano”, all’Auditorium della Conciliazione a Roma, dal  27 settembre al 20 novembre 2022 , promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, presidente Emmanuele F. M. Emanuele,  realizzata  da “Poema” in collaborazione con “Auditorium della Conciliazione”,  curata da Lorenzo ed Enrico Lombardi come il Catalogo di Gangemi Editore”. Dopo aver descritto in precedenza  la sezione lo “Spazialismo”, passiamo in rassegna le restanti sezioni: “Nuclearismo e Astrazioni”, “Nouveau réalisme tra Italia e Francia”, “Nei mondi della nuova comunicazione”. Esposte 36 opere di 24 artisti più un filmato.

Arman, “Senza titolo”, 2002

Al  Manifesto Tecnico degli “Spazialisti” del 1951 – il movimento di cui abbiamo parlato in precedenza a proposito della prima sezione della mostra – seguì il Manifesto Tecnico della “Pittura Nucleare” con un’impostazione molto diversa anche rispetto alla recentissima corrente che dava allo spazio un contenuto del tutto innovativo. Con inizio negli anni ’50, in pieno dopoguerra, i due decenni successivi videro gli artisti collocati in schieramenti definiti ma non esclusivi, per cui ne ritroviamo molti aderire a diversi manifesti, come quelli dello Spazialismo e della Pittura Nucleare.

Si incontravano nel Bar Jamaica, divenuto il loro ritrovo, anche con letterati e artisti stranieri, mentre Milano era divenuta una città d’arte di richiamo internazionale. L’evoluzione era talmente rapida sotto la spinta di una forte inquietudine creativa che veniva superato addirittura anche l’informale per una smaterializzazione dell’arte con delle sculture “immateriali”.  Ma il consumismo di massa – che rappresentava una vera e propria rivoluzione nei costumi e nella vita della società – riportava alla realtà come si presentava nella standardizzazione crescente; l’arte si poneva in direzione  critica nei confronti di questa tendenza inarrestabile, come nei confronti della commercializzazione sempre più spinta. Finché la forza del mercato ebbe la prevalenza anche in campo artistico, e allora –  dopo il successo della Pop Art americana alla Biennale di Venezia del 1964 – al centro della scena subentrò New York rispetto a Milano e  Roma, oltre che Parigi, in termini prettamente economici, perché a Milano si continuò a sperimentare attivamente.

Le tre sezioni della mostra che commenteremo – dopo la prima sullo Spazialismo di cui abbiamo già dato conto –  danno testimonianza della spinta innovativa che proseguì nei “favolosi anni 60 e ‘70” a Milano: “Nuclearismo e Astrazioni”, “Nouveau  réalisme tra Italia e Francia”,  “Nei mondi della nuova comunicazione”.  

Piero Manzoni, “Merda d’artista”, 1961

“Nuclearismo e Astrazioni”

Le 5 opere di 4 artisti esposte in questa sezione evocano un movimento che, come lo Spazialismo, vuole innovare profondamente nei canoni fino ad allora seguiti rivedendo anche gli archetipi della pittura e dell’arte. I Nuclearisti addirittura non si limitano a intervenire sulla tela come gli Spazialisti con i quali condividono la lotta contro l’accademismo: nel  loro Manifesto si legge che “vogliono reinventare la pittura disintegrandone le forme tradizionali”. Ed ecco come: “Nuove forme dell’uomo possono essere trovate nell’universo dell’atomo e nelle sue cariche elettriche”. Ecco perché: “Non siamo in possesso della verità che può essere trovata solo nell’atomo. Siamo coloro che documentano la ricerca di questa verità”.

In sostanza, si postula l’uscita dalla fisicità pittorica della tela – in modo diverso da Fontana ma con analoga motivazione – come dalla fisicità scultorea della materia per cercare altre prospettive dell’arte rivedendo i rapporti tra luce ed energia, materia e movimento.  E questo nel progredire dell’attività del movimento con un’azione antistilistica che respingeva ogni imitazione oggettiva e ogni necessità di rappresentare la realtà.

Nel “Manifesto contro lo stile” del 1959 con cui, in una certa misura, culmina e si esaurisce il Nuclearismo,  Baj e D’Angelo scrivono:  “L’ultimo anello della catena sta per essere oggi distrutto. Noi nucleari denunciamo oggi l’ultima delle convenzioni – lo stile… Noi affermiamo l’irripetibilità dell’opera d’arte, e che l’essenza della stessa si ponga come ‘presenza modificante’ in un mondo che non necessita più di rappresentazioni celebrative ma di presenze”. In definitiva,  con l’antistile venivano abbattuti i luoghi comuni per la completa liberazione dell’arte, andando ben oltre quanto  avevano fatto per liberare la pittura l’impressionismo rispetto ai soggetti convenzionali, il cubismo e il futurismo rispetto all’imitazione oggettiva, l’astrattismo rispetto alla rappresentazione: ci si liberava anche dello stile.

Mimmo Rotella, “Tupamaros”, 1988

Numerosi gli artisti che fecero parte di questo movimento, alcuni di loro, Baj in primis, li ritroviamo in altri movimenti e altre sezioni della mostra, a conferma del clima fortemente innovativo dell’area milanese. Anche in questo caso si inizia dagli anni ’50, che sono stati gli apripista dei due decenni successivi, come si è già detto, proprio per gli stimoli del dopoguerra.

La  prima opera che vediamo esposta è del 1951, “Spirali” di Roberto Crippa, molto significativa perché il groviglio di fili neri sembra evocare gli elettroni che ruotano intorno al nucleo dell’atomo, potrebbe essere considerata la sigla visiva dei Nuclearisti. L’artista nel 1950 fu uno dei firmatari del terzo  Manifesto dello Spazialismo con  Lucio Fontana di cui era amico, ma dal 1955 si dedicò ad opere polimateriche, prima con dipinti, poi utilizzando materiali come ferro, bronzo, acciaio, dal 1960 amianto e sughero. .

Degli anni ’70, anzi del 1970, troviamo 2 “Senza titolo”, una di Sergio D’Angelo e l’altra di Gianni Dova. Hanno in comune anche la modalità rappresentativa, delle forme ben delineata, la prima sembra un coniglio dietro a  una distesa di panni, la seconda ha delle forme tonde e lineari molto nette, blu e bianche. Di D’Angelo è esposta anche un’opera degli anni ’90, “Suono di arpa”, con delle forme indubbiamente evocative. L’artista faceva parte del gruppo che dalla metà degli anni ’50 frequentava Albissola per gli Incontri internazionali di ceramica e le altre occasioni legate anche alla scultura per l’importanza assunta dalla città ligure nella ceramica.

Così in “Figure”, del 1978, di Emilio Scannavino, su fondo rosso due strisce bianche con infilato un groviglio di fili o simili. Il nodo stilizzato, in diverse forme e colorazioni fino al rosso sangue, viene considerato  un suo segno caratteristico.

Daniel Spoerri, “Tableau plegé”, 1972, part.

“Nouveau réalisme tra Italia e Francia”

Entrano sulla scena  nuove avanguardie, il clima artistico muta negli USA con il New Dadaism e in Francia  il “Nouveau Realisme”, che tenne a Milano la prima mostra nel 1960 nella Galleria Apollinaire. Risposero all’invito di Pierre Restany, a capo del gruppo,  Arman e Hains, Deufrene e Villeglé, Tinguely e Klein che già aveva esposto nella stessa galleria tre anni prima  dove aveva conosciuto Piero Manzoni; in seguito entrarono nel gruppo altri artisti quali Raysse e Cesar, Christo e Nike de Saint Phalle, Spoerri e Rotella, fino a Deschamps,

Nella diversità delle forme espressive questi artisti avevano in comune, come si legge nel Manifesto scritto da Restany, il “riciclaggio poetico del reale urbano, industriale, pubblicitario”. E con il forte sviluppo economico e  lo sviluppo il consumismo di massa stimolato dalla pubblicità gli stimoli non mancavano. In pratica venivano realizzati degli assemblaggi di materiali spesso di risulta che si traducevano in sculture d’avanguardia a testimonianza della realtà in evoluzione.

Di Arman vediamo esposta un’opera espressiva di quel periodo anche se molto successiva, “Senza titolo” 2002,  una “accumulazione di  tubetti e sassofono tagliato, montato su tela, riportato su tavola”, si legge nella didascalia, i tubetti bianchi e aperti sopra, il sassofono diviso a metà sotto al centro, tutto realistico. In altre opere utilizza frammenti o pezzi interi di oggetti di uso comune, quali chiavi , forchette e coltelli. Anche Cesar, le cui opere non sono presenti in mostra, utilizzava pezzi di oggetti, addirittura di carcasse di automobili compresse fino a comporre delle sculture.

Enrico Baj, “Personaggio”, 1980

Ed è altrettanto realistico David Spoerri, nel “Tableau Pegé” 1972, con una ventina di “oggetti diversi su pannello”, piatti e tazzine, posate e una bambola, perfino un portacenere con sigarette consumate, tutto molto figurativo. Suoi i “quadri-trappola”, con oggetti incollati su tavole.

Ma con Piero Manzoni  si va ben oltre, il suo “Merda d’artista” 1961, vuol essere la contestazione al sistema intorno alle opere d’arte, che non vengono considerate per il valore ma soltanto per la provenienza dall’autore che le ha create, e diventano d’arte solo per questo motivo. Inscatolò le proprie feci in 90 barattoli di 30 grammi, 6,5×4,5 cm, indicando la data del maggio 1961 in cui era stata “conservata al naturale, prodotta e inscatolata”,  e i suoi barattoli diventarono opera d’arte venduti allora  a peso d’oro dei 30 gr di contenuto, e lo sono tuttora, basti pensare che il barattolo n. 69  è stato venduto il 6 dicembre 2016 all’asta della galleria milanese “Il Ponte” per 275.000 euro, superando i 247.000  euro  della vendita del 16 ottobre dell’anno precedente all’asta londinese di Christie’s.  Anche Marcel Deshamps ebbe una esperienza analoga, i suoi “Ready made” – oggetti in vendita semplicemente tolti dalla loro funzione abituale – esposti come opere d’arte divennero tali per la loro provenienza da lui artista. Di Piero Manzoni vanno ricordate soprattutto le sculture immateriali, fatte solo di aria e di linee verso l’infinito in degli astucci, come ricorda Alberto Dambruoso. Sono opere in cui ha superato l’informale,  che era diventato pura accademia riducendosi a una superficie su cui venivano apportati segni alla rinfusa, materie di vario tipo, concrezioni di colore,  e il tutto diventava opera d’arte solo per la firma dell’artista; come ha provato con la sua provocazione. Scomparve prematuramente nel 1983 a soli 30 anni.

Con Mimmo Rotella incontriamo un altro caposcuola, che partecipa anche al gruppo romano della Scuola di Piazza del Popolo,  di lui sono esposti 2 “decollage” di piccolo formato, “Senza titolo”, circa 1955, su faesite, pezzi di colore giallo in varie tonalità fino all’arancione,  e “Tupamaros” 1988, su tela, con i contorni in nero di un revolver su fondo bianco e parti incollate rosso e arancio, in evidenza grandi lettere con il nome del gruppo rivoluzionario. Rotella è rinomato soprattutto per i pezzi di manifesti, cartelloni stradali e locandine di film strappati e incollati su tela o tavola.

Valerio Adami, “Studio per professione pittore”, 1974

“Nei mondi della nuova comunicazione”

La 4^ sezione della mostra  fa entrare ulteriormente in quella straordinaria temperie artistica che sono stati gli anni ’60 e ’70 a Milano, alimentata dalle suggestioni provenienti da una comunicazione quanto mai invasiva, espressione degli straordinari  mutamenti in atto nella società che da agricola diventava industriale e dei servizi, con il consumismo crescente e gli stimoli conseguenti sempre più penetranti della pubblicità, non escluso lo “star system” e simili. Abbiamo già sottolineato come rispetto alle avanguardie degli altri paesi – Pop Art americana in testa – nelle forme d’arte innovative sempre più diffuse che nascono nell’ambiente milanese non sono mancati i legami con il ricco entroterra culturale e artistico del nostro paese.

Dopo gli “Spazialisti”, i “Nuclearisti”,e i “Nuovi realisti”, ecco gli artisti che maggiormente riflettono gli stimoli della “Nuova comunicazione”, con espressioni molto diverse tra loro, nella  comune la volontà di innovare ma senza rinunciare a quanto di positivo in questa direzione era stato portato dalle  forme d’arte italianissime che sono state il Futurismo e la Metafisica.

Emilio Tadini, “Archeologia”, 1973

La rassegna espositiva di questi artisti – per i quali le citazioni che faremo si riferiscono a Lorenzo Canova  –  si apre con Enrico Baj, celebre per i suoi generali messi alla berlina nella loro goffa bulimia del potere: questo artista, presente in vari gruppi di avanguardia, oltre ai potenti generali ritrae con pari ironia principesse di regni spariti. Non solo ma –  come scrive il critico ora citato – “i generali di Baj possono allora trasformarsi così negli ultracorpi che insidiano pin-up da rivista illustrata o che minacciano Adamo ed Eva come angeli della collera divina riletti in modo grottesco e provocatorio”. L’artista utilizza immagini commerciali e da film fantascientifici creando un immaginario dissacrante rispetto alla tradizione. Sono esposti “Animale” 1062, un collage su cartone con un grande occhio in una specie di fiocco in primo piano su uno sfondo con le sagome disegnate di meccanismi; e “Personaggio”, 1980 un grande volto rosa con venature bianche, in cui gli occhi sono oggetti circolari, la bocca un oggetto rettangolare e il naso della passamaneria, l’effetto dell’insieme è di una ironia peraltro leggera.

Valerio Adami, dopo una prima fase di natura espressionista e poi addirittura astratta, si impegna nel recuperare la figurazione ma non riferendosi alla tradizione bensì al fumetto e agli altri portati della Pop Art americana. Le sue opere sono di un cromatismo netto  brillante senza chiaroscuri di alcun tipo, i suoi personaggi evocano appunto quelli dei fumetti ma con una assoluta purezza di linee, anche per essere stato allievo di Achille Funi all’Accademia  di Brera a Milano.  L’opera esposta, “Studio per professione pittore” 1974, ha la stessa precisione cromatica delle altre sue opere ma appare enigmatica, senza le predilette figurazioni umane.

Lucio Del Pezzo, “L’oro era oro”, 1966

Ben diversa l’opera esposta di Sergio Sarri, “Baroness Steel n. 2” del 1973, sebbene l’ultimo riquadro nella parte inferiore sia proprio un fumetto con due giovani donne, una lega l’altra tenendole le braccia da dietro; il resto del collage su tavola è costituito da due immagini uguali ma di dimensioni diverse di “punching ball” che coprono a metà la figura di un pugile, al centro due corde arancione tese su un supporto metallico, terminano con due ganci lasciati liberi. In un unico schema compositivo la “contaminazione tra fumetto BDSM e classicità, tra la freddezza degli oggetti e la loro capacità allusiva”, quella del punching ball è una “sessualità allusa  e feticistica”.  

Di 5 artisti sono esposte più opere, li passeremo in rassegna avviandoci  alla conclusione.

Anchenelle opere di Emilio Tadini  ci sono “spazi nitidi e irreali, percorsi dalle apparizioni di manichini, oggetti, parole e supereroi”, ma il suo “stile rigoroso e impeccabile si arricchisce di un senso più profondo, ritrovando nelle suggestioni metafisiche la presenza enigmatica degli oggetti quotidiani e dei corpi senza volto”; e riferimenti filosofici, artistici e letterari mossi dalla sua attività di critico d’arte  e scrittore parallela a quella di artista. I 2 acrilici su tela, “Archeologia” 1973, e “Natura morta” 1986, mostrano il primo 3 oggetti sospesi a fianco di una figura senza volto, il secondo forme bianche come panni stesi su una corda e una etichetta.

Ugo Nespolo, “Sun Flower”, 1995

Lucio del Pezzo esprime appieno la fusione tra elementi Pop e una visione con riferimenti classici, rinascimentali e metafisici, in assemblaggi tridimensionali dove sono unite figure ed elementi geometrici: “Del Pezzo, in modo pioneristico e tattile, ha reso infatti tridimensionali molti elementi tratti dalle opere di de Chirico, come asticelle colorate, palle, triangoli, volute, ma anche certi segni ermetici contenuti nelle sue opere della Metafisica a Parigi e a Ferrara, estraendoli e rimodulandoli all’interno del suo codice formale  dove incasella con perfezione numerica bersagli, piramidi e obelischi”. Lo vediamo nelle 3 opere esposte: la scultura “Navi russe” 1968, una colonna con 7 piani che recano oggetti tra cui un’ancora e una piramide, “L’oro era oro” 1968,  una piramide in primo paino a sinistra. e altre in lontananza a destra, in mezzo due misteriose forme bianche con fregi e altro, “Il ritorno di Giseh” 1983, la piramide in alto, un obelisco e un zig zag in basso.

Con Bruno Di Bello e Fabrizio Plessi entriamo direttamente nelle comunicazione. Bruno Di Bello  riproduce particolari ingranditi di reportage presi da settimanali quali “L’Espresso” e “Life” nelle sue opere intitolate “Copia dal vero”, mentre non copia il vero ma la sua versione fotografica. Nel suo “Senza titolo” 1962, uno smalto su carta applicata su tela in un colore rosso arancio, vediamo delle file orizzontali di lettere A intervallate a delle O. Gli anni ’70 lo vedono impegnato a scomporre e ricomporre le parole.  L’altro “Senza titolo” 1973 esposto, una tela fotografica mostra 20 riquadri ombreggiati con dei segni di lettere e altro.

Fabrizio Plessi va ancora oltre nel percorso comunicativo, avvalendosi delle nuove tecnologie, soprattutto del video, rendendo dinamiche immagini fotografiche, lo vediamo nell’opera esposta “Disegno/  movimento +a tempo, 1973 . su carta, gambe di ragazza in movimento che ricordano la “Ragazza che corre sul balcone” di Balla. Sul movimento farà ricerche che lo porteranno a realizzare videosculture tridimensionali, anche con ispirazione classica. L’altra sua opera esposta, “Senza titolo” 1963 è  anteriore, la forma ricorda un volto quasi da robot, freddo senza umanità.

Sergio Sarri, “Baroness Steel N. 2“, 1973

L’opposto troviamo in Ugo Nespolo, con 2 opere esposte, un esplosione di vita nei colori brillanti e nelle forme eclatanti, che rimandano al Futurismo di cui è stato conoscitore e in una certa misura continuatore, anche nella visione che spazia dalla pittura alla scultura, dall’installazione al  cinema, dal design alla pubblicità in un concetto di “opera aperta”: “Ha fuso dunque i suoi riferimenti colti all’immaginario pop, le sue visioni contemporanee alla grande tradizione rinascimentale …. Realizzando opere coloratissime dove le immagini compiono un percorso sospeso tra l’immediatezza dei mass media e il filtro della memoria, evocando numeri quasi futuristi  e attraversamenti di musei segnati dai capolavori dell’arte mondiale”.  I numeri futuristi in un trionfo di colori li troviamo in una delle due opere in acrilico su legno esposte, “My numbers” 2017, mentre  nell’altra opera,  “Sun flowers” 1995, al trionfo cromatico si aggiunge l’irraggiamento,

Ma  di Nespolo è anche la sorpresa finale, del 1967, un Filmato sonoro di 16 mm, 25’,  con Lucio Fontana. Enrico Baj, Renato Volpini, gli artisti amici, protagonisti autoironici di una breve storia scherzosa, cui ha dato il titolo “La galante avventura del Cavaliere dal lieto volto”. E’ la degna conclusione di una mostra che meritoriamente ci ha riportati ai “favolosi anni ’60 e ’70 a Milano”.

Bruno Di Bello, “Senza titolo”, 1962

Info

Auditorium della Conciliazione, Roma, Piazza Pia, 1. Orario, ore 12-19 dal martedì al sabato, ingresso gratuito. Catalogo “I favolosi anni ’60 e ’70 a Milano”, a cura di Lorenzo e Enrico Lombardi, Gangemi Editore, settembre 2022, pp. 160, formato 23 x 28. Il primo articolo è uscito in questo sito il 13 novembre 2022. Cfr. i nostri articoli, per la mostra del 2011 “Gli irripetibili anni ’60”, su cultura.inabruzzo.it il 15, 20, 25 luglio 2011; per gli gli artisti citati, in questo sito, su Adami, 1, 2 gennaio 2021, Astrattismo italiano 5, 7 novembre 2012, in cultura.inabruzzo.it su Baj 23 settembre 2009 (quest’ultimo sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti su questo sito).

Photo

Sono inserite nel testo le immagini di un’opera per ciascuno dei 24 artisti espositori: in questo secondo articolo le immagini per 12 artisti di cui 4 della sezione “Nouveau réalism”, e 8 della sezione “Nei mondi della nuova comunicazione”; per la sezione “Nuclearismo e Astrazioni” le immagini sno inserite nella seconda parte del primo articolo. Le immagini sono state riprese dal Catalogo, per questo ringraziamo Gangemi Editore, tranne la 3^, “Tupamaros” di Mimmo Rotella, tratta dal sito web InsideArt, si ringrazia il titolare, pronti ad eliminarla se non è gradita la pubblicazione, peraltro senza alcuna motivazione economica ma solo illustrativa. Per la sezione “Nouveu réalisme tra Francia e Italia”, in apertura,

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Fabrizio Plessi, “Disegno / movimento + tempo”, 1969

I favolosi anni ’60 e ’70 a Milano, 1. Lo “Spazialismo”, all’Auditorium della Conciliazione

di Romano Maria Levante

Tornano  gli “irripetibili anni 60”  insieme al decennio successivo  nella mostra “I favolosi anni ’60   e ’70 a Milano”, all’Auditorium della Conciliazione a Roma, dal  27 settembre al 20 novembre 2022 , promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, presidente Emmanuele F. M. Emanuele,  realizzata da “Poema” in collaborazione con “Auditorium della Conciliazione”, curata da Lorenzo ed Enrico Lombardi . Sono esposte 36 opere  di 24 artisti in 4 sezioni, conclude un filmato.  Catalogo  di Gangemi Editore”  curato, come la mostra, da Lorenzo ed Enrico Lombardi.

Lucio Fontana, “Studi per Concetto spaziale”, 1949-51

Una mostra con motivazioni e contenuti quasi… autobiografici per l’ideatore e promotore, il presidente Emmanuele F. M. Emanuele che,  nell’introduzione del Catalogo,  ricorda come negli anni ’60 nei suoi continui spostamenti per lavoro tra Roma e Milano frequentava assiduamente gli  ambienti artistici milanesi, in particolare Brera e il “Bar Jamaica”, luogo di ritrovo degli artisti di Milano che incarnava “i valori della modernità. Spinto dal boom economico, il capoluogo lombardo si trovò improvvisamente a  vivere un irrefrenabile fermento culturale, caratterizzato da una forza progettuale senza precedenti e dalla voglia di lasciarsi alle spalle in maniera definitiva gli orrori della guerra”. In tal modo divenne “il fulcro dell’Avanguardia internazionale in cui prendevano forma movimenti e tendenze”, in sintonia con ciò che si muoveva in ambito europeo, con particolare riguardo a Francia, Belgio, Inghilterra. A Roma, invece, dove  Emanuele viveva, “si respirava il clima di leggerezza e bellezza proprio del territorio, e la città era protagonista di una esaltante stagione in cui la cultura di massa incideva non solo nel contesto socio-culturale, ma anche nell’ambito della creatività e della comunicazione contemporanea”. Gli artisti romani, anche per “lo speciale rapporto della Capitale con gli Stati Uniti, alimentato dal boom del cinema che fece di Cinecittà la “Hollywood sul Tevere’”, erano maggiormente in dialogo con la Pop Art americana.

Enrico Castellani, “Senza titolo”, 1967

Da questa esperienza sono nate le due recenti mostre,  questa del 2022 su “I favolosi anni ’60 e ’70 a Milano” e la mostra del 2021 nella galleria “Monogramma” in via Margutta su quella che fu chiamata la “Scuola di Piazza del Popolo” a Roma, citata dal presidente Emanuele; aggiungiamo  la grande mostra del 2011 a Palazzo Cipolla della Fondazione Roma sugli “Irripetibili anni ‘60”, da lui stesso promossa, come si manifestarono a Milano e Roma, le dedicammo tre articoli, da Fontana a Marconi, dalla monocromia alla Pop Art fino alla “nuova scultura”, partendo anche allora dai ricordi del presidente sulle due realtà artistiche vissute direttamente.

Emanuele fece parte del movimento della “Patafisica” con Virgilio Dagnino e Paride Accetti e divenne grande amico di Ugo Nespolo, l’artista eclettico che si è espresso in vari settori  cui nel 2016 la Fondazione Terzo Pilastro Internazionale da lui presieduta ha dedicato la mostra antologica “That’s Life” a Catania.

Agostino Bonalumi, “Bianco”, 1976

La  peculiarità dei “favolosi” anni ’60 e ’70 e degli “irripetibili” anni ‘60

Ma qual è stata la straordinaria peculiarità di questa stagione di anni “favolosi” e “irripetibili”?  Possiamo definirla una ventata di modernità che ha investito l’intera società nel dopoguerra – a partire dalla metà degli anni ’50  considerati gli antesignani  degli sviluppi  successivi – e non solo le arti visive ma anche la musica e la moda, il design e l’architettura. Un  po’ come  era stato – ci viene spontaneo  l’ accostamento – il futurismo qualche decennio prima, ma questa volta la spinta è venuta non dal desiderio di rimuovere le staticità del passato dinanzi al nuovo mito della velocità, bensì dai forti  impulsi suscitati dal boom economico e dai nuovi grandi spazi metropolitani dopo le tragedie e le ristrettezze della guerra, con un consumismo divenuto realtà diffusa.  La società che tendeva a divenire “opulenta” esercitava forti sollecitazioni attraverso le comunicazioni di massa sempre più invadenti,  anche per la pubblicità e l’avvento della televisione, per non parlare del cinema e dello sport con la creazione di nuovi miti. Altra marcata differenza con il futurismo, fenomeno tipicamente italiano, a parte le forme di espressione artistica non raffrontabili è stata la portata internazionale di questa “rivoluzione visiva e culturale, potente e rinfrescante, un vento colorato di immagini e di idee” –  come scrive Lorenzo Canova – dalla metà degli anni ’50, partendo da  Londra, si è diffusa nelle altre capitali europee e  segnatamente  negli USA, assumendo  conformazioni riassunte  in modo esemplificativo e forse semplicistico  nella Pop Art, mentre  varie e variegate sono state le tendenze alle quali possono ascriversi gli artisti di quella feconda stagione.  

Paolo Scheggi, “Zone riflesse”, 1965

Ma rispetto alla  Pop Art degli altri paesi –  legata essenzialmente  nelle ricerche e nelle conseguenti forme espressive al boom economico e al consumismo di massa con gli altri fattori di prorompente modernità –  per l’Italia, sottolinea  sempre Canova,  “uno degli aspetti più innovativi e condivisi di queste ricerche è pertanto la voluta contaminazione tra elementi banali e citazioni colte, in una fusione dove sono presenti prelievi da rotocalchi, inserimenti di immagini kitsch, assemblaggi di cos e scene di vita quotidiane”.  Più precisamente, vengono rilevate “molte analogie e interazioni tra gli artisti italiani che hanno condiviso la volontà di non lavorare soltanto sugli spunti della nuova società dei consumi, ma di fonderli in una visione ibrida in cui le sollecitazioni provenienti dalle culture di massa si mescolano alle citazioni dall’arte dei secoli passati e dalla grande stagione dell’arte  della prima metà del Novecento”. Si è avuta dunque una “raffinata e colta fusione”  tra gli elementi provenienti dai mass media e quelli  derivati dalla “grande storia dell’arte, riletta e interpretata senza nostalgie  come un grande stimolo alla creazione di una nuova idea dell’arte italiana”. 

Viene inoltre rilevato che questa “nuova figurazione”  ha  trovato  “un basilare codice di origine nel Futurismo e nella Metafisica, due fondamentali punti di riferimento per l’utilizzo consapevole del rapporto coi mass media, per le indagini sui nuovi materiali extrapittorici, per la grande storia dell’arte usata come fonte di ispirazione e di citazione”.  Il  riferimento diretto a due forme d’arte italianissime  evidenzia ancora di più come questa nuova espressione artistica così innovativa si inserisca nel contesto internazionale della Pop Art con una specificità tutta italiana.

Getulio Alviani, “Quattro cerchi virtuali”, 1967

Nella mostra sono  materializzate  in 4 sezioni le forme d’arte innovative in cui si esprimono gli artisti italiani  nel mondo milanese tra gli anni ’60 e ’70:  dallo “Spazialismo” al “Nuclearismo”, è un nuovo mondo che si apre. I titoli delle sezioni sono eloquenti: “Arte materia e spazio verso lo zero”, con 10 opere, “Nouveau réalisme tra Italia e Francia” con 5 opere, “Nuclearismo e Astrazioni”  con 5 opere, “Nei mondi della nuova comunicazione” con 15 opere”. Una selezione di 24 artisti con 36 opere estremamente concentrata e anche per questo intensa e mirata.

“Arte materia e spazio verso lo zero”

La  1^ sezione “Arte materia e spazio verso lo zero”  espone 10 opere di 8 artisti. Nel commentarle,  salvo diverse citazioni come la prima espressamente indicate, faremo riferimento all’analitica introduzione della mostra nel  Catalogo di Guglielmo Gigliotti, con 8 “medaglioni critici” e il titolo “Il cielo sopra Milano: spazio, spazialisti e altri sognatori”.

La galleria espositiva si apre con Lucio Fontana,  come caposcuola di una “visione costruttiva più ‘fredda’, un rigore organizzato della struttura del segno e dell’impostazione progettuale dell’opera, in una sublimazione del gesto e della materia”,  che ha caratterizzato l’arte milanese a differenza di quella romana, con caposcuola Burri; accomunate entrambe le tendenze dal “ritorno felice  a una diversa arte iconica, un’immagine vista in modo innovativo, superando gli schemi dell’informale e del postcubismo e andando oltre quella strisciante iconoclastia che serpeggiava nelle teorizzazioni dei primi anni  del secondo dopoguerra, trovando soluzioni alternative anche alla dialettica astrazione-figurazione”. Questa analisi di Lorenzo Canova mostra come dietro le semplificazioni espressive della nuova arte ci sia una evoluzione molto profonda, addirittura radicale.  

Rodolfo Aricò, “178A”, 1967

Fontana, rientrato in Italia nel 1947,  aveva fondato il movimento artistico chiamato “Spazialismo” del quale nel 1951 fu pubblicato il Manifesto Tecnico, e non solo “funse da trait d’union tra la prima  e la seconda Avanguardia, ovvero  tra Futurismo e l’Arte Povera, ma influenzò ad esempio  anche la nascita nel 1951 dell’Arte Nucleare”: lo ricorda Alberto Dambruoso sottolineando  che “anche a Milano sono gli anni  Cinquanta a determinare poi lo sviluppo delle ricerche artistiche  degli anni Sessanta e Settanta”.

Mentre Guglielmo Gigliotti  sottolinea che “l’importanza storica di Lucio Fontana, al di là dell’altissima qualità delle sue opere, sta nel fatto che egli non fu solo mosso  da slanci volti a rivoluzionare i linguaggi dell’arte, quanto le stesse radicate convinzioni che ne stanno alla base”.  E questo perché  nell’immediato dopoguerra  “intuì le infinite potenzialità estetiche ed esistenziali di uno spazio della creatività inteso come totalità. Quindi, non è uno spazio concepito come risultante in negativo da un volume, ma come dimensione plastica, tensione, presenza ed esperienza. Uno spazio astratto ma vivent come immateriale concrezione ambientale”. Tutto ciò si traduce a partire dal 1949 nei “Concetti spaziali”, le tele bucate da fori isolati sparsi o “diradati in ritmiche orditure lineari” sulla superficie che viene in un certo senso negata per riaffermare un concetto esprimibile soltanto con i fori ancorati alla “fisicità residua della tela”.  “Il buco-Dio, il buco-nulla si concretizza allusivamente nel gesto elementare, e di forza primordiale, d’un punteruolo che fa breccia nel lino”. Con questo effetto: “Il quadro si sbriciola per proiezione intellettuale in quell’idea di assoluto spaziale, di cui paradossalmente si fa custode e garante”.  Alla fine degli anni ’50   si passa dal foro al taglio: “Su fondi rigorosamente monocromi, le fessure incise nella tela a colpi di perentorie rasoiate, trasmutano infatti il vitalismo dei buchi nelle sacralità solenne di un gesto cosmogonico, un gesto assoluto gravido di quella contemplatività che indusse Fontana a intitolare “Attese” questo particolare filone dei “Concetti spaziali”.  

Vincenzo Agnetti, “Assioma Lavoro – Agnetti dimenticato a Memoria”, 1972

Abbiamo voluto riportare testualmente l’interpretazione di Gigliotti data l’importanza della rivoluzione avviata da Fontana rispetto allo spazio che diventa protagonista anche per i suoi seguaci. Sono esposte 2 sue opere, disegni in inchiostro su carta, “Studi per Concetto spaziale” 1949-51, con le macchie dei buchi disseminate sulla superficie della tela, e “Ambiente spaziale per le X Triennale di Milano” 1949, una sorta di scalinata che sale, verso uno spazio in dissolvenza. 

Dopo le 2 opere di Fontana che dall’inizio degli anni ’50  ha precorso ”i favolosi anni ’60 e‘70” a Milano, 3 opere di altrettanti artisti negli anni ’60. Poi 5 opere degli anni ’70 di altri 3 artisti.

Enrico Castellani fu un seguace di Fontana nello Spazialismo, fondò la galleria Azimuth e la rivista omonima  con Enrico Bonalumi  e Piero Manzoni, e due anni dopo la morte di Fontana nel 1970 si trasferì in un antico borgo, Celleno presso Viterbo,  vivendo  in solitudine e dando corpo a quanto affermava che non doveva avere nulla  intorno a sé perché “lo spazio di riferimento della mia arte è lo spazio mentale”. Intitolava i suoi quadri “Superfici” perché “nella superficie” e non “sulla superficie”  si diffondono ”a modulazioni di sequenze regolari e fluide, sequenze di punti in aggetto e punti in cavità… Il quadro si gonfia e si svuota come un polmone… Introflessioni estroflessioni , come due polarità della vita e della visualità”. La pittura si smaterializza, è fatta di superfici monocrome di diversi colori e tonalità,  dal bianco al blu, con gli aggetti e le cavità ottenuti operando sul telaio dove viene inchiodata la tela alla tensione voluta.  “Per tutta la vita, come un monaco, Castellani è stato devoto alla causa del quadro-oggetto, nato da una costola delle effrazioni del piano operate dal capostipite Fontana”.  In  “Senza Titolo” 1967, su una superficie giallo arancio spiccano i punti di aggetto e di cavità. 

Michele Zaza, “Senza titolo”, 1972

Di Paolo Scheggi è esposta “Zone riflesse” 1965, tre forme ovali in arancione, sono le “Intersuperfici” sovrapposte monocrome:  artista  precoce venuto meno prematuramente a 30 anni, stimato da Fontana che ne introdusse il Catalogo alla mostra del 1962 a Bologna, nella sua breve vita seguirono personali a Milano, Roma, Venezia e recensioni dei maggiori critici d’arte.  Le tre tele sovrapposte in strati esprimono la penetrazione della mente nello spazio creato dalla fantasia. Ma non solo: “Le parole, per Scheggi, erano importanti come la pittura”, dal 1970 realizza “opere, d’istanza concettuale , in cui la componente verbale assumeva  la centralità che prima avevano le aperture nell’insondabile”,e questo lo accosta a Vincenzo Agnetti, come vedremo.

Il terzo artista di cui sono esposte in questa prima sezione opere degli anni ’60 è Getullio Alviani con “Quattro cerchi virtuali” 1967, su alluminio.  Si definiva “ideatore plastico”  nell’arte ottico-cinetica, i suoi semicerchi hanno l’effetto ottico di cerchi completi e con questa alterazione della realtà esprimono il carattere illusorio delle certezze, dato che “non vediamo gli oggetti ma la luce da essi riflessa. Dunque noi vediamo le ‘cose’ come se fossero specchi”. Sempre con l’alluminio l’artista ha realizzato, scavandolo con la fresa elettrica,  “Superfici a testata vibratile”, che appaiono diverse  cambiando la posizione dell’osservatore, che diventa attivo e non più passivo. “La loro essenza luminosa è mobile, muta continuamente, aderendo per costituzione al grande flusso della realtà impermanente, al panta rei  dell’universo”.

Roberto Crippa, “Spirali”, 1951

E siamo ai 4 artisti con opere degli anni ’70. Di Vincenzo Agnetti sono esposte 2 opere dei primi due anni del decennio, “Continua” 1971, e  “Assioma lavoro – Agnetti dimenticato a memoria” 1972, la prima una fotografia di giornale con la scritta: “Vincenzo Agnetti, Copia dal vero.  Opera prima”; la seconda un quadrato di bachelite nera con inciso in basso in bianco il titolo. Si vede da queste scritte che per lui  – in assonanza con Paolo Scheggi – la parola aveva molta importanza, ma non per l’attività letteraria o di critica d’arte ma  perché “non era solo un mezzo, ma un’immagine”.  Eloquente la sua affermazione: “Una figura non è solo una figura, come una parola non è solo una parola”. Ma non ci sono solo poche parole semplici quali quelle delle due opere esposte, nei suoi “Feltri”, pannelli incisi a fuoco, e nelle tavole di bachelite ci sono testi  ampi ed evocativi di suggestioni letterarie o mitiche aperte al paradosso “dove la realtà ricompone la sua apparenza molteplice nella fusione degli opposti, nell’affastellamento dei contrari”, attraverso l’arte; in un suo “Feltro” del 1971 si legge “Quando mi vidi non c’ero”,  Gigliotti commenta: “Non è un’opera eccezionale solo per il contenuto d’afflato mistico,  ma perché le parole sono pittura in sé”.

Ampi testi anche nell’opera esposta degli stessi anni di Michele Zaza, “Senza titolo” 1972, una fotografia di un terreno sabbioso accidentato con scritta in rilievo “Scegliendo me”, e sotto tre riquadri  di scritte molto fitte alternati a tre quadrati bianchi, nel primo la parola Zeus, negli altri due sembra di leggere Cpono e Ctono. I testi esortano l’uomo a  sperare per non immiserirsi, fino a citare “l’ultimo uomo, la sua razza è indistruttibile…l’ultimo uomo vive più a lungo  – noi abbiamo inventato la felicità – dicono gli ultimi uomini, e ammiccano”. Sono tratti da “Così parlò Zarathustra” di Nietsche,  precedono la sua nota espressione “Si deve avere del caos dentro di sé per generare una stella che danza” . E’ stato definito “pensatore di immagini”, venuto a studiare a Brera da Molfetta, la sua arte (“prima performativa, poi  essenzialmente fotografica e installativa)  è un grande rito arcaico-contemporaneo di regressione all’origine, sua e dell’universo”. Di qui fotografie  di ambienti poveri, dei genitori simbolo dei due sessi, intorno “a questa antropologia metafisica, a questo sacrale disvelamento di una memoria inconscia e fuori dal tempo”.

Sergio Dangelo, “Senza titolo”, 1970

Con Agostino Bonalumi ritroviamo il “principio del rigonfiamento della tela”  anche operando sul  telaio ligneo, caratteristico di Enrico Castellani, di cui fu amico  dopo averlo conosciuto nello studio di Enrico Baj con  Piero Manzoni  dando vita a un sodalizio che si tradusse nella fondazione della galleria e nella rivista Azimuth, come abbiano detto, e in esposizioni comuni per due anni. Fu molto apprezzato da Fontana che interveniva in modo opposto, con cavità e non con aggetti in rilievo come Bonalumi e Castellani, ma operavano tutti nello spazio della tela, l’uno “al di là”, gli altri due “al di qua”,  mossi  dalla stessa visione dello spazio. “Bonalumi aveva una maggiore propensione all’invasione nello spazio, guidato da una accentuata sensibilità plastica all’altorilievo, con estroflessioni articolate, in alcuni suoi periodi, in serpentine, affossamenti, e inattese circonvoluzioni, di sapore nettamente scultoreo”. Ma  non mancano opere in cui prevale il senso geometrico alternate a quelle delle ”fasi di dinamismo plastico e biomorfico”. In mostra è esposta “Bianco”, 1976,  una tela “estroflessa” a fasce che sfumano su due tonalità di grigio.

Anche Rodolfo Aricò, l’ultimo artista della sezione Spazialista, viene collegato a Castellani per condividere la pittura-oggetto, pur nelle notevoli differenze rispetto a lui e agli altri artisti finora citati.  “I suoi quadri-oggetto sono infatti piatti, non aggettano come quelli di Bonalumi e Castellani, e non sprofondano in varchi dentro al superficie, come in Fontana e Scheggi, ma si dispiegano in solari sequenze geometriche  a muro, in installazioni a parete”. Viene definito “architetto della pittura”,  e “pittore di architetture cromatiche”  ma anche “filosofo della pittura” non con le parole  ma con la sua espressione artistica, utilizzando gli strumenti della pittura – telaio e materia, colore e superficie – a fini di analisi, tanto che fu inserito tra gli esponenti della Pittura Analitica. Si ispirava anche alla pittura del ‘400 e all’architettura classica “componendo sul muro sequenze di tele monocrome atte a formare archi, timpani e affondi prospettici, nell’accezione di un’architettura dello spirito  vissuta come ultimo mito della modernità”. Sono esposte “178°”,  1977,  collage  su tela dalle tinte sfumate con due piani architettonici, e”Senza titolo” 1989, collage su carta del periodo in cui prevale l’orientamento geometrico multiforme del periodo successivo, in trapezi e in ottagoni come quello di questo quadro in un intenso colore grigio.

Con un’opera che va oltre gli anni ’70 termina la prima sezione della mostra dedicata allo “Spazialismo”, commenteremo prossimamente le sezioni restanti, a partire dal “Nuclearismo e Astrazioni”, altra tendenza importante  tra le espressioni di avanguardia, seguito dal “Nouveau réalisme tra Italia  e Francia”, per concludere con “Nei  mondi della nuova comunicazione”. 

Gianni Dova, “Senza titolo”, anni ’70

Info

Auditorium della Conciliazione, Roma, Piazza Pia, 1. Orario, ore 12-19 dal martedì al sabato, ingresso gratuito. Catalogo “I favolosi anni ’60 e ’70 a Milano”, a cura di Lorenzo e Enrico Lombardi, Gangemi Editore, settembre 2022, pp. 160, formato 23 x 28. Cfr. i nostri articoli, per la mostra del 2011 “Gli irripetibili anni ’60”, su cultura.inabruzzo.it il 15, 20, 25 luglio 2011; per gli gli artisti citati, in questo sito, su Astrattismo italiano 5, 7 novembre 2012, in cultura.inabruzzo.it su Fontana 23 settembre 2009 (quest’ultimo sito non è più raggiungibile, gli articoli saranno trasferiti su questo sito).

Photo

Sono inserite nel testo le immagini di un’opera per ciascuno dei 24 artisti espositori: in questo primo articolo le immagini per 12 artisti di cui 8 della sezione “Spazialismo”, commentata dopo un’inquadratura generale della mostra, e 4 della sezione “Nuclearismo e Astrazione” commentata all’inizio del secondo articolo, prima delle due sezioni restanti. Le immagini sono state riprese dal Catalogo, per questo ringraziamo Gangemi Editore, tranne la 9^, “Spirali” di Roberto Crippa, tratta dal sito web Farsettiarte, si ringrazia il titolare, pronti ad eliminare l’immagine se non è gradita la pubblicazione, peraltro senza alcuna motivazione economica ma solo illustrativa. Per la sezione “Concettualismo, in apertura, Lucio Fontana, “Studi per Concetto spaziale” 1949-51; seguono, Enrico Castellani, “Senza titolo” 1967 e Agostino Bonalumi, “Bianco” 1976; poi, Paolo Scheggi, “Zone riflesse” 1965 e Getulio Alviani, “Quattro cerchi virtuali” 1967; quindi, Rodolfo Aricò, “178A” 1967 e Vincenzo Agnetti, “Assioma Lavoro – Agnetti dimenticato a Memoria” 1972; inoltre, Michele Zaza, “Senza titolo” 1972. Per la sezione “Nuclearismo e Astrazioni”, commentata nel prossimo articolo, Roberto Crippa, “Spirali” 1951, seguono Sergio Dangelo, “Senza titolo” 1970 e Gianni Dova, “Senza titolo” anni ’70; in chiusura, Emilio Scanavino, “Figure” 1978.

Emilio Scanavino, “Figure” 1978

Villa Giulia a Ventotene: la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso

di Romano Maria Levante

“Per un’Europa libera e unita!”, il riconoscimento della Commissione UE al Manifesto di Ventotene

Dopo le anticipazioni degli ultimi giorni, ai due articoli già condivisi sul Carcere dell’isola di Santo Stefano, facciamo seguire il terzo articolo su Ventotene – da noi raggiunta sulla barca “Luna” dell’amico Ciro Soria – di cui il Ministro della Cultura Dario Franceschini ha sottolineato l’alto valore simbolico per l’Europa, trattandosi dei luoghi “dove è nata l’idea più rivoluzionaria dei nostri tempi: l’Europa federale”, aggiungendo come sia giusto  intitolare la “Scuola di alti pensieri” nella vicina isola di Santo Stefano, di cui abbiamo parlato, “a David che con il suo impegno politico e civico è stato in tutto il suo percorso di vita un interprete profondo dello spirito del Manifesto di Ventotene”.

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Altiero Spinelli, con il simbolo del’Europa unita vaticinata dal Manifesto di Ventotene

Ma ecco le parole che David Sassoli ha rivolto da Bruxelles il 17 settembre 2020 durante l’incontro che si  volse proprio a Ventotene tra i promotori,  le istituzioni locali e le amministrazioni sottoscrittrici del Progetto: “Il carcere di Santo Stefano e l’isola di Ventotene costituiscono dei capisaldi della nostra storia, punti di riferimento… il passaggio di tanti protagonisti della vita della Repubblica italiana: Sandro Pertini, Umberto Terracini, Rocco Pugliese, uomini coraggiosi considerati scomodi, dissidenti politici, persone che hanno fatto della resistenza al fascismo una delle loro battaglie, sono stati costretti a trascorrere parte delle loro vite in questo carcere, molti addirittura le loro ultime ore. Il valore del carcere di Santo Stefano deve essere quindi considerato per il suo alto significato simbolico. Il patrimonio culturale è una parte importante della nostra identità comune. Il vostro progetto va proprio in questa direzione, ha il nostro sostegno e contribuisce a rafforzare quel senso di cittadinanza europea che proprio sugli scogli di Ventotene ha posto le sue fondamenta. E’ lì che abbiamo avuto uomini e donne che hanno immaginato, per noi, un futuro diverso. Non dobbiamo dimenticare che questa è stata una terra di ispirazione per tutti coloro che consideriamo i nostri padri fondatori e le loro parole sono ora, più che mai, attuali”.

Resteranno attuali anche nel futuro, un futuro ancora diverso con un’Europa più integrata e solidale – superato lo scoglio dell’insensata guerra scatenata al suo interno dall’aggressività dell’autocrate russo – alla quale sarà rivolto l’impegno formativo della scuola, con la garanzia che il nome di David Sassoli manterrà vivi i valori alla base del suo impegno politico, civile e umano. Quei valori  alla base del riconoscimento  “Per un’Europa libera e unita!” conferito il 28 aprile 2022 dalla Commissione dell’UE al Manifesto di Ventotene di Altiere Spinelli con Ernesto Rossi ,rilanciato oggi che se ne ha un disperato bisogno.  Ecco l’articolo su Villa Giulia, una prigione dorata, un paradiso divenuto un simbolo, che pubblicammo il 26 ottobre 2010.  

Home > settore > archeologia romana > Villa Giulia a Ventotene: la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso, 24 ottobre 2010

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Villa Giulia a Punta Eolo, un angolo di paradiso
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La visita a Villa Giulia, prigione romana dorata, nella Ventotene del Manifesto di Altiero Spinelli

I “venerdì di “Archeorivista” – trascorsi sette giorni dalla partecipazione in anteprima all’apertura al pubblico del Terzo anello e degli Ipogei del Colosseo – tornano a Ventotene dopo aver esplorato l’archeologia carceraria di Santo Stefano. Una breve premessa di archeologia marina, poi l’archeologia romana nel racconto della visita ai resti di Villa Giulia, residenza degli imperatori, soprattutto per le mogli esiliate: andiamo a Punta Eolo, la zona più ventosa di un’isola battuta dai venti, che in questo lato hanno modellato le rocce friabili con formazioni ondulate e sinuose.

Dal museo archeologico alla villa romana

L’appuntamento è al Museo Archeologico di Ventotene, al piano terra dell’edificio merlato con una vista incantevole sul mare, ed è solo l’antipasto di quanto andremo a gustare. Un rapido sguardo ai reperti del museo ci fa entrare ancora di più nell’atmosfera marina che si respira in ogni punto dell’isola. Antiche ancore e soprattutto anfore, di varie fogge e dimensioni, incrostate dalla permanenza millenaria nelle acque; i ritrovamenti continuano tuttora, c’è una grande anfora rinvenuta di recente immersa in un ampio recipiente in fase di disincrostazione.

Il campionario di reperti emersi dalle acque è vario, gli scogli che abbondano hanno provocato naufragi, le navi affondate conservano i loro contenuti per restituirli a poco a poco. La “star” del museo è il “dolio”, il grande otre sferico per vino oppure olio che troneggia al centro della sala principale. Dei grafici ne illustrano la disposizione nelle stive in appositi alloggiamenti. E’ intatto!

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La villa rustica.

Ma non è il mare la nostra meta della giornata, bensì sono i ruderi della villa romana di Punta Eolo che raggiungeremo con il folto gruppo di visitatori guidato dall’addetta al Museo, Elena Schiano di Colella, così compresa nel ruolo da avere utilizzato nel proprio indirizzo e mail il nome di Scribonia, la seconda moglie di Augusto madre di Giulia, della quale ci racconta la storia. E lo fa con trasporto e partecipazione, inanellando una miriade di dettagli storici nel tragitto dal Museo archeologico al sito con i resti della Villa romana.

Un tragitto relativamente lungo per una lunga premessa, che ci fa arrivare alla nostra meta avendo assorbito le vicende dell’epoca, fatte di intrighi e spietate vendette e, perché no, di gossip in salsa romana. Che prevedeva punizioni come il soggiorno forzato in questa residenza di sogno, situazione descritta dalla nostra guida con le parole, a noi apparse straordinarie, che abbiamo messo nel titolo: “Villa Giulia rivela la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso”.

Nel mondo alla rovescia così evocato c’è anche un Caligola “buono” che recupera le spoglie dei familiari e revoca la “damnatio memoriae” comminata dai predecessori. E’ una chicca che la guida Elena ci regala.

Le grandi cisterne per l’acqua.

Le mogli imperiali mandate a soffrire nel paradiso di Villa Giulia

Si sente come lo spirito femminile, non diciamo femminista, della nostra guida, è vicino alle imperatrici mandate ad espiare colpe anche non commesse nel luogo di sogno che gli imperatori avevano a disposizione per trascorrere periodi di distensione e di svago in una località non troppo lontana da Roma ma abbastanza distante per staccarsi dalle cure giornaliere dell’impero.

La carrellata storica che fa Elena è lunga e minuziosa, trattandosi di una fase particolarmente movimentata del periodo imperiale. E’ proprio questo lo spirito dell’archeologia, portare alla luce virtualmente quello che c’è dietro i ruderi, la cui consistenza spesso è inversamente proporzionale alla vastità del mondo che dischiudono; qui sono consistenti e in gran parte da portare alla luce.

Vedremo dopo i resti, intanto il quadro storico acuisce la curiosità e l’interesse, cresce l’aspettativa mentre nelle parole condite da battute che alleggeriscono il peso della storia, sfilano famiglie imperiali al completo, con i loro alberi genealogici intrecciati come gli intrighi di corte.

Tre le grandi esiliate a Villa Giulia la figlia di Augusto, Giulia, fu la prima e le diede il nome, poi Tiberio nel 29 dopo Cristo vi mandò Agrippina, fino a Nerone che vi relegò la moglie Ottavia.

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Uno scorcio dei resti della villa imperiale

Si comincia dunque con Cesare Ottaviano Augusto che la fece costruire per l’“otium”, nella concezione romana non era il dolce far niente ma contemplava l’impegno culturale da coltivarsi nella pur distensiva vacanza. Oltre all’ubicazione favorevole per l’isolamento assicurato anche dal mare rispetto a Roma, ma non assoluto data la relativa vicinanza, aveva il pregio di non essere colonizzata, allora c’era molto verde e un bosco che favoriva la piovosità, oltre a fornire legna per il riscaldamento. L’aspetto negativo era rappresentato dalla mancanza di sorgenti d’acqua dolce che spiegava l’assenza di popolazione; ma era compensata dall’acqua piovana raccolta in cisterne.

Viene realizzato sin dall’inizio il porto romano con opere di scavo nel terreno tufaceo: è ritenuto tuttora molto sicuro, forse più del porto moderno; è sotto al faro di Ventotene. Le navi di passaggio trovavano accoglienza in una darsena dove si eseguivano lavori e riparazioni e si provvedeva anche al rifornimento di acqua dolce. C’era una peschiera con allevamento ittico per l’imperatore, e una terrazza dalla quale lo sguardo può scrutare l’orizzonte marino fino all’isola d’Ischia.

In questo ambiente nasce la Villa che vedrà, oltre agli “otia” degli imperatori illuminati, l’esilio di nobildonne punite dagli stessi imperatori per vere o presunte trasgressioni nel quadro di intrighi e congiure di palazzo nelle quali le famiglie imperiali si laceravano al loro interno. La lex julia “de pudicitia” fu attivata per Giulia mentre fino ad allora era stata disattesa per non innescare delazioni e denunce a catena, dice sempre Elena facendoci entrare nell’atmosfera mentre ci avviciniamo.

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Stucchi dell’area di Villa Giulia (Museo Archeologico)

Basti pensare che Giulia, figlia di Ottaviano, era stata promessa in sposa da bambina al figlio di Marco Antonio, poi entrato in conflitto con lui e sconfitto nella battaglia di Azio: è solo l’inizio precoce di una vicenda intrecciata e movimentata, tra matrimoni, figli e tradimenti. Giovanissima, nel 25 avanti Cristo sposa Marco Claudio Marcello, poi nell’anno 21, a 18 anni, sposa Agrippa e gli dà cinque figli, nel corso di una vita matrimoniale molto irrequieta. Alla morte del marito nel 12, Augusto adottò i suoi due primi figli Gaio e Lucio Vipsanio Agrippa, e la indusse a sposare subito Tiberio, il fratellastro designato a succedergli; il matrimonio durò pochi anni, dall’11 al 6, poi nel 2 avanti Cristo l’accusa di adulterio e l’arresto per tradimento anche per un presunto complotto contro lo stesso Augusto, avendo lei una relazione con Iulio Antonio, uno dei congiurati costretto al suicidio. Invece della morte, a Giulia fu comminato l’esilio a Ventotene (allora Pandateria), vi andò con la madre Scribonia nella villa imperiale che prese il suo nome con restrizioni che furono accentuate nel 14 dopo Cristo allorché Tiberio divenne imperatore. Seguì la morte di Giulia uccisa o suicida per il dolore dell’uccisione del figlio Agrippa Postumo nato poco dopo la morte del marito.

Il ruolo di Tiberio nella storia della villa non finisce qui, la sua successione non fu scontata dato che le discendenze dinastiche non contavano e per imporlo Augusto gli diede due consolati e l’“imperium”. Anche divenuto imperatore l’astro del condottiero Germanico gli faceva ombra e dopo averlo mandato in Siria lo fece avvelenare nel 19 dopo Cristo. La moglie di Germanico Agrippina Maggiore, che allevava i figli nel suo accampamento militare, finì nel 29 a Ventotene rinchiusa a Villa Giulia dove morì nell’angoscia dei due figli morti per colpa di Tiberio: Nerone Cesare e Druso Cesare, fratelli di Agrippina Minore, obbligata nel 27 a sposare un uomo anziano che non voleva, da cui ebbe il figlio Lucio Nerone nel 37, e portata a Villa Giulia nell’anno 39. E quando morì Tiberio, dei due fratelli di Agrippina Minore indicati per succedergli fu scelto Caligola proclamato imperatore nell’anno 37.

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Frammento dell’intonaco di Villa Giulia (Museo Archeologico)

E’ una parentesi di umanità in una sequela di spietate punizioni: l’imperatore recupera le spoglie di madre e figli e interrompe la ”damnatio memoriae”; ma presto, forse preso dalla pazzia, diviene persecutore a sua volta e accusa di complotto la sorella Agrippina relegandola a Villa Giulia nel 38. Ucciso Caligola in una congiura nel 41 e succeduto Claudio, fratello di Germanico, Agrippina si prende la rivincita rientrando dall’esilio con la sorella Livilla destinata ad essere presto esiliata di nuovo e poi uccisa lasciandola padrona della corte; anche perchè Messalina, moglie dell’imperatore, nel 48 fu condannata a morte per la sua dissolutezza e l’anno dopo Agrippina Minore fu sposata da Claudio.

Lo convinse a scegliere suo figlio Nerone, che aveva fatto sposare con la figlia di Claudio, per la successione al posto di Britannico, avuto da Messalina; nel 54 muore Claudio per avvelenamento, forse ad opera di Agrippina, e inizia l’impero di Nerone con il ruolo importante assunto da Agrippina che lo aveva fatto educare da Seneca e per cinque anni gestì di fatto il potere al suo posto. Poi, dinanzi all’insofferenza di Nerone, si riavvicinò a Britannico, ex rivale per il trono imperiale, ma questi venne avvelenato. La sua posizione si indebolì ulteriormente quando l’imperatore, anche istigato da Poppea, decise di liberarsi della moglie Ottavia e della madre. Per Agrippina architettò una macchinazione nell’isola di Baia che si concluse con l’uccisione per mano delle guardie dopo un naufragio provocato appositamente per eliminarla. dal quale lei si salvò a nuoto. Ottavia fu rinchiusa a Villa Giulia dopo il ripudio nell’anno 62.

Raccontando questa storia infinita la guida Elena sottolinea l’arrivo dei messaggeri a Villa Giulia quando le comunicarono la morte dei due amati figli e lei tenta di uccidersi per l’angoscia: “A lei viene imposta la vita – commenta – come ai figli era stata imposta la morte”.

Così Domiziano, il persecutore dei cristiani, vi manderà in esilio nel 95, accusandola di giudaismo e ateismo, Flavia Domitilla, che diventerò santa. Ma dopo tanto “noir” ci sarà il “periodo rosa”, si aprirà il porto romano agli scambi commerciali e Villa Giulia tornerà ad essere lo splendido soggiorno in paradiso.

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I resti di un muro della villa, sullo sfondo l’isola di Santo Stefano con il carcere

La “domus rustica”, la parte del complesso riservata alla servitù

Terminare con il “periodo rosa” l’excursus storico introduce alla vista dei ruderi che nella parte più lontana hanno una coloritura rosa data dai caratteristici mattoncini; mentre i primi resti che si incontrano sono gli ambienti per schiavi e servi, in una posizione che appositi accorgimenti nascondevano alla vista dalla villa:

La “domus rustica” aveva camminamenti impermeabilizzati con il cocciopesto, materiale molto resistente all’acqua e anche ai terremoti, tanto che viene ripreso oggi in considerazione nella bio-edilizia. Vi erano tre strati di intonaco, mentre nella villa sette. Le murature sono in “opus reticulatum” autoportante dalla tipica forma romboidale con pezzi cuneiformi per una maggiore solidità. I resti dei vani sono regolari con un corridoio di disimpegno. C’è anche la cisterna per l’acqua dolce a 4 navate, di cui 3 scavate, per un totale di 1200 mc, con dei pilastrini molto sottili; nelle cisterne c’era il capitone per far muovere l’acqua e ossigenarla, così restava fresca e pulita.

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Un passaggio inibito in un’area non portata alla luce


La Villa vera e propria per la famiglia imperiale

Il sito archeologico, che nella “domus rustica” ha mostrato la geometrica disposizione degli ambienti allineati l’uno dopo l’altro in una successione ordinata e simmetrica, nella “villa imperiale” rivela strutture e accorgimenti escogitati per dotare la residenza di tutti gli agi possibili.

Si trova nella parte più bassa prospiciente la costa per rendere agevole l’accesso dal mare e per il migliore afflusso dell’acqua piovana raccogliendo anche quella accumulata nella parte più alta. L’aspetto negativo risiede nello sbancamento del terreno che è stato fatto con scavi e riempimenti.

La fantasia e la ricostruzione degli archeologi si sbizzarrisce nell’immaginare gli ambienti e i colonnati, il peristilio e il giardino che in una zona così esposta era protetto dai venti. Un emiciclo di vaste dimensioni, due terrazze e gradoni degradanti con delle scale che portavano alla cala sottostante rendono l’idea di come fosse

Un passaggio che porta direttamente al mare

curato l’inserimento nella natura dei luoghi attraverso un progetto del tutto originale, che si inseriva nella conformazione del terreno anche se i livellamenti e la costruzione delle terrazze vi apportarono profonde modifiche. Non si passava davanti alla “domus rustica” ma al di sotto, in modo da evitare la vista della servitù non all’altezza del rango.

Viene ricordato, comunque, che non fossero preordinate le esposizioni ai raggi solari, erano evitate dai ceti patrizi perché seccavano la pelle e la rendevano scura come quella degli schiavi.

Per concludere, occorre parlare della parte termale della villa, di particolare importanza per i romani. La guida Elena ci indica i resti dei frigidarium, tepidarium e calidarium, qui di calidaria ce ne sono due riscaldati da tre forni, due laterali e uno centrale; per le proprietà rimandiamo all’ampia descrizione che ne facemmo raccontando la visita alle Terme di Caracolla in un “venerdì di Archeorivista”. Attraverso stretti condotti gli schiavi facevano funzionare il sistema termale.

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Dolio (Museo Archeologico)

Delle molte altre notizie forniteci dalla guida Elena, a chiusura della visita vorremmo riportare quelle relative alle vicende successive, un triste aggiornamento perché sono storie di spoliazioni e demolizioni del patrimonio artistico e anche degli stessi materiali da costruzione. La collocazione della villa alle propaggini dell’isola, con l’approdo sul mare, l’ha aperta anche alle scorrerie dei pirati, ma come per Roma si dice che “quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini”, così per Villa Giulia ciò che non fecero i pirati e altri predoni lo fecero i regnanti: nel 1700 Ferdinando di Borbone interessato a un’alleanza con gli inglesi diede a Lord Hamilton il nulla osta di prelevare da Villa Giulia a suo piacimento marmi e statue, colonne e fontane. E non è stata rapina da poco se si pensa che i colonnati si estendevano per 300 metri di lunghezza e 100 di larghezza e vi era ogni ben di Dio di arredi artistici, come si può facilmente immaginare dall’architettura della Villa.

Altri interventi di rapina fecerunt con la colonizzazione dell’isola e anche lo Stato pontificio fecit la sua parte prelevando il tufo nella Villa. Oltre a spogliarla furono aperte nella zona cave di tufo con evidenti danni all’ambiente. Questo per l’azione dell’uomo sempre rivelatasi distruttiva nei confronti dei grandi complessi dell’antichità non solo nel rapinare le opere d’arte ma anche nel prelevare materiali da costruzione distruggendo  senza remore architetture anche preziose. Una gara tra le pulsioni deteriori dell’avidità e dell’ottusità che fanno regredire la civiltà e lo stesso senso di  umanità.

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Anfore (Museo Archeologico)

Il “felix error” dell’anteprima solitaria

Verremmo meno all’imperativo montanelliano che è il nostro credo giornalistico – “andare senza pregiudizi, vedere e raccontare quello che si è visto” – se omettessimo di riferire il “felix error” al quale dobbiamo l’anteprima “in solitario” rispetto alla visita guidata. Il nostro errore ha riguardato il luogo dell’appuntamento con la guida e il suo gruppo, pensavamo fosse all’ingresso della Villa invece era al Museo archeologico; ragion per cui ci siamo trovati dinanzi al cancello da soli per di più in leggero ritardo da farci credere che la visita fosse già iniziata all’interno. Un addetto ad altra struttura locale ci confermò nella convinzione e ci fece entrare nel complesso archeologico.

La ricerca del gruppo con la guida fu vana perché, al contrario di quanto si era pensato, non era ancora arrivato, venendo dal lontano Museo archeologico con tutte le soste lungo il tragitto. Ma fu ugualmente proficua perché ci consentì di esplorare in anteprima tutti gli anfratti e le innumerevoli articolazioni di un sito archeologico particolarmente vasto e ricco di reperti pur se allo stato di ruderi smozzicati. E anche se, a quanto fu detto poi, l’80 per cento è ancora da portare alla luce e non lo si fa per non esporlo al degrado in un ambiente difficile da proteggere, c’è stato tanto da vedere dove la visita guidata non si spinge, sempre nella buona fede del nostro “felix error”.

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Marre d’ancora in piombo (Museo Archeologico)

Quale, dunque, il valore aggiunto della visita in anteprima? Forse quello stesso delle scalate “in solitario” e chi scrive, anche se non è alpinista, come uomo di montagna le apprezza molto. Ne fa fede la galleria di immagini scattate che può dare un’idea di come sia stato emozionante trovarsi da soli al cospetto di tanta antichità in una punta ventosa e particolarmente esposta. Perché superati i ruderi fino all’ultima propaggine ci siamo trovati con alle spalle le rocce disegnate dal vento negli arabeschi di tutte le sinuosità e le levigatezze di un’erosione millenaria di rara suggestione.

Ebbene, dopo aver fatto il pieno negli occhi e nella fotocamera con le immagini dei ruderi di una così vasta e ricca residenza ci siamo trovati a fare il pieno di uno spettacolo altrettanto emozionante: ciò che vedevano gli occhi degli imperatori nel loro “otium” virtuoso o nel loro colpevole spirito oppressore e vendicativo verso le proprie donne spesso incolpevoli: il paradiso della natura.

Punta Eolo fa onore al nome, ce lo dicevamo allorché sospesi tra le pareti erose dal vento che si faceva sentire con le sue improvvise folate e le scogliere biancheggianti di spuma in basso abbiamo provato quel brivido che dà l’attrazione del “bello orrido” , “che intender non lo può chi non lo prova”, il “felix error” ce lo ha fatto provare.

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La roccia erosa dal vento di Punta Eolo

Sentirsi come “Papillon” nel punto più esposto

Ci siamo sentiti come ”Papillon” dall’alto della scogliera guardare in basso i marosi infrangersi contro le rocce creando riflussi spumeggianti, quasi attirati dalla forza magnetica della natura alla quale il tocco della storia dava una suggestione ancora maggiore; così soli e sospesi lassù in alto potevamo trovarci in un’altra epoca, quella degli imperatori, i nostri occhi potevano essere i loro, non c’erano i ruderi a segnare il tempo trascorso, li avevamo lasciati dietro di noi superando gli ultimi passaggi in diretto contatto con le ultime rocce prima della scogliera.

Abbiamo capito in quel momento come “Papillon” trovasse il coraggio per il grande balzo nel vuoto sulle onde che si infrangevano negli scogli a picco; non era solo l’anelito di libertà, ma la forza magnetica della natura che richiama come nel proprio grembo materno al pari delle sirene di Ulisse.

La visita “in solitario” era terminata, ancora in “trance” siamo tornati nel piazzale all’ingresso, proprio quando arrivava il gruppo che avevamo cercato percorrendo il sito sino alle sue propaggini estreme. Con sguardo severo la guida Elena ci ha fatto rilevare l’errore e non ci ha consentito di seguire la visita del sito perché avevamo perduto l’introduzione storica, accompagnandoci al cancello ci ha dato appuntamento all’indomani. Abbiamo aderito, la visita “regolare” del giorno dopo l’abbiamo raccontata, ma non potevamo omettere l’anteprima.

Elena ne sarà sorpresa quando ci leggerà, non dovrà irritarsi perché tanto lei quanto chi scrive sono estranei alla piega degli eventi, dovuta al “felix error”: il fato cui i romani credevano tanto, non poteva essere assente in un sito così prestigioso. Forse le verrà il desiderio di tornare anche lei ”in solitario” nelle propaggini estreme che di certo ben conosce e non possono essere rese visibili nelle visite regolari, ci si deve fermarsi prima. Lo meritano eccome! Solo dopo averle viste si può comprendere la felice espressione della stessa Elena, alla quale oltre all’onore del titolo diamo  quello della conclusione: “La capacità umana di far soffrire anche in Paradiso”.

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La vista alla Papillon della scogliera tra la villa e la roccia erosa dal vento, il cielo e il mare

Autore: Romano Maria Levante – pubblicato in data 24 ottobre 2010 – Email levante@archart.it

Ph. Romano Maria Levante, tutte, dai ruderi di Vulla Giulia e dal Museo Archeologico.

Questo articolo ha dei commenti

Maximo scrive:

26 ottobre 2010 alle 19:10

Amo la principessa imperiale Giulia, a tutta la sua verace storia, triste e melanconica.

saluti della Spagna

o’pazzariello scrive:

10 Dicembre 2013 alle 00:27

Villa Giulia a Ventotene: la capacità umana di falsificare.
Uno scorcio dei resti della villa imperiale: balle, tutto ricostruito, altro che scavi , si son messi con impegno, hanno anche lì fatto abusi edilizi.

ranco amadio scrive:

5 Dicembre 2013 alle 08:31

Nell’appassionata descrizione della storia che attraversa villa Giulia,è detto che Agrippina minore fu esiliata nel 38 a villa giulia per ordine di Caligola ,con la sorella Jiulia Livilla.I testi ‘sacri’ dicono che le sorelle furono esiliate da Caligola a Ponza.Più tardi,Jiulia livilla venne probabilmante inviata nell’odierna ventotene perché dovette scontrarsi con la gelosia di Messalina.
Cordialmante
franco amadio