Archeo – Palermo. Al Museo Salinas la preistoria siciliana: necropoli, abitanti, alimentazione

di Romano Maria Levante

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In questo primo “venerdì di Archeorivista” del 2011 si conclude la nostra visita alla sezione dedicata alla preistoria siciliana nel museo archeologico “Salinas” di Palermo. Dopo gli aspetti relativi a fauna, arte e ornamenti del “venerdì” nella settimana prenatalizia, parliamo di necropoli, abitanti, alimentazione. Anche questa ricostruzione, come la precedente, è basata sulle notizie contenute nell’aureo libretto “Le storie della preistoria al museo Salinas” a cura del museo stesso per la Regione siciliana, che colma la lacuna delle modalità espositive tradizionali – i copiosi reperti sono allineati e identificati soltanto con le etichette – in attesa che la ristrutturazione in atto nell’edificio valorizzi meglio la ricchezza dei reperti esplicitando contesto e percorso storico.


Incensiere da Ustica (a sinistra) e Vaso da Polizzello (a destra).

Nel precedente racconto della visita abbiamo iniziato a ricostruire il mondo preistorico siciliano, dopo aver riassunto il contenuto delle 34 vetrine espositive, in ordine a tre aspetti significativi: con la fauna l’uomo preistorico doveva confrontarsi fin dalla sua comparsa sulla terra, ad essa era collegata l’arte primitiva, per questo definita “arte animalistica” in quanto espressa attraverso graffiti e dipinti rupestri nelle grotte dov’erano le prime abitazioni, mentre gli ornamenti ne accompagnano la storia fin dalle epoche più remote, a partire dai ciottoli levigati e dai denti o conchiglie forati e collegati in collane.

Anche questi aspetti saranno più chiari una volta inquadrati nelle necropoli, massima fonte dei reperti, negli abitanti, in particolare della “Conca d’Oro”, e nell’alimentazione, una molla per l’evoluzione della tecnologia e più in generale dei sistemi di vita.

Necropoli e riti funerari nella preistoria siciliana

Le necropoli siciliane sono numerose e ricche di reperti, vanno dal Paleolitico all’Età del Ferro e consentono, quindi, di avere una visione molto ampia: dalle forme più semplici a quelle più complesse di sepoltura, con una molteplicità di riti e di consuetudini che variano non soltanto in base al periodo considerato ma anche al sito archeologico dove sono avvenuti i rinvenimenti.

Si tratta di una constatazione importante tenendo conto che le sepolture sono una testimonianza non solo dei rituali funebri, ma soprattutto della vita dell’epoca perchè “la tomba era considerata dai parenti una seconda casa in quanto, secondo la loro credenza religiosa, dopo la morte il defunto continuava a vivere nell’aldilà, e ciò spiega il ritrovamento all’interno delle tombe di corredi funerari costituiti da gioielli, utensili e offerte alimentari”.

Così Rosaria Di Salvo introduce la sua accurata ricognizione delle “Sepolture e riti funerari nella Sicilia preistorica” ricomponendo in una visione d’insieme i tanti reperti esposti nelle vetrine con le sole etichette e senza commenti.

Da quanto predisposto per il mondo ultraterreno abbiamo conosciuto tante cose sul mondo terreno, perché i rituali funerari servivano a mettere i due mondi in comunicazione, e per questo nei corredi del defunto veniva collocato quanto faceva parte della sua vita e della sua epoca.

Ma oltre a tali elementi, dai resti pervenuti si sono avute notizie antropologiche a largo raggio, fino a stato di salute e alimentazione, attività lavorativa e condizioni ambientali. Troviamo tombe a inumazione e a incenerimento, primarie e secondarie, individuali e multiple; la posizione dei defunti distesa o rannicchiata, con gambe flesse o in un altro assetto; i resti da inumazione nella loro consunzione naturale o di colore rosso se cosparsi di ocra secondo un rito anche purificatorio; i resti da incenerimento in cromatismi diversi a seconda della temperatura di cremazione, e se inferiore a quella di polverizzazione lasciando notevoli frammenti con deformazioni e alterazioni, comunque idonei ad un’analisi osteologia al pari di quelli delle tombe a incenerimento.


Veduta della Necropoli di Pantalica.

Nello scorrere delle ere preistoriche si nota un’evoluzione dei corredi funerari parallela a quella della vita reale: dai più semplici costituiti da ciottoli disegnati e da utensili di selce, alle prime collane di conchiglie degli abitanti nelle grotte, ai primi lavori in terracotta nel Neolitico per passare a corredi sempre più elaborati nell’Età dei Bronzo, che diventano ricchi e preziosi nell’Età del Ferro e quindi in epoca storica. Diciamo in genere “corredo del defunto”, composto come è noto dal corredo personale, con oggetti e ornamenti che riflettono le sue condizioni sociali e la sua attività, cui si aggiungono i resti delle offerte rituali nel culto funerario. Quindi utensili a lato del corpo, in selce e osso, legno e terracotta; gioielli fatti di conchiglie forate, bracciali e pendenti, orecchini e ciondoli in osso e avorio, i più antichi in pietra; perfino il cibo per l’alimentazione. Non bisogna dimenticare che in alcune nostre tradizioni, pur di credenti nella fede cattolica, rimaste almeno fino all’ultimo dopoguerra, nella sepoltura venivano poste monete per pagare il viaggio nell’oltretomba, oltre ad oggetti della vita del defunto che lo avrebbero accompagnato nell’al di là.

Una rapida carrellata nei molteplici siti archeologici siciliani, in aggiunta a quanto anticipato, ci fa scoprire i primi resti umani del Paleolitico, intorno a 35 mila anni fa, nel Riparo di Fontana Nova, vicino a Marina di Ragusa, in frammenti che non hanno consentito analisi significative; mentre hanno dato risultati quelle eseguite sui resti rinvenuti nella zona della Grotta di San Teodoro ad Acquedolci, Ragusa, risalenti a 14 mila anni fa: 4 uomini e 3 donne in posizione supina di decubito, arti distesi, fosse di forma rettangolare in uno strato di ocra, ciottoli levigati, lame e punteruoli in selce, perfino denti di cervo forati per collane primordiali.

Il passaggio al Mesolitico, documentato dalle sepolture della Grotta d’Oriente a Favignana, Trapani, mostra nelle fosse coperte da pietre i resti di un individuo maschile con un ciottolo e una lama, un grattatoio di selce e 11 conchiglie forate all’altezza dello sterno appartenenti a una collana; conchiglie che in numero di 8 nella vicina tomba di una donna sono poste all’altezza delle clavicole, con 3 ciottoli rotondi e un punteruolo; i resti della donna hanno gli arti in posizione inconsueta.


Corredo di una tomba di Uditore.

Il Mesolitico nella Grotta dell’Uzzo – la più consistente, ma c’è anche la Grotta della Molara, a Palermo – rivela diverse forme tombali, da ovali a quadrate, i corpi sotto le pietre in posizione supina, rannicchiati con le gambe flesse per entrare nel vano ristretto e le braccia lungo il corpo; anche qui ciottoli levigati, selci lavorate, ossi a forma di punteruolo e ancora ornamenti fatti di conchiglie e denti di cervo forati; in più resti di cibo. Il tutto in 13 corpi, 6 di sesso maschile, 4 femminile e 3 bambini, un quadro esauriente dell’epoca alla quale risale la grotta.

Andando avanti nel tempo, nel Neolitico il passaggio dalla vita nomade a quella stanziale si riflette anche nel fatto che la Grotta del Monte Kronio, Agrigento – nella quale sono stati trovati pochi resti femminili – era un luogo di raduno, forse per riti collegati a fenomeni di origine termale; più cospicui i ritrovamenti nella Trincea fossato di Stretto Partanna, con i frammenti scomposti di resti di 7 individui, da incinerazione incompleta e sepoltura secondaria, V-VI millennio avanti Cristo.

I siti dell’Eneolitico sono numerosi, le tombe sono poste soprattutto in grotte naturali non più utilizzate come abitazioni essendosi costituiti i villaggi, e anche in piccole grotte artificiali. Dato che la tomba viene ormai concepita come l’abitazione dello scomparso, non è più una fossa singola ma diventa collettiva per i membri della famiglia, nella forma “a forno” con pozzetto di accesso. Così nella necropoli di Piano Vento a Montechiaro, Agrigento, sono stati trovati circa 50 corpi sepolti con l’uso di cospargerli di ocra rossa, adottata per ridurre le esalazioni e purificarli; e resti di animali sacrificati nei riti funerari, con pasti documentati dai frammenti di vasellame che veniva spezzato.

Significative, per altro verso, le tombe di Roccazzo a Mazara del Vallo, Trapani, riunite in corrispondenza dei nuclei di capanne, a forma cilindrica con pozzetto; singole o doppie con corredi collegati al censo del defunto che comprendevano, oltre ai ciottoli e agli utensili di selci, a punte di freccia e conchiglie forate, anche vasi decorati, ciotole e olle grigie o rosse per l’ocra.


Vasi con ocra e resti umani ed animali.

Con l’Età del Bronzo, i flussi migratori portarono nuove abitudini anche nelle sepolture, a Lipari sono state rinvenute urne cinerarie con 30 tombe a incinerazione anche se l’inumazione resta prevalente, con tombe individuali e collettive. Il sito di Castelluccio esprime una cultura che si diffuse e troviamo almeno in 8 località tra cui Castelluccio di Noto: villaggi con capanne circolari e il focolare al centro, una comunità stanziale dedita all’allevamento, agricoltura e artigianato, tombe per lo più collettive scavate nei pendii con chiusure decorate; anche monumentali come quella del “principe” scavata nella roccia con camera funeraria retta da pilastri. Corredi variamente assortiti o assenti, elementi di terracotta a forma di corni oltre ai consueti di selce e osso, conchiglie e denti.

La necropoli di Marcita, a Castelvetrano, Trapani, con oltre 100 individui di entrambi i sessi e di diverse età, mostra soggetti anche di altra etnia e ricchi corredi, mentre in quella dei Sesi a Pantelleria troviamo oggetti litici su ossidiana e di terracotta per mensa, articoli ornamentali e resti ovini e caprini. Una struttura particolare si nota nella necropoli di Thapsos, Siracusa, con una cella fornita di vestibolo accessibile da un pozzetto, un corridoio e nicchie radiali; nei corredi anche vasi in ceramica importati da Cipro, Malta e da Micene, e oggetti in bronzo; addirittura tracce di oro in collane, e articoli ornamentali in pasta di vetro colorata, ambra e avorio.

La struttura si evolve ancora con tombe ad alveare scavate sulle pareti rocciose nelle necropoli di Pantelica, Dessueri e Caltagirone, con piccole celle circolari o grandi camere che introducevano a celle multiple per 4-5 soggetti della stessa famiglia: nei corredi coltelli e armi, nonché oggetti di ornamento come fibule e specchi, anelli e collane in bronzo, in relazione alla posizione e al censo.

Sta per finire la preistoria con l’Età del Ferro, dal IX al VI secolo: le tombe, poste sui fianchi delle alture vicino ai villaggi, sono inserite in ampie camere funerarie chiuse da un muro o una porta, il corpo non più in posizione rannicchiata ma disteso con sopra e intorno gli elementi del corredo. A Polizzello di Mussomeli, Caltanissetta, in circa 100 tombe ricavate sui fianchi della montagna in cavità naturali, sono stati rinvenuti parecchi reperti: nelle tombe di adulti molte ossa di bovini, essendo il bue animale sacro, in quelle per bambini solo ossa di ovini e caprini di giovane età, evidentemente per associarla alla loro. I corredi sono sempre più ricchi, esprimono le condizioni di vita del defunto e lo stadio evolutivo raggiunto, ormai elevato: siamo alla fine della preistoria.

Ma a questo punto riteniamo utile dare un quadro d’insieme delle condizioni di vita per concludere questo volo d’uccello su un periodo suggestivo perché ricerca le nostre origini, i remoti progenitori.

Gli abitanti preistorici della Conca d’oro in Sicilia

Oltre che il periodo, la località è suggestiva, si tratta della “Conca d’Oro” dove sorge Palermo, abitata sin dalla preistoria ben prima dei fenici e romani, arabi e normanni: precisamente dal Paleolitico non in modo stanziale ma con il nomadismo della caccia. Le grotte che si trovano sulle alture circostanti favorivano questi insediamenti per sostare, provvedere alle attività quotidiane e poi per le sepolture; non sono nascoste, si vedono dalla piana e proprio questo ha fatto sì che la gran parte dei reperti venissero dispersi nel tempo.

Sono stati trovati anche resti ossei di elefanti e ippopotami chiamati “ossa dei Giganti” e “dei Ciclopi”, lo raccontano la citata Rosaria di Salvo e Vittoria Schimmenti ricostruendo come vivevano “Gli antichi abitanti della Conca d’Oro” nella stessa pubblicazione del Museo Salinas. Nella “Grotta delle Incisioni dell’Addaura” e “dell’Antro nero o dei Bovidi” ci sono graffiti parietali, così nella “Grotta Niscemi” e in altre, dove sono stati rinvenuti resti di animali, bue e cinghiale, cervo e cavallo”idruntino”, nonché gusci di molluschi.

Nella “Grotta della Molara”, in una zona interna, si vedono i segni del passaggio dal Paleolitico al Meseolitico allorché fu utilizzata per le sepolture. Dagli scheletri rinvenuti – con crani tipo Cromagnon – si è ricostruito l’uso dei


Macina con cereali.

denti “come terza mano per trattenere fibre vegetali, corde, bastoni, utensili”, oltre che per assumere cibi crudi; anche nella “Grotta di San Ciro” le ossa ritenute “dei Giganti” e insieme selci che attestano l’abitazione degli uomini preistorici. Evolvono i modi di vita nel Neolitico, quando si trasferiscono nei villaggi pur mantenendo contatti con le grotte dove oltre alle sepolture porteranno gli animali di allevamento e affineranno gli utensili.

Con l’Età del Rame si diffondono i villaggi nella “Conca d’Oro”, con le rispettive necropoli che attraverso i corredi funerari hanno fornito molti elementi sul tipo di vita. Nei villaggi tra Partanna e Mondello – in quest’ultimo trovate 12 capanne – oltre alla caccia sul Monte Pellegrino si praticava la pesca; nelle tombe sul monte si sono rinvenute ceramiche e utensili di pietra che fanno pensare a una primordiale industria litica. A Boccadifalco, oltre a selci, ossidiana e vasi di vario tipo sono stati trovati un anello di rame e una collana; analogamente nella contrada Sant’Isidoro. Si è potuta ricostruire la fisognomica degli antichi abitanti; rispetto a quelli delle ere precedenti i loro tratti somatici si addolciscono, la corporatura si fa più armoniosa; tra i due sessi c’è differenza nella conformazione delle ossa e nell’altezza media, le donne 152 centimetri, dieci in meno degli uomini.

Interessante il “processo di gracilizzazione” che segue la civilizzazione e la vita stanziale in condizioni ambientali sfavorevoli con diffusione soprattutto di artrosi alle articolazioni. Sembra inoltre che il loro carattere fosse pacifico, data l’assenza di segni di morte violenta: c’è solo un caso di lesione traumatica ossea però rimarginata, quindi non letale. Colpisce l’osservazione che sorgevano villaggi marinari dove oggi è Via Roma, al centro di Palermo, e il mare giungeva dov’è ora la vicina Via Maqueda, addirittura vi attraccavano le imbarcazioni per la pesca.

Nell’“Età del Bronzo” il progresso è testimoniato da una fiasca decorata rinvenuta nel “Riparo della Moarda”, ma non si sono trovati reperti ceramici della cosiddetta “cultura della Conca d’Oro” e non se ne conoscono le ragioni. Dov’è oggi l’aeroporto c’era il sopra citato villaggio preistorico di Boccadifalco, di cui sono state rinvenute soltanto 7 capanne.


Vasellame da mensa

Il trovarsi nel centro cittadino, con Via Roma e Via Maqueda, fa capire quanti reperti siano andati perduti nell’urbanizzazione distruttiva, soprattutto negli anni in cui non si prestava attenzione ai ritrovamenti e comunque si tendeva a non segnalarli per evitare onerosi fermi nell’attività edilizia.

L’alimentazione preistorica, filo rosso del progresso

Elementi in più su come vivevano li fornisce Vittoria Schimmenti nel suo “A tavola con gli antenati”; abbiamo parlato direttamente con la studiosa nella nostra visita al Museo e l’abbiamo sentita animata da passione per le ricostruzioni preistoriche che trovano nell’apposita Sezione del Museo Salinas un ricchissimo materiale, forse meno conosciuto e apprezzato di come meriterebbe.

In effetti attraverso la “tavola” si ricostruisce l’intera giornata, tutta impegnata nel procurarsi il cibo anche con utensili la cui preparazione impegnava essa stessa il resto del tempo. Dopo Tucidide troviamo altre due citazioni classiche, questa volta ad opera della Schimmenti, su come si alimentavano gli antichi. Lucrezio Caro nel I secolo avanti Cristo scriveva: “I primitivi si cibavano solo con quello che la terra dava spontaneamente”. E, dato che siano in Sicilia, ecco Diodoro Siculo due secoli dopo: “I primitivi andavano per le selve e vivevano solo di erbe, di radici e di frutti; vivevano nudi, senza casa e senza fuoco”.

La raccolta spontanea di alimenti da consumare crudi riguardava i frutti della quercia e del corbezzolo, del mirto e della vite selvatica, dell’ulivo selvatico e dell’alloro, del carrubo e del fico; vengono citate anche bacche e radici, germogli e bulbi di fiori e foglie. La carne procurata con la caccia rappresentava il 20% di una “dieta” molto vegetariana, proveniva dal bue e dal cavallo della antica specie “hudruntinus”, dal cinghiale e dal cervo; forse anche da uccelli come quaglia e pernice. Oltre a carne, interiora e grasso per alimentarsi, si recuperavano i denti, specie del cervo per ornamenti, le corna e le ossa per gli utensili, e soprattutto la pelliccia per proteggersi dal freddo. Le condizioni con cui si alimentavano svilupparono gli enzimi e i muscoli mandibolari, ma si logoravano i denti anche perchè usati “come una terza mano” per usi più pesanti della masticazione.

Cambiò molto quando fu possibile utilizzare il fuoco per cuocere i cibi oltre che per riscaldarsi e per difendersi dalle fiere; aumentò l’impegno per procurarsi la legna da ardere e si costruirono spiedi e utensili rudimentali con diversi materiali per spolpare gli animali e tagliare la carne. Addirittura le lame erano inserite in supporti di legno e venivano predisposte con bordi dai tagli diversi per meglio lacerare la carne. Usavano arpioni, fiocine e selci piantate su bastoni per infilzare la preda; per lo più pesci lungo gli scogli, nel Mesolitico dentici e murene, cefali e orate; c’era anche la raccolta di molluschi e crostacei e nelle zone interne di lumache. Nei reperti della “Grotta dell’Uzzo”, le analisi “paleonutrizionali” hanno accertato la prevalenza di alimenti marini e di vegetali, e il consumo di frutti come fichi, carrube e datteri i cui zuccheri creavano carie rilevate nei denti.


Fruttiere.

Nel Neolitico, con la ceramica si potevano cuocere sul fuoco anche i vegetali, non solo la carne negli spiedi: di qui lo sviluppo di recipienti, vasi e vasellame fino a brocche e bicchieri per i liquidi. Non si ricorre più alle forme naturali di conchiglie e ossa cave, si preparano cucchiai in legno e terracotta. E siano alla “rivoluzione neolitica” che cambia le abitudini alimentari con l’abbandono del nomadismo per l’agricoltura e l’allevamento degli animali, in particolare buoi e capre, cavalli e pecore: infatti, avere una produzione stabile e programmata consentiva di variare la “dieta”, aumentare il consumo di carne e utilizzare il latte degli allevamenti che, fatto coagulare, dava il formaggio. A questo punto la caccia veniva praticata meno, come fonte solo accessoria di carne.

Molteplici sono le coltivazioni, dai cereali ai legumi, agli alberi da frutta dei tipi oggi molto noti, come le mele e le pere: si ricorre ad accorgimenti e a nuovi utensili come le macine e i pestelli; il primo pane veniva cotto sulle pietre senza lievito con farine di frumento assolutamente integrali.

L’accurata ricognizione della Schimmenti sembra la cronaca di anni molto vicini a noi, parla di zappe di legno per scavare e di falci per mietere, nonché di accette, pur se di pietra levigata, per tagliare gli alberi. Il progresso – anche se si è ancora nella preistoria – incalza; si essiccano i prodotti per non farli deteriorare e si cospargono di sale, scoperto per un’evaporazione casuale di acqua di mare; verrà usato nella concia delle pelli nell’Era dei metalli. Ma siamo ancora nel Neolitico, la pesca si pratica con lenze e reti oltre che con gli arnesi da punta prima indicati; i resti rinvenuti di delfini e perfino di balene non provengono dalla pesca, ma dall’essersi arenati per venire poi recuperati e utilizzati dagli uomini primitivi: i graffiti della “Grotta del Genovese”, a Levanzo, raffigurano tonni e delfini.

Il mare, oltre che mediante la pesca, fornisce alimenti con le importazioni dal Mediterraneo e dall’Oriente di prodotti quali grano e orzo, sconosciuti nel Neolitico, come era sconosciuta la capra.


Fruttiera ad alto piede da Naro

Con l’Età del Rame divennero più efficienti gli utensili per la coltivazione, l’allevamento e la pesca e, come si è detto, fu abbandonato il nomadismo per la vita nei villaggi; parimenti fu quasi abbandonata la caccia, come provano i resti di animali rinvenuti, quasi solo domestici, Compare l’aratro e il carro con le ruote, tirati dai buoi; con l’orzo si prepara una bevanda alcolica corrispondente all’attuale birra, che ha preceduto cronologicamente il vino; si sviluppa il consumo di legumi e si preparano polente e zuppe di vario tipo. Sembra di descrivere la cucina moderna.

Poi l’ulteriore diversificazione alimentare nell’“Età del Bronzo”, favorita dagli scambi commerciali che oltre ai prodotti portarono nuove colture come vari tipi di alberi da frutta prima sconosciuti.

L’“Età del Ferro” vede nascere la coltura della vite e poi la produzione di vino, quindi quella dell’olivo importato dall’Oriente anche qui seguita dalla produzione di olio, entrambe riservate alle classi più elevate. Seguirà l’estrazione di olio anche da mandorle e noci; e dal lino dell’Oriente per la tessitura, dal ricino dell’Egitto e dal sesamo della Mesopotamia; anche i preistorici usavano dunque l’olio di ricino, non certo, si spera, come nel ventennio… A parte le battute, l’inventiva e la maggiore conoscenza porta a produrre infusi di foglie e frutti con la predisposizione dei recipienti adatti, si arriva già in quest’epoca perfino ai dolci, ricavati dal miele e da particolari frutti secchi.

Il ritmo del progresso si fa sempre più incalzante, lo vediamo attraverso l’alimentazione che è il terminale di un insieme di attività legate alla tecnologia e alla conoscenza. Gli utensili vengono continuamente perfezionati e realizzati nei metalli ben più efficaci di ossi e selci; vediamo come opera l’inventiva con gli “ami per i polpi”. Dall’Asia e dalla Grecia arriva il pollame, che viene allevato anche in Sicilia, come mandorli, noci e noccioli poi diffusi in tutta l’isola. Gli orci e le giare in ceramica si rivelano ideali per la conservazione dei cibi, ottenuta pure essiccandoli e salandoli: questo consente di mantenere provviste anche di carne e pesce. I liquidi vengono conservati in recipienti capaci dove si attinge con tazze provviste di manici: nella nostra infanzia in Abruzzo ricordiamo la “maniera” quadrata e il più piccolo “scommarello” rotondeggiante.

Ormai gli scambi commerciali mettono in contatto con altre usanze ed altri tipi di alimentazione e di preparazione dei cibi, si creano ricette che elaborano e mescolano gli ingredienti. “Ma è soprattutto dall’epoca romana – conclude la Schimmenti il suo excursus preistorico – che il cibo da semplice fonte di sussistenza divenne occasione per banchetti e convivi, si mangia più per soddisfare il gusto e la gola e non per il semplice fabbisogno. E così il necessario diventa superfluo”.

Tutte le immagini, con le didascalie, sono tratte dal citato “Le storie della preistoria al museo Salinas”, Regione Siciliana, Assessorato dei Beni Culturali e dell’identità Siciliana, dipartimento omonimo. La pubblicazione è a cura del Museo Archeologico “Antonio Salinas”, Palermo, direzione e coordinamento generale di Giuseppina Favara; autori dei capitoli contenenti le immagini, a cui si è fatto riferimento anche nel testo, sono Rosaria Di Salvo e Vittoria Schimmenti.

Autore: Romano Maria Levante – pubblicato in data 14 gennaio 2011 – Email levante@archart.it

“Gente d’Abruzzo”, 2. Identità e valori nel “verismo sociale” degli artisti abruzzesi dell”800

di Romano Maria Levante

Pubblicat in cultura.inabruzzo.it, 12 gennaio 2011 . Ripubblicato in www.arteculturaoggi.it, stessa data

Concludiamo la visita alla mostra “Gente d’Abruzzo – Verismo sociale nella pittura abruzzese del XIX secolo” alla Pinacoteca Comunale di Teramo dal 30 ottobre al 30 marzo 2011, ,con gli artisti dalle cui opere emergono altri modi di esprimere il verismo sociale dopo Teofilo Patini. A lui abbiamo dedicato il primo articolo, insieme a considerazioni collegate all’icona di Antonio Paolucci nella mostra romana “1861 – I pittori del Risorgimento” e all’iniziativa di Vittorio Sgarbi di inserire nel “Padiglione Italia” per il 150° dell’Unità d’Italia artisti di ogni regione.

“I morticelli” 1880, cm 94 x 262

La civiltà silvo-pastorale abruzzese

L’Abruzzo forte e gentile senza le asprezze del verismo di Patini si trova in Tiziano Pellicciotti (Tito), “Pastorella con gregge presso Paganica” – altra località vicina a L’Aquila, come Fossa citata per il quadro di Patini ”Un monaco e la sua cella” – composizione del primo quarto dell’800. L’ambiente è colorato e luminoso, tanto che le pecore più lontane sembrano macchie di luce; quelle in primo piano, invece, sono ben delineate come la pastorella di cui sono curati particolari anche graziosi; una certa fatica nel volto, e il paese che sembra chiudere l’orizzonte, sono i soli elementi che introducono qualche durezza in una scena per altri versi serena e bucolica.

Tendenzialmente arcadico è “Il primo bacio” di Pasquale Celommi, 1928 circa, nulla interrompe l’ambiente bucolico dove le pecore ordinate e tranquille brucano l’erba, mentre i due giovani si baciano in un posa settecentesca, con un fondale di alberi delicato e armonioso sotto il cielo terso. Si passa alla natura inclemente in “Tempesta sul gregge” di Tommaso Cascella, 1918, figlio d’arte in una famiglia di grandi artisti. Il cielo diventa corrusco, gli alberi nodosi e contorti, i pastori non più giovani leggiadri ma uomini rudi che si spostano pesantemente, il primo appoggiato a un bastone evoca immagini bibliche, torna in mente Mosè; il gregge non è più fatto di poche pecore impegnate a pascolare serenamente, ma da una massa di ovini agitati alla ricerca di un riparo.

Tiziano Pellicciotti (Tito), “Pastorella con gregge presso Paganica” sec. XX, primo quarto, cm 16 x 36

Fin qui pecore e pastori all’aperto, come in “Pastorelli e capretta sul declivio”, di Gennaro della Monica. Invece, nel suo “La fiera di Ronzano a Isola del Gran Sasso”, 1880 circa, persone e animali, pur all’aperto, si dividono lo spazio per la sosta e l’attesa: è una scena di vita paesana, “La fiera presso Madonna della Grazie” la trasferiscenel campo boario della città di Teramo. Su Isola, come su Teramo, c’è lo sfondo dominante della grande catena montuosa: “Il massiccio del Gran Sasso” si intitola il dipinto di Ernst Schweinfurth che raffigura “il gigante che dorme”.

Troviamo le pecore anche nel chiuso delle stalle, un tema ricorrente nella pittura abruzzese dell’800 come lo era nella vita dei paesi di campagna e di montagna fino a metà del ‘900 ed oltre. A Tiziano Pellicciotti si deve “Pecore e asinelli”, anteriore a quello sopra citato esposto in mostra: gli asini prevalgono nella composizione, sono immobili e si sente la pesantezza del basto, le pecore emergono dall’oscurità come macchie bianche, non c’è la presenza umana, diventano i protagonisti.

Pasquale Celommi “Il primo bacio”, 1928 circa, cm 65 x 111

Lo sono ancora di più nell’“Interno di stalla con caprette” di Filippo Palizzi, sembrano dialogare con l’asinello, liberato questa volta dal basto, in un’atmosfera attraversata da un raggio di luce radente e ravvivata dai fiori rossi che spuntano sul fascio di fieno scuro.

L’umanità della gente d’Abruzzo

Ritorna la presenza umana nell’“Interno di stalla con figure” di Giuseppe Palizzi, composizione che rende visivamente un aspetto della vita contadina della “gente d’Abruzzo”: Le caprette saltano verso il ragazzo sulla porta della stalla, la mucca che occupa interamente il primo piano con dietro il vitellino viene munta dalla donna seduta, mentre la luce si riflette sul pelo bianco e sulla testa dall’occhio mansueto, fa pensare a “T’amo, pio bove, e mite un sentimento…”.

Nell’oscurità, invece, “Interno di stalla” di Valerio Laccetti, la luce penetra dalla finestra alta e stretta, dove l’uomo sorregge il bambino affacciato, passa radente sul dorso della mucca con dei riflessi sul pavimento, tenui ma tali da far percepire l’accuratezza dei particolari.

Tommaso Cascella, “Tempesta sul gregge“, 1918, cm 100 x 109,5

Dalla stalla all’abitazione in “Interno con famigliola abruzzese”, dello stesso Laccetti, quasi una miniatura per le piccole dimensioni rispetto agli altri descritti; rappresenta con chiarezza un ambiente povero ma molto vivo e “abitato”, con uno scorcio prospettico sulla sinistra che ne dilata le dimensioni. La scena è caratteristica: c’è la madre con il piccolo sulle ginocchia, il più grandicello gioca seduto a terra sotto lo sguardo interessato del gatto nero, mentre l’adolescente in piedi cuce tra madie e sedie impagliate tipiche delle cucine abruzzesi fino a tempi recenti.

E’ oscura la stalla in cui si svolge “La prima lezione di equitazione”, dipinto nel quale ritroviamo Teofilo Patini, in un verismo addolcito: più che una lezione è una effusione, il bimbo nudo in groppa al cavallo sul quale piove la luce è molto piccolo, lo tiene il padre di cui sono in illuminati i gambali: la luce permette di intravedere la madre che accorre preoccupata, pecore e galline, un maiale e un cavallo con la testa nella mangiatoia. Un vero affresco nella quasi completa oscurità.

Gennaro Della Monica, “La fiera di Ronzano a Isola del Gran Sasso” 1880 ca, cm 63,5 x 78,5

In piena luce e colori, anche se di tonalità pastello, il dipinto “Intimità”, di Sebastiano Tarquini,tutto in primo piano: composizione del tutto diversa, compatta e piramidale rispetto alla dispersione nell’ambiente della precedente, il gruppo ricorda la Madonna con bambino insieme a santa Elisabetta e san Giovannino. Nessun altro elemento oltre alle loro figure distrae da una scena di grande tenerezza: la donna a sinistra mentre allatta il proprio piccolo si accosta a baciare l’altro che le avvicinano le due donne al suo fianco, la giovane e l’anziana. Il panneggio è molto curato, a sottolineare, pur nella povertà dell’ambiente, che il ruolo della donna è dominante e faticoso, e viene svolto con determinazione e dignità in un realismo attento ai problemi della vita quotidiana.

Un ruolo faticoso, non solo per il lavoro nella casa e nella stalla. Ne fa fede il tema delle “Lavandaie”, declinato da Carlo Patrignani, 1912, in modo solare: siano usciti dal buio delle stalle e dagli interni spesso altrettanto oscuri di certe povere abitazioni, anche se c’è il calore umano a renderle vivibili. Qui siamo “en plein air”, verrebbe di parlare di Arcadia per la nitidezza calligrafica e l’equilibrio della composizione dove terreno e specchio d’acqua, vegetazione leggera e architetture altrettanto armoniose sono l’ambiente ideale per un minuetto, pardon, per inserirvi due figure graziose in costumi tradizionali – forse gli abiti della festa – che sembrano mimare il risciacquare i panni nelle acque guardandosi compiaciute, mentre la terza è coperta e altre due più lontane osservano la scena. Non c’è fatica, ma lirismo e colore, gioventù e bellezza, un Parnaso!

Filippo Palizzi, “Interno di stalla con caprette”, cm 39 x 52

Il “verismo gentile” di Celommi

Com’è diversa ”La lavandaia” di Pasquale Celommi, 1885-1888! Le spalle esprimono la forza fisica, le mani gonfie e arrossate per il troppo lavare la fatica, il viso sorridente l’accettazione del ruolo, l’esibizione del vestito della festa in una intensa rappresentazione quasi fotografica il “verismo gentile, dal tono affabile e coinvolgente”, nella definizione di Mariella Gatta.

Altrettanto gentile è il verismo di “Uno sposalizio abruzzese”, sempre di Celommi, 1884-86 circa: tutti i partecipanti sono disposti su una linea orizzontale, quasi si preparassero alla foto di gruppo, in atteggiamenti diversi e molto espressivi a seconda del ruolo, dallo sposo con l’abito di circostanza colorato che guarda intensamente la sposa chiusa nel suo pudore femminile, alla gente festante: l’uomo che sventola il cappello con la mano sugli occhi per ripararsi dal sole e la giovane donna elegante nel suo costume con il velo in testa che porge dei confetti a una bambina la quale solleva la veste per raccoglierli; la ragazza che guarda estasiata la sposa e quella che versa una bevanda nel bicchiere, le figure da parti opposte della donna, forse la madre, che arriva ancora indaffarata e dei bambini che giocano, fino ai suonatori, oltre alla chitarra si riconosce il caratteristico “ddu-botte. C’è festa nella gente e nell’atmosfera, nei colori luminosi con le ombre che si stagliano e nel movimento allegro e discreto.

Giuseppe Palizzi, ““Interno di stalla con figure” cm 90 x 117

La “dinamicità della scena – commenta Paola Di Felice – è sottolineata dalla pennellata fluida che lascia trascorrere lo sguardo come su un’onda in movimento. Il tema ricorda da vicino quadretti tipici della civiltà contadina meridionale”. C’è anche, aggiungiamo noi, tutta la delicatezza del suo “Il primo bacio” citato all’inizio, che ha il dolce sapore dell’Arcadia. La Di Felice conclude che quest’opera esprime “ancora una volta l’amore dell’artista per la sua terra, quel suo bisogno di ‘vero’ che è bisogno irrinunciabile di recupero della propria identità e delle proprie radici”.

Sono dell’abruzzese forte e gentile, e lo abbiamo visto ora; ma anche forte e fiero: “L’operaio politico”, dello stesso Celommi, 1888, ci dà quest’altra faccia della luna, il volto aggrottato e attento, la carica vitale sottolineata dalla luce radente, l’impegno sociale nel giornale che sta leggendo con attenzione e negli altri sul tavolo dov’è poggiato il cappello. “Ne deriva – è ancora la Di Felice – un forte messaggio di rivendicazione sociale che la concentrazione nella lettura dell’umile operaio, mentre affonda il suo sguardo sui caratteri del foglio, sottolinea con forza”. La composizione, nella ricerca dei particolari prima indicati, “connota il gusto per il ‘vero’ dell’artista, rinvia all’interesse di Celommi per le condizioni sociali del soggetto”.

Valerio Laccetti, “Interno con famigliola abruzzese” , cm 30 x 40


Alla stazione”, il cammino della speranza della “gente d’Abruzzo”

La fierezza dell’abruzzese non si traduce soltanto nell’impegno rivendicativo. C’è anche l’orgoglioso rifiuto della condizione di miseria e di povertà, quando la natura avara non dà alternative per rimuoverla. Di qui la valvola dell’emigrazione, che ha visto gli abruzzesi affrontare con coraggio “il “cammino della speranza”; e non per i più vicini paesi europei, ma soprattutto verso le “lontane Americhe”: dove hanno costituito comunità fiorenti, Toronto è chiamata “la seconda città abruzzese dopo Pescara”, per la popolazione che vi risiede originaria dell’Abruzzo.

Ed è noto il carico di amarezze e sofferenze che ha comportato per gli emigrati e le famiglie rimaste nei paesi, quando la lontananza era assenza completa a parte le lettere che si leggevano come quelle dal fronte viste nella citata mostra romana “1861 – I pittori del Risorgimento”. Un esodo biblico se si considera che dal 1876 al 1915 espatriarono dall’Abruzzo circa 600 mila persone, dal 1916 al 1945 quasi 160 mila e dal 1946 al 1976 altre 465 mila, in totale un milione e 200 mila persone da una regione che conta un numero di abitanti di poco superiore. Il “Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana”, aperto da poco più di un anno a Roma alla Gipsoteca del Vittoriano, dà conto di questa epopea con ricchezza di documentazione e immagini suggestive.

Sebastiano Tarquini, “Intimità”, 71 x 100 cm

Non poteva mancare una testimonianza di questa epopea nella mostra sulla “Gente d’Abruzzo” , la troviamo in “Alla Stazione”, di Carlo Patrignani, 1907, con un gruppo in attesa di partire per altri lidi. I pastori seduti in primo piano non hanno smesso le loro tipiche acconciature, sono pensierosi. Invece il folto gruppo di donne è con gli abiti della festa, i costumi popolari abruzzesi; sono sorridenti e vivaci, la luce contribuisce a dare all’insieme vitalità e dinamismo.

Anche qui, come in “L’operaio politico” di Celommi, c’è un forte messaggio, e va sottolineato che maestro di Patrignani fu Patini, “il primo ‘pittore sociale’ dell’Ottocento italiano”. Lo ricorda Monica Minati che conclude: “Su questo evidente e nuovo interesse verso il tema sociale ebbe, inoltre, una qualche ascendenza l’abruzzese Francesco Paolo Michetti (1851-1929), già noto per i soggetti ispirati alla sua terra d’origine, resi attraverso l’adesione alle tematiche del verismo, di evocazione folkloristica e sociale”.

Pasquale Celommi, “La lavandaia”, 1885-88, cm 108 x 65

Il Cenacolo dannunziano nella mostra

Quali siano queste tematiche lo vediamo subito dalla mostra, passando alla seconda delle nostre motivazioni personali: quella legata a D’Annunzio, che figura in un ritratto opera di Francesco Paolo Michetti esposto con altri ritratti dello stesso pittore, grande fotografo: quello dello scultore Barbella, del musicista Tosti e di se stesso; oltre a una scultura che ritrae Gaetano Braga.

Si ricompone nella sala B della Pinacoteca, il Cenacolo di Francavilla, non soltanto con questi ritratti che fanno sentire la presenza dei protagonisti, quasi guardassero dalle pareti, ma soprattutto con le sculture di Barbella e le pitture di Michetti. All’ambientazione mancano le musiche di Tosti e le prose e poesie di D’Annunzio, non sarebbe stato difficile aggiungerle, ma questo avviene solo nelle mostre di arte contemporanea. Del resto crediamo non servisse, nel Cenacolo rinato nella sala con i quadri del pittore e le forme dello scultore, i versi e le parole dannunziane tornavano alla mente e le musiche di Tosti risuonavano nelle orecchie, “’A vucchella” prima tra tutte.

Carlo Patrignani, ” Alla stazione” 1907, cm 56.2 x 75,2

Ricordiamo, dunque, il Cenacolo dannunziano prima di declinare il particolare verismo dell’artista. E’ stato una fucina creativa, con influssi reciproci, la pittura e la scultura dei due artisti citati ispiravano la poesia e la scrittura di D’Annunzio, e viceversa; ci sono descrizioni di vecchi, scritte da D’Annunzio, che nascono da una scultura di Barbella come dalle pitture o fotografie di Michetti. E si legge che D’Annunzio ventenne nel “Canto Novo” si era ispirato al quadro “I morticelli” per descrivere un funerale sulla spiaggia: “Stagna l’azzurra calura” s’intitola il sonetto.

La compresenza e compenetrazione tra le arti che si realizzava nel Cenacolo è stato un lievito per la cultura e ha segnato una strada che andrebbe sempre battuta: l’abolizione degli steccati di genere per un’arte universale che mutui stimoli ed ispirazione dalle forme diverse un cui si presenta; le recenti “Lettere d’amore”, o meglio le “lettere inedite di Gabriele d’Annunzio rilette in forma teatrale da Dacia Maraini” sono un esempio attuale di commistione tra due generi contigui; è vicino al Cenacolo il sodalizio del pittore contemporaneo Maugeri con il poeta Benedetti, i cui frutti soprattutto pittorici abbiamo potuto ammirare nella mostra al Vittoriano di cui abbiamo dato conto di recente; il Cenacolo era innovativo nell’avvicinare generi ritenuti lontani e incomunicabili.

Francesco Paolo Michetti, “Ritratto di G. D’Annunzio” , cm 60,5 x 47,5

Nella sala, varie sculture di Barbella esposte vicino ai quadri di Michetti, in un sodalizio che ha portato il secondo a cimentarsi anche con la terracotta, oltre che con i pennelli e la macchina fotografica. Ce ne sono tre, altre cinque sono collocate nella sala C al piano superiore, ma ne parliamo ora considerandole insieme, come se fossero tutte nella sala B dedicata al Cenacolo.

La “personale” di Barbella

Sono sculture di piccole dimensioni ma di grande intensità, anche questa è una sorta di mostra “personale”, di Costantino Barbella, all’interno della mostra collettiva. Nei due “Onomastico del nonno”, 1907, uno in bronzo, l’altro in terracotta, “la scena – sono parole di Bianca De Luca – è resa in maniera molto spontanea e genuina. è un vero idillio di tenerezza”.

Costantino Barbella, “Onomastico del nonno” post 1907, bronzo, h cm 23

Diversi i sentimenti che ispirano “Triste storia” e “Luce nelle tenebre”. Nel primo, di bronzo, tre donne pensierose fino a diventare inespressive, con lunghe tuniche, quasi “le tre grazie” tristi, ricordiamo sempre la piccola dimensione sui 30 centimetri; come triste è “Luce nelle tenebre”, in terracotta, se si considera che la figura rappresentata – modella un busto di donna avendo gli occhi spenti – è in fondo l’immagine dello scultore che stava perdendo del tutto la vista. Misure molto simili quelle di “Montagnolo”, in terracotta, e “Su su (Contadinella con otre di vino)”; in bronzo: nel primo torna la serenità, nel secondo addirittura c’è un movimento giocoso.

Ma è quasi una preparazione alle due più grandi sculture in cui, a nostro avviso, raggiunge una straordinaria forza espressiva: “Rancore”, in terracotta, e “Sogni felici”, in bronzo. In “Rancore” vediamo lei torcere lo straccio che ha in mano con il viso imbronciato, mentre la conca le pende al fianco come un segno distintivo, quasi la spada dei cavalieri e la pistola dei cow boy; lo associamo all’immagine della Contadinella della pasta De Cecco, invece della conca il fascio di spighe, ma siamo influenzati dal fatto che uno dei partecipanti al Cenacolo dannunziano fu Paolo De Cecco.

Costantino Barbella, “Rancore”, terracotta,
h cm 64

Smesso il broncio, sembra della stessa fanciulla l’immagine di “Sogni felici”, scultura di 80 per 50 cm, che la vede abbandonata nel sonno a seno nudo in una posa plastica e sensuale “per aderire, scrive Mariella Gatta, “ai gusti di una committenza sempre più incline a soggetti piacevoli e di puro godimento visivo”. Giudizio centrato, il godimento visivo c’è ed anche nel senso di purezza, tanto la giovane è indifesa e innocente, da guardare e rispettare. Ma suscita essa stessa un sogno proibito, tutti vorrebbero trovarsela al fianco nel risveglio mattutino e mirarne l’espressione felice.

Michetti dalle piccole sculture ai dipinti di verismo folkloristico e sociale

Passare da questa opera per noi spettacolare alle due piccole sculture in terracotta di Francesco Paolo Michetti potrebbe sembrare ardito. Invece “Madre con bimbo” e “Pastorella” suscitano un senso di tenerezza che, su piani diversi, si può accostare a quella con cui si possono guardare i “Sogni felici”: nella prima la tenerezza viene dal caldo abbraccio tra madre e bambino, nell’altra dai dolci lineamenti del viso della pastorella: in effetti c’è un senso pittorico che nasce dalla stessa ragione delle due opere, accondiscendenza per l’amico Barbella da un lato, prova d’autore dall’altro verso chi criticava il suo metodo di servirsi di fotografie e di schizzi per i suoi grandi quadri.

Costantino Barbella, “Sogni felici” , 1900, bronzo, cm 80 x 50 x 40.

Di questi non troviamo “La processione del Corpus Domini” e “La figlia di Iorio”, ma il grande, in tutti i sensi, “I morticelli”, 1880, una processione religiosa anche questa, ma funeraria, con i corpicini dei neonati gemelli portati dietro al sacerdote e la croce con un gruppo variopinto di donne al seguito e dei violini suonati da cinque robusti paesani vestiti di scuro che chiudono il corteo.. Il tutto con sullo sfondo la linea e i colori del mare sotto un cielo terso quasi abbagliante, così commentato da Boito: “La mestizia del quadro somiglia ai rintocchi d’una campana, che suoni a morto. Infatti suona nel quadro una nota, la quale torna spietata e con insistenza: l’azzurro”. Tanto forte da far scrivere a D’Annunzio in una lettera al sodale del Cenacolo Paolo De Cecco, “quell’ebrezza sovrumana d’azzurro mi fa pensare”, e a ispirargli nel citato sonetto di “Canto Nuovo” “Stagna l’azzurra caldura”, che nell’“azzurro intenso di cielo e di mare” vede “la prima manifestazione potente del dolore”.

Dal dolore alla gioia, i neonati prima funerei ora sono un inno alla vita: E’ “Prima nidiata”, non solo il bebè sulla culla ma i pulcini che gli saltellano intorno, il ciclo vitale continua, nei particolari pittorici c’è tanta poesia. Ma la morte si riprenderà la vita nella “Seconda nidiata”, non esposto in mostra, la culla sarà vuota e solo i pulcini continueranno a saltellare, questa volta sulle gambe della madre inginocchiata in lacrime.

Francesco Paolo Michetti, “I morticelli” 1880, particolare (parte sin)

In fondo, nell’anima della “gente d’Abruzzo”, a diretto contatto con le forze della natura anche dure e ostili come nelle montagne più impervie e isolate, il senso della morte e quello della vita sono compresenti, vissuti nella consapevolezza che c’è un disegno e una regola, un ordine: forse quello della poesia di Aleardo Aleardi, dove alla domanda “Che cosa è Dio?”, “Ordine mi risposero le stelle”

C’è vita nello “Studio per mattinata”, il quadro conclusivo della nostra visita alla sezione michettiana: le figure di giovani ragazze che si materializzano indefinite come possono esserlo nei sogni nella pineta sul mare, rivolte a chi guarda ballando e cantando ci fanno pensare a “la vita è bella”, l’ espressione che D’Annunzio scrisse più volte nella stessa pagina della “Licenza” della Leda: la bellezza della vita è nella natura, “una creatura da non abbracciare, da non possedere, …tutta l’aria è volontà e voluttà di vita”. Questo suscita il dipinto che Matilde Serao definì “il canto più alato, più gioioso che il genio italiano abbia innalzato alla luce, alla primavera, alla gioventù”, come ricorda Bianca De Luca, sottolineando che ai suonatori confusi in un macchia scura abbia dato i volti di Barbella e Tosti, De Cecco e se stesso. Questa notazione fa dare al quadro di Michetti il senso della totale identificazione. Manca D’Annunzio, ma è come se lo spettacolo fosse per lui, forse vi si ispirarono le sue parole nelle quali spiega da par suo come e perché “la vita è bella”.

Francesco Paolo Michetti, “I morticelli” 1880, particolare (parte dx)

La dimensione religiosa del verismo sociale

Anche dal Cenacolo dannunziano è venuto un ritratto della “gente d’Abruzzo” che si aggiunge a quello del lavoro duro e sofferto, della forza e della determinazione, della pazienza e della gentilezza. Non abbiamo parlato di un carattere compresente, la religiosità. Ci sono state mostre delle opere religiose, a Roma quella a Montecitorio sull’ “Arte ferita”, e a Castel Sant’Angelo, ne abbiamo parlato a suo tempo; è un campo nel quale l’arte abruzzese ha dato innumerevoli capolavori di pittura e scultura, oltre all’architettura delle sue tante chiese. Si tratta di una terra “nativamente religiosa”, come diceva D’Annunzio che scrisse parole alate per la Chiesa abruzzese.

Il “verismo sociale” non va considerato al di fuori dell’ispirazione religiosa sebbene i suoi motivi siano molto terreni. In mostra non è assente, ci sono i due dipinti di Teofilo Patini, ancora lui!, su “San Carlo Borromeo tra gli appestati” : un piccolo “studio preparatorio”“ riprodotto in grandi dimensioni nel “bozzetto” di 170 per 90 centimetri circa, il dipinto finale è dal 1888 nel Duomo dell’Aquila. Nel saluto del giorno dell’inaugurazione l’arcivescovo Vicentini fece un parallelo con il “trittico sociale” sempre di Patini che abbiamo commentato nel primo articolo, dicendo: “Usato con lo stesso pennello a ritrarre scene sociali… ora si è trovato a dipingere una sventura che non gli veniva dalla mano dell’uomo, ma da quella di Dio e che perciò solamente da Dio poteva aspettare il conforto”. Inoltre “le piaghe sociali gli avevano suggerito argomenti di dolorosa realtà”. Tale la scena con il moribondo a torso nudo riverso in primo piano circondato dagli appestati mentre i dignitari in secondo piano portano un polittico; al centro il Santo che implora la misericordia divina ricorda ci Pio XII nel volto, nella figura e nell’atteggiamento ieratico a braccia larghe verso il cielo.

Francesco Paolo Michetti, “Studio per ‘Mattinata’”, cm 67,5 x 128

Sta per terminare la visita, uscendo sul Ballatoio ci soffermiamo davanti alle due grandi sculture di Raffaello Pagliaccetti, alte circa un metro. Il gesso del 1885 “Figura di giovane demente” o “Lo scemo con le mani incrociate” evoca una realtà dei paesi che veniva vista con comprensione ma anche indifferenza; qui c’è una drammaticità da maschera tragica, Paola Di Felice parla di “una smorfia che si traduce in ghigno di dolore urlato all’umanità tutta”, ogni fibra del corpo appare tesa e contorta, è una rappresentazione “senza indulgenza, con un verismo crudo, brutale”.

L’opposto “La cieca orfanella abruzzese”, del 1879, in terracotta, una figura malinconica e dolente, dalla tristezza antica nonostante la giovane età: le pupille spente, un “rassegnato abbandono”, il volto con dei fremiti che rivelano “l’inquietudine di un’anima”. Mentre ci accingevamo ad aggiungere a tali parole il richiamo alle Madonne religiose, quasi fosse angelicata dalla sofferenza, abbiamo visto che chi le ha scritte, sempre la Di Felice, va oltre definendola “novella ‘Madonna in cenci’” realizzando così la saldatura tra verismo sociale e motivi religiosi.

Raffaello Pagliaccetti, “La cieca orfanella abruzzese” 1879, terracotta dipinta a olio, cm 92 x 48 x 75

In questi motivi possiamo trovare – al di là del preminente motivo fideistico – qualcosa di consolatorio, che aiuta a superare le miserie e le ristrettezze di una vita difficile, rese dal “verismo sociale” di cui abbiamo visto tante espressioni. Due immagini ci portano a questa considerazione. La prima è il tondo ceramico di Basilio Cascella, “Chiesa di San Bernardino all’Aquila”, tre giovani donne in costume abruzzese scendono lungo l’ampio scalone che parte dalla facciata monumentale, altre figure salgono, in un ambiente solenne e insieme familiare, come il clima di serenità che lo pervade. Ancora più espressiva l’altra opera, dell’autore si conoscono solo le iniziali, B.S. (anonimo), “Aquila in festa a piazza del Duomo”, un’esplosione di fuochi di artificio nel cielo notturno con la facciata illuminata su una folla partecipe, immersa nel buio iluminato da festoni e da altri segni di festa. L’anonimato dell’autore, fine XIX secolo, la rende quanto mai significativa, quasi un sigillo simbolico di come lo spirito religioso possa trascinare la gente d’Abruzzo in manifetazioni di vitalità collettiva che fanno dimenticare le tante sofferenze individuali.

Basilio Cascella, “Chiesa di San Bernardino all’Aquila” , ceramica, diam. cm 37

Tanti identikit un’unica identità della “Gente d’Abruzzo”

Tanti identikit per un’unica identità: ne abbiamo parlato a lungo e non è il caso di ricapitolare. Alla dimensione civile e paesana declinata nei suoi molteplici momenti e aspetti, duri per l’inclemenza della vita e della natura ma alleggeriti dalla grazia e dalla leggerezza, si è aggiunta la dimensione religiosa del verismo sociale, fino alla sua trasposizione laica in un’identificazione superiore.

Una dimensione, questa della “gente d’Abruzzo”, che merita di essere celebrata nel 150° dell’Unità d’Italia, insieme con quella delle altre genti del nostro paese, in un federalismo nazionale che nella consapevolezza delle proprie radici territoriali e umane trovi nuovi motivi di riaffermazione orgogliosa in un tessuto unitario rafforzato e valorizzato nelle sue componenti.

Ad Antonio Paolucci e a Vittorio Sgarbi, che nei diversi ambiti di elevato prestigio hanno colto come la dimensione artistica sia importante nelle riflessioni indotte dall’anniversario, va la proposta formulata all’inizio, che con la visita alla mostra si è arricchita di motivi legati a forti sentimenti.

B.S. (anonimo), “Aquila in festa a Piazza del Duomo” fine sec. XIX, cm 63,5 x 78,5

Info

Pinacoteca Comunale di Teramo, Viale Bovio. 3. Catalogo “Gente d’Abruzzo – Verismo sociale nella pittura abruzzese del XIX secolo”, a cura di Pierluigi Silvan, Scienze e lettere, 2010, pp. 216, formato 24x 28. Il primo articolo, con il quadro generale e Teofilo Patini, è uscito il 10 gennaio 2011 sempre in cultura.inabruzzo.it . Per le mostre citate cfr. i nostri articoli usciti in tale sito: “1861, i pittori del Risorgimento”, 2 articoli l’ 8 gennaio 2011, e “Padiglione Italia” 26 maggio 2011, “Maugeri al Vittoriano con benedetti: il pittore e il poeta” 22, 24 giugno 2010, e “Sos arte dall”Abruzzo, a Roma una grande mostra per non dimenticare” 12 aprile 2010 (il sito non è più raggiungibile, gli articoli vengono trasferiti su questo sito).

Photo

Le immagini sono state tratte dal Catalogo, si ringrazia l’Editore, con i titolari dei diritti, per l’opportunità offerta. In apertura, Francesco Paolo Michetti, “I morticelli” 1880, cm 94 x 262, firmato, L’Aquila, Museo Nazionale d’Abruzzo; seguono, Tiziano Pellicciotti (Tito), “Pastorella con gregge presso Paganica” sec. XX, primo quarto, cm 16 x 36, firmato, Pratola Peligna, L’Aquila, Collezioni d’Arte della Banca di Credito Cooperativo, e Pasquale Celommi, “Il primo bacio” 1928, cm 65 x 111, firmato, Teramo, Collezione privata; poi, Tommaso Cascella “Tempesta sul gregge” 1918, cm 100 x 109,5, firmato e datato, Chieti, Museo d’Arte Costantino Barbella, proprietà della Provincia di Chieti, e Gennaro Della Monica, “La fiera di Ronzano a Isola del Gran Sasso” 1880 ca, cm 63,5 x 78,5, Teramo, Collezioni d’Arte della Banca di Credito Cooperativo; quindi, Filippo Palizzi, “Interno di stalla con caprette” cm 39 x 52, Pescocostanzo, L’Aquila, Collezione privata, e Giuseppe Palizzi, ““Interno di stalla con figure” cm 90 x 117, Pescocostanzo, L’Aquila, Collezione privata; inoltre, Valerio Laccetti, “Interno con famigliola abruzzese” , cm 30 x 40, Sulmona, Collezione privata, e Sabatino Tarquini, “Intimità” , cm 71 x 100, L’Aquila, Collezioni d’Arte del Municipio; ancora, Pasquale Celommi, “La lavandaia” 1885-88, cm 108 x 65, firmato, L’Aquila, Museo Nazionale d’Abruzzo, e Carlo Patrignani, ” Alla stazione” 1907, cm 56.2 x 75,2, firmato e datato, L’Aquila, Collezione Pecorelli; continua, Francesco Paolo Michetti, “Ritratto di G. D’Annunzio” , cm 60,5 x 47,5, Chieti, Museo d’Arte Costantino Barbella; poi, Costantino Barbella, “Onomastico del nonno” post 1907, bronzo, h cm 23, firmato, Chieti, Museo d’Arte Costantino Barbella, “Rancore”, terracotta, h cm 64, firmato, Teramo, Collezione privata, “Sogni felici” , 1900, bronzo, cm 80 x 50 x 40, firmato e datato, L’Aquila, Museo Nazionale d’Abruzzo in deposito da collezione privata; quindi, Francesco Paolo Michetti, “I morticelli” 1880, particolare (parte sin), particolare (parte dx), e “Studio per ‘Mattinata’”, cm 67,5 x 128, Chieti, Museo d’Arte Costantino Barbella; infine, Raffaello Pagliaccetti, “La cieca orfanella abruzzese” 1879, terracotta dipinta a olio, cm 92 x 48 x 75, firmata, Teramo, Pinacoteca civica, e Basilio Cascella, “Chiesa di San Bernardino all’Aquila” , ceramica, diam. cm 37, L’Aquila, Collezioni d’Arte della Cassa di Risparmio della Provincia; in chiusura, B.S. (anonimo), “Aquila in festa a Piazza del Duomo” fine sec. XIX, cm 63,5 x 78,5, siglato, L’Aquila, Collezione Piccirilli.

“Gente d’Abruzzo”, 1. Tricolore, identita’ e “verismo sociale” di Patini, alla Pinacoteca di Teramo

di Romano Maria Levante

Pubblicato in cultura.inabruzzo.it, il 31 dicembre 2010. Ripubblicato in www.artecultutraoggi.it, stessa data

Ecco a mostra “Gente d’Abruzzo. Verismo sociale nella pittura abruzzese del XIX secolo” alla Pinacoteca Comunale di Teramo dal 30 ottobre 2010 al 10 gennaio 2011, alla quale la rivista consorella www.abruzzocultura.it ha dedicato un servizio di Manuela Valleriani dopo l’inaugurazione. L’abbiamo visitata senza pensare di raccontarla, questo era stato già fatto, non intendevamo aggiungere il nostro commento.

Cesare Averardi, “La preparazione della bandiera“, 1906-08, cm 95 x 120

Perché allora, proprio alla chiusura, interveniamo sul tema, che equivale ad andare in chiesa a “spegnere le candele”, per usare un detto abruzzese in carattere con la mostra? Non sapevamo che sarebbe stata prorogata al 31 marzo. La risposta risiede in una duplice prospettiva nella quale la consideriamo: nell’ottica “romana” delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia dove la vediamo inserita di diritto, e nell’ottica dannunziana del Cenacolo di Francavilla. Due punti di vista a noi congeniali, di qui l’impulso irresistibile.

Il gemellaggio artistico e patriottico con l’icona della mostra romana di Antonio Paolucci

Cominciamo con l’ottica delle celebrazioni del 150°, e per questo aspetto l’intervento in extremis si collega al fatto che il 7 gennaio 2011 sono state inaugurate ufficialmente dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella ricorrenza del primo tricolore sventolato a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, una copia è stata consegnata solennemente ai sindaci delle tre capitali storiche, Torino fino al 1865, Firenze fino al 1871 e poi Roma, alla quale di recente è stato riconosciuto lo status – diverso da quello di un normale comune – di Roma Capitale. Il 1861 è comunque il simbolo della sospirata unità, sebbene si debbano aspettare altri dieci anni per completarla con Roma prima pontificia; anni tormentati, non va dimenticato il ferimento di Garibaldi ad Aspromonte nel 1863.

Su questi eventi la mostra in corso a Roma fino al 16 gennaio, “1861, I pittori del Risorgimento”, è stata galeotta con il vasto affresco del carattere militare e di quello popolare, l’abbiamo raccontata nelle sue componenti: l’epica, il popolo in armi e il popolo in ansia,un popolo che ha partecipato in vari modi, anche nell’attesa e nella sofferenza, per le sorti dei propri cari e della nazione. Nel descriverla abbiamo rivelato che tra i tanti dipinti smisurati, tra le scene epiche e le adunate popolari, il direttore dei Musei Vaticani e presidente del Comitato scientifico delle Scuderie del Quirinale, Antonio Paolucci, come simbolo, icona della mostra, ha scelto una quadretto semplice e compunto: una stanza dove una ragazza fiorentina cuce il tricolore, la luce spiove dalla finestra con vista sui tetti, “26 aprile 1848”, è un gesto di patriottismo raccolto e riservato, intimo e intenso.

Teofilo Patini, “La prima lezione di equitazione”, 1872-75, cm 49 x 83,5

Ebbene, visitando l’esposizione di Teramo senza l’intento di raccontarla – era stata già commentata, come abbiamo ricordato – il dipinto di Cesare Averardi, “La preparazione della bandiera”, ci ha richiamato quello ora citato di Odoardo Borrani, un interno anche il suo dove si cuce il tricolore. Diversi i soggetti, lì una giovane donna, qui le donne sono quattro e c’è anche un uomo, diverso l’ambiente, la luce non spiove ma invade la stanza da una grande vetrata, i colori sono vivaci e non discreti, la data è diversa ma le due celebrazioni sono in ugual modo retrospettive: Borrani nel 1861, data del suo dipinto, si riferisce al 1848, Averardi all’inizio del 1900 crediamo guardi al 1861.

Uguale appare l’intento e la motivazione, il senso patriottico riservato e operoso. Come riservata e operosa è la “gente d’Abruzzo” che risalta nella mostra con i suoi valori forti, radicati in una tradizione che ne ha fatto definire il carattere “forte e gentile”, e anche “forte e fiero”. Lo si vede nella perseveranza e nella pazienza, dove non c’è mai rassegnazione e neppure lassismo.

E’ un modo di essere che Benedetto Croce ebbe a manifestare nella natia Pescasseroli il 21 agosto del 1910, l’anno in cui fu divenne Senatore del Regno, in una breve visita dopo una vita trascorsa a Napoli che lo aveva portato ai più alti livelli nella fama e nella sapienza. Nel discorso di saluto ai “compaesani pescasserolesi” accorsi a salutarlo sotto il balcone della casa avita, nell’esprimere verso il capoluogo partenopeo la riconoscenza e l’affetto essendo la sua seconda patria, non si trattenne dal dire: “Io ho tenuto sempre viva la conoscenza di qualcosa che nel mio temperamento non è napoletana. Quando l’acuta chiaroveggenza di quella popolazione si cangia in scetticismo e in gaia indifferenza, quando c’è bisogno non solo di intelligenza agile e di spirito versatile, ma di volontà ferma e di persistenza e resistenza, io mi sono detto spesso a bassa voce tra me e me e qualche volta l’ho detto anche a voce alta: – Tu non sei napoletano, sei abruzzese! E in questo ricordo ho trovato un po’ d’orgoglio e molta forza”. Meglio di così non si potrebbe dire, questa è la “gente d’Abruzzo”, e nelle opere che esprimono la loro arte, dipinti e sculture, se ne sente l’anima.

Teofilo Patini, “Besrie da soma”, 1886, cm 213 x 414

Prima di raccontare come emerge dalla mostra teramana questa gente forte e gentile e anche fiera, completiamo il riferimento alla mostra romana che ci ha dato l’impulso per un gemellaggio ideale: mettiamo in apertura il dipinto su “La “preparazione della bandiera” cucita da mani abruzzesi come – in omaggio alla scelta di Antonio Paolucci – abbiamo messo in apertura al nostro commento della mostra risorgimentale alle Scuderie del Quirinale, il tricolore cucito il “26 aprile 1848” dalle mani della ragazza fiorentina: lo avevamo preannunciato al direttore dei Musei Vaticani e del Comitato scientifico delle Scuderie, all’insegna del profondo senso unitario di questo gemellaggio.

Il valore dell’identità popolare nell’arte per il “Padiglione Italia” di Vittorio Sgarbi

“L’appetito vien mangiando”, si dice dalle nostre parti – siamo gente d’Abruzzo – e forse anche altrove; e così visitando la mostra ci è venuta un’idea che sottoponiamo a Vittorio Sgarbi del cui sforzo creativo nell’ideare e realizzare un “Padiglione Italia” che celebri degnamente il 150° anniversario dell’Unità abbiamo dato conto di recente sulla rivista. Delle tante idee innovative che sono alla base della sua forma celebrativa ricordiamo la rassegna regionale di artisti per creare una partecipazione corale sul piano dell’arte a un evento considerato da tanti punti di vista. La mostra di Teramo “Gente d’Abruzzo” è un esempio concreto, già realizzato, di come l’affresco regionale può andare ben oltre singole personalità di artisti per penetrare nel vivo tessuto popolare.

E cos’è questo tessuto se non la vita della gente come è stata registrata nelle sue diverse espressioni dall’occhio dell’artista che ha una speciale capacità di introspezione e rappresentazione; soprattutto quando, come in questo caso, sono artisti della regione di cui raffigurano i caratteri più profondi e nascosti, e non semplici visitatori che spesso si fermano agli aspetti esteriori e più evidenti?

Teofilo Patini, “Vanga e latte”, 1884, cm 213 x 372

La mostra “Gente d’Abruzzo” ha una particolarità da ricordare: nella tappa teramana si è arricchita di ben venticinque opere di Della Monica, Celommi e Palizzi, non presenti neppure nel Catalogo, il merito va a Paola Di Felice, direttore dei Musei Civici, che l’ha curata nel capoluogo abruzzese.

Tornando al 150° dell’Unità d’Italia – per il quale il Padiglione Italia nell’impostazione di Sgarbi vuole giustamente dare una rappresentazione anche dell’arte regionale – pensiamo che la migliore celebrazione corale sarebbe con tante mostre sulle “genti” del nostro paese quante sono le regioni d’Italia presentate in ognuna di esse, come avvenuto per la mostra “gente d’Abruzzo”; e sarebbe il massimo se queste mostre fossero itineranti in modo da proporsi alle altre regioni e comporre così il mosaico di italianità fatto di tante tessere regionali, dopo averle esposte a rotazione in ogni regione per farle conoscere e farsi conoscere reciprocamente. Non sarebbe un modo alto di partire con il federalismo che proprio nel 2011 con l’approvazione dei decreti attuativi dovrà prendere il via?

Le identità regionali che sono radicate nella storia e vengono trasmesse dall’arte si confrontano e si assimilano in un quadro unitario, nell’anno in cui si celebra l’Unità d’Italia con la solennità e il fervore dei 150 anni; proseguendo anche dopo, naturalmente, in modo da marcare sempre di più le identità nella cornice unitaria rappresentata dai tricolori fiorentino e abruzzese prima evocati.

Teofilo Patini, “L’erede”,1880, cm 132 x 176

Il gemellaggio spirituale e umano tra L’Aquila e Assisi al battesimo della mostra

Nella mostra di Teramo, poi, c’è un ulteriore elemento che ne sottolinea l’aderenza allo spirito unitario: le opere esposte sono di artisti nati per lo più nel periodo risorgimentale: tra il 1810 e il 1820 Giuseppe e Filippo Palizzi; tra il 1835 e il 1860 Della Monica e Laccetti, Patini e Pagliaccetti, Michetti e Barbella, Celommi e Basilio Cascella; intorno al 1970 fino al 1890 Patrignani e Pellicciotti, Tarquini e Tommaso Cascella; Averardi è successivo, 1875-1939.

Ne dà ampie note biografiche il bel Catalogo a cura di Pierluigi Silvan, direttoredella mostra e curatore con Lucia Arbace e Cosimo Savastano dell’esposizione di Assisi, che ha preceduto quella di Teramo come anteprima simbolica del tour dei capolavori dell’’800 abruzzese in una scelta che, secondo il presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi, “sottolinea la solidarietà che unisce le Città di Assisi e de L’Aquila, legate da un ideale gemellaggio spirituale e umano”. Chiodi, nel definire “i più importanti capolavori della nostra arte come ambasciatori della città de L’Aquila e dell’Abruzzo attraverso il mondo”, ha citato le parole del Custode del Sacro Convento di Assisi, padre Giuseppe Piemontese: le due città “hanno sperimentato non solo la sofferenza per la morte di propri figli, per la perdita di case e di beni, ma anche l’offesa arrecata alle memorie della propria storia ed ai simboli della propria identità religiosa, sociale e spirituale: le chiese”.

Teofilo Patini, “Tre orfani“, cm 89,5 x 119

Gemellaggio, quindi, tra le città martiri del terremoto, gemellaggio nel tour di opere d’arte per sostenere lo sforzo di ricostruzione e restauro; come quello che abbiamo raccontato, in occasione della mostra sui “Colori di Giotto” ad Assisi – nei “venerdì di Archeorivista” sulla rivista consorella – dando conto del complesso lavoro per il recupero delle vele nella Basilica Superiore e del restauro con accesso del pubblico alla Cappella di San Nicola nella Basilica Inferiore.

Era doverosa questa citazione perché la mostra si colloca nello spirito di orgogliosa ripresa dopo la tragedia del terremoto che confida anche nella solidarietà – le opere d’arte itineranti sono uno stimolo suggestivo – e non vorremmo svisarne il significato con il nostro gemellaggio artistico e patriottico tra la preparazione della bandiera di Averardi e quella di Borrani collegando la mostra della Pinacoteca di Teramo a quella romana delle Scuderie del Quirinale. Resta sempre il primario gemellaggio ideale con Assisi, il nostro è un gemellaggio diverso, anch’esso significativo.

Teofilo Patini, “Pulsazioni e palpiti”, cm 135 x 176

Gente d’Abruzzo”, gli spazi tematici, quasi teatrali, di uno spettacolo suggestivo

Ecco davanti a noi l’operosità della “Gente d’Abruzzo, verismo sociale nella pittura abruzzese del XIX secolo”, quello nel quale corre la celebrazione. Il fatto che sia espressa dal “verismo sociale” è una garanzia che non si tratta di evasioni in mondi astratti e lontani, spesso prediletti dall’arte, ma di una visione concreta molto terrena e altrettanto veritiera della vita nella regione.

Riconoscere i diversi aspetti e momenti è facilitato dal magistrale allestimento che si avvale della peculiare distribuzione degli spazi nella Pinacoteca Civica di Teramo: le sale sono raccolte e nettamente distinte, dall’Atrio alle sale A e B, dal ballatoio alle sale C e D, queste ultime su due piani: anelli collegati in un’unica catena, ciascuno con un proprio ambiente e un proprio rilievo. Il grande dipinto di Teofilo Patini, nell’Atrio, ne è l’“ouverture” suggestiva, le statue di Raffaello Pagliaccetti nel Ballatoio introducono al secondo atto nel piano superiore. Ai principali protagonisti sono dedicati singoli quadri teatrali, pardon, sale espositive: dalla sala su “Patini e il verismo sociale” a quella su “Michetti e il cenacolo di Francavilla”, dalla “quotidianità incantata di Celommi” all’“eclettismo di Gennaro della Monica” e poi tutti gli altri di livello comparabile nella sala con varie presenze, tra cui Cesare Averardi e il suo “La preparazione della bandiera”.

Nell’associazione di idee con la mostra romana, al motivo prevalente della bandiera, per il suo simbolismo, si aggiunge l’accostamento del dipinto “Aquila in festa a piazza del Duomo”, di un pittore aquilano di fine ‘800 identificato soltanto dalle iniziali B. S., a “Il Duomo illuminato al bengala”, di Luigi Medici. In entrambi i dipinti è una notte di giugno, e i palazzi sono addobbati a festa, per piazza Duomo a Milano siamo nel 1859, si festeggia, con l’ingresso di Vittorio Emanuele II e Napoleone III, la liberazione, qui la festa del patrono della città, San Massimo, il 10 giugno. Motivo comune la festa popolare, ragioni del tripudio e angoli di visuale della composizione pittorica diversi: qui una visione frontale da “cinemascope” con la piazza gremita all’inverosimile in penombra in un campo lungo e in fondo la facciata luminosa della chiesa, là uno scorcio da un oscuro abbaino con una piccola parte della folla che si intravede dinanzi a un duomo in piena luce.

Teofilo Patini, “Via Paradiso a Castel di Sangro”, 1883-84, cm 90,5 x 58

Alla scoperta di un mondo definito da Primo Levi “silvestre, selvaggio, inaccessibile”

La mostra è espressione di un territorio che Primo Levi nel 1882 e all’inizio del ‘900 ebbe a definire “tutto silvestre, selvaggio, inaccessibile, alla grande maggioranza degli italiani noto poco più che di nome”, come ricorda Cosimo Savastano;un territorio reso nei suoi aspetti più crudi dal “verismo sociale” delle opere esposte, rivelatrici dell’identità più genuina.

E opportunamente Paola Di Felice, nella veste di curatore e direttore della sede espositiva, sottolinea con forza l’occasione data di “ammirare, per la prima volta insieme, molti dei capolavori della nostra arte ottocentesca i cui personaggi oscillano tra il doloroso riserbo di dignitose figure, intonanti dolenti peana ad una natura spesso matrigna, e la rassegnata disperazione di solitari esseri umani abbrutiti dalla sofferenza; tra personaggi del vissuto, carichi di generosa forza vitale e squarci di natura in intimo colloquio con l’uomo”. Per concludere: “Un mondo vero, un mondo forte come le balze del Gran Sasso che il recente terremoto ha squassato ma non è riuscito a domare”. E l’arte, anche attraverso la mostra itinerante, è stato il crocevia tra la minaccia mortale della tragedia e l’opportunità da cogliere per una ripresa che recuperi i capolavori feriti attraverso altri capolavori da far conoscere nel mondo; anche alla mostra si accettano offerte mirate al restauro di un’opera ben identificata: la “Madonna con bambino” di Andrea de Litio, della Chiesa madre di Castelli danneggiata dal sisma, viene dal paese della ceramica che espone a Roma le sue opere di maiolica compendiaria nella mostra “Il bianco a tavola”, ai Musei Capitolini dal 20 ottobre al 16 gennaio 2011.

Teofilo Patini, ” Neve”, 1900 ca cm 64 x 90

E’ il momento di passare, dai contorni delineati dalla Di Felice, ai singoli “identikit” che emergono dai quadri in mostra, riferendoci a quelli più rappresentativi per la nostra particolare ottica. Non ci soffermiamo, dunque, sulla rilevante ritrattistica soprattutto di Giuseppe Bonolis e Gennaro Della Monica sebbene attraverso il ritratto, scrive Lucia Arbace – che con Silvan e Savastano ha curato la mostra di Assisi – “è possibile restituire una dimensione non stereotipata dell’identità abruzzese, che certo non può limitarsi a un’umanità dolente, costretta a forme di vita disumane” E questo tenendo conto della storia della regione con personaggi che hanno lasciato il segno nell’arte e nella cultura, nella storia del pensiero e nella vita civile, come documenta Raffaele Colapietra nel suo sintetico e illuminante “Profilo dell’ottocento abruzzese” che apre il Catalogo (“Scienze e Lettere”, 2010”).

Il verismo sociale di Patini: la durezza della vita

Ma è Teofilo Patini che monopolizza ora la nostra attenzione. Come per Gerolamo Induno nella mostra romana sui pittori del Risorgimento, si può parlare quasi di una personale nella collettiva della “gente d’Abruzzo”.

Inizia con “La prima lezione di equitazione”, tra il 1872 e il 1874, aperta alla speranza nel futuro, ma presto diventa il suo sigillo il crudo verismo sociale, espressione della durezza della vita. Si presenta subito nel dipinto monumentale dell’Atrio, “Bestie da soma”, 1886, quasi 2 metri e mezzo per oltre 4: alla ribalta la fatica delle donne, due giovani sono accasciate a terra con il pesante carico di fascine ancora legato alle spalle, la più anziana in piedi si appoggia stremata alla roccia.

E’ essenziale nella sua semplicità, pur nelle grandi dimensioni appena più ridotte del precedente, il dipinto “Vanga e latte”, 1884, più di 2 metri per quasi 4, con a destra il pesante lavoro della terra nell’uomo, sulla sinistra la cura del figlioletto nella madre seduta a terra che lo allatta appoggiata al basto. I protagonisti sono sulla scena, l’uomo, la donna e il futuro erede nei loro ruoli, la bestia che li ha aiutati è rappresentata dal basto, la terra arida e ingrata è il loro grigio palcoscenico.

La comune fatica avvicina agli animali chi condivide la loro vita di lavoro. Non è ingrato solo il lavoro, ma la vita stessa. Ne dà testimonianza “L’erede”, dove l’oppressione della fatica diventa incubo, angoscia esistenziale, in un “trittico pittorico” con gli altri due sul quale il direttore della mostra Pierluigi Silvan ricorda le parole del filosofo abruzzese Filippo Masci secondo cui Patini presentò alla “obliosa società” di allora, “la sorte serbata al lavoro di balda speranza della giovinezza in ‘Vanga e Latte’, lo scoramento della travagliata vita in ‘Bestie da soma’, l’epilogo tragico nell’’Erede’”: una sorta di natività del dolore, con il neonato tra la donna accasciata in lacrime e la lunga figura dell’uomo disteso in un letto di morte, nello squallore della miseria.

Teofilo Patini, “Un monaco e la sua cella”, fine anni ’80, cm 90 x 62

Come angoscia del vivere “I tre orfani” affianca “L’Erede”, che precede nel tempo, le loro figure smarrite, un viso infantile addirittura livido, in un ambiente povero e nudo, con il pagliericcio vuoto dov’era prima il corpo del defunto e un simulacro di altare su una seggiola in un’oscurità da incubo.

Pulsazioni e palpiti” è in un certo senso la premessa delle pietose dipartite, il medico stringe il polso esangue al morente, lo si vede dal corpo abbandonato sotto le coperte e soprattutto dal volto contratto dell’uomo in piedi, mentre sul viso dell’anziana compagna c’è un barlume di speranza.

Il verismo sociale di Patini: la durezza dell’ambiente

Oltre a far conoscere la gente, Patini mostra l’ambiente in due quadri molto più piccoli, “Via Paradiso a Castel di Sangro”, un tipico scorcio paesano disabitato con le rocce che si innalzano alle spalle, lo si vede ancora oggi nei paesi più remoti della montagna abruzzese; è il paese dell’autore che percorreva ogni giorno quella strada di casa e intitolò così il quadro, nota Savastano, cogliendo “l’ironico ed amaro contrasto insito fra l’intitolazione al Paradiso di quella via e lo squallore della miseria che vi allignava”. Il pensiero corre al “Nuovo Cinema Paradiso”, anche lì vita semplice e grama, ma tanto sentimento. Nell’altro dipinto, “Neve”, la bassa casa di montagna, questa volta isolata fuori dall’abitato, è perfettamente inserita in un declivio che dal primo piano si prolunga all’orizzonte, un’armoniosa compenetrazione nella solitudine senza contrasti apparenti. Entrambe esprimono in un certo senso la durezza dell’ambiente, isolato e inospitale.

Teofilo Patini, “L’aquila”,1882 ca, cm 108 x 59,5

Le figure umane, ma soltanto una ogni quadro, ricompaiono in due dipinti delle stesse dimensioni dei due precedenti, circa 90 per 60 cm: “Un monaco e la sua cella” non è l’interno della casa immersa nella neve, dalla finestrella aperta si vede il chiostro del convento di Sant’Angelo d’Ocre del ‘400, sulla rupe sopra Fossa, uno dei paesi terremotati vicini all’Aquila; è la cella di un religioso colto, con libri e incunaboli, dipinti e oggetti ricercati in una penombra di raccoglimento dominata dalla figura del frate con la barba bianca su cui si posa la luce. Rivela la parte d’Abruzzo colta e socialmente aperta, non emarginata e oppressa, mediante il giornale “La voce dell’operaio” che si intravede sulla scrivania, la dimensione religiosa e quella sociale in un foglio fondato da un frate dell’ordine di San Giuseppe patrono dei lavoratori. Le due dimensioni sono compenetrate nel bozzetto “San Carlo Borromeo tra gli appestati” nel quale c’è il contrappunto tra l’umanità dolente e l’eminenza religiosa che invoca l’aiuto divino. Il quadro si sviluppa in altezza, come quello raffigurante “L’Aquila ” , che si libra ad ali spiegate e semina lo scompiglio sulla tipica scena abruzzese dell’epoca, con il pastore che si agita e il gregge che si disperde in un ambiente grigio frastagliato dai cespugli ed aspro dalle rocce che incombono nel cammino.

Dall’anima colta del religioso intellettuale alle prese con le ingiustizie e le sofferenze, si torna all’anima semplice del pastore alle prese con la natura inclemente. Occorre forza per resistere, e la gente d’Abruzzo lo dimostra con i suoi artisti dell’’800. Teofilo Patini ci ha dato il verismo più duro, ma c’è dell’altro: forti e gentili e forti e fieri. Lo vedremo presto visitando gli altri autori dopo questa quasi personale che comprende anche altri dipinti. Meritava tanta attenzione, del resto lo incontreremo ancora.

Teofilo Patini, “San Carlo Borromeo
tra gli appestati”, 1900 ca, bozzetto

Info

Pinacoteca Comunale di Teramo, Viale Bovio. 3. Catalogo “Gente d’Abruzzo – Verismo sociale nella pittura abruzzese del XIX secolo”, a cura di Pierluigi Silvan, Scienze e lettere, 2010, pp. 216, formato 24 x 28. L’articolo conclusivo con gli altri artisti abruzzesi dell”800, uscirà il 12 gennaio 2011 sempre in cultura.inabruzzo.it . Per le mostre citate cfr. i nostri articoli usciti in tale sito: “1861, i pittori del Risorgimento”, 2 articoli l’ 8 gennaio 2011, “ll bianco a tavola” 15 e 16 gennaio 2011, e “Padiglione Italia” 26 maggio 2011; in archeorivista.it,“I colori di Giotto” 23, 30 aprile 2010 (i due siti non sono più raggiungibili, gli articoli vengono trasferiti su questo sito).

Foto

Le immagini sono state tratte dal Catalogo, tranne la prima e l’ultima – rispettivamente da da facebook.com e it. wikipedia.org – si ringraziano l’Editore del catalogo e i titolari dei due siti web citati, con i titolari dei diritti per l’opportunità offerta. In apertura, Cesare Averardi, “La preparazione della bandiera”; 1906-08, cm 95 x 120, Pinacoteca civica di Teramo; seguono, tutti di Teofilo Patini, “La prima lezione di equitazione” 1872-74, cm 49 x 83,5, Vercelli, Fondazione Museo Francesco Borgogna e “Bestie da soma” 1886, cm 213 x 414, L’Aquila, Collezioni d’Arte dell’Amministrazione Provinciale; ; poi, “Vanga e latte” 1884, cm 213 x 372, Roma, Ministero delle Politiche Agricole e “L’erede” 1880, cm 132 x 176, Calascio, Collezione d’Arte del Municipio; quindi, “I tre orfani” post 1883, cm 89,5 x 119, Castel di Sangro, Pinacoteca Patiniana, e Pulsazioni e palpiti” 1991-99, cm 135 x 176, L’Aquila, Collezioni d’Arte dell’Amministrazione Provinciale; inoltre, “Via Paradiso a Castel di Sangro” 1883-84, cm 90,5 x 58, Castel di Sangro, Pinacoteca Patinianae ” Neve” ca 1900, cm 64 x 90, L’Aquila, Collezioni d’Arte della Cassa di Risparmio della Provincia; ancora, “Un monaco e la sua cella” fine anni ’80, cm 90 x 62, Pescara, Collezione privata e “L’aquila” 1882 ca, cm 108 x 59,5, L’Aquila, Collezioni d’Arte della Cassa di Risparmio della Provincia; infine, “San Carlo Borormeo tra gli appestati” 1900 ca, bozzetto, L’Aquila, Collezione d’Arte del Municipio e, in chiusura, “Autoritratto”, Castel di Sangro, Pinacoteca Patiniana.

Teofilo Patini, “Autoritratto“, Castel di Sangro, Pinacoteca Patiniana.

1 Commento

  1. Giuseppe D’annunzio

Postato dicembre 26, 2011 alle 1:55 AM

ma “via Paradiso” non è ribaltato?

Cinema & Storia, 7 film nelle scuole romane nel 2010-11

di Romano Maria Levante

Non avremmo voluto questa coincidenza tra il lancio che facciamo ora della manifestazione “Cinema & Storia, 100+1. Cento film e un Paese, l’Italia” e la scomparsa nei giorni scorsi del grande regista Mario Monicelli, protagonista con uno dei suoi film cult della precedente edizione cui dedicammo a suo tempo tre ampi servizi soffermandoci sul suo “Un borghese piccolo piccolo”. Non c’è contraddizione, comunque, il sommo interprete della commedia all’italiana resta presente con i suoi capolavori, e con la sua energia, manifestata anche negli ultimi tempi quando ha incontrato i giovani in agitazione dicendo “Non limitatevi a protestare, dovete agire”. E se il modo con cui lui stesso ha agito nel momento decisivo può lasciare sconcertati, ne conferma la dignità.

Il presidente Napolitano ha parlato di “estremo scatto di volontà”, Pupi Avati di “gesto di coraggio”, Paolo Villaggio di “gesto meraviglioso”, Bernardo Bertolucci di “gesto vitale, quasi festoso”. La nota stonata in Parlamento nella definizione di “gesto tremendo di solitudine non di libertà ” della teodem Paola Binetti particolarmente infervorata, cui ha fatto eco il ministro Gianfranco Rotondi parlando di “scelte che non debbono essere un esempio”; prima c’erano state le parole di Walter Veltroni, “ha vissuto e non si è lasciato vivere, non si è lasciato morire e ha deciso di andarsene”. E la figlia Martina Monicelli: “Non è morto solo. E’ morto come ha voluto lui, come ha scelto. Mio padre ha deciso tutto”. In ogni caso non si è trattato di un atto di debolezza ma di forza, è stato protagonista a 95 anni e lo rimarrà sempre, con i suoi film e la sua personalità.

I contenuti della manifestazione

The show must go on”, si dice in questi casi e la regola vale ancora di più con un grande maestro del cinema, anche perchè le sue opere continueranno a presentarci il suo genio e la sua vitalità. Torneranno ancora nel cartellone degli spettacoli per gli studenti, dopo la pausa di quest’anno nel quale non è compreso tra i sette film, nella prima edizione c’era “Un borghese piccolo piccolo”.

Il nuovo cartellone guarda al regime fascista nella tragedia di “Roma città aperta” e nella prospettiva più sfumata di “Una giornata particolare”, rispettivamente di Roberto Rossellini e di Ettore Scola; poi due scorci sociologici molto diversi in “I Vitelloni” e “Accattone”, di Federico Fellini e di Pier Paolo Pasolini, le società patriarcali in “Padre Padrone” e “Salvatore Giuliano” con in più i misteri d’Italia, dei fratelli Taviani e di Francesco Rosi, fino al film che porta “sul palcoscenico della storia”, “Il Gattopardo” di Luchino Visconti. Un “parterre de roi” registico di straordinario spessore, del resto tutti i film sono stati premiati con Nastri d’Argento ed altri riconoscimenti, e chi non fu “profeta in patria”, come “Accattone”, fu premiato all’estero.

Ci accorgiamo di essere subito entrati in medias res senza neppure precisare di cosa stiamo parlando. Abbiamo assistito alla presentazione della nuova edizione dell’iniziativa per il cinema nelle scuole superiori della Provincia di Roma: lo scorso anno sono state coinvolte 30 scuole con 90 classi e 1800 studenti della Capitale e delle località della provincia, E’ stata fonte di riflessioni e di discussioni, la storia rivissuta attraverso opere che hanno riportato a situazioni e tempi passati da far conoscere ai giovani con un linguaggio immediato e coinvolgente quale quello del cinema. Prevale il bianco e nero, e c’è già del coraggio nel proporre un linguaggio visivo inconsueto, da reperto archeologico, ma per questo con forza attrattiva non da fiction ma da documento storico.

La continuità nella riproposizione annuale crea un filo rosso in grado di collegare fatti e situazioni in modo da creare una memoria condivisa. Rileggere la storia attraverso il cinema rappresenta una valida integrazione del programma scolastico, e non solo: perché, ha detto il presidente della provincia Nicola Zingaretti, “ci racconta come eravamo e come, nel corso degli anni, siamo cresciuti, cambiati, divenuti cittadini di un Paese nuovo”. Sono radici da non rimuovere ma da far conoscere con una scavo nella storia recente che diventa un viaggio nella memoria; non di quella personale dei ragazzi ma almeno delle loro famiglie, di qui anche il dialogo tra generazioni.

La storia del Novecento viene rivissuta con la suggestione della spettacolo cinematografico, che nelle scuole ripropone la visione collettiva oggi soppiantata in parte da quella individuale attraverso la televisione; solo in parte, perché le multisale mostrano nuovi segni di vitalità dopo la lunga fase di crisi delle sale tradizionali. Anche per questo aspetto la visione comune può essere contagiosa.

Gli interventi alla presentazione e il programma

Oltre al presidente della Provincia Nicola Zingaretti ne hanno parlato dal palco alcuni dei personaggi del cartellone. Renzo Rossellini, nel ricordare l’episodio dei ragazzini quasi partigiani in “Roma città aperta” di Roberto Rossellini, ha detto che l’espressione di solito rivolta loro “non si fa” andrebbe sostituita con “fatelo”. Sull’importanza dell’iniziativa ha aggiunto: “Il cinema per far capire, se non si sa capire non si sa decidere”. Massimo Ghini ha raccontato di aver abitato in via Rasella, la sua finestra dava sul cortile dove si svolge una scena drammatica del film ora citato; ne è seguito il possesso di una giacca di Rossellini, meta di un vero pellegrinaggio con la sua interpretazione del grande regista in “Celluloide” di Carlo Lizzani, Per Ettore Scola non si tratta di conoscere la storia, ma lo spirito della storia e il cinema può aiutare in questo”. I fratelli Paolo e Vittorio Taviani dicono che il cinema aiuta a “capire il mondo e capire così meglio se stessi”.

Fabio Ferzetti è l’ideatore e organizzatore dell’iniziativa promossa dalla Provincia di Roma nel progetto ABC, Arte Bellezza Cultura, con l’Associazione Giornate degli Autori e Cinecittà Luce, e il sostegno della Direzione per il cinema del MiBAC. Ne ha presentato contenuti e intenti, insieme al bilancio positivo della passata edizione. Al termine gli abbiamo chiesto se c’è stata una strategia particolare nell’individuazione di quei sette titoli, proprio loro, tra i cento a disposizione. Ha risposto che “i soli criteri sono stati la qualità dell’opera e del regista, e la proposizione di tematiche diverse, anche se connesse, su alcuni periodi cruciali della nostra storia”. E’ una “storia a puntate, c’è il Risorgimento, il fascismo, il dopoguerra”. Il tutto senza forzature di alcun genere.

Questo è avvenuto il 16 novembre 2010 al grande Auditorium di via della Conciliazione, ci siamo tornati dopo il convegno della Cei su “Dio oggi” del 10-12 dicembre 2009 quando ci si interrogò sul tema “Con Lui o senza di Lui cambia tutto”. Ha fatto gli onori di casa Veronica Pivetti con brio e leggerezza, l’iniziativa è stata presentata anche con un “trailer” nel quale erano cuciti alcuni momenti dei sette film proposti: Poi la sfilata dei personaggi, di alcuni abbiamo già detto.

Ecco gli avvisi: ci saranno , come lo scorso anno, incontri di formazione dei docenti in dicembre-gennaio in diversi luoghi della provincia di Roma; tra gennaio e marzo 2011 alcune giornate-evento in cui le scuole, con i ragazzi partecipanti, incontreranno registi e attori famosi, Ricordiamo lo scorso anno l’incontro con Marco Bellocchio a Frascati, con lui c’era l’attore Timi, portò bene perché fu seguito a breve distanza dagli otto David di Donatello, regia compresa, al suo “Vincere”; il film proposto alle scuole era quello del suo esordio, il celebre “I pugni in tasca” un’inquietudine giovanile, che si scatena nell’ambito familiare, non affatto sopita come mostrano i ricorrenti fatti di cronaca. Nell’Aprile 2011 ci saranno le premiazioni, raccontammo quella della scorsa edizione, nell’assolato cortile di Palazzo Valentini dove ha sede la provincia, premi conferiti dinanzi a un’affollata platea, presentava Serena Dandini, e Veronica Pivetti era già nelle prime file.

Roma città aperta, l’anteprima all’Auditorium

La sorpresa della mattinata è stata la proiezione di “Roma città aperta”, un’anteprima del più celebre film del lotto per i tanti studenti presenti, quasi una prova generale: visione in religioso silenzio, applauso finale. Si tratta della copia restaurata del capolavoro che, pur se visto più volte, suscita sempre nuove emozioni. Possiamo dire di avervi trovato un antesignano di “La vita è bella” di Roberto Benigni nel brusco cambio del clima: dalla pur relativa serenità o almeno assuefazione nelle difficoltà all’incubo della repressione fino alla tragedia finale. In “Roma città aperta” è tale che viene dimenticato Francesco scampato al rastrellamento, poteva essere la ripresa della speranza, invece scompare; i ragazzini dopo aver dato l’estrema consolazione al loro parroco prima della fucilazione nell’ultima immagine si allontanano affranti, non c’è il bimbo festante di “abbiamo vinto!” che dà al finale di “La vita e bella” il segno della speranza; ma c’è lo sfondo del Cupolone.

Tutto ciò conferma la forza espressiva che ci riporta a quel clima come fosse un documentario, C’è tutto delle paure di allora, con gli spietati rastrellamenti e le atroci torture, le dure restrizioni e la fame, i luoghi sono quelli dei fatti e comunque sono veri come i personaggi. Siamo venuti a conoscenza del mistero sulla sceneggiatura del film, il cineasta Stefano Roncoroni nel libro “la storia di Roma città aperta” la pubblica integralmente. Ma non improvvisava Rossellini come si è detto per tanto tempo? No, c’era una sceneggiatura completa, l’aveva il produttore Aldo Venturini che, rintracciato da lui tramite il barbiere, non gli permise di fotocopiarla ma soltanto di leggerla in sua presenza, tanto ne era geloso in un rapporto con quel testo molto contrastato: al riguardo diceva che il film ”aveva dato gloria a tutti ma a lui aveva portato solo grane”. Ebbene, Venturini chiese di poterlo leggere ad alta voce per antica abitudine, in realtà per registrarlo con un microfono nascosto. Le sceneggiature scritte sono perdute, ma le prime tre pagine della copia consegnata per la certificazione all’ufficio competente sono identiche alle prime tre pagine della registrazione di Venturini, la prova è certa. Una sola differenza nella realizzazione, lo sparo ad Anna Magnani e il colpo di grazia ad Aldo Fabrizi nella sceneggiatura erano previsti ad opera di fascisti in camicia nera, mentre nel film furono sostituiti dai tedeschi nella ricerca di pacificazione che era in corso.

Per questa sceneggiatura il film fu candidato al Premio Oscar, che Rossellini ebbe per il film successivo della “trilogia della guerra” comprendente “Paisà” e “Germania anno zero”. Fu premiato con il “Grand Prix” al Festival di Cannes e con alcuni “Nastri d’Argento”.

Gli altri sei film del cartellone 2010-11

Gli altri film sono anch’essi molto noti, ricordare le loro storie può far entrare nello spirito della manifestazione che accompagnerà gli studenti delle scuole superiori partecipanti nella provincia di Roma per l’anno scolastico 2010-11. Siamo nel 1953, Federico Fellini ha già girato “Lo sceicco bianco”, una favola triste nel mondo dei fumetti; in “I Vitelloni” racconta la vita di giovani sfaccendati nella sua Rimini fuori dalla stagione balneare, con le loro debolezze e i loro sogni, c’è l’approfittatore e l’idealista, Moraldo in cui forse Fellini vide se stesso, dato che in un’intervista del 1956 parlando di quella vita vuota e inconcludente ma romantica ricordò quando “da ragazzo una bella mattina ho preso il treno e me ne sono andato in città”; aggiungendo – riguardo agli amici lasciati – che “sarò costretto ogni volta a tradirli”, ma la città “in fondo è il loro sogno segreto”.

Ben diverso il clima di “Accattone”, come diverso era Pier Paolo Pasolini, osteggiato in Italia ma premiato come miglior film al Festival di Karlovy Vary. Siamo nel 1961, è la vita di un ragazzo di borgata nella periferia romana, tra furti e prostituzione ma anche con slanci sentimentali. Descrive l’emarginazione che non è solo cittadina, ma anche nazionale nelle aree depresse, e mondiale nei paesi arretrati; le aspre polemiche che lo accompagnarono dimostrano quanto fosse graffiante e aggressivo. Il tempo gli ha reso giustizia, quanto è narrato nel film che portava sullo schermo i personaggi di strada dei suoi romanzi, ha poi trovato nella realtà manifestazioni sempre più eclatanti che nel film sono quasi vaticinate, lui aveva avuto l’occhio per puntarvi la macchina da presa dopo averli colti con la macchina da scrivere. E ne restò vittima lui stesso nell’entrare nel loro mondo.

Appena successivo “Salvatore Giuliano”, del 1962, regia di Francesco Rosi, ripercorre la vita del bandito indipendentista siciliano dopo il ritrovamento del suo corpo, con la tecnica del flash back innestandola sul processo alla banda, a Gaspare Pisciotta in particolare che si accusò dell’uccisione contro la versione ufficiale che parlava di un conflitto a fuoco con i carabinieri e poi in carcere fu avvelenato. Ci sono questi primi misteri d’Italia, che iniziano con la strage a Portella della Ginestra in un raduno di lavoratori; e le spettacolari retate dei carabinieri nella lotta alla mafia, le rumorose resistenze dei familiari all’azione della giustizia, c’è soprattutto una certa Sicilia vista nei luoghi dove si erano svolti i fatti, l’affresco dell’ambiente e del clima prevale sullo stesso personaggio.

Nella cronologia del cinema, ma non della storia, segue “Il Gattopardo”, del 1963, un flash back ben più retrodatato sulla società siciliana, Palma d’oro al Festival di Cannes oltre ai “Nastri d’argento”. Sullo sfondo dell’impresa dei Mille, che avanzano nella Sicilia , la figura del principe di Salina, in cui rifulse la classe di Burt Lancaster, un cow boy che riuscì a impersonare magistralmente la nobiltà decadente, e poi Alain Delon, il nipote Tancredi con la splendida Claudia Cardinale, figlia di un nuovo ricco che si fidanza fino al grande ballo nel palazzo palermitano dove si festeggia il gattopardismo, cioè la conservazione nelle sembianze della rivoluzione scongiurata,

Un salto di quasi tre lustri e siamo al 1977, con gli ultimo due film del cartellone. “Una giornata particolare” di Ettore ScolaDavid di Donatello, Golden Globe e i “Nastri d’argento” è un film speciale, come emerge anche dalla definizione del regista che lo ha chiamato una “tragica commedia all’italiana”: una storia di esclusi i quali si ritrovano in un rapporto fatto di sincerità e di comunicazione, che li isola dal resto mentre esplode tutt’intorno la manifestazione popolare per la visita di Hitler a Roma. Il regime c’è nella mortificazione e nella repressione, ma la storia della giornata fa prevalere sulla massificazione celebrativa la forza della coscienza silente ma non doma,

Con “Padre Padrone” dello stesso anno, i fratelli Taviani portano nella Sardegna arcaica, dove il giovane protagonista vive fino a vent’anni solo con il gregge al pascolo, fuori dal mondo e fuori dal tempo. Poi la vita militare svolge su di lui il ruolo un tempo assegnatole, fa “il militare a Cuneo”, per dirla con Totò, si affranca dai tabù, scopre lo studio e la cultura, tutte cose che lo allontanano anni-luce dal padre. Di qui lo scontro epocale tra generazioni e civiltà, in un’emancipazione che non è soltanto verso la civiltà contadina o l’autoritarismo familiare, ma diventa archetipo dei processi di liberazione rispetto a ogni forma di oppressione delle tante presenti tuttora nel mondo.

Riassunti i contenuti dei film prescelti ci sembra di poter trovare un filo rosso, è la faticosa evoluzione sul piano personale e collettivo di un Paese con tante contraddizioni espresse nelle singole storie, ma anche tanta vitalità e l’indomita capacità di riemergere come l’araba fenice dalle proprie ceneri ogni volta che il pollice verso della storia sembra condannarlo alla decadenza.

Un incontro e un appuntamento con gli studenti di un liceo scientifico della provincia

Al termine abbiamo voluto parlare con gli studenti, sciamavano nel grande atrio dell’Auditorium e in via della Conciliazione, l’organizzazione ha offerto loro patatine o simili da sgranocchiare. Sullo sfondo il vicino Cupolone, quasi una staffetta con l’ultima immagine di “Roma città aperta”, di tempo ne è passato, i ragazzini sono cresciuti…

Ci siamo avvicinati a un gruppo con la professoressa, sig.a Martelli. Sono dell’ultimo anno del Liceo scientifico “Borsellino e Falcone” di Zagarolo, abbiamo scherzato sulla scomoda fama acquisita con “Ultimo tango a Zagarolo” di Franco Franchi e Ciccio Ingrassa, e poi con l’esilio penitenziale dell’esorcista Milingo per un “ravvedimento” che evidentemente non c’è stato, considerato l’epilogo. A loro l’occasione di dare un’immagine diversa, la manifestazione contempla una premiazione finale, anche se non si tratta di una competizione. Nella precedente edizione abbiamo dato conto del lavoro svolto da una classe premiata, studenti del classico del Liceo-ginnasio “Tacito” nella Capitale; ci interessa l’avvicendamento con lo scientifico e la provincia.

Ora più che parlare di come si procederà, abbiamo fatto la reciproca conoscenza: la professoressa considera la prospettiva cinematografica come parte integrante del programma di storia. Anche i ragazzi prendono la cosa molto seriamente. Il bianco e nero non li scoraggia, tutt’altro: proprio perché insolito già sentono che acuisce l’interesse. Facciamo i nostri auguri a questi ragazzi e alla professoressa, ai quali diamo appuntamento per conoscere come risponderanno a tali stimoli. In loro impersoniamo simbolicamente le numerose scuole impegnate nel programma, all’inizio di un percorso che si preannuncia ricco di motivazioni e di sensazioni forti. Quelle che solo il vero cinema d’autore riesce a trasmettere nel profondo delle coscienze di generazione in generazione.

L’Anno culturale della Cina in Italia: 100 manifestazioni

di Romano Maria Levante

Il 7 ottobre 2010 è iniziato l’Anno culturale della Cina in Italia, nel quarantennale dell’apertura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi: un centinaio di iniziative in campo culturale e artistico nonché turistico, e anche economico e scientifico, a Roma e Milano, Torino e Firenze e altre città in gemellaggio con località cinesi, presentate a Roma a Palazzo Barberini. In primo piano le due civiltà millenarie che non hanno eguali, con l’interesse reciproco a conoscersi e confrontarsi.

Abbiamo scelto di dare conto della manifestazione in occasione della visita in Cina di una settimana, iniziata il 25 ottobre, del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano accompagnato dal Ministro per gli Affari Esteri Franco Frattini: visita definita dal capo dello Stato “missione di forte amicizia e reciproco riconoscimento”, e “un momento fondamentale del mio mandato di Presidente della Repubblica”. Il Ministro Frattini ha detto di voler porre la materia dei diritti umani tra i temi al centro dell’incontro con il suo collega cinese. La missione è stata aperta dal colloquio con il presidente cinese Hu Jintao e dalla visita alla “Città proibita”. Oltre a Pechino e Shangai visitata Macao per la mostra sul gesuita Matteo Ricci che vi soggiornò, astronomo e viaggiatore.

Ben prima di questa importante missione, incontro nella vastissima “Sala dei Marmi” del maestoso Palazzo Barberini per lanciare l’Anno culturale della Cina in Italia. Sedici grandi dipinti, dieci statue e busti, la grande figura scultorea di donna velata al lato del tavolo degli oratori, due colonne tortili all’ingresso che fanno entrare nell’atmosfera introducendo in un mondo misterioso.

Una presentazione affollata, dieci personaggi al microfono, dal coordinatore per l’Italia della manifestazione Giuliano Urbani al suo omologo cinese, dal direttore generale per l’Asia del Ministero degli Esteri Attilio Iannucci al presidente della Fondazione Italia-Cina Cesare Romiti, dal direttore generale per la valorizzazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali Mario Resta all’ambasciatore della Repubblica popolare cinese Ding Wei.

La presentazione e gli spettacoli inaugurali

Il clima è solenne, nel quarantennale dell’apertura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi si presentano le espressioni di cultura cinese predisposte in Italia per questo evento, un centinaio di iniziative di natura artistica e culturale nonchè turistica, arrivando al campo economico e scientifico: a Roma e Milano, Firenze e Torino, Napoli e in altre città gemellate con città della Cina.

Si incontrano due civiltà millenarie che non hanno eguali al mondo, incarnate dall’aquila romana e dal dragone cinese nella mostra-simbolo dell’evento. “Potenze globali della cultura” le ha definite Mario Resca, impegnato da tempo negli accordi culturali di grande rilievo che includono l’apertura di uno “spazio Italia” al grande Museo di Pechino a Piazza Tienanmen con la reciprocità dello “spazio Cina” al Museo romano di Palazzo Venezia. Dopo l’intervento di Attilio Iannucci, che dal versante diplomatico ha riaffermato i reciproci vincoli di amicizia, l’intervento dell’ambasciatore Ding Wei ha sottolineato l’importanza che il suo grande Paese annette alla manifestazione e più in generale alle relazioni culturali con l’Italia. Giuliano Urbani ha riassunto il contenuto delle iniziative e Cesare Romiti ha parlato dei rapporti attivati dalla fondazione Italia-Cina.

Un’attenzione particolare merita il logo della manifestazione, creato da Liu Bo, professore dell’Accademia Centrale di Fine Art Cinese, a cui si deve anche il logo per le Paraolimpiadi dei Pechino del 2008. Rappresenta l’intreccio tra l’Erhu, uno strumento musicale a due corde che risale a 1400 anni fa, e la gondola veneziana con il rosso della Cina e il verde della nostra bandiera su uno sfondo blu. L’Erhu ricorda il profilo di un martello sia pure filiforme, la gondola quello di una falce anch’essa stilizzata; per noi è come se i due simboli di un’ideologia aggressiva siano trasmutati prodigiosamente nei segni delicati e pacifici intrecciati per esprimere la condivisione della cultura.

Tante finestre sulla Cina nei suoi aspetti tradizionali e in quelli moderni, dalla musica al teatro, dagli spettacoli popolari a quelli colti, dall’architettura al design, dalla fotografia alla culinaria; e poi scienza e tecnologia, energia e ambiente, educazione e infine turismo dove tutto può confluire. La “fabbrica del mondo” per le produzioni manifatturiere dimostra di saper produrre anche cultura. E’ un mondo affascinante quanto lontano, per conoscerlo da vicino si pubblica da 38 anni “Mondo cinese”, Rivista quadrimestrale di studi sulla Cina Contemporanea, da quest’anno a cura della Fondazione Italia-Cina. Nel numero di giugno 2010, dal titolo “Le sfide della sostenibilità”, una serie di servizi di approfondimento, presentati da Cesare Romiti, ci fanno capire che anche in quel grande e misterioso paese crescono i fermenti per le sfide del mondo contemporaneo.

L’Anno culturale della Cina in Italia – un’altra occasione per capirne di più – è iniziato con un evento all’altezza: il 7 ottobre si è tenuto al Teatro dell’Opera di Roma il Concerto inaugurale dell’Orchestra filarmonica cinese, di oltre 100 elementi, definita dalla rivista Gramophone “una delle 10 orchestre più entusiasmanti del mondo”, diciamo solo che si è esibita in più di 30 paesi. Ha suonato musiche dei due versanti: per l’Occidente brani dal Barbiere di Siviglia, Turandot e Madama Butterfly, per l’Oriente citiamo tra gli altri La concubina ubriaca dell’opera di Pechino.

Nello stesso giorno è stato offerto l’antipasto della mostra “I due Imperi, l’Aquila e il Dragone”, già svoltasi a Pechino e al Palazzo Reale di Milano, che verrà allestita a Palazzo Venezia e inaugurata l’11 novembre. Per celebrare solennemente l’avvio dell’Anno della cultura cinese, il primo ministro cinese Wen Jabao e il ministro della cultura Cai Wu hanno presenziato all’esposizione alla Curia Julia nel Foro Romano di un numero limitato ma significativo di pezzi affiancati alle statue di Traiano e Caracalla: guerrieri di terracotta dell’imperatore Qin con i leoni dalle fauci spalancate posti a guardia dell’area sepolcrale e religiosa dell’antica Cina. E’ l’avanguardia del grosso dell’esposizione forte di 450 opere, alcune delle quali mai uscite dalla Cina perché considerate “tesori nazionali”: un’iniziativa di punta all’insegna del dialogo tra due culture coeve – entrambe risalenti al primo-secondo secolo avanti Cristo – i cui contatti si limitarono a degli scambi con le dinastie Qin e Han, tra il secondo e il quarto secolo, dato che viaggiatori e mercanti generalmente non superavano i confini dell’impero persiano.

A seguire, dall’8 al 10 ottobre, sempre a Roma, all’Auditorium del Parco della Musica c’è stata la “Festa dei Giovani”, inaugurata alla presenza del vice ministro dell’Educazione cinese Hao Ping: arte e musica, danza e teatro in un happening creativo e spettacolare: protagonisti trecento ragazzi dei due paesi, e i tanti giovani intervenuti. Infatti oltre alle esibizioni di musicisti e ballerini cinesi e italiani, ci sono state le dimostrazione di cultura e arte negli stand all’esterno dove i giovani cinesi e italiani hanno potuto incontrarsi e conoscersi, in uno scambio stimolante e fecondo.

Le iniziative in programma per l’Anno della cultura cinese in Italia

Abbiamo detto che si tratta dell’Anno culturale della Cina in Italia, e abbiamo parlato finora soltanto delle iniziative inaugurali dei primi tre giorni subito dopo la prima settimana di ottobre. Per novembre 2010 in evidenza il “Forum Innovazione Italia-Cina” a Roma, l’8 del mese, organizzato dai ministri di settore dei due paesi Wan Gang e Brunetta con la partecipazione di ben 250 studiosi cinesi e italiani: tra i temi previsti, scienza della vita ed e-govenment, efficienza energetica e design. A questo associamo l’iniziativa a Macerata, in data da definire tra aprile e ottobre 2011: Convegno sui servizi offerti da banche e società finanziarie alle piccole medie imprese, che attiene anch’essa a temi legati all’economia.

Tornando allo spettacolo dopo questa parentesi impegnativa, a novembre ci sarà il .mese di Promozione turistica cinese, nel quale è prevista l’esibizione dei “Monaci di Shao Lin, suonatori di musica tradizionale e artisti folcloristici” a Milano in Piazza Duomo il 17 novembre 2010 e a Firenze in Piazza della Signoria il 19 novembre.

Saltiamo al febbraio 2011 perché a Roma si celebrerà la festa della primavera cinese con il “Festival del capodanno Cinese”: una sarabanda di esibizioni, sfilate in costumi della tradizione e danze folcloristiche, carri e acrobati, danzatori nelle parti di draghi e leoni, scene di Gongfu.

Queste sono le principali evidenze segnalate, ma il calendario è fittissimo, proviamo a riassumerlo precisando che oltre Roma, che fa la parte del leone, sono previste iniziative anche a Venezia e Milano, Firenze e Siena.

Venezia parteciperà con cinque iniziative, tra cui la Mostra del Padiglione cinese alla 12^ Biennale di architettura, fino al 21 novembre 2010 e il Padiglione cinese alla 54^ Biennaledi Venezia il 6 novembre 2011; altre iniziative il Concerto dell’orchestra sinfonica Guangzhou il 29 novembre 2010 al teatro La Fenice e la Mostra retrospettiva del cinema cinese nel settembre 2011. A Treviso, al Museo Cassamarca, nell’ottobre 2011 la stimolante Mostra: Manchu, ultimo Impero.

Milano, oltre alla già citata Promozione turistica del 17 novembre 2010, organizzerà due mostre, nel marzo 2011: Design cinese alla Triennalee Disegni di animazione cinese a Gallarate, che attirano in modo particolare ripensando all’antica e popolare arte delle ombre cinesi; e una mostra nell’aprile 2011 di Artiste contemporanee cinesi. Saltando a Napoli, al Museo archeologico nazionale, troviamo la Mostra degli affreschi di Pompei e Xi’an, la data non è stata ancora fissata.

Per Firenze, dove è in programma lo stesso spettacolo per la Promozione turistica il 19 novembre 2010, in data da definire si svolgerà la Mostra sulle porcellane cinesi della famiglia Medici. Maceratadedica, a maggio 2011, una Mostra a Matteo Ricci, il celebre astronomo che si conquistò la considerazione dei cinesi e ha lasciato la sua testimonianza e documenti preziosi.

Abbiamo premesso che Roma fa la parte del leone con il maggior numero di iniziative. Oltre a quelle citate, le Pitture dei contadini cinesi del XX secolo; a fine settembre c’è stata la Promozione e presentazione turistica della provincia di Shanki; in ottobre, la Mostra fotografica dei progetti realizzati attraverso la collaborazione nella tutela ambientale Cina-Italia.

Saltando al febbraio 2011, due spettacoli travolgenti: la Danza folcloristica del leone e del drago per festeggiare il Capodanno cinese e il Balletto di Shangai, al Parco della musica nell’ambito del Festival internazionale di danza moderna. Ancora l’arte di Tersicore nell’Opera di danza eseguita dall’Accademia di Beijng con “Il canto dell’eterno rimpianto” e nel Balletto contemporaneo di Pechino al Festival di danza moderna di Tivoli. Altro spettacolo con la Jazz band cinese al Festival di Musica d’estate di Roma. Tutti per luglio 2011.

E dato che con il jazz siamo nella modernità, ecco la Mostra di architettura contemporanea cinese al Maxxi nel settembre 2011. Chiudiamo con la citazione dei Francobolli dell’Anno della cultura cinese in Italia.

Saperne di più sulla Cina per saperne di più sul futuro dell’umanità

Si è pensato a tutto, e non poteva essere altrimenti. E’ un’occasione epocale per avvicinarci di più a un grande continente che al passato millenario aggiunge nel terzo millennio un ruolo sempre più determinante, anzi decisivo, nelle sorti dell’umanità.

E’ un paese che brucia le tappe nello sviluppo ponendosi ai primissimi posti nel mondo con i suoi tassi di crescita del 10 per cento all’anno, almeno cinque volte quello dei paesi europei; e mostra un’evoluzione anche nei campi ai quali sembrava refrattario, come la sensibilità ambientale e il sistema sociale.

Sotto il primo aspetto, dopo aver rifiutato in passato di sottoporsi a qualsivoglia restrizione, nel 2009 la Cina ha annunciato l’impegno a ridurre in dieci anni del 40-45% le “emissioni di carbonio per unità di Pil” rispetto al 2005; per il secondo aspetto, mentre fino al 1990 le imprese cinesi non avevano accantonamenti per la sicurezza sociale, sempre dal 2009 – evidentemente un anno di svolta – tutti i residenti di Pechino hanno la copertura assicurativa mentre la quota di popolazione assicurata è passata dal 22 all’87% dal 2003 al 2008 e un terzo degli ultrasessantenni residenti nelle aree urbane ha la pensione, mentre la spesa per il welfare è triplicata negli ultimi cinque anni.

Tutto a posto? Certamente no, le ombre non mancano, quelle sui diritti umani si sono stagliate nette con la dura reazione cinese all’assegnazione del Premio Nobel al dissidente Liu Xiaobo, incarcerato per la sua lunga battaglia non violenta volta ad affermarli; sul piano politico si ha l’opposto della liberalizzazione dell’economia, il partito unico resta chiuso in se stesso anche se si profilano due fazioni in una sorta di bipolarismo interno, e nel programma siano annunciati criteri meritocratici e competitivi in un inedito sforzo di trasparenza dinanzi all’opinione pubblica interna.

Ombre anche sui progressi che abbiamo segnalato: è incerto se l’impegno volontario a ridurre le emissioni sarà mantenuto, i rimborsi assicurativi delle spese mediche sono insufficienti e le malattie possono portare all’impoverimento, del resto questo avviene anche negli Usa, o almeno avveniva prima della riforma di Obama.

Le sperequazioni sociali si sono accentuate, ma i lavoratori cinesi hanno cominciato a scendere in piazza, e si è innescata la dialettica tipica dei paesi avanzati. Si fa strada a poco a poco l’esigenza di una crescita compatibile con l’ambiente, la scelta dell’economia di mercato appare comunque irreversibile ed ha portato alla zona di libero scambio con l’Associazione dei paesi del Sud est asiatico che sarà completata in due fasi, nel 2010 con i primi 6 e nel 2015 con gli altri 4: Asean e Cina insieme nell’Acfta di cui faranno parte due miliardi di persone potenziali consumatori.

Queste notizie le abbiamo ricavate scorrendo semplicemente la citata rivista ”Mondo cinese” dove sono esposte con analisi documentate le “Sfide della sostenibilità”. Per la cultura basterà seguire le iniziative dell’Anno culturale cinese in Italia che toccheranno la serie variegata di settori nei quali si esprime la tradizione e si manifesta l’innovazione. Sulla Cina ne sapremo dunque di più, e sarà importante perché vorrà dire mettersi in condizione di saperne di più anche sul futuro dell’umanità.

Santo Stefano, 2. Le storie dei reclusi nel penitenziario-teatro

di Romano Maria Levante

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La nostra immersione nell’archeologia carceraria del penitenziario di Santo Stefano prosegue con un’immersione nella storia evocata dalle vicende dei reclusi nel carcere borbonico che dal Regno di Napoli e poi dal Regno delle due Sicilie viene adottato anche dal Regno d’Italia e dal regime fascista fino alla Repubblica italiana che negli anni ’60 ne decretò la chiusura.

                                             Veduta frontale del carcere risalendo il sentiero dal lato anteriore.

La storia patria si intreccia con la vicenda carceraria

Fu da subito reclusorio per ergastolani, autori dei delitti più efferati, ma anche politici condannati all’ergastolo, nei tempi passati, soprattutto per commutazione della pena di morte. Non potevano sperare nella grazia che interveniva per i detenuti comuni dopo trent’anni di buona condotta, avendone già usufruito con la commutazione. Ma la loro speranza era nei rivolgimenti storici..

Già nel 1799, dopo i moti di Napoli, i primi detenuti politici si aggiunsero alla “parte marcia della società” che vi era rinchiusa, tra loro Giuseppe Settembrini, padre di Luigi Settembrini. Nel 1806, per resistere ai francesi, il re di Napoli accetta l’aiuto di Fra Diavolo che viene nominato generale e arruola i detenuti con la promessa della grazia, il suo tentativo fallisce e viene giustiziato; in quegli anni la stessa cosa avviene per Matteo Manodoro di Pietracamela, anche lui ritenuto bandito nella visione dei giacobini vicini ai francesi, patriota in quella di parte borbonica.

E siamo al 1848, dopo la sconfitta di Murat tornano i Borboni e si costituisce il Regno delle due Sicilie, nel 1817 viene riaperto il carcere di Santo Stefano. Nuovi moti a Napoli, le speranze dei liberali che si affidavano alla Costituzione vengono calpestate, Luigi Settembrini e Silvio Spaventa sottoposti a un processo-farsa, il primo arrestato il 23 giugno 1849 e accusato, come documenta in modo minuzioso lui stesso, di essere capo settario, autore di un proclama e detentore di stampe vietate. L’assurda accusa può essere facilmente smontata ma nel processo del 16 settembre viene sostenuta dalla testimonianza altrettanto assurda – strappata con “stolte e crudeli sevizie” ai compagni di detenzione – che Settembrini aveva ordito in carcere un complotto con una setta rivoluzionaria per uccidere un ministro, il prefetto e il presidente della Corte.

Risultato: condanna a morte, e dopo i drammatici “tre giorni in cappella” – la cella della morte dell’epoca in attesa dell’esecuzione da un momento all’altro – ecco la commutazione delle pena per grazia reale nel carcere a vita al penitenziario di Santo Stefano per intervento del cardinale Cosenza, arcivescovo di Capua, su preghiera della moglie Giulia rivoltasi al vescovo di Caserta.

Un bel salto nella storia ci porta alla reclusione degli anarchici che dopo diversi attentati andati a vuoto riescono ad assassinare Umberto I con i colpi di pistola di Bresci. mandato all’ergastolo di Santo Stefano e dopo quattro mesi trovato impiccato in cella nonostante l’avancorpo militare incaricato di vigilarlo a vista: più che un suicidio forse fu un’esecuzione, ne abbiamo viste simulate in forme analoghe anche nei tempi moderni. Il suo corpo fu seppellito nel piccolo cimitero.

Altro capitolo la detenzione politica degli antifascisti nel ventennio dopo che fu dato alle commissioni provinciali il potere di punire i reati di opinione con diversi gradi di sanzioni, dalla semilibertà al confino nelle isole, dalla sorveglianza speciale al carcere a Porto Longone e Fossombrone, Volterra e Santo Stefano: in questi casi nessun lavoro esterno, cella e ora d’aria con in più misure speciali di isolamento per impedire i contatti: dopo tre anni di segregazione se c’era il ravvedimento si passava alla semilibertà, altrimenti reclusione per altri tre anni

Così a Santo Stefano, oltre ai patrioti del Risorgimento sono stati segregati anche quelli definiti sovversivi nel regime fascista, tra loro Amendola e Pertini il quale ultimo vi soggiornò poco, fu spostato ad altre carceri, tra condanne ed evasioni in Italia, Francia e Svizzera: c’è una lapide all’ingresso del penitenziario che ne ricorda la detenzione nell’isola nel 1929 per tre mesi , cella 36 terzo livello. Anche Terracini, presidente della Costituente, e Scoccimarro, vi furono detenuti.

Alla fine della guerra l’ingresso degli alleati che liberano i detenuti politici, non quelli comuni che fanno una rivolta con a capo Mariani nel novembre 1943, prendono ostaggi 64 agenti di custodia.

Poi nella storia del carcere non più politici ma solo detenuti comuni e il grande esperimento umanitario di Perucatti imperniato su fiducia e rispetto, lavoro per tutti, incontri con le famiglie prolungati per intere ventiquattr’ore, tutela dei carcerati anche rispetto agli stessi agenti di custodia oltre alle strutture ricreative di cui si è detto nella I parte, per la socializzazione e il recupero..

La vita dei detenuti, la memoria diviene storia

Sulle condizioni dei detenuti per il primo periodo della sua storia, quello del Regno di Napoli e poi delle due Sicilie, c’è il diario particolareggiato di Luigi Settembrini a descriverla dall’interno come partecipe di quella sofferenza estrema e insieme osservatore, tanto si sentiva estraneo a una punizione così atroce che molti condannati pluriomicidi sentivano come dovuta e anche meritata.

                                                            Una visione dell’anfiteatro carcerario

Il suo racconto è impressionante, riguarda tanti momenti e situazioni. Tutto è sentito come oppressione, anche “il cielo che è terminato dalle alte mura dell’ergastolo, e che come un immenso coverchio di bronzo ricopre il tristo edifizio e ti pesa sull’anima. Se passa volando qualche uccello, oh come lo riguardi con invidia, e lo segui col pensiero e con la speranza stanca, e con esso voli alla tua patria, alla tua famiglia, ai tuoi cari, ai tuoi giorni di gioia e di amore che sempre ti tornano in mente per sempre tormentarti”. E’ solo un piccolo scampolo di miriadi di espressioni altrettanto toccanti, nelle quali non c’è nulla di stantio, è il reportage spontaneo e genuino dall’interno di una realtà nella quale le reazioni non sono scontate, è un terribile esperienza che sorprende anche lui.

A cominciare dalla minuziosa descrizione dei diversi tipi di condanna, se ai ferri o all’ergastolo, indica anche il numero di maglie della catena e la palla di ferro o il puntale legato agli anelli o alle sbarre. La promiscuità è insopportabile, si è a stretto contatto con gente di ogni risma: oltre al compagno di cella di cui abbiamo detto all’inizio, in fondo incolpevole del delitto commesso dal padrone e dai suoi sgherri, c’erano dei veri assassini. Si formavano dei clan spesso di matrice regionale e rischiava anche l’inoffensivo appartenente alla regione di cui ci si voleva vendicare. Misure di afflizione corporale erano previste con fustigazione sotto gli occhi dei reclusi, ma non servivano da monito per tutti, al contrario facevano gioire la fazione avversa al fustigato.

“Ma neppure puoi star molto su questa loggia ingombra di masserizie e di uomini che ti urtano, gridano, vantano, bestemmiano, accendono fuoco, fendono legne: e poi nel cortile non vedi che condannati trascinare penosamente le sonanti catene, spesso vedi lo scanno sul quale si danno le battiture, spesso la barella con entro cadaveri di uccisi. il vento ti molesta, il sole ti brucia, la pioggia ti contrista, tutto che vedi o che odi ti addolora, e devi ritirarti nella cella”.

Dalla padella alla brace, potremmo dire, perché nello spazio di “sedici palmi quadrati, e ce ne ha di più strette”, vi sono nove, dieci e più reclusi: “Sono nere e affumicate come cucine di villani, di aspetto miserrimo e sozzo”. E qui la minuta descrizione dei “letti squallidi, coperti di cenci” con un piccolo spazio residuo e le pareti nere dove sono affastellate le “povere e sudice masserizie; una seggiola è arnese raro, un tavolino rarissimo, è vietato ogni arnese di ferro” e così via, tutto è indicato con precisione in un’atmosfera da tregenda: “pochi fanno comunanza, perché il delitto li rende cupi e solitari: spesso ciascuno accende il suo fuoco, onde esce un fumo densissimo che ingombra tutta la cella e le vicine, ti spreme le lagrime, ti fa uscire disperatamente su la loggia, dove trovi altre fornacette accese che fumano, ed invano cerchi un luogo non contristato dal fumo, che esce dalle porte, dalle finestre, da ogni parte”. E non è tutto: “Qui si vive a discrezione de’ venti e del mare, divisi dall’universo, e soffrendo tutti i dolori che l’universo racchiude”.

Questo per le condizioni materiali, e quelle psicologiche? Anche peggiori, tra urla e grida “che fieramente echeggiano nel silenzio della notte, come ruggiti di belve chiuse”, gemiti e strida con i cadaveri nelle barelle. Fino all’agghiacciante conclusione: “Quando stanco d’ozio, d’inerzia e di noia cerchi un po’ di riposo e di solitudine sul duro e strettissimo letto, mentre dimenticando per poco gli orrori del luogo corri dolcemente col pensiero alla tua donna, ai tuoi figlioletti, al padre, alla madre, ai fratelli, alle persone care all’anima tua, senti il fetido respiro dell’assassino che ti dorme accanto, e sognando rutta e bestemmia”. L’unica salvezza é nella fede: “O mio Dio,quante volte ti ho invocato in quelle ore di angosce inesplicabili; quante notti con gli occhi aperti nel buio io ho vegliato sino a giorno fra pensieri tanto crudeli, che io stesso ora mi spavento a ricordarli”.

Presto interviene la comprensione per i delinquenti e gli assassini con cui deve forzatamente convivere, perché “non sanno quello che fanno” si potrebbe dire, non sono responsabili di azioni frutto dell’ignoranza e della degradazione che sono colpe gravi di chi li ha tenuti in quelle condizioni: “Quando entrai nell’ergastolo gli uomini che qui sono mi facevano orrore, dopo alquanti giorni mi fecero pietà. Sono scellerati, sì, ma perché sono scellerati? Ma essi solo sono scellerati?”

E rivolgendosi a coloro che fanno le leggi e giudicano gli uomini chiede: “Prima che costoro fossero caduti nel delitto, che avete fatto voi per essi? avete voi educata la loro fanciullezza, e consigliata la loro gioventù? avete sollevato la loro miseria? li avete educati col lavoro? avete voi insegnato ad essi i doveri del loro stato? avete loro spiegato le leggi?”. Fino ad esclamare: “Non dite che alcuni uomini non possono correggersi: ma voi li avete prima educati, avete fatto nulla per impedire i delitti? E dopo i delitti avete tentato alcun mezzo per correggerli? Pane e lavoro sono gli elementi di ogni educazione, i mezzi per domare ogni durezza, per mansuefare ogni fierezza”.

Una lezione di alta civiltà raccolta da Perucatti che vi imperniò l’intero suo sistema carcerario, valida tuttora che l’abbiamo vista riemergere come un reperto prezioso dall’archeologia carceraria.

L’altra grande sofferenza morale è quella della lontananza dai propri cari, per di più in una segregazione senza speranza. Anche qui si nota un’evoluzione quanto mai eloquente, con il tempo lo spirito di sopravvivenza prevale sulla disperazione, pur in un carcere così oppressivo trova il modo di trasmettere e ricevere messaggi segreti dalla moglie, lettere con inchiostro simpatico ed altri accorgimenti, fino alla progettazione di un’evasione mancata a cura del fuoruscito Panizzi.

Torneremo al termine sulla vicenda romanzesca che a un certo punto gli apre le porte della libertà. Ora vorremmo sottolineare che la sofferenza morale la supera nel trasmettere sentimenti in cui l’affetto è un balsamo per le ferite morali nello stesso tempo in cui è una ferita esso stesso.

                                                                       Una struttura accessoria

L’assenza dei propri cari la sente come un dolore lancinante, si rivolge a loro con toni toccanti nel diario e nelle lettere, percorrono l’intera sua vicenda carceraria, sono innumerevoli le espressioni d’amore per moglie e figli negli otto anni di detenzione. Ne riportiamo soltanto una del 17 aprile 1854, dopo i primi quattro lunghi anni da recluso a Santo Stefano: “Ho baciato il tuo ritratto, o mia diletta, ma l’ho baciato segretamente. Gli uomini tra cui sono, se m’avessero veduto m’avrebbero deriso, perché non conoscono la virtù e l’amore. Che nuovo tormento è questo di dover tenere celato come delitto il più sacro, il più casto degli affetti? Ho baciato il tuo ritratto, ho riveduto gli occhi tuoi, ma non sono dessi, non hanno quella luce e quell’amore. Gli occhi tuoi li ho qui nell’anima mia, e qui scintillano come due stelle, e mi spandono una luce soave per tutta l’anima”.

Con il Regno d’Italia le condizioni migliorano, si dimezza la dimensione delle celle e in ognuna un solo recluso, i detenuti sono ammessi a lavorare nel carcere. Dalla promiscuità che generava incidenti anche mortali all’isolamento il miglioramento c’è, pur se si diffonde la depressione.

                                                                    Il piccolo cimitero del carcere

Questa esperienza si protrasse per alcuni anni, tra contrasti e polemiche di ogni tipo dall’esterno, senza che vi fosse neppure il pieno sostegno del personale di custodia che non aveva più la licenza di comportarsi con la durezza di sempre verso i detenuti. Per cui la prima evasione dell’agosto 1956 gli fu addebitata anche se riuscì a superare la crisi, avvenne dal settore lavorazioni, per quindici giorni ricerche infruttuose a Ventotene dove il fuggiasco era approdato a nuoto nascondendosi tra gli scogli, poi l’arresto mentre cercava di lasciare l’sola su un’imbarcazione. Ma Perucatti non superò la seconda evasione dopo due anni, quando i due detenuti evasi non furono ritrovati, anche se si pensa che forse morirono annegati nel tentativo. Il nuovo direttore reintrodusse le severe misure di massima sicurezza ma dinanzi a un carcere ingestibile dovette incentivare la buona condotta: “Il carcere è cambiato, non si torna più indietro”, commenta la guida Salvatore.

La chiusura comincerà nel 1962 e sarà lunga fino all’accelerazione che avvenne alla morte di tre detenuti impegnati a scaricare la merce nell’approdo più periglioso dell’isola; nel 1965 era già semivuota, a parte pochi detenuti per le operazioni di chiusura completate solo nel 1975.

Il carcere fu lasciato incustodito, con l’arrembaggio dei soliti vandali per sottrarre quanto ritenuto utile, le porte furono divelte. Ha bruciato le tappe nel subire la sorte comune ai reperti archeologici, risultati di spoliazioni che nelle antichità hanno riguardato gli stessi materiali da costruzione.

Chiuso e di fatto abbandonato, salvo le visite guidate che ne mostrano al pubblico la deplorevole fatiscenza e rivelano anche per questo verso la scarsa cura che si ha per tutto quanto è storia da rispettare, almeno attraverso un’efficace manutenzione e custodia, e memoria da valorizzare.

                                                                 Il lato posteriore del carcere

Da Santo Stefano a Ventotene, tra la storia e la natura

La nostra guida Salvatore ha le sue idee in proposito, e le abbiamo riportate all’inizio. Ci auguriamo che qualche idea l’abbia anche chi può porre rimedio a una situazione paradossale: si mostra doverosamente a tutti un pezzo di storia patria e nel fare questo si scopre la scarsità di risorse destinate ai beni culturali e l’assenza di iniziative che possano convogliarvi risorse esterne.

Scendiamo il ripido sentiero verso un approdo diverso da quello dal quale siamo sbarcati con il gommone della barca “Luna” del nostro amico Ciro: questo attracco è più scosceso e periglioso. Ci troviamo ora sull’imbarcazione a motore che si lascia alle spalle Santo Stefano e punta su Ventotene. Al timone Francesco detto Spadino in una fiammante maglietta rossa, a lui ci affida Salvatore che dopo due ore di spiegazioni mantiene tutta la cortesia mostrata nella mattinata.

Ci sembra di rivedere la scena con cui si apre il film di D’Alatri “Sul mare” girato proprio a Ventotene, del quale abbiamo parlato nel servizio del 24 luglio scorso sulla rivista consorella www.amalarte.it. Il motoscafo divora le onde, il porto romano si avvicina. Siamo tornati nell’isola principale, in passato terra di confino per centinaia di perseguitati politici. Il continente è ancora lontano ma non sentiamo il bisogno di tornarci, tanto è bella la natura da queste parti.

E poi si respira la storia ed è un tonico potente, anche nel caldo mese di agosto quando si cerca soprattutto riposo e disimpegno. Ma allorché alla bellezza della natura si aggiunge la suggestione della memoria si può dire di aver fatto il pieno di emozioni. E allora non ci resta che andare nella piazza principale di Ventotene alla libreria “Ultima  spiaggia” per prendere il libro di Luigi Settembrini,“L’ergastolo di Santo Stefano”: è la lettura dei giorni che hanno lasciato il segno.

                                        Il sentiero percorso in discesa nel lasciare il carcere dal lato posteriore

Spes contra spem

Questa lettura ci permette di non chiudere la nostra descrizione dell’archeologia carceraria nel segno della reclusione senza speranza, bensì della riacquisita libertà. Che non è stata quella effimera dei detenuti fuggiti alla “Papillon” e poi ripresi oppure scomparsi, ma una libertà vera che venne dal non essersi lasciato piegare dall’inedia cui condannavano i reclusi avendo mantenuto la mente vigile e lo spirito attivo non solo nella traduzione dal greco dei “Dialoghi” di Luciano, pur disponendo soltanto di un minuscolo dizionarietto, ma anche nel descrivere impietosamente le condizioni inumane del carcere e nel tentare, riuscendovi, di trasmettere all’esterno il suo diario insieme alle lettere colme di sentimenti per la propria famiglia, in particolare la moglie e il figlio.

Nelle lettere c’è l’organizzazione del tentativo di fuga cui abbiamo accennato con l’amico Panizzi fuoruscito a Londra dove si era occupato del figlio Raffaele, avviato tra incertezze e contrasti alla carriera di ufficiale di marina; un tentativo al quale il soggiorno nell’infermeria di Santo Stefano forniva punti di riferimento perché poteva vedere il mare e quindi l’eventuale “vapore” liberatore.

Ma soprattutto il suo diario generò un movimento di opinione all’estero contro le condizioni inumane di vita dei reclusi politici, per cui le pressioni di governi quale quello inglese indussero il sovrano a commutare la pena nell’esilio in Argentina per le nozze del figlio Francesco, l’erede.

Si protrasse per due anni questo tira e molla in un’alternanza di speranze e delusioni e anche tra i problemi sollevati dalla compatibilità dell’esilio con le convinzioni politiche: lui non ha dubbi, sarebbe poi ritornato. Finché si imbarca con gli altri esiliati sul vapore che fa scalo a Cadice dove resta a lungo in attesa della nave americana dove avrebbe fatto la seconda parte del viaggio, si parla di almeno 60 giorni di navigazione che era arduo superare nelle condizioni in cui si svolgevano.

Qui la realtà romanzesca prende corpo in una inattesa visita sulla nave di Raffaele nell’elegante divisa da ufficiale di marina: dice di aver saputo per una provvidenziale coincidenza che incrociava nello stesso porto il vapore dei deportati in Argentina ed era venuto a salutare il padre. Sarebbe già molto dopo la reclusione a Santo Stefano, ma è solo l’inizio. Perché non è il caso che lo ha portato a Cadice, e non si trova più sul veliero dal quale era sceso per far visita al genitore allorché salpa sotto lo sguardo triste di Luigi Settembrini che lo vede partire senza sapere quando rivedrà il figlio.

Se lo ritrova tra le braccia appena la nave che lo porterà in Argentina lascia Cadice, e non più come visitatore, ma come finto cameriere che si è fatto assumere con l’intento di dirottarla. E lo fa con determinazione e abilità, usa argomenti molto convincenti non escluso il ricorso alla forza se necessario. Il comandante deve cedere, la nave invece che in Argentina approda in Inghilterra, la terra della libertà. Lui vi si ferma un anno prima di rientrare in patria, la sua odissea è terminata con un dirottamento che anticipa quelli vissuti negli anni recenti, ma allora con alte finalità morali.

Dove nel crocevia di motivazioni generali e personali, politiche e sentimentali, in cui si incrociano i valori etici di libertà con i più puri affetti familiari, la storia di Luigi Settembrini riesce a produrre un capolavoro letterario di umanità e insieme di giustizia in un “happy end” esaltante.

E abbiamo voluto che fosse pure l’“happy end” della nostra visita. Anche da un penitenziario così arcigno e protetto il recluso ingiustamente può trovare la forza e i mezzi per uscire. Il vecchio film francese di Robert Bresson, “Un condannato a morte è fuggito”, lo esprimeva attraverso la ricerca spasmodica senza speranza ma poi coronata dal successo con l’apertura della breccia nella cella impenetrabile; in Settembrini la chiave è stata la forza morale nella resistenza e nella denuncia, con l’aiuto della cultura alla quale non ha rinunciato mai, dai “Dialoghi” di Luciano al diario della vita carceraria nel quale sfogava indignazione e sofferenza, e si rifugiava nei ricordi familiari.

Un insegnamento per tutti. E una conferma, che ci viene dall’immersione nell’archeologia carceraria, della validità del motto che invita a non disperare mai: “Spes contra spem”.

Ph. Romano Maria Levante, tutte.

Autore: Romano Maria Levante – pubblicato in data 8 ottobre 2010 – Email levante@archart.it

Gabriele d’Annunzio, al Vittoriale il “Museo D’Annunzio segreto”

Pubblicato in cultura.inabruzzo.it il 2 ottobre 2010. Ripubblicato in www.arteculturaoggi.it, stessa data.

di Romano Maria Levante

Il 2 ottobre 2010 al Vittoriale un giorno spettacolare: l’inaugurazione del museo “D’Annunzio segreto” con gli oggetti quotidiani, l’apertura dell’archivio Keller e di una mostra itinerante internazionale, con le sculture del maestro Ugo Riva “Il grande angelo”, “L’altro angelo” e “Grande annuncio” sotto le bandiere del Principe di Montenevoso e del Vittoriale e i colpi di cannone della Nave Puglia. Impareggiabile regista è il presidente della Fondazione “Il Vittoriale degli italiani” Giordano Bruno Guerri che sin dalla nomina ha attuato iniziative di forte rilancio.

Il Vittoriale nel mondo dannunziano

D’Annunzio non cessa di sorprendere e di sbalordire, resta di viva attualità ad oltre settant’anni dalla scomparsa. Non solo con le biografie che continuano ad esplorare in forme sempre nuove il vasto panorama della sua vita movimentata in pace e in guerra e della sua arte letteraria; nello sfondo della quale c’è un pezzo di storia d’Italia di grande rilievo, dalla Prima guerra mondiale alla instaurazione e radicamento del regime.

Ma anche con incursioni in aspetti curiosi o intriganti come è stato per il libro del 2010 su “D’Annunzio e la gastronomia abruzzese” di Enrico Di Carlo e quello del 2009 di Paola Sorge su “L’arte della seduzione in Gabriele d’Annunzio”: approcci e modi diversi per esplorarne i gusti molto particolari e raffinati, l’eleganza. Tutto questo senza considerare l’arte letteraria, un giacimento senza fondo dalla poesia al saggio, dal romanzo al teatro.

Inesauribile e immaginifico, peculiarità che non sono scomparse con lui: nella sua preveggenza volle lasciare una sede dove la propria vita straordinaria potesse in un certo senso eternarsi in modo diverso e più tangibile rispetto a ciò che avviene per gli altri grandi della letteratura. Se è consentito un parallelo per certi versi inconsueto, un altro grande poeta – con lui una ben strana coppia – pensiamo a Leopardi, ha ugualmente lasciato un luogo della memoria meta di visitatori, la dimora di Recanati con la grande biblioteca, un tempio di cultura appartato, riservato e discreto.

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Il Vittoriale, in carattere con D’Annunzio, è invece scenografico nella sua conformazione che ha trasformato in una grande reggia borghese l’antica casa di campagna con due stanze a pianterreno, una con il pianoforte di Listz e l’altra “letteralmente tappezzata di volumi dal pavimento al soffitto”, come scrisse Tom Antongini che la individuò dopo la vasta ricognizione su incarico del Poeta. All’esterno tra il giardino e i tanti anditi spiccano il Teatro all’aperto che sovrasta il lago di Garda, e la Nave Puglia.

Gli interni sono costituiti dalle famose stanze con nomi evocativi: dalla Zambracca all’Officina, dalla Stanza della Cheli alla Stanza della Leda, dalla Stanza delle Reliquie alla Stanza del Mappamondo, dalla Stanza della Musica fino alla Stanza del Lebbroso; per non parlare della Veranda dell’Apollino, dell’Oratorio Dalmata e del Corridoio della Via Crucis.

Scrisse Manlio Barilli nel lontano 1930: “Questa casa è veramente sorprendente: ogni stanza conduce ad altre due o tre, più piccole, sì che voi, giocondi ma attoniti, pensate a quelle scatole per bimbi che ne contengono varie di mano in mano men grandi, fino a giungere all’ultima di incredibile microscopicità”.

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Erano trascorsi pochi anni dall’insediamento, oggi l’impressione è diversa ma è significativa quella d’epoca, come l’altra di Frances Winwar che inizia con una critica: “Troppe targhe, ciascuna con la sua ovvia e recondita allusione, coprono le pareti. Troppe statue, troppe colonne commemorative e chiostri e giardini, e fontane, recitano la loro ode patriottica e gorgogliano la loro lirica su declivi e piattaforme”. Ma conclude così: “Eppure, su tutto, una casuale discordia si risolve in armonia, così come in D’Annunzio il genio e il ciarlatano, attraverso un’arte squisitamente personale si fondono nel poeta e nel romanziere”.

Ma ecco il giudizio di Francesco Meriano che fu console generale d’Italia a Odessa, definita da D’Annunzio, in una lettera inviatagli, “una delle mete ideali e temerarie del fiumanesimo”: “Se il Vittoriale fosse una casa, si potrebbe osservare che le stanze sono gremite da una congerie di cose troppo belle, che v’è ridondanza di forme decorative; e si potrebbe pensare uno di quei melensi luoghi comuni che vegetano, fungaia maligna, attorno alle vive creature dannunziane; esservi, nella casa come nell’arte, esagerazione d’ornamenti, di preziosità, di superfluo”. Visitandolo ne è coinvolto e preso totalmente: “Entrati nell’atmosfera dell’ineffabile, cioè appena varcata la soglia del Vittoriale, guidati dall’una all’altra stanza dalla voce calda e colorita del Comandante, dalla melodia delle sue immagini che senza sforzo passavano attraverso tutti gli strati psicologici, dall’ironia al sacrificio, dimenticammo la pioggia e il sereno, il lago e la selva, vivemmo in un sogno tanto più vero della trita realtà d’ogni giorno”.

E ne dà una descrizione colorita: “Lampade nascoste modulavano le varie luci sulla dovizia dei marmi e dei metalli, soffici tappeti attutivano il passo, vetri istoriati ci isolavano dal bagliore spettrale del crepuscolo”. Per concludere: “Troppe cose per una casa, non per il luogo dove un artista adora e crea la bellezza, dove un guerriero medita e svolge il suo mito meraviglioso. Locatelli mi diceva un giorno: ‘Anche in fondo al mare vi sono troppe cose: coralli, attinie, navi naufragate’. A volte, nella sinfonia delle luci effuse sui bronzi e sulle pietre sonore, avevamo l’impressione di una lontananza oceanica”.

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In questo scenario magico che il nuovo museo “D’Annunzio segreto” aggiunge corredi personali sulla vita quotidiana che vi si svolgeva agli ambienti carichi di oggetti con i significati che il Poeta attribuiva loro espressi nel nome della stanza, culminanti negli affreschi di Guido Cadorin sul soffitto a riquadri lignei della suggestiva Stanza del lebbroso con le Sante donne sospese in volo per assisterlo nella vecchiezza e nella solitudine. Non c’è soluzione di continuità tra il D’Annunzio visto nell’intimità quotidiana e quello dei cimeli e reperti della memoria nella sua residenza.

Nella Premessa all’“Atto di donazione al popolo italiano” scrisse: “Non soltanto ogni mia casa da me arredata, non soltanto ogni stanza, da me studiosamente composta, ma ogni oggetto da me scelto e raccolto nelle diverse età della mia vita fu sempre per me un modo di rivelazione spirituale, come un qualunque dei miei poemi, come un qualunque dei miei drammi, come un qualunque mio atto politico o militare, come una qualunque mia testimonianza di dritta e invitta fede”.

Ed è proprio in questo luogo affollato di tanti preziosi cimeli, ai quali si aggiungono ora quelli più strettamente legati alla persona, che il mito dannunziano continua a rivivere risorgendo come l’araba fenice senza dissolversi o sbiadire, acquistando con il tempo un fascino ancora maggiore. Sdoganato dopo una lunga e indegna rimozione, prende quota sempre più rivelando ogni volta aspetti reconditi che si inseriscono nella sua inimitabile biografia. Aspetti che si annidano anche nella quotidianità che i visitatori potranno immaginare attraverso gli oggetti esposti nel Museo, pur se qualche volta appaiono sopra le righe, ma sempre espressione di uno stile fuori da ogni banalità.

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Il nuovo museo “D’Annunzio segreto” e le altre iniziative

Per questo motivo è meritoria l’attività del presidente della Fondazione “Il Vittoriale degli Italiani” nell’approfondire la materia dannunziana senza lasciare zone d’ombra. Nel vasto affresco della biografia “D’Annunzio l’amante guerriero”, con le successive puntualizzazioni nel libro su “Marinetti”, si collocano i fasci di luce che di volta in volta Giordano Bruno Guerri proietta sugli aspetti peculiari, alla ricerca di tutto quanto possa meglio documentare la vita inimitabile del Poeta.

Di qui gli epistolari recuperati e acquisiti alla sterminata raccolta del Vittoriale, di qui l’apertura degli armadi della casa del Poeta alla vista di tutti nel “D’Annunzio segreto”. Non per alimentare un voyerismo deteriore, ma per illuminare la sua vita quotidiana, fatta degli oggetti più disparati, che si aggiungono a quelli da sempre esposti, soprammobili, quadri, e altro da mostrare a tutti.

Con gli oggetti personali torna la sua figura nella quotidianità che è anche normalità e intimità, il che vuol dire sentire il Vittoriale come una dimora dove si avverte l’alito di chi l’ha voluta così e l’ha abitata, il modo migliore perché non sembri un museo freddo e inanimato.

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Le ombre che oscurano le stanze cariche di memorie, e per questo possono sembrare opprimenti, vengono rischiarate dalla luce discreta dell’apertura alla vita di tutti i giorni tramite gli oggetti che ne facevano parte. E se hanno caratteristiche peculiari spesso insolite e anche sconcertanti, questo è perché l’immaginifico lo era anche nella vita quotidiana e metteva su tutto questa sua impronta.

D’Annunzio segreto” è intitolata la Mostra permanente di questi oggetti perché finora sono rimasti nei cassetti, non perché li occultasse; sono quelli che usava normalmente anche davanti a estranei. E ce lo riportano così come era e come si mostrava senza freni inibitori alla sua fantasia, era un genio anche nell’esprimere con il design i suoi simboli e manifestare i suoi impulsi.

E’ coraggiosa l’iniziativa di Giordano Bruno Guerri nel rivelare la quotidianità e quindi anche l’intimità dannunziana. Non si guarda dal buco della serratura per curiosità morbosa, ma ci si immedesima in una vita e in un ambiente, per andare oltre le convenzioni entro le quali potrebbe appiattirsi la sua figura. E restituirla a tutto tondo così com’era e come aveva l’orgoglio di essere.

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Se qualcuno fosse portato a equivocare dinanzi a fogge particolarmente dissacranti e ardite di determinati oggetti, basterebbe richiamare quanto si è accennato sui significati da attribuire a ciò che può sconcertare perché insolito, e soprattutto riportarsi agli scritti autobiografici del Poeta. Sono espressione di una acuta sensibilità umana dove tutti i temi e i contrasti, dall’angoscia della malattia e dal senso della morte al trionfo della vita, dalla “lotta dell’angiolo” tra le pulsioni della carne e i richiami dello spirito fino alla religiosità più profonda sono resi con la sua straordinaria capacità di introspezione e di comunicazione di pensieri e sentimenti, dilemmi ansiosi e scelte sofferte.

Non è dunque un salto logico enumerare alcuni pezzi del museo in apertura “D’Annunzio segreto” che sono stati indicati: abiti e vestaglie, biancheria e calzature, vasellame e cancelleria, “i gioielli e numerose altre meraviglie”, fino ai collari per cani: è noto che li prediligesse e li volesse vicini, nel finale della “Contemplazione della morte” il “lamentìo sommesso” della levriera che non può più allattare i suoi cuccioli annegati lo fa reagire dinanzi all’affronto fatto alla maternità e alla vita.

All’esposizione degli oggetti del privato dannunziano si accompagna quanto è stato acquisito di recente per approfondire ulteriormente la conoscenza del personaggio e della sua epoca. Viene presentato l’Archivio di Guido Keller, pilota nella prima guerra mondiale, che fu con D’Annunzio a Fiume ed è tra coloro che riposano con il Poeta nel mausoleo del Vittoriale. E’ definito da Guerri “straordinaria figura del novecento non solo italiano”, il suo archivio deve essere una miniera di cultura e di umanità. Il pensiero va al legame strettissimo tra D’Annunzio e i suoi piloti con i quali condivideva imprese ardimentose: di molti pianse e raccontò da par suo la scomparsa nei cieli della guerra, non il caso di Keller che è dunque un prezioso testimone anche di tale rapporto.

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L’immaginazione di Giordano Bruno Guerri non si ferma a queste celebrazioni domestiche. Il 6 ottobre prossimo partirà una mostra itinerante tra le grandi capitali mondiali, cominciando a New York, dalla Casa Italia Zerilli Marimò della New York University, diretta da Stefano Albertini. Il titolo evoca la sua esistenza inimitabile: “Gabriele D’Annunzio Living Life as a Work of Art”.

La vita come l’arte, l’arte come la vita, perciò non ci dobbiamo stupire di sentire i colpi di cannone sparati dalla Nave Puglia a sottolineare i momenti culminanti del 2 ottobre.Era la forma più esplosiva con cui manifestava i suoi stati d’animo, e non c’è soltanto l’inaugurazione del Museo e la presentazione dell’Archivio Keller, nonché il lancio della mostra itinerante nell’Auditorium del Vittoriale. All’ingresso del Museo vengono scoperte due sculture di Ugo Riva, “Il grande angelo” e “L’altro angelo”; in Piazza dei Caduti inaugurata una terza straordinaria scultura del maestro Riva, “Grande annuncio”, dalla quale promana il fascino indefinibile della Nike di Samotracia.

Questo il cuore della manifestazione, che ha inizio alle 10,30 con l’alzabandiera nella Piazzetta Dalmata delle nuove bandiere del Vittoriale e del Principe di Montenevoso e si conclude alle 13 all’Anfiteatro dopo l’inaugurazione del Museo alle 12. Ampiamente giustificati, dunque, i colpi di cannone fatti sparare dal presidente della Fondazione Giordano Bruno Guerri che impersona in modo impareggiabile lo spirito immaginifico del grande personaggio di cui rilancia la memoria con iniziative che non mancano di sorprendere per la qualità culturale e la forza espressiva. I risultati si sono potuti apprezzare con il ritorno del Vittoriale agli antichi splendori, e il positivo riscontro nello straordinario afflusso di pubblico che determina l’autosufficienza della Fondazione.

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D’Annunzio lives!

E’ significativo che nell’anteprima delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia come simbolo della cultura italiana sia stato scelto proprio il Poeta, ricordato nella manifestazione di “Italia protagonista” del 17 giugno 2010 da Maurizio Gasparri e Roberto Gervaso, Giorgio Albertazzi e, appunto, Giordano Bruno Guerri: era intitolata “Gabriele d’Annunzio, talenti e memorie del suo e del nostro tempo: parole, aria e palcoscenico”, sintesi mirabile di vita e di arte.

Il presidente della Fondazione portò l’aria del Vittoriale al Tempio di Adriano dove si svolse la celebrazione: un simbolo forte della cultura e della storia patria evocato dalle immagini della sua residenza. In questo modo il grande italiano torna ad essere tangibile e presente: D’Annunzio lives!

Photo

Le 10 immagini del Museo su “D’Annunzio segreto” vedono alternate visioni di insieme della vasta e ricca galleria artistica con foto ravvicinate dell’esposizione degli effetti personali e di altri sulla sua vita privata, anzi “segreta” Sono tratte dal sito della Fondazione Vittoriale degli italiani, tranne la 4^ foto con le vestaglie, tratta da wikipedia, si ringrazia dell’opporunità offerta che ha consentito una adeguata illustrazione dell’articolo.

1 Commento

  1. Chiara

Postato ottobre 2, 2010 alle 5:55 PM

Carissimo Sig. Levante,
è davvero una splendida notizia quella che dà ai lettori ed agli appassionati di Gabriele D’Annunzio. Un’iniziativa encomiabile che merita una degna propaganda. La rivisitazione sempre in fieri del Vate nazionale vanta la continua scoperta di aspetti inediti e curiosi, i quali hanno la forza di aprire nuovi scenari nella capziosa “vita inimitabile” di D’Annunzio.
Specialmente la sua ultima dimora, la “prigione dorata”, è il monumento destinato a consacrare i suoi valori, il luogo in cui egli esprime tutto se stesso, le sue passioni, i suoi ideali, il suo simbolismo, il suo senso dell’occulto.
L’animo sensibilissimo e la sua acuta intelligenza lo proiettano in una dimensione di richiami, di oggetti, di dipinti evocativi che, agli occhi di un profano, possono apparire un insieme disordinato ma, invece, rivelano una personalità raffinata ed attenta alla cultura tout court e ad alla realtà che lo circondava.
Un altro aspetto curioso, e per molti versi audace, è stato delineato da quella parte della critica che ha creduto in un D’Annunzio credente, mistico. A tal proposito, infatti, mi sento di citare il suo libro , che è stato fonte di ispirazione per la mia tesi di laurea.
Nel mio lavoro,  ho fissato l’attenzione sull’ aspetto religioso presente nella personalità scandalosa e sensuale del Vate. Il germe del cristianesimo appare forte ed opprimente nella sfera intima del nostro, tanto da palesarsi nella sua totale devozione a San Francesco.
Avvicinandomi al D’Annunzio spirituale, ho potuto scorgere un animo certamente sensibile all’ultraterreno cristiano, affascinato da un sentimento religioso affatto indifferente, tanto da condurlo allo studio minuzioso dei Vangeli.
Il mio intento è stato quello di far luce sulla faccia “oscura” del poliedro dannunziano, sulla sua dimensione umanissima che a torto viene schiacciata dalla trita e alquanto superficiale immagine del gaudente impenitente.
Ecco perché reputo importantissime iniziative come questa organizzata dal presidente del Vittoriale, Giordano Bruno Guerri, in quanto rendono giustizia alla vita eroica e originalissima di un mostro sacro come D’Annunzio.
Mi associo alla sua ultima esclamazione, proprio perché credo nella efficacia di questi progetti di critica letteraria:
D’Annunzio lives!

Santo Stefano, 1. Archeologia carceraria del penitenziario-teatro

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di Romano Maria Levante

Con la ripresa dopo la pausa estiva dei “giovedì di Santa Marta” – gli incontri letterari settimanali al Collegio romano promossi dal ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi ai quali ci siamo ispirati per i nostri 20 incontri archeologici settimanali dal febbraio scorso – riprendono anche i “venerdì di Archeorivista”, che raccontano visite a siti e musei archeologici o temi assimilabili.

Ieri giovedì 30 settembre nella Sala Convegni dell’ex chiesa di Santa Marta in piazza del Collegio Romano è stata presentata la rivista trimestrale “Accademie e biblioteche d’Italia” con un affollato incontro coordinato dal Direttore generale per le Biblioteche, gli istituti culturali e il diritto d’autore del Ministero per i Beni e le Attività Culturali Maurizio Fallace. E’ stata una vera celebrazione del libro, con le appassionate letture di Manzoni da parte di Pamela Villoresi e di Calvino da parte di Mattia Ruspoli Sbragia e la poetica esaltazione della bellezza del libro e della lettura del Consigliere del Ministro Giuseppe Benelli. Ma ecco la sorpresa, il “giovedì di Santa Marta” si è concluso con una visita alla cripta dell’antica chiesa, guidata dall’archeologa Angela Maria Ferroni che ne ha inquadrato le origini nella storia di Campo Marzio e ha mostrato, in un percorso che si è snodato tra antichi ambienti a volta, il pavimento romano alla profondità di cinque metri. Abbiamo preso questa coincidenza ipogeica, del tutto inattesa in una presentazione di libri, non solo come un segno beneaugurante ma come un gemellaggio ideale con la nostra iniziativa parallela.

Tornando a noi, riprendiamo i racconti delle visite agli ipogei anche virtuali con l’archeologia carceraria, uno scavo nella storia della nostra umanità se è vero che dalle carceri si misura la civiltà di un popolo. E imperniamo il nostro racconto su un libro, coincidenza fortuita anche questa, che dà al gemellaggio ideale appena evocato un rapporto biunivoco, non ricercato ma determinatosi nella realtà. Detto questo, chiamare teatro il penitenziario di Santo Stefano – che possiamo definire “l’Alcatraz italiano” non è solo metafora: lo vedremo dall’architettura e soprattutto dalla condizione carceraria.

                                                          Visione di una parte dell’anfiteatro carcerario

L’archeologia carceraria è storia da rispettare e memoria da valorizzare

Luigi Settembrini, che vi fu rinchiuso per otto anni, scrive che quando vi entrò tra i suoi cinque compagni di cella c’era “un abruzzese di un villaggio presso Teramo, e chiamasi Giovanni”, condannato per complicità in undici omicidi, compiuti dal “signore suo padrone” e dai suoi sgherri, aveva solo bussato alla porta eseguendo l’ordine ricevuto, un superstite dell’eccidio lo denunciò e lui fece i nomi dei colpevoli: sei di loro e il padrone impiccati, “egli con altri dannato all’ergastolo, dove è giunto da pochi mesi”. Questa “ouverture” ci introduce al “teatro” di Santo Stefano.

Ha la forma e la struttura di un vero teatro, la sua planimetria rimpicciolita è perfettamente sovrapponibile a quella del San Carlo di Napoli. I tre ordini di palchi diventano celle poste a semicerchio nella concezione “panottica” tipica del teatro, che assicura visione totale della scena da ogni punto.

Ma mentre nel teatro la scena è al centro dove convergono gli sguardi dai palchi tutt’intorno, nel carcere è l’opposto, gli sguardi delle sentinelle poste al centro devono potersi diramare verso le celle, tutte sotto continua sorveglianza. Al motivo funzionale di praticità ed efficacia per la vigilanza se ne aggiungeva uno quasi subliminale nella concezione di quell’epoca che per recuperare i detenuti occorreva che le loro menti fossero dominate, e questa struttura lo consentiva; ci volle il direttore Perucatti, del quale parleremo, per sovvertire questi concetti.

Il genio italico ha anticipato il trattato che nel 1791 uscì in Inghilterra sulla concezione “panottica” a visione totale del carcere: la progettazione fu dei due principali tecnici dei Borboni, Francesco Caffi ingegnere con Antonio Winspeare maggiore del genio, che avevano partecipato al progetto urbanistico di Ventotene, per il porto, le rampe di accesso e la strada fino al Forte. Il progetto, iniziato nel 1786, si concluse nel 1790 con la costruzione durata 7 anni; nel 1797 fu inaugurato ufficialmente, ma l’utilizzazione iniziò subito con la manodopera carceraria impegnata nei lavori.

Queste sono le prime notizie che ci dà la nostra guida, Salvatore Schiano di Colella, in una visita di due ore che diventa una carrellata su quasi due secoli di storia patria, il carcere è stato chiuso negli anni sessanta dopo le evasioni degli ultimi anni degne di Papillon utilizzate anche come pretesto per estromettere il direttore che aveva ispirato la sua gestione all’umanità e al dettato costituzionale.

E’ un vero viaggio nel tempo dove la storia si collega alla sociologia, la politica al costume, nelle parole della guida dalle quali traspare partecipazione personale e, perché no, affetto per quel pezzo di storia d’Italia che mostra anche – questo l’esordio di Salvatore – come “da un ordine e una pulizia estrema si può passare a un disordine e un degrado altrettanto estremi”.

Ci sentiamo di fare una denuncia e insieme un appello: come viene rispettata e valorizzata l’archeologia industriale – il “Lingotto” di Torino è solo il più evidente di una miriade di esempi – così non si giustifica il colpevole abbandono dell’archeologia carceraria, una struttura che oltre al doveroso rispetto per la storia in essa racchiusa è meritevole, oltre che suscettibile, di valorizzazione sul piano culturale, come altre strutture dismesse, da Procida all’Asinara che non vanno abbandonate, e non si accampi la solita scusante della carenza di risorse  adeguate.  Con le sponsorizzazioni potrebbero affluire in modo adeguato, basta uscire dall’inerzia e produrre idee costruttive; crediamo che non tarderebbero risposte in grado di tradursi in iniziative concrete o di proporre altre soluzioni.                                                    

Per Santo Stefano, alla guida Salvatore le idee non mancano e lo dice senza esitazioni pressappoco così: “Potrebbe divenire un grande museo sull’evoluzione dei diritti umani. In aggiunta potrebbero esservi ospitati laboratori di ricerca, la piccola isola è una riserva naturale dove si possono rivitalizzare le colture. Una foresteria per ricercatori e personale e anche un piccolo albergo dov’era la residenza del direttore sono ulteriori componenti di questa o di altre idee per utilizzare una così grande struttura carica di storia che va salvata dal degrado”.

Ci espone queste idee al termine della visita, mentre con una accorta regia mostra grandi fotografie di quando il penitenziario era in attività, veramente “ordine e pulizia estrema” almeno esteriore, muri bianchi con le arcate in vista e la disposizione degli altri blocchi oltre al ferro di cavallo del carcere simili a quelle residenze coloniali viste in molti film di ambiente esotico.

E non abbiamo ancora parlato dello spettacolo incantevole che si gode dello sperone su cui si vede “grandeggiare l’ergastolo, che per la sua figura quasi circolare sembra da lungi un’immensa forma di cacio posta su l’erba”, scriveva Luigi Settembrini raccontando minuziosamente il suo approdo nel 1851: ”Per iscendere sull’isola si deve saltare su uno scoglio coperto d’alga e sdrucciolevole. Cominciando a salire per una stradetta erta e scabrosa”.

Segue la descrizione di un’isola che non c’è più, non soltanto nel negativo del penitenziario ora chiuso e in rovina, ma neppure nel positivo delle coltivazioni, tornata com’è allo stato di abbandono preesistente al carcere: “Sino a pochi anni addietro l’isola era tutta selvaggia ed aspra; ora è coltivata, tranne una ghirlanda intorno, dove tra gli sterpi e le erbacce pascono le capre pendenti dalle rocce, sotto di cui si rompe il mare e spumeggia. Su la parte più larga e piana del monte sorge l’ergastolo”, scrive sempre Settembrini.

Avevano diversi approdi – dice la guida Salvatore – il Marinella per i velieri e le barche che portavano merci, e il n. 4 per i detenuti e persone con merci alla rinfusa. Poi tre di emergenza, un porticciolo non agibile, la “vasca azzurra” nella roccia vulcanica, l’“approdo del burrone”.

                                                          Uno scorcio ravvicinato dell’anfiteatro

L’arrivo nel penitenziario

Ci guardiamo intorno, cerchiamo di immedesimarci nell’arrivo dei condannati, la scena che si presentava loro è la stessa a parte il colore del muro, oggi annerito: “Il gran muro esterno dipinto di bianco e senza finestre, è sparso ordinatamente di macchiette nere, che sono buchi a guisa di strettissime feritoie, che danno luogo solo al trapasso dell’aria”.

Il condannato non poteva godere dello spettacolo della natura, e noi che abbiamo di fronte la bellezza del mare e la nera sagoma del penitenziario possiamo apprezzare le parole di Settembrini: “Non si può dire che tumulto d’affetti sente il condannato prima di entrarvi: con che ansia dolorosa si sofferma e guarda i campi, il verde, le erbe e tutto il mare, e tutto il cielo, e la natura che non dovrà più rivedere; con che frequenza respira e beve per l’ultima volta quell’aria pura; con che desiderio cerca di suggellarsi nella mente l’immagine degli oggetti che gli sono intorno”.

Quindi la descrizione degli edifici dopo la “terribile porta”: un casolare sulle rovine della Villa Giulia di Santo Stefano, dependance della grande Villa Giulia che a Ventotene divenne quasi un carcere a sua volta, o meglio un luogo di espiazione per le imperatrici cadute in disgrazia in un vero paradiso della natura; un recinto con le croci del “cimitero dei condannati”; la “casetta del tavernaio divenuto coltivatore dell’isola”; e poi, “un edificio quadrangolare sta innanzi l’ergastolo, e ad esso è unito dal lato posteriore”.

Due torrette agli angoli, cinque finestre e la porta di ingresso con la sentinella, dove non c’è scritto “perdete ogni speranza o voi che entrate”, non sono degni neppure di questo, ci si rivolge alla società affermando che “finché la santa Legge tiene tanti scellerati in catene, sta sicuro lo Stato e la proprietà”, e lo si fa in latino: “Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis vincta tenet, stat res, stat tibi tuta domus”. Commenta amaramente Settembrini: “Parole non lette o non capite dai più che entrano, ma che stringono il cuore del condannato politico e lo avvertono che entra in un luogo di dolore eterno, fra gente perduta, alla quale egli viene assimilato. Bisogna avere gran fede in Dio e nella virtù per non disperarsi”.

                                                                   Le singole arcate con le celle

Poi un cortile quadrilatero circondato dalle abitazioni dei sorveglianti, con magazzino, forno e taverna: Settembrini descrive il personale, oltre al comandante, ufficiale di marina e al suo aiutante detto “comite”, “pochi caporali, e bastevol numero di aguzzini; un altro ufficiale comanda un drappello di soldati, i quali guardano l’esterno. Vi sono anche due preti, due medici,un chirurgo e tre loro aiutanti; v’è il provveditore e il tavernaio”. Un microcosmo che si è profondamente modificato nel tempo, ma di cui è illuminante riscoprire la consistenza nella fase storica iniziale.

La descrizione dell’ingresso nel carcere si fa incalzante: gli “agozzini coi loro fieri ceffi” perquisiscono e tolgono la catena ai condannati all’ergastolo, la controllano ai condannati ai ferri, poi la registrazione e le prescrizioni del comandante “dopo averti biecamente squadrato da capo a piè”, se si violano “vi sono le battiture e la segreta”. Si attraversa un secondo androne, un custode apre il cancello sul ponte levatoio che fa superare il muro con la palizzata e il fossato, “varchi il ponte ed eccoti nell’ergastolo. Immagina di vedere un vastissimo teatro scoperto, dipinto di giallo, con tre ordini di palchi formati da archi,che sono i tre piani delle celle dei condannati; immagina che in luogo del palcoscenico vi sia un gran muro… che nel mezzo di esso muro in alto sta una loggia coverta, che comunica con l’edificio esterno, e su la quale sta sempre una sentinella che guarda, e domina tutto in giro questo teatro; e più su in questa gran tela di muro sono molte feritoie volte ad ogni punto. Così avrai l’idea di questo vasto edificio”.

Abbiamo voluto descrivere l’impressione provata entrando nel complesso con le parole di Settembrini nelle quali l’ansia e l’angoscia non celano lo stupore. Lo stesso devono aver provato, pur se si sono aggiunte costruzioni e si sono modificati gli accessi, i detenuti delle epoche successive, in particolare i politici dinanzi all’iscrizione all’ingresso e alla spettacolare scenografia dell’anfiteatro carcerario di forma teatrale. In noi non c’è l’ansia e l’angoscia nell’entrare ma certamente lo stupore. Ansia e angoscia verranno dinanzi ai particolari della vita carceraria.

C’erano 99 celle, 33 per ognuno dei tre piani, tutte per gli ergastolani tranne metà delle celle del primo piano per “un centinaio di condannati ai ferri -scrive Settembrini – nell’altra metà del primo piano i più discoli, nel secondo i meno tristi, nel terzo quelli che han dato pruova di essere rassegnati”, il pensiero va alle tre cantiche dantesche. In alto “una loggia scoperta che gira innanzi tutte le celle”, invece dei trentatre archi di ciascuno dei due piani inferiori; nel terzo piano le undici ultime celle sono per l’infermeria “e queste sole invece di buchi esterni hanno finestrelle ferrate, dalle quali si può vedere un po’ di verde e la vicina Ventotene, hanno invetriate e pareti bianchi”.

Un paradiso che Settembrini dopo essere stato all’“inferno” poté sperimentare descrivendo in modo straordinario ciò che vedeva, fino a scrutare il mare in attesa del vapore che “deve il giorno prefisso comparire da Capo Circiello, accostarsi a Ventotene. Se viene da altra parte non possiamo vederlo”, questo nel progetto della fuga non avvenuta, la liberazione avverrà in modo altrettanto romanzesco.

E’ il momento di entrare nell’anfiteatro, all’interno dello spettacolare ferro di cavallo; prima occorre superare l’ingresso dov’era la recinzione con il ponte levatoio che veniva alzato un’ora prima del tramonto dando la sensazione del totale isolamento, “un’isola nell’isola”, la definisce Settembrini che aggiunge: “Quando è abbassato sempre aspetti e sempre speri, alzato non più aspetti né speri”.

Non è soltanto la prima impressione, se l’8 febbraio 1955, dopo quattro anni di reclusione, scriveva: “Oh come mi ha trasfigurato l’ergastolo! Alle pene fisiche mi sono già abituato: alle pene morali non mi abituerò giammai, soccomberò sì ma combatterò sempre, mi difenderò sempre il cuore, che è la mia rocca, la mia inespugnabile fortezza. Oh povera mente, povero cuore mio, quanti nemici assaltano l’uno e l’altra! Mi viene a piangere quando riguardo me stesso, e miro la mia mentale e morale . No, no, non mi vincerete: io combatterò sino all’ultimo , finché mi palpiterà il cuore. Oh tremendo ergastolo! Oh angoscioso ergastolo che mi squarci tutte le fibre della vita. Oh, mi si spezzasse il petto, e la finissi una volta per sempre!”. Disperazione che supera ogni qualvolta si ripresenta in un percorso psicologico e umano esemplare e illuminante.

In ogni cella erano rinchiusi da 6 a10 ergastolani, negli 11 metri quadrati e anche meno di superficie dovevano restarci per l’intera giornata, a parte l’ora d’aria nella quale potevano vedere soltanto il cielo e non l’esterno. Quindi le 99 celle contenevano 900-1000 detenuti che potevano cucinare all’interno della cella con le fornacette, la conseguenza era un denso fumo nero che la particolare struttura riversava tutto all’interno rendendo l’aria irrespirabile, ci torneremo.

La finestra con le sbarre si trovava sopra la porta e non c’era, quindi, circolazione d’aria. Soltanto una parte delle celle all’ultimo piano aveva l’apertura sull’altra parete, ma era in alto e a bocca di lupo per cui non si poteva vedere l’esterno; quelle dell’infermeria, con la vista sull’esterno verso Ventotene erano l’eccezione, e abbiamo detto che Settembrini vi soggiornò per un breve periodo.

L’evoluzione nel tempo del carcere per ergastolani

Regno di Napoli, poi delle due Sicilie, e Regno d’Italia, regime fascista e Repubblica italiana, la storia fa passi da gigante e il penitenziario di Santo Stefano non rimane fermo. Non solo nella struttura, con molte aggiunte e modifiche, ma soprattutto nel trattamento dei detenuti. E di questo vogliamo parlare mantenendo sullo sfondo i mutamenti epocali che si sono verificati nel tempo.

                                                            Padiglioni per la direzione e il personalee

L’interesse per l’isoletta, come per Ventotene, risale ai tentativi di colonizzare le isole pontine a cominciare da Ponza dove nel 1738 Carlo III insedia coloni per sottrarla allo Stato Pontificio; per Ventotene si tentò l’“esperimento Russeaux”, nel 1768 vi furono insediati 200 uomini e donne di malaffare secondo la teoria del “buon selvaggio”, ma fu dichiarato fallito dal vescovo di Gaeta nel 1771 perché “vivevano in nequizia” una “vita libertina”, sono rispediti a continuarla nei luoghi di origine. “Tre anni sono troppo pochi per un simile esperimento, e poi non è il vescovo il più adatto a giudicare”, così il commento di buon senso di Salvatore. Il sovrano non demorde, nel 1772 un  Editto reale trasferisce a Ventotene contadini e pescatori di Napoli.

Ma torniamo a Santo Stefano, la decisione del 1786 di progettare un carcere per portarvi la “parte marcia della società” deriva anche dalla sua conformazione vulcanica con le coste scoscese, facile da controllare. La struttura “panottica” faceva il resto, con una torretta al centro dove c’è anche una cappellina. Nell’avancorpo gli ambienti per la guarnigione militare, la costruzione originale senza aggiunte è in rosa, vivevano in locali così ristretti che la condizione dei custodi non era molto diversa da quella dei detenuti. Già con il Regno delle due Sicilie si provvide ad ampliare alcune strutture per renderle meno invivibili.

Fu con il Regno d’Italia che si concessero maggiori spazi a tutti e le condizioni di vita divennero meno severe, gli agenti di custodia potevano anche recarsi a Ventotene, dove peraltro non c’erano particolari diversivi. Furono fatti numerosi lavori edili, che vengono descritti uno ad uno dalla guida Salvatore, ma si tratta di aggiunte e modifiche a

una struttura che resta la stessa. In particolare garitte per le sentinelle, prima c’era l’anomalia che i sorveglianti dovevano stare all’addiaccio mentre i detenuti erano al coperto in celle prima comuni poi dimezzate e singole.

Con la Repubblica italiana negli anni ’50 si compie un vero balzo in avanti, arriva un direttore così illuminato da fornire il carcere di servizi ricreativi che non c’erano neppure a Ventotene: una sala cinema, poi anche una sala Tv, un campo di calcio, fino alla pista per go kart. L’approvvigionamento di acqua con navi cisterna era così regolare e abbondante che paradossalmente da Ventotene ci si rivolgeva spesso a Santo Stefano.

                                                       Il campo di calcio realizzato dal direttore Perucatti

Una figura di direttore illuminato rischiara per un po’ l’immagine cupa del carcere, si chiamava Eugenio Perucatti, e le sue non erano iniziative estemporanee. Ne avremo la prova nella libreria “Ultima spiaggia” della piazza di Ventotene, che espone in una valigia di fibra, con libri rari d’epoca non in vendita, un vero trattato di 560 pagine edito dallo stesso Perucatti nel 1956 dal titolo di per sé eloquente “Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata”, che descrive analiticamente il suo “metodo”.

La valigia è alla sommità di una preziosa isola libraria con le memorie dei condannati al confino nell’isola, primo tra essi Altiero Spinelli e il suo “Manifesto di Ventotene” con Ernesto Rossi e altri; e anche con scritti sul carcere di Santo Stefano, in particolare quello dell’anarchico Alberto Marini e del patriota Luigi Settembrini, entrambi pubblicati meritoriamente nel 2009 e 2010 dalla libreria a cura dell’Editrice omonima “Ultima spiaggia”. C’è pure un voluminoso tomo su Gaetano Bresci, autore dell’attentato riuscito alla vita di Umberto I .

Abbiamo detto dei servizi ricreativi introdotti da Perucatti, e come abbiamo citato all’inizio il cartello ricordato da Luigi Settembrini non possiamo non citare quelli introdotti dal direttore umanitario. In progressione si incontrano le scritte “Questo è un luogo di Dolore”, poi “Questo è un luogo di Espiazione”, infine “Questo soprattutto è un luogo di Redenzione”. Finché si giunge a “Piazza della Redenzione”, c’erano anche immagini del Redentore e di san Giuseppe. “Ogni luogo e ogni tempo sono adatti ad adoperarsi nel bene” si legge, il carcere con Perucatti ha cambiato davvero pelle in omaggio al dettato costituzionale dell’articolo 27 che ne fa un mezzo per la rieducazione del condannato possibile pure in una struttura creata con l’impostazione opposta.

Salvatore si diffonde sulla questione della coltivazione dell’isola, dal 1832 per conto della Real Marina fino al 1931 allorché fu data in enfiteusi a due famiglie di contadini con la relativa casa colonica: si produceva per l’autoconsumo anche con il lavoro dei detenuti, la manodopera carceraria a basso costo rendeva economica la produzione; ora non é più così, già prima della definitiva chiusura del carcere i quasi 30 ettari dell’isola sono tornati incolti, destino del resto comune a tanta parte delle nostre campagne. Si parla di una richiesta di 22 milioni di euro, rimasta senza seguito, l’handicap è la mancanza di sorgenti d’acqua e anche un eventuale dissalatore richiederebbe di rifare il sistema idrico a costi proibitivi; quando l’isola era in attività sopperiva con una-due navi cisterna al giorno e con due grandi cisterne che raccoglievano l’acqua piovana.

La visita prosegue nelle strutture esterne all’anfiteatro, vediamo dov’era lo spaccio e dove le visite dei familiari, la chiesetta e la cupoletta. Si stringe il cuore nel vedere l’orto botanico divenuto un intrico di vegetazione selvaggia e il campo di calcio irriconoscibile per le erbacce che lo hanno invaso, si distingue per gli alti muri che lo circondano, immaginiamo avesse fatto la gioia dei detenuti. Poi il cimitero che guarda verso Ventotene, ci sono 47 tombe con le salme non richieste dalle famiglie, certo nel passato meno vicino non avveniva mai, spesso ai carcerati non restava nessuno e comunque la traslazione era difficile e costosa, anche Bresci sembra vi sia sepolto.

Ma non è questo il vero contenuto della visita. Come in ogni visita archeologica – e lo è anche l’approdo a Santo Stefano – ciò che conta è soprattutto quello che non si vede e si deve ricostruire, evocato dai resti in evidenza. Ebbene, c’è tanto da ricostruire ed evocare, in termini di storia patria e di umanità senza tempo e senza confini. Proseguiremo nel prossimo “venerdì di Archeorivista”.

Ph. Romano Maria Levante, tutte.

Autore: Romano Maria Levante – pubblicato in data 2 ottobre 2010 – Email levante@archart.it

Tottea, nei Monti della Laga, il cantante Pupo alla “Notte azzurra”: l’uomo e l’artista

Pubblicato in cultura.inabruzzo.ot il 6 sett. 2010. Ripibblicato in www.arteculturaoggi.it, stessa data

di Romano Maria Levante

L’8 settembre a Tottea, il paese nei Monti della Laga nel comune di Crognaleto in provincia di Teramo, si svolgerà l’atteso concerto di Amedeo Minghi. Non è l’unico evento musicale dell’anno, poco dopo ferragosto, il 18 agosto, c’è stata la “Notte Azzurra” con il cantante molto popolare che è anche conduttore televisivo di trasmissioni di successo, Pupo, nome d’arte di Enzo Ghinazzi: ci siamo andati per l’interesse verso l’artista e la persona con le sue vicissitudini ed esperienze di vita. Inoltre Tottea è stato il paese dove la mia cara Mamma è stata nei primi anni di insegnamento come Maestra elementare, non era ancora sposata. Ho immaginato il suo arrivo a Tottea, dopo aver lasciato il pullman al bivio ed essere salita a piedi per raggiungere il paese alcuni chilometri più in alto. L’ho fatto anch’io nella “Notte Azzurra” del 18 agosto dato che, per il forte afflusso di spettatori, abbiamo docuto lasciare le auto al bivio e salire o in un puccolo pullman messo a disposzione dagli organizzatori, o apiedi, io sono salito a piedi guardando in alto ome faceva la mia Mamma. lo’avevo fatto anche in una “Notte Azzurra” precedente con Al Bano, allora cercai anche persone anziane che potevano ricordarsi di lei, ma era passato troppo tempo. In me molta emozine. .

Tottea, panorama, immersa nel verde

Via Gabriele d’Annunzio ci accoglie a Tottea il 18 agosto con l’arco di ingresso sulla “Notte Azzurra 2010”. E’ un bell’inizio per noi che abbiamo esplorato il profilo interiore dell’“uomo del Vittoriale”.

 Le sorprese continuano, un carretto abruzzese di un secolo fa troneggia, è il caso di dirlo, all’entrata del paese in una enclave tradizionale dove c’è anche un carrettino d’epoca, nell’ambientazione spiccano altre due sponde di carretto con dipinto Sant’Antonio e un pavone dalle piume azzurre.

 Ci dicono che  autore di questa sorta di monumento al passato è Giuliano Masci, persona tutt’altro che di ieri, è titolare di una piccola impresa di trasporto in piena attività, che nel nome ispirato all’ecologia mostra la sensibilità ambientale, la stessa del monumento alla tradizione che in questo paese di montagna richiama i lenti carri trainati dai buoi delle campagne di pianura.

La gente e le autorità presenti alla “Notte azzurra”

Le statue di pietra sparse nei punti critici del paese sono altri monumenti in un’accoglienza che dalle cose si sposta subito alle persone. Tutti si mobilitano dinanzi alla nostra missione impossibile, trovare alunni di un tempo lontano di nostra madre maestra alle elementari di Tottea, un’occasione per conoscere energici e robusti paesani con i volti cotti dal sole e dal vento, fieri di questa festa che esprime la vitalità di un paese immerso nel verde dove si arriva per una lunga erta tortuosa di tornanti inerpicati alla ricerca del cielo.

Tra questi Vittorino Capretti, orgoglioso del suo cognome perché, ci dice, la carne di capretto è la più pregiata trattandosi di un animale che evita di brucare l’erba contaminata da altri animali, siano anche insetti; ci viene additato da molti come il personaggio del paese, lo abbiamo fotografato ai lati di una statua-monumento.

Ripeto che eravamo già stati a Tottea tre anni fa, allora centro della festa fu il concerto di Al Bano, la congestione stradale dovuta alla grande attrazione ci obbligò a salire a piedi, lo facemmo volentieri pensando di ripetere il percorso di nostra madre Nicolina Argene Paglialonga che a piedi raggiunse la sede di insegnamento agli inizi degli anni ‘30. Posso aggiungere qualche particolare per me importante.

Una statua-monumento di pietra con Vittorino Capretti

La gentile Lidia ci toglie l’illusione che avevamo, dicendoci che la strada di allora saliva da tutt’altra parte, la Tottea che ci si scoprì dopo l’ultima curva al culmine della salita non era quella che vide nostra madre, ma è stato bello averlo pensato e vissuto al momento. Quest’anno si è verificato analogo ingorgo, con le auto parcheggiate per chilometri nella via che sale dalla “strada maestra” a fondo valle, ma siamo venuti per tempo, anche per la nostra “missione impossibile” che è rimasta tale nonostante la generosa mobilitazione dei paesani alla ricerca dei testimoni di allora.

Non c’è tempo per indugiare sui sentimenti, non si dica che sono sentimentalismi, incontriamo le autorità, l’Assessore provinciale Eligio Romandini e l’Assessore regionale Giandonato Morra, entrambi ai trasporti. Morra ci parla dell’importanza di una presenza diretta in manifestazioni come questa e nella quotidianità per esprimere la vicinanza e l’amicizia alla gente di montagna e aiutarla a risolvere problemi non semplici. Aggiunge che la “strada maestra” – citiamo il nome dato dal Parco nazionale al distretto “interno” servito soprattutto da postazioni di assistenza ai turisti – può essere una rete di servizi diffusi per le esigenze più comuni degli anziani, spesso piccole cose che se affrontate in loco possono attenuare l’isolamento e i disagi evitando lo spopolamento dannoso per persone e ambiente. I livelli istituzionali sono completati dalla presenza dell’assessore del Comune di Teramo allo sport ed agli eventi Guido Campana e dal senatore Paolo Tancredi, non manca un assessore del comune di Crognaleto. Padroni di casa molto indaffarati il presidente della Pro Loco Renato Persia e il sindaco di Tottea Leandro Moretti.

Pupo nel concerto di Tottea

Sorprende la vivacità di un paese completamente isolato in quel comune diffuso che è Crognaleto, del quale descrivemmo a suo tempo l’arcipelago di borghi e paesi su questa rivista nell’estate 2009, dopo aver visitato oltre Tottea e il vicino Alvi, Cervaro e Cesacastina, Senarica e San Giorgio, fino a Frattoli, partendo da Nerito, vicino alla “Strada maestra”, dov’è la sede comunale.

In un certo qual modo Crognaleto è stato un laboratorio di quanto si avrà tra non molto per la gran parte dei comuni di montagna: ne parlano anche gli assessori, si va verso una concentrazione delle strutture amministrative per un sistema a rete che copra un territorio più ampio dei troppo ristretti ambiti comunali.

L’animazione e le musiche, le bancarelle con ogni genere di conforto e di attrazione ci staccano da queste considerazioni riportandoci al clima della festa, nella quale l’attesa per l’arrivo della celebrità di turno si fa sentire anche se il paese è abituato a queste iniziative che hanno visto esibirsi non solo Al Bano ma anche Riccardo Fogli; dopo poco più di due settimane Amedeo Minghi.

Come possa fare un piccolo comune con i problemi dello spopolamento montano a sostenere gli oneri di tali spettacoli è un miracolo, ne parliamo con il presidente della Pro Loco Persia e il sindaco Moretti, sappiamo soltanto che il compenso di Al Bano fu in parte per un quantitativo del suo vino “Don Carmelo” acquistato da un esercizio locale. Persia ce lo conferma e per il resto sia lui che il sindaco dicono che “la volontà e l’impegno possono fare dei miracoli” come in questo caso. Pensiamo alle iniziative culturali annullate per carenza di risorse e ci chiediamo se non si possa prendere esempio da qui.

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Carretto abruzzese degli inizi del Novecento

Si illumina la “Notte azzurra”, è di scena Pupo

La piazza dov’è installato il grande palco con le alte torri e le imponenti strutture che reggono i riflettori semoventi si va riempiendo, cala la sera, alle 22 sarà in scena Pupo, la cui conclamata notorietà di cantante è stata rinnovata dalla sua fortunata attività di conduttore in spettacoli televisivi di vasta popolarità. E’ bella questa commistione tra identità locale e celebrità nazionale: non si deve evitare il confronto da nessuna delle due parti e come è meritorio il paese che non si limita a celebrare le feste con le musiche e i canti della tradizione abruzzese e montanara, così è meritoria la disponibilità dell’artista a venire fin quassù, certamente non soltanto per motivi economici ma anche per una scelta personale di cultura e civiltà.

Ci ripromettiamo di parlarne con la star della serata al termine del concerto, volevamo avvicinarlo prima avvalendoci della cortesia del presidente della Pro Loco che si era reso disponibile, ma l’artista giunge proprio all’ora fissata dal programma dopo essere arrivato a Roma dalla Sardegna nel tardo pomeriggio. Dall’automobile al palco il passo è breve per un uomo di spettacolo navigato come Pupo, fresco come una rosa dopo tanti tornanti al termine di un viaggio infinito. Sprizza energia in una performance scoppiettante di entusiasmo e vitalità ma anche di momenti di riflessione e quasi di introspezione. Lo dice lui stesso nel legare le canzoni del suo ampio repertorio, anche quelle meno note, sottolineando i temi che evocano.

La folla di spettatori nella “Notte Azzurra” di Tittea

Vengono alla luce in un vero “talk show” inframmezzato dalle canzoni: un inizio accattivante, l’annuncio dei prossimi 55 anni a settembre vero “outing” rispetto alla comune ritrosia sull’età, ricordi personali e motivi generali, come quello della “dipendenza”, un demone da esorcizzare a qualunque cosa si riferisca, e da temere perché resta sempre in agguato, e qui il riferimento a proprie debolezze è stato esplicito.  Ma nulla di pedagogico, il tono scanzonato e il dinamismo dello spettacolo non lo avrebbero consentito, la musica incalzava e spodestava le parole che si prendevano la rivincita nel siparietto successivo.

E’ come se ci fossero due artisti in scena in competizione tra loro, il cantante e l’intrattenitore conduttore televisivo. Di qui un dialogo continuo con il pubblico, il ragazzino che si è smarrito tra la folla diventa un fatto di spettacolo, Pupo nel mostrarlo sul palco improvvisa un gustoso siparietto, così con l’emigrata in prima fila e altre spettatrici che fa partecipare a una travolgente versione della canzone molto popolare “Gelato al cioccolato” con tanto di balletto, nessun accenno alle polemiche riguardanti Malgioglio, forse coautore in incognito della canzone.

Nelle rievocazioni autobiografiche non c’è soltanto riflessione, ma anche ilarità, come nella canzone degli inizi nella quale faceva la voce di un vero “pupo”, riesce a farla anche oggi, come il nome gli è rimasta attaccata.

O come quando mima – “lo faccio da trent’anni” – la brunetta dei “Ricchi e poveri” nella ammiccante e scodinzolante interpretazione di “Chissà perché ti amo”, di cui è coautore, seguita dai toni gravi del basso del famoso gruppo i cui componenti con la sua canzone “da poveri sono diventati ricchi”. Solo per questa “performance” si è tolto la giacca dell’elegante completo con camicia nella stessa tinta scura del vestito, per poi indossarla di nuovo, una misura e un’eleganza che è un suo connotato caratteristico, pur nella disinvoltura e nella modernità. Eleganza e raffinatezza anche nelle gentili componenti del suo complesso, le cui vesti bianche spiccavano, collocate com’erano ai lati del protagonista con l’abito scuro, la violinista Elisa e la cantante Sabrina. E poi i cinque strumentisti con gli addetti alle luci, al missaggio e all’amplificazione, alla regia e a quant’altro comporta lo spettacolo di Pupo: anche nel piccolo paese si organizza come un grande concerto cittadino, altro segno dei tempi, una volta bastava il solito balcone o tutt’al più un palchetto con l’altoparlante. Va sottolineato che la musica è tutta dal vivo, senza basi registrate, e non è poco rispetto all’andazzo corrente di risparmiare sulla qualità.

Pupo a Tottea con la chitarra

Le sollecitazioni dell’artista verso il pubblico sono continue, c’è anche l’invito ad andare a vedere il film da poco uscito nel quale ha dato la voce al cane protagonista, l’ormai celebre “Sansone”, l’autoironia è divenuta palese, ogni artista esorcizza il cane, lui vi si identifica.

Il suo è un dialogo nel quale si inseriscono le canzoni accolte con crescente entusiasmo, fino alla discussa “Italia amore mio” che ha suscitato tante polemiche all’ultimo festival di Sanremo, ricordate da Pupo con amarezza, perché crede nella sua canzone; e dimostra l’autenticità dei propri sentimenti nello scriverla dandone un’interpretazione intensa, in cui la voce di Davide, un bravo componente dell’orchestra, ha retto bene al difficile confronto con il tenore sanremese.

Le due ore di spettacolo sono terminate, è mezzanotte passata, siamo all’apoteosi finale con il cavallo di battaglia “Su di noi” nell’entusiasmo della piazza divenuta una selva di braccia agitate verso il cielo come se si trattasse di giovani “ultras” dei concerti rock, mentre è il popolo dei pochi paesani e tanti villeggianti.

Corsa nel retro del palco, viene fatto infilare nell’auto con Renato Persia che invece di ripartire lo porta nella bella sede della Pro Loco, una ridente palazzina con un salone dove sono gli stendardi. Lì Pupo potrà rilassarsi e fare una rapida cena con lo staff mentre fuori esplodono i fuochi d’artificio. Il programma si è concluso ma non la festa, continua nelle bancarelle e punti di ristoro, mentre si snoda lo smaltimento delle innumerevoli auto parcheggiate lungo la strada di accesso.

La cortesia di Pupo, per nulla provato dal surmenage di una giornata così intensa, ci consente di proporgli l’intervista che il presidente della Pro Loco pensava potesse avvenire prima dello spettacolo se non ci fosse stato l’arrivo in extremis dovuto al lungo viaggio di avvicinamento cominciato nel pomeriggio in Sardegna. Ecco le nostre domande e le sue risposte formulate con la stessa intensità di accenti mostrata nel concerto.

L’intervista ad Enzo Ghinazzi, in arte Pupo

D. Già ce lo domandammo quando venne Al Bano tre anni fa ma non lo chiedemmo, lo chiediamo ora a lei. Cosa spinge un artista del suo livello, a parte le ragioni economiche, a venire fin quassù, nel paese di Tottea, in un mare di verde sotto il castello di monti che è il nostro Gran Sasso ?

R.. Semplicemente il desiderio di stare a contatto diretto con la gente. Dialogare e cantare guardando da vicino gli occhi del tuo interlocutore è la mia grande passione.

D. Pensa che queste motivazioni siano condivise nel suo mondo oppure ci sono artisti che evitano le contaminazioni paesane quasi fossero di serie B, mentre esprimono identità?

R. Sì, penso che ci siano miei colleghi che, pur facendo questi spettacoli, non ne hanno capito lo spirito e il valore. A volte scappano dopo il concerto, senza nemmeno fare un autografo. A quel punto i loro spettacoli diventano delle vere marchette economiche e perdono ogni senso artistico, ma sopratutto umano.

D. Cosa ha provato nel salire verso Tottea, prima del bagno di folla del concerto, e cosa le è rimasto impresso di più nel lungo viaggio prima che il buio della notte le ha coperto le meraviglie della natura?

R. Ho provato la netta sensazione di essere gradito, amato e desiderato da gran parte del pubblico presente. Tutto questo, per un artista, è di vitale importanza.

D. Prima dello spettacolo ha sentito qualcosa di diverso rispetto alle altre vigilie, lei che è un artista molto sperimentato in tante forme di intrattenimento ma solo in questo agosto ha ripreso il contatto dal vivo?

R. No, niente di fondamentalmente diverso da altre feste popolari. I meravigliosi paesi d’Italia hanno in comune l’entusiasmo di prendere iniziative solidali e di festa che nascono esclusivamente dal cuore e dall’anima della gente.

D. Non possiamo negare che lei rappresenta per noi un interesse particolare, più che tanti altri suoi colleghi per i risvolti anche culturali e socio-antropologici della sua personalità e delle sue vicende. Innanzitutto il nome d’arte, così particolare. Lo chiedemmo quasi venti anni fa a Renato Zero, ci diede una risposta molto complicata sul significato dello zero, cosa significa Pupo dato che lei visto da vicino ha una statura del tutto normale, quindi l’origine non può esserne l’altezza?

R. Pupo me lo diede Freddy Naggiar, titolare della casa discografica Baby Records. Non riteneva il mio vero nome, Enzo Ghinazzi, adatto ad un mercato internazionale. Disse che Pupo era perfetto. Ero il primo Pupo della Baby. Era un maniaco del piccolo, adorava identificarsi nelle cose in miniatura. Fece anche una serie di brani chiamati Bimbo mix interpretati da altri cantanti. Pupo per lui era un suono e la mia faccia e la mia statura brevilinea ne confermavano la credibilità.

D. Con questo nome d’arte imbarazzante, glielo dice chi era imbarazzato dal Romano Maria, come ha potuto avere un’affermazione quale tutti le riconoscono? Oppure il nome ne è stato anche un propellente?

R. Non c’è nome che tenga di fronte a ciò che è predestinato. Ho odiato per un periodo il mio pseudonimo, ritenendolo la causa principale dei miei problemi professionali e dei miei insuccessi. Quando ho capito che la causa ero soprattutto io come persona, sono tornato ad amare Pupo. Il nome non conta nulla, può rallentare, in una società fondata sull’immagine, lo sviluppo di un progetto, ma se il tempo e la salute te lo consentono, a prevalere e ad imporsi è sempre e solo la qualità. Io sono nato Pupo e morirò Pupo. Questa è la mia fortuna.

D. Ci può dire ora, proseguendo in questa sua apertura a confidenze spontanee e sincere, quali, nella sua escalation di successi, sono stati i momenti che le sono rimasti impressi maggiormente, e quale ne è stato il culmine, a parte la “second life” televisiva di cui parleremo dopo?

R. Sanremo 1980 con Su di noi è stata la mia consacrazione, ma io devo i miei successi soprattutto alle prime radio private o libere. Nel 1978 la canzone Ciao ottenne un successo strepitoso grazie alle radio private e da quel momento è stata un’inarrestabile escalation di successi (Forse, Gelato al cioccolato, Firenze smn, Cosa farai, Bravo, Lo devo solo a te, Un amore grande…) fino ad arrivare al 1984.

D. E, specularmente, quali i momenti più critici sul piano esclusivamente artistico? Li hanno avuti tanti suoi colleghi, Morandi è l’esempio più eclatante di “uno su mille ce la fa”; aggiungendo lei si direbbe “due su mille”.

R. Il momento più critico è stato dal 1985 fino al 1989. Nel 1990 ebbi una piccola ripresa con la conduzione di Domenica in accanto alla Fenech e poi ci fu una ricaduta nel 1992 con una disastrosa partecipazione al Festival di Sanremo. Nel 2003 ricominciò la lenta, ma decisiva risalita grazie alla televisione e alla messa in onda di una “docusoap” dedicata alla mia vita intitolata “Il Funambolo” che andò in onda in cinque puntate su Rai tre.

D. Abbiamo parlato del piano artistico, ora le chiediamo di parlarci del lato umano e personale. Ci permettiamo questa intromissione nel privato perché lei lo ha ora evocato ricordando le sue confessioni in televisione e vi ha accennato anche nello spettacolo a proposito delle “dipendenze”. Ci riferiamo al demone del gioco, anche se lei ci sembra l’antitesi del “giocatore “ dostoeskiano.

R. Il gioco ha bruciato più di dieci anni della mia vita. Il danno non è stato solo economico, ma soprattutto creativo. Per fortuna, pur soffrendo molto e tenendo sempre alta la guardia, sono riuscito a sconfiggere il demone, che però è sempre in agguato.

D. Sappiamo pure che nelle difficoltà economiche lo ha aiutato la solidarietà di colleghi come Morandi, che gli fa onore in un mondo di invidie e inimicizie, come fa onore a lei averne dato pubblici riconoscimenti, ricordiamo la scena televisiva tra lei e Gianni seduti al tavolino. Ce ne può parlare?

R. Il rapporto con Gianni è un raro rapporto di amicizia fra colleghi. Lui ha capito che io avevo bisogno di aiuto, ha pensato che fossi una persona che meritava di averlo e mi ha sostenuto. Io, dal mio canto, non l’ho deluso. La nostra, adesso, è un’amicizia ancora più forte.

D. La sua esperienza può essere istruttiva ed evitare cadute ben più rovinose della sua, dalla quale è riuscito a risollevarsi e a riprendere alla grande aggiungendo nuovi stimoli. Ma non c’è solo il gioco alle carte o al casinò, c’è il gioco borsistico e persino quelli di lotto, superenalotto e lotterie che possono essere un piano inclinato altrettanto pericoloso. E’ importante la parola di un testimone come lei. Nel concerto si è riferito a“tutte le dipendenze”, vuole aggiungere qualcosa?.

R. Il gioco più pericoloso è quello a portata di mano, sotto casa. Giochini e grattini che svuotano il borsello degli italiani rendendoli, a loro insaputa, indigenti. La gente si rovina giorno per giorno, inseguendo un sogno quasi impossibile, senza neanche accorgersene. Io non ho mai giocato con le slot, le odio e le combatto.

D. Ed ora cosa ci può dire della sua “second life” televisiva, cominciando dal gioco delle scatole su Rai uno, quando con le bretelle impersonava i fantasmi della sua vita? Come si è trovato a gestire questa sorta di gioco d’azzardo casalingo, con le famiglie al bivio tra la fortuna epocale e una delusione altrettanto epocale che può essere distruttiva? Come ha vinto il ritorno dei fantasmi e cosa pensa delle “alternative del diavolo” che poneva ai concorrenti senza averne nessuna colpa?

R. Il gioco si chiama Affari tuoi e conducendolo sono tornato sul luogo del delitto, ma dall’altra parte della barricata. Sono tornato per riprendermi, attraverso l’esperienza maturata emotivamente con il gioco, un po’ di maltolto.

Un’altra immagine del concerto di Pupo

D. Dobbiamo dire che il clima creato da lei era proprio quello tipico del gioco d’azzardo con le sue logiche spietate, il suo era un approccio diverso dallo stile irridente di Bonolis, casareccio della Clerici, umano-giocoso e partecipe dei conduttori successivi . Lei riusciva ad elevare il tono di quella che resta la ripetizione dei giochi paesani con le buste, le offerte e il miraggio del premio: era una bicicletta nei tempi lontani nei quali lo ricordiamo nella principale piazza di Teramo.

R. La ringrazio, effettivamente quello che mi riesce meglio è creare la giusta tensione. D’altronde, imparare mi è costato caro.

D. Si è parlato di una “second life” anche nella sua vita familiare, ciò che non ha sorpreso in Mastroianni e Gassman, Tognazzi e compagnia, ha scandalizzato in lei i cosiddetti benpensanti, vuol dire loro qualcosa?

R. Niente da dire, la mia è una vita sentimentale che non ho cercato e programmato, è andata così e per amore e con molti sacrifici sia io che Patricia ed Anna, per ora, abbiamo deciso, meglio che distruggerla, difenderla.

Terminato il concerto, Pupo nella sede della Pro Loco di Tottea: alla sua sinistra il sindaco Moretti e alla sua destra il presidente Persia con il collaboratore D’Egidio

D. Dopo queste domande personali alle quali ha dato risposte sincere di cui la ringraziamo, una ben più distensiva sul suo doppiaggio, per così dire, del cane cult “Sansone”. Dalla sua sollecitazione al pubblico ci è parso di capire che si è trattato di un’esperienza significativa che si aggiunge alle tante sue vite, e non la deve considerare “vita da cani”. Com’è stata quest’esperienza, che cosa vi ha trovato di nuovo, in particolare rispetto al suo precedente doppiaggio dello scoiattolino Hammy, intende proseguire?

R. E’ stato molto impegnativo, più che doppiare lo scoiattolino, ma a me le sfide difficili piacciono, sono un vero curioso e adoro sempre rimettermi in gioco.

D. Ed ora parliamo direttamente dello spettacolo di questa sera, è planato come da un’astronave in questo borgo così vitale immerso nel verde dove nell’intero pomeriggio prima del suo arrivo sono risuonate le sue canzoni nel bar posto appena prima dell’arco di ingresso nella “Notte azzurra”. La gente riconosce i suoi successi alle prime note, è l’universalità delle televisione, la globalizzazione si è unita alla forte identità scolpita in questo paese nel cuore della montagna, nei paesani e nei villeggianti. Cosa ha provato nel rivolgersi di continuo agli spettatori chiedendone anche la provenienza quasi in un sondaggio in diretta?

R. Ho provato normalità. Io sul palco a fare un mestiere fantastico e la gente di sotto che, legittimando il mio ruolo, mi stava ad ascoltare e partecipava.

D. Rispetto allo spettacolo, com’è andata dal suo punto di vista, ha trovato quello che si attendeva o qualcosa di diverso? Dal nostro possiamo dirle che l’abbiamo sentita emozionata e nello stesso tempo felice, come fosse partecipe di un evento che va oltre lo spettacolo e il fatto meramente artistico. E’ stato per il ritorno allo spettacolo dal vivo, come ha sottolineato nel concerto?

R. Avete avuto la giusta sensazione, ero emozionato e felice, ma nella maniera giusta, non c’era l’emozione negativa che ti sega le gambe e abbassa il livello della prestazione, ma c’era quella vera che esalta ed alza il livello.

D. Dato che si parla di aspetti umani, quali le sono sembrati emergere maggiormente nella gente plaudente e in lei così impegnato e immedesimato?

R. La gente mi è parsa soddisfatta e serenamente entusiasta per aver trovato ciò che tutti si aspettavano. In pratica, credo che non siano rimasti delusi. Probabilmente, l’immagine mia che esce dalla televisione è la stessa che il pubblico ha rivisto dal vivo.

D. Torna con qualcosa di più dentro di lei dopo questo bagno nella “Notte Azzurra” di Tottea?

R. Un arricchimento naturale che deriva dall’aver svolto bene il mio ruolo che, mi creda, in un mondo di ipocriti e millantatori, è già un fatto artistico.

D. Vuole dire qualche parola ancora alla gente che ha assistito al suo concerto, in particolare ai paesani di Tottea, o vuole aggiungere delle considerazioni per concludere questa conversazione?

R. Tottea è un luogo incantato, ricco di una natura che ne determina un campo magnetico positivo e pieno di vita. Grazie per l’affetto e per la buona energia che mi avete dato e questa, credetemi, rimarrà per sempre.

Non possiamo che ringraziare l’artista Pupo e soprattutto l’uomo Ghinazzi di quanto ci ha detto. Apprezziamo la vivacità intellettuale di una personalità che riesce a scolpire con poche efficaci parole situazioni e giudizi anche complessi senza nascondersi nei luoghi comuni ma rivelando sensibilità e carattere, sempre più rari in un mondo virtuale fatto di finzioni.

Una persona autentica e sincera, di buoni sentimenti, vissuti con intensità nel segno di una storia personale tormentata con il lieto fine della sua volontà e determinazione nel quale ha contato l’amicizia: valori positivi che spiccano in un esempio ricco di utili moniti e di positivi insegnamenti.

 Spicca anche come sente il contatto con la gente e con i “meravigliosi paesi d’Italia” e come questo sia per lui “normalità”; e come abbia tratto dal “campo magnetico” di Tottea una “buona energia” che rimarrà per sempre.

Ora la musica è finita, gli amici se ne vanno…. Non per Tottea, l’8 settembre si ricomincia, è di scena niente meno che Amedeo Minghi. Dopo la “notte azzurra” di Pupo la festa continua…

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Tutte riprese nella serata da Romano Maria Levante.

Tag: Tottea

2 Comments

  1. Giorgia

Postato settembre 8, 2010 alle 12:30 PM

Come essere lì. Nei bei paesi del nostro Abruzzo che sanno animarsi di feste e personaggi sinceri.
Grazie.

  • Antonio Capodanno

Postato settembre 8, 2010 alle 11:59 AM

Splendido articolo che raffigura a 360° l’artista Pupo.

Alfredo De Poi, addio a una figura prestigiosa nell’arte, nell’impresa, nella politica

di Romano Maria Levante

Il cordoglio per l’improvvisa scomparsa di Alfredo De Poi, avvenuta il 18 agosto a meno di 65 anni nella sua abitazione perugina, non può limitarsi all’ambito della regione dove era presidente dell’Accademia delle Belle Arti “Piero Vannucci” di Perugia. Non solo perché l’Umbria è sentita come patria da tutti gli artisti e da coloro che amano veramente l’arte e la cultura, e la nostra rivista lo reca scritto addirittura nella testata; ma anche perché la vita professionale e la sostanza umana ne rivelano il percorso esemplare di artista e di uomo.

Alfredo De Poi

L’impegno nell’arte di Alfredo De Poi

Appare sintomatico che la morte lo abbia colto non solo intensamente impegnato nel tentativo, finora riuscito, di mantenere in vita l’Accademia delle Belle Arti minacciata di chiusura; ma anche con una mostra delle sue opere aperta a Ferriera di Torgiano, dal titolo “Topografia del Limite”, nello Spazio Arte dell’Associazione culturale Città del Futuro. Il presidente Marco Mandarini, ricordandolo con parole commosse, ha detto che “la passione civile e l’impegno culturale che metteva nella sua vita devono essere esempio per tutti soprattutto per le nuove generazioni”. Ma non ci sono soltanto la pittura e la scultura nella sua attività di artista; ci sono pure i suoi libri, i suoi scritti e le poesie, da “Macchie di Luce”, Ed. Volumnia, del lontano 1969, a “L’ultimo viaggio di Candido”, Umbria editrice, dieci anni dopo.

Un artista, quindi, direttamente impegnato che ha trovato l’approdo nella prestigiosa presidenza dell’Accademia dopo esserne diventato socio d’onore e poi socio di merito ed aver animato altre rilevanti iniziative nel campo della cultura, dal Centro internazionale di cooperazione culturale all’Umbriact, Associazione per l’Arte, la Cultura, il Teatro.

E’ stato anche tra i fondatori del Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali a Ravello. E per la cultura ci fermiamo qui, vi sono altri campi nei quali ha lasciato il segno: li esploriamo ripercorrendo le tappe della sua vita all’indietro nel senso cronologico, partendo dal punto di arrivo per tornare all’esordio.

Perché l’arte pressoché a tempo pieno è stato un approdo per lui, il porto forse lungamente desiderato, e questo può dare la consolazione che si ha dinanzi a qualcosa di appagante anche se purtroppo incompiuta.

Il manager e il politico con il cuore di artista

Non ha lasciato incompiuti gli altri molteplici impegni nei diversi campi in cui ha espresso le sue capacità. Lo troviamo dirigente industriale responsabile della divisione regionale di Telecom Italia e, prima, dirigente dell’Italstat vicino al presidente Bernabei con responsabilità nei rapporti internazionali. Perché pur nei suoi legami regionali, l’estero è stato sempre in primo piano in una visione dei problemi e delle soluzioni allargata alla dimensione che con il tempo tutti vedono ma Alfredo scoprì da subito e coltivò intensamente, anche nell’arte con il Centro internazionale di cooperazione culturale, e prima nel management e nella politica. Parliamo dei legami regionali, ebbene dal 1991 al 1999 è stato Presidente della Camera di Commercio di Perugia, una specie di ponte tra la vocazione imprenditoriale e la passione politica.

Il suo talento lo mette in vista giovanissimo, nel 1970, a soli 25 anni, è segretario nel Gruppo parlamentare della DC, poi l’escalation è molto rapida: entra nel Parlamento Europeo, e nel Consiglio d’Europa che prende molto sul serio trasferendosi a Lussemburgo; nel 1976 deputato al Parlamento italiano nella settima legislatura, confermato nel 1979. Nel 1983 torna sulla scena internazionale con l’importante presidenza dell’UEO, Unione Europea Occidentale, la speranza politica europeista rimasta in vita.

Lascia la politica attiva, la vocazione manageriale lo porta a seguire l’altra sua anima mentre continua ad alimentare il soffio di artista e l’interesse unito all’impegno di operatore culturale finché diventeranno prevalenti e poi pressoché esclusivi. Non è stato, dunque, un “professionista della politica”, anche se non diamo alcun significato negativo a questa qualifica, del resto le capacità e la sensibilità dimostrate su questo fronte le ritroviamo nelle iniziative successive, e così l’afflato sociale e lo spirito di solidarietà.

Mai è venuta meno la sua passione per l’arte, come artista e come operatore, e ha potuto mettere a frutto nel campo della cultura le competenze e le relazioni acquisite nelle altre due “vite”, fino ai suoi ultimi impegni esercitati con tenacia e determinazione per il salvataggio dell’Accademia delle Belle Arti di Perugia.

Abbiano pensato a lui nel leggere che Vàclav Havel, dopo essere stato per tredici anni l’amato presidente della Repubblica Ceca, è tornato a svolgere attività artistica e culturale, intanto come regista di un film. E ha detto: “Forse, se qualcuno mi ricorderà, sarà per i miei scritti. E magari per il mio film”- Il motivo? “Credo che i politici passino, gli uomini di cultura restino”.- E Alfredo De Poi è un uomo di cultura che ha voluto concludere nell’arte un “cursus honorum” prestigioso e ricco di soddisfazioni. Per questo resterà sempre.

I riconoscimenti generali, non rituali ma motivati

Ne danno atto in modo esplicito interlocutori di diverso e anche opposto orientamento, del resto le ideologie non sono state per lui un freno e tanto meno un ostacolo a rapporti a tutto campo pur in una regione dal colore forte ed egemone: c’è un cordoglio che non nasce dal rispetto rituale, ma da un’ammirazione sincera venata da costernazione per la perdita che si farà sentire nella regione e non solo.

Si deve dire che non si tratta soltanto di sentimenti, pur prevalenti, ma di preoccupazioni: intanto per le sorti dell’Accademia senza la sua sapiente opera che la manteneva in vita con un forte spirito manageriale. Traspaiono dalle parole del capogruppo regionale del PD Renato Locchi: “Alfredo non stava risparmiando energie nel portare avanti nel modo migliore anche il suo ultimo incarico, quello di guida dell’Accademia delle Belle Arti di Perugia. L’arte era da sempre una sua passione e all’antica istituzione della città era riuscito fin da subito ad infondere quel piglio dirigenziale necessario a scuoterla dopo anni di difficoltà”.

Piglio dirigenziale, la sua seconda vita trasfusa nella terza e anche le mediazioni e la tessitura della prima vita nella politica.

Così il prorettore dell’Università di Perugia, Antonio Pieretti, parla di lui: “Ha dato lustro a Perugia nei diversi incarichi pubblici che ha ricoperto nel corso degli anni. In particolare, da quando ha assunto la presidenza dell’Accademia, ha voluto stabilire rapporti non solo cordiali con il nostro Ateneo, ma relazioni di fattiva collaborazione tra Università e Accademia che presto avrebbero avuto sviluppi di evidente concretezza. Perugia e l’Umbria perdono un personaggio importante, capace di costruire progetti su idee forti e condivise”. Che fanno identità: progetto e identità sono i pilastri di una visione illuminata che persegue l’efficienza e l’efficacia ma non per qualunque contenuto bensì per valori persistenti e condivisi.

Maurizio Ronconi, con l’occhio del politico, vede qualcosa di più nel suo approccio e nel suo metodo di lavoro: “Alfredo ha sempre privilegiato lo scrupoloso approfondimento dei problemi, una grande sensibilità alla vicenda culturale della sua terra alla quale ha sempre manifestato attaccamento ed amore”. E non dimentichiamo che la sua storia personale proiettata nell’internazionalismo non dà un connotato provinciale a queste qualità, ma insegna come si possano coltivare con eguale forza le due visioni, sommandone i valori positivi, anche perché l’ambito locale è il più adatto al manifestarsi di uno spirito di vera solidarietà: “Per De Poi- è sempre Ronconi – l’impegno sociale era davvero un dovere ma mai esercitato in modo approssimativo e sciatto, sempre con discrezione, capacità e signorilità”.

Qualità che gli vengono riconosciute anche in altre dichiarazioni, come quelle di Renato Locchi che aggiunge a quanto sopra riportato: “Questo era il suo stile: sobrio, colto, generoso, con la capacità di andare al fondo dei problemi, senza mai scadere nel semplicismo”.

L’omaggio delle istituzioni alla sua personalità poliedrica e al suo impegno multiforme

Finora abbiamo citato i giudizi per il loro contenuto, non per la provenienza, ora non possiamo fare a meno di dare conto dell’omaggio delle istituzioni nel quale ugualmente sono banditi i toni rituali per il riconoscimento delle sue qualità personali e dell’impegno fattivo e appassionato in più direzioni.

Cominciamo dal sindaco di Perugia Wladimiro Boccali che lo ha definito “uno dei protagonisti della storia politica, economica e culturale della città, un personaggio pubblico dai molteplici interessi”, per poi ripercorrerne le meritorie attività svolte nella politica, nello sviluppo economico e nel sistema impresa; “come pure forte era la sua vocazione artistica che non ha mai trascurato e che ha avuto modo di esprimere anche nel suo recente incarico di presidente dell’Accademia di Belle Arti ‘Piero Vannucci’”.

Ai livelli successivi del governo locale, il presidente della provincia di Perugia Marco Vinicio Guasticchi ne ha sottolineato “il forte impegno sul fronte istituzionale e la sua dedizione all’arte”; e il presidente del Consiglio regionale Eros Brega nel parlare della sua scomparsa come di “una grave perdita per il mondo dell’imprenditoria e della cultura umbra” ne ha riassunto la figura con queste parole: ”Un politico lucido ed equilibrato, un artista appassionato, un attento esponente del mondo dell’associazionismo”.

Concludiamo questo excursus con il vertice regionale, la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini che dopo averlo definito “uno dei protagonisti più importanti di questi ultimi decenni nel mondo imprenditoriale, culturale ed economico”, ed averne ricordato i prestigiosi incarichi politici ed economici, come primo umbro eletto al Parlamento Europeo e presidente della Camera di Commercio di Perugia, conclude con l’ultimo suo incarico di presidente dell’Accademia delle Belle Arti perugina e ne sottolinea l’impegno profuso “operando per il riconoscimento pieno del suo valore e della sua storia”.

E poiché di impegno culturale si tratta, vengono bene a questo punto le parole dell’assessore regionale alla cultura Fabrizio Bracco tra le quali vogliamo privilegiare quelle nelle quali prevale la dimensione umana e il valore dell’amicizia per “l’improvvisa scomparsa di un amico colto e civile di cui ho sempre apprezzato l’intelligenza e la sensibilità umana che mi legavano a lui”.

Un ricordo personale di Alfredo e non solo

Sono le parole che avremmo scritto subito pure noi se avessimo coltivato di più i rapporti con una cara persona che abbiamo conosciuto e della quale conserviamo un primo straordinario ricordo ormai lontano: le sue nozze con Chiara Radi e la partecipazione di tanti amici nel convento francescano ad Assisi, immagini indelebili; poi occasioni di contatti non sempre liete, nelle quali ci hanno colpito alcuni degli aspetti che abbiamo trovato compiutamente descritti da coloro che hanno avuto consuetudine di rapporti con lui.

Per noi era anche il genero dell’amico e sodale da una vita Luciano Radi, politico di lungo corso che ha saputo affiancare l’arte e la scrittura all’impegno civile, dagli “Scarabocchi dell’onorevole” al “Grappolo di tonache” per i disegni, agli innumerevoli libri che spaziano tra politica e società, vite di santi e introspezioni personali, dopo il celebrato “Buongiorno onorevole” che aprì gradevolmente le finestre del Palazzo.

Gli siamo vicini in questa nuova difficile prova, e non pensiamo soltanto all’Umbria, ma alla sua venuta in Abruzzo per noi, quasi quindici anni fa, a presentare “D’Annunzio l’uomo del Vittoriale” al Festival del libro di Silvi Marina dove una sezione era dedicata al Poeta e le sue donne; con lui il noto politico teramano Alberto Aiardi e Rino Faranda, l’indimenticabile professore. Una bella giornata abruzzese di cultura e di amicizia, come le tante giornate umbre che Alfredo De Poi consacrava alla sua passione per l’arte.

A questo gemellaggio di cordoglio la direzione della rivista, che nasce in Abruzzo ma ha portata nazionale, si associa con i redattori e i lettori stringendosi a Chiara, ai due giovani figli, a Luciano Radi e all’intera famiglia di Alfredo.

E chi scrive fa proprie le belle parole di Marco Mandarini – citato all’inizio per la mostra di Alfredo con l’Associazione Città del futuro – per dare l’addio al caro e illustre scomparso nel segno di un’amicizia sentita nell’amore per l’arte: “Ciao, grande amico, il tuo ricordo resterà scolpito per sempre nella mia anima”.

“Premio di laurea Alfredo De Poi” dell’Università di Perugia,
a sin. le due studentesse premiate, a dx la moglie di Alfredo De Poi Chiara e il Rettore
Il “Premio Alfredo De Poi” per giovani artisti
Inaugurazione della “”Piaggia Alfredo De Poi ,13 novembre 2021
con il Sindaco di Perugia Andrea Romizi e la moglie Chiara

All’articolo pubblicato nel 2010, abbiamo aggiunto in conclusione le immagini di tre riconoscimenti alla memoria: il “Premio di laurea Alfredo De Poi” dell’Università di Perugia” e il “Premio Alfredo De Poi” per promuovere giovani artisti, istituiti nel 2011 e nel 2018, e l’inaugurazione della “Piaggia Alfredo De Poi” nel 2021.