da cultura.inabruzzo.it del 3 settembre 2009. Ripubblicato in www.arteculturaoggi.it, stessa data
di Romano Maria Levante
L’idea del simbolo della rinascita dopo un viaggio tra miserie e nobiltà dell’essere umano Non è un “executive summary”, tutt’altro, ci accingiamo a fare un reportage molto particolare, di un pellegrinaggio celestiniano dal quale sono nate riflessioni che riportano in primo piano la figura del grande monaco eremita; e ci hanno fatto pensare al potere salvifico dell’arte. Però l’esigenza profonda, e l’idea che ne è scaturita, dobbiamo esprimerle subito, in apertura; poi se ne vedrà la maturazione nel corso del servizio, fino alla conclusione che ne esplicita ulteriormente il significato. L’esigenza profonda è di manifestare la volontà di rinascita in termini che riportino all’innocenza primigenia, in modo da volare sopra tutto quanto è avvenuto e ricominciare; e con l’arte si può creare la raffigurazione simbolica del voler ritrovare slancio e innocenza.

E allora un’immagine ci prende all’improvviso, la scultura che rappresentò l’Italia all’Expo’ di Siviglia del 1992, una grande aquila cavalcata da un bimbo felice. La sua forza evocativa ci sembra prorompente, non si perde nei tempi lontani della classicità e non è neppure frutto di correnti artistiche contemporanee. E’ il colpo di genio di un’artista popolare che ha dimostrato cosa sia trovare in sé l’energia per sconfiggere il tempo e rinascere in una nuova vita che dalla precedente ricava forza e stimoli e non ripiegamenti sofferti. Non solo, ma è un “pezzo unico” di una produzione scultorea ispirata alla bellezza che con quest’opera ha realizzato qualcosa di superiore, quasi volesse dare alle altre sculture una guida e un’ispirazione suprema..
Il titolo è “Vivere insieme”, opera di Gina Lollobrigida, in una delle sue tante vite di artista: per quest’opera e per le sue doti artistiche il presidente della Repubblica francese Francois Mitterand la insignì della Legion d’onore e la definì “artista di valore”. La proponiamo quale simbolo e sigillo della rinascita nell’innocenza primigenia e nella voglia di crescere: un simbolo alto e nobile del nuovo inizio nella bellezza e nella speranza.

Il nuovo “gran rifiuto” celestiniano”
Un altro “gran rifiuto” celestiniano, a più di 700 anni dal primo e più grande, ha segnato l’inizio del nostro pellegrinaggio ideale. Perché non si può certo paragonare la rinuncia al soglio pontificio con la rinuncia a partecipare a un rito, sia pure così altamente simbolico in un momento come questo per L’Aquila, qual è la “Perdonanza”.
Questo rifiuto però, proprio per il momento, le circostanze e il modo in cui si è verificato ha toccato la gente, ha fatto rivivere ancora di più vicende lontanissime nel tempo. Che non furono edificanti, come non lo sono state quelle attuali. E non dalla parte di chi ha fatto il rifiuto, ma di chi lo ha portato a ciò con atteggiamenti discutibili degni di miglior causa.

Nessuna “viltade” ci fu allora, nessuna oggi, piuttosto vicende di spessore incommensurabilmente diverso come lo è il rifiuto, e soprattutto incommensurabilmente diverse per le conseguenze. Ma la storia la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda si ripete in farsa, come è stato affermato autorevolmente.
Così è stato per la “sostituzione”: non per la figura istituzionale e personale del sostituto, autorevole e rispettabile oltre ogni dire, più che pienamente legittimata a presenziare in proprio, per la sua opera fattiva e la sua “abruzzesità”; ma perché lo si è svilito a controfigura di chi era tanto atteso e non poteva mancare.

Doveva esserci non solo per il ruolo istituzionale, e non è chi non veda come un Presidente del Consiglio abbia un rango diverso dal proprio sottosegretario, sempre in termini di cerimoniale, e questo conta se la mettiamo sul piano formale. Se consideriamo invece la sostanza dei fatti pensiamo che il più meritevole di partecipare in prima fila all’abbraccio popolare cittadino a quasi cinque mesi dalla tragedia del sisma fosse chi immediatamente ha capito la gravità e l’importanza di essere presente con una assiduità mai verificatasi finora nei purtroppo ripetuti fenomeni tellurici, dal Friuli all’Irpinia, per non parlare del Belice e di altri luoghi dove ancora attendono.
Ricordiamo tutti il pronto annullamento del viaggio a Mosca e degli impegni seguenti, la mobilitazione personale, lo spostamento del G8 a L’Aquila per porla al centro del mondo, mossa coraggiosa ai limiti dell’azzardo, i continui viaggi nel capoluogo abruzzese per coordinare, stimolare, controllare che i lavori per la ricostruzione procedano spediti, il rapido avvio di alloggi non proprio di fortuna.

Diciamo questo senza alcun riferimento né allusione politica, i fatti non hanno colore ma lasciano il segno, e non si può ignorare che ci siano stati e il segno sia rimasto. Nel vedere i quartieri che stanno sorgendo a Bazzano, a Coppito, a Castelnuovo è impossibile non attribuirne il merito non politico ma operativo a chi certe cose le sa fare per averle fatte, con altre modalità ma con la stessa carica innovativa.
Qui l’innovazione è che non si tratta di “container” ma di palazzine a tre piani, almeno cinque appartamenti a piano, collocate su piattaforme in cemento armato che possono scorrere per assorbire eventuali onde sismiche in stantuffi posti su pilastri che sembrano grosse palafitte.

E non è un volo pindarico parlare di “onda sismica”. Un gentile capitano della locale Polizia provinciale, nel mostrarci la distruzione del piccolo centro storico di Roio, ci ha detto di aver visto l’onda sismica mentre stava all’aperto; sembrava che le case fossero sollevate da un’onda terrestre che poi le ha riportate a terra con sconquasso, un’immagine che ci ha ricordato il disegno di de Chirico “Termopili” del 1937, con un palazzo su un’onda marina. Il genio civile dovrà rivedere i suoi criteri, ci ha detto, i tetti in cemento armato sopra le vecchie murature sono stati deleteri, eppure questo era finora lo standard antisismico adottato in queste zone e non solo.
Sopra tale basamento, le pareti in legno o altro materiale con analoghe caratteristiche antisismiche come ferro e prefabbricato infrangibile, case quindi sicure e indistruttibili. Le abbiamo viste nei tre grandi cantieri, in uno abbiamo contato una ventina di palazzine, con ridenti finestre di diverso colore, sono quasi terminate.

Una goccia nel mare? Certo, ma una goccia che si vede; e si sente, lo sentiranno in positivo le famiglie che ci abiteranno e poi, almeno a Coppito, gli universitari che vi risiederanno nel nuovo “campus” previsto nella zona. Un rimedio provvisorio per gli “sfollati” che si tradurrà in un apporto prezioso alla comunità locale quando le loro abitazioni saranno ripristinate. Dopo aver visto tutto questo, il “gran rifiuto” del 2009 appare ancora più inspiegabile logicamente, mentre lo diventa entrando nella logica della rinuncia celestiniana originata da sottili maneggi.
La storia di Celestino V tra i maneggi e gli intrighi di ieri
La rinuncia di Celestino V non fu tanto o solo conseguenza di un ripensamento personale quanto di un’intricata situazione più politica che religiosa tutta all’interno della Chiesa di allora e del Collegio cardinalizio, composto da pochi ma potenti prelati, in numero di dodici, tra i quali il decano Latino Malabranca e Benedetto Caetani di una famiglia laziale molto influente. Vale la pena di rievocarla per sommi capi, perché ci sembra molto istruttiva oltre che edificante per il santo eremita.

Morto papa Niccolò IV il 4 aprile 1292, il Conclave non riuscì ad eleggere il successore, anche per un’epidemia di peste che uccise il cardinale francese Cholet, e dopo un anno arrivò a stento ad accordarsi sulla sede, che fu Perugia; la frattura tra i sostenitori dei Colonna e gli altri cardinali fece prolungare la Sede vacante con crescente malcontento popolare, ma non fu questo l’acceleratore bensì l’intervento di Carlo Martello a Perugia nella sala del Conclave per giungere a una nomina che avrebbe dato l’avallo pontificio all’imminente trattato in corso tra angioini e aragonesi.
Pur protestando sdegnati per l’indebita irruzione, gli undici cardinali rimasti decisero di accelerare i tempi con una pur faticosa convergenza sul nome proposto dal decano, il monaco eremita Pietro Angeleri da Morrone, noto per la sua vita ascetica e per aver fondato un proprio ordine monastico che aveva difeso al secondo concilio di Lione dove si era recato a piedi nel 1273 lasciando l’eremo dov’era dal 1239, una grotta nel Monte Morrone sopra Sulmona, impedendone lo scioglimento.

L’unanimità per una soluzione indilazionabile dopo 27 mesi di sede vacante, tra le attese della gente e delle potenti monarchie, fu raggiunta su di lui come papa di transizione, per la tarda età, quasi ottant’anni, molti a quei tempi, e per l’inesperienza che credevano consentisse di manovrarlo.
Il netto rifiuto iniziale del monaco, raggiunto nella sua grotta sui monti della Maiella da tre vescovi, si trasformò in una riluttante accettazione per dovere di obbedienza. Carlo d’Angiò in persona lo accompagnò a L’Aquila dove aveva convocato il Sacro Collegio e dove fu incoronato nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio.

Tra i primi suoi atti, oltre al trasferimento della curia a Napoli, in Castel Nuovo, dove per sé tenne una piccola semplice stanza per pregare e meditare, ci fu l’emissione della Bolla del Perdono con cui fu istituita la “Perdonanza”, il prototipo del Giubileo che fu introdotto in seguito, con indulgenza plenaria a Collemaggio; e il Concistoro del 18 settembre con la nomina di 13 nuovi cardinali, che raddoppiarono il Collegio cardinalizio, tra i quali nessun romano. E chissà che non fu questo uno dei motivi delle vicende successive!
Ma i maneggi cardinalizi ricominciarono presto a dispiegarsi, questa volta in direzione opposta, dalle pressioni per accettare a quelle per rinunciare, il tutto nel volgere di meno di quattro mesi. Fu Caetani, laziale di Anagni, grande nemico dei Colonna, a preparare la bolla che consentiva l’abdicazione, pensando a se stesso, come aveva pensato a se stesso nel favorire l’elezione del monaco eremita in vista di una sua successione poco più avanti nel tempo.

I tempi stringevano, il nuovo papa poteva consolidarsi con l’appoggio di Carlo D’Angiò su consiglio del quale si era trasferito a Napoli sotto la sua protezione; potevano rafforzarsi le correnti opposte a quelle allora prevalenti.
Papa Celestino V il 13 dicembre 1294 lesse la bolla che contemplava l’abdicazione per gravi motivi e subito dopo pronunciò la formula della rinuncia al Soglio Pontificio. Bastarono solo undici giorni per eleggere Benedetto Caetani, a 59 anni, che prese il nome di Bonifacio VIII. Dante lo mette all’inferno pur ancora vivente, ma non capisce che Celestino V non fece il “gran rifiuto” per “viltade”, bensì fu vittima del porporato che aggiunse la morte del frate eremita alle sue altre colpe di natura soprattutto politica.

Gli eventi corrono sempre più rapidamente e in modo imprevedibile. Eletto papa, Caetani tira fuori il peggio di sé, come prima era stato astuto e forse infido consigliere ora diventa spietato aguzzino dello stesso soggetto tornato a fare il monaco eremita. Come prima cosa annulla le bolle del predecessore, salvo appropriarsi dell’idea della Perdonanza per farne il Giubileo.
Teme che i cardinali filo-francesi, sostenuti da Carlo d’Angiò, il quale aveva tentato invano di dissuadere Celestino V dal dimettersi, lo rimettessero sul seggio papale con uno scisma; perciò ordina di prenderlo sotto controllo per sottrarlo ai francesi e, dopo che lui tentò la fuga verso oriente, il 16 maggio 1295, cinque mesi dopo la rinuncia al papato, lo fa catturare dal Contestabile del Regno di Napoli e rinchiudere nella rocca di Fumone, in Ciociaria. Il regime carcerario molto severo, con vessazioni di ogni tipo – c’è il mistero di un chiodo nel cranio – tanto più che aveva oltrepassato la soglia di ottant’anni, gli fu fatale, morì nella rocca il 19 maggio 1296, dopo un anno di carcere duro..

La riabilitazione non si fece attendere troppo, la Chiesa commette anche gravi errori, ma ha la forza di riconoscerli nel tempo, spesso biblico e a volte terreno, come nel caso di Celestino V; dopo una vicenda che non fa onore ai protagonisti, anzi li condanna elevando una spanna in alto nell’empireo dei Santi questo autentico martire della Chiesa.
Artefice della completa riabilitazione che portò al riconoscimento della sua santità fu papa Clemente V, successore di Bonifacio VIII e a lui ostile, il quale canonizzò Celestino nel 1305, e per la spinta della devozione popolare, lo fece traslare dal monastero di Sant’Antonio a Fermentino alla Basilica di Collemaggio, sede della sua incoronazione.

Le confuse vicende odierne
Difficile tornare alle miserie dell’attualità dopo la trista grandezza dei misfatti di ieri, ma dobbiamo farlo. Anche oggi si parla di una divisione all’interno della Chiesa in due “partiti”, che non devono eleggere il pontefice ma sono portatori di diverse politiche, e sono agguerriti “mutatis mutandis”.
Tutto questo avrebbe portato ai messaggi inequivocabili che hanno bloccato l’intento esplicitamente enunciato di partecipare. E non intendiamo dire che ci sia stato un complotto sabotatore né qualcosa di riprovevole in assoluto, ma che può diventare disdicevole nello specifico in base alle circostanze.

Cosa si è verificato, dunque? Le notizie confuse che circolavano tra la gente in attesa dell’arrivo del Corteo sul sagrato posteriore della basilica di Santa Maria di Collemaggio parlavano di incompatibilità tra lo status di divorziato e la possibilità di accedere alla Porta santa. Circostanza questa che avrebbe bloccato l’intento di partecipare alla sua apertura, il clou della “Perdonanza”, all’illustre “penitente”; si crede sia tale, avendo dichiarato “non sono un santo”, come tutti del resto. Al termine, invece, notizie dirette hanno attribuito lo stop inatteso alla ritorsione delle autorità ecclesiastiche rispetto agli attacchi del giornale di famiglia al direttore del giornale dei Vescovi.
Non vogliamo crederci, ci ha sorpreso anche la cena mancata tra i due grandi protagonisti, considerata un surrogato riparatore rispetto alla partecipazione diretta; meglio che non ci sia stata un’inaccettabile pezza diplomatica ad uno strappo che ha impedito un atto di partecipazione personale con una forte spiritualità, Alla “Perdonanza” si partecipa per autentiche, intime motivazioni che attengono al profilo interiore di ciascuno e alla sua sincera immedesimazione.

Perché la figura di Perdonanza 2009, un pellegrinaggio per ricordare e riflettere non per propria scelta, ma per maneggi e intrighi, e per questi rimosso, poi arrestato, incarcerato fino a morirne, giganteggia come martire della Chiesa, lo abbiamo detto. Precisiamo nel senso di essere stata vittima di uno dei peggiori momenti della grande istituzione, quello che portò al soglio pontificio Bonifacio VIII, il Benedetto Caetani al centro dell’intrigo. Ed è un ricorso storico che il corpo di Aldo Moro, vittima dei nostri tempi, fu trovato nella strada romana dove c’è il palazzo di famiglia, Via Caetani, che inizia in Via delle Botteghe Oscure, che fu sede del PCI, ed è vicina a piazza del Gesù, che fu sede della DC.
Questo aleggiava nella mente e nel cuore nell’attesa del grande rito religioso nella spianata dietro la Basilica di Collemaggio, da lui voluta e nella quale fu incoronato, per così dire, papa, e traslato, come già accenanto, dopo gli anni del martirio e della tumulazione provvisoria in Ciociaria. E dove, in meno di quattro mesi di pontificato, diede vita addirittura al Giubileo celestiniano con l’indulgenza plenaria legata al passaggio della Porta santa attraversata con purezza di cuore e innocenza d’animo.

Il Corteo cittadino e il rito religioso
E’ stato il momento finale, culminato nel rito solenne celebrato su un grande palco con il fondale raffigurante la facciata della Basilica. Facevano corona i più alti dignitari, i vescovi con le loro mitrie, i sacerdoti con le loro cotte bianche, la “schola cantorum” con i suoi cori suggestivi che sono stati la persistente colonna sonora, dopo il corteo cittadino con la sfilata nei costumi dell’epoca.
Un serpente variopinto ha attraversato la parte agibile della città, partito da piazza Palazzo per piazza Duomo, poi passato a lato della Villa comunale e quindi approdato a Collemaggio: tutti i colori, tutte le fogge nell’abbigliamento, nobili e paggi, madonne e cavalieri, armigeri con i loro elmi e i loro archi, in un compunto pellegrinaggio che diviene processione.

In testa i primi cittadini, della Regione, Provincia e Comune, nonché tanti sindaci e parlamentari, presenti, crediamo, non soltanto per l’istituzione ma anche per sé stessi; dopo la pressione di momenti tragici e sconvolgenti ci voleva questo bagno di spiritualità e di riconciliazione, con il mondo della fede, tra la folla di concittadini di tutte le epoche.
Un rito che si svolge con grande solennità, officiante il porporato venuto da Roma, il numero due del Vaticano cardinal Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di Sua Santità Benedetto XVI, del quale porta la personale benedizione; lui stesso officiò le tristi esequie alle 300 vittime le cui bare nella grande spianata di Coppito sotto la scritta “Recisa non recedit”sono ancora nei cuori di ognuno.

Il rito religioso
Alla metà del rito anche il cielo corrusco sembra riflettere le contraddizioni del momento: fulmini e tuoni e insieme un arcobaleno che si apre sulla vallata alle spalle della spianata, punteggiata di paesi e case sparse immersi nel verde quasi fosse una coltre protettiva. Tuoni e fulmini vengono da lontano, dopo quelli di Roma giunti non in senso meteorologico; ma l’arcobaleno è qui, sembra di toccarlo mentre la Santa Messa prosegue, altro bel segno. Ed è questo che conta, c’è la partecipazione popolare, c’è la vita, sono lontani i passi felpati nelle anticamere che hanno scandito la vigilia.
Le brevi parole dell’Arcivescovo di L’Aquila Giuseppe Molinari scuotono l’assemblea. Parla del sisma come di “santa provocazione”, che può rimettere in discussione convincimenti profondi: “E’ difficile la fede nel tempo del terremoto, è difficile la fede per chi ha perduto la casa e forse anche le persone care”. Un brivido corre tra la gente: “E’ una fede difficile ma possibile, ed è l’unica nostra salvezza”.

L’omelia del cardinal Bertone inizia ricordando “quelle scene di sofferenza e di morte”, unite alla “dignità di quelle esequie dinanzi al mondo”. Il tono si fa pastorale: “Gesù crocifisso non vi abbandona, non lascerà senza risposta le vostre domande. La risposta di Dio passa attraverso la solidarietà degli uomini, che non può limitarsi all’emergenza ma deve essere un progetto stabile nel tempo”. E sollecita a “mantenere le promesse che sono state fatte ai cittadini”.
Ma le parole non riescono a far dimenticare che si è consumato qualcosa di ingiusto per la ricorrenza che dà avvio all’anno celestiniano. Quale avvio poteva essere migliore se al corteo, al rito e all’attraversamento della Porta santa avesse partecipato anche colui che è divenuto il “convitato di pietra”, assente ma da tutti nominato, la cui presenza avrebbe suggellato nel modo giusto un periodo intensamente vissuto da lui stesso in unione con l’intera cittadinanza? Se non è per l’offesa al direttore del giornale dei vescovi – “ultronea”, direbbero i giuristi, rispetto alla circostanza che con tale questione non ha nulla a che fare ponendosi su un piano ben diverso e superiore – è per qualcosa che sarebbe non meno grave, vale a dire la discriminazione personale in base ad una arbitraria valutazione che nessuno si può arrogare.

Tutto ciò nel senso che non si può mettere in dubbio la libertà di partecipare all’evento celestiniano con il Corteo, il rito fino all’attraversamento della Porta santa; a nessuno è stato chiesto il “passaporto” della santità o della purezza, ad essa si lega l’effetto di indulgenza plenaria legato alle condizioni poste dalla Chiesa, confessione e comunione, non la legittimazione a partecipare, se non andiamo errati e abbiamo capito bene, d’altra parte nessuno si è fermato sulla soglia.
L’effetto salvifico è inconoscibile, e chissà se l’innocenza d’animo non possa surrogare positivamente l’atto rituale ora evocato! Questa la riflessione che abbiamo fatto personalmente passando nella Porta santa come tutti gli altri.

Detto questo, entrare nella Basilica a gruppi di quaranta subito dopo le autorità è stato emozionante. Vedere l’abside completamente scoperchiato, con le macerie rimaste a terra e il cielo aperto al di sopra ha fatto tornare la mente alle più fosche immagini della guerra, che sono quelle dei templi bombardati perché è una violenza fatta allo spirito e al cuore di ognuno, oltre che all’arte, alla storia e alla fede. Poi le colonne tutte strette in “imbraghi” per rinforzarne la tenuta in attesa degli interventi di consolidamento, gli archi sottesi nelle due navate tutti sorretti da incastellature di tubi d’acciaio, sembrava un ferito incerottato e rappezzato con chiodi, ingessature e sostegni artificiali.
Una considerazione ci è venuta spontanea nel vedere distrutta la volta dell’abside, abbiano ripensato alla coraggiosa decisione che fu presa dal soprintendente, all’atto dell’ultimo restauro, di abbattere le voltine barocche nelle lunghe navate della Basilica in modo da riportarla all’austerità originaria, tolti gli orpelli e i fregi che vi erano stati sovrapposti, in un lavoro meritorio che ce la restituì in tutta la sua francescana, o meglio celestiniana, suggestione.

Furono lasciate queste voltine barocche soltanto nell’abside per mantenere la memoria di come era apparsa per un lungo periodo della sua lunga esistenza quasi millenaria. Forse è un segno del destino che siano crollate, è ora di riportare anche quella parte della basilica alla sua veste originaria, se ne vede la bellezza nei grandi squarci.
Il bimbo felice sulla grande aquila in volo nel futuro
Lasciamo la Basilica con nel cuore le emozioni che ci ha dato una “Perdonanza” così particolare, stretta fra contraddizioni anche laceranti – e non sono solo quelle che abbiamo evocato, ma anche i problemi oggettivi che restano aperti – però con un riferimento forte per un nuovo inizio. Si può ricominciare tornando all’età dell’innocenza perché è scevra dei fardelli che si accumulano e pesano sul cuore con i condizionamenti che recano con sé. Non ci devono essere remore e ritardi nella ricostruzione, l’ammonimento è venuto anche dall’omelia, le nuove “cittadelle” provvisorie ma dignitose prendono corpo, ma quante ce ne vorranno!

E come sarà ben più lunga e faticosa la ricostruzione del centro storico “bombardato”, com’era e dov’era, cioè dove sono oggi le macerie e i palazzi disastrati dal sisma. Un immenso lavoro da compiere e immense risorse da trovare con la solidarietà invocata dal cardinale e, se necessario, con la tassa di scopo che a suo tempo richiese il Sindaco di L’Aquila, oggi commosso lettore della Bolla della Perdonanza di Celestino V.
La ricostruzione del centro storico monumentale è ben più difficile della costruzione di “new towns” prefabbricate, è evidente, è una sfida da superare dopo aver vinto quella dell’emergenza. Ma tutto si può fare se si ricostruisce nella gente la voglia di andare avanti, di crescere. Le popolazioni colpite hanno mostrato grande dignità, anche questo è stato ricordato nell’omelia. Ora non basta più, occorre una mobilitazione di energie del tipo di quella che il Paese riuscì a produrre con la ricostruzione dopo la tragedia bellica.

Allora avviene che tutto il corpo economico e sociale viene preso in una straordinaria palingenesi che sovverte i ritmi usuali, li accelera in modo impensabile, fa bruciare le tappe e raggiungere traguardi che sembrerebbero preclusi. I più rapidi progressi sono avvenuti storicamente dopo eventi distruttivi proprio perché si mobilitano energie nascoste e sorprendenti che non si sapeva neppure di avere. E’ stato così per la stagione del “miracolo economico” italiano e per altri eventi che hanno messo alla frusta le capacità, potrà e dovrà essere così nella tragedia che ha sconvolto L’Aquila.
Un nuovo slancio dovrà percorrere questa terra: il suo simbolo, dalle grandi ali, il nobile profilo e lo sguardo verso l’infinito dovrà essere scolpito in ogni iniziativa come segno di solidità, forza, lungimiranza. Il senso della crescita e della speranza dovrà accompagnare questo simbolo, e ci pare possa essere espresso nel bimbo felice che con la massima rapidità traduce da potenza in atto quanto è in lui, nel suo Dna, nella sua volontà e forza interiore. Aquila e bimbo felice, espressioni di uno stesso anelito di rinascita e di crescita nella fierezza e nella dignità, nell’innocenza primigenia.

Vedere il bimbo felice a cavallo della grande aquila nella scultura che ha rappresentato l’Italia a Siviglia nel 1992 ha materializzato questi nostri pensieri attraverso le vie dell’arte – che sono ben evocate dalla mostra a Coppito delle opere salvate dalla distruzione del terremoto – su come l’arte può esprimere tutto ciò con la sua capacità di nobilitare la materia e mobilitare le sensibilità. Trovare che l’opera è della diva nazionale degli anni cinquanta, la quale ha saputo rinascere ad una nuova vita artistica vincendo le ingiurie del tempo alla sua bellezza, è stata una scoperta per noi rivelatrice: si può rinascere e ricrearsi un futuro, basta volerlo e mobilitare il talento, perpetuare la bellezza nell’arte, e lo fanno le sculture della diva divenuta artista. Di bellezza ha scritto anche l’Arcivescovo Molinari immedesimandosi in Celestino V fino a fire queste parole: “E la bellezza che non morirà mai. Ricordalo sempre, amatissimo popolo dell’Aquila. E con l’aiuto di questo Dio, Signore del tempo e della storia, riprendi subito il tuo cammino, per una storia nuova, piena di Bellezza e di Speranza”.
La conclusione l’abbiamo posta in apertura, e la ripetiamo ora, al termine. La scultura “Vivere insieme” la proponiamo quale simbolo e sigillo di questa rinascita nell’innocenza primigenia e nella voglia di crescere: un simbolo forte, alto e nobile del nuovo inizio nella bellezza e nella speranza.
Photo
Le immagini della Basilica di Collemaggio sono state riprese da Romano Maria Levante, quelle dell’interno transennato e del soffitto con la copertura trasparente provvisoria sono successive alla visita nella Perdonanza 2009, allorché l’abside era ancora completamente scoperchiata; la 2^ immagine della scultura è tratta dal sito ginalollobrigida.com. In apertura, La Basilica di Santa Maria di Collemaggio, poi la scultura “Vivere insieme”, le immagini della Basilica dissestata dal sisma con l’urna di vetro di Celestino V mitacolosamente indenne tra le rovine, il resto un’ampia sequenza di immagini del Corteo e dell’aperura della Porta santa giubilare, di anni più recenti; in chiusura, la preziosa pergamena con la Bolla portata in pocessione nel Corteo. Le immagini del Corteo e dell’apertura della Porta santa sono state tratte dai siti seguenti, di pubblico dominio, di cui si ringraziano i titolari, pronti ad eliminare quelle di cui non fosse gradita la pubblicazione, su semplice loro richiesta nella parte qui sotto dei Commenti. Ecco i siti nell’ordine di successione delle immagini: comunelaquila.it, ilcentro.it, radiolaquila.it, abruzzonews.eu, ilcentro.it, newstown.it, unesco.beniculturali.it, laquilablog.it, ilmessaggero.it, templarioggi.it, voxmilitiae.it, rete8.it, gds.it, turismoitalianonews.it, laquilablog.it, laquilablog.it, virtuquotidiane.it, laquilablog.it; di nuovo grazie a tutti.
