di Romano Maria Levante
postato da cultura.inabruzzo.it – 11. 09. 2009 – ore 12,50
Finalmente aria nuova nella festa tra natura e cultura dal 4 al 6 settembre 2009. Il palco non è mutato, le musiche si alternano come gli altri anni, ci sono gli “stand” promozionali, c’è il settore “sapori del Parco”, ci mancherebbe che non ci fosse. Ma le similitudini con il passato finiscono qui. Per il resto molto è cambiato. Sarà stato “l’umore delle comunità che hanno vissuto il terribile trauma del terremoto”, come si è scritto, ma ancora di più “lo spirito del tempo”, nulla di più diverso quest’anno. Finalmente sentiamo di essere proprio nella “Vetrina del Parco”, perché il Parco c’è, si sente e si vede.

Manifestazioni della “Vetrina” e presenza del Parco
Innanzitutto i Convegni, o meglio i “momenti di approfondimento e di confronto pubblico impreziositi dalla partecipazione di personalità culturali ed istituzionali di rilievo”, come li ha definiti Arturo Diaconale, il nuovo Commissario del Parco la cui impronta è visibile nella nuova impostazione della “Vetrina”. Del resto è una presenza necessaria, se la “vetrina” non viene curata dal titolare del “negozio” succede come in passato che del Parco c’era appena l’ombra, ovvero l’ombra ma non la luce, intesa come l’anima e la vita.
Convegni proiettati nel futuro, “Dalla paura alla speranza”, con la presenza di autorevoli personaggi di vertice come Coccia dei Laboratori del Gran Sasso, Del Boca dell’Ordine dei giornalisti, e soprattutto, se così si può dire, Cialente l’amatissimo sindaco di L’Aquila, moderati da Diaconale nella doppia veste di giornalista e di protagonista centrale dei temi e dei problemi. Parimenti moderati da lui i partecipanti al convegno di chiusura “Il nuovo ruolo dei Parchi” con Doriano Di Benedetto della Gran Sasso S.p.A e Di Dalmazio, l’autorità della cultura e del turismo non solo regionale ma nazionale per il suo ruolo oltre che nella regione Abruzzo anche nel consesso delle regioni italiane, e per la sua presenza ai vertici di Enti turistici e culturali, Teatro stabile ed Enit.

E’ una proiezione nel futuro che cerca di approfondire ancora di più le radici nel passato, rinverdendo immagini e storie, saperi e valori che sembravano dimenticati, perché le identità forti nell’era della globalizzazione sono un fattore differenziale, un valore aggiunto prezioso da valorizzare anche sul piano economico oltre che su quello umano delle tradizioni e della memoria.
Ne sono espressione visiva le mostre sulla natura: dalla biodiversità degli uccelli d’Abruzzo, a cura delle Riserve naturali, nei Monti del Salviano di Avezzano, nella Punta Aderci di Vasto, nel Lago di Penne; al “Parco in mostra”, con illustrate le installazioni ed esposizioni. Poi le mostre dell’artigianato: dall’arte nella maiolica di Castelli, “la Regina della ceramica”, alla scoperta degli antichi mestieri, che ha evocato l’artigianato tipico. Quindi le mostre d’arte, dalle opere di Alice ispirate al “Chaos”, a“Metamorfosi” con i dipinti di Miriam De Berardis, dalla “Via della luce” con i dipinti di Norma Carrelli, alle sculture dei marmi e della pietra arenaria, del liceo artistico, arte che ritroviamo a Frattoli di Crognaleto, dove ha sempre operato lo scultore, ormai maestro, Zilli. Poi le mostre fotografiche, “I colori del Parco” di Angelini, “Montorio ieri Montorio oggi” di Di Donatantonio e Nallira e “Carezze sopra le rughe” di Di Giosa, le due ultime omaggio a Montorio.

Questo non vuol dire che si è sposato il lato più serio, anzi serioso della cultura. La cultura popolare è festa e tradizione, vitalità e allegria, perciò non poteva essere omesso il tradizionale omaggio al gusto, la gastronomia è apparsa particolarmente curata, in una sezione intitolata alla “Fiera del gusto”. Dalla “Vetrina dei sapori”, viaggio intorno alla maestria culinaria con “saperi e sapori del Parco”, all’“Area del gusto”ugualmente ispirata al Parco nel chiostro degli Zoccolanti, fino al “Parco dei piaceri”, dai “piaceri della carne” – limitati all’aspetto gastronomico, va precisato – alla “cucina della nonna”, in un irresistibile arrembaggio al palato.
Anche questa sezione tradizionale della “vetrina” ha avuto un “sapore” diverso, meno da festa paesana e più da rassegna del territorio per la gioia dei sensi: del gusto oltre alla vista e all’udito. Così anche per la scelta delle musiche e dei complessi, diversi nelle tre serate, dalla “Grande tribù” e “Orchestra della transumanza” di venerdì 4 alla “Nuova compagnia del canto popolare” di sabato 5, alla chiusura di domenica 6 con il duo piano e voce Coclite-Martegiani e il concerto dei “Masters”. Il tutto distribuito nella cittadina, veramente partecipe e coinvolta interamente nella manifestazione, con festoni fotografici e postazioni di varia natura negli interni aperti e nelle strade del centro storico.

La montagna di ieri e di sempre
Detto questo, dobbiamo dire anche qualcosa che sembrerebbe contraddirlo. La nostra vista, prima che dalle mostre multiformi e variopinte e da tutto quanto abbiamo elencato, è stata letteralmente catturata da un bianco e nero che ti prende e ti porta con sé in “più spirabil aere”. La sua forza espressiva lo rende abbagliante e luminoso più che se vi fossero colori brillanti, fossero anche quelli del Parco. I colori della natura sono rimpiazzati dalla penombra della memoria, che apre orizzonti sconfinati fatti di tempo e spazio, li fa sovrapporre e intersecare nel ricordo e nella fantasia.
Ecco che la “vetrina” si apre nella piazza principale di Montorio, dominata dalla bella chiesa parrocchiale, con la galleria fotografica della montagna. La nostra montagna, com’era agli inizi del ‘900 e poco oltre nel tempo, quando aveva l’anima dei suoi abitanti che popolavano i tanti borghi disseminati tra boschi e valli, alture e versanti. E’ un grande merito riproporre le immagini di allora, far sentire il loro respiro, la voce della memoria che non viene ascoltata dall’orecchio ma percepita dal cuore, e non lo lascia.

Non più al centro i grandi fotocolor odierni dei luoghi, uno dei quali, tra l’altro, era taroccato, con la Torre medicea di Santo Stefano di Sessano in uno sfondo del Gran Sasso inesistente nella realtà; ma gli eccezionali scatti d’epoca di Gabriele Marramà, una carrellata di cinquanta gigantografie che rappresentano la straordinaria galleria di un mondo e un ambiente, una cultura e una vita dall’impronta così forte da marcare un’identità di cui andare fieri. C’è la fatica del vivere con una natura difficile in una terra povera di frutti, ma ricca di valori; e c’è la fierezza di una condizione umana che si apriva anche a soddisfazioni intime e a successi da dividere con gli altri.
Il merito dell’artista-fotografo è averne capito il valore unitario sin da quando queste realtà sembravano separate e distinte, povere e degradate rispetto alla vita cittadina. Valore non soltanto ambientale ma anche umano, ci tramandano gite spensierate, scene di vita quotidiana e di lavoro, nella pastorizia e nelle attività forestali, come nelle creazioni artigiane. Ci danno la presenza umana nei borghi che allora erano ferventi di vita e di religiosità, con le belle chiesette piene di fedeli.

Non sono semplici fotografie, bensì fotogrammi di un film che scorre nel tempo e nello spazio circoscritto e quasi sospeso tra cielo e terra, e ci rende un “come eravamo” ma forse anche un “come siamo”, o vorremmo essere ancora, nel cuore e nell’anima. Vediamo scene di vita montanara, con alcuni capolavori come le cinque figurette che si stagliano su un picco con nello sfondo la vallata tra i monti, erette nella fierezza di esserci e di essere; oppure le scene collettive dei raduni all’Arapietra, fossero essi militari o religiosi, come i pellegrinaggi alla Madonnina del Gran Sasso, la grande statua di bronzo con la Vergine avvolta in un pesante manto che protende il Bambino in segno di protezione, portata a spalle dalla devozione popolare fino alla nicchia all’aperto ai duemila metri dell’Arapietra, oltre la “vena della luna”, a metà degli anni ’30.
Da un monumento sacro a uno profano, anch’esso amato, l’“olmo di Cesacastina”, fotografato vicino alla chiesa antica con il suo bel campanile il 14 luglio 1927: due “templi” accostati, la suggestiva sequenza fotografica della gente che si accalca intorno alla pianta millenaria, essa stessa una montagna, come si fa intorno al nonno centenario, con gli abiti e i volti, la dignità e la fierezza di allora. Un altro monumento profano ci è parso il “tukul dei pastori”, quasi conquistato il 18 marzo 1925 dai gitanti alla Montagna dei Fiori che si arrampicano sul rifugio primitivo.

Ma c’è anche l’acqua, Marramà ne rivela il fascino e la mostra valorizza i suoi scatti con le gigantografie e l’“impaginazione”: c’è la “Cascata del Rio d’Arno”, c’è il “Pisciarello del Ruzzo” e una presa d’acqua artificiale. E qui la rivelazione che sottoponiamo al Commissario del Parco, se non l’ha già notato lui stesso: la portata d’acqua della “Cascata del Rio d’Arno” è impetuosa, rigogliosa, si direbbe, riempie l’immagine con la sua imponenza; abbaglia, mentre la cascata di oggi somiglia più al “Pisciarello del Ruzzo” fotografato ieri che alla stessa immagine d’epoca del Rio d’Arno; e non serve affiancarle in “ieri e oggi”, basta andare a verificare sul posto e confrontare.
La domanda sorge spontanea: è tutto dovuto al calo delle sorgenti e quant’altro di naturale, anche se effetto collaterale di dissennati interventi “umani”, oppure c’è qualche captazione a monte che falcidia la portata dell’acqua, la immiserisce, priva la vallata di una grande attrazione oltre che di una linfa vitale? E se ne sentono e se ne vedono gli effetti, nel silenzio spettrale, quando c’era la musica del torrente impetuoso e l’incessante voce degli animali ora scomparsi alla vista e all’udito; mentre un sudario bianco ha preso il posto del letto del fiume.

Una verifica sarebbe utile e doverosa, e con essa uno sforzo concreto di ripristinare nella vallata del Rio d’Arno condizioni bio-naturali ed ecologiche degne della bellezza e ricchezza ambientale che ha avuto finché non è stata depredata del bene più grande che è l’acqua. Almeno la Cascata detta del Calderone torni alla sua primitiva bellezza, poi per le captazioni a valle si faccia il possibile per limitarle verificando la scadenza delle concessioni per non rinnovarle; e qualora ci siano vincoli insormontabili si obblighino i concessionari ad aprire “finestre” di ripristino non occasionali secondo le proprie esigenze di manutenzione, ma programmate con il Parco per restituire ai visitatori in periodi predeterminati la bellezza primigenia, almeno dove è possibile perché non si sono compiuti scempi irreversibili.
Un’immagine televisiva della vendita all’asta in una famosa casa d’arte inglese mise sulle piste per ritrovare la “Madonna di Pompei” trafugata da Castelli inchiodando gli indebiti possessori; che il “blow up” della gigantografia della “Cascata del Rio d’Arno” faccia andare sulle piste di un depauperamento più o meno indebito al quale è possibile porre rimedio? E’ la nostra speranza, è l’esplicita richiesta che facciamo al Parco certi che Arturo Diaconale, con la sua sensibilità per questi temi accentuata dalla sua origine e dall’amore per i luoghi dove sono le sue radici non mancherà di darci una risposta e comunque di operare nella direzione del possibile recupero.

Dell’aria nuova che abbiamo respirato in questa galleria fotografica glielo abbiamo detto direttamente manifestandogli il nostro apprezzamento, con la vicinanza dovuta alla nostra origine, alle nostre radici e all’amore per i luoghi che hanno dato i natali a noi e alle passate generazioni dei nostri genitori e dei nostri avi, nati e vissuti a Pietracamela dalla notte dei tempi; e di questo paese spicca la foto del “gregge sulla Porta di Valle”, dinanzi alla chiesa dov’era l’ingresso con una piccola porta ad arco di pietra, di cui colpisce l’evidente imitazione delle porte di accesso ai centri abitati, ben maggiori in dimensioni ma non invidiati, all’insegna del “parva sed apta mihi”.
Ecco l’effetto delle immagini, il richiamo del sentimento e degli affetti, il recupero di una coscienza e di una identità, l’omaggio più autentico che si possa fare a una memoria e a una cultura, di cui abbiamo estremo bisogno oggi, per valorizzare il retaggio di ieri nella prospettiva di domani. Ma il bianco e nero della memoria non finisce qui, anche se non ci sono altri “blow up” rivelatori, come quello della “Cascata sul Rio d’Arno”. C’è una mostra fotografica, anch’essa evocativa, nella sala attigua alla chiesa parrocchiale, dove si è tenuto il convegno “Dalla paura alla speranza”.https://www.arteculturaoggi.it/wp-content/uploads/2025/07/Vetrina-6-1.jpghttps://www.arteculturaoggi.it/wp-content/uploads/2025/07/Vetrina-6-1.jpg

Montorio ieri, Montorio oggi
Questa volta non sono gigantografie ma ingrandimenti, non c’è soltanto il “ieri” ma anche l’“oggi”. Forse perché mentre la montagna è immutabile i centri abitati si trasformano. Ed è un bene, perché è un portato del progresso, come è un male quando si perdono preesistenze preziose. Anche l’antico incorporato nelle strutture abitative può essere arte e se va assolutamente consolidato, anche pensando al terremoto, occorre farlo mantenendo tutto il fascino che allora non era apprezzato come non lo è tutto ciò che risponde al tempo presente, ma poi diviene testimonianza, memoria, arte.
La mostra è ben curata nella forma espositiva, con l’immediato raffronto tra scatti con la stessa inquadratura in epoche diverse. Sono collocati lungo le pareti della sala, in una semplicità francescana. Non serve dire cosa prevale nel confronto ravvicinato, non c’è partita, tutti lo hanno capito. Il fascino delle foto d’epoca è vincente, anche quando non ci sono scoperte particolari.

Basta confrontare il Vomano di ieri con quello di oggi, sia nel centro cittadino, sia vicino al ponte sul torrente Arona: si vede il convento dei Cappuccini e il vecchio ponte della Madonna fatto saltare dai tedeschi, in un’immagine c’è anche il vecchio Molino con le sue cascatelle. E una panoramica del Colle dal convento con in primo piano Abramo, il primo meccanico di Montorio; poi la foto della parte alta nella quale sono visibili i resti del Forte San Carlo, scomparsi nella foto di oggi.
Ma dove la superiorità del “ieri” appare incontrastata è nell’immagine della “vecchia cantina di Concetta Trulli” rispetto a quella del “palazzo della Cioccolata”, è come passare dalla contemplazione all’indigestione. Contemplazione c’è stata anche a Ischia, dinanzi al Carro di Tespi dedicato alla pensione estiva della “signora Maria”, che ha vinto il palio marino di Sant’Anna, e ne abbiamo parlato sulla rivista, sospinto dalla forza dei sentimenti con una Lina Sastri appassionata sostenitrice di questi valori. Ora sentiamo la stessa emozione per il ricordo di un luogo della memoria e della vita passata, divenuto simbolo anche dei tanti luoghi simili che c’erano nei borghi.

La vecchia cantina era a Largo Rosciano, al quale sono dedicate diverse altre immagini, come quella della grande fiera di merci e bestiame del 17 gennaio, una panoramica di bianchi bovini in mostra: e quella con schierate camicie nere, balilla e tanto di banda giovanile. Bella l’immagine della “cura del sole” con le scolare allineate sulle sedie a sdraio e la presenza vigile della maestra Ebe, “Bebè”. Fa sentire il sapore di un’epoca, come quella dell’albergo “Vomano”, uno scatto esemplare per purezza calligrafica; e quella della carrozza postale per Lecce-Roma, nella piazza principale di Montorio, dove colpisce l’anacronistico, per oggi, mezzo di trasporto con la chiesa invece restata uguale e immutabile, quasi a manifestarne la storia millenaria.
Usciamo dalla mostra, la “Compagnia del canto popolare” diffonde le melodie di un tempo, un tuffo all’indietro anche per l’udito oltre che per la vista. Soltanto la montagna è immutabile, anche se viene essa pure scalfita dal tempo e dagli uomini, come abbiamo visto nelle “Cascate del Rio d’Arno” e nel corso del torrente, dove si tocca con mano il depauperamento per captazioni dissennate; nella gigantografia del ghiacciaio del Calderone si vedono chiaramente i guasti dell’effetto-serra, un tempo era innevato al punto da sciarvi sopra, ora è un’arida pietraia.

Si deve difendere il difendibile, con tutte le forze e i mezzi consentiti, facendo il possibile per arrestare lo spopolamento e promuovere in qualche misura un ritorno. Così non si avrà un museo bello ma senza vita, al contrario si potranno rivitalizzare i borghi e le valli, i boschi e le montagne, mettendoli in condizione di svolgere una funzione attiva nella civiltà contemporanea che apprezza sempre di più i beni scarsi: e quelli della natura coniugata alla memoria sono tra i più preziosi.
Foto (Aggiornamento)
Le immagini originarie sono andate perdute nel passaggio dal sito di allora al sito attuale, tra quelle della “Vetrina del Parco” 2009 si è potuta trovare soltanto l’immagine di apertura; è seguita dal cartello che indica il Parco, elemento centrale nella “Vetrina del Parco”. Poi sono state inserite immagini di Montorio, da una via interna alla piazza principale, prima da lontano, poi da vicino, quindi due caseggiati, e infine il cortile interno del Chiostro e un primo piano della Chiesa madre visibile anche nella foto della piazza. Queste immagini sono intervallate da 3 panoramiche dell’abitato, più 2 più distanziate all’inizio e al termine che mostrano l’inserimento di Montorio nella batura circostante. Seguono i siti web dai quali sono state tratte le immagini, che sono meramente illustrative, precisando che se di qualcuna si preferisce evitare la pubblicazione, basta comunicarlo nella parte finale del sito riservata ai commento che verrà subito eliminata. Si ringraziano i titolari dei siti che seguono, nell’ordine di inserimento delle immagini: ansa, eccellenze gran sasso, tripadvisor, skytg24, comune di montorio, comune di montorio, cm gran sasso, abruzzo web, italia visual trip, montorio al vomano altervista, locali d’autore, cm gransasso, provincia di teramo. Di nuovo grazie a tutti.
