di Romano Maria Levante
Si intitola “Emigranti e immigrati nelle rappresentazioni di fotografi e fotogiornalisti” la pubblicazione de “I quaderni del Museo dell’Emigrazione”, Editoriale Umbra, settembre 2010, pp. 143, autrice Paola Corti, che fa da guida nell’interpretazione di un fenomeno secolare nei suoi diversi versanti – storica emigrazione transoceanica ed europea, recente immigrazione in Italia – e ne rivela i motivi profondi analizzandone in modo acuto e originale la raffigurazione visiva.

Archivio Library of Congress, Washington
Il significato del libro di Paola Corti
Non è un libro fotografico, anche se contiene molte fotografie, è di piccolo formato e l’oggetto non sono le pur numerose riproduzioni, ma la loro analisi, l’ anatomia anche comparativa. Dovrebbe essere adottato dalle scuole di fotografia perché aiuta a capire come ci si pone dietro la fotocamera e comunque come si scoprono le motivazioni di chi la manovra e punta l’obiettivo. Non va trascurato quanto affermato da G. Colin: “La fotografia si potrebbe dire che è una verità che dice una menzogna”; Paola Corti lo cita per il “rapporto ‘menzognero’ con la realtà rappresentata, dove le sue virgolette qualificano l’aggettivo nel senso di fuorviante, un tema che investe “l’uso stesso della fotografia nella ricostruzione degli eventi e nel rapporto tra le immagini e le parole”.
La fotografia fissa un istante tra il prima e il dopo – si è detto nella presentazione – e per questo attraverso l’immagine bisogna poter ricostruire il prima e il dopo, perché la fotografia ha una propria storia ma non è neutra, dipende dal contesto. E’ un medium che mette in rapporto con gli altri, ci fa confrontare e pensare, diventa lo specchio in cui noi ci riflettiamo e vediamo l’immagine di noi stessi. Non bisogna mai dimenticare che la fotografia fissa lo specchio in cui rifletterci e ci dice più sull’autore e sul contesto che sul soggetto raffigurato, per questo va analizzata e studiata..
Lo fa con cura e originalità il libro entrato nella collana del Museo regionale dell’Emigrazione Pietro Corti di Gualdo Tadino, dopo 10 “Quaderni” sull’emigrazione trattata in lungo re in largo; e presentato al Vittoriano dov’è l’esposizione stabile del Museo Nazionale dell’Emigrazione – direttore Alessandro Nicosia – una miniera di immagini e documenti, storie e reperti – con l’intervento della direttrice Catia Monacelli, dei rappresentanti delle istituzioni e dell’autrice
Il rapporto “menzognero” immagine-realtà creato dall’obiettivo
Abbiamo visitato tempo fa nella Biblioteca Marconi di Roma “Ellis Island” mostra fotografica e non solo sull’emigrazione transoceanica: le gigantografie esprimevano un clima, un’epopea. Ma ora è questo aureo libretto a darci la chiave per un’analisi in profondità non tanto di ciò che veniva rappresentato, ma della faccia nascosta della luna, l’animus di chi scatta la fotografia. Perché dietro il suo intento non strumentale ma spontaneo c’è l’approccio e il costume che fanno la storia.
“Come ogni altra rappresentazione della realtà -scrive la Conti – la fotografia è soggetta all’influsso delle differenti percezioni degli autori, che a loro volta sono influenzate dalle trasformazioni degli atteggiamenti della società nei confronti dei fenomeni presi in esame. Non solo, ma alla molteplicità delle prospettive, ai mutamenti dei tempi storici, nel caso delle fotografie riguardanti le migrazioni si sommano anche le complesse dinamiche che presiedono l’osservazione dell’alterità”.
Le citazioni colte – da P. Burke (“Testimoni oculari. Il significato storico delle immagini”, 2002) a H. Belting (Pour une anthropologie des images”, 2004), da A Rouille (“La photographie”, 2005) a S. Brier (“Raffigurare il passato”, 2007) – oltre a garantire la serietà dell’analisi forniscono riferimenti utili per ulteriori approfondimenti; ma l’aspetto più rimarchevole è che l’autrice applica alle foto sull’emigrazione i criteri generali di valutazione e interpretazione.

“Quando gli autori delle fotografie non sono gli stessi soggetti che si mettono in posa – per autorappresentarsi e per esibire i propri ritratti nella corrispondenza familiare o negli album familiari -. ma sono i professionisti dell’obiettivo che osservano il mondo dell’emigrazione dall’esterno, le immagini risultano profondamente influenzate dal modo in cui viene percepita la diversità dell’emigrante”. Diversità, aggiungiamo, che è, sì, reale, ma non sempre oggettiva, perché nella scelta dei soggetti e delle inquadrature c’è non solo la soggettività dell’autore ma anche il clima sociale e il costume, il modo con cui il fenomeno viene percepito e quindi rappresentato.
Il pregio del lavoro della Corti è di dare una guida ragionata della percezione e rappresentazione del fenomeno migratorio nelle sue manifestazioni, partendo da queste premesse per riscontrare come si concretizzino nelle immagini: “Tenuto conto di tali problemi, in questo volume le fotografie non costituiscono né un semplice sostegno visivo alla scrittura, né sono il repertorio di un catalogo. Esse sono proprio il materiale di riflessione per ricostruire i temi e i confronti affrontati nel testo”.
Rendere in sintesi un excursus che si svolge immagine per immagine fa perdere l’aspetto analitico del lavoro, per cui non pretendiamo di darne un’idea adeguata, riassumiamo solo le principali conclusioni sui tre momenti principali del fenomeno migratorio sottoposti a confronto.
In immagini il “cammino della speranza” dell’emigrazione italiana
Iniziamo con l’epopea dell’emigrazione transoceanica, sopratutto nelle “lontane Americhe”. Le immagini di allora sono numerose, soprattutto per le fotografie personali e familiari anche perché la distanza ed i tempi ne facevano l’unica forma di comunicazione; quelle del fotogiornalismo presentano due caratteri principali, il momento dell’arrivo e l’inserimento in un mondo così diverso.
Nelle prime spiccano da un lato le fotografie dei piroscafi e dei luoghi-simboli di arrivo (Ellis Island per gli Stati Uniti e l’Hotel des Immigrantes per l’Argentina); dall’altro l’“alterità” degli emigranti rispetto alla nuova ben diversa realtà.. Citando immagine per immagine la Corti dimostra come nell’arrivo e nell’accoglienza veniva diffusa la percezione del “cammino della speranza” unita alla documentazione dei rigorosi controlli, amministrativi e medici, che diventava denuncia per quanto non rispettoso dell’umanità, però prevalenti erano gli aspetti positivi.
Parallelamente l’“alterità” degli emigranti attraverso la loro condizione sociale e di estrazione contadina e di indigenza rispetto a una realtà progredita diventava denuncia quando le condizioni di vita e di inserimento erano anch’esse non rispettose dell’umanità: come nei miseri “tenement” .

Ma anche qui nell’alterità prevalevano gli aspetti pittoreschi di “little Italy”, nelle condizioni di vita la denuncia degli americani verso chi non le rendeva più accettabili, tanto venivano considerati ansiosi e insieme degni di integrazione; lo provano le bandiere americane esposte nei balconi degli italiani.
Nell’emigrazione europea del secondo dopoguerra il quadro cambia. Le immagini non rendono il senso di speranza e di avventura e le condizioni di “alterità” non sono pittoresche, quanto espressive di un fenomeno deteriore che nella vita dei minatori in Belgio tocca livelli particolarmente gravi, quasi la denuncia di un degrado intollerabile non alimentato dalla speranza ma mosso solo dalla disperazione. Le condizioni di vita che negli emigrati transoceanici esprimevano i problemi di un’integrazione comunque voluta, qui segnano la barriera rispetto ai luoghi di accoglienza nei quali non c’era neppure la volontà di integrarsi, da entrambe le parti.
Lo visualizza la teoria di baracche, quasi un lager, dove erano isolati i nostri lavoratori e la bandiera italiana di un loro circolo, a Limburgo in Belgio; anche perché la vicinanza rendeva temporanei i flussi, ed erano agevoli i ritorni, rispetto all’emigrazione definitiva oltre oceano, a parte il mutamento di tempi e circostanze.
L’impatto visivo dell’“invasione”, l’immigrazione in Italia dagli anni ’90
Il terso livello di analisi comparativa riguarda il fenomeno più recente, l’immigrazione in Italia, iniziando soprattutto con la prima fase, quella del 1991, visualizzata dalla prima fotografia cult di una coppia albanese sulla barca con la nave carica sullo sfondo. Ebbene, mentre all’inizio fu questa l’icona della fotografia rappresentativa del fenomeno, successivamente è stata rappresentata l“invasione”, quindi i soggetti sono diventati collettivi, lo è stata la massa senza alcun segno distintivo che desse soggettività ai rappresentati; visti come pericolo proprio per la forza d’urto data dal numero. Mentre la prima immagine cult viene accostata a una foto di Hine di inizio ‘900 con la “donna italiana” a Ellis Island, entrambe in una posa da Pietà michelangiolesca, quindi con un senso di vicinanza e comprensione, poi sono quasi sparite le personalizzazionie con esse l’umanità.
L’immagine cult nel 1991 si riferisce alla prima ondata di profughi albanesi in fuga dalla guerra, erano circa 25 mila, lo stesso numero della recentissima ondata di tunisini e altri profughi . Ma allora, si ripete, nella massa di arrivi dapprima ci fu la soggettivizzazione, ora con un numero equivalente è scomparsa. E le immagini dei centri di accoglienza e di respingimento rendono questo concetto dell’“Orda” – per usare il titolo di un libro di Gian Antonio Stella, però riferito ai tempi passati – non delle condizioni di disagio dei singoli come quelle di Ellis Island e di isolamento come a Limburgo. L’autrice fa osservare che le immagini dei rigorosi ed eccessivi, spesso umilianti controlli a New York, esprimevano comunque l’aspetto positivo dell’accoglienza e della speranza, così i documenti di sbarco tenuti in bocca essendo le mani occupate dalle valigie erano identitari.
Sono prove lampanti di come la percezione e la relativa rappresentazione possano dare visioni differenti di fenomeni simili, a seconda del momento e del sentimento socio-economico, in aggiunta alla personalità dell’autore della foto; ma il fotografo interviene più sulla qualità dell’immagine che sulla direzione dell’obiettivo, l’aspetto sottolineato dipende dal clima generale, salvo eccezioni.

A confronto visioni fotografiche così simili e così diverse
Ecco come l’autrice riassume similitudini e differenze tra le due forme di emigrazione – quella transoceanica dei primi del novecento e quella europea nel secondo dopoguerra – di cui si è detto : “All’analogia della lettura sociologica, che in entrambe le esperienze si traduce nella denuncia di ogni aspetto delle condizioni del viaggio, dell’arrivo e dell’insediamento nei nuovi luoghi di arrivo, si contrappone la differente interpretazione del processo di inserimento degli italiani negli stessi contesti”.
Differente interpretazione in primo luogo da parte dei fotografi, prima ancora che degli analisti del fenomeno: “Mentre nello sguardo dei fotografi americani è possibile cogliere una sostanziale fiducia nella capacità di assimilazione del melting pot statunitense, in quello dei fotogiornalisti italiani sembra di fatto persistere il pessimismo già mostrato dal cinema neorealista nei confronti dell’emigrazione nazionale, della sua gestione politica e dei suoi esisti sociali”.
Ancora più netti gli esiti della comparazione rispetto alle immagini dell’immigrazione italiana, che la Corti riferisce al 1991 e anni seguenti, ma ancora più marcata con gli sbarchi a Lampedusa: Riferendosi ai controlli penalizzanti sull’identità personale, in America e in Europa, afferma: “Quella identità. che permette di percepire i soggetti ritratti come persone, appare invece negata in molte delle immagini della seconda metà degli anni Novanta che si affermano sulla stampa italiana”.
Infatti, “alla folla indistinta delle tante fotografie dei viaggi e degli arrivi”, che ha sostituito l’obiettivo sul singolo, come l”albanese solo”, si accompagnano terminologie come “clandestino” e l’annullamento della persona che porta ad un’assenza di identità : “Anche sul piano della rappresentazione visiva, in definitiva, si va delineando quella sempre più accentuata spersonalizzazione dei soggetti – il loro sostanziale ridursi a ‘non persone’ – che secondo il sociologo Alessandro Del Lago costituisce la caratteristica dello straniero nell’ambito delle attuali migrazioni internazionali”. E in questo la fotografia ha un ruolo che “risulta comunque decisivo per enfatizzare l’astrazione dall’individualità e la cancellazione della persona dell’immigrato”.
Ci sono volute tragedie come le due donne morte di recente nel naufragio della carretta del mare, oppure fatti eclatanti come il parto nel barcone per far uscire dall’anonimato, ma solo per un momento, i “clandestini” e suscitare un moto di solidarietà e di umanità. Non si dovrebbe aver bisogno di questi eroi moderni per restituire agli immigrati più o meno “clandestini” quell’umanità che veniva riconosciuta, pur tra contrasti e negatività, ai nostri nelle lontane Americhe o nella vicina Europa attraverso l’ angolazione visiva ravvicinata della rappresentazione fotografica: che ha una forza icastica e risulta spesso ben più immediata ed efficace di tanti fiumi di parole..
Photo
Le immagini sono tratte dal libro qui recensito di Paola Corti, che rinvia al suo precedente libro “L’Emigrazione” , Editori Riuniti, Roma, 1999, dove sono state pubblicate inizialmente: in apertura, Venditori italiani di pane a New York in Mulberry Street, Primo Novecento, Archivio Library of Congress, Washington; seguono, Donna italiana, inizio ‘900, Ellis Island, foto di Lewis W. Hine, e Coppia di albanesi sbarcati da una nave carica di immigrati al largo del porto di Brindisi, 1991, da “Epoca”, prima immagine dell’ “invasione”, foto di Giorgio Lotti; in chiusura, .Limburgo, Belgio. Baracche abitate dai lavoratori italiani, 1973, foto di Mauro Valllinotto.
Postato da www.fotografia.guidaconsumatore.com 20.04.2011, ore 20,30
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