di Romano Maria Levante
Prosegue l'”esplorazione” del libro di Lidia Montauti dal titolo “Noi Parliamo pretarolo” – seguito dalla versione nell’idioma locale “Ne parlime le pretaruale” – che non ho citato, nell’intitolare i miei articoli di commento, mettendo “Noi siamo pretaroli”, perchè non parlo “pretarolo”, pur essendo tale da generazioni, e sono molto legato al “natìo borgo selvaggio”. Così penso di interessare al corposo e importante libro – più che ai miei modesti articoli – i tanti che dinanzi all’affermazione linguistica del titolo del libro potrebbero sentirsi meno interessati, rispetto alla diversa intitolazione dei miei articoli sul libro che sento realistica ed identitaria.

esse si recavano a condurre greggi di più proprietari al pascolo, fuori del paese”
Nel 1° articolo, dopo aver motivato questa osservazione, viene sottolineato il grande valore dell’analisi storica dei fatti e delle situazioni operata dall’autrice con una precisione pari alla passione, oltre al rilevante ed efficace approfondimento linguistico dell’idioma “pretarolo”, giustamente definito “lingua degna” dal grande linguista che ha presentato il libro attuale, in una sua opera precedente del 2023 così intitolata, molto apprezzata e premiata. E si è entrati nei contenuti rievocando all’inizio la descrizione di come si arriva a quello che il testo in “pretarolo” intitola “Pietracamela, il mio paese”, “inerpicandosi, tornante dopo tornante, su per la salita”. Alle due pagine inizili in “pretarolo”non è seguita l’immersione nei problemi linguistici, ma 190 pagine di ricerca appassionata sulla vita della Comunità isolata tra i monti, spostando all’ultima parte del libro le 65 pagine linguistiche. Mi ha fatto ripensare all’ espressione di Orazio “Graecia capta ferum victorem cepit”, l’approfondimento storico che sembrava sovrastaato da quello linguistico, ha invece prevalso per la sua forte carica umana sentita con profonda intensità dall’autrice. Sono stati considerati i Luoghi della memoria, le Case e la Vita familiare, il Lavoro per come incideva nelle stagioni e nelle giornate. Il 2° articolo completa la parte iniziale dei Lavori con i Mestieri, le Ricorrenze religiose, i Riti seguendo l’ordine scrupoloso del libro.
Dall’uccisione del maiale, alla mietitura e trebbiatura, dall’allevamento degli animali ai relativi frutti
L’autrice Lidia – che chiamo per nome nella confidenza di una vita – torna sui singoli lavori per rievocare le attività che erano svolte e il modo in cui questo avveniva. C’erano i lavori domestici, senz’altro pesanti per i fornelli, la pulizia della casa e tutto il resto. Ma erano la normalità quotidiana che non colpiva, come invece gli eventi che si verificavano in circistanze particolari, nelle attività essenziali che si svolgevano nell’anno. L’uccisione del Maiale terrorizzava soprattutto i bambini che avevano scherzato ogni giorno con l’animale divertendosi e si erano affezionati, anche Lidia da piccola. Ma era necessaria la provvista di cibo per l’intera annata fornita dalla sua carne e non solo, richiedeva molto lavoro nel selezionare le varie parti, affumicarle e appenderle magari al soffitto della cucina, e sempre Lidia conclude: “La vista di quell’abbondanza ripagava dalla fatica e tranquillizzava l’animo”, dopo che “il grido straziato del povero animale ci faceva correre alla finestra per assistere impotenti ed esterrefatti all’esecuzione”.

Con la Mietitura e la Trebbiatura si metteva a frutto il lavoro svolto perché il terreno zappato e concimato desse i suoi frutti, anche se con la magra produzione di montagna. Perciò “l’inizio della mietitura era una piccola festa”, ricorda Lidia e ne rievoca i particolari, soprattutto quelli della trebbiatura prima dell’avvento delle macchine, quando due asini passeggiavano per l’intera giornata sopra le spighe della mietitura per separare i chicchi di grano formando un mare di paglia dove si tuffavano i bambini per divertimento. Ma non finiva qui, seguiva la macina nel mulino posto sul Rio d’Arno la cui corrente d’acqua cadendo dall’alto faceva girare la turbina trasformando i chicchi di grano in bianca farina impalpabile, ricordo anch’io di averlo visto da piccolo. .
Non era tutto, occorreva tagliare l’erba nei prati per avere il fieno necessario a nutrire gli animali d’inverno: era la “Fienagione”, avveniva in vaste zone, dai Prati di Intermesoli fino ai Prati di Tivo , falciavano gli uomini iniziando all’alba e all’ora di pranzo le donne arrivavano con il cibo come delle vivandiere. Al termine l’erba falciata veniva sparsa per qualche giorno e, divenuta secca, era immagazzinata nel fienile dopo averla composta in carichi portati dalle donne in testa, come facevano per le conche e la legna.

Per le Pecore da allevare, nelle buone stagioni si formavano 4 gruppi di 60 ovini, 4-5 per famiglia, che all’alba venivano condotti nei pascoli lontani dove l’erba era “abbondante e profumata”, da due donne che potevano mangiare, chiacchierare e usare l’uncinetto quando le pecore sazie ruminavano. Producevano latte che serviva per far crescere gli agnellini da vendere poi ai macellai nelle festività pasquali. Il latte che avanzava si trasformava in formaggio in quantità sufficiente per l’intero anno, lo facevano le donne seguendo un metodo che Lidia descrive con la sua solita infallibile precisione in tutte le fasi successive.
Come ricorda, nei particolari più minuziosi, la lavorazione della lana, nella quale gli uomini tosavano le pecore, poi la “Cardatura” della lana tagliata trasformandola in lunghi “budelli”, pronti per la “Filatura”, questo era il lavoro delle donne fino alla “Tessitura”. Gli uomini si specializzarono talmente nella cardatura che soprattutto nei mesi invernali, quando non potevano lavorare nei campi, andavano nei paesi tosco-emiliani e marchigiani per compiere tale lavoro. Le donne con la tessitura producevano anche panni infeltriti detti “Carfagni”, i cui teli arrotolati – richiesti da paesi dell’aquilano – venivano fatti rotolare sul ghiaccio nel versante del Gran Sasso opposto a quello “pretarolo”, come ricorda nel 1573 De Marchi, citato da Lidia.

La parte del libro sul “Lavoro” si conclude ricordando l’effetto delle abbondanti nevicate. Prima la gioia nel vedere “un chiarore improvviso, un brillio incantevole che rallegrava il cuore”, poi le grandi difficoltà: si doveva uscire dalle finestre del primo piano essendo le porte bloccate, e quando si scaricava a terra la neve eccessiva che rischiava di sfondare i tetti, i vicoli si bloccavano e si restava chiusi nella propria zona. Un lavoro faticoso per spalare tanta neve, che diventava anche fonte di tragedie, come quando la bufera fece vittime gli alpinisti Cambi e Cichetti e molti anni dopo le due paesane Annina e Rubina, con tanto dolore ed emozione in paese.
Lidia ricorda tali tragedie e i pericoli della neve, ma esclama: “La neve incantava quando illuminava le notti e rendeva fiabesco ogni angolo del paese; faceva la gioia dei bambini quando diventava il gioco preferito nelle mattinate azzurre dall’aria rarefatta e cristallina”. E ci sembrano belle parole per chiudere questa prima parte della “esplorazione” del libro di Lidia trasformata in un dialogo con lei. Anche perché nelle 18 pagine del libro dedicate al “Lavoro”, una sola è riservata a 4 brevi “dialoghi” tradotti, con parecchi “vocaboli” resi anche nell’idioma, ma senza la pressione “linguistica “ di altre parti. Il ricordo dei fatti, più che le parole pur utili !

Segue in forma pressante come il modo precedente, il secondo modo di evocare il passato, quello per immagini, ce ne sono 22 , anche qui con ampie didascalie espositive. Ancora una volta il terzo modo, quello dell’idioma “pretarolo” è aggiuntivo ma non prevalente, ora appena accennato nei “dialoghi”, di più nei “vocaboli”, ma contano meno. Il “pretarolo” si rifarà alla fine, ne parlerò nel 3° articolo concludendo la mia visione dei ricordi di Lidia contenuti nel suo libro, non prima di aver completato la ricognizione sulle Ricorrenze religiose e i Riti domestici, le Preghiere e le Feste, le Consuetudini familiari, fino alle Ricette antiche del tutto “pretarole”.
Ho definito “unico” il libro per i tre modi paralleli di evocare gli eventi del passato. E il confronto che ho fatto – e continuerà nel prossimo articolo – in un dialogo virtuale con Lidia, con i miei ricordi molto meno nitidi e precisi, lo rende ai miei occhi, come ho scritto all’inizio, un libro straordinario che onora il paese. E bene hanno fatto l’Amministrazione comunale e l’Asbuc di Pietracamela a sostenerlo e a promuoverlo in modo efficace.

utilizzato sia nel lavoro dei campi che per il trasporto della legna”
Ribadito questo, vado avanti nell'”esplorazione” del libro con le parti che seguono i primi 2 capitoli commentati nell’articolo precedente e nel primo paragrafo di questo articolo, che erano concentrati sui “Luoghi della memoria”, le Case e la Vita familiare, i Lavori e i loro frutti. Ora riporto quanto l’autrice ha rievocato nel capitolo 3° sulle Attività economiche e commerciali, sociali e culturali, con importanti considerazioni sullo svolgimento della vita della Comunità “pretarola” nel “nido di aquile” alle falde delle rocce dolomitiche del Gran Sasso d’Italia, soprattutto nei lunghi inverni trascorsi dai suoi eroici abitanti tra neve e gelo.
Mestieri e professioni per l’autosufficienza nell’isolamento
Ed ecco come venivano svolte tali attività in un paese isolato in un territorio montuoso quanto mai impervio. Riuscirono a rendere l’isolamento geografico – pericoloso per la vita degli abitanti – un punto di forza invece che di debolezza raggiungendo una assoluta autonomia rispetto ai centri circostanti difficilmente raggiungibili, con una gestione “autarchica” da parte di “una comunità capace di provvedere in larga misura a se stessa , sviluppando al proprio interno tutte quelle attività necessarie alla vita quotidiana e alla sussistenza collettiva”, scrive Lidia nel ricordare questa capacità dei nostri avi che suscita orgoglio e una sincera ammirazione.

In questo modo, oltre ad assicurare il loro corretto svolgimento, si creavano relazioni umane personali e collettive, fonti di identità e di saperi. Rispondeva a pressanti esigenze individuali e generali il lavoro svolto, che oltre a dare apporto economico creava un tessuto sociale protettivo. Poi, con l’emigrazione e la fine di tanti mestieri sostituiti da servizi moderni, questo è scomparso, ma il libro nel citarli espressamente fa rivivere quel mondo negli aspetti che animavano la vita della comunità isolata tra i monti, però del tutto autosufficiente.
I mestieri evocati sono il falegname e il fabbro, il calzolaio e il sarto, il muratore e il macellaio, il mugnaio e il fornaio, il pastore e il contadino, il cardatore e il tessitore, il carbonaio e il boscaiolo, il maniscalco e l’arrotino, l’elettricista e il norcino. Ecco le altre attività e professioni: negozi alimentari e fruttivendoli, alberghi e locande, osterie e imprese edili, tassisti e orologiai, bidelli e perpetue, barbieri e stagnini, sagrestani e postini, impiegati comunali e organisti, suonatori di tamburi e spazzini, ostetriche e medici, fotografi e cuochi, magliaie e materassai, fattucchieri e preti, sindaci e imprenditori alberghieri, donne per il rosario e insegnanti fissi o solo per periodi determinati, musicisti e carabinieri, autisti della corriera e fattorino, guardie municipali e forestali, geometri e ragionieri, laureati e scrittori, pittori e scultori, fino agli sportivi, dai tanti sciatori ed alpinisti alle scalatrici e guide di montagna.

Nel libro sono dedicate 12 pagine ai nomi dei paesani impegnati in questi mestieri e professioni, ricordati da Lidia “fino all’inizio della seconda guerra mondiale”. Vi ho trovato, tra gli insegnanti, i nomi dei miei genitori Luigi Levante e Argene Paglialonga e di quattro mie zie, Laurina Paglialonga, Luigia, Maria e Isabella Levante. E tanti nomi nei vari mestieri e professioni di paesani che ho frequentato nei miei ritorni estivi. Le 26 fotografie d’epoca sono il secondo modo di evocare quei tempi; il terzo modo, l’idioma “pretarolo”, appare nei soprannomi in dialetto di alcuni di loro.
Dalle Ricorrenze religiose e Riti domestici alle antiche Ricette ”pretarole”
“Come in molti piccoli paesi di montagna, a Pietracamela le ricorrenze religiose non erano soltanto momenti di devozione, ma tappe fondamentali della vita comunitaria”. Così Lidia inizia il capitolo 4° della sua attenta ricognizione sul “natìo borgo selvaggio” del quale nei tre capitoli precedenti ha considerato in modo molto attento e preciso prima il paese e il territorio, poi la casa e il lavoro, fino ai mestieri e le professioni che coprivano le esigenze del borgo isolato rendendolo autosufficiente. E aggiunge che “il calendario liturgico scandiva i periodi fondamentali dell’anno, accompagnava il ritmo delle stagioni, i lavori dei campi, la cura degli animali, la vita delle famiglie e il ricordo dei defunti”.

Il raccoglimento religioso era allietato dalle feste con riti e canti, cibi e gesti antichi, “occasioni in cui fede, natura e vita quotidiana si intrecciavano profondamente”. La narrazione di Lidia si protrae per 26 pagine, nelle quali non pensa affatto al “pretarolo”, a parte la traduzione nell’idioma soltanto dei nomi dei Santi o dei termini sacri delle Ricorrenze e dei Riti. Del resto, scrive che “nelle usanze correlate alla fede religiosa si riconosceva l’anima più autentica del paese: una comunità raccolta e solidale, capace di trasformare anche il freddo dell’inverno, la fatica dei campi, le difficoltà e la percezione della morte, in momenti di incontro, dono, condivisione e devozione a Dio”. E lo si vede nelle descrizioni che fa delle singole Ricorrenze, rievocando i diversi momenti e situazioni e penetrando nell’anima dei fedeli con grande sensibilità e delicatezza. Cercherò di trasmettere soltanto qualcuna delle sue suggestive rievocazioni, sono 20, delle quali 18 per le feste e 2 per le Preghiere “pretarole” e le Ricette antiche. Troppa grazia sant’Antonio… i miei lo dicevano quando ero piccolo, nel bell’idioma “pretarolo” che capivo, ma non parlavo allora e non parlo oggi.
Nelle feste di inizio anno – il 6 gennaio l’Epifania e il 17 Sant’Antonio abate – si scatenavano soprattutto i bambini. La sera della vigilia dell’Epifania, pur nella neve e nel gelo, giravano riuniti e cantando “la Pasquarella” con la richiesta di due uova bussavano alle porte e ricevevano oltre alle uova salsicce e farina, castagne e mele, Lidia ricorda tutto. Mentre a Sant’Antonio abate, sempre nella sera della vigilia, costituivano gruppi organizzati in cortei guidati da uno di loro come fosse il santo con barba bianca, bastone e campanella, si facevano concorrenza nel chiedere i doni nelle case. E questo li consolava della sofferenza non solo per il freddo pungente, ma per i lamenti strazianti dei maiali con cui scherzavano tutto l’anno mentre li macellavano per le vitali provviste di carne.

Mentre la festa di San Gabriele, patrono d’Abruzzo e protettore dei giovani, il 27 febbraio mobilitava le donne che andavano in pellegrinaggio partendo all’alba e dal bosco della “Canala” dopo il passo della “Forchetta” scendevano verso Fano a Corno, in tempo per la prima Santa Messa che seguivano con devozione nella speranza che il Santo accogliesse le loro suppliche. Poi l’acquisto, nelle tante bancarelle, di ricordini e di doni da portare in paese ritornando nello stesso pomeriggio o l’indomani cantando “Ai piedi del Gran Sasso, o pellegrino, ferma il tuo passo”, stanche ma estasiate dal Santo.
Nelle ricorrenze civili del Giovedì grasso e del Carnevale – prima dei 40 giorni di Quaresima nei quali c’era digiuno e astinenza e doveva bastare un’aringa appesa al soffitto per strofinarci due fette di pane – grande impegno nel preparare cibi speciali, soprattutto le “crispelle in brodo”, con molti ingredienti indicati in modo minuzioso da Lidia nel ricordo della sua nonna. A Carnevale non solo i cibi speciali di tipo tradizionale, ma si scatenavano le feste, con i balli in case private fino al veglione a Palazzo Dionisi o al Dopolavoro di Collepiano. Il “martedì grasso” era il culmine del divertimento, nei saloni festosi con le musiche tradizionali, il buffet, il ballo con la “quadriglia” coinvolgente, fino ai ravioli portati nelle terrine dalle madri accompagnatrici delle figlie e offerti mentre si avvicinava la mezzanotte, da consumare prima che scattasse l’astinenza quaresimale con il Mercoledì delle Ceneri.

Nel periodo di Pasqua, alla forte spinta religiosa con i cicli liturgici evocativi della passione di Cristo fino alla Resurrezione, si aggiungeva l’effetto benefico del passaggio dall’inverno alla primavera, che rianimava le famiglie. Le “pulizie di Pasqua” rinnovavano le abitazioni che venivano rimbiancate e nella tavola si metteva la tovaglia bianca, si offrivano le uova sode nella benedizione pasquale del sacerdote con i chierichetti, nel momento solenne di fede e di vero rinnovamento. Si preparavano cibi speciali dopo le restrizioni quaresimali. questa volta erano le “pastarelle pasquali” cotte nel forno che si trovava in molte case – lo ricordo nell’antica casa dei miei nonni – a disposizione anche di chi non lo aveva, con le “pastarelle” portate poi nelle strade e offerte con generosità e condivisione comunitaria. L’unica amarezza – a parte il raccoglimento religioso per la Passione – veniva dalla vendita degli agnelli ai macellai dei capoluoghi per ricavare i soldi necessari alle spese da fare. Come l’uccisione dei maiali, anche questo era un fatto traumatico.
Non finiva la festa il giorno di Pasqua, con la Resurrezione: il martedì successivo ecco “il giorno delle frittate”, mentre dovunque la “Pasquetta” era il lunedì dell’Angelo. Si facevano le gite nei prati in cui spuntava la prima erbetta fresca con le viole che venivano raccolte in mazzolini, e pur essendo giorno di scuola l’insegnante non solo permetteva l’assenza ma spesso organizzava la scampagnata nella quale si mangiava il panino con la frittata. Non solo a Pietracamela, dovunque, ma il lunedì, Lidia ricorda la propria esperienza e porta un’espressione in “pretarolo” con la traduzione. Confida quando la mattina del 3 maggio la risvegliavano le invocazioni e le litanie della processione, seguita soprattutto dalle donne, guidata dal parroco don Andrea con i chierichetti dietro la Croce di legno, nella festa dell’Esaltazione della Croce, benediva i campi per il raccolto. Trascorsi 40 giorni dopo Pasqua, l’Ascensione, una festa così sentita che in paese sospendevano la produzione del formaggio fermandosi alla”quagliata” per non lavorare quando ricorreva la salita di Cristo in Cielo, e la regalavano a persone vicine.

Maggio è soprattutto il mese della Madonna, nelle domeniche venivano illuminate e inghirlandate di fiori le “edicole” religiose, e non sempre era un lavoro semplice. Se nella zona l’edicola mancava, veniva sostituita da una finestra a pian terreno, nella quale si metteva l’immagine della Madonna; per i lumi si utilizzavano anche i gusci delle grosse chiocciole riempiti di olio con uno stoppino, e sempre le giovani mettevano le ghirlande di fiori in gara tra i vari rioni. Mentre il risveglio della natura – con i ruscelli copiosi di acqua e i prati punteggiati di fiori – richiamava nei campi soprattutto donne e bambini che raccoglievano fasci di fiori e riempivano i cestini di chiocciole poi cucinate per farne leccornie squisite con ricette tradizionali. La devozione religiosa si esprimeva nelle serate con il Rosario e gli inni alla Madonna, le donne tornate dai campi stanche non andavano a casa ma in chiesa, Lidia riporta questa storia in “pretarolo” con la versione in italiano.
Il 13 giugno la festa di Sant’Antonio di Padova – ben diverso da Sant’Antonio abate di gennaio con il maialino nell’effige – i paesani erano molto devoti al santo e gli si rivolgevano quando smarrivano qualcosa perché intercedesse. Veniva recitato il “Responsorio” dal titolo “Si queris miracula, Prece et devotione ad S. Antonium Paduano”, 24 versetti latini che Lidia riporta con la versione italiana. Siamo solo a metà anno, nel secondo semestre altre Ricorrenze e Riti religiosi, per i quali alla devozione si aggiungeva, come sempre, il godimento di giorni di festa con cibi speciali e sopraffini e anche balli e altri momenti di giubilo. Ne parlerò nel prossimo articolo finale, nel quale l’ “esplorazione” del libro, terminati i riferimenti a fatti e situazioni reali, si concentrerà sull’ultimo tema, la “Lingua ritrovata”, che farà entrare in un labirinto linguistico difficilmente percorribile da chi non conosce il “pretarolo”, oppure riesce soltanto a capirlo e non a parlarlo, come nel mio caso.. Ma giungo a conclusioni molto positive, nel 3° e ultimo articolo sul libro di Lidia, un’opera veramente preziosa per come ha saputo far rivivere i tempi antichi, ricostruendo una realtà che va oltre i pur suggestivi iflessi sull’idioma parlato.

Info
Lidia Montauti, “Noi parliamo pretarolo. Ne parlime pretaruale. Voci, luoghi e memorie di Pietracamela”. Ricerche & Redazioni, Teramo, agosto 2026, pagg. 290, di cui 66 pagine con 84 immagini, euro 25. Il 1° articolo di commnto è uscito il 13 settembre, il 3° conclusivo uscirà, dopo quello odierno, il 19 settembre 2026, su questo sito.
Photo
Come indicato in questo spazio informativo nel 1° articolo, la maggior parte delle immagini – identiche a quelle pubblicate nel libro – sono state fornite da Aligi Bonaduce, meno le foto di altri detentori: per questo articolo Vittorio Giardetti ha fornito le n. 3 e 11, quindi Aligi Bonaduce le altre 12. Grazie ad entrambi In apertura, “La pastorizia era affidata prevalentemente alle donne riunite in gruppi di due o più, esse si recavano a condurre greggi di più proprietari al pascolo, fuori del paese”; seguono, “I lavori delle donne. Liundina serrezzoija (pulisce), la callareccia (piccola pentola)”, e “La lavorazione della lana: la cardatura”; poi, “La lavorazione della lana in casa: la cardatura e la filatura”, e “La lavorazione della lana: il filarello”; quindi, “Una coppia di coniugi di Pietracamela con il loro cane e con l’asino…utilizzato sia nel lavoro dei campi che per il trasporto della legna”, e “Il lavoro nei campi: la mietitura, Nelle aie pretarole si svolgeva la trebbiatura, la trasca“; inoltre, .”Lavoro e devozione: al ritorno dal lavoro nei campi le donne si fermavano spesso in preghiera prsso le numerose ‘madonnelle’ preenti in paese”, e “I pascoli intorno a Pietracamela in una cartolina d’epoca”; ancora, “Il lavoro nei campi: il pascolo”, e “Le osterie di Pietrcamela lungo la via Cola di Rienzo”; continua, -“Nel negozio della Stella (le péntéché)”, e “Donne di Pietracamela abbigliate alla maniera tradizionale”; in chiusura, “I lavori per la casa. La raccolta dell’acqua a Porta Fontana”.
