Ebrei, Giornata europea della cultura ebraica

di  Romano Maria Levante

– 22 agosto 2009 –

In 28 paesi europei e in 59 città italiane il 6 settembre 2009 giornata di festa e di incontri

Non è soltanto il 6 settembre 2009 la data indicata nel programma della Giornata europea della cultura ebraica, c’è anche il 17 Elul 5769, l’anno ebraico corrispondente al nostro 2009 perché, mentre noi datiamo dalla nascita di Cristo, loro fanno riferimento ad Abramo. Cioè al patriarca, “il primo uomo ad avere l’intuizione che esiste un solo Dio creatore del mondo”; di qui la promessa che il popolo nato dalla sua discendenza vivrà per sempre nella terra di Canaan.

Poi venne Mosè, con i Dieci Comandamenti rivolti a tutta l’umanità e per questo trasmessi a lui nel deserto, “terra di nessuno”. Ne è derivata per gli ebrei una missione particolare e obblighi speciali, puntigliosamente numerati in 613, di cui 248 consistenti in azioni da compiere e 365 in azioni vietate, che regolano “la vita di relazione, i rapporti con il prossimo e con l’ambiente naturale e i rapporti con Dio”.
Questo per avvicinarci a un popolo che è sempre stato in una posizione particolare, forse perché il destino assegnatogli da Abramo è stato contrastato in ogni epoca della sua storia millenaria.

Il popolo ebraico

Si può chiamare popolo l’insieme delle etnie ebraiche sparse per il mondo che non hanno i requisiti classici per essere definite così, cioè un’unica lingua, lo stesso territorio e sistema giuridico? Praticano la stessa religione e, sebbene questo non qualifichi un popolo nell’accezione comune, professano la fede nel monoteismo, insieme al sogno della terra promessa, che da duemila anni è stato un legame così forte da far sentire uniti tra loro i gruppi di correligionari sparsi per il mondo.

Ma non per questo non sono integrati nelle rispettive terre, anzi rivelano le differenze culturali e religiose, sociali e linguistiche legate alle origini nazionali. Con gli idiomi locali anche il loro linguaggio, lo yiddish, andò in disuso, finché non fu riscoperta la lingua delle origini con Ben Yehudaua, caso forse unico nella storia di resurrezione di una lingua morta, che torna ad essere lingua viva e in continua trasformazione, tanto che oggi è la lingua ufficiale dello Stato di Israele.
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Questo accresce l’interesse della Giornata europea della cultura ebraica nei paesi nei quali si innesta sulle culture locali, per cui può rappresentare uno specchio dell’incrocio di culture e di come interagiscono le diversità culturali.
La comunità ebraica italiana raggruppa 21 comunità locali dalle dimensioni piuttosto ridotte, 30.000 persone in totale, ma è la più antica della Diaspora e la sua storia va più indietro della distruzione del Tempio di Gerusalemme.

Nelle pratiche di culto segue un ebraismo ortodosso basato sul rispetto dei 613 precetti morali e religiosi interpretati e aggiornati dai Maestri, differenziandosi dalle altre due forme, la conservativa e la riformata. Il Mishnà è il codice che raccoglie tutti gli insegnamenti orali arricchiti dalla tradizione dei rabbini, il Talmud contiene discussioni e insegnamenti dei Maestri, la Torà è il corpo legislativo completo. Principio base la credenza nella venuta del Messia.

Ricordiamo l’immagine dell’“ebreo errante”, antica e spesso rinnovata; travolta poi dalla incommensurabile tragedia della “Shoah” che ha visto un popolo martire del più spietato e inumano genocidio. Su queste sofferenze bibliche, è il caso di dirlo, ha saputo conquistare la terra di Abramo, l’ha difesa con il coraggio e il valore degli immigrati da ogni parte del mondo e dei “sabra”, nati in Terrasanta, fino a divenire una temibile potenza atomica. L’inerme Davide di sei milioni di abitanti, poco più di Roma con il suo hinterland, ha sconfitto il Golia di cento milioni di arabi bellicosi.

I partecipanti alla Giornata europea della cultura ebraica

Israele, la terra promessa divenuta nazione, non partecipa alla Giornata, e questo ci ha sorpreso. Perché in quella terra si esprime una sintesi culturale tra tante etnie diverse che hanno il denominatore comune dell’ebraismo, e quindi può evidenziarne gli aspetti peculiari che superano le nazionalità di provenienza.

Lo abbiamo chiesto a Renzo Gattegna, Presidente delle Comunità Ebraiche Italiane e ad Alain Elkan, che con il sottosegretario Giro hanno presentato la manifestazione al Ministero per i Beni e le Attività culturali che ha dato il suo patrocinio per l’importanza intrinseca della cultura e della storia ebraica, nel quadro della politica che fa leva sulla “circolazione” delle attività culturali e sul valore delle diversità.

Hanno risposto che Israele non fa parte dell’Europa, perciò non partecipa alla giornata organizzata dalle comunità ebraiche più consistenti nei vari Stati e città europee. Del resto lo stato ebraico ha altre occasioni per festeggiare e riaffermare la propria identità, lo ha fatto lo scorso anno in occasione del sessantennale della sua fondazione decretata dalle Nazioni Unite e consacrata poi dall’eroismo con cui respinse il primo tentativo dei vicini di schiacciarli. E Renzo Gattegna, nel ricordare l’emozione di quei festeggiamenti, presentando la Giornata non ha mancato di rivolgersi ai fratelli israeliani: “L’augurio migliore che possiamo formulare a questo paese che concentra in sé tanta storia, tanti significati, tante speranze, è che la pace conquisti i cuori di tutte le genti”.

Quindi Israele non partecipa direttamente, anche se è vicina con il cuore ed è nel cuore degli ebrei di tutto il mondo. Ci sono 28 Paesi europei, praticamente tutti quelli dell’Europa occidentale; in quella orientale la Croazia e la Slovenia, la Bosnia e la Serbia, ,la Repubblica Ceca e la Lituania, la Polonia e l’Ungheria, la Romania e l’Ucraina; c’è anche la Turchia. Per l’Italia, le 58 località sono presenti in tutte le grandi circoscrizioni geografiche, ma la distribuzione non nasce da una scelta, bensì dall’iniziativa delle comunità ebraiche esistenti nelle diverse città.

Nel Nord, sono il Piemonte, la Lombardia e anche l’Emilia le regioni maggiormente interessate con 34 località su 40; nel centro ve ne sono 11 e nel Sud 6 località. A Roma e a Milano vi sono le comunità più grandi, mentre sono di media grandezza quelle di Trieste e Venezia, Torino, Firenze e Livorno; piccole le altre anche di grandi città come Bologna e Napoli, Genova e Verona.

Con la particolarità che la città di Trani sarà capofila della Giornata, e per sottolinearlo ha partecipato alla presentazione con un intenso intervento il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola che ha citato il gemellaggio con una città israeliana, sicché anche la nazione che ha riunito gli ebrei è stata evocata in una manifestazione che evidenzia la Diaspora rendendo palese l’estrema dispersione.

Le iniziative della manifestazione e le feste ebraiche

Sinagoghe, luoghi di culto e di incontro saranno tutti aperti al pubblico. Le comunità ebraiche hanno organizzato una serie di iniziative, spettacoli e concerti, mostre e incontri, conferenze e saghe popolari. Sarà così celebrato il tema della giornata, “Feste ebraiche e tradizioni”.

A Bologna la conferenza del mattino su “Le feste ebraiche: un percorso di storia e tradizioni familiari”, sarà un primo assaggio, poi nel pomeriggio con un documentario sullo stesso tema si entra nel clima, seguirà una conferenza sul matrimonio ebraico. Una rappresentazione artistica della storia della Comunità ebraica sarà il pezzo forte di Asti, mentre a Genova si approfondirà il ruolo della poesia ebraica nelle sue diverse ispirazioni, religiose e profane ma sempre popolari, con un’analisi speciale del rapporto tra natura e spiritualità ebraica.

Un programma molto intenso a Milano, si apre con “Le feste ebraiche: un viaggio nel tempo”, seguito da “I canti delle feste” e “Nuovi modi di vivere le festività”. A Modena non si parlerà espressamente di feste ma di “Riti e tradizioni ebraiche” che è un altro modo di vederle.”Illustrazione delle principali festività” con riferimento alla Pasqua e alle tradizioni è la testimonianza di Pitigliano, e anche a Reggio Emilia si tratterà della cena pasquale. A Roma, oltre a varie mostre, la stessa tematica, con “Riti e feste nella tradizione musicale ebraica”, a Torino un “Concerto di canti delle feste e delle tradizioni ebraiche”.

A questo punto vogliamo dare qualche cenno delle festività ebraiche di cui si parlerà molto nel corso della Giornata europea nelle varie località ora indicate.
Feste religiose per eccellenza segnate dall’astensione da ogni attività sono il “sabato ebraico”, la cui radice etimologica è proprio “cessare”, e il “Kippur”. giorno del digiuno.

Quando il sabato (“Shabbat”) significò per gli ebrei cessazione settimanale dal lavoro, fu un fatto rivoluzionario; in questo giorno la famiglia si riunisce intorno alla “tavola sabbatica” preparata perché lo spirito del sabato si rifletta positivamente sull’intera settimana. Nel Kippur, il giorno dell’espiazione, ci si astiene dal mangiare e dal bere oltre che da qualsiasi lavoro o divertimento e ci si dedica solo al raccoglimento, alla preghiera e alla penitenza, insieme al digiuno; è una festa sentita anche dai non osservanti, ma non impedì agli israeliani di combattere quando furono attaccati dagli arabi che volevano approfittarne, in quella che fu chiamata “guerra del Kippur”.

E’ religiosa anche la festa del Capodanno (“Rosh Ha Shana”) molto diversa dalla nostra festività civile. Un “giorno di riflessione e di introspezione, di autoesame e di rinnovamento spirituale”, perché è il “giorno del giudizio” del Signore, segnato dal suono di un corno per suscitare la rinascita spirituale e portare al pentimento. Pure la Pasqua ebraica, che festeggia la liberazione dalla schiavitù d’Egitto cui seguì la legge divina, impone degli obblighi: precisamente il divieto di cibarsi di alimenti lievitati, nel ricordo del pane che fu lasciato senza che lievitasse per la fretta di fuggire, e di tenerne anche piccoli residui che vengono eliminati con la radicale pulizia della casa. Nella nostra tradizione c’erano le pulizie pasquali, non sappiamo se mutuate dalla Pasqua ebraica oppure richieste dal cambio di stagione.

Ispirata anche alla fuga d’Egitto è la festa delle Capanne (“Sukkoth”), costruzioni provvisorie il cui tetto è fatto di fogliame e adornato con frutta e fiori, la “sukka” ricorda i ripari di fortuna degli ebrei nei quarant’anni trascorsi nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù; è una festa gioiosa, a differenza delle quattro finora evocate. Se non gioiosa è gradevole l’atmosfera della festa delle settimane (“Shavuot”), chiamata anche “Tempo del dono della nostra Torà”, che è “per gli ebrei il dono più grande fatto da Dio all’uomo, il legame con il Libro che ha valore di sacralità”; perciò le leggi della Torà sono “l’elemento di coesione del popolo ebraico” e in questo giorno vanno nelle sinagoghe addobbate portando fiori che diffondono il loro profumo.

Le due principali feste restanti sono laiche, non si riferiscono alla Bibbia. La festa delle luci (“Chanukka”) fu stabilita dai Maestri del Talmud per ricordare il prodigio avvenuto nel santuario dove i lumi invece che un giorno solo restarono accesi per otto giorni, dando tempo ai sacerdoti di preparare nuovo olio per alimentarli; al fine di ricordarlo, nel solstizio d’inverno si accendono lumi per otto giorni. L’ultima tra le principali feste, anch’essa laica, è la festa delle sorti (“Purim”), ricorda il rovesciamento delle posizioni e lo scampato pericolo per il popolo ebraico 2500 anni fa, raccontato nel Libro di Ester, “che fa parte del canone biblico e che in questa occasione si legge pubblicamente”; è la festa dei bambini che si mascherano e si divertono insieme agli adulti.

Trani capofila della Giornata europea, in Puglia il festival della Cultura Ebraica

La partecipazione di Vendola, sopra ricordata, ha dato il tono all’incontro, e non solo per le sue capacità di affabulatore. Ma perché ha sottolineato il significato della scelta, e l’impegno a svolgere il ruolo di capofila con la massima convinzione. E qui l’evento nell’evento, il primo Festival della cultura ebraica definito “Negba – Verso il Mezzogiorno”, l’italiano è la traduzione di “Negba”, un sud che richiama il deserto del Negev, ma ha significati che vanno ben oltre il riferimento geografico. Sarà ospitato a Trani e in altre città della Puglia, e si svolgerà dal 6 settembre, in coincidenza con la Giornata ebraica, fino al 10.

Inizierà domenica 6 a Trani al Castello Svevo con Gioele Dix, per proseguire lunedì 7 ad Andria in un incontro sulla bioetica ebraica incentrato sul tema della vita con il rabbino Di Segni e a Bari in un concerto del maestro Lotoro, a Lecce in uno spettacolo teatrale con Ottavia Piccolo e ad Otranto in una serata al Castello Aragonese su “Storie e geografie”, quindi a Trani di nuovo al Castello Svevo sulla presenza ebraica nella cultura italiana con VittorioSgarbi e l’assessore Ortona dell’Unione comunità ebraiche italiane.

Martedì 8 settembre, giornata fatidica della storia nazionale per altri versi, con tre temi impegnativi: a Lecce “Prossimità e precarietà”, ad Oria “La modernità di un precursore”, con la presenza di due rabbini, Della Rocca nel primo, Caro nel secondo e una esibizione di letture e filmati, quindi a Trani nel Castello Svevo “L’ebraismo alla sfida demografica” con il rabbino Bahbout e il presidente dell’Unione giovani ebrei italiani Nahum. Mercoledì 9 a Lecce “Satira, umorismo e antisemitismo” e “Lettera di Shylock”, ad Otranto al Castello Aragonese “Relazioni e intrecci tra le tre grandi culture del Mediterraneo” con illustri esponenti di culture religiose. A San Nicandro Garganico un dialogo alla Torre Mileto sulla storia degli ebrei locali e il “Concerto al tramonto” del Nigunim Trio Italyà fino all’anteprima assoluta del film documentario “Il viaggio di Eti”.

Il 10 settembre, giorno di chiusura del Festival, inizia ad Otranto alle 5,20 del mattino con il “Concerto all’alba” dal torrione del Castello, prosegue con due incontri nel tardo pomeriggio, a Bari su “Le forme della memoria” e a Trani su “Alfabeto ebraico, numeri e cabala” al Castello Svevo dove si conclude nella tarda serata con lo spettacolo teatrale “I silenzi di Joe”, botto finale di una manifestazione veramente pirotecnica nei temi e nei siti.

Abbiamo voluto riportare puntigliosamente il programma per dare atto di un impegno corale e intenso che va preso a mo’di esempio su come procedere ad una apertura culturale che coinvolge un vasto territorio mobilitando risorse ed energie in un itinerario di condivisione e comunicazione. E’ questo lo spirito del progetto a vasto raggio. Ora possiamo apprezzare compiutamente la scelta di fare Trani città capofila della Giornata europea in Italia, e con essa la Puglia, che ha subito ripagato l’onore ricevuto con un Festival che abbiamo visto essere di notevole interesse e spessore culturale.

La motivazione è stata una sorta di riparazione per l’espulsione della comunità ebraica di Trani dal Regno di Napoli nel 1541, sebbene gli ebrei che la componevano avessero contribuito notevolmente, sin dal Medioevo, allo sviluppo della città divenuta la culla dell’ebraismo europeo dal nono al sedicesimo secolo.

Il loro impulso si protrasse per tutto il ‘500 con fiorenti attività commerciali e finanziarie. Dopo oltre 400 anni la comunità locale ha ripristinato, presso la Sinagoga; culto, usi e costumi degli antenati: “La rinascita ebraica di Trani rappresenta una grande realtà del bacino del Mediterraneo, ed è un solido punto di riferimento per gli Ebrei di tutta la Regione”.

Giudizi conclusivi

Il passaggio degli araldi in costume prerinascimentale nelle vie centrali e l’annuncio dell’avvio della manifestazione da parte di gonfalonieri e strumentisti, con rabbini e figure dell’epoca impersonati da attori, daranno un tocco spettacolare a un’iniziativa che ha tante nobili finalità.

Ecco quelle del progetto “Negva”: “Questa parola così carica di significato – si legge nella Presentazione – è la chiave di un progetto e di un impegno per la riscoperta e la valorizzazione, con le istituzioni e i territori, dell’ebraismo perduto nel Sud”. Un impegno “che la regione sta portando avanti come area di riferimento per gli scambi e le relazioni nel bacino del Mediterraneo”.

Sentiamo ora Nichi Vendola, appassionato sostenitore del progetto: “E’ in atto un impegno fortissimo da parte della Regione Puglia nello sperimentare una politica culturale che nasca dal Mediterraneo, da questo immenso spazio di un mare che torna al centro di relazioni feconde con i nostri dirimpettai, e che proietta la Puglia fin dentro le case di altri popoli, in un processo di crescita reciproca”.

Renzo Gattegna a sua volta scrive: “L’edizione del 2009 ci sta facendo provare l’emozione e l’ebbrezza di una coraggiosa avventura… E’ la prima volta che l’ebraismo italiano propone un’iniziativa così importante in una regione dove la presenza dei correligionari è limitata e sparsa nel territorio. Ma la Puglia è ricca di storia e di tracce della presenza ebraica. E proprio in Puglia assistiamo oggi ad un interessante risveglio di vita ebraica e di interesse verso l’ebraismo e la cultura ebraica”.

Vorremmo concludere con il Ministro per i beni e le Attività culturali Sandro Bondi, che ha dato il patrocinio e parla di “senso autentico e profondo di un’iniziativa nata per contrastare i pregiudizi antisemiti, favorire lo scambio culturale e far comprendere l’importanza delle radici ebraiche nella formazione della civiltà europea”.

E’ passato un decennio dalla prima Giornata europea della cultura ebraica: “A dieci anni di distanza si può dire che questa manifestazione non ha esaurito il suo scopo, ma trova anzi slancio vitale sia nelle adesioni sempre più numerose e convinte di istituzioni e cittadini sia nella necessità di rinnovare il senso di una comune appartenenza alla civiltà europea di tutti coloro che vivono nel nostro continente, al di là di ogni matrice etnica o religiosa”.

Biblioteche, il Congresso mondiale dell’Ifla, a Milano

Le biblioteche di tutto il mondo riunite a Milano

di Romano Maria Levante

cultura.inabruzzo.it, 18 agosto 2009

Il Congresso Ifla dal 23 al 27 agosto 2009

Siamo andati con curiosità e interesse alla presentazione, svoltasi il 3 luglio 2009 al salone del Consiglio nazionale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali al Collegio romano, della 75^ edizione del “Congresso mondiale dell’Ifla sulle Biblioteche e l’Informazione”. Curiosità perché quello delle biblioteche sembrerebbe un mondo chiuso in se stesso, nei propri spazi e problemi, anche se è il luogo aperto per definizione; interesse perché i suoi problemi che coinvolgono direttamente o indirettamente ogni operatore culturale, in certi casi sono difficili da condividere, mentre qui la condivisione avviene ai massimi livelli, in un grande meeting su scala mondiale.

Il congresso dell’ultima settimana di agosto è organizzato come sempre dall’Ifla, la Federazione internazionale costituita da più di 1700 associazioni professionali nazionali, istituzioni bibliotecarie e singoli professionisti per un numero di soggetti rappresentati pari a 500.000 in 150 paesi; negli ultimi cinque anni hanno partecipato in media 3500 bibliotecari da tutte le parti del mondo.

La Federazione internazionale delle biblioteche

La sua missione è di promuovere standard per la creazione e la fornitura di servizi bibliotecari e nel contempo diffondere la consapevolezza della loro importanza. Il valore alla base è il libero accesso all’informazione, alle idee e alle opere d’ingegno come strumenti essenziali per il benessere in tutte le sue accezioni, fisico e mentale dei singoli, democratico ed economico per la comunità. Al fine di garantire questo accesso è necessario creare e fornire mezzi bibliotecari di alta qualità.

In quanto portatrice di un valore primario e impegnata nel raggiungimento degli obiettivi ad esso legati, la Federazione è aperta alla partecipazione più ampia senza esclusioni né discriminazioni di qualsiasi natura. Tutto questo si manifesta in una serie di attività che ne qualificano la funzione. Un apposito Comitato promuove la libertà di espressione e il libero accesso all’informazione nell’attività delle biblioteche, con verifiche costanti nei diversi paesi in contatto con altre agenzie e provvedendo agli interventi correttivi nel caso emergano violazioni.

Ma perché non siano lesi i diritti dei legittimi portatori di interessi c’è un Comitato impegnato nella materia del diritto d’autore, il cuore dei servizi bibliotecari da garantire nell’era dell’elettronica.

L’Ifla ha una struttura molto articolata, fatta di otto Divisioni e di una cinquantina di Sezioni per le molteplici tipologie in campo librario e bibliotecario. Inoltre ha appositi uffici in molti paesi. In Svezia, presso l’Università di Uppsala, per promuovere la professione di bibliotecario nei paesi in fase di sviluppo prestando formazione, promuovendo le associazioni bibliotecarie e favorendo l’introduzione delle nuove tecnologie. A Francoforte un ufficio per il cosiddetto “controllo bibliografico”, volto ad assicurare il coordinamento e la comunicazione delle relative attività, in particolare riguardo ai formati e ai protocolli standard. A Parigi, presso la Biblioteque nazionale de France, il più importante degli uffici presenti anche in altri paesi, per le tematiche della conservazione e della cooperazione mondiale nella cura e nel trattamento del materiale librario. A Lisbona c’è l’ufficio impegnato a facilitare lo scambio a livello mondiale dei “record” bibliografici.

Troviamo anche un Gruppo permanente con l’Associazione internazionale degli editori che si riunisce due volte l’anno; un Comitato che si occupa della protezione dei beni culturali minacciati nel mondo da guerre e disastri naturali, con un’attenzione particolare per biblioteche, archivi e musei, in collaborazione con altre istituzioni; e “summit” mondiali per promuovere l’informazione.

L’”Ifla Journal” e le apposite pubblicazioni su temi specifici diffondono i risultati delle attività svolte e forniscono ampia informazione sulle iniziative intraprese.

Contenuti del Congresso e iniziative collaterali

Descritta la Federazione organizzatrice è come aver evocato i contenuti del Congresso. Attengono alle tematiche seguite e alle attività svolte, è un World Summit al completo e universale. Le singole tematiche non sono indicate specificamente nel programma del Congresso, evidentemente per lasciare le singole sessioni libere di orientarsi in quelli che sono ritenuti i “topics”, temi salienti.

Il programma è molto schematico: dopo la giornata di apertura, con la cerimonia, le “sessioni” e l’importante esposizione di prodotti e servizi, prevede tre giornate che iniziano con la “sessione plenaria” dalle ore 8,30 alle 9,30 e proseguono con le normali “sessioni” fino alle ore 18, l’intervallo è solo di un’ora. Sessioni anche nella quarta giornata, fino alla cerimonia di chiusura.

Durante il Congresso si riunirà la Conferenza dei direttori delle Biblioteche nazionali, nella quale sono rappresentati un centinaio di Paesi. Sono istituzioni con la finalità di “raccogliere quanto si pubblica in una Nazione, di darne notizia attraverso la Bibliografia nazionale e di conservarlo per le generazioni future. Le Biblioteche rappresentano quindi la memoria del Paese e sono il luogo dove vengono raccolte le testimonianze dell’identità nazionale”. E qui il tono si innalza ancora, la finalità diventa universale: “L’insieme delle Biblioteche nazionali, nella sua varietà di lingue e di culture, realizza quello che è stato il sogno degli studiosi di tutti i tempi: il controllo bibliografico universale, la testimonianza cioè della produzione intellettuale di tutto il mondo”.

A questo riguardo c’è un problema tuttora irrisolto di rilevanza crescente, “la raccolta e la conservazione delle memorie digitali: il nostro modo di comunicare, di studiare, di informare ha ottenuto un aiuto potente dalla tecnologia ma, a causa dell’evolversi continuo e rapidissimo della stessa, purtroppo quanto l’intelligenza umana ha prodotto in questi ultimi anni rischia di venire rapidamente disperso”. E’ compito delle Biblioteche nazionali impedire che ciò avvenga, e già si sono poste il problema di “raccogliere i documenti culturali privi di supporto”.

Ma la difficoltà non è tanto nella raccolta, dato che ci sono anche tecniche automatiche, quanto nella selezione, poiché i “bit” che circolano sul Web in Internet sono miliardi e vi si trova di tutto. Con il progetto “Magazzini Digitali” l’Italia partecipa alle iniziative promosse in comune in questa prospettiva, e il Ministero dispone di una dotazione che permetterà di fare “un’estesa sperimentazione di raccolta di periodici, di siti, di tesi di dottorato in forma digitale e di dotarli dei dati necessari a sopravvivere nel tempo”.

Oltre a questo aspetto particolare, le Biblioteche nazionali si confronteranno sulle soluzioni, possibilmente comuni, da dare ai problemi consueti che, con la crisi economica e la conseguente contrazione di risorse, assumono una rilevanza ancora maggiore: dalle regole di classificazione alle tecniche di conservazione, dall’edilizia alla formazione del personale, campo nei quali saranno dibattute “le strategie che consentono, a fronte di una grave riduzione di budget, di mantenere i servizi per un’utenza estesa nello spazio e nel tempo”. Il direttore generale Maurizio Fallace, da noi interpellato direttamente, ha detto che “i mezzi finanziari e la formazione del personale sono i maggiori problemi”; infatti, con disponibilità finanziarie e addetti adeguati ai nuovi compiti gli altri problemi possono essere affrontati e risolti come si è sempre fatto in passato.

Il Castello Sforzesco sarà la sede prestigiosa per questo meeting parallelo al Congresso che si terrà il 26 agosto, con le nostre due Biblioteche nazionali, di Roma e di Firenze; lo sdoppiamento in due istituzioni di tale funzione centrale è una particolarità tutta italiana dovuta alla “specificità dei fondi che testimoniano a Firenze la cultura civile ed a Roma la cultura religiosa”.

L’imponenza dell’evento è dimostrata anche dai “Satellite meetings” che sono previsti nei giorni che precedono e seguono le cinque giornate del Congresso.

Si svolgeranno anche in altri Stati, precisamente in Germania a Monaco e in Belgio e nei paesi Bassi a Mechelen e Maastricht, in Svezia a Stoccolma e in Grecia ad Atene. In Italia saranno impegnate soprattutto Firenze e Roma in quattro diversi meeting ciascuna; Padova e Torino, Bolzano e Bologna, Palermo e anche Milano in un meeting. Si terranno soprattutto nelle biblioteche e nelle sedi di istituzioni culturali nei giorni dal 17 al 21 agosto, tranne il meeting di Roma sulla “conservazione e preservazione del materiale librario in un contesto orientato all’eredità culturale”; questo importante incontro, che sarà introdotto dal direttore generale Maurizio Fallace e dal prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, monsignor Cesare Pasini, è previsto tra il 31 agosto e il 2 settembre presso l’Istituto centrale per il restauro e la preservazione del patrimonio archivistico e librario con la presentazione delle attività di conservazione svolte dall’Istituto e di quelle nella Biblioteca Vaticana e nella Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana; il secondo giorno sarà dedicato alle tematiche inerenti la digitalizzazione di materiale librario e alla presentazione e dimostrazione di apparecchiature che utilizzano tecnologie innovative.

I temi che saranno discussi negli altri “Satellite meetings” spaziano da quelli tecnici, come i trend nella tecnologia e la lettura nell’era digitale, la conservazione del materiale librario e l’archiviazione delle riviste digitali; a quelli di politica culturale, come l’informazione digitale per la democrazia e la libertà di espressione e religione, fino alla creazione di posti e spazi per nuovi servizi e la promozione dell’educazione nei paesi in via di sviluppo.

L’importanza del Congresso

L’importanza del Congresso per il nostro paese è stata sottolineata, su prospettive diverse, dal sottosegretario Giro e dai due Direttori generali del Ministero per i beni e le Attività culturali, che hanno presentato l’evento, Mario Resca per la Valorizzazione dei beni culturali e Maurizio Fallace, per le Biblioteche, gli istituti culturali e il diritto d’autore.
Perché di evento si tratta portare in Italia l’assise mondiale delle biblioteche e dell’informazione quarantacinque anni dopo l’edizione tenutasi a Roma e dopo ottant’anni dal primo Congresso mondiale di Bibliografia che si svolse a Roma, Firenze e Venezia nel giugno 1929.

Oltre ai lavori veri e propri, che si muoveranno su due piani, la discussione dei temi e l’esibizione di tecniche e strumenti tecnologicamente avanzati, ci saranno le visite alle Biblioteche che avranno un elevato valore culturale e promozionale. La Biblioteca Nazionale Braidese di Milano, che con un milione e mezzo di volumi, quasi 25.000 cinquecentine e 2.500 incunaboli vanta di essere il maggiore istituto bibliotecario dell’Italia settentrionale, sarà presente nello stand del Ministero e presenterà il 27 agosto, durante la “reception” del Congresso, la mostra di Brera “Copy in Italia: autori italiani nel mondo 1945-2009” che sarà aperta dal 21 settembre al 21 ottobre 2009.

Non è stato automatico avere il Congresso in Italia. Soprattutto il direttore generale Fallace ha sottolineato l’impegno finanziario e la fattiva partecipazione alle fasi organizzative. “Tutto ciò per cogliere l’opportunità di promuovere in questo appuntamento internazionale lo straordinario patrimonio bibliografico del nostro paese, reso fruibile a pubblici diversi e sempre più ampi, anche grazie a iniziative editoriali, convegnistiche ed espositive e, soprattutto, grazie a progetti di digitalizzazione dei preziosi fondi delle nostre biblioteche”.

E’ stato curato dalla sua Direzione generale un volume, in italiano e inglese, sulle Biblioteche italiane e un CD sulla nostra storia musicale, soprattutto napoletana; nello stand del Ministero saranno esposti cataloghi e pubblicazioni e si svolgeranno seminari e “workshop”.

Vogliamo concludere con quanto ha detto su un piano più generale: “Il Congresso, oltre ad essere un importante riconoscimento per il nostro Paese, rappresenta una grande opportunità dal punto di vista della promozione culturale, artistica e della ricerca, ma anche del richiamo turistico”.

Aspetto quest’ultimo toccato dal sindaco di Milano Letizia Moratti nel suo messaggio ai congressisti nel quale, ricordando il senso di ospitalità e l’efficienza della città, italiana e internazionale, che unisce il carattere europeo all’aroma mediterraneo, sottolinea con soddisfazione che il Duomo di Milano è divenuto il “logo” del Congresso.

Ma torniamo al direttore generale Fallace che, al di là dei tanti aspetti coinvolti, ne dà il profilo più autentico: “Il titolo del Convegno, ‘Libraries create future: building on cultural heritage’, sottolinea che nessuna prospettiva di crescita può rinunciare a fondarsi sulle radici di un’identità che le biblioteche, diventate ormai centri attivi di formazione e incontro culturale, contribuiscono a valorizzare e trasmettere soprattutto alle giovani generazioni”.

Contemplazioni, la bellezza e il Nuovo nella pittura italiana contemporanea

di Romano Maria Levante  

Vittoriale sul Garda e Castel Sismondo a Rimini per contemplare la bellezza, con Giordano Bruno Guerri e il critico d’arte Alberto Agazzani nelle vesti di messaggeri.

Una redazione che si sdoppia, mentre una parte di essa pubblica  la notizia di una manifestazione, c’è chi va alla conferenza stampa di presentazione per farne un approfondimento. E’ il massimo di impegno che può mettere in campo un periodico culturale, e questo ha fatto la nostra rivista per “Contemplazioni. Bellezza e tradizione del Nuovo nella pittura italiana contemporanea”, la mostra di cui sono stati informati i lettori, che viene inaugurata a Castel Sismondo e al Palazzo del Podestà di Rimini oggi 5 agosto, e resterà aperta fino al 6 settembre 2009.

E poiché la fortuna aiuta gli audaci, siamo stati premiati da una bella sorpresa. Eravamo pochi ma buoni gli intervenuti alla presentazione quanto mai curata ed istruttiva nella calda mattinata del 30 luglio al Ministero per i Beni e le Attività culturali. Una partecipante ha detto di essere incaricata dalle istituzioni cinesi dei contatti in campo culturale e, riferendosi al protocollo di collaborazione firmato al G8 da Berlusconi con i governanti, si è offerta di portare la mostra a Pechino. Una possibilità inattesa, tutta da verificare, e il Ministero lo farà senz’altro, “circolazione” delle attività culturali e promozione dei confronti tra le “diversità” sono tra i punti innovativi della sua strategia.

Il messaggio di Giordano Bruno Guerri che viene dal Vittoriale

La bella sorpresa è stata trovarvi Giordano Bruno Guerri, da poco più di nove mesi Presidente della Fondazione “Il Vittoriale degli italiani” di Gardone Riviera, non dietro al tavolo dei relatori come per lui consueto, ma dalla parte dei giornalisti; lui che è “anche” grande giornalista, venuto dal Vittoriale per conoscere da vicino questa “contemplazione della bellezza” e trarne spunti preziosi. Anche perché al Vittoriale la bellezza è di casa, come meta ricercata e spesso raggiunta.

Ne abbiamo subito approfittato, facendo leva su una conoscenza personale diretta – ci siamo scambiati i nostri libri su D’Annunzio a dieci anni di distanza – oltre che sulla stima sconfinata di chi scrive per un personaggio inimitabile, colto e disinibito scrittore e affascinante affabulatore.

Lui non si è fatto pregare, ci ha dato notizie sulle attività in corso e anticipazioni su future iniziative. Il primo pensiero all’Abruzzo: “Mi sono premurato di stringere maggiormente i legami con l’Abruzzo, che non erano buoni. I rapporti con il Centro studi dannunziani di Tiboni e con la Casa natale sono rifioriti, ora ci sono scambi continui”. Ed è un bene, commentiamo, non si può concepire uno iato tra i due poli dannunziani, la terra natale che tanto lo ha ispirato e l’approdo al Vittoriale che tanto ha amato; come sarebbe inconcepibile – parlando con l’autore di “Povera santa…” non lasciamo stare i santi – uno iato tra Pietrelcina e San Giovanni Rotondo nella saga di Padre Pio, che D’Annunzio chiamava “quell’umile fraticello di Pietrelcina” e definiva “stigmatizzato” per le stimmate sanguinanti che lo avevano molto impressionato fino a pensare “più volte ad un incontro col mirabile uomo”.

Poi una buona notizia per chi ama la “gabbia d’oro” del Poeta, lo splendido “buen retiro” sul Garda: “Il trend dei visitatori si è invertito, il calo si è arrestato e nel primo semestre c’è stato un aumento. Stanno andando in porto delle importanti iniziative intraprese dalla nuova Presidenza.”. Chiediamo di parlarcene: “Ne cito solo due, l’illuminazione notturna del Vittoriale, necessaria per la vista dal lago dell’insieme e per le visite serali; inoltre l’apertura di un nuovo museo, “D’Annunzio segreto”, dove saranno esposti oggetti e cimeli oggi non visibili ma di notevole interesse, di varia natura, si va dagli abiti all’argenteria, dagli articoli per il pranzo a quelli per la scrittura”.

E gli altri progetti? “Il 14 settembre ci sarà il primo dei tre convegni per i novant’anni dall’impresa fiumana”. Un incontro di approfondimento storico e non solo: “In quell’occasione faremo una cerimonia per l’acquisizione di due importanti ‘Fondi’ di documenti che vengono dall’archivio Baccara, e saranno da allora interamente al Vittoriale”. Non è stato automatico acquisire questi documenti preziosi: “Abbiamo bloccato altrettante aste esercitando il diritto di prelazione”. Come aveva iniziato, Giordano Bruno Guerri termina con un pensiero per l’Abruzzo: “Agli abruzzesi dico di venire a Gardone Riviera, al Vittoriale, vi troveranno anche un pezzo della loro terra”.

La bellezza perenne che vive al Vittoriale

Oltre a “un pezzo della loro terra”, che li emozionerà, vi troveranno ad estasiarli la bellezza evocata da Francesco Meriano, dopo un incontro con D’Annunzio al Vittoriale che – ricorda il figlio Carlo Ernesto – “lo emoziona profondamente, colorandosi nel suo racconto di suggestioni mitologiche e profetiche”. Ma ecco il Console generale d’Italia a Odessa: “Se il Vittoriale fosse una casa, si potrebbe osservare che le stanze sono gremite da una congerie di cose troppo belle, che v’è ridondanza di forme decorative; e si potrebbe ripetere uno di quei melensi luoghi comuni che vegetano, fungaia maligna, attorno alle vive creature dannunziane: esservi, nella casa come nell’arte, esagerazione d’ornamenti, di preziosità, di superfluo.

Entrati nell’atmosfera dell’ineffabile, cioè appena varcata la soglia del Vittoriale, guidati dall’una all’altra stanza dalla voce calda e colorita del Comandante, dalla melodia delle sue immagini che senza sforzo passavano attraverso tutti gli strati psicologici, dall’ironia al sacrificio, dimenticammo la pioggia e il sereno, il lago e la selva; vivemmo in un sogno tanto più vero della trita realtà d’ogni giorno. Lampade nascoste modulavano le varie luci sulla dovizia dei marmi e dei metalli; soffici tappeti attutivano il passo; vetri istoriati ci isolavano dal bagliore spettrale del crepuscolo. Troppe cose per una casa, non per il luogo dove un artista adora e crea la bellezza, dove un guerriero medita e svolge il suo mito meraviglioso”.

E per finire: “L’ambiente ch’egli crea risponde a una esigenza e a una tecnica che rivelano , se è possibile, un’agilità più giovanile, un’ispirazione lirica più pura. Ogni oggetto vi ha il ‘suo’ luogo; idoli, colonnine d’onice e d’alabastro, calchi di opere classiche, dall’Atena lemnia al Prigione del Buonarroto, arazzi, cuscini, libri, armi, cimeli, tutto obbedisce ad una invenzione nuovissima, la materia si anima in un complicato istantaneo gioco di simboli e, come di solida, può divenir fluida, assume impreviste significazioni, e i confini del tempo e dello spazio sono aboliti, e sacro e profano sono aggettivi, oh finalmente! vuoti di senso. La sola verità che resiste a questa metamorfosi incessante è la verità dell’anima umana, la bellezza della vita eroica”.

E Giuseppe Bigaglia, riferendosi agli affreschi della Stanza del Lebbroso, la più intima e carica di simboli del Vittoriale, scriveva: “In quelle visioni in cui è alta espressione di poesia resa con dolcezza di linee, in cui è maggiore la festosità dei colori in un’armonia indovinata di figure distribuite in un ambiente pieno d’aria tranquilla, serena, allietata da un canto mistico che solleva l’animo; in queste visioni il Cadorin è proprio il pittore di rappresentazioni sacre, di cui l’età nostra abbisogna: maestro efficace di fede, di amore, di bontà, di bellezza”.

La lezione sulla bellezza e sul nuovo di Alberto Agazzani, curatore della mostra di Rimini

Avrebbe potuto dire soltanto “maestro di bellezza”, sarebbero stati compresi ugualmente gli altri valori, da fede e amore alla bontà.. Questa in sintesi la vera propria lezione sulla bellezza che abbiamo avuto la ventura di ascoltare da Alberto Agazzani, il critico d’arte che ha costruito la mostra pezzo per pezzo su una forte spinta ideale. Possiamo rendere la sua lezione compiutamente, dato che l’ampia notizia sulla mostra data dalla Redazione il 31 luglio contiene già delle informazioni, quindi ci esime dal rendere conto dei particolari sull’iniziativa già trattati.

Ci soffermiamo su questo che è una sorta di “back stage” della mostra, il suo retroscena e insieme la sua motivazione profonda, con il pizzico di soddisfazione di aver dato la stura alla lezione con una nostra domanda che Agazzani ha gradito in modo particolare perché ha potuto tirare fuori tutto.

La “bellezza”, parola chiave della mostra – l’altra è “tradizione del nuovo” – “non è un concetto astratto o metafisico, bensì un sistema di valori nel quale c’è il bello ma anche il buono, c’è la scelta etica che esclude protagonismo, ricerca del successo come del denaro e del potere”. Di qui uno sfogo appassionato, senza freni: “Mi sono arrogato il diritto di fare scelte etiche nella selezione delle opere per la mostra, da tremendo moralista”.

E non è la prima volta: “da quindici anni organizzo mostre adottando per me i valori etici che ricerco negli altri, il disinteresse e la coerenza, il rigore morale e il rifiuto di compromessi”. E’ un atteggiamento etico non sanzionatorio ma valutativo, per vedere se “in questo tempo senza eroi si trovano ancora valori e speranze”. Il critico d’arte “è un accessorio, è al servizio dell’artista per collegarlo con la società”. Una volta che ciò è avvenuto il suo ruolo è esaurito, può tornare dietro le quinte, ma è giusto che ora sia sul proscenio..

La “bellezza” non è stato il tema assegnato, e abbiamo capito come, a parte la ricerca di artisti attivi in Italia, non ci sono altre analogie con la mostra “Mitografie” al museo Bilotti di Roma di cui abbiamo dato conto di recente, per la quale un critico e un artista hanno selezionato gli autori assegnando come tema “Il mito”, declinato in modi molto diversi dal riferimento alla mitologia classica, in una visione moderna spesso onirica e lontana da canoni di qualsivoglia natura.

“Cosa c’è di più scandaloso della bellezza?”, si è chiesto Agazzani, e ha citato quadri di nudi maschili che per alcuni possono dare scandalo. “La bellezza è scandalosa perché ci fa ritrovare i fili di una trama emotiva, appunto come insieme di valori, eticità ed onestà in testa; i pittori sono i talebani del bene che combattono anche per cambiare il mondo, un esercito cresciuto a dismisura”. E a riprova ha esclamato: “Il padiglione Italia alla Mostra di Venezia, curato da Beatrice Buscaroli e Davide Rondoni che coordinano la rassegna di Rimini, è il più visitato perché la bellezza attira”.

La pittura era un filo che si era perduto, “era un sapere che all’inizio degli anni ’80 andava svanendo, come sistema di tecniche e materiali”, si stava assistendo alla sua fine soppiantata da forme espressive dichiaratamente all’avanguardia. Il filo è stato riannodato dalla riscoperta delle vocazioni pittoriche contemporanee nascoste, che venivano oscurate dalla moda del momento e avevano scelto “la via della clandestinità” pur di sopravvivere. E qui Agazzani ha dato atto a Vittorio Sgarbi di essere stato antesignano della ricerca dell’artista ignoto e di avervi dedicato ormai da molti anni la propria grande notorietà e visibilità. Di qui inizia “”una lenta ma irreversibile riscoperta, accompagnata anche da fenomeni vistosi e da prese di posizioni radicali, come può essere stata la Transavanguardia”.

La ricerca della bellezza, nell’accezione prima indicata, e di una coerente tradizione del nuovo, è una reazione al “nichilismo imperante” nella società e al concetto che l’artista sia in grado di “dare all’esistenza una forma diversa da tutte le altre, quella della ‘vera vita’, una vita che costituisce a sua volta la garanzia più certa che tutte le opere che essa produce appartengano a pieno titolo alla dinastia e al dominio dell’arte”. E’ stato questo un piano inclinato per il quale “l’arte si è trasformata in un veicolo del cinismo” in base all’idea che “l’arte stessa debba stabilire con la realtà un rapporto che superi la sua semplice imitazione o la sua rappresentazione ideale, per diventare uno strumento in grado di metterla a nudo, di smascherarla, di raschiarne le incrostazioni, scavarne l’essenza per ridurla violentemente ai suoi elementi primari”.

Potrebbe sembrare positiva questa pittura che “nasce dal basso”, intesa “come luogo primario d’irruzione dell’elementare, come messa a nudo dell’esistenza”, anche perché “si genera da elementi che ‘stanno sotto’ a tutto ciò che fino al 1789 non aveva né diritto né possibilità d’espressione”, in un’arte allora pienamente “platonica ed aristocratica”. Tuttavia, secondo Agazzani, si è superato ogni limite da quando l’arte si è posta in una “posizione di incessante e costante rifiuto, negazione di ogni regola, sia essa stabilita, dedotta o indotta purché riconducibile ad una tradizione, ad un passato”; all’“incessante e spasmodica ossessione del passato” si è associato logicamente “un nuovo da ricercarsi e perseguirsi ad ogni costo, finendo così per rappresentare il cinismo della cultura che si rivolta contro se stessa”.

Ed ecco la conclusione senza mezzi termini:“Priva di qualunque valore e confine, l’arte moderna (e contemporanea) si è presto trasformata in un circo nel quale tutto è possibile, anzi nel quale ogni oscenità, provocazione, dissacrazione e profanazione è dovuta, obbligatoria in nome di una presunta verità trasformatasi in vorace verità”.

Constatare che non si tratta di una mera denuncia è stato consolante, il fuoco savonaroliano nel bruciare i disvalori cerca di accendere i nuovi valori e di animarli con azioni concrete da almeno quindici anni. Perché “l’arte può dare consolazione e speranza, comunicare valori e la bellezza nella sua accezione più ampia è il valore fondamentale”; un antidoto contro la “sovversione dei valori”.

In queste azioni, divenute una missione alla quale ha sacrificato tante altre opportunità, Agazzani si sente sostenuto dalla visione di Jean Clair, uno dei maggiori critici d’arte contemporanei che attribuisce, nella sua opera così intitolata, “la crisi dei musei e la globalizzazione della cultura” a un processo di decadimento più generale; e denuncia con durezza “i mali che hanno portato la nostra società, e l’arte che la rappresenta, al livello di ‘punto morto’ attuale, identificandone il male con l’imperante senso di nichilismo che ammorba anime e annienta valori”.

La bellezza e la tradizione del nuovo nella mostra della “Contemplazione”

Seguendo Jean Clair, “contemplare” significa etimologicamente, da “templum”, “spazio divino tagliato nell’aria”, come facevano gli àuguri che traevano messaggi divini dal volo degli uccelli, osservandone il passaggio nelle reti immaginarie formate dai quadrati disegnati con dei bastoni. Ugualmente si può “entrare in contatto col trascendente mediante l’atto del contemplare”, e a questo tende la mostra con l’impostazione prescelta sulla base dei valori che si sono illustrati riportando il pensiero del curatore e selezionatore delle opere: “L’artista ritagliando degli spicchi di cielo può veicolare dei valori”, bisogna restituirgli questo ruolo che la modernità ha cancellato.

L’intento, “ben lungi dall’avere la certezza della soluzione”, è ambizioso: “Evidenziare l’esistenza di un’arte italiana scevra da cinismo e nichilismo, strettamente legata ai valori tradizionali incarnati dalla bellezza ma, contemporaneamente, in grado di rinnovarne la forma e rinvigorire, ravvivandola, la forza espressiva”.

E’ un intento realistico perché esistono, e Agazzani li ha scovati, “artisti profondamente legati alla realtà e ai suoi accadimenti quotidiani, uomini e donne, anziani quanto giovanissimi, che contro ogni moda, contro ogni tendenza e costrizione hanno saputo tener fede alla loro espressività, al loro Io, imponendo stili e modalità espressive quanto mai originali ed autonome”.

Qui è stata fatta la constatazione, anch’essa consolante, che “l’Italia presenta una ricchezza di contemporaneità all’interno della pittura figurativa”, possiamo essere fieri che in questi venticinque anni si è formata “una generazione di pittori padroni della tecnica”, per cui nella selezione si è potuto esercitare il necessario rigore. Dei 480 artisti considerati ne sono stati selezionati 120 in base a due criteri, veri e propri “paletti”: l “espressività autentica”, o se si preferisce l’“autenticità dell’espressione”; la “dimensione etica”, cioè il rapporto dell’artista con la pittura, inteso come “manifestazione della propria anima, del proprio spirito”. Escludendo coloro che, al di là della resa esteriore, non hanno contenuti propri e ripetono altri artisti oppure hanno motivazioni non etiche.

Agazzani ha parlato con tono appassionato della sua ricerca certosina delle opere da selezionare recandosi di galleria in galleria, di pittore in pittore, “senza dimenticanze”- ha tenuto a precisare – ma anche senza cedimenti. Nessuno è stato “dimenticato”, ma molti sono stati “ignorati”, e volutamente, perché non rispondevano ai requisiti di eticità intesi nel senso anzidetto; altri si sono autoesclusi non essendo più disposti a partecipare a una mostra collettiva dopo l’abbuffata di mostre individuali a cui abbiamo assistito.

La mostra nel “Premio Rimini” e nelle politiche dei Beni culturali

Il critico curatore appare molto soddisfatto del risultato, sono presenti le diverse forme figurative che caratterizzano la pittura italiana; “tutti artisti intrinsecamente legati alla grande tradizione della storia dell’arte italiana ma al contempo capaci di una continua rilettura della stessa in chiave contemporanea”, appunto la “tradizione del nuovo” che diventa mostra, esposizione al pubblico.

Anche sotto il profilo generazionale c’è un campionario completo, da Lanfranco che è stato collaboratore di Salvator Dalì al giovanissimo Riccardo Negri e, per fare nomi di caposcuola, da Cremonini a Sughi, da Guarienti a Guccione fino al celebre Ventrone, “grandi maestri della pittura figurativa contemporanea”. Ci sono anche artisti di origine straniera ma legati per formazione e forma espressiva al filone dell’arte italiana, da Kapor a Pajevic, da Ponzalo a Beel.

La vera e propria orazione di Alberto Agazzani ci ha preso la mano, ma non possiamo non sottolineare l’impegno del Ministero dove si è svolta la presentazione, alla quale ha partecipato lo staff del Ministro ad alto livello, con il capo della Segreteria Hullweck e il consigliere Crespi,. Presenti attivamente i vertici dell’Associazione Culturale Città d’Arte, che ha realizzato la mostra, e della Fondazione Carim di Rimini che ha sostenuto questa e altre esposizioni al Castel Sismondo, dalle quali sono venuti consensi dalla critica e successo di pubblico, con mezzo milione di visitatori.

E’ importante tener conto di quanto già indicato nella nota redazionale pubblicata su questa rivista il 30 luglio, che abbiamo citato all’inizio, sul più vasto “Progetto Sismondi. Moti d’arte e poesia contemporanea”. E’ una rassegna biennale, coordinata da Beatrice Buscaroli e Davide Rondoni, in merito alla quale va precisato che il “dialogo tra Arte e Poesia interrogate sul tema della Bellezza” avrà in questa mostra una premessa fondamentale: l’incontro di nove poeti, tra i quali Sergio Zavoli e Giancarlo Pontiggia, con i centoventi artisti per designare ciascuno il proprio artista di riferimento nella “Selezione del premio Rimini”; dopo di che “artista e poeta condurranno insieme un originale percorso tra arte e poesia sino alla Mostra del premio Rimini”, previsto per il 2010. In carattere con i valori etici che ne sono alla base “il premio non incoronerà un vincitore e non sarà un premio in denaro. Consisterà nella partecipazione ad una esposizione collettiva d’arte e poesia, accompagnata da una prestigiosa edizione d’arte”.

Inutile dire che siamo già in fibrillazione per questo evento del 2010 che ci proponiamo di seguire da vicino, ci richiama gli stretti collegamenti con le altre arti nel “Libro della pittura” di Leonardo da Vinci, di cui abbiamo dato conto nel commentarne la mostra a Roma. Confidiamo che tale programma venga apprezzato da Giordano Bruno Guerri, nel segno del Cenacolo dannunziano di Francavilla con il connubio che si realizzava tra le diverse arti, la poesia e la narrativa di D’Annunzio e la pittura di Michetti, con la musica di Tosti e la scultura di Barbella, per non parlare delle acqueforti e del mandolino di De Cecco e degli scritti di Scarfoglio, che si unì al gruppo; un sodalizio di opere d’arte e di vita ispirate e intrecciate l’una all’altra, non solo idealmente ma spesso visivamente come nel quadro “La figlia di Iorio” di Michetti dov’è raffigurato De Cecco.

Nel,Cenacolo gli artisti erano uniti nella ricerca di un ideale di pura bellezza, che richiama la mostra e la rassegna riminese. Perché non trovare un posto d’onore, tra le nove coppie di poeti-pittori, alla coppia D’Annunzio-Michetti, che trova un’eco nelle strofe del Canto Novo ispirate al quadro “I morticelli”, per non parlare di “Il voto” e di altre assonanze? La proposta nasce dall’associazione di idee con il già citato “Mitografie”, una ricerca con intenti paralleli, dove ai selezionati sono stati affiancati idealmente, quasi da padrini, due grandi artisti, de Chirico e Novelli nella mostra recente.

Dal Ministero per i Beni culturali è venuto un forte sostegno che si inserisce in una linea di pensiero e d’azione ben precisa, incardinata sul concetto che l’arte deve essere libera, non è né di destra né di sinistra e va promossa al massimo grado, nell’ambito di una strategia di valorizzazione dei beni culturali il cui programma è stato presentato dal Direttore generale Resca nel quadro delle politiche illustrate dal Presidente del Consiglio il 29 luglio 2009, di cui abbiamo già dato conto.
Hullweck ha detto che “l’arte contemporanea può divenire uno strumento culturale di massa, deve uscire dalle nicchie e dai circuiti privilegiati ed essere portata al grande pubblico che così potrà crescere culturalmente al passo dei tempi”. Crespi ha aggiunto: “Non possiamo limitarci a custodire e trasmettere l’arte del passato, ma dobbiamo anche lasciare traccia del nostro passaggio, la caratteristica della nostra civiltà ai vertici della società occidentale è di vantare tradizioni millenarie che proseguono nell’arte contemporanea, a differenza di altre civiltà ormai estinte”.

E’ la prima volta che il Ministero sostiene l’arte contemporanea, una delle tante meritorie “prime volte” che abbiamo apprezzato e segnalato, nell’ambito della nuova attenzione data anche alle “attività culturali” la cui ”circolazione” diventa un importante veicolo di comunicazione e anche di progresso e sviluppo. Con la mostra viene sostenuto l’impegno dell’Associazione culturale Città d’Arte nel dimostrare che “l’arte pittorica non è morta e l’arte contemporanea è anche pittura”.

E allora torniamo alla mostra per una doverosa conclusione, Non si deve pensare, dopo quanto si è detto, che si tratta di un’operazione di mera politica culturale. Anche se si vuole riaffermare che la pittura è viva, anzi rappresenta “una delle forme espressive maggiormente capaci di interpretare la modernità rinnovando valori quali bellezza e verità”; e ci piace sottolineare che bellezza e verità sono pure nella descrizione che fa del Vittoriale Francesco Meriano, riportata all’inizio nel gemellaggio virtuale che abbiamo delineato tra due fari, uno permanente e l’altro temporaneo, di bellezza (e anche di verità). Pittura che, oltre ad essere viva, rappresenta “un patrimonio da scoprire e valorizzare, prima che di artisti e di opere d’arte, di valori artistici, morali, spirituali”.

La conclusione è che la mostra ha anche finalità spettacolari, legate alla fruizione dei visitatori che si attendono numerosi come nelle tradizioni della sede prescelta. Nell’allestimento espositivo si è pensato al grande pubblico e alla resa visiva. Non è né museale né didascalico, ma “teatrale”, ha assicurato Agazzani, le opere in mostra, veri “capolavori assoluti”, sono presentate in modo da valorizzarle al massimo sul piano dell’immagine per chi le guarda.

Le opere che abbiamo visto in anteprima sono suggestive, i nudi tranquilli o tormentati avvolti nella castità dell’arte, il blu intenso dove spunta il miraggio di una cupola bianca, o il verde abbagliante di un declivio infinito, il cromatismo traslucido del mattino e quello violento dell’asfalto, le teste pensanti, la notte e il giorno in due modulazioni cromatiche, il firmamento in tanti cromatismi, il bambino e la gallina, la libreria e il banchetto nuziale, infine i giocatori della partita a carte.

Attraverso queste e le tante altre opere esposte, il visitatore potrà rivivere, nel luminoso scenario dell’estate riminese, la magia della creazione artistica, “un viaggio nel buio per inventare mondi”.

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Monti della Laga, un arcipelago di antichi borghi, da Crognaleto a Senarica l’antica repubblica, tre mesi dopo il sisma

Pubblicato in cultura.inabruzzo.it. il 29 luglio 2009. Ripubblicato in www.arteculturaoggi,.it, stessa data

Romano Maria Levante

Un arcipelago di antichi borghi, il fascino di natura, arte e memoria, un’anima da preservare-
Chi viene dal Gran Sasso guarda i monti della Laga con una certa superiorità, è o non è Monte Corno la vetta più alta degli Appennini? Però sbaglia se ne sottovaluta i pregi ambientali e paesaggistici, come quelli storici e artistici. Intanto l’orografia, i profili e le rocce arrotondate della Laga mentre il Gran Sasso è dolomitico hanno un loro fascino; la cima più alta, il Monte Gorzano, misura 2.458 metri, quasi come Corno Piccolo anche se è distante dai 2.912 metri di Corno Grande. Poi le altre bellezze naturali, le cascate e i corsi d’acqua, i boschi rigogliosi, i prati e i luoghi ameni dove si esercita ancora la pastorizia, come Piano Roseto, a 1.200 metri, dove si svolge l’annuale Fiera da 150 anni. L’ippovia è un altro itinerario ideale per gli amanti della escursioni in montagna. Ma non è per ammirare la natura che siamo andati sulla Laga, a tre mesi e 23 giorni dal terremoto e ci siamo tornati di recente. Volevamo vederne i segni e conoscere fuori dalla stagione turistica gli insediamenti umani, i borghi disseminati sul costone della montagna che fanno capo al Comune teramano di Crognaleto, ispirato al nome dialettale del corniolo dei pini, anche se più che per il corniolo è rinomato per la “ventricina”, l’insaccato di carne triturata con spezie e peperoncino.

Crognaleto, la chiesa appoggiata alla roccia

Il Comune di Crognaleto

La sua storia ci ha sempre interessato, e ad essa dobbiamo risalire per spiegare un comprensorio di ben 17 frazioni, situate tra gli 800 e i 1.500 metri, che fanno capo a un capoluogo minuscolo tanto che la sede municipale è nella più grande Nerito. Che è un abitato del Comune di Crognaleto ma posto al di qua della Strada Maestra, con la chiesa dei SS. Pietro e Paolo del 1800 e i caratteristici usi tradizionali: il “Fuoco di Natale”, che resta acceso ininterrottamente dalla vigilia fino alla Befana, e l’“Erede”, rito del giovedì grasso, quando la comunità accoglie il primo figlio maschio.

Originariamente Crognaleto faceva parte del Comune di Roseto, tanto che la zona era compresa nella cosiddetta montagna di Roseto, e quando divenne autonomo incorporò come sue frazioni molti centri abitati che prima erano comuni autonomi; un miracolo di semplificazione che forse fu possibile per l’anomalia della sua minuscola dimensione, per cui più che di frazioni accorpate a un comune si è trattato di una vera e propria rete amministrativa senza graduatorie né dipendenze.
Ci sono due piccole chiese, S. Caterina del XVI secolo e la Madonna della Tibia, costruita come ex voto di un viandante di Amatrice caduto in un burrone riportando solo la frattura della tibia.

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Poggio Umbticchioo, il casale e il torrente

La Strada Maestra

Abbiamo percorso l’antica Strada Statale 80 del Gran Sasso d’Italia che dopo Montorio al Vomano – la “vetrina” e la porta del Parco nazionale – si inoltra nel distretto “Strada Maestra”. Ed è stato bello ritrovare il nome con il quale nei nostri ricordi del dopoguerra venivano definite le strade vere e proprie, anche se non ancora asfaltate, con il fondo stradale bianco molto compatto laddove le altre strade minori erano sassose e sconnesse. La nostra meta, lo abbiamo detto, non erano i prati tra i monti, i boschi e gli splendidi angoli naturali del territorio della Laga, il nostro tour riguardava le località abitate, i piccoli borghi che punteggiano la montagna e la rendono accogliente e amica.

La Strada Maestra questa volta è una via minore rispetto all’autostrada dal punto di vista logistico, ma ha una potenzialità ben maggiore dal punto di vista naturalistico. Perché consente di penetrare nell’ambiente, di immergersi in quella natura che ha dato all’Abruzzo la qualifica di “Regione verde d’Europa”; di diventare, per così dire, maestra di vita ponendo a contatto con qualcosa che vale. Perché l’ambiente non è solo quello naturale, ma anche quello delle preesistenze che sono la memoria e le radici, la storia e la cultura. In una simbiosi così stretta e armoniosa che fa dei paesi arroccati nel costoni montuosi un tutt’uno con il verde nel quale sono immersi. E’ come se il tempo avesse creato una singolare alchimia nella quale forme e colori, materiali e presenze si fossero amalgamati componendo un insieme organico e indissolubile nel quale c’è il soffio della vita.

Lo spirito dei luoghi non risiede soltanto nei loro pregi ambientali che li rendono diversi e unici, ma anche nell’anima profonda che è insita nella loro storia, nelle memorie che vi sono sedimentate e fanno sentire la presenza dell’essere umano, la sua umanità. Altrimenti sarebbero belli senz’anima.

Pensavamo a questo quando siamo giunti ad Aprati, la prima frazione del Comune attraversata dalla Strada Maestra che costeggia il fiume Vomano, una sorta di campo base fornito delle attrezzature ricettive e di ristoro nonché di rivendite di prodotti tipici, funzionanti anche fuori stagione quando intorno c’è il deserto. Ma non potevamo fermarci, c’era il bivio verso i borghi immersi nel verde e arroccati sulla montagna, le altre frazioni del Comune di Crognaleto meta del nostro viaggio.

Abbiamo lasciato la Strada Maestra, la via si inerpica ma è asfaltata e comoda, ci siamo goduti l’ascesa nel verde entrando in questa sorta di “comune diffuso”, di struttura amministrativa a rete che fa capo a un’entità virtuale senza consistenza reale se non nella storia e nella memoria.

L’associazione di idee con l’“albergo diffuso” che è la nuova formula per trasformare vecchie case in strutture ricettive dura poco, la vista dall’alto muta di curva in curva, di tornante in tornante. Riviviamo la nostra escursione come se la stessimo facendo ora, tanto è rimasta impressa in noi.

Passiamo ad Aiello senza soffermarci, anche se c’è la Chiesa dei Santi Silvestro e Rocco della metà del XVI secolo, ampliata un secolo dopo, con alcune abitazioni della stessa epoca. Come non ci soffermeremo nei piccoli borghi di Figliola e Santa Croce.

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Alvi, chiesa di S, Maria Assunta

In alto, verso Poggio Umbricchio

Ci interessa raggiungere Poggio Umbricchio, un nome dal suono capriccioso che viene dal 1239, precisamente da Podio Ymbreccle. Anche la sua storia viene da lontano, sono vicende di feudi e feudatari, dagli Acquaviva ai Valignano, dai Cantelo agli Orsini, dai signori di Poggio Ramonte ai Castigliano di Penne, marchesi di Poggio Umbricchio dal 1700; e si vede dalla rocca fortificata che lo sovrasta. Ammiriamo la Chiesa di Santa Maria Laurentana, con un portale del XVI secolo, ma ci prende subito la catena del Gran Sasso all’orizzonte, in uno scenario da “cinemascope”: tre gruppi montagnosi che si ergono come altari in un immenso mare di verde.

E’ una bellezza incomparabile che stordisce, come il verde che esplodeva dai finestrini nei primi viaggi in treno e fece nascere l’abitudine di leggere libri per non esserne stravolti, fu oggetto di una fascinosa affabulazione di Alessandro Baricco. Noi non possiamo metterci a leggere ma dobbiamo girare gli occhi tutt’intorno e farci forza per non essere presi dalle vertigini che dà tanta bellezza.

Proseguiamo, alcuni operai stanno lavorando ad una costruzione che si affaccia proprio nel punto più bello, ci sentiamo di invidiarne i proprietari. Anche questo dura poco, si tratta del piccolo cimitero del paese, non riconoscibile perché senza i cipressi d’ordinanza. Tiriamo un sospiro, l’invidia cessa, l’ammirazione per quella posizione incomparabile rimane. Il pensiero del terremoto si allontana; del resto, a parte questi operai, non vediamo altre presenze.

Non c’è nessuno, sembra un paese fantasma come i villaggi del West abbandonati per qualche razzia. Qui non ci sono state razzie, ma il temibile terremoto, anche se i soli segni esteriori sono alcune tende blu della Protezione civile nel piccolo campo sportivo. Non è solo per questo, però, che il paese è deserto, tutti i piccoli paesi di montagna sono spopolati, la loro funzione non è più abitativa in modo permanente, ma solo in forma stagionale. Possono essere visti come parti dell’“albergo diffuso” di seconde case che si popola nel periodo turistico, quando la vita torna a fluire tra le viuzze e le scalinate, le porte e le finestre delle abitazioni; portata dai turisti ma anche dai “naturali”, i nativi dei luoghi che ritornano.

Una funzione importante per una nazione e una regione dalla forte vocazione turistica, che dovrebbe essere riconosciuta se vi fosse la sapienza strategica di concepire questi borghi come impianti di un grande complesso produttivo del quale le singole residenze sono parti essenziali da tenere in perfetto stato di manutenzione; e non solo per questo, sono il retaggio della storia e della memoria, sono l’anima dei luoghi da custodire con cura.

Tottea, immersa nel verde

Da Alvi a Tottea

Lasciamo Poggio Umbricchio a malincuore, il panorama mozzafiato ci è rimasto negli occhi e nell’anima. Il malessere dura poco, siamo ad Alvi, piccolo anch’esso, disabitato anch’esso. La quota è cresciuta, l’altitudine è di metri 1005, la stessa di Pietracamela nel cuore del Gran Sasso. Le abitazioni non sono antichissime, furono ricostruite dopo il terremoto del 1909, come fu ricostruita la Chiesa di Santa Maria, del XIV secolo; vi è un’altra chiesa dello stesso periodo, dedicata a Santa Maria Apparens, dall’apparizione miracolosa a un soldato francese in fin di vita, che fece erigere la chiesa in quel luogo per sciogliere il voto fatto nel momento del pericolo. Ci rapisce anche qui un panorama mozzafiato.

Il ricordo personale di una nostra zia che insegnò in questo paese in tempi lontani ci fa misurare la profonda trasformazione e immedesimare nello spirito del luogo. Visto così sembra impossibile immaginarlo abitato stabilmente fino a richiedere la presenza fissa della maestra. L’emigrazione prima, l’urbanesimo poi hanno fatto andare la storia alla rovescia, cancellando le presenze in montagna mentre le infoltiva e moltiplicava in pianura, salvo ripopolare per una breve stagione; l’opposto del passato allorché per motivi di sicurezza ci si arroccava sui picchi e sulle colline, tendenza poi tornata a fini turistici che ha reso necessario difendere l’ambiente dal cemento.

Proviamo il bisogno di ritrovare la gente, lo spirito dei luoghi ha bisogno della presenza umana, lo sentiamo fortemente. Questa nostra ansia viene soddisfatta, ecco Tottea, un paese vivo e vitale anche fuori stagione turistica. Non è un borgo come i due visitati finora, preziosi insediamenti privi però di una vitalità attuale, vi è animazione, ha dimensioni molto maggiori. C’è tutto ciò che serve a una comunità che vi risiede stabilmente. L’ambiente non offre solo l’immersione nel verde e le altre meraviglie dei Monti della Laga, corsi d’acqua e cascate, prati e boschi; c’è una pietra arenaria utilizzata per sculture e camini, stipiti ed ornamenti da specialisti locali dediti alla sua lavorazione che continuano nell’arte tradizionale. Si tiene un concorso annuale con la pregevole caratteristica che le opere realizzate restano al paese per essere utilizzate come arredo urbano. E’ evidente che c’è un bella chiesa, la Cappella di Sant’Antonio, con una statua del XVI secolo. Anche qui un ricordo personale, nostra madre ha insegnato nelle scuole elementari del paese in un’altra epoca, un’altra vita; il tempo non si è fermato ma noi lo stiamo ripercorrendo all’indietro.

La vita che pulsa è segnata anche da alcune tende nel piccolo campo sportivo, gli effetti del terremoto. Altri segni esteriori visibili non se ne vedono, ma la gente che si incontra racconta del grande spavento e della paura rimasta. E’ una costante nel versante teramano dove non ci sono stati crolli eclatanti ma danni all’interno degli edifici e paura, tanta paura.
Eravamo stati a Tottea due anni fa per il “clou” della stagione estiva che consiste nello spettacolo di un cantante famoso, allora fu Al Bano, in precedenza Riccardo Fogli, venne poi Max Pezzali.

E’ rimasto il ricordo del blocco delle auto al bivio, la gente saliva i sei chilometri a piedi dato l’intasamento che ostacolava anche la navetta. E questa salita fu uno spettacolo nello spettacolo, noi ripensavamo a quando nostra madre la faceva a piedi per raggiungere la sede di insegnamento; e immaginavamo che la vista naturale era la stessa, che si sarebbe scoperto il paese nello stesso modo di allora, si sarebbe potuta rivivere l’emozione della sua prima volta. Ma l’esplosione di luci e di musica dopo il buio della salita fu tale da riportare piuttosto alle immagini dei film “western” allorché dopo la traversata della prateria deserta si giungeva al “saloon”. E fu un paese trasformato in “saloon” quella sera, il big della canzone non fu al centro della festa, fu la festa stessa la protagonista assoluta.

San Giorgio, chiesa di S. Giorgio

Da San Giorgio a Frattoli e oltre

Scendendo da Tottea ci aspetta quello che per noi è il cuore di Crognaleto: San Giorgio, Frattoli, Macchia Vomano. In queste frazioni non ritroviamo il panorama mozzafiato e neppure l’animazione e la vita, ma tanto verde, un’immersione totale nella vegetazione.

A San Giorgio, una delle frazioni più alte con i suoi 1150 metri, ci sono i resti dell’antico abitato di Rocca Roseto, con la chiesa di San Giorgio, sovrastato dal castello in rovina. Anche qui c’è deserto ma per poco, all’inizio dell’estate c’è l’annuale Fiera della pastorizia con il raduno a Piano Roseto, l’esposizione negli stazzi e la valutazione, la premiazione e la cerimonia con le autorità. Ma questa è storia di oggi, ci siamo tornati di recente per un reportage sulla Fiera che i lettori conoscono. Torniamo ora ad immedesimarci nel nostro viaggio post terremoto, tra i radicati nel territorio.

A quattro chilometri da Piano Roseto c’è Cortino, che organizza con Crognaleto la Fiera, è un paese animato, con la bella Chiesa della neve, dai tre finestroni alti e stretti nella parte centrale dell’imponente facciata, sotto il rosone, e due ancora più alti e stretti nelle parti laterali, del tutto inconsueti e di sicuro pregio. Un’altra testimonianza di arte e di storia oltre che di fede.

Proseguiamo per Frattoli, ci sono delle presenze stabili, vediamo un capannello di persone e le tende blu della Protezione civile. Trenta abitazioni sono state dichiarate inagibili. Non è, come credevamo, il paese che una leggenda metropolitana accomunava a “Non ci resta che piangere”, il noto film di Benigni e Troisi. Uno del capannello ci spiega che il paese citato nel film è Frittoli, in Toscana, se lo sa con tanta sicurezza vuol dire che non siamo i soli ad avere equivocato; accerteremo poi che proprio da Frittoli la coppia irresistibile parte per il suo viaggio nel tempo. Potremmo trovarci come in quel film nel 1492, il paese si presterebbe con le sue case di pietra, il suo campanile; soltanto non terminerebbe con il treno di Leonardo, neppure il suo genio sconfinato avrebbe potuto farlo arrampicare fin quassù. Supera i 1100 metri di altitudine, nel XIV secolo era sotto Amatrice, nel XVII nel feudo degli Acquaviva duchi di Atri. Anche qui la scultura in pietra, c’è l’ultimo scalpellino impegnato in camini e sculture, vi è una tradizione di intagli in legno.

Le chiese da visitare sono due, quella gotica di San Giovanni Battista con il campanile a tre ordini di campane e “le logge” seicentesche, un bel portico in posizione isolata, e quella di Sant’Antonio, restaurata nell’800; poi le rovine della chiesa della Madonna del Soccorso.

Macchia Vomano è una specie di fine corsa, si trova affondato nel verde e si deve tornare indietro per proseguire nel tour. Ma prima merita di essere vista la chiesa di San Silvestro, del XVI secolo.

Proseguendo arriviamo più a valle a Piano Vomano, 850 m di altitudine, molto antico con costruzioni del XIII secolo e l’abitato nato dall’abbandono nel XVI secolo del precedente insediamento in località Colle del Vento di origini preromane, attestato dai resti di mura megalitiche. Alla Chiesa di San Nicola, forse del XIV secolo, ampliata nell’ultima parte del 1700, fino a due anni fa si aggiungeva l’attrattiva della “Quercia Mazzucche”, una pianta secolare amata dai pochi abitanti del paese come una nonna centenaria, crollata d’improvviso, fa ripensare ai ben noti versi di Pascoli per “La quercia caduta”:“Or vedo: era pur grande!”,“Or vedo: era pur buona!”.

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Frattoli, un antico porticato

Cesacastina e Cervaro

Torniamo indietro, le maggiori sorprese devono arrivare. Sono tre, l’una diversa dall’altra, l’una più bella dell’altra. I loro nomi sono Cesacastina, Cervaro, Valle Vaccaro; e infine c’è Senarica.

Cesacastina innanzitutto. Un altro paese vero, nel senso di vivo oggi, perché tutti sono veri nel senso che sono stati vivi ieri. E anche oggi servono a mantenere la memoria e l’anima di questi luoghi, oltre a rappresentare un approdo turistico. L’abitato non è particolarmente antico e per trovare edifici del XVI secolo occorre andare nelle località Colle e Combrello; lì ci sono case in pietra con architravi incisi da motti e versi, e il simbolo dei gesuiti. La chiesa con pianta a croce è dei SS: Pietro e Paolo, con il bel campanile a tre ordini di campane, gli altari barocchi sono in legno dipinto. Anche qui le tende blu della Protezione civile, segno che il terremoto si è fatto sentire.

Lo scenario naturale è bellissimo, posta com’è tra la catena del Gran Sasso dal panorama mozzafiato, e il Monte Gorzano con le altre vette della Laga.

Subito dopo viene Cervaro, pure qui scatta il ricordo personale dell’insegnamento elementare di un’altra zia maestra. E’ un piccolo borgo, si estende per centocinquanta metri, è su uno sperone tra le vallate di due fiumi. Si vedono i segni di un’antica nobiltà nei portali e negli edifici di pregio, e non si tratta solo delle case di pietra che abbiamo visto ma di costruzioni importanti: in particolare il Palazzo Forcina-Nardi.

Sapevamo che è la patria di un illustre clinico, Bernardino Masci, eravamo stati alla celebrazione a Roma e avevamo avuto il suo bel libro autobiografico “Al servizio della vita umana”. E’ un grosso volume nel quale racconta le sue esperienze nella cura dei malati, un trattato di vita di allora; un libro prezioso che viene dato solennemente come esempio ai Laureati in medicina dell’Università cattolica di Roma. E’ autore anche del monumentale “Schemi di terapia”. La lapide e il busto del prof. Masci (“Roma dona al paese natio”) sono sulla parete dell’edificio principale del paese.

Di indubbio pregio la chiesa di Sant’Andrea, del XIV secolo, ampliata nella prima metà del 1600 e restaurata un secolo dopo fino alla risistemazione del 1800; notevole il soffitto dipinto del 1700. Ci parlano di resti di antichi mulini, dicono che si possono trovare nella valle del torrente Zincano.

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Cesacastina, “le cento fonti”

Valle Vaccaro e Senarica

Riprendiamo il viaggio e approdiamo a Valle Vaccaro, un nome che richiama campi boari o luoghi simili. Ebbene, ci ha colpito questo piccolo abitato dalla forma raccolta e compiuta, restaurato mantenendo la sua rusticità e le altre caratteristiche che ne fanno un borgo medioevale adatto alle ricostruzioni storiche, intorno alla Chiesa di Sant’Antonio, restaurata già a fine ‘800.

Conoscevamo Castiglion della Valle vicino Colledara, sempre in provincia di Teramo, dove nel mese di agosto c’è ogni anno una “tre giorni” di rievocazione storica, la presenza della giovinetta Lucrezia Borgia con il suo innamorato braccata e difesa dagli abitanti del luogo, serate con cena d’epoca, sfilata in costume e spettacoli medioevali. Ebbene, Valle Vaccaro a suo modo si presta ad ambientazioni di questo tipo, ha una conformazione urbana che vogliamo rimarcare.

Siamo discesi lungo la via che si inerpicava e abbiamo proseguito lungo la Strada Maestra verso la zona di Campotosto e il passo delle Capannelle. Ma non intendiamo arrivare fin lì, ci fermeremo a Senarica, ultima tappa del nostro viaggio tra le frazioni di Crognaleto nel cuore dei Monti della Laga. La quota non né alta, solo 650 metri, ma l’abitato è sospeso sulla roccia in posizione inaccessibile, sopra al corso del Vomano. La posizione spiega la sua storia di piccola repubblica indipendente, alleata della Repubblica di Venezia alla quale forniva due soldati, con esenzione dai tributi come “zona franca”; lo testimoniano gli stipiti di alcuni portali nell’arenaria grigia della Laga. Pregevole la chiesa dei patroni S. Proto e Giacinto con statue lignee del XVI secolo.

Cervaro,, un altro casale con il torrente

I danni economici e morali e il rilancio

Termina con questo richiamo storico il nostro tour tra i borghi montani che fanno parte del Comune di Crognaleto, alla ricerca degli effetti del terremoto. Ne abbiamo trovati pochi negli esterni che abbiamo potuto vedere, ma abbiamo immaginato dalle tende negli spiazzi vicino alle abitazioni i danni all’interno; un interno che non è solo delle case ma soprattutto è psicologico, la paura di nuove scosse che fa restare fuori anche quando i muri hanno tenuto e le case sarebbero agibili.

Abbiamo parlato con il dinamico sindaco Giovanni D’Alonzo, esperto di protezione civile, appassionato di montagna e conoscitore dei suoi problemi: “Bisogna considerare in maniera appropriata il vero danno subito dal territorio e non solo di Crognaleto ma dell’intera montagna”, ci ha detto con forza. “Al danno economico si aggiunge il danno morale, che forgerà in maniera negativa per il prossimo decennio il già gracile tessuto socio-economico di cui vive la montagna”.

Lo ha spiegato con chiarezza: “Abbiamo impiegato dieci anni insieme al Parco Gran Sasso Laga per veicolare il messaggio positivo sulla vivibilità della casa in pietra e legno, sull’albergo diffuso: il terremoto in soli 20 secondi ha detto il contrario”. E non vi sono conseguenze di poco conto: “Ora occorre un grande lavoro per riaccendere questo entusiasmo, una pesante onere economico per il sostegno e il rilancio di quelle attività che già erano in un certo qual modo terremotate”. Per questo motivo, ha proseguito, “necessitava e necessita tutt’oggi l’inserimento di queste piccole e povere realtà all’interno del cratere del sisma per far sì che la vita continui all’interno di questo sistema che si chiama montagna”.

Non sembra sia avvenuto, aggiungiamo ora, ma si spera che non manchino le provvidenze regionali e comunitarie, è doveroso ripristinare la fiducia e procedere al rilancio. Fa ben sperare il nuovo orientamento annunciato con fermezza dal Commissario del Parco Arturo Diaconale alla Fiera della Pastorizia – davanti anche al sindaco di Crognaleto, organizzatore della manifestazione con il presidente Giustino Di Carlantonio della Camera di commercio di Teramo e con il sindaco di Cortino – di considerare prioritaria l’azione contro lo spopolamento, che necessita di interventi per rendere economicamente vivibile il territorio e preservarlo dall’abbandono e dal degrado.

Il sindaco D’Alonzo conosce le difficoltà: “La montagna, le zone interne soffrono una emorragia di spopolamento sempre maggiore; il sisma del 6 aprile ha quintuplicato questo fenomeno e si può cercare di contenerlo solo con un’attenta e controllata gestione e soprattutto con l’inserimento di sistemi economici che ridiano dignità a coloro che con grande forza di coraggio vivono condizioni o situazioni di disagio sociale nel restare sul proprio territorio senza abbandonarlo”.

Sulla realtà specifica di Crognaleto insiste amareggiato: “Non è sopportabile l’enucleazione di Crognaleto dal cratere del sisma quando territori più a valle del nostro usufruiscono invece dei benefici del famoso decreto Bertolaso numero 3. Necessita l’inserimento di queste piccole e povere realtà per mantenere la nostra entità ed esistenza nel sistema-montagna”. E non manca la denuncia: “Stiamo vivendo un silenzio da incubo, le Istituzioni Regionali e Governative hanno dimenticato queste zone, questa gente… un silenzio che fa male a chi crede nel proprio territorio e non vuole abbandonarlo per nessuna ragione”.

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Valle Vaccaro, un angolo dell’abitato

Parole dettate dall’emergenza che fanno meditare, questi segnali forti che sono venuti dal territorio vanno colti finché si è in tempo, per evitare costi ben più onerosi se la situazione viene compromessa. Sono messaggi chiari per il commissario del Parco Diaconale, per la autorità locali e per quelle regionali e nazionali, del resto la partecipazione alla Fiera del sottosegretario all’Interno Davico ha aperto uno spiraglio a livello nazionale, ha detto che porterà il Ministro dell’agricoltura e che la difesa identitaria delle presenze nel territorio va finanziata anche come fatto culturale.

Tornando all’immediato, se una valutazione si può fare è che la stagione estiva non deve ritenersi compromessa. La ricettività è minore, ma i servizi turistici sono tornati a funzionare, lo abbiamo constatato di persona. Non sempre l’accoglienza è la stessa, però si deve considerare che nulla è stato toccato delle attrattive che richiamano folle di visitatori stabili o di passaggio. Soccorrono formule diverse e più flessibili con un obiettivo: favorire comunque la fruizione delle bellezze naturali, mantenerne il richiamo con la soluzione pragmatica dei nuovi problemi, di ordine ricettivo e logistico. Facendo appello alla creatività e all’inventiva tutto diventa possibile, e lo si vede.

Detto questo, dobbiamo riconoscere che la nostra ricognizione sugli effetti del terremoto ha assunto presto un significato diverso, si è risolta nella riscoperta di un mondo affascinante: i panorami mozzafiato in alcuni paesi, la vitalità permanente in altri, i pregi architettonici e urbani in altri ancora. E anche i borghi con minori attrattive non sono apparsi soltanto parti dell’“albergo diffuso” di cui si è detto, ma come sedi della memoria e dell’anima collettiva che dà allo spirito dei luoghi il necessario calore. Non si potrà dire di questi luoghi che sono belli senz’anima.

C’è l’anima di chi li ha costruiti e ci ha vissuto, nella difficile lotta per la sopravvivenza, con gli inverni che non finivano mai tra stenti di ogni tipo; ai quali seguiva però il risveglio della primavera e l’esplosione dell’estate. L’anima di chi ha dovuto lasciarli nel cammino della speranza dell’emigrazione che lo ha portato lontano dalla sua terra, alla quale però ha sempre rivolto un pensiero accorato di nostalgia e di affetto, tornandovi quando ha potuto.

L’anima che pervade questa terra d’Abruzzo e ha reso i suoi figli forti e gentili, forti e fieri, capaci di “volontà ferma e di persistenza e di resistenza”, come disse Benedetto Croce nell’agosto del 1910 rivolto “agli amici di Pescasseroli” dal balcone della casa natale, il Palazzo Sipari. Dopo i tanti anni di Napoli, colmi di riconoscimenti alla sua grandezza, rivelò che nei momenti critici, quando stava per lasciarsi andare preso da una filosofia della vita accomodante e rassegnata trovava nelle sue origini la forza di reagire dicendo a se stesso con un sussulto d’orgoglio: “Tu sei abruzzese”!

Bene ha fatto la Regione Abruzzo a utilizzare le parole del grande filosofo come sferzata di energia e degno sigillo alla ricostruzione dopo il terremoto. Per questo vogliamo riportarle integralmente: “Quando c’è bisogno non solo di intelligenza agile e di spirito versatile, ma di volontà ferma e di persistenza e di resistenza io mi sono detto a voce alta: Tu sei abruzzese!”.

Dopo questo itinerario nella natura e nella memoria ci appaiono ancora più attuali. I nati nella terra che abbiamo attraversato potranno ripeterle orgogliosamente a se stessi. E noi con loro.

Tag: Alvi, Cervaro, Cesacastina, Frattoli, Piano Roseto, Poggio Umbricchio, San Giorgio

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Senarica, un giorno di festa davanti alla chiesa

Photo (Aggiornamento)

Le immagini riprese nel nostro viaggio tra i borghi, sono saltate nel passaggio dal sito originario a quello attuale. Pertato sono state sostituite da immagini, una per ogni borgo citato nello stesso ordine, tratte dai siti seguenti, dei quali si ringraziano i titolari, precisando che sono a puro titolo illustrativo senza alcun intento economio, e se di qualcuna non fosse gradita la pubblicazione, basterà segnalarlo nella parte dei Commenti qui in fondo e verrà subito eliminata. Ecco i siti: parco etnolinguistico d’italia, parco nazionale gran sasso e monti della laga, paesi teramani turismo, facebook gruppo pubblico, paesi teramani turismo, wikipedia, virtù quotidiane, fondo ambiente italiano fai, altre note, virtù quotidiane; grazie ancora a tutti. In apertura, Crognaleto, la chiesa appoggiata alla roccia; segue Poggio Umbticchio, il casale e il torrente; poi, Alvi, chiesa di S, Maria Assunta, e Tottea, immersa nel verde; quindi, San Giorgio, chiesa di S. Giorgio, e Frattoli, un antico porticato; inoltre, Cesacastina, “le cento fonti”, e Cervaro,, un altro casale con il torrente; infine, Valle Vaccaro, un angolo dell’abitato e, in chiusura, Senarica, un giorno di festa davanti alla chiesa.

1 Commento

  1. Bruno Toscani

Postato settembre 27, 2009 alle 6:00 PM

Ho provato una grande commozione leggendo questo articolo. Sono nato a Cesacastina vi ho vissuto l’infanzia, mio padre e mia madre che ha lavorato come tutti coloro nati e vissuti in questi luoghi dall’alba al tramonto,ha fatto di tutto per darci una degna istruzione e soprattutto l’educazione tra mille difficoltà.
Con grandi sacrifici ha fatto studiare me e i miei fratelli. Adesso con le nostre famiglie non viviamo più a Cesacastina. siamo altrove ma il nostro paese è sempre nel nostro cuore, ogni tanto vi torniamo c’è la casa paterna che ci aspetta e rappresenta la nostra identità che non rinnegheremo mai.
Un intera generazione purtroppo è dovuta fuggire non c’era posto per tutti , un plauso a coloro che ancora resistono saranno loro che salveranno l’identità di questi aspri e meravigliosi luoghi.
Speriamo che i nostri figli apprezzino i sacrifici dei padri e dei nonni e non faranno scomparire i tesori che nascondono questi luoghi negli anni futuri.

Censis, la soluzione per uscire dalla crisi si chiama exaptation

di Romano Maria Levante

Nel quarto incontro del “mese sociale” la risposta attesa: mobilitare le energie riposte.

Dallo “studio ovale” del Censis – lo abbiamo chiamato così dopo il terzo incontro del “mese sociale” sul federalismo – nella giornata conclusiva dell’8 luglio 2009 non poteva che venire un nome “americano” per la chiave del “giallo” proposto sull’uscita dalla crisi. Che è qualcosa di più della “resistenza”, nella quale il territorio ha potuto mobilitare la molteplicità dei soggetti istituzionali e professionali e la flessibilità di quelli imprenditoriali e individuali. Lo ha riassunto il direttore generale del Censis Giuseppe Roma all’inizio dell’incontro.

E’ stato finora sufficiente per adattarsi e galleggiare, ma per lasciarsela alle spalle occorre qualcosa di più, e anche Marrazzo, dal suo osservatorio privilegiato di Presidente della Regione Lazio, ha detto nel terzo incontro “Non usciremo dalla crisi se ci adatteremo alla crisi”, mentre il presidente Giuseppe De Rita lo ha ribadito enunciando il termine “exaptation” come la soluzione attesa.

Nella cultura e nella pratica operativa del Censis tutte le proposizioni, si potrebbe dire tutte le invenzioni perché anche sul piano lessicale sono tali, hanno il supporto di ricerche sul campo dalle quali nasce l’idea, se si procede per via induttiva, oppure la conferma dell’idea se è venuta per logica deduttiva. Questa nuova invenzione non fa eccezione e non è un caso che la ricercatrice, relatrice dell’incontro, Elisa Manna, sia la Responsabile della Sezione politiche culturali del Centro. Infatti non si tratta di un’impostazione solo socio-economica, ha anche una matrice culturale tutta particolare.

Sono diverse le situazioni nelle quali l’economia fa riferimento ad altre discipline per trarre spunti risolutivi. L’arte militare dell’organizzazione dei trasporti in condizioni estreme ispira la logistica economica, alle concezioni di Von Clausevitz sulle strategie belliche si ispirano quelle aziendali. Questa volta ci si è ispirati alla biologia moderna per trarne spunti e orientamenti utili alle scienze umane; in fondo è il procedimento di Leonardo da Vinci che studiava le leggi e le forze della natura per applicare i risultati al servizio dell’essere umano. Vediamo dunque cosa il Censis propone.

Elisa Manna tratta il tema con la sicurezza della ricercatrice che porta dati e documentazioni. E con l’accuratezza della persona di cultura che non manca di motivare con precisione la formula adottata.

Dall’adaptation all’exaptation indicata dal Censis

L’“exaptation” è speculare all’“adaptation”, “ex” è un tirarsi fuori come “ad” é l’adattarsi. Ma sarebbe riduttivo limitarsi a questa definizione, seguiamo il percorso del Censis.
Le “aptations” si distinguono, come da recente orientamento in biologia – ecco la cultura senza steccati – nelle “adaptations” costituite, precisa la ricercatrice, “dai caratteri plasmati dalla selezione proprio per la funzione che ricoprono attualmente”; e nelle “exaptations” risultanti dai “caratteri formatisi per una determinata ragione o anche per nessuna ragione funzionale iniziale e poi resisi disponibili alla selezione per il reclutamento attuale”. Dopo la contaminazione di Leonardo abbiamo l’evoluzionismo da Darwin in poi, e ci aiuta l’aver seguito le due recenti mostre a Roma e averne dato conto ai lettori. “Si configura dunque in quest’ultimo caso una cooptazione in vista di nuove funzioni, di strutture, caratteri, comportamenti impiegati in passato per funzioni diverse. Sosteniamo che è a questa diversità che bisogna guardare per riconoscere i possibili agenti esterni funzionali all’evoluzione”.

Riteniamo necessario seguire il Censis nella spiegazione scientifica, altrimenti si cade in una banalizzazione che fa sembrare ovvio ciò che non lo è, e priva di elementi conoscitivi essenziali. Viene bene l’esempio dell’Arone nero africano (o Egretta ardesiaca), preso da McLachlan-Liversidge, che non si limita a usare le ali per volare, ma le utilizza per pescare da fermo nelle acque basse ponendole a ombrello per formare l’ombra che permette di vedere la preda. E’ un esempio, precisa la Manna, di quel che accade “quando un sistema vivente si accorge che può usare una parte di sé (in questo caso le ali), atte a svolgere una certa funzione (il volo) per assolvere ad un’altra funzione vitale (fare ombra per individuare il cibo nell’acqua). Questa è l’’exaptation’, i caratteri che aumentano le capacità di sopravvivenza di non sistema vivente, ma che non sono stati modellati dalla selezione naturale per il loro ruolo attuale”. E qui si va oltre Darwin per approdare all’evoluzionistica moderna dei paleontologici Gould e Verba alle Università di Harward e Yale.

Tornando all’“aptation”, in biologia indica “il fenomeno generale e statico dell’essere utile per la sopravvivenza dell’organismo”; la sua trasposizione in campo sociale è stata “la capacità adattativa alle situazioni più difficili”, con la quale il sistema ha trovato il modo di “‘aggiustarsi’ rispetto ai diversi processi e realtà strutturali che ne condizionano lo sviluppo”, realizzando l’“adaptation”.

Questo è avvenuto nei diversi settori socio-economici. In campo produttivo, non avendo una struttura di grandi imprese, l’“aptation” si è avuta moltiplicando le piccole imprese e creando il “sommerso”. Nel lavoro, divenuto sempre meno difendibile il “posto fisso” sono state inventate tante forme di paralavoro e precariato. Per la questione giovanile, alle carenze di reddito e servizi di supporto ci si è “adattati” inventando un ammortizzatore sociale tutto particolare, la famiglia. Anche nel costume ci siamo “adattati” ai modelli trasmessi dai mass media, televisione in particolare, rinunciando perfino ai beni primari per l’effimero e il superfluo; aiutati, aggiungiamo, da un sistema assistenziale generalizzato che ha scaricato sullo Stato le responsabilità individuali.

“La sensazione è però che l’‘aptation’ non basta più – afferma la relatrice – ha esaurito la sua spinta vitale. Dobbiamo ricorrere a reagenti esterni, a fonti di energia fresca che non sono attualmente nel laboratorio centrale del modello di sviluppo che abbiamo seguito e che pure potrebbero in questa fase di transizione rappresentare l’’exaptation’, l’agente estraneo che fa reazione chimica e rimette in moto i processi di trasformazione ed evoluzione del sistema”. Dobbiamo fare come l’Airone nero africano, ma quali sono le ali che abbiamo usato finora solo per volare e che possono aiutarci a pescare? E dare una spinta nuova per superare l’“adattamento” e uscire di slancio dalla crisi?

L’exaptation come strategia per uscire dalla crisi

Siamo in un campo scivoloso, e il Censis se ne rende conto, al punto da contrapporre, in una riflessione tutta culturale, il paradigma etimologico “drammatico” come “cammino verso una soluzione” a quello “tragico”, che è “semplicemente senza soluzione”. Ma l’ottimismo della volontà prevale sul pessimismo della ragione, per diventare ottimismo della ragione con il supporto della biologia evoluzionista in chiave moderna, E l’”exaptation” succede al “parva sed apta mii”.

“Perché se è vero che i segnali di negatività debordano, continua il Censis, se è vero che si parla con qualche ragione di una nuova epoca barbara, è pur vero che non mancano campi, comportamenti, in cui ìncubano nuove forme della crescita, che non sono necessariamente attori di sviluppo di per sé, ma che cominciano ad essere riconosciuti dall’organismo sociale come tali, e che comunque a tale arruolamento si rendono disponibili”. Sono le ali dell’Airone “arruolate” per aiutare a pescare.

“Il vero passaggio delicato che stiamo vivendo – è la notazione risolutiva – è nella capacità, da parte del sistema sociale, di ‘vedere’ queste nuove realtà finora marginali, ma che stanno crescendo nella loro capacità, reale o potenziale, di apportare vita e risorse al sistema”.

Non è un processo automatico: “Si tratta di mutare atteggiamento mentale, di vedere, di riconoscere, per avviare quel processo di cooptazione in grado di innescare l’’exaptation’. Ci vuole un po’ di coraggio intellettuale, è vero. Perché abbandonare gli schemi mentali che ci hanno accompagnato tutta una vita può essere faticoso. Se può essere utile, possiamo pensare che quegli schemi non erano completamente sbagliati. Erano e probabilmente sono stati utili (aptus) allora. Oggi ne servono di diversi”.

Via via che si dipana l’impostazione del Censis, diviene ancora più evidente perché l’ottica deve essere culturale in senso lato e non limitata all’economia e alla sociologia. La ricerca dei soggetti da “arruolare” per lo scatto in avanti richiede un’analisi dei mutamenti profondi della società per non compiere l’errore di usare categorie non più attuali. Come quella dei “grandi soggetti collettivi”, frantumati dal soggettivismo e dalla fine delle ideologie per cui “i soggetti sociali veramente interessati non sono quelli classici ma, all’interno di ogni fascia, quelli che fanno innovazione incrementale”. In qualunque campo, dai professionisti agli imprenditori, dai giovani alle donne “è aumentato drammaticamente (nel senso del movimento) il ‘vallo antropologico’ all’interno dei componenti di una stessa categoria sociale”.

Dal riferimento culturale all’indicazione metodologica: “Dunque se si cerca l’exaptation bisogna guardare oltre le categorie sociali classiche (i generi, le etnie, le età, le culture professionali). Bisogna guardare alle avanguardie, ai nuclei, alle minoranze vitali che crescono all’interno di generi e categorie. Non c’è un Soggetto sociale unico che può incarnare una nuova prospettiva”. E poi alla constatazione diretta: “Quello che si scopre, guardando con mente lucida alle trasformazioni in atto è che, sotto traccia, il sistema Paese sta incubando una seconda metamorfosi, dopo quella tra il ‘45 e il ‘75, fatta di processi che stanno trasmutando lentamente la nostra dinamica evolutiva. Processi ai quali si può metaforicamente applicare la definizione di ‘exaptation’, e che comunque su quella lunghezza d’onda si muovono, facendo da induttori di cambiamento anche rispetto ai caratteri originari”. Una combinazione tra l’assetto tradizionale e i nuovi fermenti in incubazione.

La seconda metamorfosi della società italiana

A questo punto l’approccio culturale che si alimenta delle scoperte nella biologia più avanzata porta, come avviene spesso in questi casi, a una soluzione semplice. Per la ricerca delle nuove energie da “arruolare” ci si deve ispirare all’Airone africano, ha trovato il modo di utilizzare le componenti di cui dispone, a fini di sviluppo – pescare la preda – oltre che per lo scopo normale per cui le impiega, così le ali diventano un “ombrello”.

La ricerca socio-economica va orientata sulle componenti di cui dispone la società, a fini di sviluppo – lo scatto in avanti – laddove sono viste con altre funzioni, spesso regressive quasi fossero un peso. E trasformare un peso in un propulsore è un’invenzione degna del grande Leonardo da Vinci, al cui metodo, del resto, ci si è ispirati.

Ed ecco quali sono le ali da usare come ombrello, per mettere a frutto energie riposte e aggiuntive: gli anziani, gli immigrati, le donne, la ri-umanizzazione. Detto così può sembrare banale o forse ovvio, ripetiamo, ma lo è anche l’uovo di Colombo, importante è avere l’idea e poi tradurla in pratica, cosa non scontata.

Del resto la spinta per lo scatto in avanti può non venire soltanto da queste componenti: “E forse da tante altre cose – afferma il Censis- perché no, dalla contaminazione con culture e filosofie di vita ‘altre’, nella medicina come nella formazione, nell’assistenza come nelle organizzazioni aziendali, assorbendo quei richiami all’interiorità, al rasserenamento, alla lucidità, all’ascolto che la nostra quotidianità sfarinata e sregolata non sa più darci. Oppure da un ripensamento intelligente delle tecnologie mirato a valorizzare il patrimonio di conoscenze umane endogeno ai sistemi locali e il capitale relazionale (imprese, volontariato, vicinato)”.

La cultura, dunque, mobilitata per lo sviluppo, per individuare non i “percorsi innovativi riconosciuti” come la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, i brevetti e la delocalizzazione, ma i percorsi “dove non ti aspetteresti che stiano incubando minoranze vitali pronte ad essere arruolate. Siamo andati ad esplorare percorsi di crescita che si sviluppano in maniera silenziosa, da tempo, e che stanno giungendo a una interessante maturazione”. Finalmente il punto di attacco con il problema dell’uscita dalla crisi: “Sarà vitale per il sistema saperli intercettare e ingaggiare nel cuore dei processi di sviluppo: perché una strategia realmente incrementale potrà venire solo dall’uscita dagli usuali comportamenti adattativi. Cioè dall’assunzione dell’’exaptation’ come strategia incrementale”.

I quattro pilastri dell’exaption

Il primo pilastro sono gli anziani, e anche se non si tratta dei pilastri della saggezza non possono che essere loro le prime forze di riserva da mettere in campo. Sono 12 milioni gli ultra 65enni, un esercito che si ingrossa, aumentato di 1 milione e 300 mila tra il 2002 e il 2008.

Ci sono “sacche di estremo disagio o fragilità e malessere”, ma va constatato che è “l’auto percezione dell’anziano ad essere profondamente mutata in positivo negli ultimi anni”. Sentire che perdura la vitalità gli dà la forza di realizzarsi “fuori dagli stereotipi della tradizione e a cercare di galvanizzare le proprie risorse per vivere al meglio la propria stagione”.

Questa consapevolezza lo rende disponibile “a farsi coinvolgere, a rimettersi in gioco per gli altri e per sé stessi”. A parte le potenzialità da esplorare e valorizzare, già adesso quasi il 30%, dai 60 ai 64 anni e il 16% degli ultraottantenni, è coinvolto in attività di volontariato e si sente impegnato nella soluzione dei problemi della comunità. Un’attività apprezzata addirittura dal 90% degli italiani che ritengono “importante e significativo” il loro contributo; si impegnano soprattutto nella vigilanza dinanzi alle scuole primarie come “nonni-vigili”, lavoro meritorio che favorisce l’incontro tra generazioni oltre a dare un valido contributo alla sicurezza nei momenti critici della vita scolastica.

Oltre a quest’attività c’è la “voglia di cittadinanza attiva”, intesa come volontà di “rimettersi sui libri e in gioco” e soprattutto come “capacità di far lavorare ancora il cervello”, basti considerare che un terzo degli iscritti all’Università popolare romana ha più di 65 anni e l’11% più di 80 anni.

E’ un impegno da non considerare fine a se stesso. “C’è, soprattutto negli anziani giovani (tra 60 e 65 anni) la voglia di mettere al servizio della collettività le capacità professionali e culturali accumulate, le reti relazionali, il bagaglio delle esperienze”. Desiderio che in alcune realtà trova sbocchi positivi, in particolare nel Nord Est dove sono state realizzate reti sociali promozionali in ambito professionale che mettono a disposizione l’esperienza e i contatti dei dirigenti d’azienda pensionati. Questo tipo di sperimentazione aziendale va sotto il nome evocativo di “lupi grigi”.

C’è una base solida a tutto questo, l’esperienza come valore aggiunto per le altre generazioni e per le prospettive di sviluppo della società, anche di fronte ai nuovi problemi; non si trasmettono capacità specifiche ma il sistema di valori, rapporti, comportamenti formato nel tempo in una classe che avverte il “senso di responsabilità sociale”, quasi scomparso nell’odierna società individualista.

Sono pronti “per un significativo ricoinvolgimento nella dinamica sociale, che sembra non trovare più riferimenti credibili (partiti, sindacati, associazioni)… Gli anziani si rendono disponibili per un reclutamento attuale, per un arruolamento nei ranghi di quanti alla crescita sociale sono interessati. Ed è qualcosa di più di un’esperienza di ‘mentoring’ o di ‘tutoring’ che pure tanto hanno dato in ambito aziendale. E’ una riserva valoriale di cui il sistema sociale sembra avere urgentemente bisogno per uscire dall’empasse e riprendere a crescere”. Più chiaro il Censis non poteva essere.

Il secondo pilastro è individuato negli immigrati, che non vanno associati all’immagine delle “carrette del mare” e del degrado, della miseria e dell’emarginazione, pur se queste realtà purtroppo sussistono. Ci sono processi di crescita in corso nel tessuto sociale per effetto di un’integrazione foriera di ulteriori sviluppi positivi.

Secondo la rilevazione trimestrale dell’Unioncamere, nel primo trimestre del 2009 quasi 10.000 immigrati hanno aperto un’impresa individuale iscrivendo i loro nomi nei registri camerali, mentre poco più di 7500 l’hanno chiusa, con un saldo attivo di quasi 2400 nuove imprese (tasso dell’1% in più mentre per il totale nazionale si è registrato l’1% in meno); lo stock complessivo è aumentato del 6,3% a fronte di una diminuzione del dato nazionale pari al – 0,9%. In termini di valore aggiunto le 243 mila imprese di cui sono titolari gli immigrati contribuiscono per il 10% al Prodotto interno nazionale.

L’importanza è ancora maggiore di queste cifre perché sono attività molto vitali e motivate, come dimostrano i piccoli esercizi al dettaglio di gestione familiare nei centri urbani i quali, con l’apertura prolungata e gli assortimenti adeguati al tipo di clientela, mostrano una disponibilità verso i consumatori che apre loro crescenti spazi di mercato. “La spiccata propensione ad intraprendere da parte degli immigrati rappresenta dunque una risorsa che il sistema Paese può cogliere come scossa al dinamismo socioeconomico d’Italia, sia direttamente in termini di crescita e di creazione di valore sia in termini di relazioni con i Paesi d’origine. e dunque di capitale sociale per future internazionalizzazioni”. Ci sono delle eccezioni, soprattutto nell’edilizia, ma il quadro è questo.

Si ripete in Italia la storia vissuta dai nostri antenati nei paesi di emigrazione. Già la partenza verso un mondo sconosciuto rivela dinamismo e spirito di iniziativa, propensione al rischio e capacità di adattamento, doti che si manifestano non solo nell’iniziale ricerca di lavoro ma soprattutto nel passaggio successivo ad un’attività autonoma o imprenditoriale. Per i lavoratori dipendenti la citata indagine dell’Unioncamere rivela che la soddisfazione dei datori di lavoro per come gli immigrati si impegnano, rispettano le regole e si relazionano con gli altri è superiore a quella verso il resto dei dipendenti, perché certe doti ormai scarseggiano e quindi vanno custodite e valorizzate dove sono.

Il terzo pilastro va individuato nell’universo delle donne finora non pienamente valorizzate per il permanere di una condizione di disparità nella famiglia e nel lavoro, nella politica e nella rappresentanza, in parte legata al ruolo antico della donna-madre. La loro avanzata è stata, comunque, incessante, hanno accumulato titoli formativi e professionali, piccoli successi, reti relazionali e per la selezione naturale sono emerse le più attrezzate e mature, “più capaci di valorizzare le loro doti di intuito e sensitività in contesti lavorativi d’eccellenza”.

Il Censis le definisce “una sorta di ‘riserva aurea’ cui accedere in tempi di crisi. E la società ha cominciato gradatamente a captare questa nuova risorsa” e ad avvalersi delle loro doti di intelligenza e sensibilità: “di un ‘saper fare’ e di un ‘saper dire’ (un riuscito binomio di competenza e intuizione) tipico delle donne, utile a smorzare quando si deve, capire quando è necessario, rilanciare quando è opportuno. Doti che nel mondo del lavoro, soprattutto ad alti livelli, possono rivelarsi preziose”.

Sono poco meno di un milione e mezzo le imprese guidate da donne alla fine del 2008, con un incremento di oltre tremila unità rispetto all’anno precedente. Hanno avuto maggiore tenuta degli uomini nelle piccole imprese individuali dove rappresentano un quarto del totale, e anche nei risultati aziendali le imprese con donne amministratrici hanno superato le altre.

A fronte di questi successi, spicca la perdurante difficoltà ad accedere alle posizioni apicali di vertice, in particolare nella sanità dove c’è una donna ogni tre medici ma solo una ogni dieci dirigenti-primari; e nella giustizia amministrativa dove c’è una donna su quattro magistrati ma nessuna con funzioni direttive. Nella sanità si trova maggiore equilibrio nelle posizioni dirigenziali intermedie di strutture semplici, e nei dirigenti medici con incarichi diversi dalla direzione di un reparto; c’è parità dei sessi nella dirigenza sanitaria non medica (biologi, chimici, psicologi).

Il Censis ne trae la convinzione di “come le donne siano professionalmente cresciute e siano più che disponibili ad essere cooptate in ruoli dirigenziali”. Per cui, “andare a caccia di teste intelligenti, di personale altamente qualificato all’interno del mondo femminile significa avere maggiori probabilità di imbattersi in talenti non ancora impegnati e valorizzati.” Questa considerazione legata alla “convenienza del sistema sociale” potrebbe far superare le disparità e ”far avanzare le donne per calcolo economico più di quanto nessuna politica rivendicativa è mai riuscita ad ottenere”.

Il quarto pilastro riguarda ancora di più il piano culturale, attiene ad “una società irriconoscibile in cui sembra azzerata ogni umanità, ogni attenzione minimale all’altro” nel mentre, al contrario, non è venuto meno “il bisogno di interiorità, di affettività autentica, di umanità”. Si avverte, insomma, il “bisogno di ri-umanizzazione”. Filosofi e psichiatri avvertono che “senza trasmissione di esperienza, senza partecipazione umana, senza capacità d’ascolto non c’è crescita. Degli individui come delle democrazie”. Il bisogno di rapporti umani è. d’altra parte, esso stesso lievito dello sviluppo al di là di ogni isolamento in quanto si può ritrovare l’equilibrio all’interno del sistema cercando di “assorbire energia da altre culture, da altri strumenti, da altre risorse”. E si potrebbe fare una casistica di questi comportamenti sempre più diffusi.

Una recente ricerca del Censis ha evidenziato che “la sfera del rapporto umano tra operatori della sanità ai vari livelli di competenza e responsabilità e pazienti rimane un aspetto decisivo della qualità effettiva dell’offerta sanitaria”, mentre la medicina convenzionale, al di là dei progressi compiuti, “continua a trascurare nella pratica quotidiana la dimensione di una profonda e attenta relazione terapeutica, che pure ha, come ampiamente dimostrato da una letteratura scientifica considerevole, un’importante funzione curativa, sia come gratificazione in sé sia come facilitatrice di un’azione diagnostico terapeutica”.

Per questa carenza cresce il ricorso alle medicine non convenzionali, complementari o alternative, alle quali nel 2008 si è rivolto quasi un quarto della popolazione, 11,5 milioni di italiani, numero anzi ritenuto sottostimato. Alla base del fenomeno non c’è tanto la curiosità o la ricerca dell’esotico, quanto della dimensione umana che si è perduta, “del confronto con se stesso, nella propria globalità, del dialogo, del recupero dei giusti tempi terapeutici”. In definitiva “si cerca un aiuto per ritrovare l’equilibrio, si cerca un nuovo adattamento utilizzando sensibilità e competenze esogene”.

Su questi quattro pilastri dell’“examption”si può lavorare in profondità e in estensione perché i movimenti per riposizionarsi sono già in atto anche se silenziosi. Più in generale va considerato che – se la tendenza finora è stata ad “adattarsi” operando in modo interstiziale nella realtà pur insoddisfacente cercando di “sfangarla”, ma senza cercare vie d’uscita risolutive – adesso “in un mondo in cui è sempre più difficile inventare veramente e rinnovarsi, vince non chi si adatta, ma chi sa riadattare ciò che è, per fare cose nuove con quel che ha”.

Le conclusioni e un possibile sbocco propositivo

Nel terminare l’esposizione dei risultati della ricerca di base Elisa Manna ha precisato: “I quattro esempi che abbiamo fatto sono solo alcune delle tante possibili ‘exaptations’ che possiamo mettere in atto; a livello individuale, a livello di piccolo gruppo, a livello di organismo territoriale come a livello nazionale”. E ha indicato per delle esplorazioni aggiuntive il Micro welfare e le Aree dismesse, il Baratto e il Riadattare il tempo, L’E-commerce e la Serialità e novità, la Temporaneità e i Distretti vissuti in modo nuovo, i Passaggi generazionali e la Rilocalizzazione, i Trasporti ridotti. C’è ancora molto da ricercare e da riprogettare. Quello che conta è l’indirizzo di fondo.

“Il punto vero da capire – sono le inconfondibili parole di Giuseppe De Rita – è che l’adattamento ‘classico’ non basta più: ci siamo adattati in mille modi a una scuola o a una sanità che non funzionavano; ci siamo adattati a una politica che non ci soddisfaceva, partiti che non capivamo e sentivamo distanti, a una mediatizzazione della realtà sempre più esasperata. Ma questo adattamento non funziona più, non è più ‘aptus’ al benessere del sistema. Del sistema Paese come del sistema individuale. Siamo nella fase, complicata ma anche affascinante, in cui dobbiamo capire che abbiamo possibilità altre, risorse altre che si stanno rendendo disponibili e che ancora non vediamo perché sono forme di energia esogene, non connesse tra loro e che perseguono un proprio percorso evolutivo. Insieme non rappresentano un’ideologia, ma forse possono offrire un’idea nuova del mondo e dello sviluppo”.

Il parallelo con la biologia evoluzionista viene ulteriormente esplicitato: “Sono queste forme di energia che vanno intercettate e reclutate – sono sempre espressioni di De Rita – perché l’idea che la crescita sociale sia il regno di un’ottimalità adattiva imposta da una realtà sovrana che come un meticoloso ingegnere costruisce le interazioni sociali è falsa oltre che immatura. Dalle teorizzazioni in economia alla concezione proto evoluzionista in biologia tale idea si è dimostrata fallace: la società è in realtà il risultato polimorfico di adattamenti secondari e subottimali, di riusi ingegnosi e di aggiustamenti imprevedibili. Si devono raggiungere compromessi fra pressioni discordanti e resistenze interne, si devono perseguire equilibri che tutto congiura a rendere fragili. Perciò il futuro non sarà il regno delle sicurezze e delle necessità, ma delle potenzialità e di nuovi mondi che si fanno avanti”.

Ricordiamo come già nel “Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2008” il Censis aveva affacciato l’idea, appena accennata, dell’“exaptation”, definita allora “adattamento innovativo nei portatori e cantori dei nostri caratteri originari” provocato da alcuni “reagenti”tra cui “l’azione delle minoranze vitali”, ma senza quel significato risolutore che è la nuova scoperta. Dall’enunciazione di allora all’approfondimento di oggi molta strada è stata fatta, ci sono le ricerche sul campo a confortare per via induttiva l’idea brillante originaria, e ulteriori riflessioni.

Ma quello che vorremmo sapere a questo punto è se si tratta di un processo naturale, più o meno carsico, da osservare nella sua lenta evoluzione senza poter intervenire, oppure se si può fare qualcosa per accelerarlo. Lo abbiamo chiesto direttamente alla relatrice, ed Elisa Manna ci ha risposto senza esitare: “Le trasformazioni culturali e antropologiche hanno i loro tempi ma, come dicevano gli antropologi americani degli anni ’50, una civiltà può mettere in atto quello che loro definivano ‘astuzia controculturale’, cioè un intervento politico che accelera i tempi naturali del cambiamento culturale”.

E in modo ancora più esplicito: “Lo strumento mediante il quale le civiltà possono agire è la Politica – la maiuscola ci viene chiesta dalla relatrice – che deve ritrovare la sua vocazione alla promozione della cultura e della civiltà dei popoli, utilizzando tutte le leve disponibili”. Quali sono queste leve? le chiediamo: “Riscoprire i soggetti sociali apparentemente marginali, comunque emarginati, e considerarli risorse da reinserire e valorizzare, non più problemi da fronteggiare”.

A questo punto la nostra rivista culturale, per ciò stesso particolarmente adatta ad entrare in sintonia con il nuovo approccio, per di più una rivista abruzzese, si permette di fare due collegamenti.

Il primo è con la realtà regionale dissestata dal rovinoso terremoto che, almeno nelle aree colpite anche indirettamente, non può più “adattarsi”, deve uscire dalla crisi con lo scatto in avanti che richiederà uno sforzo congiunto nel quale mobilitare tutte le risorse, anche quelle riposte nei quattro pilastri dell’“exaption”: anziani da reinserire , immigrati da integrare, donne da parificare, ri-umanizzazione da promuovere.

Il secondo collegamento è con il programma di governo regionale uscito vincitore alle recenti elezioni abruzzesi. In esso, nella parte fondativa, “La prima risorsa? Gli abruzzesi!”, si legge: “Censimento e selezione degli Abruzzesi da ‘rimettere’ al Lavoro e alla Speranza per il futuro… Imprenditorializzazione dei giovani abruzzesi (studenti, disoccupati, sotto-occupati, marginali, senza casa e senza voce) e, non meno fondamentale, della ‘Nobiltà dei Vecchi’ (pensionati, emarginati, soli, sfiduciati, gente viva che avrebbe tante cose da dire e da fare ma che nessuno più ascolta, che nessuno più considera).

Dall’alleanza, dalla messa a Sistema di queste due grandi Forze che solitamente sprechiamo e umiliamo, nasce la Speranza del Futuro come radicamento e messa a frutto del Passato. Le idee contenute nel nostro programma muovono da qui”. Il “coinvolgimento degli anziani in servizi di interesse sociale” è una linea d’intervento esplicitamente enunciata, nell’ottica di considerarli una risorsa da valorizzare, e non come peso da sopportare, tanto che nei manifesti di Gianni Chiodi, eletto alla presidenza della Regione, figuravano in primo piano.

Se è questo l’indirizzo politico, perché non cominciare dalla Regione Abruzzo a tradurre nella pratica economica e sociale di governo le idee e impostazioni innovative, per non dire rivoluzionarie, collimanti con la “scoperta” del Censis precisata a noi direttamente dalla relatrice Elisa Manna? La coincidenza temporale, l’8 luglio, dell’incontro sull’“exaption”con l’apertura del G8 a L’Aquila, può essere un segno premonitore per una sperimentazione nel territorio abruzzese.

“Recisa non recedit” è divenuto il simbolo della reazione del capoluogo di regione d’Abruzzo, del resto nella biologia evoluzionista la lotta per la sopravvivenza fa mobilitare tutte le energie riposte, anche quelle designate ad altre funzioni e di questo si tratta nella realtà post terremoto.

Quale migliore terreno, quindi, per l’applicazione concreta, per un forte e fiero “We can”?

2 Comments

  1. Romano Maria Levante

Postato luglio 21, 2009 alle 11:08 AM

Ringrazio la Responsabile delle politiche culturali del Censis, Elisa Manna e il presidente Giuseppe De Rita, dell’apprezzamento che ho molto gradito. Il merito va al Direttore della rivista, Giovanni Lattanzi, che mi ha dato lo spazio per pubblicare, dal 24 febbraio ad oggi, nove servizi di notevole ampiezza sulle ricerche del Centro, consentendomi di seguire da vicino quello che giustamente Elisa Manna definisce il “percorso non facile di analisti sociali”. Seguire questo percorso vuol dire percepire i movimenti silenziosi, spesso carsici, in atto, di cui il Centro Studi Investimenti Sociali dà conto non solo nell’annuale “Relazione sulla situazione sociale del Paese” ma anche attraverso una continua attività di ricerca che scava nei recessi del territorio per cogliere i minimi segnali rifuggendo dalle generalizzazioni macroeconomiche. Così, dopo essere stato il primo a ridimensionare il catastrofismo sulla crisi è il primo a mettere in guardia dai facili ottimismi sul suo superamento. Dalla scoperta del “sommerso” oltre quarant’anni fa a quella odierna dell’ “exaptation”, De Rita con il Censis continua a fornire una preziosa bussola alla quale continueremo a fare riferimento con la più sincera gratitudine per l’impegno profuso e la capacità analitica e percettiva.

  • Elisa Manna

Postato luglio 15, 2009 alle 10:04 AM

è stato un piacere leggere il servizio del vostro Romano Levante;perché ci ha capiti perfettamente in un nostro percorso non facile di analisti sociali .E questo significa che ci ha messo intelligenza e passione. A nome del mio Istituto, i più sentiti complimenti
Elisa Manna

Crognaleto, la Fiera della Pastorizia: tradizione, cultura e forza vitale nella montagna abruzzese

di Romano Maria Levante

Pubblicato il 7 luglio 2009 in cultura, inabruzzo.it Ripubblicato in www. arteculturaoggi.it, stessa data, con poche righe iniziali e 24 immagini di anni molto successivi invece di quelle originarie perdute. .

Ieri 6 e oggi 7 luglio 2024 si svolge in Abruzzo, a Piano Roseto nel comune di Crognaleto, provincia di Teramo, la 169^ Fiera della Pastorizia, una manifestazione antichissima con la partecipazione di istituzioni, associazioni e soprattutto di operatori dl settore, imprese allevatrici, e singoli pastori con la presenza anche dei veri protagonisti., greggi di pecore, ecc. Oggi ripubblichiamo il nostro articolo sulla Fiera del luglio 2009, uscito allora sul sito “cultura.inabruzzo.it”, nel quale abbiamo inserito immagini più recenti. Erano trascorsi solo tre mesi dal disatroso terremoto, fu una prova molto positiva di grande vitalità deglla terra d’Abruzzo.. Un “come eravamo” dopo quindici anni che potrebbe far confrontare la realtà di allora – diversi protagonisti non ci sono più, come il compianto commissario al Parco Nazionale Arturo Diaconale – e la realtà di oggi vissuta dai partecipanti attuali.

Sentir parlare di cultura nel cuore dei Monti della Laga è stata una bella sorpresa nella giornata conclusiva della “151^ Fiera della Pastorizia” svoltasi tra Teramo, San Giorgio e Piano Roseto, nei comuni di Crognaleto e Cortino, tra il 2 e il 5 luglio 2009. Come è stata una bella sorpresa sentir parlare in un certo modo del Parco nazionale Gran Sasso Monti della Laga.

Prima di arrivare alla giornata conclusiva che abbiamo seguito direttamente per dare la sintesi finale e il messaggio politico, vogliamo rendere conto brevemente delle due precedenti. La prima giornata si è svolta a Teramo con un Convegno nella mattina del 2 luglio presso la Camera di Commercio aperto dal presidente Di Carlantonio, organizzatore dell’intera manifestazione insieme a Febbo, assessore all’Agricoltura della Regione Abruzzo e ai sindaci di Crognaleto D’Alonzo e di Cortino Minosse.

Si è discusso dell’economia dell’allevamento ovino, in particolare dei consorzi di tutela, dei marchi di qualità e della sicurezza alimentare, argomento questo di grande attualità anche per la contraffazione e l’adulterazione della denominazione di origine, all’ordine del giorno anche dell’imminente G8 dell’Aquila. Le conclusioni le ha tratte l’Assessore regionale.

Il 4 luglio a San Giorgio, frazione di Crognaleto – nella sede della Pro loco che con il presidente Campanella ha dato un apporto fondamentale all’organizzazione – si è svolto un intenso pomeriggio aperto dal 3° Concorso sui “Formaggi della Transumanza”, cioè “Formaggi Ovini e Caprini Rocca Roseto”, proseguito poi sullo stesso tema con il “Laboratorio del gusto, pecorini e caprini”. Dal gusto si è passati alla memoria con l’apertura del Museo della pastorizia e di un Mostra fotografica; i tratturi e la transumanza ne sono stati al centro, anche con racconti e rievocazioni dal titolo poetico “Presso gli stazzi con i pastori sotto le stelle”; nella serata il folklore di Rappoppò con altri artisti.

Le due sorprese della giornata conclusiva

La giornata del 2 luglio ha visto entrare in scena i protagonisti dell’arte della pastorizia, i pastori e le pecore. E in modo operativo, quasi fosse il teatro delle operazioni e non una kermesse. All’alba l’alloggiamento degli animali negli stazzi, poi la Santa messa con la Preghiera del pastore seguita dal Raduno Ufficiale del Cane Pastore Maremmano Abruzzese scritto in tutte maiuscole, se lo merita.

Quindi, in successione, la visita guidata agli stazzi con la valutazione delle razze ovine e caprine presenti da parte di un’apposita commissione. Una specie di Miss Italia a quattro zampe e un bel manto lanoso anche in piena estate. La premiazione dopo gli interventi delle autorità.

A questo punto, nella parte che doveva essere rituale, quella riservata alle autorità all’interno di un grande tendone ben attrezzato, ci sono state le due sorprese cui si è accennato, a noi molto gradite. Forse c’è del personale in questo portare alla ribalta di una manifestazione così ampia e partecipata questi due elementi, ma ci sembra abbiano rappresentato il vero momento innovativo. Il merito va ai due personaggi di spicco intervenuti insieme a uno stuolo di autorità, non per una partecipazione di circostanza ma per lanciare precisi messaggi cui non mancheranno iniziative concrete.

Sono il Sottosegretario all’Interno Michelino Davico e il Commissario del Parco nazionale Gran Sasso e Monti della Laga, Arturo Diaconale: il primo arrivato da Cuneo, di cui è originario (anzi è della rurale Bra), con un blitz che la dice lunga sul suo dinamismo e la sua passione per la montagna; il secondo, famoso e combattivo direttore-giornalista originario di Montorio al Vomano, di Teramo.

E’ qui la festa! Abbiamo esclamato come se avessimo conquistato una vetta dopo la scalata. Una festa del popolo montanaro, ancora vivo e vitale nonostante la decimazione subita con l’esodo. E comparso miracolosamente, quasi materializzandosi nella piana, dopo che l’attraversamento dei Monti della Laga si era svolto in assoluta solitudine.

Abbiamo avuto questa impressione e ci è piaciuto sentire il Senatore Davico descriverla all’inizio del suo intervento come propria sensazione, non sapeva dove potesse portare quella strada deserta tutte curve in continua ascesa imboccata lasciando la “Strada Maestra” del Parco nazionale. Tanto meno a un campus così vivo e stimolante.

Spiegare il motivo personale è semplice per il riferimento alla cultura, ci eravamo recati alla Fiera nella convinzione di assistere a un fatto culturale che la nostra Rivista non poteva ignorare, e così è stato, ma si è superata ogni nostra aspettativa. E non é stato semplice restare a Piano Roseto per la pioggia battente e la nebbia fitta e pungente; come non era stato facile arrivarci, la località non é indicata né sulla carta stradale né sui cartelli, abbiamo capito di essere giunti alla meta solo dalla lunghissima fila di auto in sosta che abbiamo superato fino a quando si è aperto dinanzi a noi lo sterminato pianoro verde punteggiato di stazzi di pecore per la Fiera e di un’infinità di stand.

Il motivo personale per il Parco nazionale è più soggettivo, perché avevamo avuto modo di verificare, in negativo, l’impostazione passata dell’azione e iniziativa del Parco per cui ci è apparsa come una palingenesi e autentica soddisfazione quella che il nuovo Commissario intende dare.
Parliamo allora di queste due sorprese, che hanno chiuso praticamente la manifestazione, perché ci danno una chiave di lettura privilegiata per vederne i vari risvolti in una luce particolare.

Il “comunalismo” del sottosegretario Davico

Dunque, ecco il sottosegretario venuto da lontano dopo avere mostrato, nella concitata fase post terremoto, un interesse inconsueto chiedendo di incontrare gli amministratori dei Comuni limitrofi al “cratere” epicentro del sisma – anch’essi fortemente colpiti pur senza avere lo stesso riconoscimento dato agli altri Comuni – e di toccare con mano i problemi del territorio.

Lo ha sottolineato il sindaco di Crognaleto, il Comune ospitante, D’Alonzo, impegnato in un confronto con le istituzioni centrali perché siano considerati in modo più adeguato i gravi danni subiti dalla sua comunità; e perchè si possa rimediare alla devastazione anche culturale che il sisma ha arrecato al concetto stesso della montagna e della sicurezza della “casa in pietra con il tetto in legno”, sede di tradizioni e di memorie personali e collettive da difendere. Il suo impegno nell’opporsi alla chiusura indiscriminata delle scuole montane di cui al decreto Gelmini, che porta all’abbandono del territorio, è tale da riprendere la parola per sollecitare un intervento del sottosegretario al riguardo.

Il senatore Davico ha detto subito che non è venuto per raccogliere istanze e richieste particolari ma per far sentire lo Stato non come entità astratta e lontana ma reale e presente. Poi è partito da lontano, come nel viaggio da Cuneo, dalle origini della crisi finanziaria nei derivati e prodotti tossici con i quali si sono cercate scorciatoie fallaci al lavoro serio e onesto per costruire qualcosa di stabile, duraturo e non effimero come le ricchezze accumulate all’improvviso facilmente e poi svanite con la stessa rapidità e facilità. Il lavoro serio e onesto porta al territorio e alle comunità che lo popolano, alle radici e alle tradizioni.

Con tutto questo ci si deve confrontare per far venire alla luce i problemi e cercare di risolverli, mediante la verifica sul luogo, l’ascolto di comunità e amministratori, il confronto fino alla decisione. “Le eccellenze produttive nel territorio sono valori importanti che hanno fatto cultura, questa è cultura. Dovrebbero essere sostenute dal Ministero dei Beni e Attività culturali perché tali vanno considerate, invece di disperdere risorse in iniziative spesso inutili. La vera cultura è quella della gente, del territorio con i suoi valori e le sue produzioni che vengono dalla tradizione”.

Il sottosegretario ha rimarcato che essere al 151° anno vuol dire per la Festa della pastorizia custodire un grande patrimonio, entrare nella storia; concetto ripreso dal presidente Rainaldi della Camera di commercio dell’Aquila – per le cui vittime c’è stato un minuto di silenzio oltre a ripetuti omaggi – che orgogliosamente ha rivendicato i 50 anni dell’omologa manifestazione aquilana gemellata a quella teramana, osservando “forse noi abbiamo cominciato a registrarle più tardi…” con una battuta identitaria quasi a voler rivalutare una memoria atavica oltre le statistiche ufficiali.

Per difendere questi valori occorre battersi e Davico lo ha fatto a favore delle scuole nella montagna, la cui chiusura accelera lo spopolamento, anche in un caso limite che ha ricordato dove da quattro si era passati a un solo alunno che però consentiva di mantenere in vita una cultura millenaria, quella Provenzale alla base dei nostri valori. “Quando sparisce una cultura millenaria – ha detto – dietro cui ci sono valori, memorie, prodotti tipici, modi di essere, sparisce una parte della nostra storia che può essere importante e va mantenuta”.

Abbiamo capito che non si tratta di scivolare nel pittoresco, c’è un convincimento profondo dove tutto si tiene, memoria e tradizioni, identità e consapevolezza, il tutto riassunto nella cultura e radicato nelle persone, nel territorio. Lo ha chiamato “comunalismo”, la forza dei sindaci e dei territori, in definitiva della gente e dei valori, si deve confrontare con gli interessi generali per trovare un punto di equilibrio. Ma occorre una mentalità nuova, la partenza dal basso con la ricomposizione in alto, previo ascolto e partecipazione per il confronto e la decisione. Ha fatto una promessa, di tornare il prossimo anno, spera con il Ministro delle risorse agricole Zaia.

Non potevamo non chiedergli, al termine, un messaggio particolare per i nostri lettori, dopo avergli manifestato la condivisione per aver messo la cultura al centro dei valori espressi dal territorio. Il suo messaggio, ci ha detto, è che “dietro ogni prodotto, ogni attività, c’è molto di più della lavorazione e della tecnica che lo ha generato, c’è la tradizione e la memoria, l’azione degli amministratori e l’iniziativa dei cittadini, l’economia locale e anche la lingua locale, c’è la cultura”. E come sigillo ci ha dettato lo scritto di Cesare Pavese che rende poeticamente tale concetto: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle case, nella terra, c’è qualcosa di tuo che anche se non ci sei resta ad aspettarti”. Ebbene, oltre a Bra, aspetterà Davico anche Crognaleto.

L’impegno del Commissario al Parco, Diaconale

Ed ecco il Commissario del Parco che viene da vicino, Arturo Diaconale è originario di Montorio al Vomano, abbiamo detto, dove ogni anno c’è la manifestazione “La vetrina del Parco”, anche se la vita professionale di grande giornalista costantemente impegnato sulla trincea dei valori liberali lo ha tenuto lontano dai luoghi nei quali sonno rimaste le sue radici da lui, peraltro, sempre coltivate e che ora sono la maggiore garanzia per una azione appassionata oltre che dinamica ed efficace.

Diaconale ha detto subito di voler cogliere l’occasione per formulare dinanzi alle istituzioni locali presenti i suoi primi orientamenti sulla gestione del Parco dopo la recente nomina. E ha ricordato come nel parco Gran Sasso Monti della Laga, come in tutti gli altro parchi nazionali, la linea seguita in passato è stata “la difesa del territorio con effetti positivi che hanno impedito devastazioni ma hanno incontrato anche le resistenze delle popolazioni locali, perché con la sola conservazione della natura si perde la consapevolezza che ci vivono anche le persone”. E’ seguito subito il nuovo orientamento politico e gestionale: “Va chiusa una fase dell’ambientalismo per aprirne una nuova basata sulla collaborazione con chi vive nel territorio”.

Questa esigenza appare rafforzata dopo il terremoto che induce l’intero Abruzzo, “regione verde d’Europa”, a riflettere su come procedere nella nuova situazione che si è creata. Dove ci sono gli aspetti tragici delle vittime e quelli dolorosi delle sofferenze e delle perduranti tensioni; “ma anche aspetti positivi da considerare, senza che questo possa essere considerato cinismo”. E li ha precisati: “Sono caduti alcuni stereotipi sugli abruzzesi che venivano accomunati a un deteriore lassismo meridionalista mentre hanno dimostrato di essere forti e tenaci, dignitosi e capaci. Si sono accesi dei riflettori sulla nostra Regione, finora poco conosciuta, che con il G8 all’Aquila entrerà nelle case di tutti in ogni parte del mondo”.

L’effetto congiunto di questi due aspetti dà opportunità che vanno utilizzate adeguatamente per un rilancio alla grande secondo modelli e dimensioni finora non proponibili: “Il Parco – ecco l’impegno programmatico – svolgerà un’azione di stimolo per iniziative che mantengano piena visibilità alla nostra Regione, aspetto prioritario perché dopo il G8 non ci sia un ritorno al passato”. L’impegno è notevole per una minaccia grave: “Il Parco vuole collaborare con le popolazioni, il pericolo da evitare è che dopo il terremoto si formi una nuova ondata di esodo, e si vada verso il totale spopolamento”. E ha concluso con un’espressione efficace e un impegno preciso: “Una montagna spopolata è una montagna degradata, il Parco intende impedire che ciò avvenga”.

Come con il senatore Davico alla fine della manifestazione abbiamo parlato con il commissario Diaconale, ricordandogli che nella ricerca del Censis sui territori di eccellenza, di cui abbiamo dato conto sulla Rivista, quelli abruzzesi si contano sulle dita di una mano, ma il Gran Sasso figura, forse unico tra tutti, tra gli “eccellenti” in due categorie su tre (nell’accoglienza e nell’innovazione tecnologica, la terza è l’eccellenza produttiva).

Grandi sono, quindi, le responsabilità del Parco, che in sostanza ha il “governo” di questo territorio di duplice eccellenza. Ha ribadito che “impegno primario del Parco sarà promuoverlo sul piano nazionale e internazionale. Il solo difetto di questo territorio di eccellenza è di essere poco conosciuto. Questo per raggiungere il risultato più importante a cui l’azione del Parco sarà rivolta, quello di evitare lo spopolamento”. A questo si procederà, ha concluso, “con il diretto coinvolgimento delle istituzioni locali. Oggi è solo l’inizio”.

Il Ministero dei beni e attività culturali, convitato di pietra

Vogliamo collegare le due posizioni, che hanno costituito per noi la piacevole sorpresa, quella del sottosegretario Davico incentrata sulla valorizzazione della cultura del territorio in cui si ricomprendono i suoi valori, compresa la lingua, e le sue produzioni; e questa del Commissario al Parco Diaconale che affida alla visibilità a livello nazionale e internazionale, del territorio ora rivalutato per la sua tenuta di fronte alla tragedia, la possibilità di evitarne il deleterio spopolamento. Ci sembra di poter trovare un denominatore comune nella cultura e nei valori, nelle tradizioni e nella memoria, base dell’identità come matrice positiva e della visibilità come strumento di rilancio.

Ci viene in mente che tutto questo sembra in linea con le tesi elaborate dal Censis, a seguito di accurate indagini di campo nelle realtà territoriali, sulla necessità di un’azione calata sui singoli territori per coglierne le peculiarità che sono risultate, insieme al coinvolgimento delle istituzioni e associazioni locali ritenuto necessario anche da Diaconale, il maggiore fattore di resistenza alla crisi, anche nei territori che non rientrano tra le “eccellenze” nella produzione, nell’accoglienza, nell’innovazione tecnologica.

E ci sembra in linea anche con il nuovo orientamento del Ministero dei Beni e Attività culturali, chiamato in causa dal senatore Davico, di spostare l’interesse dalla difesa statica dei “beni” alla promozione dinamica delle “attività” culturali, anche attraverso la loro “circolazione”.

Di esse fanno parte le attività alle quali il sottosegretario si riferiva, riassunte in ciò che è espressione delle tradizioni a loro volta prodotto della cultura di un popolo; e anche la visibilità nazionale e internazionale richiesta dal Commissario al Parco Diaconale richiede la promozione di tali attività affinché possano “circolare”, come si è fatto con la mostra itinerante negli Usa del “Trittico del Maestro di Beffi” per la raccolta dei fondi in aiuto ai terremotati d’Abruzzo.

L’impostazione del Ministero non è soltanto un orientamento astratto, si è concretizzata proprio nei mesi successivi al terremoto in tante iniziative di ampio respiro, come la Giornata della musica popolare che ha visto a Roma, nella cornice di Piazza di Spagna, corali, bande musicali e gruppo folklorici da ogni parte d’Italia (quattro dalla zona terremotata dell’aquilano) seguita dalla Giornata delle diversità culturali, e dalla Giornata della musica, sulla base del concetto della “circolazione” e del confronto tra identità come premessa a un accrescimento culturale nell’interesse di tutti.

Se questa costruzione non é instabile e velleitaria si potrebbe fare della montagna abruzzese, che ha nel Gran Sasso la fascia di eccellenza riconosciuta dal Censis, il territorio nel quale calare in termini operativi gli orientamenti appena esposti tenendo conto che si dispone di uno strumento straordinario di governo come il Parco Nazionale in aggiunta alle istituzioni locali che agiscono in sintonia e con un coinvolgimento continuo.

Il tavolo degli oratori all’incontro conclusivo a Piano Roseto ne era la manifestazione visiva, le dichiarazioni d’intenti collaborativi l’intento espresso. C’erano rappresentati, oltre alla Camera di Commercio di Teramo, organizzatrice, con il suo presidente che ha diretto i lavori, e quella dell’Aquila, la Regione, la Provincia, il Comune e l’Università di Teramo – con il prof. Carluccio che ha chiesto espressamente di utililizzarne le competenze di eccellenza in particolare nella Veterinaria – nonché il Prefetto dott. Camerino, che ha simpaticamente ricordato le sue origini foggiane e come la sua terra sia di pianura ma anche di montagna con l’Appennino Dauno, e fosse legata all’Abruzzo dall’atavica transumanza.

C’erano anche Zachetti del B.I.M., Di Pasquale del Consorzio agrario provinciale, Di Pietro del Ruzzo reti, e tanti rappresentanti di Associazioni professionali e di categoria. I presupposti dunque ci sono, per quel coinvolgimento che fa la forza di un territorio, e la volontà politica anche, lo abbiamo registrato dagli impegni assunti. Ora occorre partire con un programma concreto. E’ troppo chiederlo ai protagonisti dell’incontro e al convitato di pietra evocato da Davico? Da parte nostra ci impegniamo a seguire attentamente, e appassionatamente diremmo, quanto verrà promosso, e anche quanto dovesse venire omesso, e a darne conto ai lettori.

Lo svolgimento della manifestazione a Piano Roseto, una festa popolare.

L’attenzione che abbiamo dedicato alle due “sorprese” non deve far pensare che si sia riassunta in esse la sostanza della festa, tutt’altro. Perché entrambe convergono nel porre in primo piano, anche rispetto alle bellezze naturali, figurarsi ai discorsi politici, la gente con le sue tradizioni e le sue memorie, insomma la sua cultura. Che si esprime a livello popolare sotto tutti gli aspetti che la rendono riconoscibile, anche identitaria ma aperta al confronto fecondo e alla contaminazione reciproca.

E come si esprime lo abbiamo visto all’opera in una giornata in certi momenti di tregenda per il temporale che si scatenava a tratti e la nebbia che avrebbe raffreddato ogni entusiasmo. Non l’entusiasmo dei convenuti alla Fiera della Pastorizia. Un territorio senza la sua gente è “bello senz’anima” come scrivemmo al precedente Presidente del Parco senza ottenere risposta, e oggi l’anima è emersa in una passione e vitalità che ha vinto anche le intemperie. Ma “la montagna è anche questo”, è stato detto, anzi “la montagna è questa”. E bisogna essere forti e fieri che sia così.

Non di solo entusiasmo si è trattato e neppure di una semplice festa ma di una consacrazione. Del lavoro compiuto nell’anno, espresso dagli splendidi esemplari ovini raggruppati in un gran numero di stazzi con le iniziali marchiate sulla lana e intorno i protagonisti dei loro allevamenti. Ci vorrebbe una competenza specifica per valutarli oppure più tempo per cercare testimonianze, ma non sarebbe neppure il momento, sono impegnati vuoi nelle discussioni e contrattazioni, vuoi negli attestati ai più meritevoli, ricevuti dopo le valutazioni dell’apposita commissione in una lunga giornata iniziata alle sei del mattino, vuoi in libagioni e pasti calorici per scacciare il freddo della nebbia.

Ci basta rendere conto della manifestazione nei suoi aspetti popolari, con un’organizzazione che è riuscita a sopperire al repentino mutamento delle condizioni climatiche con presidi e accorgimenti di emergenza che hanno consentito di attuare il programma prefissato. Un vero miracolo tenendo conto che non c’era alcun presidio fisso ma solo le tende e le strutture apposite montate per l’occasione e forzatamente precarie.

Una fila ininterrotta di “stand” ciascuno dei quali presentava una produzione tipica con esposizione e succulenti assaggi rappresentava la lunghissima quinta laterale della grande rappresentazione. Il campo era occupato dagli stazzi degli ovini selezionati e non mancavano i richiami comuni alle feste popolari: il complessino con costume e musica tradizionali, le rivendite presenti in ogni fiera e manifestazione, tutti elementi che concorrono al carattere popolare e per questo non vanno sottovalutati ma al contrario valorizzati.

I posti di ristoro, pur nella situazione di emergenza data dagli scrosci di un acquazzone intermittente ma pervicace hanno funzionato bene, gli arrosticini come le porchette, i formaggi come i vini, venivano sfornati in continuità e gli equilibrismi tra le zolle verdi e il fango dilagante riuscivano miracolosamente, anche per l’uso di provvidenziali passerelle come per l’acqua alta a Venezia.

Nessuno scoramento, nessuno sbandamento né da parte di chi forniva i servizi in condizioni difficili né da parte di chi ne usufruiva esposto all’inclemenza del tempo. La consolazione per tutti era la frase che abbiamo già riportato – detta anche dal sindaco di Crognaleto nel suo pur breve intervento, iniziato nel diluvio e concluso nel sole – “questa è la montagna”, che riportava a normalità quella che aveva tutta l’aria di essere un’emergenza. E nella normalità della montagna che può essere inclemente ci si adattava con pazienza chiamando a raccolta le doti di inventiva e l’arte di arrangiarsi; e anche la solidarietà e la collaborazione nel dividersi panche e tavoli divenuti poco affidabili e poco gestibili ma ciononostante utilizzati al meglio senza incidenti.

Un’altra manifestazione, per fortuna dinanzi a un’inclemenza della natura del tutto innocua, di quel carattere forte e dignitoso che sa affrontare le avversità, balzato in tutta evidenza con il sisma distruttivo e che siamo certi si manifesterà anche nella ricostruzione alla ripresa di una vita normale.

Photo (aggiornamento)

Le 24 immagini non riguardano la 151^ manifestazione del luglio 2009 di cui all’articolo, ma le Fiere successive e sono state inserite in questa ripubblicazione a titolo illustrativo, essendosi perdute le immagini di allora nel passaggio dell’articolo da un sito all’altro. Sono tratte dai siti web sotto indicati di cui si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta con la loro documentazone pubblica. L’inserimento non ha alcun intento economico o pubblicitario, e se la pubblicazione di qualche immagine non è gradita ai titolari dei siti da cui è stata tratta basta comunicarlo e sarà immediatamente eliminata. Ecco i siti nell’ordine di successione delle immagini: Il Centro, abruzzo city rumors, abruzzo live, habitual tourist, espression 24, virtù quotidiane, habittual tourist, habitual tourist, life in Abruzzo, abruzzo web, il Faro, abruzzo city rumors, you tube 2013, testimone news, ekuonews, il Centro, l’Aquila blog, Teramo news, virtù quotidiane, Teramo news, tg Abruzzo 24, Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, il Giornale di Montesilvano a Pescara. Grazie di nuovo a tutti.

Tag: Cortino, Crognaleto, Montorio, Piano Roseto, San Giorgio

1 Commento

  1. Francesco

Postato luglio 7, 2010 alle 11:28 PM

bellissima festa

Antichi Telai: i tessuti d’arte tra eternità e storia

di Romano Maria Levante

  • 3 luglio 2009

Preziosi parati, paramenti sacri e paliotti di sconvolgente bellezza in mostra a Roma.

Può avvenire di passare dal sacro al profano, ci capitò visitando in successione la mostra di Bellini con le splendide Madonne e poi quella di Picasso con i visi asimmetrici del cubismo, come i lettori ricorderanno. Questa volta abbiamo fatto il percorso inverso, dal profano al sacro visitando a Roma in sequenza la mostra “Gioielli” di Bulgari al Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale e quella “Antichi Telai” con i tessuti d’arte del patrimonio del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno al Palazzo Ruspoli al Corso, presso la Fondazione Memmo, aperta dal 13 maggio al 26 luglio 2009. Soltanto della seconda intendiamo parlare, ma non prima di aver espresso le sensazioni istintive che abbiamo provato.

Ebbene, non ce ne voglia il rinomato gioielliere, ma i gioielli non siamo riusciti a vederli, per quanto ci fossimo sforzati, “tra eternità e storia” come nell’ambizioso sottotitolo della sua mostra. Personaggi di cronaca sono stati Liz Taylor con Richard Burton ed Eddy Fisher in una gara vinta dal primo con una favolosa “parure” di smeraldi, esposta in una vetrina delle meraviglie; così Soraya con le sue spille preziose e una inedita Anna Magnani, la popolana del neorealismo che indossa una sfavillante “parure” di rubini e altre ancora esposte ed evocate nei filmati. Una cronaca che aspira a diventare storia anche con le figure ingioiellate delle feste mondane. “Tra cronaca e storia”, quindi, si potrebbe ribattezzare la mostra di Bulgari, dove c’è anche una “sancta sanctorum” blindata con i “campioni” di ieri e di oggi, lo zaffiro gigante e la collana più sfarzosa.

Mentre, con altrettanta presunzione, suggeriamo di attribuire quel sottotitolo alla mostra “Antichi Telai”. Tra i paramenti sacri e i paliotti d’altare, le statue vestite e la processione con le preziose stole artisticamente lavorate abbiamo sentito il soffio dell’eternità e nello stesso tempo il respiro della storia. Perché le opere esposte, veri capolavori d’arte, sono state al centro delle celebrazioni liturgiche ed hanno attraversato i secoli, hanno visto troni e dominazioni. Sempre sotto lo sguardo rapito dei fedeli, che nei tessuti preziosi e negli ornati raffinati, nei disegni evocativi dei fatti evangelici e nelle fruscianti vesti talari sentivano l’eternità calarsi nella loro storia civile e umana.

Le sorprendenti scoperte della Mostra

E’ un merito straordinario quello di suscitare una simile emozione, ma non è l’unico. Ce n’è un altro che attiene alla ragione più che ai sentimenti, e riguarda la scoperta di un mondo nuovo, costituito dai 700 Edifici di culto affidati alle cure dell’apposita struttura del Ministero dell’Interno. Un mondo, che anche al di fuori della suggestione della fede, viene così definito da Giulia Silvia Ghia, storica dell’arte che, con Rosalia Lilly D’Amico, ha ideato la mostra: “Paliotti, parati, mitre, piviali, pianete, dalmatiche esposti in questa occasione sono in realtà dei microcosmi di espressione del gusto, della moda, del rito, del prestigio dei committenti, siano essi laici o ecclesiastici”.

Il microcosmo si apre su un universo dove convergono tutte le arti con lo straordinario fascino esercitato dalla natura dei luoghi di culto che dà alla loro bellezza qualcosa in più, molto di più, perché la fede scava nella profondità dell’anima anche nei non credenti, rimanda ai misteri dell’esistenza e alla funzione consolatoria sugli spiriti semplici come alle speculazioni più profonde dei sapienti teologi. E tutto in quegli ambienti, al cospetto di quei dipinti, sotto quelle statue, con quegli arredi, immersi in quei rituali nei quali i paramenti erano scelti accuratamente e utilizzati come componente essenziale della liturgia sacra. Perché, citiamo ancora la Ghia, “l’abito e l’apparato per il clero erano e sono espressione del sacro e della devozione popolare”.

Forse il Ministero non si è reso conto della responsabilità che si assume nel rivelare tutto questo. Perché dovrà esserci ora da parte sua un impegno all’altezza delle aspettative suscitate. E sono tante, attengono ai tesori d’arte tessile esposti meritoriamente nella Mostra e anche agli innumerevoli altri tesori che dovranno essere valorizzati con una cura altrettanto colta e attenta di quella profusa nelle sale di esposizione e nella documentazione storica e artistica a corredo.

Nel moderno concetto di “attività” culturali, che si affianca a quello tradizionale limitato ai “beni”, iniziative come quella che ha portato alla Mostra svolgono un ruolo centrale nel dare vitalità ai “giacimenti” stabili e fermi, i quali senza un’adeguata promozione e “circolazione” resterebbero inerti e sfuggirebbero a quel fondamentale lavoro di restauro che le iniziative riescono ad attivare.

Ne dà conto il prezioso Catalogo del Dipartimento per le Libertà Civili e per l’Immigrazione, che come la Mostra e il Comitato tecnico è stato coordinato dal Vice Prefetto Giuseppe Mario Scalia capo dell’Ufficio pianificazione nell’amministrazione del Fondo Edifici di culto, al quale rivolgiamo direttamente l’appello appena lanciato per l’attività futura, impegnandoci fin da ora, per parte nostra, a seguirla con la stessa passione e lo stesso entusiasmo che stiamo provando in questo momento.

C’è passione ed entusiasmo nella scoperta dell’universo degli Edifici di culto ma anche, abbiamo detto, del microcosmo dei Tessuti d’arte antichi. E qui, tornando all’intitolazione della Mostra, forse per noi una fissa, ci colpisce il riferimento ai Telai e non ai Tessuti: si evoca così il lavoro da artigianato artistico dietro queste realizzazioni, lo strumento dell’orditura e della tessitura sul quale si sono posate tante mani depositarie di un’arte antica, che affonda nelle tradizioni popolari alle quali la fede ha sempre chiesto il massimo di impegno e dedizione, ottenendo così dei capolavori.

Nella scoperta del microcosmo dei tessuti d’arte il Catalogo fa ripercorrere l’itinerario della Mostra, nata quasi per caso dopo alcune ricognizioni mosse da intenti diversi; e fa rivivere le scene intense dell’apertura degli armadi, il ritrovamento dei parati e degli arredi, la verifica dello stato di conservazione per gli eventuali interventi di restauro. Un’opera da ritrovamenti archeologici di elementi inventariati “ab antiquo”, che evoca immagini suggestive e misteriose, da “Codice da Vinci” e da “In nome della rosa”, per citare le più note incursioni letterarie in quel mondo segreto.

Valore e suggestione dei tessuti d’arte

Ha ragione il ministro dell’Interno Roberto Maroni quando scrive che “questa opera, per sua particolare vocazione – in quanto realizzata di trame e orditi – non soltanto è da leggere e sfogliare, ma da vivere come esperienza tattile”, quasi per sentire con le dita la rugosità della tela e il fruscio della seta, la delicatezza del ricamo e la rotondità dei piccoli coralli a comporre profondità arcane.

Per questo Rossella Vodret, Soprindentente dei Beni storico-artistici del Lazio,afferma: “I tessuti, per la tecnica esecutiva, per la preziosità della materia e, soprattutto, per il loro apparato decorativo, rappresentano un campo d’indagine privilegiato per gli storici dell’arte”. Noi non siamo tali, ma la scoperta di questo mondo così intrigante per tutto quanto evoca in tema di storia e di fede ci fa diventare ricercatori, assetati di conoscere le vicende che traspaiono da questi testimoni muti.

Il loro valore estetico, comunque, è facilmente percepibile: “Il pregio degli apparati ricamati con fili d’oro e d’argento – scrive Nicoletta D’Arbitrio Ziviello, docente di restauro dei tessuti alle Belle arti di Napoli – è riconosciuto anche dai meno esperti. Più difficile da comprendere è l’alto valore dei tessuti broccati considerati, a torto, opere seriali, in realtà testimoni delle importanti innovazioni tecniche – frutto d’invenzioni – che furono sperimentate e introdotte, dalla fine del Seicento fino ai primi decenni dell’Ottocento, per la lavorazione dei prototipi, sia di filati, sia di tessuti”. E non finisce qui: “Per questi motivi i tessuti concepiti tra il 1695 e il 1730, sono da considerare preziose e uniche testimonianze dell’arte tessile da tutelare come elementi indispensabili per ricostruire il percorso stilistico dell’arte tessile in Italia”.

Un altro mondo che si apre alla conoscenza, quello delle invenzioni e innovazioni tecniche, a dimostrazione dell’effetto domino che la cultura produce in positivo quando c’è un innesco di valore, come la Mostra che ci accingiamo a visitare. Ma non occorre lo spirito di Ulisse per interessarsi a tutto questo, che il Catalogo rende egregiamente riportando la preziosità anche in filigrana, e sfogliandolo si ha proprio l’impressione, come ha detto il Ministro, di “vivere come esperienza tattile”, nella sua accezione sensoriale, un’arte, come quella tessile, che “rappresenta sicuramente un valore importante nelle eccellenze prodotte in Italia nel corso della sua storia”.

Ma dai massimi sistemi ci piace tornare con i piedi sulla terra, anche se è difficile quando si evoca la fede. E lo facciamo avendo scolpite dentro di noi queste parole della D’Arbitrio Ziviello: “L’organizzazione della mostra, nelle indispensabili fasi di ricerca e di scelta dei manufatti da esporre, ha reso possibile compiere una vasta esplorazione nei luoghi dove i tessuti sono conservati, analizzare da vicino le peculiarità delle singole opere, verificarne le condizioni conservative per procedere al recupero di alcune di esse”. Potrà sembrare ovvio, per noi non è così, perché ci accingiamo a visitare la mostra con lo stesso spirito di ricerca, di conservazione, di recupero.

Gli ornati preziosi dei ricamatori artistici di Napoli

Il nostro viaggio tra l’eternità della fede e la storia civile inizia da Napoli, perché alle opere d’arte dei ricamatori partenopei è dedicata la prima sala della Mostra. Sin nei tempi remoti troviamo “frammenti di tele di lino, di sottili veli di seta e di oro, provenienti dalle antiche città di Cuma, di Pompei e di Ercolano, conservati oggi nel Museo Archeologico di Napoli”, scrive la D’Arbitrio Zanelli. Ma i primi tessuti che incontriamo sono dell’ultimo quarto del XVII secolo e provengono dalla Basilica di San Domenico Maggiore. Ne vanno ricordati i precedenti, come si fa per le opere letterarie e pittoriche, di scultura e architettura; per l’arte, insomma, che si nutre di storia e ne è essa stessa artefice. Della storia sentiamo il brivido appena ritroviamo nomi familiari quanto famosi.

In questa basilica prestigiosa, posta nel centro storico della città, furono sepolti oltre agli esponenti delle famiglie nobiliari alle quali sono dedicate le cappelle gentilizie, anche i sovrani aragonesi e gli alti dignitari della corte del Viceré; esposti vicino alla Sagrestia, nella Sala del Tesoro, si trovano i preziosi abiti di damasco dei sovrani, restaurati tra il 1998 e il 2000. Furono proprio loro, in particolare Ferrante d’Aragona incoronato nel 1459, a promuovere l’arte tessile, nel commercio e nella produzione, chiamando alla Corte di Napoli “maestri drappieri di chiara fama”, tra i primi il veneziano Marino di Cataponte, per introdurvi, come ricorda la docente appena citata riportando un documento del 1465, “drappi d’oro o damaschi et broccati, velluti figurati, viridi et neri” e lavorare “carmosino figurato, perché questa tinta non è di questa terra et bisogna tempo per venir da Ragosa, o di Venezia”.

Seguirono altre convenzioni con “maestri appareggiatori dell’arte della seta”: Francesco de Nerone nel 1973, per “l’arte dell’oro e della seta de omne sorte”, Pietro di Cavursio di Genova nel 1475 per fare a Napoli ogni anno “da cinque a cinquanta pezze di seta” portandovi “dodici lavoranti”; nel 1477 ci fu poi un bando del sovrano che istituì la “Corporazione dell’Arte della Seta”con sede nella Chiesa di San Filippo e Giacomo e patrono San Giorgio.

Di qui inizia un processo che impegna le più importanti famiglie nobiliari nel ciclo della seta, con la coltivazione di “celsi, e mori e bianchi, utili per alimentare i bombici della seta”, e nel promuoverne l’impiego nella produzione di panni decorati come quelli con “Le Storie e le Virtù” di San Tommaso d’Aquino voluti dalla discendente Giovanna d’Aquino che nel 1669 incaricò trenta ricamatori napoletani di realizzarli con le sete raffinate prodotte dai suoi feudi. Furono completati nel 1685 e donati alla chiesa nel 1799 da Vincenza Maria d’Aquino rimasta senza eredi, ed utilizzati per “parare” nelle ricorrenze le pareti, in particolare la Cella e il Dormitorio del Santo.

Ed ecco dinanzi a noi il grande parato (quasi m 3 x 2) in seta su tela di lino “San Tommaso compone il Corpus Domini”, il Santo seduto a un tavolino che scrive in una stanza con uno scaffale di libri, un quadro, un frate che entra, una colomba bianca. Ambiente semplice e raccolto al contrario dei due parati delle Virtù, “La Benevolenza” e “L’Umiltà”, ancora più grandi (quasi m 4 x 2,5), dove la figura del Santo è collocata al centro in posa statuaria in ambiente barocco circondato da una tempesta di motivi floreali librati nell’aria su veli sottili.

Seguono altre opere dei ricamatori napoletani provenienti dalla stessa basilica, due parati liturgici da indossare, un lungo “Piviale”(oltre m 3 x 1,50) con grossi ricami di sete policrome e in fili d’oro che compongono motivi floreali; .una più piccola “Tonacella” dello stesso tipo con la caratteristica che tra i fiori spicca il tulipano, per alcuni simbolo del lusso e della vanità, forse come “memento”.

Non ci si è ripresi dalla meraviglia che si presentano alla vista i “panni ricamati” della Chiesa del Gesù delle Monache, con le immagini di S, Bernardino da Siena e S. Antonio da Padova: dei veri bassorilievi (di m 1 x 1) con filati e colori diversi e le parti in rilievo di oro filato: i Santi sono immersi in un ambiente reale, con case e acque, flora e fauna, un effetto pittorico inconsueto di grande suggestione. Un bassorilievo del tutto diverso, su velluto di seta cremisi, è quello del “Paliotto dell’altare maggiore” con due angeli-putti in una composizione di tralci stilizzati.

Subito dopo c’è l’incontro emozionante con il Monastero di Santa Chiara, che evoca la celeberrima melodia: un grande parato sul “Giudizio di Salomone”, opera d’autore firmata “Ignazio Mirabile F. 1709” ricca di figure arcadiche di colore pastello disegnate con leggerezza e il sovrano al centro nella posa pensosa del giudicante; tre “Pianete”, una di broccato blu con ricami bianchi e oro di motivi architettonici, la seconda di raso perla con ricami in sete policrome e oro di ricche fantasie floreali, la terza di broccato rosso con contrasti di blu e oro in una composizione floreale.

Non è l’ultimo messaggio artistico che viene dalle chiese napoletane, cariche di storia e di memoria. C’è anche la “Madonna vestita” della Statua della Madonna del Carmine, un lungo abito dei ricamatori napoletani in tessuto rosso scuro con ricami in fili d’argento di motivi vegetali, si distinguono delle spighe di grano e motivi stilizzati in senso verticale lungo l’intera lunghezza.

Il ricordo delle processioni di paese nell’infanzia e adolescenza ci prende nell’intimo, aggiungendosi a quello delle cerimonie liturgiche con le pianete i cui colori colpivano la fantasia, ora stimolata dall’arte che aggiunge il suo fascino alla sollecitazione della memoria.

I paliotti siciliani, il barocco intessuto di corallo

Ci si immerge in un mondo del tutto diverso andando avanti nella visita alla Mostra, quando si entra nelle sale dei pregiati tessuti siciliani, dove si continua a sentire l’eternità del sacro e il respiro della storia.

E’ un mondo arcano, non ci sono l’arabesco, la fioritura e il disegno nelle sete policrome dei ricamatori napoletani ma spicca la profondità, la prospettiva e l’architettura negli archi di corallo tra ricami di seta variopinta e fili d’oro e d’argento.

Una festa cromatica dove trionfa il rosso, che unisce l’arte pittorica a quella architettonica; perciò pittori e architetti famosi ne furono i disegnatori, e per i lavori ordinati dai Gesuiti nel ‘600 si ricordano il pittore La Barbera e l’architetto Quaranta. Anche la creatività orafa partecipa con l’inserimento di pietre preziose nella trama di seta, oro e argento; e l’artigianato dei “maestri corallari” di Trapani con i fili inanellati della pietra nei laboratori tessili di Palermo e di Messina. Le chiese che hanno fornito i tessuti preziosi sono di Palermo, tranne le due ultime di Catania.

L’uso liturgico consisteva nel decorare gli altari nelle celebrazioni e ricorrenze più importanti, dal Natale alla Pasqua, dai santi dell’Ordine che li commissionava ai protettori della città. Per questo si tratta soprattutto di “Paliotti” ricamati, quelli esposti sono opera di suore ricamatrici dei monasteri. E’ un secolo prima delle opere sopra considerate dei ricamatori napoletani, la maestria è la stessa.

Ve ne sono quattro che provengono dalla Chiesa di San Giuseppe dei teatini, tutti di grandi dimensioni (m 3 x 1), come si addice a un tessuto che deve coprire un altare.
Il primo ripete il motivo delle arcate prospettiche delimitate da grani di corallo, con un vaso di fiori e un turibolo di derivazione orientale. Sembrerebbe la stilizzazione dell’immagine della Casa teatina di Messina, per questo donata al Convento in un contesto altamente simbolico; donatore sarebbe stato Giuseppe Maria Tomasi, primogenito del principe di Lampedusa, che diventerà cardinale e poi santo, per rendere omaggio al suo primo convento, dove Padre Francesco Maggio, guida dei novizi, aveva rinvenuto sotto l’altare un’acqua tutt’oggi ritenuta miracolosa.

Un altro paliotto mostra un’architettura da interno molto elaborata con la ricerca della prospettiva in basso e in alto tralci d’uva sopra le arcate, il tutto immerso nel rosso dei coralli.

Con il terzo c’è il trionfo dell’architettura, nei due piani prospettici: un portico fatto di un colonnato agile e arioso, un loggiato più ristretto e uno spazio centrale con una fontana e delle vasche.

Il quarto rappresenta in alto la facciata di un palazzo e nella parte centrale in basso l’ingresso, con motivi simmetrici nelle parti laterali e decorazioni a candelabro. C’è la magnificenza dei fili d’oro che creano cordoni rilevati e dei rossi coralli collocati quasi a intarsio senza profondità.

Di paliotti ne sono esposti altri cinque, di due chiese diverse: Dalla Chiesa di San Francesco di Paola ne provengono due dal motivo architettonico simile, con archi appena delineati ai lati, una grande apertura ad arco centrale e piccole aperture abbozzate come fossero delle nicchie con fiori. Tre, molto diversi da quelli citati vengono dalla Chiesa del Gesù, Casa Professa, in uno domina l’elemento architettonico con grandi arcate ariose e leggere, colonne tortili e vasi di fiori con largo sfoggio di corallo, gli altri due di contenuto essenzialmente pittorico, con il trionfo della Fede su un carro trainato da due Santi il primo, con pavoni, pellicani e tralci d’acanto tra grossi fiori il secondo.

Questi sono entrambi senza corallo, a differenza degli altri, il colore vira sul verde,
Due “Pianete”, un “Piviale” e una “Tonacella”completano i tessuti d’arte delle manifatture siciliane con un ricamo più stilizzato e simmetrico. Nel Piviale c’è l’immagine di San Domenico, dalla cui chiesa proviene, ricamata sullo “scudo” da Ippoliti Virgini nel 1701, mentre il tessuto di fondo sarebbe stato eseguito dall’artigiano Antonino Ferrara, la scissione nelle committenze dello stesso lavoro era normale. Vengono da Catania una “Pianeta” e una “Tonacella”: la prima di seta verde chiaro finemente ricamata con evidenza di fiori rossi, la seconda un laminato in seta a sfondo scuro con due leoni rampanti tra una ramificazione elaborata e simmetrica.

Per ultimo citiamo il Tabernacolo a tempietto, della Chiesa di Santa Maria degli Angeli di Palermo, in legno di pioppo per la struttura e di abete per l’ornamento, con colonne tortili avvolte da elementi vegetali scuri che danno all’insieme un senso di austerità.

Paramenti e oggetti liturgici a Roma

Meno caratterizzata ci sembra l’arte tessile romana, non troviamo l’effetto tridimensionale creato dai ricamatori napoletani con le sete policrome annodate o dalla manifattura siciliana con le profondità prospettiche delle architetture di corallo. Ma nella superficie piana e omogenea anche nell’effetto cromatico si coglie una varietà di stili di un’eleganza e raffinatezza notevoli.

Il patrimonio del Fondo del culto nella regione è imponente, 188 chiese di cui 70 nella sola città di Roma. Questo fa pensare alla possibilità di una mostra permanente monotematica, come a Barcellona quella dei Crocifissi, che potrebbe essere ospitata in uno dei tanti edifici di culto che il Fondo gestisce, ci sentiamo di suggerirlo perché sarebbe un vero “scoop” per la Capitale.

Da questo oceano d’arte e di storia, nonché di fede, tutto da esplorare e valorizzare provengono le opere presentate, precisamente da nove chiese, soltanto “campioni” di questo vastissimo giacimento culturale, come scrive Barbara De Dominicis: “Il nucleo esposto di circa 30 opere è quindi puramente indicativo della qualità e quantità di tipologie, decori e tecniche che costituiscono la ricchezza artistica inestimabile, affatto conosciuta, talvolta non ben conservata, e raramente valorizzata, adagiata negli armadi di sacrestia o riposta in depositi difficilmente accessibili”. L’atmosfera da “Codice da Vinci” o “In nome della rosa” torna ad aleggiare, ma anche la nostra personale memoria d’infanzia delle antiche soffitte, con casse e armadi polverosi che attiravano e intimorivano al contempo, come fonte di misteri e di sorprese.

Ebbene, i “Paliotti” esistenti nella chiesa di S. Maria in Vallicella a Roma sono 37, nella Mostra ne vengono presentati due della metà del XVII sec.: uno in seta bianca e ricami con fili d’oro di varia caratura, d’argento e policromi; l’altro per le liturgie funerarie di velluto nero con lamine d’oro. Della stessa provenienza due “Piviali” del XVII-XVIII sec. dal fondo in seta rispettivamente rossa e bianca laminata in oro con un effetto sul verde chiaro, ricamato con la tecnica dei paliotti citati. La chiesa ci presenta anche reperti di tutt’altro tipo: innanzitutto tre “Mitrie”, ognuna espressiva di un secolo tra il XVII e il XIX, di seta bianca laminata in oro con ricami di caratura diversa e anche “pailletes” e pietre, vetri policromi; poi la statuetta di “San Filippo Neri”, in abiti sacerdotali con un lungo camice plissettato e rifinito in merletto; c’è anche una “Lampada pensile” tutta rivestita, incrostata si direbbe, di coralli con i paramenti liturgici, ci ricorda le manifatture siciliane, infatti leggiamo che sarebbe stata realizzata nel 1600 nel trapanese.

Subito dopo ci attendono tre “Paliotti d’altare” della chiesa romana di Sant’Ignazio, con caratteristiche del tutto peculiari: uno del XVII sec, destinato all’altare di Gregorio Magno della stessa chiesa per le liturgie di “Natale e Pasqua”, come da antiche scritte su cartellino e telaio, nel quale ritroviamo l’effetto tridimensionale nella figura a “bassorilievo” di Sant’Ignazio che scaccia il demonio con un bastone a forma di serpente; gli altri due della fine del secolo citato, con fondo avorio laminato in argento dorato e lo “scudo barocco” centrale decorato da un inconsueto dipinto ad olio con chiaroscuro raffigurante rispettivamente tre Martiri gesuiti del Giappone uccisi nel 1597 con le croci del supplizio e la “Visione di Sant’Ignazio alla Storta”, oggi periferia romana.

A questo punto la visita diventa incalzante, si va avanti per “campioni”, come per la “Pianeta” della chiesa di San Lorenzo in Lucina, luogo ben noto ai giornalisti romani per la presenza nelle vicinanze della sede dell’Ordine, ma meno noti i tesori che racchiude: c’è un’esposizione permanente in sagrestia di alcuni manufatti degli oltre 60 rinvenuti in una ricognizione ancora parziale. La pianeta esposta fa parte di una “parure” con altri pezzi è su damascato broccato a fondo rosa corallo con ricami di disegni floreali fortemente stilizzati e geometrici di forma inconsueta.

Altre due pianete provengono dalla chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina: sono la “Pianeta Farnese”, con ricamate le storie della vita della Vergine insieme a volute vegetali e figure angeliche; e la “Pianeta Nithard”, in tessuto laminato con i ricami consueti in fili d’oro e seta colorata di motivi floreali e pappagallini in una composizione arcadica.
Con due vesti talari molto diverse vogliamo concludere questa rassegna sui parati liturgici romani, “Il Piviale detto di san Pio V” dal museo della chiesa di Santa Sabina all’Aventino, in velluto cremisi dalle lunghe stole recanti ricami di nicchie con cinque santi e un diacono e, sul retro, nel cappuccio orlato da una frangia di fili rossi e oro, una “Madonna con bambino” di straordinaria dolcezza; e la “Tonacella del Parato pontificale ‘dell’Immacolata Concezione’”, opera dei ricamatori di Catanzaro, donata alla chiesa di San Francesco d’Assisi a Ripa Grande da una monaca francescana, con splendidi ricami in seta cerulea e oro e in più anche “pailletes” decorative; questa, come molte altre delle opere riportate, faceva parte di una “parure”, o più propriamente di un corredo liturgico, composto anche dalla pianeta, dal piviale e da accessori come stole e “manipoli”.

Ci sono poi altri indumenti, di cui abbiamo un esempio nel “Camice di Pio IX” della basilica di S. Maria sopra Minerva, importante per ovvie ragioni, ricordate anche dallo stemma Mastai Ferretti ricamato finemente insieme a motivi floreali che s’infittiscono nella parte inferiore.

La chiesa prima citata ci regala lo stupendo “Bambinello di San Francesco a Ripa”, della prima metà del XVIII sec., sull’archetipo del celebre “Bambino dell’Ara Coeli”, oggetto di venerazione nella famosa basilica, dove il riferimento francescano ci riporta al Presepio; il Bambinello di circa 50 cm è su un grande trono di 80 cm, per celebrarne la maestà in tenero contrasto con le fasce che lo avvolgono, preziose per l’oro, i ricami e le pietre incastonate con un effetto di preziosità.

Con questa statuetta entriamo nel campo dei reperti provenienti dagli altri centri del Lazio. A parte la “Pianeta e stola”, il “Conopeo di pisside” e la “Cassetta da ricamo” di Petrella Salvo, a Rieti, c’è il “Piviale rosso” di Bracciano, di tinta delicata finemente decorato e il “Paliotto d’altare” di Gaeta, un’arcadica voluta di rami intorno a una sorta di cornucopia di frutti.

Ma vogliamo fare l’ultima sosta davanti ai quattro abiti per le statue di Madonne. Tre provenienti dal Museo del monastero della Beata Filippa Mareri di Petrella Salto, rispettivamente blu, rosso e viola, in seta con eleganti ricami e merletto; il quarto per la statua della “Vergine addolorata”, dal monastero di Gaeta a lei dedicato, tessuto serico nero riccamente ricamato in oro con volute, tralci e motivi floreali. Va ricordato anche il “Vestito della Madonna del Carmine”, in taffetà di seta azzurro-turchina con ricami in unica tinta pastello, della chiesa romana di Sant’Agata in Trastevere.

Le manifatture fiorentine e bolognesi, poi la processione

Il viaggio che la Mostra ci fa fare nel mondo della sacra liturgia ci porta ora più a nord, a Firenze in un piccolo campionario di chiese celebri, con in mostra un solo esemplare ciascuna.

Da San Marco proviene il “Piviale di Sant’Antonino”, un broccato laminato con ricami che danno un effetto di preziosità con l’oro abbagliante, e la “Crocifissione con i Dolenti” ricamata al centro, mentre più sopra il ricamo raffigura “l’’Eterno benedicente e due angeli”. La celebre chiesa di Santa Croce è rappresentata dalla “Tonacella con stemma Rinuccini”, della seconda metà del XVI sec., così descritta: “teletta d’oro ricamata in seta, oro, argento, velluto di seta cesellato, lanciato in oro, broccato bouclé”, l’effetto è di straordinaria raffinatezza ed eleganza.

In fondo c’è una E trasversale in campo bianco che, ci si consenta l’associazione, ricorda il logo dell’Eti, lo segnaliamo all’Ente teatrale italiano. Ma torniamo a concentrarci sulle manifatture fiorentine, lo facciamo con il “Piviale” della chiesa di Santa Maria Novella, fine sec. XVIII, insolito fondo assolutamente bianco con grossi ricami di un tralcio vegetale da cui si diramano piante verdi e fiori rossi ad effetto rilievo; al centro la stola anch’essa ricamata e contornata da una frangia.

Lasciamo le chiese di Firenze sostando dinanzi alla “Madonna del Carmine con bambino”, una statua in cartapesta molto espressiva con un abito prezioso in broccato di tipo cosiddetto “Veronese” di colore marrone, quello delle vesti carmelitane, con ricchi ricami in oro e argento; c’è anche un “Busto” di velluto nero con ricchi ricami e pietre finte, del corredo più antico.

A Bologna, capolinea del nostro viaggio tra le meraviglie presentate dalla Mostra, dopo l’“Ombrellino processionale” per il Corpus Domini della basilica di San Domenico, con il suo fine ricamo di seta e oro su tessuto serico bianco, troviamo uno “Stendardo processionale”, anch’esso destinato al rituale esterno.

E qui finalmente degli artisti ricamatori conosciamo un altro nome, dopo il napoletano Ignazio Mirabile e il siciliano Ippoliti Virgini già ricordati: quello della bolognese Barbara Zucchi con una data precisa, 1767; anno in cui gli viene attribuita anche la “Tonacella”, essa pure esposta, una composizione di base di un verde giallo dalla quale spiccano ricami di fiori e frutti di colori contrastanti, un bell’effetto di insieme. Della Zucchi, scrive Stefania Sabbatini, “non si hanno altre notizie oltre al fatto che si sposò nel 1745 e che, a differenza delle altre ricamatrici bolognesi note, non fu figlia, moglie o sorella di un pittore”.

Questa incursione nel gossip e nepotismo dell’epoca ci immerge ancora di più nell’atmosfera che abbiamo respirato finora e ci fa seguire idealmente lo stendardo della Zucchi che reca ricamata al centro la figura di San Domenico. Perché ci troviamo nella grande galleria, dopo l’incontro con le “Madonne vestite” in una saletta che le fa sembrare vere e presenti.

E anche gli innumerevoli prelati che hanno indossato nei secoli quei piviali e quelle tonacelle, dinanzi ad altari addobbati con quei paliotti sono veri e presenti, come se avessero indossato gli abiti talari esposti e si fossero allineati in processione. Veramente di grande effetto la “processione” muta della galleria della Mostra, con oltre venti figure di statura umana in un lungo corteo altamente suggestivo. Un’esplosione di magnificenza, ma anche un “memento” sul significato profondo in termini di fede e un forte richiamo alla memoria delle celebri cerimonie liturgiche in Vaticano.

Un riconoscimento e un’esortazione finale

Dal finale in “gloria” vorremmo tornare sulla terra, anzi aprire di nuovo i polverosi armadi dei ritrovamenti per misurare il lavoro fatto per portarli alla mostra. Useremo le parole di Irene Tomedi, sul restauro dei paramenti della chiesa del Gesù di Palermo: “I manufatti si trovavano tutti in un precario stato di conservazione, giustificato sia dall’usura del tempo che da una manutenzione non idonea. I paliotti erano tutti inchiodati su telai di legno, tarlati e con chiodi arrugginiti.

Nel tempo si erano accumulati depositi di polveri grasse sul verso e sul recto: lo strato di polvere depositatosi uniformemente aveva reso la seta fragile e i colori delle sete policrome da ricamo, i coralli, i granati, perle di fiume e perle di vetro opachi. I fili metallici dorati e d’argento erano in parte ossidati, moltissimi sollevati e pendenti. Le sete di fondo spesso erano strappate, lacunose e lacerate soprattutto sui bordi a causa dell’inchiodatura del telai. In molti casi il filo del ricamo era consunto, a volte mancante. Allo stesso modo erano persi molti coralli, perle di fiume, granati e perline di vetro. Molti danni sono stati causati dai rimaneggiamenti e dai ‘restauri’ subiti nel tempo. Alcuni paramenti contenevano bozzoli di tarme, altri addirittura piccoli ascari viventi”.

Nel ripensare alla magnificenza delle architetture tessili di seta e di corallo che abbiamo ammirato, dinanzi a un simile quadro di degrado abbiamo due reazioni spontanee: un elogio incondizionato per l’opera eccelsa realizzata, e nello stesso tempo l’invito a proseguire su questa linea con uno sforzo ulteriore che riguardi l’immenso arcipelago di chiese gestite dal Fondo per il Culto.

Ne vale la pena, anche perché si inserisce nella moderna strategia di far “circolare” le attività culturali per valorizzare i “beni culturali” cui abbiamo accennato. I nostri giacimenti culturali devono essere sviluppati e non soltanto sfruttati, ripetiamo, altrimenti deperiscono, come quelli petroliferi. Da come vengono valorizzati questi ultimi, con nuovi investimenti mentre sono in produzione per allargare le riserve, potrebbero venire idee utili. Le spese necessarie, pur considerevoli, non sono solo costi, sono anche investimenti. In un campo nel quale siamo al primo posto al mondo, un campo nel quale nessuno può interferire né ostacolarci dal di fuori, possiamo farci del male soltanto da noi stessi. Ma crediamo che non sarà così, la Mostra fa ben sperare.

Antichi Telai: i tessuti d’arte tra eternità e storia

di Romano Maria Levante

Preziosi parati, paramenti sacri e paliotti di sconvolgente bellezza in mostra a Roma.

Può avvenire di passare dal sacro al profano, ci capitò visitando in successione la mostra di Bellini con le splendide Madonne e poi quella di Picasso con i visi asimmetrici del cubismo, come i lettori ricorderanno. Questa volta abbiamo fatto il percorso inverso, dal profano al sacro visitando a Roma in sequenza la mostra “Gioielli” di Bulgari al Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale e quella “Antichi Telai” con i tessuti d’arte del patrimonio del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno al Palazzo Ruspoli al Corso, presso la Fondazione Memmo, aperta dal 13 maggio al 26 luglio 2009. Soltanto della seconda intendiamo parlare, ma non prima di aver espresso le sensazioni istintive che abbiamo provato.

Ebbene, non ce ne voglia il rinomato gioielliere, ma i gioielli non siamo riusciti a vederli, per quanto ci fossimo sforzati, “tra eternità e storia” come nell’ambizioso sottotitolo della sua mostra. Personaggi di cronaca sono stati Liz Taylor con Richard Burton ed Eddy Fisher in una gara vinta dal primo con una favolosa “parure” di smeraldi, esposta in una vetrina delle meraviglie; così Soraya con le sue spille preziose e una inedita Anna Magnani, la popolana del neorealismo che indossa una sfavillante “parure” di rubini e altre ancora esposte ed evocate nei filmati. Una cronaca che aspira a diventare storia anche con le figure ingioiellate delle feste mondane. “Tra cronaca e storia”, quindi, si potrebbe ribattezzare la mostra di Bulgari, dove c’è anche una “sancta sanctorum” blindata con i “campioni” di ieri e di oggi, lo zaffiro gigante e la collana più sfarzosa.

Mentre, con altrettanta presunzione, suggeriamo di attribuire quel sottotitolo alla mostra “Antichi Telai”. Tra i paramenti sacri e i paliotti d’altare, le statue vestite e la processione con le preziose stole artisticamente lavorate abbiamo sentito il soffio dell’eternità e nello stesso tempo il respiro della storia. Perché le opere esposte, veri capolavori d’arte, sono state al centro delle celebrazioni liturgiche ed hanno attraversato i secoli, hanno visto troni e dominazioni. Sempre sotto lo sguardo rapito dei fedeli, che nei tessuti preziosi e negli ornati raffinati, nei disegni evocativi dei fatti evangelici e nelle fruscianti vesti talari sentivano l’eternità calarsi nella loro storia civile e umana.

Le sorprendenti scoperte della Mostra

E’ un merito straordinario quello di suscitare una simile emozione, ma non è l’unico. Ce n’è un altro che attiene alla ragione più che ai sentimenti, e riguarda la scoperta di un mondo nuovo, costituito dai 700 Edifici di culto affidati alle cure dell’apposita struttura del Ministero dell’Interno. Un mondo, che anche al di fuori della suggestione della fede, viene così definito da Giulia Silvia Ghia, storica dell’arte che, con Rosalia Lilly D’Amico, ha ideato la mostra: “Paliotti, parati, mitre, piviali, pianete, dalmatiche esposti in questa occasione sono in realtà dei microcosmi di espressione del gusto, della moda, del rito, del prestigio dei committenti, siano essi laici o ecclesiastici”.

Il microcosmo si apre su un universo dove convergono tutte le arti con lo straordinario fascino esercitato dalla natura dei luoghi di culto che dà alla loro bellezza qualcosa in più, molto di più, perché la fede scava nella profondità dell’anima anche nei non credenti, rimanda ai misteri dell’esistenza e alla funzione consolatoria sugli spiriti semplici come alle speculazioni più profonde dei sapienti teologi. E tutto in quegli ambienti, al cospetto di quei dipinti, sotto quelle statue, con quegli arredi, immersi in quei rituali nei quali i paramenti erano scelti accuratamente e utilizzati come componente essenziale della liturgia sacra. Perché, citiamo ancora la Ghia, “l’abito e l’apparato per il clero erano e sono espressione del sacro e della devozione popolare”.

Forse il Ministero non si è reso conto della responsabilità che si assume nel rivelare tutto questo. Perché dovrà esserci ora da parte sua un impegno all’altezza delle aspettative suscitate. E sono tante, attengono ai tesori d’arte tessile esposti meritoriamente nella Mostra e anche agli innumerevoli altri tesori che dovranno essere valorizzati con una cura altrettanto colta e attenta di quella profusa nelle sale di esposizione e nella documentazione storica e artistica a corredo.

Nel moderno concetto di “attività” culturali, che si affianca a quello tradizionale limitato ai “beni”, iniziative come quella che ha portato alla Mostra svolgono un ruolo centrale nel dare vitalità ai “giacimenti” stabili e fermi, i quali senza un’adeguata promozione e “circolazione” resterebbero inerti e sfuggirebbero a quel fondamentale lavoro di restauro che le iniziative riescono ad attivare.

Ne dà conto il prezioso Catalogo del Dipartimento per le Libertà Civili e per l’Immigrazione, che come la Mostra e il Comitato tecnico è stato coordinato dal Vice Prefetto Giuseppe Mario Scalia capo dell’Ufficio pianificazione nell’amministrazione del Fondo Edifici di culto, al quale rivolgiamo direttamente l’appello appena lanciato per l’attività futura, impegnandoci fin da ora, per parte nostra, a seguirla con la stessa passione e lo stesso entusiasmo che stiamo provando in questo momento.

C’è passione ed entusiasmo nella scoperta dell’universo degli Edifici di culto ma anche, abbiamo detto, del microcosmo dei Tessuti d’arte antichi. E qui, tornando all’intitolazione della Mostra, forse per noi una fissa, ci colpisce il riferimento ai Telai e non ai Tessuti: si evoca così il lavoro da artigianato artistico dietro queste realizzazioni, lo strumento dell’orditura e della tessitura sul quale si sono posate tante mani depositarie di un’arte antica, che affonda nelle tradizioni popolari alle quali la fede ha sempre chiesto il massimo di impegno e dedizione, ottenendo così dei capolavori.

Nella scoperta del microcosmo dei tessuti d’arte il Catalogo fa ripercorrere l’itinerario della Mostra, nata quasi per caso dopo alcune ricognizioni mosse da intenti diversi; e fa rivivere le scene intense dell’apertura degli armadi, il ritrovamento dei parati e degli arredi, la verifica dello stato di conservazione per gli eventuali interventi di restauro. Un’opera da ritrovamenti archeologici di elementi inventariati “ab antiquo”, che evoca immagini suggestive e misteriose, da “Codice da Vinci” e da “In nome della rosa”, per citare le più note incursioni letterarie in quel mondo segreto.

Valore e suggestione dei tessuti d’arte

Ha ragione il ministro dell’Interno Roberto Maroni quando scrive che “questa opera, per sua particolare vocazione – in quanto realizzata di trame e orditi – non soltanto è da leggere e sfogliare, ma da vivere come esperienza tattile”, quasi per sentire con le dita la rugosità della tela e il fruscio della seta, la delicatezza del ricamo e la rotondità dei piccoli coralli a comporre profondità arcane.

Per questo Rossella Vodret, Soprindentente dei Beni storico-artistici del Lazio,afferma: “I tessuti, per la tecnica esecutiva, per la preziosità della materia e, soprattutto, per il loro apparato decorativo, rappresentano un campo d’indagine privilegiato per gli storici dell’arte”. Noi non siamo tali, ma la scoperta di questo mondo così intrigante per tutto quanto evoca in tema di storia e di fede ci fa diventare ricercatori, assetati di conoscere le vicende che traspaiono da questi testimoni muti.

Il loro valore estetico, comunque, è facilmente percepibile: “Il pregio degli apparati ricamati con fili d’oro e d’argento – scrive Nicoletta D’Arbitrio Ziviello, docente di restauro dei tessuti alle Belle arti di Napoli – è riconosciuto anche dai meno esperti. Più difficile da comprendere è l’alto valore dei tessuti broccati considerati, a torto, opere seriali, in realtà testimoni delle importanti innovazioni tecniche – frutto d’invenzioni – che furono sperimentate e introdotte, dalla fine del Seicento fino ai primi decenni dell’Ottocento, per la lavorazione dei prototipi, sia di filati, sia di tessuti”. E non finisce qui: “Per questi motivi i tessuti concepiti tra il 1695 e il 1730, sono da considerare preziose e uniche testimonianze dell’arte tessile da tutelare come elementi indispensabili per ricostruire il percorso stilistico dell’arte tessile in Italia”.

Un altro mondo che si apre alla conoscenza, quello delle invenzioni e innovazioni tecniche, a dimostrazione dell’effetto domino che la cultura produce in positivo quando c’è un innesco di valore, come la Mostra che ci accingiamo a visitare. Ma non occorre lo spirito di Ulisse per interessarsi a tutto questo, che il Catalogo rende egregiamente riportando la preziosità anche in filigrana, e sfogliandolo si ha proprio l’impressione, come ha detto il Ministro, di “vivere come esperienza tattile”, nella sua accezione sensoriale, un’arte, come quella tessile, che “rappresenta sicuramente un valore importante nelle eccellenze prodotte in Italia nel corso della sua storia”.

Ma dai massimi sistemi ci piace tornare con i piedi sulla terra, anche se è difficile quando si evoca la fede. E lo facciamo avendo scolpite dentro di noi queste parole della D’Arbitrio Ziviello: “L’organizzazione della mostra, nelle indispensabili fasi di ricerca e di scelta dei manufatti da esporre, ha reso possibile compiere una vasta esplorazione nei luoghi dove i tessuti sono conservati, analizzare da vicino le peculiarità delle singole opere, verificarne le condizioni conservative per procedere al recupero di alcune di esse”. Potrà sembrare ovvio, per noi non è così, perché ci accingiamo a visitare la mostra con lo stesso spirito di ricerca, di conservazione, di recupero.

Gli ornati preziosi dei ricamatori artistici di Napoli

Il nostro viaggio tra l’eternità della fede e la storia civile inizia da Napoli, perché alle opere d’arte dei ricamatori partenopei è dedicata la prima sala della Mostra. Sin nei tempi remoti troviamo “frammenti di tele di lino, di sottili veli di seta e di oro, provenienti dalle antiche città di Cuma, di Pompei e di Ercolano, conservati oggi nel Museo Archeologico di Napoli”, scrive la D’Arbitrio Zanelli. Ma i primi tessuti che incontriamo sono dell’ultimo quarto del XVII secolo e provengono dalla Basilica di San Domenico Maggiore. Ne vanno ricordati i precedenti, come si fa per le opere letterarie e pittoriche, di scultura e architettura; per l’arte, insomma, che si nutre di storia e ne è essa stessa artefice. Della storia sentiamo il brivido appena ritroviamo nomi familiari quanto famosi.

In questa basilica prestigiosa, posta nel centro storico della città, furono sepolti oltre agli esponenti delle famiglie nobiliari alle quali sono dedicate le cappelle gentilizie, anche i sovrani aragonesi e gli alti dignitari della corte del Viceré; esposti vicino alla Sagrestia, nella Sala del Tesoro, si trovano i preziosi abiti di damasco dei sovrani, restaurati tra il 1998 e il 2000. Furono proprio loro, in particolare Ferrante d’Aragona incoronato nel 1459, a promuovere l’arte tessile, nel commercio e nella produzione, chiamando alla Corte di Napoli “maestri drappieri di chiara fama”, tra i primi il veneziano Marino di Cataponte, per introdurvi, come ricorda la docente appena citata riportando un documento del 1465, “drappi d’oro o damaschi et broccati, velluti figurati, viridi et neri” e lavorare “carmosino figurato, perché questa tinta non è di questa terra et bisogna tempo per venir da Ragosa, o di Venezia”.

Seguirono altre convenzioni con “maestri appareggiatori dell’arte della seta”: Francesco de Nerone nel 1973, per “l’arte dell’oro e della seta de omne sorte”, Pietro di Cavursio di Genova nel 1475 per fare a Napoli ogni anno “da cinque a cinquanta pezze di seta” portandovi “dodici lavoranti”; nel 1477 ci fu poi un bando del sovrano che istituì la “Corporazione dell’Arte della Seta”con sede nella Chiesa di San Filippo e Giacomo e patrono San Giorgio.

Di qui inizia un processo che impegna le più importanti famiglie nobiliari nel ciclo della seta, con la coltivazione di “celsi, e mori e bianchi, utili per alimentare i bombici della seta”, e nel promuoverne l’impiego nella produzione di panni decorati come quelli con “Le Storie e le Virtù” di San Tommaso d’Aquino voluti dalla discendente Giovanna d’Aquino che nel 1669 incaricò trenta ricamatori napoletani di realizzarli con le sete raffinate prodotte dai suoi feudi. Furono completati nel 1685 e donati alla chiesa nel 1799 da Vincenza Maria d’Aquino rimasta senza eredi, ed utilizzati per “parare” nelle ricorrenze le pareti, in particolare la Cella e il Dormitorio del Santo.

Ed ecco dinanzi a noi il grande parato (quasi m 3 x 2) in seta su tela di lino “San Tommaso compone il Corpus Domini”, il Santo seduto a un tavolino che scrive in una stanza con uno scaffale di libri, un quadro, un frate che entra, una colomba bianca. Ambiente semplice e raccolto al contrario dei due parati delle Virtù, “La Benevolenza” e “L’Umiltà”, ancora più grandi (quasi m 4 x 2,5), dove la figura del Santo è collocata al centro in posa statuaria in ambiente barocco circondato da una tempesta di motivi floreali librati nell’aria su veli sottili.

Seguono altre opere dei ricamatori napoletani provenienti dalla stessa basilica, due parati liturgici da indossare, un lungo “Piviale”(oltre m 3 x 1,50) con grossi ricami di sete policrome e in fili d’oro che compongono motivi floreali; .una più piccola “Tonacella” dello stesso tipo con la caratteristica che tra i fiori spicca il tulipano, per alcuni simbolo del lusso e della vanità, forse come “memento”.

Non ci si è ripresi dalla meraviglia che si presentano alla vista i “panni ricamati” della Chiesa del Gesù delle Monache, con le immagini di S, Bernardino da Siena e S. Antonio da Padova: dei veri bassorilievi (di m 1 x 1) con filati e colori diversi e le parti in rilievo di oro filato: i Santi sono immersi in un ambiente reale, con case e acque, flora e fauna, un effetto pittorico inconsueto di grande suggestione. Un bassorilievo del tutto diverso, su velluto di seta cremisi, è quello del “Paliotto dell’altare maggiore” con due angeli-putti in una composizione di tralci stilizzati.

Subito dopo c’è l’incontro emozionante con il Monastero di Santa Chiara, che evoca la celeberrima melodia: un grande parato sul “Giudizio di Salomone”, opera d’autore firmata “Ignazio Mirabile F. 1709” ricca di figure arcadiche di colore pastello disegnate con leggerezza e il sovrano al centro nella posa pensosa del giudicante; tre “Pianete”, una di broccato blu con ricami bianchi e oro di motivi architettonici, la seconda di raso perla con ricami in sete policrome e oro di ricche fantasie floreali, la terza di broccato rosso con contrasti di blu e oro in una composizione floreale.

Non è l’ultimo messaggio artistico che viene dalle chiese napoletane, cariche di storia e di memoria. C’è anche la “Madonna vestita” della Statua della Madonna del Carmine, un lungo abito dei ricamatori napoletani in tessuto rosso scuro con ricami in fili d’argento di motivi vegetali, si distinguono delle spighe di grano e motivi stilizzati in senso verticale lungo l’intera lunghezza.

Il ricordo delle processioni di paese nell’infanzia e adolescenza ci prende nell’intimo, aggiungendosi a quello delle cerimonie liturgiche con le pianete i cui colori colpivano la fantasia, ora stimolata dall’arte che aggiunge il suo fascino alla sollecitazione della memoria.

I paliotti siciliani, il barocco intessuto di corallo

Ci si immerge in un mondo del tutto diverso andando avanti nella visita alla Mostra, quando si entra nelle sale dei pregiati tessuti siciliani, dove si continua a sentire l’eternità del sacro e il respiro della storia.

E’ un mondo arcano, non ci sono l’arabesco, la fioritura e il disegno nelle sete policrome dei ricamatori napoletani ma spicca la profondità, la prospettiva e l’architettura negli archi di corallo tra ricami di seta variopinta e fili d’oro e d’argento.

Una festa cromatica dove trionfa il rosso, che unisce l’arte pittorica a quella architettonica; perciò pittori e architetti famosi ne furono i disegnatori, e per i lavori ordinati dai Gesuiti nel ‘600 si ricordano il pittore La Barbera e l’architetto Quaranta. Anche la creatività orafa partecipa con l’inserimento di pietre preziose nella trama di seta, oro e argento; e l’artigianato dei “maestri corallari” di Trapani con i fili inanellati della pietra nei laboratori tessili di Palermo e di Messina. Le chiese che hanno fornito i tessuti preziosi sono di Palermo, tranne le due ultime di Catania.

L’uso liturgico consisteva nel decorare gli altari nelle celebrazioni e ricorrenze più importanti, dal Natale alla Pasqua, dai santi dell’Ordine che li commissionava ai protettori della città. Per questo si tratta soprattutto di “Paliotti” ricamati, quelli esposti sono opera di suore ricamatrici dei monasteri. E’ un secolo prima delle opere sopra considerate dei ricamatori napoletani, la maestria è la stessa.

Ve ne sono quattro che provengono dalla Chiesa di San Giuseppe dei teatini, tutti di grandi dimensioni (m 3 x 1), come si addice a un tessuto che deve coprire un altare.
Il primo ripete il motivo delle arcate prospettiche delimitate da grani di corallo, con un vaso di fiori e un turibolo di derivazione orientale. Sembrerebbe la stilizzazione dell’immagine della Casa teatina di Messina, per questo donata al Convento in un contesto altamente simbolico; donatore sarebbe stato Giuseppe Maria Tomasi, primogenito del principe di Lampedusa, che diventerà cardinale e poi santo, per rendere omaggio al suo primo convento, dove Padre Francesco Maggio, guida dei novizi, aveva rinvenuto sotto l’altare un’acqua tutt’oggi ritenuta miracolosa.

Un altro paliotto mostra un’architettura da interno molto elaborata con la ricerca della prospettiva in basso e in alto tralci d’uva sopra le arcate, il tutto immerso nel rosso dei coralli.

Con il terzo c’è il trionfo dell’architettura, nei due piani prospettici: un portico fatto di un colonnato agile e arioso, un loggiato più ristretto e uno spazio centrale con una fontana e delle vasche.

Il quarto rappresenta in alto la facciata di un palazzo e nella parte centrale in basso l’ingresso, con motivi simmetrici nelle parti laterali e decorazioni a candelabro. C’è la magnificenza dei fili d’oro che creano cordoni rilevati e dei rossi coralli collocati quasi a intarsio senza profondità.

Di paliotti ne sono esposti altri cinque, di due chiese diverse: Dalla Chiesa di San Francesco di Paola ne provengono due dal motivo architettonico simile, con archi appena delineati ai lati, una grande apertura ad arco centrale e piccole aperture abbozzate come fossero delle nicchie con fiori. Tre, molto diversi da quelli citati vengono dalla Chiesa del Gesù, Casa Professa, in uno domina l’elemento architettonico con grandi arcate ariose e leggere, colonne tortili e vasi di fiori con largo sfoggio di corallo, gli altri due di contenuto essenzialmente pittorico, con il trionfo della Fede su un carro trainato da due Santi il primo, con pavoni, pellicani e tralci d’acanto tra grossi fiori il secondo.

Questi sono entrambi senza corallo, a differenza degli altri, il colore vira sul verde,
Due “Pianete”, un “Piviale” e una “Tonacella”completano i tessuti d’arte delle manifatture siciliane con un ricamo più stilizzato e simmetrico. Nel Piviale c’è l’immagine di San Domenico, dalla cui chiesa proviene, ricamata sullo “scudo” da Ippoliti Virgini nel 1701, mentre il tessuto di fondo sarebbe stato eseguito dall’artigiano Antonino Ferrara, la scissione nelle committenze dello stesso lavoro era normale. Vengono da Catania una “Pianeta” e una “Tonacella”: la prima di seta verde chiaro finemente ricamata con evidenza di fiori rossi, la seconda un laminato in seta a sfondo scuro con due leoni rampanti tra una ramificazione elaborata e simmetrica.

Per ultimo citiamo il Tabernacolo a tempietto, della Chiesa di Santa Maria degli Angeli di Palermo, in legno di pioppo per la struttura e di abete per l’ornamento, con colonne tortili avvolte da elementi vegetali scuri che danno all’insieme un senso di austerità.

Paramenti e oggetti liturgici a Roma

Meno caratterizzata ci sembra l’arte tessile romana, non troviamo l’effetto tridimensionale creato dai ricamatori napoletani con le sete policrome annodate o dalla manifattura siciliana con le profondità prospettiche delle architetture di corallo. Ma nella superficie piana e omogenea anche nell’effetto cromatico si coglie una varietà di stili di un’eleganza e raffinatezza notevoli.

Il patrimonio del Fondo del culto nella regione è imponente, 188 chiese di cui 70 nella sola città di Roma. Questo fa pensare alla possibilità di una mostra permanente monotematica, come a Barcellona quella dei Crocifissi, che potrebbe essere ospitata in uno dei tanti edifici di culto che il Fondo gestisce, ci sentiamo di suggerirlo perché sarebbe un vero “scoop” per la Capitale.

Da questo oceano d’arte e di storia, nonché di fede, tutto da esplorare e valorizzare provengono le opere presentate, precisamente da nove chiese, soltanto “campioni” di questo vastissimo giacimento culturale, come scrive Barbara De Dominicis: “Il nucleo esposto di circa 30 opere è quindi puramente indicativo della qualità e quantità di tipologie, decori e tecniche che costituiscono la ricchezza artistica inestimabile, affatto conosciuta, talvolta non ben conservata, e raramente valorizzata, adagiata negli armadi di sacrestia o riposta in depositi difficilmente accessibili”. L’atmosfera da “Codice da Vinci” o “In nome della rosa” torna ad aleggiare, ma anche la nostra personale memoria d’infanzia delle antiche soffitte, con casse e armadi polverosi che attiravano e intimorivano al contempo, come fonte di misteri e di sorprese.

Ebbene, i “Paliotti” esistenti nella chiesa di S. Maria in Vallicella a Roma sono 37, nella Mostra ne vengono presentati due della metà del XVII sec.: uno in seta bianca e ricami con fili d’oro di varia caratura, d’argento e policromi; l’altro per le liturgie funerarie di velluto nero con lamine d’oro. Della stessa provenienza due “Piviali” del XVII-XVIII sec. dal fondo in seta rispettivamente rossa e bianca laminata in oro con un effetto sul verde chiaro, ricamato con la tecnica dei paliotti citati. La chiesa ci presenta anche reperti di tutt’altro tipo: innanzitutto tre “Mitrie”, ognuna espressiva di un secolo tra il XVII e il XIX, di seta bianca laminata in oro con ricami di caratura diversa e anche “pailletes” e pietre, vetri policromi; poi la statuetta di “San Filippo Neri”, in abiti sacerdotali con un lungo camice plissettato e rifinito in merletto; c’è anche una “Lampada pensile” tutta rivestita, incrostata si direbbe, di coralli con i paramenti liturgici, ci ricorda le manifatture siciliane, infatti leggiamo che sarebbe stata realizzata nel 1600 nel trapanese.

Subito dopo ci attendono tre “Paliotti d’altare” della chiesa romana di Sant’Ignazio, con caratteristiche del tutto peculiari: uno del XVII sec, destinato all’altare di Gregorio Magno della stessa chiesa per le liturgie di “Natale e Pasqua”, come da antiche scritte su cartellino e telaio, nel quale ritroviamo l’effetto tridimensionale nella figura a “bassorilievo” di Sant’Ignazio che scaccia il demonio con un bastone a forma di serpente; gli altri due della fine del secolo citato, con fondo avorio laminato in argento dorato e lo “scudo barocco” centrale decorato da un inconsueto dipinto ad olio con chiaroscuro raffigurante rispettivamente tre Martiri gesuiti del Giappone uccisi nel 1597 con le croci del supplizio e la “Visione di Sant’Ignazio alla Storta”, oggi periferia romana.

A questo punto la visita diventa incalzante, si va avanti per “campioni”, come per la “Pianeta” della chiesa di San Lorenzo in Lucina, luogo ben noto ai giornalisti romani per la presenza nelle vicinanze della sede dell’Ordine, ma meno noti i tesori che racchiude: c’è un’esposizione permanente in sagrestia di alcuni manufatti degli oltre 60 rinvenuti in una ricognizione ancora parziale. La pianeta esposta fa parte di una “parure” con altri pezzi è su damascato broccato a fondo rosa corallo con ricami di disegni floreali fortemente stilizzati e geometrici di forma inconsueta.

Altre due pianete provengono dalla chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina: sono la “Pianeta Farnese”, con ricamate le storie della vita della Vergine insieme a volute vegetali e figure angeliche; e la “Pianeta Nithard”, in tessuto laminato con i ricami consueti in fili d’oro e seta colorata di motivi floreali e pappagallini in una composizione arcadica.
Con due vesti talari molto diverse vogliamo concludere questa rassegna sui parati liturgici romani, “Il Piviale detto di san Pio V” dal museo della chiesa di Santa Sabina all’Aventino, in velluto cremisi dalle lunghe stole recanti ricami di nicchie con cinque santi e un diacono e, sul retro, nel cappuccio orlato da una frangia di fili rossi e oro, una “Madonna con bambino” di straordinaria dolcezza; e la “Tonacella del Parato pontificale ‘dell’Immacolata Concezione’”, opera dei ricamatori di Catanzaro, donata alla chiesa di San Francesco d’Assisi a Ripa Grande da una monaca francescana, con splendidi ricami in seta cerulea e oro e in più anche “pailletes” decorative; questa, come molte altre delle opere riportate, faceva parte di una “parure”, o più propriamente di un corredo liturgico, composto anche dalla pianeta, dal piviale e da accessori come stole e “manipoli”.

Ci sono poi altri indumenti, di cui abbiamo un esempio nel “Camice di Pio IX” della basilica di S. Maria sopra Minerva, importante per ovvie ragioni, ricordate anche dallo stemma Mastai Ferretti ricamato finemente insieme a motivi floreali che s’infittiscono nella parte inferiore.

La chiesa prima citata ci regala lo stupendo “Bambinello di San Francesco a Ripa”, della prima metà del XVIII sec., sull’archetipo del celebre “Bambino dell’Ara Coeli”, oggetto di venerazione nella famosa basilica, dove il riferimento francescano ci riporta al Presepio; il Bambinello di circa 50 cm è su un grande trono di 80 cm, per celebrarne la maestà in tenero contrasto con le fasce che lo avvolgono, preziose per l’oro, i ricami e le pietre incastonate con un effetto di preziosità.

Con questa statuetta entriamo nel campo dei reperti provenienti dagli altri centri del Lazio. A parte la “Pianeta e stola”, il “Conopeo di pisside” e la “Cassetta da ricamo” di Petrella Salvo, a Rieti, c’è il “Piviale rosso” di Bracciano, di tinta delicata finemente decorato e il “Paliotto d’altare” di Gaeta, un’arcadica voluta di rami intorno a una sorta di cornucopia di frutti.

Ma vogliamo fare l’ultima sosta davanti ai quattro abiti per le statue di Madonne. Tre provenienti dal Museo del monastero della Beata Filippa Mareri di Petrella Salto, rispettivamente blu, rosso e viola, in seta con eleganti ricami e merletto; il quarto per la statua della “Vergine addolorata”, dal monastero di Gaeta a lei dedicato, tessuto serico nero riccamente ricamato in oro con volute, tralci e motivi floreali. Va ricordato anche il “Vestito della Madonna del Carmine”, in taffetà di seta azzurro-turchina con ricami in unica tinta pastello, della chiesa romana di Sant’Agata in Trastevere.

Le manifatture fiorentine e bolognesi, poi la processione

Il viaggio che la Mostra ci fa fare nel mondo della sacra liturgia ci porta ora più a nord, a Firenze in un piccolo campionario di chiese celebri, con in mostra un solo esemplare ciascuna.

Da San Marco proviene il “Piviale di Sant’Antonino”, un broccato laminato con ricami che danno un effetto di preziosità con l’oro abbagliante, e la “Crocifissione con i Dolenti” ricamata al centro, mentre più sopra il ricamo raffigura “l’’Eterno benedicente e due angeli”. La celebre chiesa di Santa Croce è rappresentata dalla “Tonacella con stemma Rinuccini”, della seconda metà del XVI sec., così descritta: “teletta d’oro ricamata in seta, oro, argento, velluto di seta cesellato, lanciato in oro, broccato bouclé”, l’effetto è di straordinaria raffinatezza ed eleganza.

In fondo c’è una E trasversale in campo bianco che, ci si consenta l’associazione, ricorda il logo dell’Eti, lo segnaliamo all’Ente teatrale italiano. Ma torniamo a concentrarci sulle manifatture fiorentine, lo facciamo con il “Piviale” della chiesa di Santa Maria Novella, fine sec. XVIII, insolito fondo assolutamente bianco con grossi ricami di un tralcio vegetale da cui si diramano piante verdi e fiori rossi ad effetto rilievo; al centro la stola anch’essa ricamata e contornata da una frangia.

Lasciamo le chiese di Firenze sostando dinanzi alla “Madonna del Carmine con bambino”, una statua in cartapesta molto espressiva con un abito prezioso in broccato di tipo cosiddetto “Veronese” di colore marrone, quello delle vesti carmelitane, con ricchi ricami in oro e argento; c’è anche un “Busto” di velluto nero con ricchi ricami e pietre finte, del corredo più antico.

A Bologna, capolinea del nostro viaggio tra le meraviglie presentate dalla Mostra, dopo l’“Ombrellino processionale” per il Corpus Domini della basilica di San Domenico, con il suo fine ricamo di seta e oro su tessuto serico bianco, troviamo uno “Stendardo processionale”, anch’esso destinato al rituale esterno.

E qui finalmente degli artisti ricamatori conosciamo un altro nome, dopo il napoletano Ignazio Mirabile e il siciliano Ippoliti Virgini già ricordati: quello della bolognese Barbara Zucchi con una data precisa, 1767; anno in cui gli viene attribuita anche la “Tonacella”, essa pure esposta, una composizione di base di un verde giallo dalla quale spiccano ricami di fiori e frutti di colori contrastanti, un bell’effetto di insieme. Della Zucchi, scrive Stefania Sabbatini, “non si hanno altre notizie oltre al fatto che si sposò nel 1745 e che, a differenza delle altre ricamatrici bolognesi note, non fu figlia, moglie o sorella di un pittore”.

Questa incursione nel gossip e nepotismo dell’epoca ci immerge ancora di più nell’atmosfera che abbiamo respirato finora e ci fa seguire idealmente lo stendardo della Zucchi che reca ricamata al centro la figura di San Domenico. Perché ci troviamo nella grande galleria, dopo l’incontro con le “Madonne vestite” in una saletta che le fa sembrare vere e presenti.

E anche gli innumerevoli prelati che hanno indossato nei secoli quei piviali e quelle tonacelle, dinanzi ad altari addobbati con quei paliotti sono veri e presenti, come se avessero indossato gli abiti talari esposti e si fossero allineati in processione. Veramente di grande effetto la “processione” muta della galleria della Mostra, con oltre venti figure di statura umana in un lungo corteo altamente suggestivo. Un’esplosione di magnificenza, ma anche un “memento” sul significato profondo in termini di fede e un forte richiamo alla memoria delle celebri cerimonie liturgiche in Vaticano.

Un riconoscimento e un’esortazione finale

Dal finale in “gloria” vorremmo tornare sulla terra, anzi aprire di nuovo i polverosi armadi dei ritrovamenti per misurare il lavoro fatto per portarli alla mostra. Useremo le parole di Irene Tomedi, sul restauro dei paramenti della chiesa del Gesù di Palermo: “I manufatti si trovavano tutti in un precario stato di conservazione, giustificato sia dall’usura del tempo che da una manutenzione non idonea. I paliotti erano tutti inchiodati su telai di legno, tarlati e con chiodi arrugginiti.

Nel tempo si erano accumulati depositi di polveri grasse sul verso e sul recto: lo strato di polvere depositatosi uniformemente aveva reso la seta fragile e i colori delle sete policrome da ricamo, i coralli, i granati, perle di fiume e perle di vetro opachi. I fili metallici dorati e d’argento erano in parte ossidati, moltissimi sollevati e pendenti. Le sete di fondo spesso erano strappate, lacunose e lacerate soprattutto sui bordi a causa dell’inchiodatura del telai. In molti casi il filo del ricamo era consunto, a volte mancante. Allo stesso modo erano persi molti coralli, perle di fiume, granati e perline di vetro. Molti danni sono stati causati dai rimaneggiamenti e dai ‘restauri’ subiti nel tempo. Alcuni paramenti contenevano bozzoli di tarme, altri addirittura piccoli ascari viventi”.

Nel ripensare alla magnificenza delle architetture tessili di seta e di corallo che abbiamo ammirato, dinanzi a un simile quadro di degrado abbiamo due reazioni spontanee: un elogio incondizionato per l’opera eccelsa realizzata, e nello stesso tempo l’invito a proseguire su questa linea con uno sforzo ulteriore che riguardi l’immenso arcipelago di chiese gestite dal Fondo per il Culto.

Ne vale la pena, anche perché si inserisce nella moderna strategia di far “circolare” le attività culturali per valorizzare i “beni culturali” cui abbiamo accennato. I nostri giacimenti culturali devono essere sviluppati e non soltanto sfruttati, ripetiamo, altrimenti deperiscono, come quelli petroliferi. Da come vengono valorizzati questi ultimi, con nuovi investimenti mentre sono in produzione per allargare le riserve, potrebbero venire idee utili. Le spese necessarie, pur considerevoli, non sono solo costi, sono anche investimenti. In un campo nel quale siamo al primo posto al mondo, un campo nel quale nessuno può interferire né ostacolarci dal di fuori, possiamo farci del male soltanto da noi stessi. Ma crediamo che non sarà così, la Mostra fa ben sperare.

Beato Angelico, l’oro della fede, ai Musei Capitolini

di Romano Maria Levante

Ai Musei Capitolini l’oro della fede illumina l’alba del Rinascimento

Nell’intitolazione della Mostra “Beato Angelico, l’alba del Rinascimento”, organizzata dal Comune di Roma, Assessorato alle politiche culturali, dall’8 aprile al 5 luglio 2009 nella splendida cornice del Campidoglio, è contenuta già una sintesi della caratteristica della sua pittura e del suo inquadramento nel periodo storico in cui si colloca, un secolo dopo quello di Giotto in mostra nel vicinissimo Complesso del Vittoriano, in un’accoppiata magica nel tempo e nello spazio.

Innanzitutto il nome, Beato Angelico: fu attribuito a Fra Giovanni da Fiesole; nato nel 1400 circa vicino Firenze, pittore laico dal 1417, frate domenicano dal 1423, e viene dal riconoscimento fin dai suoi contemporanei, della sua arte religiosa e della sua vita pia; corrisponde alla definizione di “Doctor angelicus” data a San Tommaso d’Aquino, nume tutelare dell’ordine con Alberto Magno, il cui pensiero, secondo Giulio CarloArgan, era “il fondamento dottrinale della sua pittura”.

Lo chiamò “Angelico” il suo contemporaneo fra Domenico da Corella nel “Theotocon” del 1469 nel senso di “ora assurto tra gli angeli”, e il Vasari, definendolo “uomo di santissima vita” e anche “santissimo nei costumi”, scrive che la sua devozione:lo portava a usare i pennelli solo dopo aver detto le orazioni, a piangere nel dipingere il Crocifisso e a non ritoccare mai i suoi dipinti per lasciarli come erano scaturiti dalla volontà divina, nonché a destinare i proventi interamente al convento; soprattutto “mai volle lavorare altre cose che di Santi”, ed era solito dire che “chi faceva quest’arte aveva bisogno di quiete e di vivere senza pensieri; e chi fa le cose di Cristo, con Cristo deve stare sempre”. Perciò il Landino nel 1481 considerò il nome come consacrazione della sua “angelica espressione artistica”, e le sue stesse parole danno alla vita monastica un ruolo centrale.

La qualifica di “Beato“ fu aggiunta dalla fede popolare per la sua vita esemplare di religioso che mai trascurava i doveri di frate pur nell’intensa attività artistica che lo portò ad affrescare i conventi domenicani secondo la pratica dell’ordine e a dipingere immagini sacre per le chiese di Firenze, fino alla chiamata in Vaticano nel 1446 da papa Eugenio IV per una Cappella oggi sparita e due anni dopo dal successore Niccolò V per la Cappella Niccolina e lo Studio pontificio.

Nel 1449-51 fu Priore del piccolo convento di S. Domenico a Fiesole dove aveva iniziato la vita monastica per spostarsi nel 1437 nel convento di San Marco, in cui dipinse una splendida Pala d’altare e rimase fino alla chiamata in Vaticano; intorno al 1453 tornò a Roma dove morì nel 1455 nel convento di Santa Maria sopra Minerva dove fu sepolto con ogni onore. In epoca recente, nel 1982 è stato elevato al rango di Beato, l’anticamera della santità, e due anni dopo da papa Giovanni Paolo II è stato proclamato “Patrono Universale degli Artisti”; un “santo subito” per i contemporanei che ha impiegato più di mezzo secolo per essere riconosciuto ufficialmente, ma il ritardo non toglie valore alla consacrazione della sua vita devota, alla quale si è aggiunta quella della sua vita artistica.

Tra Medioevo e Rinascimento

L’“alba del Rinascimento” nel sottotitolo è una scelta intermedia tra i due orientamenti estremi di considerarlo l“ultimo pittore mistico” oppure artista rinascimentale primo seguace di Masaccio.

Il primo orientamento si trova in Landino, che parla di “angelico et vezoso et divoto et ornato molto con grandissima facilità” e in altri, come il Cavalcaselle che lo definisce “più mistico che pittore” quindi più del Medioevo che del Rinascimento, in quanto rivolto più verso il cielo che verso la terra secondo i canoni dell’astrazione celeste rispetto alla realtà naturale; il secondo orientamento, subentrato nel Novecento, da critici come Longhi e Ragghianti, lo vede artista rinascimentale per il suo incipiente naturalismo e perché la sua devozione si realizza nelle forme prospettiche e spaziali di Brunelleschi, tenendo conto di quanto dice il Vasari, che si è formato con Masaccio al Carmine.

La tesi intermedia, che sembra della Mostra, non è quella minimale del Van Merle di “pittore di transizione”, ma di precursore già calato nell’aura rinascimentale, “l’alba”, a risolvere, in coerenza con il nuovo corso, i problemi nati dal confronto tra la millenaria dottrina cattolica e l’emergente cultura laica, in definitiva tra fede ed estetica. E lo ha fatto con soluzioni di grande qualità pittorica.

Si può aggiungere che la Mostra, come precisano nel Catalogo i curatori Alessandro Zuccari, Giovanni Morello e Gerardo de Simone, ha compiuto la scelta apprezzabile di presentare sia opere che possono segnare i diversi periodi della vita artistica del Maestro e marcarne l’evoluzione sia opere che non essendo state mai esposte finora costituiscono una novità assoluta e fanno provare al visitatore il gusto dell’inedito. Tale scelta si è resa necessaria perché molte delle opere raccolte nella precedente grande Mostra del quinto centenario dalla morte, tenuta nel 1955 prima a Firenze a San Marco, poi a Roma nei Palazzi Vaticani, non sono più trasportabili; e sono visibili al Museo di San Marco dove si trova una vera esposizione permanente della maggior parte dei suoi capolavori. L’elenco dei prestatori, comunque, è impressionante, da tutto il mondo.

La Mostra, il cui percorso segue il criterio cronologico, mostra la parabola del maestro e la sua evoluzione stilistica attraverso una cinquantina di opere di notevole effetto che coprono l’intero arco della sua vita ed espressione artistica, sia come tipologia – dalle Pale d’altare ai polittici, dalle tavole alle tele, dai disegni alle miniature – sia come forma espressiva, dal tardo gotico medievale allo spirito rinascimentale da lui reinterpretato anche riguardo alla natura e ai sentimenti alla luce dei valori trascendenti soverchianti quelli umani.

Maurizio Calvesi, presidente del Comitato scientifico della Mostra, scrive: “Egli aderisce ai nuovi principi rinascimentali, e anzi li promuove inserendo una visione apertamente naturalistica in una nitida struttura prospettica… Così la sua opera è, insieme, tradizionale e nuova”.

Arte e la Fede nella sua opera e il significato storico

La prima sensazione che si prova nell’entrare nella Mostra è un senso di raccoglimento quasi mistico, e di questo si deve rendere merito all’ambientazione, con il fondale blu, come le profondità del cielo siderale, e una penombra rotta dalle esplosioni di luce dorata dove sono i dipinti e le grandi pale; coperte di un oro che abbaglia, espressione del trionfo della fede nella magnificenza divina e della devozione dell’artista per la bellezza di una visione che deve essere circonfusa di luce come nelle immagini dantesche del Paradiso.

Non bisogna dimenticare la concezione secondo cui l’arte e la bellezza portano a Dio perché la prima fa risalire la seconda alla sua causa prima, il Creatore; e che il Beato Angelico era logicamente impegnato ad esprimere la sua base dottrinaria cristiana per un’opera di proselitismo; quindi valorizzazione della scelta del bene rispetto al male sia in forma implicita che esplicita. La mediazione di queste esigenze con il nuovo corso porta a privilegiare la luce come emanazione celeste al chiaroscuro e a ridurre al minimo la prospettiva, nonché a preferire le immagini assorte all’azione in una sacra rappresentazione che esclude i conflitti e i contrasti, e la stessa storia.

Tutto questo nelle grandi Pale d’altare, nei dipinti per loro natura e destinazione palesemente rituali, mentre in altre pitture e soprattutto nelle “predelle” alle Pale, emerge l’“alba del Rinascimento” in tutta la sua portata, con le storie fatte di azione e sentimenti, prospettiva e naturalismo.

Del resto, nel Rinascimento l’impegno civile veniva a prevalere su quello religioso e anche in questo versante l’artista si trovò su un difficile crinale. Li fece coesistere dando alla sua opera di pittore il carattere della sacra rappresentazione; inoltre impegnandosi nell’attività monastica tralasciando anche la pittura, tanto che negli ultimi anni ridusse la sua produzione, rifiutandosi anche di affrescare il coro del Duomo di Prato, per impegnarsi come Priore nel convento di Fiesole.

E’ stato ritenuto ancora più grande di quanto emerge dalle sue opere ritenendo i suoi limiti frutto di scelte volontarie dovute alla propria posizione; tuttavia, se non avesse avuto quella vocazione interiore forse non ci sarebbe stata l’ispirazione superiore che lo ha alimentato e, nell’incredibile non tornare sulle pennellate neanche per ritocchi, c’è una parte non secondaria della sua grandezza.

Il suo influsso fu notevole, chiuse gli spazi ad altri artisti “angelici”, dato il livello di eccellenza raggiunto, e con la soluzione del rapporto tra spazio e luce incise negli sviluppi del Rinascimento nordico accelerandoli; rallentò invece, almeno a Firenze dove era considerato l’artista più eccelso, l’interesse per la visione realistica e naturalistica del Rinascimento e per la centralità della figura umana nella sua sostanza anche anatomica.
Il suo si può considerare un vero ingresso nell’arte rinascimentale cercando di portarvi il senso trascendente della spiritualità. Censurava gli aspetti troppo naturalistici e laici della nuova visione sostituendoli con il trionfo della luce e del colore, l’immagine idilliaca della natura e l’intensità di sentimenti e una grande chiarezza nella composizione delle immagini circonfuse di oro splendente.

Qualcuno ha parlato di una sua complementarità con Masaccio tale che il Rinascimento, nella compresenza di visione religiosa e insieme naturale, si può comprendere soltanto considerandoli congiuntamente: il Beato Angelico come espressione di vita interiore devota e sincera, ricca di spiritualità; Masaccio come espressione di vita esteriore forte e dignitosa, ricca di realismo. Anzi, molte sue opere sono viste come una trasposizione della concezione plastica e prospettica di Masaccio attraverso la luce e il colore, soluzione geniale che lo conferma “alba del Rinascimento”.

Le miniature e i disegni come prologo

Abbiamo voluto avere il primo contatto con il Maestro dalle miniature che si incontrano entrando dal lato opposto rispetto a quello indicato, dove approda il percorso normale di tipo circolare, una specie di “ronde” la cui fine coincide con l’inizio.

Perché vi si trovano le sue espressioni iniziali, come conferma Sara Giacomelli: “Pensare all’Angelico miniatore significa, in qualche modo, indagare sulle origini della sua formazione confrontando le prime opere pittoriche realizzate dall’artista con quella prima testimonianza della sua attività di miniatore rappresentata dal ‘Graduale 558’ ormai comunemente attribuito all’Angelico”.

Prima però, si trova l’“Antifonario” del 1419-23, agli inizi della sua attività di pittore che risale al 1417, un libro liturgico per il canto corale nell’ufficio divino quotidiano, con dei bellissimi fondi blu e figure che spiccano nei colori rossi e oro; non mancano figurazioni diverse come mazzi di tulipani.

Ed ecco il “Graduale 558”, grande codice miniato del 1424-25, con trenta miniature, undici iniziali ed altre lettere illustrate dal fratello dell’Angelico, fra’ Benedetto del Mugello. Sono tonalità cromatiche delicate in una certa libertà compositiva con fuoruscita della figura dallo spazio della lettera. La figura più bella è quella di San Domenico, mentre guarda estatico in alto, con un piccolo frate che gli chiede di intercedere. Ci sono raffigurazioni con fregi, elementi fantastici, decorazioni fitomorfe.

Nei cinque anni successivi abbiamo il “Messale” del 1925-30, di piccole dimensioni perché per seguire la messa e non per celebrarla, con figure molto espressive, come la “Crocifissione” su fondo blu e le due donne con vesti rossa e celeste,
Poi la sorpresa, quasi a voler percorrere un intero ciclo di vita artistica anche nelle miniature troviamo due codici con antifone del convento di San Marco, “Salterio I” e “Salterio II”, del 1450, cinque anni dalla morte, nel periodo romano nel quale, evidentemente, non mancava di restare legato alle sue radici.

Rispetto agli esordi si nota l’evoluzione che ha caratterizzato le opere pittoriche e l’influenza della maniera fiamminga dei codici miniati. Ci sono elementi naturalistici e la luce illumina le vesti e dà corpo alle figure, secondo la sua concezione sviluppata nel tempo; nella coloritura predominano il blu e l’oro con un grande effetto di contrasto.
Concludiamo con un foglio staccato, tempera e oro su pergamena, anch’esso intorno al 1450, con una splendida “Crocifissione”, il Cristo sanguinante dal costato con la Vergine e San Giovanni a lato, figure dorate, salvo il mantello della Vergine su cui si posa la luce con un notevole effetto cromatico, su fondo blu in una cornice a tinta oro, finemente istoriata con fregi e motivi floreali.

Sono esposti anche alcuni disegni che incorniciano, per così dire, la sua opera, collocati come sono nella fase iniziale (1424-25) e finale (1440-50) della sua vita. Hanno la caratteristica comune di essere a penna e inchiostro su acquarellature marroni che danno alla carta l’aspetto della tela.

Della prima fase abbiamo “Cristo crocifisso”,“Cristo giudice” e “Angelo tubicino”, della seconda “La chiamata degli apostoli” e lo “Studio di un edificio colonnato e diagramma prospettico”. Poi delle opere di incerta attribuzione, in passato riferite a lui e ora piuttosto alla sua scuola : a un “seguace” la “Figura allegorica della Giustizia”, a Benozzo Gozzoli “L’evangelista Marco” e “sul verso “L’evangelista Luca”, infine “San Lorenzo che distribuisce l’elemosina” con sul verso un “Cinghiale”. Si tratta di opere molto delicate e differenziate stilisticamente nel tempo, le ultime hanno un evidente stile classicheggiante con chiaroscuri che evidenziano volumi e panneggi. Il fatto che provengano rispettivamente dai musei di Vienna e Firenze, New York e Parigi, Cambridge e Berlino sottolinea il notevole impegno di ricerca e di organizzazione dei curatori della Mostra.

La prima fase del suo percorso

Terminata la rapida deviazione tra i segni precisi con i fregi delle miniature policrome e i contorni sfumati su sfondi pastello dei disegni monocromatici, torniamo sui nostri passi ed iniziamo il percorso tra le opere dell’Angelico pittore rientrando dall’altro lato.
Attira subito la nostra attenzione l’opposto di una miniatura, la “Tebaide”, Uffizi di Firenze, lunga oltre due metri, opera giovanile del 1420 dove nulla riporta all’artista degli ori e delle Madonne, è una composizione orizzontale disseminata di piccole figure in diversi atteggiamenti, di colore ocra sul verde dove la natura è ben presente, con le rocce e gli alberi, e l’azione dell’uomo visibile nelle costruzioni, storie del deserto della vita monastica. Vicini come posizione e come anno di realizzazione il “San Girolamo penitente”, Princeton University, in un paesaggio roccioso e inospitale, con rettili e scorpioni, e la “Madonna dell’Umiltà”, o “di Cedri”, museo di Pisa, una tavola a cuspide con la Vergine seduta umilmente su un cuscino per stare a contatto con la terra, l’“humus”, ma glorificata dal sole raggiante .

Passano pochi anni e troviamo la “Madonna con Bambino, l’Eterno e otto angeli”, del 1427, museo San Marco di Firenze, dove il suo manto blu e la veste rossa del bambino sono in uno sfondo dorato con sospese le altre immagini. Solo dell’anno dopo, la “Natività” e l’“Orazione nell’orto”, dalla pinacoteca di Forlì, che rimandano direttamente a Masaccio sia nella posizione e vicinanza delle figure sia nella loro forza psicologica. A Masaccio si pensa anche dinanzi alla coeva “Decollazione del Battista e Banchetto di Erode”, Louvre di Parigi, per il rigore prospettico e la razionalità degli spazi, con dei colori tardo gotici. Si accentua la forza plastica masaccesca con il passare degli anni, siamo al 1428-29, “San Francesco riceve le stimmate”, Pinacoteca Vaticana, in un contesto di forte realismo, con raggi che partono dal costato di Cristo in volo e trafiggono il santo quasi di spalle inginocchiato a braccia alzate; la natura è presente con alberi, erba e fiori.

Un’immagine tradizionale ci colpisce con la bellissima “Annunciazione” di San Giovanni Valdarno, museo della Basilica, dove le due figure della Vergine e dell’Angelo, con gli ori dell’aureola e delle ali che spiccano sul blu e sul rosso delle vesti, sono inserite in due arcate a tutto sesto e in una cornice dorata la quale fa da collegamento con la predella recante cinque comparti di scene della vita di Maria. Il senso della prospettiva, con le immagini esterne di un ambiente naturale e delle persone che si intravede dietro l’angelo, e l’architettura della stanza, con una porta recante una finestrella dalla quale filtra una luce danno modernità alla scena arricchita da elementi simbolico-teologici. Altre sue “Annunciazioni”, non esposte in Mostra, presentano interessanti varianti di tipo architettonico e nell’ambiente naturale che si vede ugualmente all’esterno.

La sempre maggiore predilezione per l’iconografia decorativa è espressa nel cosiddetto “Trittico di Cortona”, Museo diocesano, la grande tavola raffigurante la “Madonna con Bambino” e quattro Santi e una predella nella parte inferiore con storie di vita degli stessi Santi e scene miracolose; ci sono gli angeli reggifiori e dei vasi con rose rosse e bianche. Si nota nella parte superiore il panneggio con molte pieghe pronunciate, che danno un senso di plasticità rinascimentale; nella predella scene realistiche con figure che gesticolano, l’opposto della staticità di Madonna e Santi.

Di pochi anni successivo è “Beati, Dannati”, del 1430-32, museo di Houston, due piccole tavole contrapposte a foggia di sportelli, esposte per la prima volta, una successione di figure di beati, biancovestite e simmetriche che s’innalzano su un fondo oro scortate da un Serafino in veste azzurra in basso e due cherubini in veste rossa in alto; e, come “pendant”, su un cupo sfondo nero, la confusa ammucchiata di dannati, con vesti di diverso colore, che precipitano a testa in giù verso le fiamme dell’inferno. I due sportelli, visti in successione, hanno un moto rotatorio ascensionale nei beati e discendente nei dannati.

Di dimensioni ancora minori è la piccola tavola “I santi Cosma e Damiano”, del 1424-35, Kunsthaus di Zurigo, che proviene da una predella, raffigura il trapianto miracoloso della gamba nera di un etiope in un diacono, dove spicca la donna in primo piano che, prostrata dal dolore, si accascia sulla base lignea del letto.

La fase intermedia della vita artistica

A questo punto la Mostra ci fa trovare al cospetto del “Paradiso”, Uffizi, che raffigura l’Incoronazione della Vergine” – così venne ribattezzato il dipinto – su una base sollevata da terra da una raggiera dorata che prosegue verso il cielo, circondata e quasi tenuta sospesa da una schiera di angeli su più piani con una sinfonia di trombe. Non vi sono motivi architettonici, gli angeli sono in ordine decrescente per dare il senso della prospettiva fino alla sensazione di formare un vortice al centro dell’episodio principale con un’incoronazione inconsueta, dato che la Madonna .ha già il diadema sul quale il Figlio deposita una gemma, C’è anche Sant’Egidio in abito vescovile blu con stola dorata. Nessun elemento naturalistico, si sente la trascendenza anche per l’oro zecchino.

Come per contrasto troviamo subito dopo il “Miracolo del corpo di San Marco”, museo San Marco, una predella del monumentale Tabernacolo dei Linaioli, lungo più di cinque metri per quasi tre, che conclude le storie della vita del santo: dal carcere con la visita di un angelo, al martirio mediante trascinamento del corpo, fino al prodigio della tempesta di neve che impedisce di profanarlo e consente ai fedeli di seppellire il loro vescovo. C’è realismo nello sconvolgimento dei persecutori per la tempesta, mentre i fedeli in piedi davanti al corpo del santo attendono pazienti in pio raccoglimento.

Incontriamo ora, siamo intorno al 1435, un’altra “Annunciazione”, museo di Dresda, che mostra realismo e plasticità con la torsione del busto dinanzi all’inatteso annunzio. I mantelli rossi presentano riflessi dorati dati dallo sfondo, dalle aureole e dalla ali dell’angelo. L’analisi radiografica ha evidenziato restauri soprattutto nelle parti scure, come la tenda blu, mentre le parti dorate ed i vestiti rossi ne sono stati immuni. Di Annunciazioni se ne contano poco meno di venti, questa viene esposta per la prima volta.
Dello stesso periodo la “Madonna col Bambino e cinque angeli”, museo di Barcellona, un’altra Madonna “dell’Umiltà” perché non siede in un trono ma su un cuscino posto sopra un gradino coperto dalla veste celeste. E’ l’immagine realistica del Bambino che le si stringe porgendole un giglio che fa “pendant” con il fiore nell’anfora da lei tenuta nella mano destra. L’influenza di Masaccio si trova nella rappresentazione naturalistica di gradino e cuscino in prospettiva e nel drappo sorretto dagli angeli dietro la Vergine, che ricorda quello di Sant’Anna Metterza; e anche nelle figure, da quella monumentale della Vergine ai due angeli musicanti in basso, all’angelo che regge il drappo in alto, in un gioco di forme scultoree, di luce e di colore.

Contemporanea la “Madonna con Bambino in trono”, dal museo di Boston, una serie di santi, angeli e un donatore, e il “Volto di Cristo”, collezione privata, due piccole tavole poligonali che costituivano i lati di un unico “desco da parto”, una sorta di vassoio su cui si offrivano cibi e doni alle partorienti altolocate. Sono inconsuete le immagini sacre per questo uso e lo è anche l’abbinamento di Madonna con Bambino e Volto di Cristo; qui è insolito anche il volto del Signore, frontale e ieratico, preso soltanto fino alle spalle. Altro fatto insolito l’asimmetricità del primo dipinto per dare rilievo a San Giorgio a destra. Ma l’aspetto che più interessa è lo scarso realismo nel modo con cui tiene il Bambino e nelle figure di angeli, caratteristiche dell’arte tardo gotica cui l’artista ancora indulge, pur se ha già acquisito quei caratteri di maggiore plasticità e realismo che diverranno stabili e costanti nella maturità.

E’ coeva un’altra “Madonna con Bambino”, Pinacoteca Vaticana, nella gloria degli angeli che pregano, con i santi Domenico e Caterina d’Alessandria anch’essi in posa adorante. Si tratta di un dipinto dove abbandona il chiaroscuro del primo periodo e usa il colore, non ancora la luce della maturità, per modellare forme e volumi. Le piccole dimensioni fanno adottare la tecnica delle miniature con la punta di pennello su un fondo dorato graffito di alto effetto decorativo.

Il periodo della maturità fino al termine

Dopo il 1936-37 troviamo le “Stimmate di San Francesco e Martirio di San Pietro martire”, museo di Zagabria, opera esposta per la prima volta. Lo stile pittorico oltre che le dimensioni, ci rimanda alla predella dove l’artista si sentiva libero dai vincoli agiografici e rituali che invece doveva rispettare nelle Pale e nei grandi dipinti. Ritroviamo la forza espressiva e il realismo di altre storie prima commentate, anzi per San Francesco viene riprodotta la medesima scena, qui collegata a quella adiacente del martirio di San Pietro, inserito nella natura e con un contenuto cruento del tutto estraneo all’immagine liliale di altre sue rappresentazioni, ma segno della sua capacità di affrontare i temi della realtà con spirito rinascimentale, cioè nella loro crudezza e plasticità.

Non è un’eccezione ma una costante che si accentuerà nell’ “Incontro di San Nicola con il messo imperiale. Miracolo del grano. Miracoloso salvataggio di una nave”, Pinacoteca Vaticana, di dieci anni dopo, in un’altra predella dove troviamo accentuato l’elemento naturale con il cielo segnato dalle nuvole e il mare oscuro e minaccioso. C’è l’intercessione del Santo a sinistra e il suo intervento miracoloso a destra per salvare la nave carica di grano in procinto di affondare. E’ una raffigurazione dove la luce riveste le figure creando pieghe plastiche nelle vesti e la visione fantastica si abbina alla raffigurazione realistica.
Ma facciamo un passo indietro, torniamo al 1936-37, alla “Madonna col Bambino”, “Madonna del Giglio”, museo di Amsterdam, un’altra variante dell’“Umiltà”, con il cuscino a disegni geometrici dov’è seduta la Vergine, il Bambino che le accarezza il viso guardato con tenerezza con la torsione del capo, la delicata trapunta del drappo che fodera la nicchia dove sono le due figure e si ricongiunge al cuscino, il fiore nella mano destra, temi ormai noti ma sempre trattati con delicatezza, quasi con pudore.

Andando oltre incontriamo raffigurazioni improntate a crescente realismo. Un “San Tommaso d’Aquino”, collezione privata, che doveva trovarsi in uno dei pilastri laterali della Pala di San Marco, del 1438-43, dove la luce rende statuaria la figura del santo che mostra la penna e il libro ed è rivolto a sinistra data la collocazione sul lato opposto, con assoluto rigore prospettico. Poi un piccolo frammento del “San Giovanni Battista”, museo di Lipsia, esposto per la prima volta. La figura ha una leggera rotazione ed affetto tridimensionale, è posta obliquamente in una nicchia dove la doratura si alterna alle ombre con un effetto chiaroscurale che si nota anche sul viso del Santo ed è di marca rinascimentale. Segno che l‘artista sapeva apprezzare questi effetti realistici ma non voleva utilizzarli, né avrebbe potuto, nelle sue opere rituali di glorificazione popolare.
Abbiamo poi il “Volto di Cristo” in due diverse tecniche e raffigurazioni: un affresco staccato del Museo di Palazzo Venezia, un viso sereno quasi senza barba “avvolto da un bagliore di luce”, come è stato detto, che potrebbe rappresentare l’“unico prezioso cimelio” delle opere di tipo narrativo piuttosto che devozionale dell’artista a Roma; una tempera su pergamena di Assisi del 1449 con un viso sofferente e una lunga barba, “coronato di spine” che lasciano stillare gocce di sangue. E c’è anche l’“Arma Christi”, collezione privata, inchiostro su pergamena, un Cristo sofferente a occhi chiusi, in piedi coronato di spine, con la ferita al costato e le braccia aperte, in una “pietà” molto particolare, dal colore dorato spento su uno sfondo nero con episodi della Passione.
Ma, nello stile del Beato Angelico, vogliamo concludere in gloria la rassegna delle sue opere d’arte pittoriche esposte nella Mostra.

Troviamo subito l’“Ascensione, Giudizio Universale, Pentecoste”, del 1447-48, galleria Corsini di Roma, trittico portatile restaurato per l’occasione. Vediamo Cristo giudice al centro in alto tra i santi e in basso a sinistra gli angeli e i fedeli in raccoglimento, a destra i dannati; nei laterali la Madonna tra i Santi a sinistra nella Pentecoste con due figure orientali che richiamano al sincretismo religioso, e a destra sovrastata dal Cristo trionfante nell’Ascensione. Un dipinto a tinte forti, espressivo della plasticità e del realismo dell’ultimo periodo, esposto per la prima volta.

Immediatamente successiva la “Madonna con Bambino” del 1449, una tempera su tela di grandi dimensioni, di Santa Maria sopra Minerva a Roma, l’ultima sua residenza, dove le due figure hanno una posa statuaria accentuata dalla collocazione entro un ciborio rinascimentale dalle colonne tortili dal quale si sporgono, con il manto della Vergine che trabocca la balaustra. L’oro delle aureole spicca sulla tinta scura del mantello e sull’ombra della nicchia, l’insieme ha un effetto rituale accentuato dal globo tenuto in mano dal Bambino per il suo significato simbolico.

Dopo la Madonna, due storie di Cristo, entrambe degli ultimi anni, 1450-52, museo San Marco: “Cristo in pietà fra i santi”, pose statuarie su un fondo dorato, in una meditazione che non è affatto staticità, restaurato per l’occasione ed esposto per la prima volta; e le storie dell’“Armadio degli Argenti”, stessa collocazione, trentasei comparti con altrettanti episodi compreso il Giudizio Universale che ne occupa due. Erano le ante esterne di un armadio ligneo per custodire le offerte e viene ritenuta una delle opere più complesse e affascinanti con cui il Beato Angelico esprime la sua capacità narrativa, fuori dai vincoli delle raffigurazioni rituali da collocare nelle chiese in posizione dominante, quindi secondo certi canoni. Qui, nell’armadio ligneo, mentre nel comparto “L’incoronazione della Vergine” troviamo ancora la raffigurazione rituale con molto oro e gli angeli giustapposti verso l’alto oltre che schierati in modo innaturale, negli altri vediamo la solita chiarezza espressiva, le note cromatiche luminose e soprattutto l’irruzione della natura, con quello che è stato definito il “paesaggio continuo”. Berenson ha detto che l’Angelico “fu il primo a parteciparci un senso delle gioie naturali” trovando una “grazia floreale della linea e del colore”.

La natura e la luce, il creato e il Creatore

Ma la natura, come la luce, ha un ruolo superiore a quello paesaggistico e ha animato per secoli il dibattito con la Chiesa che ha sempre temuto la sua promozione a divinità ritenendola, con Sant’Agostino, “dono di Dio” e non artefice del creato.

Per completare la precedente citazione di Calvesi, dopo aver visto le opere esposte e il naturalismo esistente in esse, possiamo dire che “il suo residuo medievistico è, semmai, proprio nell’adesione a una visione irremovibile della “’Natura naturata’ [e non ‘naturans’], una natura immobile come Dio l’ha creata, esente da mobilità, trasformazioni e assimilazioni alla drammaticità e alle agitazioni turbative della sfera umana (Masaccio, Donatello), a un soverchio razionalismo emulo di Dio o a una presuntuosa aulicità (Brunelleschi, Alberti). A tutto questo egli oppone una sorta di idealismo, che rigenera e ridimensiona in un clima di speculazione umanistica il misticismo medievale”.

E come promuove e alimenta questa rigenerazione, in una sorta di quadratura del cerchio? “Egli può accogliere le inedite proporzioni dello spazio rinascimentale, quella sua cristallina chiarezza… della realtà, rifiutando una recezione puramente mistica, totalmente e passivamente rivelata, di essa”. Ma non può abdicare al suo ruolo di testimonianza e proselitismo cristiano, non può limitarsi alla contemplazione di Dio, vuole dimostrarne l’esistenza : “La sua visione non ha gli accenti perduti dell’estasi, ma quella di una serena meditazione che si pone come tramite fra natura e divinità”. E si serve della “natura naturata” per dimostrarne l’esistenza, e non solo: “Questa dimostrazione è affidata alla luce che colma il terzo telaio dello spazio e fa brillare i colori come gemme, rivelando lo splendore del Creatore e del Creato”.

Per una simile visione ci voleva proprio un beato angelico, nell’accezione lessicale delle parole, e anche nella sublimazione della Beatificazione ecclesiale. Perché, lo diciamo ancora con le parole di Calvesi, “questa limpidità di pensiero, all’apice stesso della sua purezza ideale, si ricongiunge, per l’Angelico, direttamente a Dio”.

Censis, la crescita sociale e gli “invisibili”

di Romano Maria Levante

Imprese e precari, badanti e sommerso nella ricerca del Censis.

Siamo tornati il 22 giugno 2009 alla sede del Censis per la seconda settimana del “mese di sociale”, una specie di prolungamento laico del “mese mariano” con attente riflessioni sulla società italiana. Questa volta non si è parlato dei comportamenti, erratici e individualisti, bensì della “società solida degli ‘invisibili’”, cioè della “maggioranza degli invisibili che quotidianamente tiene le fila della crescita sociale”.

Non si tratta della “maggioranza silenziosa” di antica memoria, in un certo senso inerte finché non ci fu la scossa della “marcia dei quarantamila”, bensì di un arcipelago attivo ma non visibile: ”Una maggioranza oggi orfana non solo di ‘rappresentanza’, perché i tradizionali soggetti non sono riusciti a intercettarne i cambiamenti, ma soprattutto di ‘rappresentazione’, perché poco si sa dei numeri, dei comportamenti che la caratterizzano”.

E’ stata questa l’unica fugace concessione alla politica e anche alla sociologia, per il resto l’incontro è stato tutto giocato sul terreno dell’economia, come del resto la ricerca che ne è alla base.

Il direttore generale Giuseppe Roma ha inquadrato il tema, tracciando l’identikit della resistenza alla crisi: “Piccoli soggetti, piccole imprese e lavoratori precari, una base flessibile che costituisce gran parte della nostra occupazione e della solidità della nostra economia”. In questo modo si va ad esplorare, su un terreno diverso dalle realtà territoriali che fu dissodato a suo tempo nell’“inverno della crisi”, come risponde alle difficoltà che vengono dall’esterno il nucleo centrale dell’economia reale. “L’Italia reagisce con le piccole strutture in cui si articola questo popolo invisibile perché non è rappresentato né considerato come dovrebbe, mentre è quello che regge il sistema”.

I piccoli produttori: la fragile spina dorsale dell’economia

Alla ricercatrice Ester Dini il compito di illustrare i risultati dell’analisi e delle elaborazioni compiute per svelare questo mondo in qualche modo dissimulato tra i dati macroeconomici.

“Con la crisi abbiamo capito che il nucleo di resistenza sono state le piccolissime imprese, per la prima volta i riflettori si sono puntati, hanno messo in luce la solidità dei piccoli”. Ma ha subito aggiunto: è “un universo che presenta luci e ombre, le une e le altre oggi più visibili”.

Le luci, innanzitutto, di quello che viene definito “il capitale più prezioso del paese”: e non potrebbe essere altrimenti se si considera che gli oltre 4 milioni e 300 mila imprenditori di piccole e piccolissime aziende sotto ai 20 addetti, occupano quasi 10 milioni di lavoratori e producono un valore aggiunto di oltre 300 miliardi di euro, pari al 45% circa del totale nazionale; mentre l’incidenza sull’occupazione nelle imprese manifatturiere e dei servizi va oltre, raggiunge quasi il 58%, con un 39% di quota sugli investimenti, essendo imprese “labor intensive”, come si suol dire.

Nelle esportazioni mostrano di resistere meglio delle grandi imprese, se tra il 2007 e il 2009 i dati del primo bimestre mostrano un rallentamento direttamente proporzionale alla dimensione, con una flessione del 9,5% per le piccolissime (meno di 10 addetti) e del 29% per le più grandi (oltre 250 addetti) e valori intermedi per le altre, sempre correlati alla dimensione. Concentrandoci sul primo bimestre dell’ultimo anno questo dato trova conferma nel fatto che oltre un terzo delle aziende piccolissime ha un bilancio positivo nell’export, cosa che si riscontra per meno di un quinto delle aziende più grandi.

La sorprendente tenuta sui mercati esteri, la cui importanza è evidente, non viene da sé: “Negli ultimi anni, dice il Censis, anche le micro e le piccole imprese sono state spinte ad impegnarsi in uno sforzo di ridefinizione della propria identità, ripensandosi sempre più come imprese globali. In molte si sono confrontate sul terreno dell’internazionalizzazione, diventando esportatrici, o addirittura estendendo la propria presenza all’estero”.

Da un’apposita indagine è risultato che un quarto delle piccole imprese interpellate esporta, il 6,5% ha stretto accordi o “joint ventures” con imprese estere, il 5% vi ha creato strutture distributive, l’1,5% è presente con strutture produttive e la stessa percentuale ha creato marchi per l’estero. Lo hanno fatto con coraggio. Dal punto di vista delle strategie, quasi il 15% sta entrando in nuovi mercati, mentre l’8% investe in innovazioni e il 4% addirittura si sta ampliando. E qui le luci sono finite.

Dove sono le ombre? La sintesi la dà senza mezzi termini la ricerca : “Se i dati per quanto parziali mostrano come il tessuto microimprenditoriale stia tendenzialmente metabolizzando i contraccolpi della crisi, e per certi versi appaia dare segnali di reattività migliori di altre realtà, non è scontato però , che la capacità di resistenza dei piccoli sia illimitata”. Una sorta di “quousque tandem…”, e fra poco diremo a chi è rivolto. Intanto aggiungiamo che non si tratta di timori eccessivi, le ombre sono il rovescio della medaglia delle luci, la resistenza avviene per lo più su base difensiva con riduzione di costi per quasi la metà di esse, con taglio dei prezzi e della produzione per il 14%, dell’occupazione per il 7%.; e con l’accentuazione delle criticità sempre presenti.

A chi è rivolto il “quousque tandem…”? A coloro che mettono le imprese più piccole in crisi di liquidità allungando i tempi di pagamento di un terzo, sicché occorre attendere due mesi per riscuotere crediti dai privati e l’assurdo di ben quattro mesi per riscuoterli dalla Pubblica Amministrazione. Quindi c’è già un volto ben identificato che, scoperto, dovrebbe arrossire.

L’altro volto che dovrebbe arrossire è quello dei banchieri i quali fanno mancare il credito ai piccoli proprio quando serve di più per le loro difficoltà di ottenere pagamenti tempestivi: da un’indagine Unioncamere dell’aprile 2009 è risultato che un quinto delle imprese artigiane ha incontrato difficoltà di accesso al credito come limitazione dei prestiti o incremento delle garanzie, per non parlare dei tassi più onerosi pur in una fase di caduta dei tassi ufficiali.

Queste le ombre del momento, si potrebbe dire. Restano quelle di sempre che nelle situazioni difficili si fanno sentire maggiormente, perché “piove sul bagnato”: “il peso della burocrazia, della complessità della regolamentazione e delle procedure, e soprattutto l’inefficienza del servizio pubblico, costituiscono un costo aggiuntivo rispetto ai ‘competitors’ europei sempre meno tollerabile. Che per le imprese piccole ha un peso decisamente maggiore”. E vengono citati anche gli oneri derivanti dal cattivo funzionamento del sistema giudiziario, con una durata del contenzioso contrattuale tra imprese superiore a 1200 giorni e un’incidenza del 3.5% sul fatturato annuo delle microimprese. Un altro volto da dare al nostro “quousque tandem…”.

Risultato di tutto questo: nel primo trimestre 2009 è proseguito il saldo negativo tra formazione di nuove piccole imprese e chiusure “con una perdita secca di 40.000 imprese, in linea con i risultati degli ultimi tre anni”; è vero che questa cifra va rapportata al numero complessivo di quattro milioni e 300 mila, ma è pur sempre un segno della fragilità di questo nucleo fondamentale.

I precari: un esercito del lavoro di riserva senza tutela

Quattro milioni e 600 mila è un numero vicino a quello dei piccoli imprenditori: Sono “i lavoratori ‘di mezzo’, né dipendenti, né completamente autonomi; una platea di ‘para-lavoro’, che non è né totalmente subordinato né totalmente autonomo, ma che sta nel mezzo dell’uno e dell’altro: sfuggente e poliedrica”. Nel dare questa definizione si è precisato che rappresentano un quinto dell’occupazione complessiva.

Costituiscono quel “mondo variegato” che dà oggi alle imprese la flessibilità di cui hanno bisogno, come i disoccupati nei rapporti tra le classi erano chiamati l’esercito del lavoro di riserva che dava forza al “padrone” nel contenere la spinta salariale. Due eserciti che non lottano ma sentono la crisi.

Si tratta di “figure professionali estremamente diverse fra loro, ma accomunate dalla condizione di instabilità che incombe sulla loro situazione professionale”; aggravata dalla crisi perché “il sistema di tutela è ancora troppo strutturato su modelli tradizionali che hanno fatto ormai il loro corso”. Solo un quarto di questi lavoratori fa capo all’industria, mentre quasi il 70% si concentra in quello che il Censis definisce “il ‘mare magnum’ del terziario”.

Ma qual è il volto dell’ “invisibile moltitudine del ‘para-lavoro’”, il nuovo “quarto Stato”? Di volti se ne contano più di uno, molto diversi tra loro, scopriamoli uno per volta.
La metà di questa moltitudine, due milioni e 300 mila pari al 10% degli occupati, è costituito dai “lavoratori dipendenti con contratto a termine”, tra cui apprendisti e interinali. Sono presenti in tutti i settori e qualifiche professionali, in ugual misura uomini e donne, con una maggiore incidenza nell’industria dove costituiscono quasi un quarto del totale, e un quinto nelle qualifiche intermedie.

Prevalentemente giovani, il 60% ha meno di35 anni e più di un terzo il diploma, sono assimilati ai lavoratori dipendenti a parte la temporaneità. Ma mentre prima era un aspetto transitorio, perché la formula “a termine” era l’anticamera del tempo indeterminato, con la crisi è diventato un aspetto critico che determina la precarietà. Infatti nel 2008 poco più di un quarto di loro aveva prospettive di stabilizzazione, perché in formazione-apprendistato o in prova, questi ultimi un decimo del totale; i restanti tre quarti inseriti precariamente per sopperire alle maternità e alle assenze (pari a un quarto), coprire un posto al momento vacante (13%), lavorare su un progetto (7%) o un’attività stagionale (quasi un quinto del totale). I dati del primo trimestre del 2009 mostrano come la precarietà con la crisi diventa disoccupazione: i posti di lavoro a termine sono diminuiti di oltre 150 mila (-7%) su una diminuzione di 200 mila (-0,9%) dell’occupazione complessiva.

L’altra metà del cielo, che cielo non è, risulta costituita da figure professionali diverse accomunate dalla caratteristica di non avere neppure le tutele, seppure temporanee, dei lavoratori a termine. Ma mentre poco più del 65% lavora per più committenti senza vincoli di presenza e di orario, il 15% “ha una condizione per molti versi assimilabile a quella di lavoratore dipendente”, e “il 18% si muove tra l’una e l’altra dimensione”. Il Censis fornisce l’identikit di quattro volti diversi.

I più numerosi, ben un milione, quasi il 4% degli occupati, sono i cosiddetti “semiprofessionisti, autonomi che lavorano individualmente senza addetti” e devono rispettare vincoli di orario e di presenza pur senza essere dipendenti. L’80% uomini, di età speculare a quella dei lavoratori a termine, qui il 60% ha più di 35 anni, con minore grado di istruzione, oltre il 40% ha la licenza media. Poco meno di un terzo lavora nell’edilizia e un quarto nel commercio.

Seguono i 360 mila “collaboratori a progetto”, l’1,6% degli occupati, “tra cui si cela una fetta consistente del lavoro a tutti gli effetti, salvo quelli contrattuali, assimilabile al dipendente”, il che è tutto dire; nel 2008 è risultato che la maggioranza lavora per un solo committente e deve rispettare l’orario di lavoro, e quasi l’80% ha comunque vincoli di presenza in azienda. Prevalgono le donne, quasi il 60%, e i giovani, la metà ha meno di 35 anni, con elevato livello di istruzione, il 40% ha il diploma, il 37% la laurea. Un quarto di loro lavora nel terziario avanzato, in particolare nei servizi alle imprese; e poco meno nel terziario sociale, istruzione, sanità, il resto nei servizi sociali e nella Pubblica amministrazione.

Qualcuno non si aspetta di trovarle qui, ma ci sono, oltre 800 mila Partite Iva (3,5% dell’occupazione), cioè “consulenti che lavorano stabilmente per un solo cliente” – il che mostra palesemente la dissimulazione del rapporto sottostante nella totale flessibilità per le imprese – per cui “costituiscono forse la componente più invisibile e instabile di questo universo”. Prevalentemente uomini per il 70%, di età più avanzata, la metà ha oltre 45 anni, e minore istruzione, meno di un terzo con il diploma. .Circa un quarto lavora nel commercio.

L’ultimo volto, degli invisibili tra gli invisibili, è quello dei “collaboratori occasionali”, poco meno di centomila (meno dello 0,5% degli occupati), “che lavorano a intermittenza, solo quando si creano opportunità di mercato”, gli unici forse per i quali la precarietà dipende dall’intermittenza e non dalla simulazione a copertura di un lavoro dipendente stabile. Torna la prevalenza delle donne per quasi il 60% e il maggiore livello di istruzione, circa il 40% con diploma. Queste caratteristiche li avvicinano ai “collaboratori a progetto”, ai quali li accomuna anche la destinazione, a parte la presenza molto maggiore nei servizi sociali mentre sono assenti nell’istruzione e sanità.

Come si muove questo esercito di invisibili, serbatoio di flessibilità per le imprese e di precarietà per i componenti, e anche espressione di profondi mutamenti nell’organizzazione aziendale e nella stessa concezione del rapporto con il lavoro? E quali le maggiori ombre che offuscano le luci?

Quattro sono i coni d’ombra che si proiettano sulla platea degli occupati e quindi sulla vita economica e produttiva del Paese.

Il primo è naturalmente il riflesso sinistro della precarietà, la disoccupazione di cui è l’anticamera: “è indicativo che nell’anno della crisi, rileva ancora il Censis, il paralavoro sia l’unica componente del mercato ad avere registrato una perdita netta di 136 mila unità (-2,9%), mentre il lavoro tradizionale, autonomo e dipendente, ha sostanzialmente tenuto”; tra i gruppi considerati, il più colpito è stato quello dei lavoratori a partita Iva che hanno subito il “ridimensionamento più drastico” con una diminuzione superiore a 240 mila, oltre un quinto del totale.

Il secondo cono d’ombra è la “cristallizzazione”, nel senso che questa forma di lavoro precario e a basso costo si è andata consolidando ed è rimasta “quasi completamente impermeabile rispetto ai processi di mobilità e transizione verso altre forme di impiego”. L’80 per cento dei lavoratori a termine o a progetto resta precario, e solo il rimanente 20% passa a un lavoro stabile.

Vi è poi il terzo cono d’ombra, in senso stretto, ed è l’invecchiamento, nel senso che mentre prima era costituito soprattutto da giovani all’inizio della vita lavorativa, “oggi il bacino dei lavoratori precari è sempre più intergenerazionale, coinvolgendo face d’età un tempo escluse”. Negli ultimi quattro anni l’utilizzo di questa forma di lavoro è aumentato nelle fasce di età più elevate, addirittura del 30% tra 45-54 anni la cui incidenza sul totale ha raggiunto il 20%.

L’ultimo cono d’ombra, che è il riflesso di quelli descritti, è costituito da “quel processo di progressivo disinvestimento dal lavoro” per cui si cercano solo le prestazioni, ma le competenze non vengono considerate un valore da trattenere all’interno dell’impresa come investimento nel capitale umano; di qui le esternalizzazioni di funzioni aziendali, di qui l’“usa e getta” dei lavoratori, se è consentito usare un termine aspro ma, crediamo, eloquente. Questo avviene, denuncia il Censis, “perché le imprese non hanno avuto la forza di ripensare i propri modelli organizzativi, ma anzi hanno favorito l’emergere di una cultura del lavoro all’ingrosso, in cui la risorsa lavoro è ridotta a mera variabile di costo”.

Più chiari non si potrebbe essere. .Ed ora si comprende l’accenno introduttivo al deficit di rappresentanza di questo arcipelago di lavoratori (e il termine immaginifico di “invisibili”), reiterato dopo l’esplorazione compiuta: “Resta da chiedersi come mai questa platea consistente di para-lavoro, pur cresciuta nelle dimensioni, in esperienza e anzianità, e anche in ruolo, non sia riuscita negli anni a dare visibilità ai propri interessi di categoria, di gruppo, e trovare adeguati strumenti di rappresentanza dei propri interessi”.

I “qualcosisti” del terziario e le badanti: i più invisibili tra gli “invisibili”

Chiariamo subito il significato del termine insolito usato dal Censis, qualifica i lavoratori che in passato trovavano sbocchi nel terziario purché disposti “a fare qualcosa” in attività di servizio che vanno dal commercio al turismo, dalla Pubblica amministrazione alla consulenza; l’accesso al lavoro è stato favorito soprattutto per le donne, i giovani e l’offerta sempre più qualificatale.

Questa valvola di sfogo dell’offerta di lavoro, che ha contenuto per molti anni la disoccupazione intellettuale, è venuta meno già prima della crisi, per la progressiva saturazione dei settori che l’avevano fatta funzionare. Tra il 2003 e il 2008 è proseguita la creazione di nuovi posti di lavoro nel settore dei servizi, più di 700 mila, ma si è dimezzata rispetto al quinquennio precedente quando era stata di 1 milione e 400 mila.

Nella “new economy” e nell’immobiliare gli spazi si sono chiusi, e così nel comparto pubblico per l’esigenza di contenere la spesa; si sono ristretti nei servizi alle imprese e ricerca, comunicazione e consulenza. Mentre si sono allargati nei servizi a domicilio per le famiglie, assistenza e collaborazione, con un aumento di quasi 160 mila nell’ultimo quinquennio. Ne parleremo tra poco, dopo aver sottolineato altri due elementi emersi dall’analisi del Censis del comparto dei servizi

Il primo è che “tra il 2004 e il 2008 i nuovi accessi hanno privilegiato in larga misura le professioni tecniche (+ 11,9%), a scapito del grande ceto impiegatizio, il cui tasso di crescita è stato inferiore, pari all’1,6”, o dell’ampio bacino delle professioni occupate nella vendita, aumentato solo del 5,4%”. Una tendenza alla specializzazione, specchio di trasformazioni nel terziario alle prese con problemi sempre più complessi che richiedono professionalità più qualificate e specialistiche: tra i più richiesti in questi anni vengono citati gli infermieri e gli odontotecnici, i dietisti e i chimici, gli statistici e gli informatici, gli specialisti dell’organizzazione e gli addetti a controllo e gestione.

Il secondo elemento è che si è puntato ad una maggiore flessibilità e in alcuni comparti i lavoratori a rischio hanno raggiunto un quarto-un quinto del totale: si tratta dei servizi avanzati alle imprese, del terziario sociale e del commercio e pubblici esercizi. Vi sono settori con precariato molto maggiore, come l’industria dello spettacolo, dove ha un’incidenza che raggiunge addirittura l’83%, per i macchinisti e attrezzisti di scena; ma anche per registi e direttori artistici, coreografi e pittori-restauratori e ricercatori è della metà, mentre per gli annunciatori e presentatori radio e tv e tecnici vari è quasi del 40%. Nonostante questo la massima aspirazione dei giovani non è più il posto fisso come in passato ma “entrare nel mondo dello spettacolo”, presumibilmente pensando solo alle star.

Soffermiamoci, infine, sull’allargamento degli spazi nei servizi per le famiglie, che il Censis chiama “la lenta emersione della rete del ‘micro welfare’”, in parole povere la diffusione di colf e badanti. E’ un “fai da te” delle famiglie per tamponare un “welfare” molto carente sul piano dell’assistenza perché le risorse sono assorbite dal sistema pensionistico per le distorsioni ben note.

I dati sono eloquenti, dal 2001 al 2008 il loro numero è aumentato di 400 mila unità pari al 37%, oggi sono quasi un milione e mezzo; ed è cresciuta anche la quota di lavoratori regolari, che ha raggiunto il 40% rispetto al 27% precedente, cosa che può avere effetti nei rapporti con le famiglie. Sono due milioni e mezzo le famiglie che ricorrono a un collaboratore domestico, il 10% del totale, e tra queste un quarto lo utilizza a tempo pieno per l’assistenza a malati e disabili.

Si tratta di un lavoro che si è sviluppato con una sostanziale autoregolamentazione, essendo restata di fatto la disciplina all’iniziativa delle parti, con flessibilità assoluta ma anche con molta fragilità.

Un cono d’ombra viene dal fatto che la prevalenza del lavoro irregolare, nonostante l’emersione, come si è visto, sia cresciuta sensibilmente; ciò è dovuto anche alla reciproca convenienza dato che spesso il lavoratore straniero non ha interesse ai versamenti dei contributi non potendone usufruire, per vari motivi, a fini pensionistici. L’effetto negativo è la precarietà assoluta che danneggia entrambe le parti: il Censis cita i dati di un’indagine secondo cui quasi il 40% dei lavoratori la considera occupazione a termine in attesa di un diverso lavoro o di smettere del tutto, e solo un quarto la vede come lavoro stabile. Ne deriva il rischio che per questi servizi familiari venga meno l’offerta di lavoro finora “disponibile ed illimitata”, e si creino gravi problemi per le famiglie e anche per il “welfare” nazionale alle cui carenze esse fanno fronte da sole con questi servizi.

Il secondo cono d’ombra, che riflette quello già evidenziato prima, è l’invecchiamento, anche in questo settore, che accresce il rischio appena evidenziato dell’esaurirsi nel tempo dell’offerta di lavoro di colf e badanti. Tra i lavoratori regolari, la metà del totale, quelli di età superiore a 41 anni nel 2006 hanno raggiunto il 56% (42% nel 2002) e gli “over 50” il 24% (15% nel 2002). Pur considerando che ci può essere un interesse a regolarizzarsi avvicinandosi la pensione, si tratta “di un fenomeno non indifferente, destinato a sollevare nel breve-medio periodo un problema di ricambio interno alla categoria”.

Una categoria, per concludere, con “una intrinseca compattezza, che deriva dall’identità di ruolo e dalla condivisione di interessi comuni” nella quale il Censis vede che “inizia ad emergere la voglia di contare, di dare voce e visibilità al proprio mondo”. Per avere un sostegno ai propri progetti di vita e professionali all’altezza “dell’importanza di ruolo che è chiamato a svolgere, ma che ancora non gli viene riconosciuta”. Che siano le badanti le prime della “moltitudine degli invisibili” a diventare visibili?

Il sommerso: gli invisibili per eccellenza

Gli invisibili per eccellenza restano, comunque, i lavoratori del sommerso, “scoperti” dal Censis oltre 35 anni fa per i quali si sono fatti tanti tentativi di farli emergere assicurando condoni, franchigie fiscali e quant’altro. Si è riusciti, in parte, solo riguardo agli immigrati con la sanatoria del 2002, ma è stato un risultato temporaneo, il lavoro irregolare è continuato ad aumentare a un tasso superiore a quello del lavoro regolare (5,6% rispetto all’1,8% tra l 2003 e il 2006) raggiungendo i 3 milioni, pari al 12% dell’occupazione complessiva.

Ma il dato più eclatante è dato dalla diffusione del sommerso nel Mezzogiorno: assorbe il 45% del lavoro irregolare, un lavoratore su cinque è nel sommerso, e nella regione Calabria uno su quattro. Il forte calo di occupazione al Sud, che ha fatto parlare di “secessione in atto” nel mercato del lavoro – 114 mila in meno nel primo trimestre 2009 rispetto allo stesso periodo del 2008 – “potrebbe contribuire ad accrescere le già numerose fila dei lavoratori in nero”, commenta il Censis.

E’ una medaglia con due facce: dal punto di vista sociale e civile è un fenomeno oltremodo negativo perché, in aggiunta alla deprecabile irregolarità e inosservanza delle leggi, priva il lavoratore dei suoi sacrosanti diritti non solo in materia salariale ma anche sul piano normativo, previdenziale e della sicurezza sul lavoro; nella realtà trova conferma “il ruolo svolto dal sommerso come camera di compensazione delle inefficienze e dei ritardi” e anche “la valenza sociale che il sommerso ha sempre avuto nei momenti anche peggiori, fungendo in definitiva come il principale ammortizzatore delle crisi e delle difficoltà del sistema”.

Per questo “il rischio di una nuova stagione di ripresa del sommerso” ha due facce,  negativa con l’offerta di lavoro irregolare che può spingere le imprese a preferirlo a quello regolare;  positiva, meglio invisibili che inesistenti, cioè meglio una retribuzione in nero che nessuna retribuzione.

Più in generale, come la fase di contrazione dei costi porta le aziende a scivolare nel lavoro sommerso, così la riduzione della capacità di spesa fa entrare le famiglie nell’economia sommersa, mediante consumi di prodotti “low cost” anche a scapito della qualità, e di prodotti contraffatti (nel 2008 il 9% degli italiani ha acquistato borse contraffatte, il 6% prodotti di abbigliamento, il 5% cd, dvd e videogiochi). E’ un invisibile quest’ultimo che troviamo per le strade e nei mercati, ha un volto spesso bisognoso di aiuto dietro il quale spesso ci sono organizzazioni delinquenziali, ma ci sono anche anomalie del sistema produttivo, ne abbiamo parlato a suo tempo dando conto di un’altra recente ricerca del Censis con l’Ares proprio su questo fenomeno.

Qualche conclusione e osservazione a margine

Il presidente Giuseppe De Rita ha tratto le conclusioni portando a sintesi le luci e ombre che abbiamo fin qui evidenziato: “Quella presentata è una realtà che funziona bene nella sua consistenza come si è venuta formando ma non ha la vitalità interna per progredire”. E ancora: “Il nostro è un sistema che ha retto per 40 anni, tra lavoro dipendente regolare e le valvole del sommerso e del terziario per l’occupazione. Oggi mostra problemi crescenti e non ha la vitalità per lo scatto necessario. Il terziario che ha sempre assorbito tutti i lavoratori generici non funziona più, è saturo, gli spazi si sono chiusi. E’ diminuita anche la caratteristica propensione ad andare in pensione in anticipo per fare un secondo lavoretto, dato che questa possibilità il mercato non la offre più”. E ha aggiunto con amara arguzia: “Tutto è invecchiato, anche le badanti”.

Non basta il “piccolo è bello” del nostro sistema di imprese che ha comunque resistito meglio di altri alla crisi: “Il ‘parva sed apta mii’ non funziona più perché consente solo di fronteggiare la situazione con l’adattamento e non di superarla andando oltre”. E così dicendo ha rinviato al quarto seminario della prima settimana di luglio per le indicazioni su come superare il galleggiamento.

Il direttore generale Roma, da noi interpellato, ci ha anticipato qualcosa. Per risolvere i problemi di mobilità occorre rimuovere i vincoli tuttora esistenti tra cui la presenza pubblica. “La flessibilità e la precarietà non garantiscono di per sé la mobilità. Il precario resta precario come il posto fisso è un impiego a vita, concetti impensabili in altri paesi. La chiave di tutto è nell’innovazione che è anche fattore di mobilità. Un sistema che non innova riesce a galleggiare ma rimane ingessato, e se non c’è circolazione non può progredire”.

Un ulteriore commento, in particolare sul sommerso, lo chiediamo a Ester Dini, che ha tenuto la relazione. Conferma che “forse dietro al drastico calo di occupazione al Sud può esservi un travaso nel sommerso”. E aggiunge un aspetto significativo, quasi paradossale: “Anche nel sommerso è calata la precarietà. Prima era una condizione ‘stabile’, dovuta all’evasione fiscale e contributiva, che garantiva il lavoro pur non tutelato, oggi neppure questo perché viene meno anche il sommerso”.

La guerra dei poveri non ha mai dei vincitori.