Antichi Telai: i tessuti d’arte tra eternità e storia

di Romano Maria Levante

Preziosi parati, paramenti sacri e paliotti di sconvolgente bellezza in mostra a Roma.

Può avvenire di passare dal sacro al profano, ci capitò visitando in successione la mostra di Bellini con le splendide Madonne e poi quella di Picasso con i visi asimmetrici del cubismo, come i lettori ricorderanno. Questa volta abbiamo fatto il percorso inverso, dal profano al sacro visitando a Roma in sequenza la mostra “Gioielli” di Bulgari al Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale e quella “Antichi Telai” con i tessuti d’arte del patrimonio del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno al Palazzo Ruspoli al Corso, presso la Fondazione Memmo, aperta dal 13 maggio al 26 luglio 2009. Soltanto della seconda intendiamo parlare, ma non prima di aver espresso le sensazioni istintive che abbiamo provato.

Ebbene, non ce ne voglia il rinomato gioielliere, ma i gioielli non siamo riusciti a vederli, per quanto ci fossimo sforzati, “tra eternità e storia” come nell’ambizioso sottotitolo della sua mostra. Personaggi di cronaca sono stati Liz Taylor con Richard Burton ed Eddy Fisher in una gara vinta dal primo con una favolosa “parure” di smeraldi, esposta in una vetrina delle meraviglie; così Soraya con le sue spille preziose e una inedita Anna Magnani, la popolana del neorealismo che indossa una sfavillante “parure” di rubini e altre ancora esposte ed evocate nei filmati. Una cronaca che aspira a diventare storia anche con le figure ingioiellate delle feste mondane. “Tra cronaca e storia”, quindi, si potrebbe ribattezzare la mostra di Bulgari, dove c’è anche una “sancta sanctorum” blindata con i “campioni” di ieri e di oggi, lo zaffiro gigante e la collana più sfarzosa.

Mentre, con altrettanta presunzione, suggeriamo di attribuire quel sottotitolo alla mostra “Antichi Telai”. Tra i paramenti sacri e i paliotti d’altare, le statue vestite e la processione con le preziose stole artisticamente lavorate abbiamo sentito il soffio dell’eternità e nello stesso tempo il respiro della storia. Perché le opere esposte, veri capolavori d’arte, sono state al centro delle celebrazioni liturgiche ed hanno attraversato i secoli, hanno visto troni e dominazioni. Sempre sotto lo sguardo rapito dei fedeli, che nei tessuti preziosi e negli ornati raffinati, nei disegni evocativi dei fatti evangelici e nelle fruscianti vesti talari sentivano l’eternità calarsi nella loro storia civile e umana.

Le sorprendenti scoperte della Mostra

E’ un merito straordinario quello di suscitare una simile emozione, ma non è l’unico. Ce n’è un altro che attiene alla ragione più che ai sentimenti, e riguarda la scoperta di un mondo nuovo, costituito dai 700 Edifici di culto affidati alle cure dell’apposita struttura del Ministero dell’Interno. Un mondo, che anche al di fuori della suggestione della fede, viene così definito da Giulia Silvia Ghia, storica dell’arte che, con Rosalia Lilly D’Amico, ha ideato la mostra: “Paliotti, parati, mitre, piviali, pianete, dalmatiche esposti in questa occasione sono in realtà dei microcosmi di espressione del gusto, della moda, del rito, del prestigio dei committenti, siano essi laici o ecclesiastici”.

Il microcosmo si apre su un universo dove convergono tutte le arti con lo straordinario fascino esercitato dalla natura dei luoghi di culto che dà alla loro bellezza qualcosa in più, molto di più, perché la fede scava nella profondità dell’anima anche nei non credenti, rimanda ai misteri dell’esistenza e alla funzione consolatoria sugli spiriti semplici come alle speculazioni più profonde dei sapienti teologi. E tutto in quegli ambienti, al cospetto di quei dipinti, sotto quelle statue, con quegli arredi, immersi in quei rituali nei quali i paramenti erano scelti accuratamente e utilizzati come componente essenziale della liturgia sacra. Perché, citiamo ancora la Ghia, “l’abito e l’apparato per il clero erano e sono espressione del sacro e della devozione popolare”.

Forse il Ministero non si è reso conto della responsabilità che si assume nel rivelare tutto questo. Perché dovrà esserci ora da parte sua un impegno all’altezza delle aspettative suscitate. E sono tante, attengono ai tesori d’arte tessile esposti meritoriamente nella Mostra e anche agli innumerevoli altri tesori che dovranno essere valorizzati con una cura altrettanto colta e attenta di quella profusa nelle sale di esposizione e nella documentazione storica e artistica a corredo.

Nel moderno concetto di “attività” culturali, che si affianca a quello tradizionale limitato ai “beni”, iniziative come quella che ha portato alla Mostra svolgono un ruolo centrale nel dare vitalità ai “giacimenti” stabili e fermi, i quali senza un’adeguata promozione e “circolazione” resterebbero inerti e sfuggirebbero a quel fondamentale lavoro di restauro che le iniziative riescono ad attivare.

Ne dà conto il prezioso Catalogo del Dipartimento per le Libertà Civili e per l’Immigrazione, che come la Mostra e il Comitato tecnico è stato coordinato dal Vice Prefetto Giuseppe Mario Scalia capo dell’Ufficio pianificazione nell’amministrazione del Fondo Edifici di culto, al quale rivolgiamo direttamente l’appello appena lanciato per l’attività futura, impegnandoci fin da ora, per parte nostra, a seguirla con la stessa passione e lo stesso entusiasmo che stiamo provando in questo momento.

C’è passione ed entusiasmo nella scoperta dell’universo degli Edifici di culto ma anche, abbiamo detto, del microcosmo dei Tessuti d’arte antichi. E qui, tornando all’intitolazione della Mostra, forse per noi una fissa, ci colpisce il riferimento ai Telai e non ai Tessuti: si evoca così il lavoro da artigianato artistico dietro queste realizzazioni, lo strumento dell’orditura e della tessitura sul quale si sono posate tante mani depositarie di un’arte antica, che affonda nelle tradizioni popolari alle quali la fede ha sempre chiesto il massimo di impegno e dedizione, ottenendo così dei capolavori.

Nella scoperta del microcosmo dei tessuti d’arte il Catalogo fa ripercorrere l’itinerario della Mostra, nata quasi per caso dopo alcune ricognizioni mosse da intenti diversi; e fa rivivere le scene intense dell’apertura degli armadi, il ritrovamento dei parati e degli arredi, la verifica dello stato di conservazione per gli eventuali interventi di restauro. Un’opera da ritrovamenti archeologici di elementi inventariati “ab antiquo”, che evoca immagini suggestive e misteriose, da “Codice da Vinci” e da “In nome della rosa”, per citare le più note incursioni letterarie in quel mondo segreto.

Valore e suggestione dei tessuti d’arte

Ha ragione il ministro dell’Interno Roberto Maroni quando scrive che “questa opera, per sua particolare vocazione – in quanto realizzata di trame e orditi – non soltanto è da leggere e sfogliare, ma da vivere come esperienza tattile”, quasi per sentire con le dita la rugosità della tela e il fruscio della seta, la delicatezza del ricamo e la rotondità dei piccoli coralli a comporre profondità arcane.

Per questo Rossella Vodret, Soprindentente dei Beni storico-artistici del Lazio,afferma: “I tessuti, per la tecnica esecutiva, per la preziosità della materia e, soprattutto, per il loro apparato decorativo, rappresentano un campo d’indagine privilegiato per gli storici dell’arte”. Noi non siamo tali, ma la scoperta di questo mondo così intrigante per tutto quanto evoca in tema di storia e di fede ci fa diventare ricercatori, assetati di conoscere le vicende che traspaiono da questi testimoni muti.

Il loro valore estetico, comunque, è facilmente percepibile: “Il pregio degli apparati ricamati con fili d’oro e d’argento – scrive Nicoletta D’Arbitrio Ziviello, docente di restauro dei tessuti alle Belle arti di Napoli – è riconosciuto anche dai meno esperti. Più difficile da comprendere è l’alto valore dei tessuti broccati considerati, a torto, opere seriali, in realtà testimoni delle importanti innovazioni tecniche – frutto d’invenzioni – che furono sperimentate e introdotte, dalla fine del Seicento fino ai primi decenni dell’Ottocento, per la lavorazione dei prototipi, sia di filati, sia di tessuti”. E non finisce qui: “Per questi motivi i tessuti concepiti tra il 1695 e il 1730, sono da considerare preziose e uniche testimonianze dell’arte tessile da tutelare come elementi indispensabili per ricostruire il percorso stilistico dell’arte tessile in Italia”.

Un altro mondo che si apre alla conoscenza, quello delle invenzioni e innovazioni tecniche, a dimostrazione dell’effetto domino che la cultura produce in positivo quando c’è un innesco di valore, come la Mostra che ci accingiamo a visitare. Ma non occorre lo spirito di Ulisse per interessarsi a tutto questo, che il Catalogo rende egregiamente riportando la preziosità anche in filigrana, e sfogliandolo si ha proprio l’impressione, come ha detto il Ministro, di “vivere come esperienza tattile”, nella sua accezione sensoriale, un’arte, come quella tessile, che “rappresenta sicuramente un valore importante nelle eccellenze prodotte in Italia nel corso della sua storia”.

Ma dai massimi sistemi ci piace tornare con i piedi sulla terra, anche se è difficile quando si evoca la fede. E lo facciamo avendo scolpite dentro di noi queste parole della D’Arbitrio Ziviello: “L’organizzazione della mostra, nelle indispensabili fasi di ricerca e di scelta dei manufatti da esporre, ha reso possibile compiere una vasta esplorazione nei luoghi dove i tessuti sono conservati, analizzare da vicino le peculiarità delle singole opere, verificarne le condizioni conservative per procedere al recupero di alcune di esse”. Potrà sembrare ovvio, per noi non è così, perché ci accingiamo a visitare la mostra con lo stesso spirito di ricerca, di conservazione, di recupero.

Gli ornati preziosi dei ricamatori artistici di Napoli

Il nostro viaggio tra l’eternità della fede e la storia civile inizia da Napoli, perché alle opere d’arte dei ricamatori partenopei è dedicata la prima sala della Mostra. Sin nei tempi remoti troviamo “frammenti di tele di lino, di sottili veli di seta e di oro, provenienti dalle antiche città di Cuma, di Pompei e di Ercolano, conservati oggi nel Museo Archeologico di Napoli”, scrive la D’Arbitrio Zanelli. Ma i primi tessuti che incontriamo sono dell’ultimo quarto del XVII secolo e provengono dalla Basilica di San Domenico Maggiore. Ne vanno ricordati i precedenti, come si fa per le opere letterarie e pittoriche, di scultura e architettura; per l’arte, insomma, che si nutre di storia e ne è essa stessa artefice. Della storia sentiamo il brivido appena ritroviamo nomi familiari quanto famosi.

In questa basilica prestigiosa, posta nel centro storico della città, furono sepolti oltre agli esponenti delle famiglie nobiliari alle quali sono dedicate le cappelle gentilizie, anche i sovrani aragonesi e gli alti dignitari della corte del Viceré; esposti vicino alla Sagrestia, nella Sala del Tesoro, si trovano i preziosi abiti di damasco dei sovrani, restaurati tra il 1998 e il 2000. Furono proprio loro, in particolare Ferrante d’Aragona incoronato nel 1459, a promuovere l’arte tessile, nel commercio e nella produzione, chiamando alla Corte di Napoli “maestri drappieri di chiara fama”, tra i primi il veneziano Marino di Cataponte, per introdurvi, come ricorda la docente appena citata riportando un documento del 1465, “drappi d’oro o damaschi et broccati, velluti figurati, viridi et neri” e lavorare “carmosino figurato, perché questa tinta non è di questa terra et bisogna tempo per venir da Ragosa, o di Venezia”.

Seguirono altre convenzioni con “maestri appareggiatori dell’arte della seta”: Francesco de Nerone nel 1973, per “l’arte dell’oro e della seta de omne sorte”, Pietro di Cavursio di Genova nel 1475 per fare a Napoli ogni anno “da cinque a cinquanta pezze di seta” portandovi “dodici lavoranti”; nel 1477 ci fu poi un bando del sovrano che istituì la “Corporazione dell’Arte della Seta”con sede nella Chiesa di San Filippo e Giacomo e patrono San Giorgio.

Di qui inizia un processo che impegna le più importanti famiglie nobiliari nel ciclo della seta, con la coltivazione di “celsi, e mori e bianchi, utili per alimentare i bombici della seta”, e nel promuoverne l’impiego nella produzione di panni decorati come quelli con “Le Storie e le Virtù” di San Tommaso d’Aquino voluti dalla discendente Giovanna d’Aquino che nel 1669 incaricò trenta ricamatori napoletani di realizzarli con le sete raffinate prodotte dai suoi feudi. Furono completati nel 1685 e donati alla chiesa nel 1799 da Vincenza Maria d’Aquino rimasta senza eredi, ed utilizzati per “parare” nelle ricorrenze le pareti, in particolare la Cella e il Dormitorio del Santo.

Ed ecco dinanzi a noi il grande parato (quasi m 3 x 2) in seta su tela di lino “San Tommaso compone il Corpus Domini”, il Santo seduto a un tavolino che scrive in una stanza con uno scaffale di libri, un quadro, un frate che entra, una colomba bianca. Ambiente semplice e raccolto al contrario dei due parati delle Virtù, “La Benevolenza” e “L’Umiltà”, ancora più grandi (quasi m 4 x 2,5), dove la figura del Santo è collocata al centro in posa statuaria in ambiente barocco circondato da una tempesta di motivi floreali librati nell’aria su veli sottili.

Seguono altre opere dei ricamatori napoletani provenienti dalla stessa basilica, due parati liturgici da indossare, un lungo “Piviale”(oltre m 3 x 1,50) con grossi ricami di sete policrome e in fili d’oro che compongono motivi floreali; .una più piccola “Tonacella” dello stesso tipo con la caratteristica che tra i fiori spicca il tulipano, per alcuni simbolo del lusso e della vanità, forse come “memento”.

Non ci si è ripresi dalla meraviglia che si presentano alla vista i “panni ricamati” della Chiesa del Gesù delle Monache, con le immagini di S, Bernardino da Siena e S. Antonio da Padova: dei veri bassorilievi (di m 1 x 1) con filati e colori diversi e le parti in rilievo di oro filato: i Santi sono immersi in un ambiente reale, con case e acque, flora e fauna, un effetto pittorico inconsueto di grande suggestione. Un bassorilievo del tutto diverso, su velluto di seta cremisi, è quello del “Paliotto dell’altare maggiore” con due angeli-putti in una composizione di tralci stilizzati.

Subito dopo c’è l’incontro emozionante con il Monastero di Santa Chiara, che evoca la celeberrima melodia: un grande parato sul “Giudizio di Salomone”, opera d’autore firmata “Ignazio Mirabile F. 1709” ricca di figure arcadiche di colore pastello disegnate con leggerezza e il sovrano al centro nella posa pensosa del giudicante; tre “Pianete”, una di broccato blu con ricami bianchi e oro di motivi architettonici, la seconda di raso perla con ricami in sete policrome e oro di ricche fantasie floreali, la terza di broccato rosso con contrasti di blu e oro in una composizione floreale.

Non è l’ultimo messaggio artistico che viene dalle chiese napoletane, cariche di storia e di memoria. C’è anche la “Madonna vestita” della Statua della Madonna del Carmine, un lungo abito dei ricamatori napoletani in tessuto rosso scuro con ricami in fili d’argento di motivi vegetali, si distinguono delle spighe di grano e motivi stilizzati in senso verticale lungo l’intera lunghezza.

Il ricordo delle processioni di paese nell’infanzia e adolescenza ci prende nell’intimo, aggiungendosi a quello delle cerimonie liturgiche con le pianete i cui colori colpivano la fantasia, ora stimolata dall’arte che aggiunge il suo fascino alla sollecitazione della memoria.

I paliotti siciliani, il barocco intessuto di corallo

Ci si immerge in un mondo del tutto diverso andando avanti nella visita alla Mostra, quando si entra nelle sale dei pregiati tessuti siciliani, dove si continua a sentire l’eternità del sacro e il respiro della storia.

E’ un mondo arcano, non ci sono l’arabesco, la fioritura e il disegno nelle sete policrome dei ricamatori napoletani ma spicca la profondità, la prospettiva e l’architettura negli archi di corallo tra ricami di seta variopinta e fili d’oro e d’argento.

Una festa cromatica dove trionfa il rosso, che unisce l’arte pittorica a quella architettonica; perciò pittori e architetti famosi ne furono i disegnatori, e per i lavori ordinati dai Gesuiti nel ‘600 si ricordano il pittore La Barbera e l’architetto Quaranta. Anche la creatività orafa partecipa con l’inserimento di pietre preziose nella trama di seta, oro e argento; e l’artigianato dei “maestri corallari” di Trapani con i fili inanellati della pietra nei laboratori tessili di Palermo e di Messina. Le chiese che hanno fornito i tessuti preziosi sono di Palermo, tranne le due ultime di Catania.

L’uso liturgico consisteva nel decorare gli altari nelle celebrazioni e ricorrenze più importanti, dal Natale alla Pasqua, dai santi dell’Ordine che li commissionava ai protettori della città. Per questo si tratta soprattutto di “Paliotti” ricamati, quelli esposti sono opera di suore ricamatrici dei monasteri. E’ un secolo prima delle opere sopra considerate dei ricamatori napoletani, la maestria è la stessa.

Ve ne sono quattro che provengono dalla Chiesa di San Giuseppe dei teatini, tutti di grandi dimensioni (m 3 x 1), come si addice a un tessuto che deve coprire un altare.
Il primo ripete il motivo delle arcate prospettiche delimitate da grani di corallo, con un vaso di fiori e un turibolo di derivazione orientale. Sembrerebbe la stilizzazione dell’immagine della Casa teatina di Messina, per questo donata al Convento in un contesto altamente simbolico; donatore sarebbe stato Giuseppe Maria Tomasi, primogenito del principe di Lampedusa, che diventerà cardinale e poi santo, per rendere omaggio al suo primo convento, dove Padre Francesco Maggio, guida dei novizi, aveva rinvenuto sotto l’altare un’acqua tutt’oggi ritenuta miracolosa.

Un altro paliotto mostra un’architettura da interno molto elaborata con la ricerca della prospettiva in basso e in alto tralci d’uva sopra le arcate, il tutto immerso nel rosso dei coralli.

Con il terzo c’è il trionfo dell’architettura, nei due piani prospettici: un portico fatto di un colonnato agile e arioso, un loggiato più ristretto e uno spazio centrale con una fontana e delle vasche.

Il quarto rappresenta in alto la facciata di un palazzo e nella parte centrale in basso l’ingresso, con motivi simmetrici nelle parti laterali e decorazioni a candelabro. C’è la magnificenza dei fili d’oro che creano cordoni rilevati e dei rossi coralli collocati quasi a intarsio senza profondità.

Di paliotti ne sono esposti altri cinque, di due chiese diverse: Dalla Chiesa di San Francesco di Paola ne provengono due dal motivo architettonico simile, con archi appena delineati ai lati, una grande apertura ad arco centrale e piccole aperture abbozzate come fossero delle nicchie con fiori. Tre, molto diversi da quelli citati vengono dalla Chiesa del Gesù, Casa Professa, in uno domina l’elemento architettonico con grandi arcate ariose e leggere, colonne tortili e vasi di fiori con largo sfoggio di corallo, gli altri due di contenuto essenzialmente pittorico, con il trionfo della Fede su un carro trainato da due Santi il primo, con pavoni, pellicani e tralci d’acanto tra grossi fiori il secondo.

Questi sono entrambi senza corallo, a differenza degli altri, il colore vira sul verde,
Due “Pianete”, un “Piviale” e una “Tonacella”completano i tessuti d’arte delle manifatture siciliane con un ricamo più stilizzato e simmetrico. Nel Piviale c’è l’immagine di San Domenico, dalla cui chiesa proviene, ricamata sullo “scudo” da Ippoliti Virgini nel 1701, mentre il tessuto di fondo sarebbe stato eseguito dall’artigiano Antonino Ferrara, la scissione nelle committenze dello stesso lavoro era normale. Vengono da Catania una “Pianeta” e una “Tonacella”: la prima di seta verde chiaro finemente ricamata con evidenza di fiori rossi, la seconda un laminato in seta a sfondo scuro con due leoni rampanti tra una ramificazione elaborata e simmetrica.

Per ultimo citiamo il Tabernacolo a tempietto, della Chiesa di Santa Maria degli Angeli di Palermo, in legno di pioppo per la struttura e di abete per l’ornamento, con colonne tortili avvolte da elementi vegetali scuri che danno all’insieme un senso di austerità.

Paramenti e oggetti liturgici a Roma

Meno caratterizzata ci sembra l’arte tessile romana, non troviamo l’effetto tridimensionale creato dai ricamatori napoletani con le sete policrome annodate o dalla manifattura siciliana con le profondità prospettiche delle architetture di corallo. Ma nella superficie piana e omogenea anche nell’effetto cromatico si coglie una varietà di stili di un’eleganza e raffinatezza notevoli.

Il patrimonio del Fondo del culto nella regione è imponente, 188 chiese di cui 70 nella sola città di Roma. Questo fa pensare alla possibilità di una mostra permanente monotematica, come a Barcellona quella dei Crocifissi, che potrebbe essere ospitata in uno dei tanti edifici di culto che il Fondo gestisce, ci sentiamo di suggerirlo perché sarebbe un vero “scoop” per la Capitale.

Da questo oceano d’arte e di storia, nonché di fede, tutto da esplorare e valorizzare provengono le opere presentate, precisamente da nove chiese, soltanto “campioni” di questo vastissimo giacimento culturale, come scrive Barbara De Dominicis: “Il nucleo esposto di circa 30 opere è quindi puramente indicativo della qualità e quantità di tipologie, decori e tecniche che costituiscono la ricchezza artistica inestimabile, affatto conosciuta, talvolta non ben conservata, e raramente valorizzata, adagiata negli armadi di sacrestia o riposta in depositi difficilmente accessibili”. L’atmosfera da “Codice da Vinci” o “In nome della rosa” torna ad aleggiare, ma anche la nostra personale memoria d’infanzia delle antiche soffitte, con casse e armadi polverosi che attiravano e intimorivano al contempo, come fonte di misteri e di sorprese.

Ebbene, i “Paliotti” esistenti nella chiesa di S. Maria in Vallicella a Roma sono 37, nella Mostra ne vengono presentati due della metà del XVII sec.: uno in seta bianca e ricami con fili d’oro di varia caratura, d’argento e policromi; l’altro per le liturgie funerarie di velluto nero con lamine d’oro. Della stessa provenienza due “Piviali” del XVII-XVIII sec. dal fondo in seta rispettivamente rossa e bianca laminata in oro con un effetto sul verde chiaro, ricamato con la tecnica dei paliotti citati. La chiesa ci presenta anche reperti di tutt’altro tipo: innanzitutto tre “Mitrie”, ognuna espressiva di un secolo tra il XVII e il XIX, di seta bianca laminata in oro con ricami di caratura diversa e anche “pailletes” e pietre, vetri policromi; poi la statuetta di “San Filippo Neri”, in abiti sacerdotali con un lungo camice plissettato e rifinito in merletto; c’è anche una “Lampada pensile” tutta rivestita, incrostata si direbbe, di coralli con i paramenti liturgici, ci ricorda le manifatture siciliane, infatti leggiamo che sarebbe stata realizzata nel 1600 nel trapanese.

Subito dopo ci attendono tre “Paliotti d’altare” della chiesa romana di Sant’Ignazio, con caratteristiche del tutto peculiari: uno del XVII sec, destinato all’altare di Gregorio Magno della stessa chiesa per le liturgie di “Natale e Pasqua”, come da antiche scritte su cartellino e telaio, nel quale ritroviamo l’effetto tridimensionale nella figura a “bassorilievo” di Sant’Ignazio che scaccia il demonio con un bastone a forma di serpente; gli altri due della fine del secolo citato, con fondo avorio laminato in argento dorato e lo “scudo barocco” centrale decorato da un inconsueto dipinto ad olio con chiaroscuro raffigurante rispettivamente tre Martiri gesuiti del Giappone uccisi nel 1597 con le croci del supplizio e la “Visione di Sant’Ignazio alla Storta”, oggi periferia romana.

A questo punto la visita diventa incalzante, si va avanti per “campioni”, come per la “Pianeta” della chiesa di San Lorenzo in Lucina, luogo ben noto ai giornalisti romani per la presenza nelle vicinanze della sede dell’Ordine, ma meno noti i tesori che racchiude: c’è un’esposizione permanente in sagrestia di alcuni manufatti degli oltre 60 rinvenuti in una ricognizione ancora parziale. La pianeta esposta fa parte di una “parure” con altri pezzi è su damascato broccato a fondo rosa corallo con ricami di disegni floreali fortemente stilizzati e geometrici di forma inconsueta.

Altre due pianete provengono dalla chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina: sono la “Pianeta Farnese”, con ricamate le storie della vita della Vergine insieme a volute vegetali e figure angeliche; e la “Pianeta Nithard”, in tessuto laminato con i ricami consueti in fili d’oro e seta colorata di motivi floreali e pappagallini in una composizione arcadica.
Con due vesti talari molto diverse vogliamo concludere questa rassegna sui parati liturgici romani, “Il Piviale detto di san Pio V” dal museo della chiesa di Santa Sabina all’Aventino, in velluto cremisi dalle lunghe stole recanti ricami di nicchie con cinque santi e un diacono e, sul retro, nel cappuccio orlato da una frangia di fili rossi e oro, una “Madonna con bambino” di straordinaria dolcezza; e la “Tonacella del Parato pontificale ‘dell’Immacolata Concezione’”, opera dei ricamatori di Catanzaro, donata alla chiesa di San Francesco d’Assisi a Ripa Grande da una monaca francescana, con splendidi ricami in seta cerulea e oro e in più anche “pailletes” decorative; questa, come molte altre delle opere riportate, faceva parte di una “parure”, o più propriamente di un corredo liturgico, composto anche dalla pianeta, dal piviale e da accessori come stole e “manipoli”.

Ci sono poi altri indumenti, di cui abbiamo un esempio nel “Camice di Pio IX” della basilica di S. Maria sopra Minerva, importante per ovvie ragioni, ricordate anche dallo stemma Mastai Ferretti ricamato finemente insieme a motivi floreali che s’infittiscono nella parte inferiore.

La chiesa prima citata ci regala lo stupendo “Bambinello di San Francesco a Ripa”, della prima metà del XVIII sec., sull’archetipo del celebre “Bambino dell’Ara Coeli”, oggetto di venerazione nella famosa basilica, dove il riferimento francescano ci riporta al Presepio; il Bambinello di circa 50 cm è su un grande trono di 80 cm, per celebrarne la maestà in tenero contrasto con le fasce che lo avvolgono, preziose per l’oro, i ricami e le pietre incastonate con un effetto di preziosità.

Con questa statuetta entriamo nel campo dei reperti provenienti dagli altri centri del Lazio. A parte la “Pianeta e stola”, il “Conopeo di pisside” e la “Cassetta da ricamo” di Petrella Salvo, a Rieti, c’è il “Piviale rosso” di Bracciano, di tinta delicata finemente decorato e il “Paliotto d’altare” di Gaeta, un’arcadica voluta di rami intorno a una sorta di cornucopia di frutti.

Ma vogliamo fare l’ultima sosta davanti ai quattro abiti per le statue di Madonne. Tre provenienti dal Museo del monastero della Beata Filippa Mareri di Petrella Salto, rispettivamente blu, rosso e viola, in seta con eleganti ricami e merletto; il quarto per la statua della “Vergine addolorata”, dal monastero di Gaeta a lei dedicato, tessuto serico nero riccamente ricamato in oro con volute, tralci e motivi floreali. Va ricordato anche il “Vestito della Madonna del Carmine”, in taffetà di seta azzurro-turchina con ricami in unica tinta pastello, della chiesa romana di Sant’Agata in Trastevere.

Le manifatture fiorentine e bolognesi, poi la processione

Il viaggio che la Mostra ci fa fare nel mondo della sacra liturgia ci porta ora più a nord, a Firenze in un piccolo campionario di chiese celebri, con in mostra un solo esemplare ciascuna.

Da San Marco proviene il “Piviale di Sant’Antonino”, un broccato laminato con ricami che danno un effetto di preziosità con l’oro abbagliante, e la “Crocifissione con i Dolenti” ricamata al centro, mentre più sopra il ricamo raffigura “l’’Eterno benedicente e due angeli”. La celebre chiesa di Santa Croce è rappresentata dalla “Tonacella con stemma Rinuccini”, della seconda metà del XVI sec., così descritta: “teletta d’oro ricamata in seta, oro, argento, velluto di seta cesellato, lanciato in oro, broccato bouclé”, l’effetto è di straordinaria raffinatezza ed eleganza.

In fondo c’è una E trasversale in campo bianco che, ci si consenta l’associazione, ricorda il logo dell’Eti, lo segnaliamo all’Ente teatrale italiano. Ma torniamo a concentrarci sulle manifatture fiorentine, lo facciamo con il “Piviale” della chiesa di Santa Maria Novella, fine sec. XVIII, insolito fondo assolutamente bianco con grossi ricami di un tralcio vegetale da cui si diramano piante verdi e fiori rossi ad effetto rilievo; al centro la stola anch’essa ricamata e contornata da una frangia.

Lasciamo le chiese di Firenze sostando dinanzi alla “Madonna del Carmine con bambino”, una statua in cartapesta molto espressiva con un abito prezioso in broccato di tipo cosiddetto “Veronese” di colore marrone, quello delle vesti carmelitane, con ricchi ricami in oro e argento; c’è anche un “Busto” di velluto nero con ricchi ricami e pietre finte, del corredo più antico.

A Bologna, capolinea del nostro viaggio tra le meraviglie presentate dalla Mostra, dopo l’“Ombrellino processionale” per il Corpus Domini della basilica di San Domenico, con il suo fine ricamo di seta e oro su tessuto serico bianco, troviamo uno “Stendardo processionale”, anch’esso destinato al rituale esterno.

E qui finalmente degli artisti ricamatori conosciamo un altro nome, dopo il napoletano Ignazio Mirabile e il siciliano Ippoliti Virgini già ricordati: quello della bolognese Barbara Zucchi con una data precisa, 1767; anno in cui gli viene attribuita anche la “Tonacella”, essa pure esposta, una composizione di base di un verde giallo dalla quale spiccano ricami di fiori e frutti di colori contrastanti, un bell’effetto di insieme. Della Zucchi, scrive Stefania Sabbatini, “non si hanno altre notizie oltre al fatto che si sposò nel 1745 e che, a differenza delle altre ricamatrici bolognesi note, non fu figlia, moglie o sorella di un pittore”.

Questa incursione nel gossip e nepotismo dell’epoca ci immerge ancora di più nell’atmosfera che abbiamo respirato finora e ci fa seguire idealmente lo stendardo della Zucchi che reca ricamata al centro la figura di San Domenico. Perché ci troviamo nella grande galleria, dopo l’incontro con le “Madonne vestite” in una saletta che le fa sembrare vere e presenti.

E anche gli innumerevoli prelati che hanno indossato nei secoli quei piviali e quelle tonacelle, dinanzi ad altari addobbati con quei paliotti sono veri e presenti, come se avessero indossato gli abiti talari esposti e si fossero allineati in processione. Veramente di grande effetto la “processione” muta della galleria della Mostra, con oltre venti figure di statura umana in un lungo corteo altamente suggestivo. Un’esplosione di magnificenza, ma anche un “memento” sul significato profondo in termini di fede e un forte richiamo alla memoria delle celebri cerimonie liturgiche in Vaticano.

Un riconoscimento e un’esortazione finale

Dal finale in “gloria” vorremmo tornare sulla terra, anzi aprire di nuovo i polverosi armadi dei ritrovamenti per misurare il lavoro fatto per portarli alla mostra. Useremo le parole di Irene Tomedi, sul restauro dei paramenti della chiesa del Gesù di Palermo: “I manufatti si trovavano tutti in un precario stato di conservazione, giustificato sia dall’usura del tempo che da una manutenzione non idonea. I paliotti erano tutti inchiodati su telai di legno, tarlati e con chiodi arrugginiti.

Nel tempo si erano accumulati depositi di polveri grasse sul verso e sul recto: lo strato di polvere depositatosi uniformemente aveva reso la seta fragile e i colori delle sete policrome da ricamo, i coralli, i granati, perle di fiume e perle di vetro opachi. I fili metallici dorati e d’argento erano in parte ossidati, moltissimi sollevati e pendenti. Le sete di fondo spesso erano strappate, lacunose e lacerate soprattutto sui bordi a causa dell’inchiodatura del telai. In molti casi il filo del ricamo era consunto, a volte mancante. Allo stesso modo erano persi molti coralli, perle di fiume, granati e perline di vetro. Molti danni sono stati causati dai rimaneggiamenti e dai ‘restauri’ subiti nel tempo. Alcuni paramenti contenevano bozzoli di tarme, altri addirittura piccoli ascari viventi”.

Nel ripensare alla magnificenza delle architetture tessili di seta e di corallo che abbiamo ammirato, dinanzi a un simile quadro di degrado abbiamo due reazioni spontanee: un elogio incondizionato per l’opera eccelsa realizzata, e nello stesso tempo l’invito a proseguire su questa linea con uno sforzo ulteriore che riguardi l’immenso arcipelago di chiese gestite dal Fondo per il Culto.

Ne vale la pena, anche perché si inserisce nella moderna strategia di far “circolare” le attività culturali per valorizzare i “beni culturali” cui abbiamo accennato. I nostri giacimenti culturali devono essere sviluppati e non soltanto sfruttati, ripetiamo, altrimenti deperiscono, come quelli petroliferi. Da come vengono valorizzati questi ultimi, con nuovi investimenti mentre sono in produzione per allargare le riserve, potrebbero venire idee utili. Le spese necessarie, pur considerevoli, non sono solo costi, sono anche investimenti. In un campo nel quale siamo al primo posto al mondo, un campo nel quale nessuno può interferire né ostacolarci dal di fuori, possiamo farci del male soltanto da noi stessi. Ma crediamo che non sarà così, la Mostra fa ben sperare.

Beato Angelico, l’oro della fede, ai Musei Capitolini

di Romano Maria Levante

Ai Musei Capitolini l’oro della fede illumina l’alba del Rinascimento

Nell’intitolazione della Mostra “Beato Angelico, l’alba del Rinascimento”, organizzata dal Comune di Roma, Assessorato alle politiche culturali, dall’8 aprile al 5 luglio 2009 nella splendida cornice del Campidoglio, è contenuta già una sintesi della caratteristica della sua pittura e del suo inquadramento nel periodo storico in cui si colloca, un secolo dopo quello di Giotto in mostra nel vicinissimo Complesso del Vittoriano, in un’accoppiata magica nel tempo e nello spazio.

Innanzitutto il nome, Beato Angelico: fu attribuito a Fra Giovanni da Fiesole; nato nel 1400 circa vicino Firenze, pittore laico dal 1417, frate domenicano dal 1423, e viene dal riconoscimento fin dai suoi contemporanei, della sua arte religiosa e della sua vita pia; corrisponde alla definizione di “Doctor angelicus” data a San Tommaso d’Aquino, nume tutelare dell’ordine con Alberto Magno, il cui pensiero, secondo Giulio CarloArgan, era “il fondamento dottrinale della sua pittura”.

Lo chiamò “Angelico” il suo contemporaneo fra Domenico da Corella nel “Theotocon” del 1469 nel senso di “ora assurto tra gli angeli”, e il Vasari, definendolo “uomo di santissima vita” e anche “santissimo nei costumi”, scrive che la sua devozione:lo portava a usare i pennelli solo dopo aver detto le orazioni, a piangere nel dipingere il Crocifisso e a non ritoccare mai i suoi dipinti per lasciarli come erano scaturiti dalla volontà divina, nonché a destinare i proventi interamente al convento; soprattutto “mai volle lavorare altre cose che di Santi”, ed era solito dire che “chi faceva quest’arte aveva bisogno di quiete e di vivere senza pensieri; e chi fa le cose di Cristo, con Cristo deve stare sempre”. Perciò il Landino nel 1481 considerò il nome come consacrazione della sua “angelica espressione artistica”, e le sue stesse parole danno alla vita monastica un ruolo centrale.

La qualifica di “Beato“ fu aggiunta dalla fede popolare per la sua vita esemplare di religioso che mai trascurava i doveri di frate pur nell’intensa attività artistica che lo portò ad affrescare i conventi domenicani secondo la pratica dell’ordine e a dipingere immagini sacre per le chiese di Firenze, fino alla chiamata in Vaticano nel 1446 da papa Eugenio IV per una Cappella oggi sparita e due anni dopo dal successore Niccolò V per la Cappella Niccolina e lo Studio pontificio.

Nel 1449-51 fu Priore del piccolo convento di S. Domenico a Fiesole dove aveva iniziato la vita monastica per spostarsi nel 1437 nel convento di San Marco, in cui dipinse una splendida Pala d’altare e rimase fino alla chiamata in Vaticano; intorno al 1453 tornò a Roma dove morì nel 1455 nel convento di Santa Maria sopra Minerva dove fu sepolto con ogni onore. In epoca recente, nel 1982 è stato elevato al rango di Beato, l’anticamera della santità, e due anni dopo da papa Giovanni Paolo II è stato proclamato “Patrono Universale degli Artisti”; un “santo subito” per i contemporanei che ha impiegato più di mezzo secolo per essere riconosciuto ufficialmente, ma il ritardo non toglie valore alla consacrazione della sua vita devota, alla quale si è aggiunta quella della sua vita artistica.

Tra Medioevo e Rinascimento

L’“alba del Rinascimento” nel sottotitolo è una scelta intermedia tra i due orientamenti estremi di considerarlo l“ultimo pittore mistico” oppure artista rinascimentale primo seguace di Masaccio.

Il primo orientamento si trova in Landino, che parla di “angelico et vezoso et divoto et ornato molto con grandissima facilità” e in altri, come il Cavalcaselle che lo definisce “più mistico che pittore” quindi più del Medioevo che del Rinascimento, in quanto rivolto più verso il cielo che verso la terra secondo i canoni dell’astrazione celeste rispetto alla realtà naturale; il secondo orientamento, subentrato nel Novecento, da critici come Longhi e Ragghianti, lo vede artista rinascimentale per il suo incipiente naturalismo e perché la sua devozione si realizza nelle forme prospettiche e spaziali di Brunelleschi, tenendo conto di quanto dice il Vasari, che si è formato con Masaccio al Carmine.

La tesi intermedia, che sembra della Mostra, non è quella minimale del Van Merle di “pittore di transizione”, ma di precursore già calato nell’aura rinascimentale, “l’alba”, a risolvere, in coerenza con il nuovo corso, i problemi nati dal confronto tra la millenaria dottrina cattolica e l’emergente cultura laica, in definitiva tra fede ed estetica. E lo ha fatto con soluzioni di grande qualità pittorica.

Si può aggiungere che la Mostra, come precisano nel Catalogo i curatori Alessandro Zuccari, Giovanni Morello e Gerardo de Simone, ha compiuto la scelta apprezzabile di presentare sia opere che possono segnare i diversi periodi della vita artistica del Maestro e marcarne l’evoluzione sia opere che non essendo state mai esposte finora costituiscono una novità assoluta e fanno provare al visitatore il gusto dell’inedito. Tale scelta si è resa necessaria perché molte delle opere raccolte nella precedente grande Mostra del quinto centenario dalla morte, tenuta nel 1955 prima a Firenze a San Marco, poi a Roma nei Palazzi Vaticani, non sono più trasportabili; e sono visibili al Museo di San Marco dove si trova una vera esposizione permanente della maggior parte dei suoi capolavori. L’elenco dei prestatori, comunque, è impressionante, da tutto il mondo.

La Mostra, il cui percorso segue il criterio cronologico, mostra la parabola del maestro e la sua evoluzione stilistica attraverso una cinquantina di opere di notevole effetto che coprono l’intero arco della sua vita ed espressione artistica, sia come tipologia – dalle Pale d’altare ai polittici, dalle tavole alle tele, dai disegni alle miniature – sia come forma espressiva, dal tardo gotico medievale allo spirito rinascimentale da lui reinterpretato anche riguardo alla natura e ai sentimenti alla luce dei valori trascendenti soverchianti quelli umani.

Maurizio Calvesi, presidente del Comitato scientifico della Mostra, scrive: “Egli aderisce ai nuovi principi rinascimentali, e anzi li promuove inserendo una visione apertamente naturalistica in una nitida struttura prospettica… Così la sua opera è, insieme, tradizionale e nuova”.

Arte e la Fede nella sua opera e il significato storico

La prima sensazione che si prova nell’entrare nella Mostra è un senso di raccoglimento quasi mistico, e di questo si deve rendere merito all’ambientazione, con il fondale blu, come le profondità del cielo siderale, e una penombra rotta dalle esplosioni di luce dorata dove sono i dipinti e le grandi pale; coperte di un oro che abbaglia, espressione del trionfo della fede nella magnificenza divina e della devozione dell’artista per la bellezza di una visione che deve essere circonfusa di luce come nelle immagini dantesche del Paradiso.

Non bisogna dimenticare la concezione secondo cui l’arte e la bellezza portano a Dio perché la prima fa risalire la seconda alla sua causa prima, il Creatore; e che il Beato Angelico era logicamente impegnato ad esprimere la sua base dottrinaria cristiana per un’opera di proselitismo; quindi valorizzazione della scelta del bene rispetto al male sia in forma implicita che esplicita. La mediazione di queste esigenze con il nuovo corso porta a privilegiare la luce come emanazione celeste al chiaroscuro e a ridurre al minimo la prospettiva, nonché a preferire le immagini assorte all’azione in una sacra rappresentazione che esclude i conflitti e i contrasti, e la stessa storia.

Tutto questo nelle grandi Pale d’altare, nei dipinti per loro natura e destinazione palesemente rituali, mentre in altre pitture e soprattutto nelle “predelle” alle Pale, emerge l’“alba del Rinascimento” in tutta la sua portata, con le storie fatte di azione e sentimenti, prospettiva e naturalismo.

Del resto, nel Rinascimento l’impegno civile veniva a prevalere su quello religioso e anche in questo versante l’artista si trovò su un difficile crinale. Li fece coesistere dando alla sua opera di pittore il carattere della sacra rappresentazione; inoltre impegnandosi nell’attività monastica tralasciando anche la pittura, tanto che negli ultimi anni ridusse la sua produzione, rifiutandosi anche di affrescare il coro del Duomo di Prato, per impegnarsi come Priore nel convento di Fiesole.

E’ stato ritenuto ancora più grande di quanto emerge dalle sue opere ritenendo i suoi limiti frutto di scelte volontarie dovute alla propria posizione; tuttavia, se non avesse avuto quella vocazione interiore forse non ci sarebbe stata l’ispirazione superiore che lo ha alimentato e, nell’incredibile non tornare sulle pennellate neanche per ritocchi, c’è una parte non secondaria della sua grandezza.

Il suo influsso fu notevole, chiuse gli spazi ad altri artisti “angelici”, dato il livello di eccellenza raggiunto, e con la soluzione del rapporto tra spazio e luce incise negli sviluppi del Rinascimento nordico accelerandoli; rallentò invece, almeno a Firenze dove era considerato l’artista più eccelso, l’interesse per la visione realistica e naturalistica del Rinascimento e per la centralità della figura umana nella sua sostanza anche anatomica.
Il suo si può considerare un vero ingresso nell’arte rinascimentale cercando di portarvi il senso trascendente della spiritualità. Censurava gli aspetti troppo naturalistici e laici della nuova visione sostituendoli con il trionfo della luce e del colore, l’immagine idilliaca della natura e l’intensità di sentimenti e una grande chiarezza nella composizione delle immagini circonfuse di oro splendente.

Qualcuno ha parlato di una sua complementarità con Masaccio tale che il Rinascimento, nella compresenza di visione religiosa e insieme naturale, si può comprendere soltanto considerandoli congiuntamente: il Beato Angelico come espressione di vita interiore devota e sincera, ricca di spiritualità; Masaccio come espressione di vita esteriore forte e dignitosa, ricca di realismo. Anzi, molte sue opere sono viste come una trasposizione della concezione plastica e prospettica di Masaccio attraverso la luce e il colore, soluzione geniale che lo conferma “alba del Rinascimento”.

Le miniature e i disegni come prologo

Abbiamo voluto avere il primo contatto con il Maestro dalle miniature che si incontrano entrando dal lato opposto rispetto a quello indicato, dove approda il percorso normale di tipo circolare, una specie di “ronde” la cui fine coincide con l’inizio.

Perché vi si trovano le sue espressioni iniziali, come conferma Sara Giacomelli: “Pensare all’Angelico miniatore significa, in qualche modo, indagare sulle origini della sua formazione confrontando le prime opere pittoriche realizzate dall’artista con quella prima testimonianza della sua attività di miniatore rappresentata dal ‘Graduale 558’ ormai comunemente attribuito all’Angelico”.

Prima però, si trova l’“Antifonario” del 1419-23, agli inizi della sua attività di pittore che risale al 1417, un libro liturgico per il canto corale nell’ufficio divino quotidiano, con dei bellissimi fondi blu e figure che spiccano nei colori rossi e oro; non mancano figurazioni diverse come mazzi di tulipani.

Ed ecco il “Graduale 558”, grande codice miniato del 1424-25, con trenta miniature, undici iniziali ed altre lettere illustrate dal fratello dell’Angelico, fra’ Benedetto del Mugello. Sono tonalità cromatiche delicate in una certa libertà compositiva con fuoruscita della figura dallo spazio della lettera. La figura più bella è quella di San Domenico, mentre guarda estatico in alto, con un piccolo frate che gli chiede di intercedere. Ci sono raffigurazioni con fregi, elementi fantastici, decorazioni fitomorfe.

Nei cinque anni successivi abbiamo il “Messale” del 1925-30, di piccole dimensioni perché per seguire la messa e non per celebrarla, con figure molto espressive, come la “Crocifissione” su fondo blu e le due donne con vesti rossa e celeste,
Poi la sorpresa, quasi a voler percorrere un intero ciclo di vita artistica anche nelle miniature troviamo due codici con antifone del convento di San Marco, “Salterio I” e “Salterio II”, del 1450, cinque anni dalla morte, nel periodo romano nel quale, evidentemente, non mancava di restare legato alle sue radici.

Rispetto agli esordi si nota l’evoluzione che ha caratterizzato le opere pittoriche e l’influenza della maniera fiamminga dei codici miniati. Ci sono elementi naturalistici e la luce illumina le vesti e dà corpo alle figure, secondo la sua concezione sviluppata nel tempo; nella coloritura predominano il blu e l’oro con un grande effetto di contrasto.
Concludiamo con un foglio staccato, tempera e oro su pergamena, anch’esso intorno al 1450, con una splendida “Crocifissione”, il Cristo sanguinante dal costato con la Vergine e San Giovanni a lato, figure dorate, salvo il mantello della Vergine su cui si posa la luce con un notevole effetto cromatico, su fondo blu in una cornice a tinta oro, finemente istoriata con fregi e motivi floreali.

Sono esposti anche alcuni disegni che incorniciano, per così dire, la sua opera, collocati come sono nella fase iniziale (1424-25) e finale (1440-50) della sua vita. Hanno la caratteristica comune di essere a penna e inchiostro su acquarellature marroni che danno alla carta l’aspetto della tela.

Della prima fase abbiamo “Cristo crocifisso”,“Cristo giudice” e “Angelo tubicino”, della seconda “La chiamata degli apostoli” e lo “Studio di un edificio colonnato e diagramma prospettico”. Poi delle opere di incerta attribuzione, in passato riferite a lui e ora piuttosto alla sua scuola : a un “seguace” la “Figura allegorica della Giustizia”, a Benozzo Gozzoli “L’evangelista Marco” e “sul verso “L’evangelista Luca”, infine “San Lorenzo che distribuisce l’elemosina” con sul verso un “Cinghiale”. Si tratta di opere molto delicate e differenziate stilisticamente nel tempo, le ultime hanno un evidente stile classicheggiante con chiaroscuri che evidenziano volumi e panneggi. Il fatto che provengano rispettivamente dai musei di Vienna e Firenze, New York e Parigi, Cambridge e Berlino sottolinea il notevole impegno di ricerca e di organizzazione dei curatori della Mostra.

La prima fase del suo percorso

Terminata la rapida deviazione tra i segni precisi con i fregi delle miniature policrome e i contorni sfumati su sfondi pastello dei disegni monocromatici, torniamo sui nostri passi ed iniziamo il percorso tra le opere dell’Angelico pittore rientrando dall’altro lato.
Attira subito la nostra attenzione l’opposto di una miniatura, la “Tebaide”, Uffizi di Firenze, lunga oltre due metri, opera giovanile del 1420 dove nulla riporta all’artista degli ori e delle Madonne, è una composizione orizzontale disseminata di piccole figure in diversi atteggiamenti, di colore ocra sul verde dove la natura è ben presente, con le rocce e gli alberi, e l’azione dell’uomo visibile nelle costruzioni, storie del deserto della vita monastica. Vicini come posizione e come anno di realizzazione il “San Girolamo penitente”, Princeton University, in un paesaggio roccioso e inospitale, con rettili e scorpioni, e la “Madonna dell’Umiltà”, o “di Cedri”, museo di Pisa, una tavola a cuspide con la Vergine seduta umilmente su un cuscino per stare a contatto con la terra, l’“humus”, ma glorificata dal sole raggiante .

Passano pochi anni e troviamo la “Madonna con Bambino, l’Eterno e otto angeli”, del 1427, museo San Marco di Firenze, dove il suo manto blu e la veste rossa del bambino sono in uno sfondo dorato con sospese le altre immagini. Solo dell’anno dopo, la “Natività” e l’“Orazione nell’orto”, dalla pinacoteca di Forlì, che rimandano direttamente a Masaccio sia nella posizione e vicinanza delle figure sia nella loro forza psicologica. A Masaccio si pensa anche dinanzi alla coeva “Decollazione del Battista e Banchetto di Erode”, Louvre di Parigi, per il rigore prospettico e la razionalità degli spazi, con dei colori tardo gotici. Si accentua la forza plastica masaccesca con il passare degli anni, siamo al 1428-29, “San Francesco riceve le stimmate”, Pinacoteca Vaticana, in un contesto di forte realismo, con raggi che partono dal costato di Cristo in volo e trafiggono il santo quasi di spalle inginocchiato a braccia alzate; la natura è presente con alberi, erba e fiori.

Un’immagine tradizionale ci colpisce con la bellissima “Annunciazione” di San Giovanni Valdarno, museo della Basilica, dove le due figure della Vergine e dell’Angelo, con gli ori dell’aureola e delle ali che spiccano sul blu e sul rosso delle vesti, sono inserite in due arcate a tutto sesto e in una cornice dorata la quale fa da collegamento con la predella recante cinque comparti di scene della vita di Maria. Il senso della prospettiva, con le immagini esterne di un ambiente naturale e delle persone che si intravede dietro l’angelo, e l’architettura della stanza, con una porta recante una finestrella dalla quale filtra una luce danno modernità alla scena arricchita da elementi simbolico-teologici. Altre sue “Annunciazioni”, non esposte in Mostra, presentano interessanti varianti di tipo architettonico e nell’ambiente naturale che si vede ugualmente all’esterno.

La sempre maggiore predilezione per l’iconografia decorativa è espressa nel cosiddetto “Trittico di Cortona”, Museo diocesano, la grande tavola raffigurante la “Madonna con Bambino” e quattro Santi e una predella nella parte inferiore con storie di vita degli stessi Santi e scene miracolose; ci sono gli angeli reggifiori e dei vasi con rose rosse e bianche. Si nota nella parte superiore il panneggio con molte pieghe pronunciate, che danno un senso di plasticità rinascimentale; nella predella scene realistiche con figure che gesticolano, l’opposto della staticità di Madonna e Santi.

Di pochi anni successivo è “Beati, Dannati”, del 1430-32, museo di Houston, due piccole tavole contrapposte a foggia di sportelli, esposte per la prima volta, una successione di figure di beati, biancovestite e simmetriche che s’innalzano su un fondo oro scortate da un Serafino in veste azzurra in basso e due cherubini in veste rossa in alto; e, come “pendant”, su un cupo sfondo nero, la confusa ammucchiata di dannati, con vesti di diverso colore, che precipitano a testa in giù verso le fiamme dell’inferno. I due sportelli, visti in successione, hanno un moto rotatorio ascensionale nei beati e discendente nei dannati.

Di dimensioni ancora minori è la piccola tavola “I santi Cosma e Damiano”, del 1424-35, Kunsthaus di Zurigo, che proviene da una predella, raffigura il trapianto miracoloso della gamba nera di un etiope in un diacono, dove spicca la donna in primo piano che, prostrata dal dolore, si accascia sulla base lignea del letto.

La fase intermedia della vita artistica

A questo punto la Mostra ci fa trovare al cospetto del “Paradiso”, Uffizi, che raffigura l’Incoronazione della Vergine” – così venne ribattezzato il dipinto – su una base sollevata da terra da una raggiera dorata che prosegue verso il cielo, circondata e quasi tenuta sospesa da una schiera di angeli su più piani con una sinfonia di trombe. Non vi sono motivi architettonici, gli angeli sono in ordine decrescente per dare il senso della prospettiva fino alla sensazione di formare un vortice al centro dell’episodio principale con un’incoronazione inconsueta, dato che la Madonna .ha già il diadema sul quale il Figlio deposita una gemma, C’è anche Sant’Egidio in abito vescovile blu con stola dorata. Nessun elemento naturalistico, si sente la trascendenza anche per l’oro zecchino.

Come per contrasto troviamo subito dopo il “Miracolo del corpo di San Marco”, museo San Marco, una predella del monumentale Tabernacolo dei Linaioli, lungo più di cinque metri per quasi tre, che conclude le storie della vita del santo: dal carcere con la visita di un angelo, al martirio mediante trascinamento del corpo, fino al prodigio della tempesta di neve che impedisce di profanarlo e consente ai fedeli di seppellire il loro vescovo. C’è realismo nello sconvolgimento dei persecutori per la tempesta, mentre i fedeli in piedi davanti al corpo del santo attendono pazienti in pio raccoglimento.

Incontriamo ora, siamo intorno al 1435, un’altra “Annunciazione”, museo di Dresda, che mostra realismo e plasticità con la torsione del busto dinanzi all’inatteso annunzio. I mantelli rossi presentano riflessi dorati dati dallo sfondo, dalle aureole e dalla ali dell’angelo. L’analisi radiografica ha evidenziato restauri soprattutto nelle parti scure, come la tenda blu, mentre le parti dorate ed i vestiti rossi ne sono stati immuni. Di Annunciazioni se ne contano poco meno di venti, questa viene esposta per la prima volta.
Dello stesso periodo la “Madonna col Bambino e cinque angeli”, museo di Barcellona, un’altra Madonna “dell’Umiltà” perché non siede in un trono ma su un cuscino posto sopra un gradino coperto dalla veste celeste. E’ l’immagine realistica del Bambino che le si stringe porgendole un giglio che fa “pendant” con il fiore nell’anfora da lei tenuta nella mano destra. L’influenza di Masaccio si trova nella rappresentazione naturalistica di gradino e cuscino in prospettiva e nel drappo sorretto dagli angeli dietro la Vergine, che ricorda quello di Sant’Anna Metterza; e anche nelle figure, da quella monumentale della Vergine ai due angeli musicanti in basso, all’angelo che regge il drappo in alto, in un gioco di forme scultoree, di luce e di colore.

Contemporanea la “Madonna con Bambino in trono”, dal museo di Boston, una serie di santi, angeli e un donatore, e il “Volto di Cristo”, collezione privata, due piccole tavole poligonali che costituivano i lati di un unico “desco da parto”, una sorta di vassoio su cui si offrivano cibi e doni alle partorienti altolocate. Sono inconsuete le immagini sacre per questo uso e lo è anche l’abbinamento di Madonna con Bambino e Volto di Cristo; qui è insolito anche il volto del Signore, frontale e ieratico, preso soltanto fino alle spalle. Altro fatto insolito l’asimmetricità del primo dipinto per dare rilievo a San Giorgio a destra. Ma l’aspetto che più interessa è lo scarso realismo nel modo con cui tiene il Bambino e nelle figure di angeli, caratteristiche dell’arte tardo gotica cui l’artista ancora indulge, pur se ha già acquisito quei caratteri di maggiore plasticità e realismo che diverranno stabili e costanti nella maturità.

E’ coeva un’altra “Madonna con Bambino”, Pinacoteca Vaticana, nella gloria degli angeli che pregano, con i santi Domenico e Caterina d’Alessandria anch’essi in posa adorante. Si tratta di un dipinto dove abbandona il chiaroscuro del primo periodo e usa il colore, non ancora la luce della maturità, per modellare forme e volumi. Le piccole dimensioni fanno adottare la tecnica delle miniature con la punta di pennello su un fondo dorato graffito di alto effetto decorativo.

Il periodo della maturità fino al termine

Dopo il 1936-37 troviamo le “Stimmate di San Francesco e Martirio di San Pietro martire”, museo di Zagabria, opera esposta per la prima volta. Lo stile pittorico oltre che le dimensioni, ci rimanda alla predella dove l’artista si sentiva libero dai vincoli agiografici e rituali che invece doveva rispettare nelle Pale e nei grandi dipinti. Ritroviamo la forza espressiva e il realismo di altre storie prima commentate, anzi per San Francesco viene riprodotta la medesima scena, qui collegata a quella adiacente del martirio di San Pietro, inserito nella natura e con un contenuto cruento del tutto estraneo all’immagine liliale di altre sue rappresentazioni, ma segno della sua capacità di affrontare i temi della realtà con spirito rinascimentale, cioè nella loro crudezza e plasticità.

Non è un’eccezione ma una costante che si accentuerà nell’ “Incontro di San Nicola con il messo imperiale. Miracolo del grano. Miracoloso salvataggio di una nave”, Pinacoteca Vaticana, di dieci anni dopo, in un’altra predella dove troviamo accentuato l’elemento naturale con il cielo segnato dalle nuvole e il mare oscuro e minaccioso. C’è l’intercessione del Santo a sinistra e il suo intervento miracoloso a destra per salvare la nave carica di grano in procinto di affondare. E’ una raffigurazione dove la luce riveste le figure creando pieghe plastiche nelle vesti e la visione fantastica si abbina alla raffigurazione realistica.
Ma facciamo un passo indietro, torniamo al 1936-37, alla “Madonna col Bambino”, “Madonna del Giglio”, museo di Amsterdam, un’altra variante dell’“Umiltà”, con il cuscino a disegni geometrici dov’è seduta la Vergine, il Bambino che le accarezza il viso guardato con tenerezza con la torsione del capo, la delicata trapunta del drappo che fodera la nicchia dove sono le due figure e si ricongiunge al cuscino, il fiore nella mano destra, temi ormai noti ma sempre trattati con delicatezza, quasi con pudore.

Andando oltre incontriamo raffigurazioni improntate a crescente realismo. Un “San Tommaso d’Aquino”, collezione privata, che doveva trovarsi in uno dei pilastri laterali della Pala di San Marco, del 1438-43, dove la luce rende statuaria la figura del santo che mostra la penna e il libro ed è rivolto a sinistra data la collocazione sul lato opposto, con assoluto rigore prospettico. Poi un piccolo frammento del “San Giovanni Battista”, museo di Lipsia, esposto per la prima volta. La figura ha una leggera rotazione ed affetto tridimensionale, è posta obliquamente in una nicchia dove la doratura si alterna alle ombre con un effetto chiaroscurale che si nota anche sul viso del Santo ed è di marca rinascimentale. Segno che l‘artista sapeva apprezzare questi effetti realistici ma non voleva utilizzarli, né avrebbe potuto, nelle sue opere rituali di glorificazione popolare.
Abbiamo poi il “Volto di Cristo” in due diverse tecniche e raffigurazioni: un affresco staccato del Museo di Palazzo Venezia, un viso sereno quasi senza barba “avvolto da un bagliore di luce”, come è stato detto, che potrebbe rappresentare l’“unico prezioso cimelio” delle opere di tipo narrativo piuttosto che devozionale dell’artista a Roma; una tempera su pergamena di Assisi del 1449 con un viso sofferente e una lunga barba, “coronato di spine” che lasciano stillare gocce di sangue. E c’è anche l’“Arma Christi”, collezione privata, inchiostro su pergamena, un Cristo sofferente a occhi chiusi, in piedi coronato di spine, con la ferita al costato e le braccia aperte, in una “pietà” molto particolare, dal colore dorato spento su uno sfondo nero con episodi della Passione.
Ma, nello stile del Beato Angelico, vogliamo concludere in gloria la rassegna delle sue opere d’arte pittoriche esposte nella Mostra.

Troviamo subito l’“Ascensione, Giudizio Universale, Pentecoste”, del 1447-48, galleria Corsini di Roma, trittico portatile restaurato per l’occasione. Vediamo Cristo giudice al centro in alto tra i santi e in basso a sinistra gli angeli e i fedeli in raccoglimento, a destra i dannati; nei laterali la Madonna tra i Santi a sinistra nella Pentecoste con due figure orientali che richiamano al sincretismo religioso, e a destra sovrastata dal Cristo trionfante nell’Ascensione. Un dipinto a tinte forti, espressivo della plasticità e del realismo dell’ultimo periodo, esposto per la prima volta.

Immediatamente successiva la “Madonna con Bambino” del 1449, una tempera su tela di grandi dimensioni, di Santa Maria sopra Minerva a Roma, l’ultima sua residenza, dove le due figure hanno una posa statuaria accentuata dalla collocazione entro un ciborio rinascimentale dalle colonne tortili dal quale si sporgono, con il manto della Vergine che trabocca la balaustra. L’oro delle aureole spicca sulla tinta scura del mantello e sull’ombra della nicchia, l’insieme ha un effetto rituale accentuato dal globo tenuto in mano dal Bambino per il suo significato simbolico.

Dopo la Madonna, due storie di Cristo, entrambe degli ultimi anni, 1450-52, museo San Marco: “Cristo in pietà fra i santi”, pose statuarie su un fondo dorato, in una meditazione che non è affatto staticità, restaurato per l’occasione ed esposto per la prima volta; e le storie dell’“Armadio degli Argenti”, stessa collocazione, trentasei comparti con altrettanti episodi compreso il Giudizio Universale che ne occupa due. Erano le ante esterne di un armadio ligneo per custodire le offerte e viene ritenuta una delle opere più complesse e affascinanti con cui il Beato Angelico esprime la sua capacità narrativa, fuori dai vincoli delle raffigurazioni rituali da collocare nelle chiese in posizione dominante, quindi secondo certi canoni. Qui, nell’armadio ligneo, mentre nel comparto “L’incoronazione della Vergine” troviamo ancora la raffigurazione rituale con molto oro e gli angeli giustapposti verso l’alto oltre che schierati in modo innaturale, negli altri vediamo la solita chiarezza espressiva, le note cromatiche luminose e soprattutto l’irruzione della natura, con quello che è stato definito il “paesaggio continuo”. Berenson ha detto che l’Angelico “fu il primo a parteciparci un senso delle gioie naturali” trovando una “grazia floreale della linea e del colore”.

La natura e la luce, il creato e il Creatore

Ma la natura, come la luce, ha un ruolo superiore a quello paesaggistico e ha animato per secoli il dibattito con la Chiesa che ha sempre temuto la sua promozione a divinità ritenendola, con Sant’Agostino, “dono di Dio” e non artefice del creato.

Per completare la precedente citazione di Calvesi, dopo aver visto le opere esposte e il naturalismo esistente in esse, possiamo dire che “il suo residuo medievistico è, semmai, proprio nell’adesione a una visione irremovibile della “’Natura naturata’ [e non ‘naturans’], una natura immobile come Dio l’ha creata, esente da mobilità, trasformazioni e assimilazioni alla drammaticità e alle agitazioni turbative della sfera umana (Masaccio, Donatello), a un soverchio razionalismo emulo di Dio o a una presuntuosa aulicità (Brunelleschi, Alberti). A tutto questo egli oppone una sorta di idealismo, che rigenera e ridimensiona in un clima di speculazione umanistica il misticismo medievale”.

E come promuove e alimenta questa rigenerazione, in una sorta di quadratura del cerchio? “Egli può accogliere le inedite proporzioni dello spazio rinascimentale, quella sua cristallina chiarezza… della realtà, rifiutando una recezione puramente mistica, totalmente e passivamente rivelata, di essa”. Ma non può abdicare al suo ruolo di testimonianza e proselitismo cristiano, non può limitarsi alla contemplazione di Dio, vuole dimostrarne l’esistenza : “La sua visione non ha gli accenti perduti dell’estasi, ma quella di una serena meditazione che si pone come tramite fra natura e divinità”. E si serve della “natura naturata” per dimostrarne l’esistenza, e non solo: “Questa dimostrazione è affidata alla luce che colma il terzo telaio dello spazio e fa brillare i colori come gemme, rivelando lo splendore del Creatore e del Creato”.

Per una simile visione ci voleva proprio un beato angelico, nell’accezione lessicale delle parole, e anche nella sublimazione della Beatificazione ecclesiale. Perché, lo diciamo ancora con le parole di Calvesi, “questa limpidità di pensiero, all’apice stesso della sua purezza ideale, si ricongiunge, per l’Angelico, direttamente a Dio”.

Censis, la crescita sociale e gli “invisibili”

di Romano Maria Levante

Imprese e precari, badanti e sommerso nella ricerca del Censis.

Siamo tornati il 22 giugno 2009 alla sede del Censis per la seconda settimana del “mese di sociale”, una specie di prolungamento laico del “mese mariano” con attente riflessioni sulla società italiana. Questa volta non si è parlato dei comportamenti, erratici e individualisti, bensì della “società solida degli ‘invisibili’”, cioè della “maggioranza degli invisibili che quotidianamente tiene le fila della crescita sociale”.

Non si tratta della “maggioranza silenziosa” di antica memoria, in un certo senso inerte finché non ci fu la scossa della “marcia dei quarantamila”, bensì di un arcipelago attivo ma non visibile: ”Una maggioranza oggi orfana non solo di ‘rappresentanza’, perché i tradizionali soggetti non sono riusciti a intercettarne i cambiamenti, ma soprattutto di ‘rappresentazione’, perché poco si sa dei numeri, dei comportamenti che la caratterizzano”.

E’ stata questa l’unica fugace concessione alla politica e anche alla sociologia, per il resto l’incontro è stato tutto giocato sul terreno dell’economia, come del resto la ricerca che ne è alla base.

Il direttore generale Giuseppe Roma ha inquadrato il tema, tracciando l’identikit della resistenza alla crisi: “Piccoli soggetti, piccole imprese e lavoratori precari, una base flessibile che costituisce gran parte della nostra occupazione e della solidità della nostra economia”. In questo modo si va ad esplorare, su un terreno diverso dalle realtà territoriali che fu dissodato a suo tempo nell’“inverno della crisi”, come risponde alle difficoltà che vengono dall’esterno il nucleo centrale dell’economia reale. “L’Italia reagisce con le piccole strutture in cui si articola questo popolo invisibile perché non è rappresentato né considerato come dovrebbe, mentre è quello che regge il sistema”.

I piccoli produttori: la fragile spina dorsale dell’economia

Alla ricercatrice Ester Dini il compito di illustrare i risultati dell’analisi e delle elaborazioni compiute per svelare questo mondo in qualche modo dissimulato tra i dati macroeconomici.

“Con la crisi abbiamo capito che il nucleo di resistenza sono state le piccolissime imprese, per la prima volta i riflettori si sono puntati, hanno messo in luce la solidità dei piccoli”. Ma ha subito aggiunto: è “un universo che presenta luci e ombre, le une e le altre oggi più visibili”.

Le luci, innanzitutto, di quello che viene definito “il capitale più prezioso del paese”: e non potrebbe essere altrimenti se si considera che gli oltre 4 milioni e 300 mila imprenditori di piccole e piccolissime aziende sotto ai 20 addetti, occupano quasi 10 milioni di lavoratori e producono un valore aggiunto di oltre 300 miliardi di euro, pari al 45% circa del totale nazionale; mentre l’incidenza sull’occupazione nelle imprese manifatturiere e dei servizi va oltre, raggiunge quasi il 58%, con un 39% di quota sugli investimenti, essendo imprese “labor intensive”, come si suol dire.

Nelle esportazioni mostrano di resistere meglio delle grandi imprese, se tra il 2007 e il 2009 i dati del primo bimestre mostrano un rallentamento direttamente proporzionale alla dimensione, con una flessione del 9,5% per le piccolissime (meno di 10 addetti) e del 29% per le più grandi (oltre 250 addetti) e valori intermedi per le altre, sempre correlati alla dimensione. Concentrandoci sul primo bimestre dell’ultimo anno questo dato trova conferma nel fatto che oltre un terzo delle aziende piccolissime ha un bilancio positivo nell’export, cosa che si riscontra per meno di un quinto delle aziende più grandi.

La sorprendente tenuta sui mercati esteri, la cui importanza è evidente, non viene da sé: “Negli ultimi anni, dice il Censis, anche le micro e le piccole imprese sono state spinte ad impegnarsi in uno sforzo di ridefinizione della propria identità, ripensandosi sempre più come imprese globali. In molte si sono confrontate sul terreno dell’internazionalizzazione, diventando esportatrici, o addirittura estendendo la propria presenza all’estero”.

Da un’apposita indagine è risultato che un quarto delle piccole imprese interpellate esporta, il 6,5% ha stretto accordi o “joint ventures” con imprese estere, il 5% vi ha creato strutture distributive, l’1,5% è presente con strutture produttive e la stessa percentuale ha creato marchi per l’estero. Lo hanno fatto con coraggio. Dal punto di vista delle strategie, quasi il 15% sta entrando in nuovi mercati, mentre l’8% investe in innovazioni e il 4% addirittura si sta ampliando. E qui le luci sono finite.

Dove sono le ombre? La sintesi la dà senza mezzi termini la ricerca : “Se i dati per quanto parziali mostrano come il tessuto microimprenditoriale stia tendenzialmente metabolizzando i contraccolpi della crisi, e per certi versi appaia dare segnali di reattività migliori di altre realtà, non è scontato però , che la capacità di resistenza dei piccoli sia illimitata”. Una sorta di “quousque tandem…”, e fra poco diremo a chi è rivolto. Intanto aggiungiamo che non si tratta di timori eccessivi, le ombre sono il rovescio della medaglia delle luci, la resistenza avviene per lo più su base difensiva con riduzione di costi per quasi la metà di esse, con taglio dei prezzi e della produzione per il 14%, dell’occupazione per il 7%.; e con l’accentuazione delle criticità sempre presenti.

A chi è rivolto il “quousque tandem…”? A coloro che mettono le imprese più piccole in crisi di liquidità allungando i tempi di pagamento di un terzo, sicché occorre attendere due mesi per riscuotere crediti dai privati e l’assurdo di ben quattro mesi per riscuoterli dalla Pubblica Amministrazione. Quindi c’è già un volto ben identificato che, scoperto, dovrebbe arrossire.

L’altro volto che dovrebbe arrossire è quello dei banchieri i quali fanno mancare il credito ai piccoli proprio quando serve di più per le loro difficoltà di ottenere pagamenti tempestivi: da un’indagine Unioncamere dell’aprile 2009 è risultato che un quinto delle imprese artigiane ha incontrato difficoltà di accesso al credito come limitazione dei prestiti o incremento delle garanzie, per non parlare dei tassi più onerosi pur in una fase di caduta dei tassi ufficiali.

Queste le ombre del momento, si potrebbe dire. Restano quelle di sempre che nelle situazioni difficili si fanno sentire maggiormente, perché “piove sul bagnato”: “il peso della burocrazia, della complessità della regolamentazione e delle procedure, e soprattutto l’inefficienza del servizio pubblico, costituiscono un costo aggiuntivo rispetto ai ‘competitors’ europei sempre meno tollerabile. Che per le imprese piccole ha un peso decisamente maggiore”. E vengono citati anche gli oneri derivanti dal cattivo funzionamento del sistema giudiziario, con una durata del contenzioso contrattuale tra imprese superiore a 1200 giorni e un’incidenza del 3.5% sul fatturato annuo delle microimprese. Un altro volto da dare al nostro “quousque tandem…”.

Risultato di tutto questo: nel primo trimestre 2009 è proseguito il saldo negativo tra formazione di nuove piccole imprese e chiusure “con una perdita secca di 40.000 imprese, in linea con i risultati degli ultimi tre anni”; è vero che questa cifra va rapportata al numero complessivo di quattro milioni e 300 mila, ma è pur sempre un segno della fragilità di questo nucleo fondamentale.

I precari: un esercito del lavoro di riserva senza tutela

Quattro milioni e 600 mila è un numero vicino a quello dei piccoli imprenditori: Sono “i lavoratori ‘di mezzo’, né dipendenti, né completamente autonomi; una platea di ‘para-lavoro’, che non è né totalmente subordinato né totalmente autonomo, ma che sta nel mezzo dell’uno e dell’altro: sfuggente e poliedrica”. Nel dare questa definizione si è precisato che rappresentano un quinto dell’occupazione complessiva.

Costituiscono quel “mondo variegato” che dà oggi alle imprese la flessibilità di cui hanno bisogno, come i disoccupati nei rapporti tra le classi erano chiamati l’esercito del lavoro di riserva che dava forza al “padrone” nel contenere la spinta salariale. Due eserciti che non lottano ma sentono la crisi.

Si tratta di “figure professionali estremamente diverse fra loro, ma accomunate dalla condizione di instabilità che incombe sulla loro situazione professionale”; aggravata dalla crisi perché “il sistema di tutela è ancora troppo strutturato su modelli tradizionali che hanno fatto ormai il loro corso”. Solo un quarto di questi lavoratori fa capo all’industria, mentre quasi il 70% si concentra in quello che il Censis definisce “il ‘mare magnum’ del terziario”.

Ma qual è il volto dell’ “invisibile moltitudine del ‘para-lavoro’”, il nuovo “quarto Stato”? Di volti se ne contano più di uno, molto diversi tra loro, scopriamoli uno per volta.
La metà di questa moltitudine, due milioni e 300 mila pari al 10% degli occupati, è costituito dai “lavoratori dipendenti con contratto a termine”, tra cui apprendisti e interinali. Sono presenti in tutti i settori e qualifiche professionali, in ugual misura uomini e donne, con una maggiore incidenza nell’industria dove costituiscono quasi un quarto del totale, e un quinto nelle qualifiche intermedie.

Prevalentemente giovani, il 60% ha meno di35 anni e più di un terzo il diploma, sono assimilati ai lavoratori dipendenti a parte la temporaneità. Ma mentre prima era un aspetto transitorio, perché la formula “a termine” era l’anticamera del tempo indeterminato, con la crisi è diventato un aspetto critico che determina la precarietà. Infatti nel 2008 poco più di un quarto di loro aveva prospettive di stabilizzazione, perché in formazione-apprendistato o in prova, questi ultimi un decimo del totale; i restanti tre quarti inseriti precariamente per sopperire alle maternità e alle assenze (pari a un quarto), coprire un posto al momento vacante (13%), lavorare su un progetto (7%) o un’attività stagionale (quasi un quinto del totale). I dati del primo trimestre del 2009 mostrano come la precarietà con la crisi diventa disoccupazione: i posti di lavoro a termine sono diminuiti di oltre 150 mila (-7%) su una diminuzione di 200 mila (-0,9%) dell’occupazione complessiva.

L’altra metà del cielo, che cielo non è, risulta costituita da figure professionali diverse accomunate dalla caratteristica di non avere neppure le tutele, seppure temporanee, dei lavoratori a termine. Ma mentre poco più del 65% lavora per più committenti senza vincoli di presenza e di orario, il 15% “ha una condizione per molti versi assimilabile a quella di lavoratore dipendente”, e “il 18% si muove tra l’una e l’altra dimensione”. Il Censis fornisce l’identikit di quattro volti diversi.

I più numerosi, ben un milione, quasi il 4% degli occupati, sono i cosiddetti “semiprofessionisti, autonomi che lavorano individualmente senza addetti” e devono rispettare vincoli di orario e di presenza pur senza essere dipendenti. L’80% uomini, di età speculare a quella dei lavoratori a termine, qui il 60% ha più di 35 anni, con minore grado di istruzione, oltre il 40% ha la licenza media. Poco meno di un terzo lavora nell’edilizia e un quarto nel commercio.

Seguono i 360 mila “collaboratori a progetto”, l’1,6% degli occupati, “tra cui si cela una fetta consistente del lavoro a tutti gli effetti, salvo quelli contrattuali, assimilabile al dipendente”, il che è tutto dire; nel 2008 è risultato che la maggioranza lavora per un solo committente e deve rispettare l’orario di lavoro, e quasi l’80% ha comunque vincoli di presenza in azienda. Prevalgono le donne, quasi il 60%, e i giovani, la metà ha meno di 35 anni, con elevato livello di istruzione, il 40% ha il diploma, il 37% la laurea. Un quarto di loro lavora nel terziario avanzato, in particolare nei servizi alle imprese; e poco meno nel terziario sociale, istruzione, sanità, il resto nei servizi sociali e nella Pubblica amministrazione.

Qualcuno non si aspetta di trovarle qui, ma ci sono, oltre 800 mila Partite Iva (3,5% dell’occupazione), cioè “consulenti che lavorano stabilmente per un solo cliente” – il che mostra palesemente la dissimulazione del rapporto sottostante nella totale flessibilità per le imprese – per cui “costituiscono forse la componente più invisibile e instabile di questo universo”. Prevalentemente uomini per il 70%, di età più avanzata, la metà ha oltre 45 anni, e minore istruzione, meno di un terzo con il diploma. .Circa un quarto lavora nel commercio.

L’ultimo volto, degli invisibili tra gli invisibili, è quello dei “collaboratori occasionali”, poco meno di centomila (meno dello 0,5% degli occupati), “che lavorano a intermittenza, solo quando si creano opportunità di mercato”, gli unici forse per i quali la precarietà dipende dall’intermittenza e non dalla simulazione a copertura di un lavoro dipendente stabile. Torna la prevalenza delle donne per quasi il 60% e il maggiore livello di istruzione, circa il 40% con diploma. Queste caratteristiche li avvicinano ai “collaboratori a progetto”, ai quali li accomuna anche la destinazione, a parte la presenza molto maggiore nei servizi sociali mentre sono assenti nell’istruzione e sanità.

Come si muove questo esercito di invisibili, serbatoio di flessibilità per le imprese e di precarietà per i componenti, e anche espressione di profondi mutamenti nell’organizzazione aziendale e nella stessa concezione del rapporto con il lavoro? E quali le maggiori ombre che offuscano le luci?

Quattro sono i coni d’ombra che si proiettano sulla platea degli occupati e quindi sulla vita economica e produttiva del Paese.

Il primo è naturalmente il riflesso sinistro della precarietà, la disoccupazione di cui è l’anticamera: “è indicativo che nell’anno della crisi, rileva ancora il Censis, il paralavoro sia l’unica componente del mercato ad avere registrato una perdita netta di 136 mila unità (-2,9%), mentre il lavoro tradizionale, autonomo e dipendente, ha sostanzialmente tenuto”; tra i gruppi considerati, il più colpito è stato quello dei lavoratori a partita Iva che hanno subito il “ridimensionamento più drastico” con una diminuzione superiore a 240 mila, oltre un quinto del totale.

Il secondo cono d’ombra è la “cristallizzazione”, nel senso che questa forma di lavoro precario e a basso costo si è andata consolidando ed è rimasta “quasi completamente impermeabile rispetto ai processi di mobilità e transizione verso altre forme di impiego”. L’80 per cento dei lavoratori a termine o a progetto resta precario, e solo il rimanente 20% passa a un lavoro stabile.

Vi è poi il terzo cono d’ombra, in senso stretto, ed è l’invecchiamento, nel senso che mentre prima era costituito soprattutto da giovani all’inizio della vita lavorativa, “oggi il bacino dei lavoratori precari è sempre più intergenerazionale, coinvolgendo face d’età un tempo escluse”. Negli ultimi quattro anni l’utilizzo di questa forma di lavoro è aumentato nelle fasce di età più elevate, addirittura del 30% tra 45-54 anni la cui incidenza sul totale ha raggiunto il 20%.

L’ultimo cono d’ombra, che è il riflesso di quelli descritti, è costituito da “quel processo di progressivo disinvestimento dal lavoro” per cui si cercano solo le prestazioni, ma le competenze non vengono considerate un valore da trattenere all’interno dell’impresa come investimento nel capitale umano; di qui le esternalizzazioni di funzioni aziendali, di qui l’“usa e getta” dei lavoratori, se è consentito usare un termine aspro ma, crediamo, eloquente. Questo avviene, denuncia il Censis, “perché le imprese non hanno avuto la forza di ripensare i propri modelli organizzativi, ma anzi hanno favorito l’emergere di una cultura del lavoro all’ingrosso, in cui la risorsa lavoro è ridotta a mera variabile di costo”.

Più chiari non si potrebbe essere. .Ed ora si comprende l’accenno introduttivo al deficit di rappresentanza di questo arcipelago di lavoratori (e il termine immaginifico di “invisibili”), reiterato dopo l’esplorazione compiuta: “Resta da chiedersi come mai questa platea consistente di para-lavoro, pur cresciuta nelle dimensioni, in esperienza e anzianità, e anche in ruolo, non sia riuscita negli anni a dare visibilità ai propri interessi di categoria, di gruppo, e trovare adeguati strumenti di rappresentanza dei propri interessi”.

I “qualcosisti” del terziario e le badanti: i più invisibili tra gli “invisibili”

Chiariamo subito il significato del termine insolito usato dal Censis, qualifica i lavoratori che in passato trovavano sbocchi nel terziario purché disposti “a fare qualcosa” in attività di servizio che vanno dal commercio al turismo, dalla Pubblica amministrazione alla consulenza; l’accesso al lavoro è stato favorito soprattutto per le donne, i giovani e l’offerta sempre più qualificatale.

Questa valvola di sfogo dell’offerta di lavoro, che ha contenuto per molti anni la disoccupazione intellettuale, è venuta meno già prima della crisi, per la progressiva saturazione dei settori che l’avevano fatta funzionare. Tra il 2003 e il 2008 è proseguita la creazione di nuovi posti di lavoro nel settore dei servizi, più di 700 mila, ma si è dimezzata rispetto al quinquennio precedente quando era stata di 1 milione e 400 mila.

Nella “new economy” e nell’immobiliare gli spazi si sono chiusi, e così nel comparto pubblico per l’esigenza di contenere la spesa; si sono ristretti nei servizi alle imprese e ricerca, comunicazione e consulenza. Mentre si sono allargati nei servizi a domicilio per le famiglie, assistenza e collaborazione, con un aumento di quasi 160 mila nell’ultimo quinquennio. Ne parleremo tra poco, dopo aver sottolineato altri due elementi emersi dall’analisi del Censis del comparto dei servizi

Il primo è che “tra il 2004 e il 2008 i nuovi accessi hanno privilegiato in larga misura le professioni tecniche (+ 11,9%), a scapito del grande ceto impiegatizio, il cui tasso di crescita è stato inferiore, pari all’1,6”, o dell’ampio bacino delle professioni occupate nella vendita, aumentato solo del 5,4%”. Una tendenza alla specializzazione, specchio di trasformazioni nel terziario alle prese con problemi sempre più complessi che richiedono professionalità più qualificate e specialistiche: tra i più richiesti in questi anni vengono citati gli infermieri e gli odontotecnici, i dietisti e i chimici, gli statistici e gli informatici, gli specialisti dell’organizzazione e gli addetti a controllo e gestione.

Il secondo elemento è che si è puntato ad una maggiore flessibilità e in alcuni comparti i lavoratori a rischio hanno raggiunto un quarto-un quinto del totale: si tratta dei servizi avanzati alle imprese, del terziario sociale e del commercio e pubblici esercizi. Vi sono settori con precariato molto maggiore, come l’industria dello spettacolo, dove ha un’incidenza che raggiunge addirittura l’83%, per i macchinisti e attrezzisti di scena; ma anche per registi e direttori artistici, coreografi e pittori-restauratori e ricercatori è della metà, mentre per gli annunciatori e presentatori radio e tv e tecnici vari è quasi del 40%. Nonostante questo la massima aspirazione dei giovani non è più il posto fisso come in passato ma “entrare nel mondo dello spettacolo”, presumibilmente pensando solo alle star.

Soffermiamoci, infine, sull’allargamento degli spazi nei servizi per le famiglie, che il Censis chiama “la lenta emersione della rete del ‘micro welfare’”, in parole povere la diffusione di colf e badanti. E’ un “fai da te” delle famiglie per tamponare un “welfare” molto carente sul piano dell’assistenza perché le risorse sono assorbite dal sistema pensionistico per le distorsioni ben note.

I dati sono eloquenti, dal 2001 al 2008 il loro numero è aumentato di 400 mila unità pari al 37%, oggi sono quasi un milione e mezzo; ed è cresciuta anche la quota di lavoratori regolari, che ha raggiunto il 40% rispetto al 27% precedente, cosa che può avere effetti nei rapporti con le famiglie. Sono due milioni e mezzo le famiglie che ricorrono a un collaboratore domestico, il 10% del totale, e tra queste un quarto lo utilizza a tempo pieno per l’assistenza a malati e disabili.

Si tratta di un lavoro che si è sviluppato con una sostanziale autoregolamentazione, essendo restata di fatto la disciplina all’iniziativa delle parti, con flessibilità assoluta ma anche con molta fragilità.

Un cono d’ombra viene dal fatto che la prevalenza del lavoro irregolare, nonostante l’emersione, come si è visto, sia cresciuta sensibilmente; ciò è dovuto anche alla reciproca convenienza dato che spesso il lavoratore straniero non ha interesse ai versamenti dei contributi non potendone usufruire, per vari motivi, a fini pensionistici. L’effetto negativo è la precarietà assoluta che danneggia entrambe le parti: il Censis cita i dati di un’indagine secondo cui quasi il 40% dei lavoratori la considera occupazione a termine in attesa di un diverso lavoro o di smettere del tutto, e solo un quarto la vede come lavoro stabile. Ne deriva il rischio che per questi servizi familiari venga meno l’offerta di lavoro finora “disponibile ed illimitata”, e si creino gravi problemi per le famiglie e anche per il “welfare” nazionale alle cui carenze esse fanno fronte da sole con questi servizi.

Il secondo cono d’ombra, che riflette quello già evidenziato prima, è l’invecchiamento, anche in questo settore, che accresce il rischio appena evidenziato dell’esaurirsi nel tempo dell’offerta di lavoro di colf e badanti. Tra i lavoratori regolari, la metà del totale, quelli di età superiore a 41 anni nel 2006 hanno raggiunto il 56% (42% nel 2002) e gli “over 50” il 24% (15% nel 2002). Pur considerando che ci può essere un interesse a regolarizzarsi avvicinandosi la pensione, si tratta “di un fenomeno non indifferente, destinato a sollevare nel breve-medio periodo un problema di ricambio interno alla categoria”.

Una categoria, per concludere, con “una intrinseca compattezza, che deriva dall’identità di ruolo e dalla condivisione di interessi comuni” nella quale il Censis vede che “inizia ad emergere la voglia di contare, di dare voce e visibilità al proprio mondo”. Per avere un sostegno ai propri progetti di vita e professionali all’altezza “dell’importanza di ruolo che è chiamato a svolgere, ma che ancora non gli viene riconosciuta”. Che siano le badanti le prime della “moltitudine degli invisibili” a diventare visibili?

Il sommerso: gli invisibili per eccellenza

Gli invisibili per eccellenza restano, comunque, i lavoratori del sommerso, “scoperti” dal Censis oltre 35 anni fa per i quali si sono fatti tanti tentativi di farli emergere assicurando condoni, franchigie fiscali e quant’altro. Si è riusciti, in parte, solo riguardo agli immigrati con la sanatoria del 2002, ma è stato un risultato temporaneo, il lavoro irregolare è continuato ad aumentare a un tasso superiore a quello del lavoro regolare (5,6% rispetto all’1,8% tra l 2003 e il 2006) raggiungendo i 3 milioni, pari al 12% dell’occupazione complessiva.

Ma il dato più eclatante è dato dalla diffusione del sommerso nel Mezzogiorno: assorbe il 45% del lavoro irregolare, un lavoratore su cinque è nel sommerso, e nella regione Calabria uno su quattro. Il forte calo di occupazione al Sud, che ha fatto parlare di “secessione in atto” nel mercato del lavoro – 114 mila in meno nel primo trimestre 2009 rispetto allo stesso periodo del 2008 – “potrebbe contribuire ad accrescere le già numerose fila dei lavoratori in nero”, commenta il Censis.

E’ una medaglia con due facce: dal punto di vista sociale e civile è un fenomeno oltremodo negativo perché, in aggiunta alla deprecabile irregolarità e inosservanza delle leggi, priva il lavoratore dei suoi sacrosanti diritti non solo in materia salariale ma anche sul piano normativo, previdenziale e della sicurezza sul lavoro; nella realtà trova conferma “il ruolo svolto dal sommerso come camera di compensazione delle inefficienze e dei ritardi” e anche “la valenza sociale che il sommerso ha sempre avuto nei momenti anche peggiori, fungendo in definitiva come il principale ammortizzatore delle crisi e delle difficoltà del sistema”.

Per questo “il rischio di una nuova stagione di ripresa del sommerso” ha due facce,  negativa con l’offerta di lavoro irregolare che può spingere le imprese a preferirlo a quello regolare;  positiva, meglio invisibili che inesistenti, cioè meglio una retribuzione in nero che nessuna retribuzione.

Più in generale, come la fase di contrazione dei costi porta le aziende a scivolare nel lavoro sommerso, così la riduzione della capacità di spesa fa entrare le famiglie nell’economia sommersa, mediante consumi di prodotti “low cost” anche a scapito della qualità, e di prodotti contraffatti (nel 2008 il 9% degli italiani ha acquistato borse contraffatte, il 6% prodotti di abbigliamento, il 5% cd, dvd e videogiochi). E’ un invisibile quest’ultimo che troviamo per le strade e nei mercati, ha un volto spesso bisognoso di aiuto dietro il quale spesso ci sono organizzazioni delinquenziali, ma ci sono anche anomalie del sistema produttivo, ne abbiamo parlato a suo tempo dando conto di un’altra recente ricerca del Censis con l’Ares proprio su questo fenomeno.

Qualche conclusione e osservazione a margine

Il presidente Giuseppe De Rita ha tratto le conclusioni portando a sintesi le luci e ombre che abbiamo fin qui evidenziato: “Quella presentata è una realtà che funziona bene nella sua consistenza come si è venuta formando ma non ha la vitalità interna per progredire”. E ancora: “Il nostro è un sistema che ha retto per 40 anni, tra lavoro dipendente regolare e le valvole del sommerso e del terziario per l’occupazione. Oggi mostra problemi crescenti e non ha la vitalità per lo scatto necessario. Il terziario che ha sempre assorbito tutti i lavoratori generici non funziona più, è saturo, gli spazi si sono chiusi. E’ diminuita anche la caratteristica propensione ad andare in pensione in anticipo per fare un secondo lavoretto, dato che questa possibilità il mercato non la offre più”. E ha aggiunto con amara arguzia: “Tutto è invecchiato, anche le badanti”.

Non basta il “piccolo è bello” del nostro sistema di imprese che ha comunque resistito meglio di altri alla crisi: “Il ‘parva sed apta mii’ non funziona più perché consente solo di fronteggiare la situazione con l’adattamento e non di superarla andando oltre”. E così dicendo ha rinviato al quarto seminario della prima settimana di luglio per le indicazioni su come superare il galleggiamento.

Il direttore generale Roma, da noi interpellato, ci ha anticipato qualcosa. Per risolvere i problemi di mobilità occorre rimuovere i vincoli tuttora esistenti tra cui la presenza pubblica. “La flessibilità e la precarietà non garantiscono di per sé la mobilità. Il precario resta precario come il posto fisso è un impiego a vita, concetti impensabili in altri paesi. La chiave di tutto è nell’innovazione che è anche fattore di mobilità. Un sistema che non innova riesce a galleggiare ma rimane ingessato, e se non c’è circolazione non può progredire”.

Un ulteriore commento, in particolare sul sommerso, lo chiediamo a Ester Dini, che ha tenuto la relazione. Conferma che “forse dietro al drastico calo di occupazione al Sud può esservi un travaso nel sommerso”. E aggiunge un aspetto significativo, quasi paradossale: “Anche nel sommerso è calata la precarietà. Prima era una condizione ‘stabile’, dovuta all’evasione fiscale e contributiva, che garantiva il lavoro pur non tutelato, oggi neppure questo perché viene meno anche il sommerso”.

La guerra dei poveri non ha mai dei vincitori.

Censis, una ricerca sugli italiani, sono individualisti e trasgressivi

di Romano Maria Levante

La deregulation dei comportamenti in una ricerca presentata il 15 giugno.

Difficilmente capita di trovare, in un incontro sui grandi movimenti in atto nella società italiana, una chiave interpretativa delle vicende politiche contingenti così immediata e rivelatrice come quella fornita dalla ricerca del Censis sul tema “La ‘deregulation’ dei comportamenti”, presentata a Roma nella sede in piazza di Novella il 15 giugno 2009.

Tanto che – così cominciamo dalla fine – nella discussione svoltasi dopo l’illustrazione dei risultati abbiamo prospettato ai ricercatori la possibilità che l’indagine possa incidere su queste vicende portando a modificare strategie politiche controproducenti, alla luce di un’analisi che dà la spiegazione profonda e argomentata dell’esito dei sondaggi e poi degli stessi risultati elettorali.

Non è nostra intenzione “buttarla in politica”, come si suol dire, però non possiamo tacere l’istintiva associazione di idee che dà alla ricerca una valenza tutta speciale e la rende capace di riportare il dibattito tra opposizione e maggioranza, o più precisamente tra opposizione e capo del governo, sui contenuti dell’azione dell’esecutivo per risolvere i problemi del paese; piuttosto che su comportamenti ai quali – questo per noi è il quadro emerso dalla ricerca – sembrerebbe non essere particolarmente interessata la maggioranza degli italiani. Un quadro non definitivo e, quali che siano i giudizi – quello del Censis è stato negativo – destinato a durare per parecchi anni ancora.

Lo specchio del Paese

La ricerca del Censis si inserisce – lo ha detto all’inizio il direttore generale Giuseppe Roma – nell’impegno del Centro studi investimenti sociali di tenere sotto osservazione il tessuto economico e sociale del Paese, per coglierne gli umori profondi e le evoluzioni. Lo ha fatto con le indagini sull’“inverno della crisi” e su altre ricerche come quelle sui territori di eccellenza e sulla reazione del territorio alle difficoltà, quest’ultima con l’Unioncamere, tutte analisi di cui abbiamo dato conto.

E non è stato poco merito l’aver visto ed evidenziato segni di solidità e vitalità, coesione e iniziativa che consentivano una lettura diversa della crisi non per il gramsciano “ottimismo della volontà” ma – se ci è consentita una contaminazione – per quello che Gleijeses, il nuovo direttore del Teatro Quirino, in tutt’altro ambito e per tutt’altro motivo, ha definito l’“ottimismo della ragione”. A questa visione si sono accodati autorevoli protagonisti solo quando i movimenti sotterranei si sono tradotti in indicatori economici; ma risiede proprio qui la forza del Censis, essere uno specchio del Paese nel quale bisogna saper guardare nel modo giusto liberandosi da troppi luoghi comuni.

La ricerca che verrà illustrata fa parte di una sorta di “diario dell’estate”, ci si passi questa definizione, perché impegnerà per l’intero mese di giugno su quattro temi sociali tutti molto particolari e dalle denominazioni immaginifiche, com’è nello stile del presidente Giuseppe De Rita.

Ma non vogliamo anticipare questi altri temi per non far venir meno l’interesse e l’attesa, assicuriamo che ci saremo per darne conto ai lettori della Rivista, come sempre.

La doppia morale e la trasgressione a orologeria

Torniamo ai comportamenti per chiederci subito il perché della prospettata“deregulation”. La risposta la dà subito la ricercatrice Ketty Vaccaro in un’analitica illustrazione dei risultati.

La frammentazione dei comportamenti è il corollario della società molecolare, quindi molto frammentata, che il Censis ha evidenziato da tempo. “La libertà di essere se stessi è l’unico criterio sentito nell’odierna società, come vincolo e base dei comportamenti. Il valore condiviso è il primato del soggetto e l’autoaffermazione, C’è un’ampia gamma di comportamenti che si iscrive nel bisogno di esprimere se stessi, in un individualismo esasperato rafforzato da una forma di coercizione sociale. Quasi un obbligo ad ‘essere se stessi’”.

In fondo, ci viene di commentare, il richiamo alla “privacy”, divenuto un ludo cartaceo quasi maniacale con l’istituzione dell’apposita Autorità, ha avuto un effetto valanga in questa direzione, come nell’apprendista stregone. Il richiamo ossessivo ha rafforzato un abito mentale, e forse Stefano Rodotà, la cui impostazione culturale e politica è ben altra, si sentirà un nei panni scomodi di Frankenstein. La sua creatura amorevolmente allevata è ora un mostro sfuggito ad ogni controllo.

C’è una doppia morale, quella apparentemente dominante per costumi e consuetudini, nonché valori astrattamente condivisi e quella che ogni individuo si costruisce per sé e riferisce i propri comportamenti ad essa, non ai canoni più generali. Vale anche nella religione dove sotto la superficie della morale cattolica c’è quella personale dei praticanti, che non rinunciano ad “essere se stessi”. “L’idea del peccato – secondo la ricerca – rimane ma è il singolo fedele a ritenere di poterlo definire e giudicare sulla base della valutazione della propria coscienza in una corsa alle valutazioni (ed attenuanti) che può contribuire a spiegare anche il monito del Papa quando avverte che “’il confessionale non è il lettino dello psicanalista’”. Ma il 30% dei fedeli non lo seguono, ritenendo non necessari i confessori, il 20% è riluttante a confidare loro i propri peccati e il 10% addirittura li ritiene “un impedimento al dialogo con Dio”.

Ciò avviene anche in manifestazioni liturgiche nelle quali altri sono i valori, rispetto ai comportamenti personali che superano ogni vaglio in quanto autoassolutorio. Se ne sono avuti segni vistosi nelle Giornate mondiali della Gioventù, dove neanche l’attiva partecipazione del Papa basta a rimuovere, almeno per quei pochi giorni, i comportamenti trasgressivi di sempre; anche perché continuare ad essere se stessi non ha implicazioni negative sulla propria vita personale. In definitiva, “la soggettivizzazione dei criteri di riferimento morale comporta un riadattamento dei principi della morale cattolica in materia di sessualità sulla base della valutazione della propria coscienza individuale”. Si tratta non tanto “del rifiuto di riferimenti valoriali comuni quanto della continua rinegoziazione di tali valori e riferimenti frutto di scelte e valutazioni in cui l’individuo è da ritenersi unico arbitro legittimato”. Rinegoziazione calata sulle specifiche esigenze individuali.

Se ne ha conferma, pur in una forma diversa, nei comportamenti normali dei giovani, per i quali la “doppia morale” è scandita dal calendario: allorché il tempo libero, per le vacanze o il fine settimana, fa scattare comportamenti trasgressivi rispetto a quelli consueti che vengono invece mantenuti quando quelli trasgressivi li danneggerebbero.
La ricerca misura questi fenomeni con dati raccolti attraverso apposite indagini sul campo. Ebbene, la percentuale di giovani che dichiarano di aver bevuto alcolici nell’ultima settimana è del 3% circa nella media dei due sessi per i giorni lavorativi e di studio, schizza all’86% nel sabato. Se doveva esserci una spiegazione quasi scientifica delle “stragi del sabato sera” è venuta da questi dati. Che evidenziano anche un altro versante del rischio alcool: un quinto dei giovanissimi dagli 11 ai 18 anni ne fa uso.
Si ha “modello di consumo ‘compatibile’ di trasgressione controllata, con l’incremento dell’uso delle droghe da ‘performance’ (la cocaina e le anfetamine), il crollo di consumi di sostanze come eroina poco conciliabili con la ‘normalità della vita quotidiana’ e la diffusione continua di nuove forme di ritualizzazione dei consumi (l’’ectasy’ nei fine settimana); è l’equivalente del consumo di bevande alcoliche dei giovani nella giornata di sabato e l’astinenza negli altri giorni per non interferire negli impegni giornalieri, ma purtroppo al controllo spesso sfugge la guida, ed allora è tragedia. Delle infrazioni automobilistiche accertate nel 2008 quelle della guida sotto l’influenza di alcool nel week end sono il 70% dell’intera settimana..

Le conseguenze nelle devianze e nel rifiuto dell’altro

L’esasperazione delle tendenze ora evidenziate porta a devianze sempre più diffuse, e spesso ostentate, rispetto a comportamenti ritenuti moralmente accettabili, anche se c’è il tentativo, molte volte non riuscito, di mantenersi all’interno delle regole per non incorrere nei fulmini della legge; ma le regole ispirate a tradizioni e valori se sprovviste di sanzioni non sono più considerate valide.

Così il buonismo e il “politicamente corretto” sono visti come convenzioni che limitano l’essere se stessi, il solipsismo, e vengono considerati sempre più “come forme odiose di ipocrisia, superate le quali sarebbe finalmente possibile ‘dire le cose come stanno’”.
Anche la solidarietà e la fiducia negli altri sembrano in disuso, per “l’emergere e l’affermarsi di un egoismo pragmatico e familistico, a scapito di un civismo vago, e percepito sempre più come espressione di un altruismo incosciente e ideologico”.
Qui s’innesta il comportamento ostile nei confronti dell’altro, soprattutto se “diverso” perché immigrato, un’esagerata autodifesa dei propri ambiti e di confini che vengono visti come minacciati. Malintesa autodifesa che si traduce in spirito aggressivo e risoluzione diretta dei conflitti interpersonali con la violenza. Gli episodi di cronaca, con accoltellamenti per banali questioni di parcheggio, di discoteca o di tifo, nonché per reazione contro gli immigrati sono espressione dell’intolleranza che è il frutto bacato di un’esasperata ricerca di autoaffermazione.

E’ vero che da una ricerca del 2007, sempre del Censis, il 60% degli italiani ritiene gli immigrati utili e comunque una realtà da affrontare positivamente con nuovi modelli di convivenza multietnica; ma vi è pur sempre un 40% che li vede come un problema di ordine pubblico perché responsabili dell’inasprirsi della criminalità, e addirittura una minaccia per i loro valori e tradizioni incompatibili con i nostri. In termini più specifici il giudizio si aggrava: quasi il 60% si dice convinto che rispettino poco le leggi italiane; più del 50% li considera poco rispettosi delle donne, il 44% li ritiene più violenti e sporchi.
In questo contesto non sorprende che i recentissimi dati di Demos & Pi indichino in poco meno del 70% la percentuale di italiani favorevole al respingimento dei barconi provenienti dalla Libia, in barba ai distinguo umanitari sul dovere di verificare il diritto di asilo in Italia e non in Libia.

Per i clandestini già in Italia, le preoccupazioni crescono e diventano individuali, non più riferite ai valori e al territorio. Il 52% li ritiene “il maggior elemento di pericolo per l’incolumità personale”, più che gli “automobilisti e motociclisti che guidano in modo imprudente”, additati solo dal 51% nonostante quest’ultimo sia un rischio più concreto e dovrebbe prevalere nei giudizi della gente.

Così, osservano i ricercatori, “alcuni atteggiamenti sempre più palesemente xenofobi, lungi dall’essere occultati, sono affermati con forza, in nome della necessità di un comune riferimento alle regole nazionali e del diritto di difesa di valori della propria comunità di appartenenza”. E poco conta che una parte dell’opinione pubblica non la pensa così, basta l’ampia percentuale di coloro che hanno queste idee intolleranti anche perché sono i più attivi. Ne fanno fede le forme di controllo autogestito del territorio, le cosiddette “ronde”, nobilitate come “associazioni di volontariato per la sicurezza” e tradotte in disposizioni legislative a furor di popolo si direbbe: dove il furore è l’esaltazione e il popolo è quello più intransigente. Ebbene, il 54% degli intervistati pensa che “l’istituzione delle ronde garantisca maggiore sicurezza”, anche qui in barba a tutti i buonismi.

Un altro segno evidente degli effetti dell’esasperata autoaffermazione è individuato nel “bullismo”visto come “affermazione di sé e nello stesso tempo di ricerca di riconoscimento ed identità giocato su una piccola appartenenza e sulla identificazione del ‘nemico’ nel più debole”, come del resto lo è l’immigrato. L’80% dei genitori intervistati dal Censis nel 2008 lo vedeva in aumento e il 74% notava una preoccupante precocità del fenomeno perché insorgente a un’età inferiore, mentre il 60% affermava, altro dato preoccupante, che “gli insegnanti non hanno strumenti per intervenire”. Di qui il 5 in condotta che ha comportato una percentuale significativa di bocciature nell’anno scolastico appena concluso. Ma non vogliamo fare richiami politici.

Le espressioni dell’autoaffermazione e il privato dei potenti

L’autoaffermazione di cui abbiamo parlato non è soltanto un dato interiore, un modo di essere e di pensare che poi travalica nelle devianze e nelle violenze. E’ anche un comportamento ostentato, che si specchia nella società dello spettacolo e nei suoi riti mediatici e rimbalza poi nel privato e personale. Sembrerebbe un elemento positivo, un fatto di sincerità e di coraggio, per questo viene esibito nei “reality” e nei “talk show” dove stazionano i sedicenti “opinionisti”, sempre i medesimi, che parlano dall’alto della loro incompetenza con la presunzione sfacciata di affermare la propria opinione come parte di loro stessi.

E qui viene meno la funzione del servizio pubblico, che potrebbe e dovrebbe rifiutarsi di assecondare un andazzo così negativo -il canone non è legittimato dall’asserita “diversità” dalla televisione commerciale a questi fini? – per ripristinare i valori della competenza nella marea montante della vacuità e della caduta di ogni valore positivo. Lo dimostra il fatto che alle selezioni del “Grande Fratello” dell’emittente privata da ben nove anni si presentano ogni volta 20.000 giovani per realizzare quella che è diventata la massima aspirazione: “entrare nel mondo dello spettacolo”, vale a dire esserci, esibirsi senza alcuna seria preparazione, dovunque e comunque, purché si abbia visibilità, e quella televisiva è ritenuta oggi la più appagante.

La ricerca iscrive in questo fenomeno anche il recentissimo “boom” della diffusione di “Facebook”, il sito di incontro e contatto on line su Internet, che ha raggiunto in poco tempo quasi 10 milioni di iscritti, equamente ripartiti tra i due sessi, il 60% dei quali dai 18 ai 34 anni. La logica del sito è raccontarsi e farsi conoscere, esprimersi liberamente ed autorappresentarsi nella cosiddetta piazza mediatica; e non sarebbe negativo, tutt’altro, avendo sostituito l’ “agorà” ateniese, se i contenuti fossero all’altezza dello spazio conquistato, invece avviene l’opposto, la banalità è imperante.

Ma al di là delle apparenze e delle ostentazioni, quali sono le vere aspirazioni dei giovani? La ricerca ha una risposta anche per questo. Perché quasi il 40% dei giovani italiani tra i 18 e i 30 anni, la maggiore percentuale,vorrebbe “realizzare le proprie aspirazioni”, una sorta di tautologia; a questo si deve aggiungere il quasi coincidente “essere se stessi” con il 25%, quindi quasi il 65% aspira ad autorealizzarsi e affermarsi dovunque e comunque; é lontana l’epoca in cui l’aspirazione era diventare medico o avvocato, ingegnere o viaggiatore, scienziato o anche attore!

L’autoaffermazione è svincolata da obiettivi precisi, a differenza del passato, ma anche dal “diventare ricco e famoso”, risultato perseguito soltanto dal 3% dei giovani; mentre è confortante che per il 26% il successo può consistere nel “fare qualcosa di utile per tutti”.
Qui la ricerca disvela un aspetto confortante che differenzia i giovani dalla media nazionale della quale abbiamo ricordato fin qui pecche non proprio trascurabili. Perché rifiutano il valore negativo portato avanti con forza dalla società (“diventare ricco e famoso” pesa per quasi un terzo del totale), per sposare il “fare qualcosa di utile per gli altri (lo stesso 26% circa che abbiamo indicato come incidenza tra i giovani); rifiutano anche la spinta al potere (12% tra i valori della società, 1% tra quelli dei giovani); e vedono non riconosciuta la loro ricerca di realizzare le proprie aspirazioni ed essere se stessi (tra i valori della società rappresentano il 17% rispetto a quasi il 65% tra i giovani).

A questo punto la ricerca del Censis approfondisce il tema del potere e del rapporto con i giovani, perché analizza la loro reazione rispetto alle anomalie dei comportamenti dei personaggi pubblici che, non meno della media del paese, rispondono alla “libertà di essere se stessi”, anzi la manifestano in “forme più incisive ed eclatanti”. Seguiamo la ricerca, ha espressioni eloquenti.

Per le manifestazioni del potere: “’Agli dei più che ai mortali ‘ la trasgressione è consentita e l’essere al di sopra delle regole che vincolano l’uomo comune è proprio l’appannaggio più ambito del potere”. Tanto più che, come abbiamo visto, neppure l’“uomo comune” se ne sente vincolato e trasgredisce fino al limite della perseguibilità. Spesso negata agli uomini di potere.

Per la gente normale: “’Beato lui che può’ è il commento più comune di fronte alla narrazione mediatica di comportamenti che sdoganano molti vizi italici da tempo risaputi ma , fino a ieri, almeno retoricamente condannati, primo fra tutti l’approfittare della propria posizione di privilegio per ottenere e dare favori e benefici”. Sono tanti coloro ai quali fischiano le orecchie a queste parole!

Ancora più direttamente il Censis mette il dito nella piaga: “In modo ancora più marcato di quanto non avvenga nei comportamenti di ciascuno, in quelli degli uomini pubblici il controllo sociale non viene più esercitato sulla base di riferimenti valoriali comuni, anche se non viene necessariamente azzerato; ma piuttosto è rinegoziato in modo ancora più evidente proprio grazie alla retorica libertà di essere se stessi, ormai regola aurea che, se vale per tutti, non può che valere ancora di più per i potenti”. Il fischio alle orecchie per i sopracitati diventa a questo punto assordante.

La “versione potenziata nei comportamenti dei personaggi pubblici” in tema di relativismo morale non è accettata, però, dai giovani come fa, invece, la società nel suo complesso; e questo è un dato confortante, per certi versi inatteso a stare alla forte spinta all’autoaffermazione ad ogni costo. Torna l’idealismo nell’inchiesta tra i giovani italiani dai 18 ai 30 anni nel condannare in modo molto più severo del giudizio sociale comportamenti fuori delle regole: il professore universitario che fa carriera con concorsi truccati e l’imprenditore affermato che usa lavoratori in nero, il magistrato con amicizie equivoche.

Il fatto che non riguardino il privato e potrebbero vedere gli intervistati tra i possibili danneggiati non attenua il valore morale di una condanna pronunciata dall’83% dei giovani” per il professore, dal 72% per l’imprenditore e dal 62% per il magistrato, percentuali doppie rispetto a quelle del giudizio sociale; anche doppia di quella sociale è la loro riprovazione per la donna in carriera che usa il corpo per affermarsi. Più accondiscendenza e maggiore vicinanza al giudizio sociale c’è per comportamenti in cui realmente “il privato è privato”: come il manager di successo che usa cocaina, lo studente modello che si sballa nel fine settimana, fino al politico potente con i servizi segreti.

Considerazioni di sintesi e di prospettiva

Il presidente De Rita ha tratto alcune conclusioni o meglio ha espresso uno stato d’animo, suo personale e dell’intero istituto: “Noi del sociale ci troviamo di fronte al primato del soggetto, all’essere se stessi, addirittura alla coazione ad essere se stessi. La personalizzazione arriva a un punto tale che si dice ‘decido io, il mio privato è il mio privato’. Si dissolvono i rapporti, non funzionano i meccanismi, sparisce il ‘politically correct’, trionfa il solipsismo individuale”.

Già prima del 1968, prosegue, è iniziata la deriva verso la personalizzazione, poi è arrivato il relativismo: “Ne ho sofferto in prima persona e come Censis, assistendo alla crisi dei corpi intermedi dopo che abbiamo tanto esaltato il sociale e ci siamo impegnati in concreto”.

Ma non serve recriminare, se si guarda in faccia la realtà si trovano dei segni positivi nei giovani che fanno pensare ad una possibile inversione di tendenza o almeno all’arresto della deriva. Si sono rivelati più attenti ai valori morali della società in complesso, e più sensibili alla correttezza dei comportamenti di rilevanza pubblica quando non riguardano il privato. Se poi interviene un terzo rispetto a loro scatta il meccanismo di appartenenza.
L’altro elemento da considerare è il fatto che il solipsismo a lungo andare distrugge se stesso, in quando si avvita sul soggetto, lo porta all’isolamento. Il risultato è una precarietà e un’incertezza destinate a finire: “La società dei comportamenti individuali non può che essere una società dai legami instabili, frutto di ricomposizioni continue, in cui quello che era fondante può diventare inutile il momento dopo, con un meccanismo quasi inconsapevole in cui la cifra maggiore è la tempestività e la fragilità del legame, seppure intenso, che si tende a costruire proprio in nome dell’affermazione della propria soggettività”. Quale lo sbocco di tutto ciò?

In questa instabilità si trovano gli anticorpi perché “da una parte c’è la valorizzazione di essere se stessi… in un unico modello che non crea coesione sociale, dall’altra un affastellarsi di micro appartenenze con una ricerca continua di relazioni a forte intensità emozionale ma fortemente volatili”. Se questi anticorpi faranno superare la “libertà di essere se stessi” svincolati dai valori, si potrà avere un “recupero della capacità di coagulare persone, gruppi sociali, interessi, istituzioni, una nuova classe dirigente”.
Ci avviciniamo alla previsione finale, espressa con molta cautela: “Al momento non sembrano in campo soggetti e culture in grado di arginarla, ma è possibile che questa nuova filosofia della libertà e del valore dell’espressione profonda di sé sia giunta alla fine del proprio ciclo e che nell’onda lunga del cambiamento sociale si possa cominciare ad affermare una cultura di nuova attenzione all’altro in cui ci sia un ritorno alla coscienza del noi contro l’affermazione della mucillagine dell’io”.

Non le ha dette a voce De Rita queste parole, ma sembrano scritte da lui. Come sembrano di suo pugno le righe conclusive della ricerca: “Tale fine di ciclo probabilmente non sarà repentina ma si attuerà attraverso un silenzioso sfarinamento nel tempo, verosimilmente senza scosse. Aspettiamo e vedremo”.

Una sorta di previsione dei terremoti, si può dire che avverranno ma non quando. A voce si è spinto più in là. Considerando che “l’onda lunga del cambiamento sociale” ha cicli cinquantennali, essendo iniziato il processo circa quarantadue anni fa il conto è presto fatto. Lo “sfarinamento” dell’individualismo durerà per un arco di tempo all’incirca di otto anni ancora. Per qualcuno saranno troppo pochi, per qualche altro saranno troppi, e ognuno può dare loro nome e cognome. Si ripropone il dilemma posto da Franco Battiato dal lontano 1991 in “Povera patria”: “Non cambierà non cambierà, sì che cambierà, vedrai che cambierà… la primavera intanto tarda ad arrivare”.

Oltre che per la previsione, in un certo senso il “clou” delle riflessioni fatte nell’incontro alla sede del Censis, abbiamo già detto che a molti fischieranno le orecchie per risultati dell’indagine. C‘è “un relativismo morale a cui si condiscende tutti, per continuità di comportamento e in ossequio comune al primato della coscienza individuale”; e “se il privato viene descritto come zona franca, anche in ambito pubblico si assiste ad un nuovo rapporto con le norme di riferimento dei comportamenti sociali”.

E allora il messaggio che abbiamo anticipato all’inizio trova le sue motivazioni documentate, almeno per noi. La gente, i cittadini elettori, non vogliono moralismi ma contenuti, nei programmi politici e nell’azione di governo, nella spinta della maggioranza e nel contrasto dell’opposizione. Se questo servirà a dare concretezza alla politica si potrà dire “oportet ut scandala eveniant”! Anche perché le parole di De Rita fanno capire che torneranno i valori collettivi; non subito, ci vorrà del tempo da impiegare in modo utile concentrandosi totalmente sui problemi reali del Paese.

Non ci sono posizioni politiche nella neutralità dell’analisi, fondata su indagini approfondite, e nel nostro resoconto corredato da osservazioni. Sarebbe interessante che i lettori dicessero la loro usufruendo della possibilità di inserire senza formalità commenti on line in calce all’articolo.

Questa è la visione di un Centro che ha il merito di aver messo a nudo tanti segreti riposti della nostra società, in un’ottica non solo di studio ma anche di investimento sociale. E’ la realtà come emerge dall’accurato monitoraggio compiuto: “Per fortuna o purtroppo”, per dirla con Giorgio Gaber.

L’Aquila, nell’altro versante del Gran Sasso Pietracamela, il rilancio dopo il sisma, e una sorpresa…

da  cultura.inabruzzo  del  22 giugno 2009. Ripubblicato in www.arteculturaoggi.it, stessa  data  –

Il momento è difficile, lo si vede arrivando in paese. Ci sono i segni del terremoto che ha inferto gravi ferite alla struttura abitativa finora non intaccata dal tempo nonostante gli episodi sismici dell’inizio degli anni cinquanta e precedenti. Le ferite non sono crolli eclatanti, tranne pochi, la pietra degli antichi edificatori ha resistito e non si è sbriciolata. Grosse crepe hanno lesionato molti edifici non solo del centro storico, mentre gli interni sono stati danneggiati con caduta di solai ad eccezione di quelli ancorati con le “chiavi” di collegamento ben visibili sulle facciate, arcaiche quanto provvidenziali. Una frana ha interrotto la strada di accesso al paese per qualche giorno, poi è stata rimossa ma il manto stradale resta dissestato, non solo per la frana ma anche per il gelo invernale che ha causato buche e fenditure.

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Il “borgo tra i più belli d’Italia” alle falde della catena del Gran Sasso, in una visione parziale
senza culmine, che verrà completata nelle immagini di ichiusura, lasciando spazio alla… sorpresa

Di questo non ha colpa il sisma, occorre la manutenzioe straordinaria alla quale la Provincia dovrebbe provvedere subito, la stagione turistica è iniziata e non è giusto che ai danni del terremoto si aggiungano quelli dell’incuria. Il problema della viabilità non finisce qui, riguarda il completamento dei collegamenti con lo sbocco dei Prati di Tivo verso l’autostrada previsto, e anche iniziato, da decenni. C’è ben altro, dunque. Ma questa è una storia che si dovrà riprendere a tempo debito, altrimenti si cade in un inconcludente “benaltrismo”, come si dice o si diceva in politichese. Per ora l’urgenza è quella di migliorare la viabilità esistente con la doverosa e non rinviabile manutenzione del manto stradale.https://www.arteculturaoggi.it/wp-content/uploads/2026/02/

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Una visione del borgo immerso nel verde

L’aria di ripresa

Siamo all’inizio dell’estate, la stagione turistica vede la riapertura del centro storico a seguito di un impegno eccezionale dell’Amministrazione comunale e dei Vigili del Fuoco. Alcuni uffici del Comune saranno trasferiti nella vecchia sede dentro il centro storico di nuovo agibile. Il fascino dei luoghi resta intatto e si farà di tutto per non far mancare la tradizionale accoglienza. I servizi turistici sono funzionanti, soprattutto ai Prati di Tivo, la località sei chilometri dopo il paese, ai piedi del Gran Sasso, a diretto contatto con le bellezze naturali della catena montuosa. Quest’area a ridosso della montagna è praticamente intatta come l’intero ambiente che la circonda e corona il paese. Si moltiplicheranno gli sforzi per colmare le inevitabili lacune. E si vincerà la scommessa.

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Il borgo visto dall’alto, i tetti immersi nel verde

Il sindaco Antonio Di Giustino ci dà queste notizie aggiornate. Si è prodigato per far fronte all’emergenza e porre le basi per il ritorno alla normalità, ha dovuto affrontare da solo, con i membri della sua amministrazione, i problemi iniziali perché la Protezione Civile non è intervenuta, aveva “ben altro” da fare. Ma una popolazione anche se ridotta ma molto anziana con ultranovantenni, ha avuto bisogno di assistenza sul piano materiale e su quello psicologico, abbiamo già riferito a suo tempo come il Sindaco riuscì a procurare tende e caloriferi; in più, da medico che sa valutare i disagi psichici, seppe dare la necessaria assistenza anche su questo piano.

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L’abitato dall’alto, all’ingresso nel paese, una parte della zona meno antica
, “la Villa”, con la chiesa madre a sin. e il Monte Calvario a dx
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E’ acqua passata, ci dice subito, adesso la situazione è radicalmente mutata: “La Protezione Civile ora è presente sul nostro territorio e molto attiva facendosi perdonare i primi momenti di assenza dopo il sisma. Le squadre di tecnici hanno mostrato alta professionalità nel valutare i danni arrecati dal terremoto. E’ stato un lavoro notevole, si pensi che il 48% delle abitazioni sono state dichiarate inagibili, la più alta percentuale tra i comuni del teramano”. Aggiunge con legittima soddisfazione, essendosi impegnato molto in questa direzione: “Con grande sollievo i cittadini hanno appreso che presto la Protezione Civile allestirà un piccolo villaggio in emergenza, formato dalle cosiddette ‘casette’, che ospiterà i senzatetto ora negli alberghi, in attesa di rientrare nelle abitazioni dopo i lavori di recupero e messa in sicurezza”.

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‘L’abitato dall’alto, dalla piazza, verso il nucleo iniziale arroccato su se stesso, il centro storico della zona “la Terra”, a sin. la roccia identitaria a forma di cammello che domina il paese, “Vena grande”.

Poi l’ultima nota di servizio, anch’essa preziosa: “Sono state pubblicate da due settimane le ordinanze relative alle procedure da attivare per i contributi ai cittadini che devono affrontate le spese per il ripristino delle case danneggiate. Tocca ora a noi sindaci ed amministratori lavorare duramente insieme agli abitanti per riportare i nostri borghi all’antico splendore. Ogni giovedì teniamo un’apposita riunione per verificare come vengono affrontati i problemi anche in ordine alle procedure per gli interventi di recupero, riunione alla quale partecipano tutti i cittadini; così ci teniamo reciprocamente informati e decidiamo insieme il da farsi”. Si tratta di gente forte e fiera come gli abruzzesi e soprattutto i montanari, ci sentiamo di commentare, che ha nel Dna la resistenza e la tenacia, la dignità e lo spirito d’iniziativa.

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Una visione ravvicinata della zona dove si trova la Chiesa madre

Il fascino dei luoghi

Il retaggio del passato non può essere dimenticato e anche se in questo momento interessa meno, un paese fondato nel XII secolo ne ha di storia da raccontare! C’è stata la transumanza umana dei cardatori nella stagione fredda, e soprattutto l’epopea dell’emigrazione. Non mancano reperti visibili, ma soprattutto tradizioni popolari e memoria viva e presente in paese e all’estero. I compaesani in Canada si sono mobilitati nella raccolta fondi, hanno fatto sentire il loro affetto.

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,La Chiesa madre dedicata al santo patono Sn Leucio

Tra i reperti antichi le iscrizioni su architravi di portali, che certificano la datazione, gli altari e le statue lignee della Chiesa madre, le finestre bifore sulla facciata di una casa del XIV-XV secolo, i resti del vecchio mulino dinanzi ai quali è stata realizzata una piccola “cavea” con gradinata per spettacoli all’aperto, i ruderi della vicina chiesa della Madonna di Collemolino, che si spera possa tornare all’antico splendore. Le tre chiese del paese, quella di San Leucio all’ingresso, San Giovanni del XV secolo nel centro storico e San Rocco del XVI nella parte alta hanno reperti di storia e di arte, e recano la memoria della tradizione; è stata ripristinata di recente la festa del 16 agosto con la processione dedicata a San Rocco e il suono di tamburi itineranti per il paese.

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Una visione ravvicinata di parte della piazza principale, “Piazza degli Eroi”, cui è dedicata una cappellina votiva con i Caduti; di lì, ci si addentra nell’abitato verso il centro storico

Superata la chiesa dedicata al santo, salendo lungo la tradizionale via verso il Gran Sasso c’è la Grotta dei Segaturi con le figure dipinte a firma del “Pastore Bianco”, il gruppo di artisti della “rinascenza” che il pittore nativo del paese, Guido Montauti, riunì intorno a sé verso la metà degli anni ’60 per pitture rupestri di grande effetto, una comunità in attesa, un “quarto stato” montanaro. Tutto il nucleo storico del paese, colpito al cuore dal sisma, è arte antica, con i suoi archi e le sue case di pietra che formano un intrico di vicoli in salita con scale e passaggi, in una sorta di casbah montana dal fascino inconfondibile.

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Il Largo dopo la Piazza, dal quale si sale con la scalinata sotto l’arco a sin.
verso l’antico Municipio, nel cuore del centro storico

Che culmina nella “Vena grande” di Sopratore, alla quale si riferiva il nome “La Prota”, un masso gigantesco dal profilo di cammello che domina la piazza del paese e ne costituisce un sigillo inconfondibile; ha resistito al terremoto. L’altro è il Monte Calvario, con le sue rocce e le croci della Passione collocate sulla cima che domina la piazza principale, un tempo intitolata a Cola di Rienzo del quale il paese rivendica i natali; certi sono quelli di Matteo Manodoro, giustiziato nel 1806 dai francesi occupatori come brigante. O patriota?

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L’angolo caratteristico ripreso dalla parte sovrastante

Il paese è la testa di ponte per la conquista del Gran Sasso, che ha come ulteriori tappe il Grottone, corona di caverne nella parte alta, fino ai Prati di Tivo a 1500 metri, altopiano morenico che arriva all’attaccatura della montagna con un declivio sempre più ripido culminante nel Pilone. E qui si può dimenticare il terremoto e i danni che ha arrecato al centro storico, ci si immerge nella natura dove le scosse sismiche non possono far male. Ma sono cessate e la stagione calda dà protezione. I sentieri storici sono quelli chiamati in passato “strade vicinali”, itinerari battuti che collegavano Pietracamela agli altri paesi che fanno corona al Gran Sasso.

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La Stradina caratteristica verso la chiesa di San Giovanni

Oltre che a Collepiano, dov’è la grande centrale idroelettrica, si andava per i sentieri a Intermesoli, quindi a Ponte Rio Arno scendendo verso l’attuale statale 80; nelle altre direzioni Cerqueto, più giù Tossicia, Assergi, Isola del Gran Sasso partendo da Punta Alta, ben oltre i Prati di Tivo; ora lo si fa per escursionismo. I torrenti, un tempo tumultuosi, sono il Rio della Porta al centro del paese, nella cui parte alta sopra il canale è stata scoperta la “grotta di Eros”, una meravigliosa caverna sotterranea con spettacolari conformazioni di stalattiti e stalagmiti non aperta al pubblico; e il Rio d’Arno nella parte esterna, il cui letto parzialmente privato dell’acqua dalla centrale elettrica, si snoda per l’intera vallata.

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La chiesa di San Giovanni, facciata, torre campanaria e Orologio

Risalendo il bosco lungo le rive del Rio d’Arno si giunge al Piano delle mandorle, con i cippi di Cichetti e, ai bordi del torrente, di Cambi, due appassionati alpinisti del C.A.I. travolti da una bufera di neve alla fine degli anni ’20. Risalendo ancora, la suggestiva cascata del Calderone e più su le sorgenti. Un bosco fitto alle spalle del massiccio che incombe dall’alto è un vero spettacolo della natura. E poi i Prati di Intermesoli, il bosco e la valle di Venacquaro. Salendo verso la montagna lungo il bosco dell’Aschiero, la Madonnina del Gran Sasso e il Vallone delle Cornacchie, il Rifugio Franchetti e la Sella dei due Corni; infine le vette, Corno Piccolo il picco dolomitico, e Corno Grande accessibile anche con una via “normale” a portata di tutti.

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Una scalinata caretteristica sempre nel “centro storico”

Dall’alto un panorama incomparabile nel quale si uniscono i due mari. Per la discesa si può anche andare nel versante aquilano di Campo Imperatore, dopo una sosta al rifugio Garibaldi; l’approdo è l’albergo di colore rosso intenso dove fu tenuto prigioniero Mussolini, e la spianata da cui partì l’aliante con a bordo il duce del fascismo e Otto Skorzenj; si può visitare la stanza, o meglio la suite reale dove alloggiò, un quartierino dalla volta bassa ma con vani e arredi per ospiti di riguardo. Si può percorrere il vasto altipiano dalla distesa erbosa, una scenografia diversa dai boschi di faggi e di querce e dai picchi dolomitici dell’altro versante, utilizzata anche per i cosiddetti western all’italiana.

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La chiesa dedicata a San Rocco, venerato con una processione il 16 agosto

Per chi non vuole allontanarsi dal paese, l’ascesa verso i Pacini, un altipiano dai bordi scoscesi che culmina in una bella distesa di cespugli di ginepro. Oppure la più tranquilla passeggiata sul Canale, un percorso che taglia il costone inoltrandosi tra i prati, i boschi e le rive del torrente. Più sotto la Madonna del Cantone che si affaccia sulla vallata verso Cerqueto e, salendo il declivio, Collepiano, con il panorama mozzafiato del paese tra i suoi monti che si gode dalla spianata avanti alla “pagoda”, l’antico dopolavoro per gli operai della Terni, da decenni in disuso, che il Comune dovrebbe utilizzare a servizio e valorizzazione di un’attrattiva paesaggistica di straordinario pregio.

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Una apertura all’esterno, con delle rocce in ptimo piano e l’abitato in fondo

La promozione turistica attraverso la valorizzazione culturale

Ricordiamo i reperti antichi e le bellezze naturali perché l’ombra del terremoto non offuschi la memoria tenendo lontani i visitatori da questi luoghi che invece hanno tanto da offrire, anche sotto altri profili. Nella Giornata mondiale dell’Unesco sulle Diversità culturali del 21 maggio 2009, di cui abbiamo dato conto, il segretario generale della Fondazione Ippolito Nievo, Mariarosa Santinoni, ha parlato del “problema della scarsa notorietà di tanti paesi e piccole città, e questo non è irrilevante ai fini turistici e di investimenti”.

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Una stretta scalinata caratteristica con arco in fondo

Non si dovrebbe trattare di “scarsa notorietà” per Pietracamela, proclamato “Borgo più bello d’Italia” nel 2007 tra quelli con meno di mille abitanti, dopo essere entrata nel 2005 nel prestigioso Club dell’Anci dei Borghi più belli d’Italia, ma sappiamo tutti che non si può dormire sugli allori, la memoria si deve rinfrescare. Ed ecco la “soluzione brillante” trovata dalla Fondazione: “Chiamare in causa un narratore o un poeta famoso, innamorato di quel paesaggio tanto da scriverne, che per la sua fama indiscussa sia in grado di richiamare la sua attenzione su quella località, legando così in modo duraturo l’espressione letteraria al luogo dell’ispirazione”.

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Un arco caratteristico in primo piano

L’idea non sembra peregrina se, nella stessa giornata mondiale Enrico Ducrot, docente di archeologia e turismo, Campus di Lucca, ha detto che “il turismo culturale inteso come impresa deve guardare con attenzione anche al Patrimonio Immateriale attraverso la promozione di manifestazioni culturali, della valorizzazione della letteratura orale e scritta, della storia e delle tradizioni locali”. A Pietracamela, paese ricco di storie e tradizioni, domina l’arte pittorica nelle opere di Guido Montauti presso la sala consiliare del Municipio e presso l’albergo “Gran Sasso 3” dei nipoti, nonché nelle citate pitture rupestri del “Pastore bianco”, a parte il grande “Giudizio Universale” in cima allo scalone del Comune di Teramo, il capoluogo di provincia.

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Un’altra scalinata con la pavimentazione più antica

Non manca neppure la “letteratura scritta” di produzione locale, per così dire: sia ispirata direttamente al paese, a partire dal libro “Corno Piccolo”, di Ernesto Sivitilli, fondatore degli “Aquilotti del Gran Sasso”, con i libri su “Matteo Manodoro”, “Incontro col diavolo- Racconti montanari” e “Le memorie di un ottuagenario qualunque”, tutti dello stesso autore, nonché su “Un vecchio zaino di ricordi” e “Aquilotti del Gran Sasso”, ispirati all’alpinismo e“Rolando e i suoi fratelli, l’America!” ispirato all’emigrazione; sia concernenti temi diversi, da “Miserie e nobiltà dell’unità d’Italia” a “Gesù l’uomo”, fino a “La Macchina Planetaria” e “D’Annunzio l’uomo del Vittoriale”.

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Un tunnel caratteristico

Quest’ultimo libro tra i riferimenti al paese che contiene evoca la “marchesa di Pietracamela”, protagonista di un racconto poco noto di Gabriele d’Annunzio, il grande abruzzese che possiede in misura ineguagliabile i requisiti di notorietà indicati dalla Fondazione Nievo come necessari per la promozione turistica, di cui non dispongono gli autori locali delle opere citate. Per questo lo scritto dannunziano da noi scovato è il pensiero che ci sentiamo di dedicare a un paese ferito ma pronto a riprendersi con le sue attrattive intatte.

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Un angolo tra antichi casamenti.

Nel nome delle antiche virtù, delle “vestigia” di una nobiltà atavica che D’Annunzio impersonò nella protagonista del suggestivo racconto datato 27 ottobre 1887, sotto un titolo di straordinaria modernità; dove l’arte e la bellezza sono al centro di una scena delicata, con un pittore che trova insperatamente la modella per completare un suo prezioso quadro fino a restarne ammirato in uno sfolgorante rincorrersi di immagini sorprendenti.

Eccolo riportato testualmente da “Grotteschi e rabeschi” del Duca Minimo (18 ottobre-10 novembre 1887): fa parte delle “Pagine disperse”, Cronache mondane, letteratura, arte, di Gabriele d’Annunzio, a cura di Alighiero Castelli, Roma, Bernardo Lux, 1913, alla data del 27 ottobre 1887.

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Gabrile D’Annunzio, autore della novella intitolata alla “marchesa di Pietracamela”

“Come la marchesa di Pietracamela donò le sue belle mani alla Principessa di Scùrcula”, novella di Gabriele d’Annuzio

“Paolo Fiamignano, il divino pittore della ‘Salutazione al Sole’ e della ‘Vendetta d’Apollo’, questo artefice moderno che ha i fieri ardimenti del Tintoretto, l’acutezza e la profondità del Vinci, la felice magnificenza del Veronese, la grazia e l’imaginazione lirica di Sandro Botticelli, il colorito luminoso di Paris Bordone, aveva quasi condotto a termine il gran ritratto della principessa Diambra di Scùrcula, della sovrammirabile donna che sarà immortale nel marmo, nel bronzo, nelle tele, e nei canti dei poeti.

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La raccolta di Novelle, con quella intitolata alla “marchesa di Pietracamela”

Non mancavano al ritratto che le mani; val quanto dire che mancava tutto. La pittura doveva essere consegnata la sera stessa, senza indugio; poiché la principessa partiva il giorno dopo, per un lungo viaggio. E la principessa non poteva venire a ‘posare’ per le sue mani, perché ella doveva dare l’ultimo ricevimento e l’ultimo pranzo a tutta quanta la nobiltà quirite.

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Lo stemma di Pietracamela

In questo frangente il Fiamignano aveva richiesta, per una ‘posa’, Giulia Arici, l’unica modella che abbia estremità discretamente signorili, una Urania del Primaticcio; e l’aspettava per mezzogiorno.

L’ora meridiana tuonò da Castelsantangelo e le mille campane levarono il coro; ma Giulia Arici non apparve. Trascorsero dieci minuti, poi venti, poi trenta. Giulia non apparve. Tutto era perduto!

Dopo le prime impazienze e le prime ire, il Fiamignano si gettò sul divano profondo, accese una sigaretta e disse, pacatamente: – Se Dio vuole, dentr’oggi verrà forse una donna che avrà le mani della Diambra. Ed aspettò fumando e pensando al nuovo quadro ch’egli voleva dipingere.

Pablo Pucasso, “Il piittore E la modella”, 1963

Vide, dopo qualche tempo d’amorosa contemplazione, chiaramente con la vista interiore l’opera d’arte compiuta; e un torrente di gioia gli attraversò tutto l’essere. In quell’istante un discepolo annunziò ad alta voce, sollevando la portiera di cuoio cordovano: – La signora marchesa di Pietracamela!

Paolo balzò in piedi. Entrava una donna alta e sottile, vestita d’una specie di lunga tunica di lontra. Camminava con una straordinaria leggerezza, coronata da una capellatura cinerea: somigliando un poco a certe figure dei freschi di Michelino Besozzo, ma avendo nella bocca il sorriso enigmatico delle donne di Leonardo. Ella s’inchinò a pena a pena. Il pittore la contemplò in silenzio, per un buon minuto. Quindi, con una voce che parve all’attonita marchesa di Pietracamela una musica soavissima, disse: – Levatevi i guanti.

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Costumi tradizionali di Pietracamela

Ella si levò i guanti. Apparvero le sue mani incomparabili, bianche e trasparenti come l’alabastro puro, segnate d’una trama di vene glauche a pena visibile, con la palma un poco incavata e ombreggiata di rose. Paolo rimase muto: ma li occhi gli scintillavano di piacere, e un piccolo fremito gli muoveva le labbra.

Egli fece sedere la marchesa in una mirabile sedia di velluto scarlatto, simile nella forma a quella celebre che il Carpaccio dipinse in un quadro a San Giorgio degli Schiavoni. Le dié sotto i piedi un cuscino di Persia. Quindi, mentre ella stupefatta si sottometteva a quel capriccio, le compose le mani nell’attitudine in cui gli bisognava ritrarle; e, preso il pennello, incominciò a dipingere, rapidamente, sicuramente, come invaso dal dio dell’ispirazione.ue,

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George Braque, “Il pittore e la au modella”, 1910-39

La marchesa di Pietracamela, che aveva un delicato genio feminino, , avendo compreso di non dover comprendere, mantenne il silenzio per un’ora intera. Ma, quando vide il pittore essere meno ardente nel suo lavoro, chiese con la voce timida e quasi tremula: – Posso parlare?

– No, no, non parlate! Perché mai volete parlare? La Bellezza non ha bisogno di commento. Oseremmo noi mettere una epigrafe sul piedistallo del Doriforo di Policleto o del Discobolo di Mirone?

Kokoschka, “Il pittore e la modella”, 1923

La donna tacque. Il Fiamignano aumentò d’ardore nell’opera. Di tanto in tanto, dopo essersi impregnato di visione il cervello col guardare intensamente le perfette mani, egli, nell’infondere alla tela quella vita bevuta per le pupille, diceva qualche frase vaga. – Voi, se non erro, dovete avere il corpo della Danae del Correggio. Lo sento, anzi lo veggo dalla forma delle vostre mani. Non imaginate voi dal fiore la intera figura della pianta? Voi siete, certo, come la figlia d’Acrisio che riceve la nuvola d’oro. Non conoscete il quadro della galleria Borghese? Ah, il Correggio è un pittore degno di Atene. Apelle l’avrebbe chiamato suo figliuolo.

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La raccolta pià vasta, che include anche “Grotteschi e rabeschi”
con la novella intitolòata alla “marchesa di Puetracamela”

Così dicendo, metteva tocchi non più rapidi e sicuri, ma lenti e studiati. Alla fine, posando la tavolozza, esclamò con una voce che fece fremere nell’intime fibre la marchesa di Pietracamela:
– Ho finito!

La marchesa si levò dalla sedia, subitamente, e andò a porsi d’innanzi alla tela. Lo stupore lo invase. – Ma, se non erro, voi avete date le mie mani alla principessa di Scùrcula, signor Fiamignano.

– Sì, marchesa, con una generosità degna di un dio; poiché le mani della Diambra somigliano alle vostre come un primo abbozzo somiglia all’opera compiuta. Qual più alta gloria per voi che far l’ufficio del sole, il quale nobilita e trasfigura ogni più umile cosa?

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il panorama dell’abitato, nalla parte più antica, “la Terra”

– Ma le mie lettere? Le avete lette? – chiese la dama, un poco pallida, non comprendendo più nulla. – Sapete voi perché io sono venuta?

– Le vostre lettere? Perdonatemi, signora. Da dieci anni io non leggo più epistole di nessun genere; poiché se ne leggessi, ne scriverei anche; e scrivendone prenderei pratica della penna, potrebbe essere ch’io mi mettessi a comporre opere di letteratura, come l’‘Iliade’ o il ‘Lunario di Barbanera’. Io, in vece, devo assolutamente dedicarmi alla pittura. Brucio dunque tutte le lettere che ricevo, senz’aprirle, in questa urna di bronzo, della quale è autore Andrea Riccio, o signora.

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La cascata del Rio della Porta prima del ponte, nella Piazza del paese

La marchesa di Pietracamela guardò l’urna inesorabile, dove tutto il suo sentimentale romanzo epistolare, dalla prima confessione d’amore ch’ella aveva scritto all’artefice dopo aver veduto il famoso ‘Eros basileus’, fino all’ultimo biglietto in cui gli annunziava la sua visita misteriosa, era ridotto in cenere. Rimase un poco perplessa, e quasi le discese su li occhi un umido velo.

– Ma dunque non sapete perché io sia venuta? – chiese nuovamente, senza sollevare il capo.

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Un”immagine dell’uscita dal paese verso la valle, un commiato…

– Inviata dal più benefico degli dei a me ch’era in grave angoscia per causa di due mani assenti. Quel dio sia lodato; e siate voi lodata ne’ secoli de’ secoli!

– Ma almeno – soggiunse la marchesa di Pietracamela, sorridendo subitamente nelli occhi che in vero per la profondità loro erano, come canta il poeta di ‘The witch of Atlas’, simili a due lembi dell’impenetrabile notte vista a traverso la volta lacerata di un tempio – ma almeno mi dovete il compenso della ‘posa’!ù
– Non lo defrauderò mai alcuno della giusta mercede – disse Paolo, guardando la donna le cui membra, come canta il citato poeta, raggiavano a traverso la veste che parea nasconderle, simili ai dardi del mattino a traverso la nuvola.

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La Cascata del Calderone, in alto verso la Val Maone e Corno Piccolo

Poiché cadeva il giorno, un’ombra fluttuante invadeva la sala e spandevasi a poco a poco, simile a un vapore in cui le cose si perdevano e naufragavano con una lentissima dolcezza. I quadri, le statue, si confondevano senza forma, senza colore. Rimaneva illuminata in un angolo una terra cotta a smalto di Luca della Robbia, l’’Annunciazione’. Più in là emergeva bianco il profilo d’un busto di donna del Verocchio; e splendeva d’una luce singolare il bronzo d’Andrea Riccio, conservante qualche traccia di doratura. Come più languiva il giorno, non si vedeva che l’oro; l’oro delle cornici, l’oro d’una tappezzeria di Fiandra, l’oro d’un calice di Benvenuto.

D’improvviso, dopo un fruscio lieve di vesti cadenti, si udì il grido di meraviglia del pittor Paolo Fiamignano in cospetto della Danae svelata che mise nell’ombra l’irradiazione d’un capolavoro”

.27 ottobre 1887 Gabriele d’Annunzio

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, La visione teatrale di Pietracamela, nelle due zone ben visibili, “la Villa” e “la Terra” illuminate sotto la catena del Gran Sasso fino al culmine che ….
mancava nell’immagine panoramica di apertura, per acuire l’interesse

L’irradiazione d’un capolavoro

Verso la fine del racconto dannunziano sembra che ci si trovi nell’abside della grande basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila, crollata per il terremoto, con “due lembi dell’impenetrabile notte vista a traverso la volta lacerata di un tempio”. A Pietracamela ci sono i ruderi della piccola chiesa della Madonna di Collemolino, con la volta non solo “lacerata” ma del tutto scoperchiata.

A questo punto, come nel brano, la luce torna a prevalere, ecco “i dardi del mattino a traverso la nuvola”; e anche l’“ombra fluttuante” quando “cadeva il giorno” è “simile a un vapore in cui le cose si perdevano e naufragavano con una lentissima dolcezza”. E nello splendore della natura rimasta intatta può sempre irrompere “d’improvviso… l’irradiazione d’un capolavoro”.

. Il declivio erboso dei Prati di Tivo che sale fino alle rocce

Tutto questo potrà avvenire di nuovo alle falde del Gran Sasso, divenuto l’angelo custode del versante teramano. Si potrà rivivere la magia delle giornate rutilanti di sole e delle serate sotto un cielo stellato d’incomparabile bellezza. Il miracolo della natura rimasta intatta, nonostante tutto.

E anche se non si sentirà la “marchesa di Pietracamela” non sarà per molto. Nulla impedirà di evocarla, quando sarà possibile, come la Fondazione Nievo propone. Lo auspichiamo, nel testo letterario vi è quanto di meglio si possa sperare, niente meno che l’“irradiazione d’un capolavoro”.

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Ill “primo piano” del Gran Sasso con “fattezze” della “Bella addormentata”/ il “Gigante che dorme”

Photo (Aggiornamento)

Le 37 immagini non sono dell’articolo originario, ma reinserite essendo andate perdute quelle iniziali nel passaggio da un sito all’altro, comunque erano poco viibili i danni del terremoto, essendo stati resi inagibili gli interni avendo resistito i muri di pietra, ma non i solai, vi erano alcune inpalcature di rafforzamento. Le nuove immagini sono state scelte per documentare i luoghi nella loro bellezza naturale e nel valore storico. Sono inserite in una sequenza che dai panorami esterni sempre più ravvicinati, va sempre più all’interno, fino agli ambiti e all scalinate del centro storico. Le immagini – inserite a mero titolo illustrativo, quindi senza alcun intento economico – sono state tratte dai siti di seguito indicati nell’ordine del loro inserimento nel testo, si ringraziano i titolari, restando pronti a eliminare quelle la cui pubblicazione non fosse gradita, previa semplise segnalazione nello spazio dei Commenti del sito: abruzzo turismo, alisei, abruzzo tusismo, abruzzo citta, borghi piu belli 3 foto, prati di tivo, famiglia on the road, borghi piu belli, alisei, borghi piu bellim girastine 2 foto, trip advisor, girastine, alisei, wikipedia, borghi piu belli, trip advisor; giannella channel, abc books, borghi piu belli, kararte, borghi piu belli, art research, art live, scuola marsicana; italy review, rodolfo ortolani, panorama web, narrazione rosi, paolo silvestri, cerrano vacanze, prati di tivo, free mountaign, gulliver. Di nuovo, grazie a tutti. Si inizia con 20 immagini su Pietracamela,: in apertura, il “borgo tra i più belli d’Italia” alle falde della catena del Gran Sasso, in una visione parziale senza culmine, che verrà completata nelle immagini di chiusura, lasciando spazio alla… sorpresa; seguono due immagini che vedono il borgo ancora di più immerso nel verde; poi due panorami dell’abitato dall’alto, il primo all’ingresso una parte della zona meno antica, “la Villa”, con la chiesa madre a sim. e il Monte Calvario a dx; l’altra verco il nucleo iniziale dell’abitato arroccato su se stesso, il centro storico della zona “la Terra”, con a sin. la roccia identitaria a forma di cammello che domina il paese, “Vena grande”. Quindi, una visione ravvicinata della zona dove si trova la Chiesa madre, ne precede l’immagine, è dedicata a San Leucio, il santo protettore, all’ingresso del paese.

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Corno Piccolo, la roccia dolomitica della “Punta dei due”

Di qui la sequenza di immagini, con una visione dall’alto della piazza principale, “Piazza degli Eroi cui è dedicata una cappellina votiva con i Caduti; di lì, ci si addentra nell’abitato verso il centro storico, dal Largo dopo la Piazza, dal quale si sale con la scalinata sotto l’arco a sin. verso l’antico Municipio, nel cuore del centro storico, e si arriva all’Angolo caratteristico ripreso dalla parte sovrastante, poi la Stradina verso la chiesa di San Giovanni, di sequito ripresa in primo piano, nella facciata, torre campanaria e Orologio dal quale erano scadite le ore nella giornata. Una scalinata caretteristica precede la chiesa dedicata a San Rocco, molto venerato con una solenne processione il giorno dopo Ferragosto, nella tradizione un’intera giornata con il suono dei tamburi. Una apertura all’esterno, con delle rocce in primo piano e l’abitato in fondo, precede la sequenza conclusiva dell’esplorazione nl centro storico con 5 immagini, due strette scalinate alternate a due passaggi con degli archi caratteristici e la chiusura con .l’angolo finale di antichi casamenti. A questo punto cambia tutto, seguono 8 immagini per illustrare la “sorpresa” dell’articolo, l’opera dannunziana: dopo la foto di Gabriele d’Annunzio, autore della novella intitolata alla “marchesa di Pietracamela”, racconto , tre immagini pittoriche del “Pittore con la modella”, di Pablo Picasso, George Braque e Kokoschka, alternate con lo Stemma di Pietracamela e i Costumi tardizionali, comprese tra due foto delle raccolte in cui è inserita la novella, “Grotteschi e rabeschi” e la più vasta “Pagine disperse” , che include anche “Grotteschi e rabeschi”. Nelle ultime 9 immagini, che tornano su Pietracamela, le prime 3 riportano il panorama dell’abitato nella parte più antica, “la Terra”, seguito da un’immagine della cascata del Rio della Porta prima del ponte, nella Piazza del paese quando si aprono le chiuse e si ripristina l’antico corso d’acqua, con l’immagine dell’uscita dal paese verso la valle, un commiato……. Si conclude, in un “diapason” spettacolare di 6 immagini, con la Cascata del Calderone, in alto verso la Val Maone e Corno Piccolo, seguita dalle visione teatrale di Pietracamela, nelle due zone ben visibili, “la Villa” e “la Terra” illuminate sotto la catena del Gran Sasso ripresa fino al culmine che … mancava nell’immagine panoramica di apertura, per acuire l’interesse. Di qui 4 immagini finali con la catena montagnosa ripresa da vicino, inizia il declivio erboso dei Prati di Tivo che sale fino alle rocce, poi il “primo piano” del Gran Sasso che evidenzia le “fattezze” della “Bella addormentata” / il “Gigante che dorme”, i modi in cui viene chiamata; le due ultime con le rocce dolomitiche del Corno Piccolo, la “Punta dei due” e la vertiginosa parete con la via “Chiaravaglio Bachelet”. Dal “nido delle aquile” come fu definita Pietracamela, a “più alto e più oltre”, per usare un termine dannunziano in carattere con la nostra illustrazione evocativa.

Corno Piccolo, la vertiginosa parete con la via “Chiaravaglio Bachelet”

Contraffazione, 2. Made in Italy, le anomalie nel settore del lusso, ricerca Censis-Ares

di Romano Maria Levante

Abbiamo di recente cominciato a esplorare la contraffazione, considerando le operazioni clandestine di alterazione e imitazione fraudolente compiute da un sottobosco di oscuri trafficanti; fenomeno dalle dimensioni allarmanti a livello mondiale oltre che nazionale, per effetto della globalizzazione e relativa delocalizzazione produttiva che disperde il “know how” e rende difficili i controlli.

La ricerca Censis-Ares ha delineato in via generale queste condizioni, e ne abbiamo già dato conto. Per una verifica sul campo, nel nome della completezza dell’informazione, non possiamo ignorare i risultati di un’inchiesta di tutt’altro tipo, quella della trasmissione televisiva “Report”, benemerita nel denunciare anomalie e irregolarità a tutti i livelli, con coraggio e professionalità.

I “disoccupati” e gli “schiavi del lusso” nelle inchieste di “Report”

La trasmissione “Report” su Rai 3, con due inchieste di Sabrina Giannini commentate in studio da Milena Gabanelli il 2 dicembre 2007 e il 18 maggio 2008, ha alzato il coperchio su metodi produttivi inammissibili, perché è intollerabile l’esistenza di “disoccupati del lusso” e ancor più di “schiavi del lusso”.

Si tratta della logica conseguenza di quanto segnalato nell’indagine Censis-Ares, sulla dispersione della produzione di abbigliamento “griffato” al di fuori del controllo della casa madre. In realtà, la sottrazione a questo controllo deriva dal voler eludere il rischio imprenditoriale facendolo ricadere sul fornitore che lo scarica sui sub fornitori sia per i cicli di domanda sia per il processo produttivo.

Per questo si creano quelli che “Report” ha chiamato i “disoccupati del lusso”, sprovvisti di qualsiasi garanzia, che smettono il lavoro nelle fasi di depressione per attendere di riprenderlo nei periodi di picco della domanda. Di qui una prima fonte delle irregolarità perché il modo per sottrarsi a questa situazione è lavorare in nero, magari in proprio, avvalendosi del “know how” acquisito.

Altra fonte di disoccupazione nasce dall’abbassarsi della retribuzione del lavoro per l’offerta, anche nelle zone di tradizionale produzione italiana, di manodopera clandestina, per lo più cinese, a prezzi ancora più stracciati. Ciò dipende dall’assillante ricerca del costo più basso di produzione che si può realizzare soltanto esternalizzandola e verificandola con un controllo limitato alla qualità, e non esteso alle condizioni di lavoro e alla regolarità dell’attività dei sub fornitori.

Questo crea anche gli “schiavi del lusso”, cioè condizioni di lavoro degradate e di sfruttamento in quanto i compensi bassissimi del primo fornitore costringono il fornitore successivo che organizza la produzione a servirsi di lavoro irregolare ai costi più bassi possibile per restare nei termini ristretti che gli sono stati imposti. Condizioni che non si realizzano soltanto nei paesi nei quali il lavoro non è tutelato, Cina in particolare, dove la contraffazione è punita ma si pratica in modo occulto ugualmente inarrestabile; si realizzano anche in Italia come “Report” ha verificato nei suoi servizi da Napoli, con manodopera italiana, e da Prato con manodopera anche cinese.

Sconvolgenti alcuni risultati, borse di nylon o plastica, materiale di scarso valore, pagate 20 euro per la manodopera al sub fornitore che le produce, e vendute a 440 euro; borse per il 90% di stoffa e solo il 10% di pelle pagate a chi le produce meno di 40 euro per la manodopera e vendute a 3.500 euro e così via. Marchi famosi sono coinvolti in queste situazioni non certo tollerabili. I controlli che le “griffe” esercitano con propri ispettori sembrano riguardare soltanto la qualità della merce e non le condizioni di lavoro, e non a caso, perché non li supererebbero. E anche quando una “griffa” certifica la sua produzione non lo fa per tutti i marchi che le fanno capo, e si cita un esempio.

Che dire dinanzi a questa faccia nascosta di un settore nel quale prolifera la contraffazione? Che spesso sono le condizioni in cui le “griffe” fanno svolgere la produzione .per accrescere i profitti, a favorire il mercato parallelo dei falsi, oltre a dar luogo a inaccettabili quanto irregolari condizioni di lavoro, secondo l’efficace documentazione di “Report”. L’assenza di controlli da parte delle “griffe”, per tenersi fuori da responsabilità nelle violazioni delle normative sul lavoro, si ritorce contro di loro nel far venir meno l’argine ai falsi dato da controlli che riguardassero la manodopera (dovrebbe essere artigianale e regolare), e i materiali (dovrebbero avere maggior valore intrinseco).

Non vengono anche da qui gli atteggiamento verso una contraffazione accettata se non favorita?
A volte si crea una catena con quattro anelli, di cui solo l’ultimo impegnato nella produzione per una remunerazione falcidiata perché quella della casa madre, già molto ristretta, è poi ripartita tra diversi intermediari come da sempre avviene, in situazioni molto diverse, per i prodotti agricoli.

Secondo quanto ha accertato “Report” direttamente – con incalzanti interviste di Sabrina Giannini in Italia e in Cina – si mette in moto una spirale al ribasso dei costi e delle condizioni di lavoro innescata dai prezzi iugulatori che impediscono comunque di produrre con manodopera regolare e qualificata. Dall’artigiano italiano in regola e nella legalità si passa presto al lavoro nero italiano – è il caso riscontrato nella zona di Napoli – poi al lavoro nero dei cinesi che operando in condizioni subumane possono offrire prezzi ancora inferiori – è il caso di Prato in due diverse situazioni – fino alla delocalizzazione in Cina che apre praterie di irregolarità: con il “made in Italy” apposto sulle etichette di prodotti cinesi con metodi disinvolti oppure giustificato dal fatto che l’ultima operazione, come tracolla o manico della borsa, è omessa per essere completata in Italia e avvalersi, al pari dell’alimentare, delle pieghe della normativa per una “contraffazione legale”.

Quello che è emerso dall’inchiesta fa tornare ai tempi della schiavitù, non solo nelle condizioni di lavoro degli “schiavi del lusso”, così “Report” li ha definiti, ma nella remunerazione che li strangola imposta dalle case di moda. Mentre i prezzi di vendita al pubblico sono a livello stratosferico.

“Abbiamo sempre pensato – ha commentato Milena Gabanelli in studio – che la differenza fra un accessorio di lusso e un altro comprato al mercato fosse nei materiali e nei costi di produzione. Non è sempre così, succede che si vende a 3500 quello che costa 100, e se vogliamo esagerare 150. Qualcuno le può chiamare regole di mercato, ma il fatto è che si risparmia sulla parte artigianale, cioè quella che dà valore aggiunto alla griffe e all’etichetta. Eppure chi la indossa di solito ignora che a monte non ci stanno le mani esperte e raffinate di un artigiano, ma quelle di un clandestino”.

I controlli della Guardia di Finanza cercano di contrastare il fenomeno, ma i mille rivoli sfuggono perché se i lavoratori irregolari vengono identificati, continuano sotto altri sub fornitori in un meccanismo che definiremmo “l’inferno del lusso”. Come si può puntellare un sistema così anomalo con l’impari lotta alla pirateria dilagante perché viene di fatto favorita dalle stesse case per i prezzi iugulatori e l’assenza di controlli sui sub fornitori, se non per la qualità? La pirateria ne è la logica conseguenza perché nei compensi imposti è insita l’irregolarità nell’esecuzione, altrimenti non si potrebbero rispettare. Proteggere questo sistema non vuol dire difendere il “made in Italy”, tutt’altro, perché a tali livelli infimi è assente l’artigianato italiano con la sua tradizione di qualità.

Lo ha detto chiaramente la Gabanelli: “In pratica stiamo trasferendo ai cinesi una competenza che è solo nostra e che tutto il mondo ci invidia. Alla base di questo processo di svilimento, non è il piccolo pellettiere ma, incredibile, l’industria del lusso, proprio chi non ne avrebbe bisogno. Infatti i cinesi si sono insediati là dove c’è un polo manifatturiero, e l’artigiano locale è andato a farsi benedire sotto i colpi della concorrenza sleale. Ma la logica dell’articolo di lusso è la stessa dell’articolo di largo consumo? Anche Dior, Dolce Gabbana e Louis Vuitton, come chi fa le ciabattine da mare o le magliette che si vendono sulle bancarelle, devono produrre al minor costo possibile altrimenti non ci stanno più dentro?”. E ancora: “Allora se tu puoi fare la scarpa in Cina, mettere la suola in Italia e scriverci ‘made in Italy’ perché la norma è così ambigua che te lo consente, lo fai. Addirittura qualche grande marchio può permettersi di fare la scarpa completa in Cina e poi cambiare l’etichetta. Sarebbe una frode. Ma un sistema che non protegge il vero ‘made in Italy’ pare faccia comodo a tutti. Tranne a chi lo fa davvero e a chi compra, perché a un prezzo alto non corrisponde una qualità alta. Poi se vuoi fare una griffa e venderla a meno, e la vuoi fare in Cina, sarebbe solo corretto scriverlo. Il nostro mercato più importante è quello americano, si fida sempre meno di noi, perché sa che produciamo molto fuori, ma possiamo non dichiararlo”.

Non è impossibile invertire la tendenza. Un operatore sardo, Antonio Marras, rintracciato da “Report”, ha reclutato ricamatrici locali per un lavoro dignitoso e regolare nella splendida cornice tradizionale della Sardegna, e funziona. Così l’autrice dell’inchiesta Sabrina Giannini: “Portare la tradizione regionale del suo ‘made in Italy’ vincendo la scommessa. E’ rimasto lontano dai riflettori del fashion system e dei poteri forti, eppure oggi disegna anche per il marchio di un’importante maison francese”.
E poi, come in “Furore” di Steinbeck il protagonista allo stremo approda in quello che era il “campo del governo”, un’isola di legalità e ordine, pulizia ed efficienza nel caos di miseria e di violenza della Grande depressione, così in “Report” la Giannini approda al “Consorzio 100% Italiano”; un’oasi nel deserto dove i costi di produzione con manodopera italiana regolare e certificata in ogni fase sono sì più elevati, 90-100 euro e con i materiali, anch’essi italiani e di qualità, i costi generali e quanto fa parte della gestione di un’azienda, si arriva a 250-300 euro franco fabbrica; ma il prezzo in vetrina può essere di 900-1000 euro, quindi il conto economico è sostenibile e dà ugualmente margini sufficienti, in compenso c’è un ciclo produttivo regolare e legale e una qualità elevata.

Saranno minori i profitti? Senz’altro, ma saranno ugualmente elevati. Ha ragione la Gabanelli:“Allora parliamo del mercato del lusso, oggetti così esclusivi che non hanno prezzo. Quindi il fatto che da noi il costo è così elevato non dovrebbe incidere. E quei 20-30 euro in più su questi accessori salverebbero un intero settore e certamente non limiterebbero la vendita di beni destinati a consumatori ricchi. Ma con ogni probabilità non c’è limite alla sete di profitto”.

Saranno minori le possibilità di spese di promozione e pubblicità, sfilate e vetrine, che sono ingenti nelle grandi case, peraltro cosi attente nel contenere i costi a livello produttivo? Può darsi. Ma rinunciare un po’ a questo“lusso” per mantenere le condizioni minime di un “made in Italy” di qualità anche nel rispetto della legalità è il meno che si possa pretendere, anche perché avere sotto al “lusso” la miseria più degradante è grottesco: fa pensare a un gustoso film del grande Totò che sotto al vestito inappuntabile aveva soltanto il collo, la pettorina e i polsini della camicia, ma quella era miseria vera e non una situazione indotta dall’avidità come quella che viene denunciata.

Altrimenti coloro che si comportano in questo modo – anche se sono case rinomate, ma di fatto operanti in un’illegalità solo formalmente coperta dai sub fornitori – si dovrebbero lasciare soli alle prese con la contraffazione da loro stessi suscitata con una filiera produttiva che disperde il loro “know how” all’esterno in mille rivoli e genera “disoccupati del lusso” scaricati nelle fasi depressive senza garanzie né ammortizzatori e “schiavi del lusso” che lavorano in condizioni subumane.

Ma non si deve arrivare a tanto. Ha affermato Andrea Calistri, Presidente del “Consorzio 100% Italiano”: “Le grandi griffe hanno, come dire, atteggiamenti con noi di dialogo aperto sull’argomento, non possiamo però non considerare il fatto che le grandi griffe sono molto spesso aziende globalizzate, e che proprio questa globalizzazione spinta, probabilmente, porta a fare scelte non esattamente drastiche come quelle che abbiamo fatto noi. E’ etico dire: ‘Io faccio prodotti in Italia in aziende certificate’ e farlo davvero, così com’è etico dire: ‘Io faccio i prodotti in Cina’. E li faccio davvero in Cina, oppure li faccio in India e li faccio davvero in India. Ho imparato che non è etico scriverci ‘made in Italy’ e fare i prodotti in Cina”.

Ha detto a “Report” Diego della Valle, noto proprietario di una “griffa” della moda: “Io sono un sostenitore totale del ‘made in Italy’ in questo senso: io dico ad altri marchi importanti come i nostri che noi dobbiamo stare molto attenti a non annacquare la grande considerazione che hanno nel mondo del ‘made in Italy’. Quando la gente ha del denaro, soprattutto in questi paesi emergenti vuol comprare i grandi marchi italiani e anche il ‘made in Italy’, ma questo serve soprattutto a preservare il grande artigianato italiano. Beh, io sono dieci o quindici anni che dico che se non stiamo attenti il ‘made in Italy’ un po’ alla volta ce lo giochiamo e adesso un bel pezzo di strada è stata fatta. Ho l’impressione che più che urgente è già tardi”.

Viene bene a questo punto la proposta della Gabanelli che, se tradotta in apposita normativa, potrebbe essere risolutiva: ”Fare pressione in sede europea affinché venga approvata una legge chiara sull’obbligatorietà della provenienza del prodotto e definisca ‘made in Italy’ ciò che realmente è fatto qui, non solo la suola della scarpa o il manico delle borse. Forse c’è ancora tempo di recuperare la credibilità di un marchio che ci distingue nel mondo ed anche il relativo indotto. Adesso le leggi sono così contorte che permettono ai furbi di fare i furbi”.

Alcune considerazioni sugli elementi emersi

Cosa è emerso, dunque, nel nostro viaggio in un labirinto insolito e inquietante, pieno di sorprese? Iniziato con la ricerca del Censis-Ares e proseguito seguendo le due inchieste di “Report”?

Intanto si distinguono due realtà diverse: quella in cui l’azione di contrasto difende da rischi per la salute e da frodi commerciali; e quella nella quale si tratta invece di proteggere interessi che sono legittimi ma dovrebbero comunque mettersi da se stessi in condizioni di minore vulnerabilità.

Nel primo caso la mobilitazione speciale con risorse pubbliche anche ingenti dedicate al contrasto è doverosa e sacrosanta, rientrando nei compiti dello Stato tutelare con ogni mezzo, anche straordinario, i consumatori indifesi di fronte alle pericolose irregolarità che li minacciano.

Nel secondo caso non si tratta di vera tutela dei consumatori, perché sono consapevoli di quello che acquistano. Lo ha detto il presidente del Censis Giuseppe De Rita alla presentazione della ricerca del Censis-Ares: “Entra nella struttura sociale voler spendere poco e apparire molto”; e nell’introduzione ha scritto della “poco diffusa consapevolezza da parte dell’opinione pubblica dei danni economici e sociali della contraffazione, che vengono considerati solo in concomitanza di episodi di cronaca eclatanti su cui si appuntano, di tanto in tanto, i riflettori dei media”. E il Ministro dello sviluppo economico Claudio Scaiola, nel cui dicastero c’è la Direzione generale dedicata alla lotta alla contraffazione, ha scritto a sua volta che questa è “vissuta dalla stragrande maggioranza della popolazione come un ‘fenomeno di costume’, un’‘infrazione veniale’, quasi un atto di solidarietà sociale nei confronti di soggetti bisognosi”. Lo sono coloro che espongono per strada merce a basso prezzo, i quali sarebbero portati a delinquere, spacciare droga o prostituirsi se non avessero quella modesta fonte di guadagno. Questo è il grave pericolo per la sicurezza pubblica da scongiurare non accanendosi contro di loro, pur nel doveroso rispetto della legge, altro che buoni sentimenti!

Ne deriva che uno dei “fronti” della battaglia è proprio, sempre nelle parole del Ministro, “la sensibilizzazione delle diverse fasce di consumatori, a partire dai più giovani”. Gli altri due fronti sono: “L’inasprimento e la rigida applicazione delle sanzioni”, coinvolgendo la Guardia di Finanza, le Dogane, le amministrazioni centrali e periferiche dello Stato; “il rafforzamento della collaborazione a livello internazionale per garantire la tutela del ‘made in Italy’ nel mondo”.

Vorremmo aggiungere un quarto fronte, in cui devono impegnarsi le case produttrici, le “griffe”, soprattutto se gli interessi da tutelare sono i loro interessi e non quelli generali che includono i consumatori; tanto più che “la popolazione deve essere sensibilizzata” affinché collabori all’azione di contrasto. Perché non “sensibilizzare” anche loro a impiegare le proprie risorse in questa azione? In effetti è quanto si è verificato nel mondo del calcio, anch’esso caratterizzato da esibizioni miliardarie per quanto riguarda remunerazioni dei calciatori, diritti televisivi e quant’altro; il tutto senza sostenere costi connessi a tale forma di spettacolo, come quelli per la sorveglianza all’interno degli stadi, fino a poco tempo fa affidata totalmente alle forze dell’ordine. Di recente si è presa coscienza dell’anomalia insita nella devoluzione dei profitti ai soggetti privati in presenza di pesanti costi per garantirli gravanti sulla finanza pubblica, e si sono obbligate le società ad accollarsi il costo della sicurezza interna con un sistema di sorveglianza privato affidato ai cosiddetti “steward”pagati da loro, collegati con le forze dell’ordine ma non mobilitati a surrogare le società.

Per alcuni settori attaccati dalla contraffazione, particolarmente quello del “lusso”, l’esibizione miliardaria è non meno eclatante, anzi i profitti raggiungono livelli massimi rispetto ai deficit calcistici, tanto da creare quei meccanismi psicologici di cui parlava il Ministro; e sarebbe altrettanto impopolare la mobilitazione speciale e massiccia delle forze dell’ordine, che hanno compiti prioritari rispetto a questi. In analogia con l’azione negli stadi, anche nel campo in esame dovrebbe esserci un impegno massiccio delle imprese con l’accollo dei relativi costi.

E’ stata scartata nel Convegno l’ipotesi, pur prospettata, di ridurre la differenza di prezzo rispetto ai prodotti contraffatti, sebbene possa essere risolutiva; in fondo è quanto avvenuto nei medicinali con l’ingresso sul mercato dei farmaci generici, scaduta la licenza dei farmaci “griffati”, a prezzi abbattuti di netto; ebbene, quelli “griffati” sono potuti restare sul mercato se hanno ridotto drasticamente i propri prezzi, non più giustificati sul piano dei costi ma mantenuti a quei livelli dalla posizione monopolistica, cessata la quale non hanno più avuto fondamento. I farmaci generici sono stati incoraggiati anche dal servizio sanitario al fine di ridurre i costi della spesa farmaceutica.

Nel caso delle “griffe” nell’abbigliamento è difficile mantenere il differenziale di prezzo, ben più abnorme di quello nei farmaci, solo con misure di polizia per puntellare una situazione insostenibile di per sé, nelle condizioni di cui si è detto determinate dalle imprese per massimizzare i profitti. Soprattutto quando i prodotti offerti nel circuito clandestino a prezzi vicini ai costi di produzione, di frequente sono gli stessi venduti dalle case a prezzi diecine di volte più elevati, come si è visto.
Se ne rendono conto tutti coloro che si soffermano su questi aspetti. Il direttore del Censis, Giuseppe Roma, a una nostra domanda su come si spiegano queste abnormi differenze ha risposto che gli alti prezzi “sono giustificati dall’idea e dal marchio che c’è dietro”; e quando abbiamo parlato della facilità della contraffazione dovuta all’assenza di un’alta qualità di materiali e manodopera, quindi con un basso costo di produzione, ha osservato sconsolato: “Questa è la tragedia”. Lo stesso col. Vittorio Di Sciullo della Guardia di Finanza, alla nostra osservazione al termine del Convegno che andrebbero distinte anche nell’azione di contrasto le due forme di contraffazione perché il pericolo sociale è ben diverso, ha detto: “Questo è un problema”.
E’ vero che – come il colonnello aveva giustamente affermato – il “made in Italy” è un valore da proteggere, e lo abbiamo sostenuto anche per il settore alimentare nella linea del Ministro Luca Saia e del presidente della Coldiretti Sergio Marini. Ma è altrettanto minacciato dalle case che delocalizzano la produzione facendo venire meno l’apporto dell’artigianato italiano, lo ha detto Diego della Valle.

Possibili linee di intervento

Una sia pure parziale soluzione ai problemi fin qui evidenziati può essere trovata sviluppando una linea di intervento che riprende l’iniziativa – citata dal direttore del Censis nel Convegno citato – di un produttore del settore il quale ha attivato proprie indagini nei paesi della contraffazione segnalando poi alle autorità doganali i “container” con le merci contraffatte; è un esempio da seguire di impegno e partecipazione diretta all’azione di contrasto sostenendo per essa dei costi soprattutto quando i profitti sono abnormi come dimostrano i bilanci delle case della moda e gli investimenti di ingenti capitali perfino in mega alberghi di lusso in tutto il mondo.

Facciamo un’associazione di idee molto ardita ma per noi pertinente. La critica di Alessandro Baricco ai finanziamenti alla cultura è stata incentrata sul fatto che non si interviene alla radice, al momento formativo ma a valle, quando ci si è dispersi in mille rivoli che si cerca di intercettare con un’azione a quel punto forzatamente velleitaria e inefficace. E’ quello che si dovrebbe fare anche nella contraffazione se è del tipo ora illustrato, eliminando le condizioni che la favoriscono, in modo da non doverne rincorrere i mille rivoli sul mercato con insostenibili costi per lo Stato.

Si dirà che intervenire sulla delocalizzazione e quant’altro aumenterebbe i costi delle case produttrici; ma abbiamo già visto che i loro bilanci lo sopporterebbero. E migliorerebbe l’accettabilità sociale dell’azione di contrasto contro quello che, riportiamo ancora le illuminanti parole del Ministro Scaiola, è “vissuto dalla stragrande maggioranza della popolazione come un ‘fenomeno di costume’, un’‘infrazione veniale’, quasi un atto di solidarietà sociale nei confronti di soggetti bisognosi”. Mentre non vi è altrettanta solidarietà per le celebri case “griffate” se agli artifici della delocalizzazione multinazionale aggiungono le irregolarità denunciate da “Report”.

Quindi non ci sembra fuori luogo fare appello alla responsabilità sociale dell’impresa sul doppio versante dell’adozione di modelli produttivi meno esposti alla contraffazione per il loro intrinseco contenuto; e dell’impegno diretto con l’accollo di parte dei costi nell’azione di contrasto.

Non è velleitario richiedere questo, l’esempio che ciò è possibile è dato dall’impegno dell’Ares-Aico, la grande impresa farmaceutica da molti anni in prima linea in questa condivisione di responsabilità e di costi per un’efficace azione di contrasto. Questo suo impegno, evidente anche nella ricerca svolta con il Censis, si è tradotto nella “tracciabilità” del farmaco, un procedimento messo a punto con la mobilitazione dell’impresa, che ha praticamente azzerato le possibilità di contraffazione nei circuiti di distribuzione dei medicinali, quando negli altri principali paesi si hanno percentuali consistenti, dall’1 al 3%. Risultato questo di importanza straordinaria avendo a mente l’estrema a pericolosità dei farmaci adulterati per la salute e la sicurezza di tutti.

Non solo, ma la responsabilità sociale dell’impresa, nel caso dell’Ares-Aico è andata oltre il proprio campo di azione: assume infatti una valenza generale il suo progetto di estensione della “tracciabilità” anche ai prodotti degli altri settori presi di mira dalla contraffazione.

Potrebbe essere l’uovo di colombo per assicurare almeno che le produzioni ufficiali e regolari siano certificate in ogni fase del processo, cosa che implica la riconsiderazione dell’intera filiera produttiva e distributiva da parte delle case “griffate” e non, coinvolte nel meccanismo infernale che si è descritto; e anche per far contribuire le imprese interessate a sostenere i costi dell’azione di contrasto derivanti da questo progetto. La revisione del meccanismo produttivo è necessaria perché altrimenti neppure la riconoscibilità della contraffazione aiuterebbe e, chiusi i canali regolari, si moltiplicherebbero quelli irregolari perché ne rimarrebbero inalterate le premesse.

Ci sembra poter ripetere in tranquillità di coscienza di non ritenere giusto che tutti i costi dell’azione di contrasto siano accollati alla finanza pubblica dando un compito titanico alle forze dell’ordine, soprattutto perché il fenomeno è alimentato dalle anomale modalità della produzione, tali da dar luogo all’abnorme dilatazione di profitti privati a fronte di crescenti, insostenibili costi pubblici. E quando le modalità anomale sconfinano nelle violazioni palesi si deve dire alle imprese che le commettono, allorché denunciano le contraffazioni, l’antico ma sempre ammonitore “medice cura te ipsum”. Né la Ares-Aico può essere lasciata sola a battersi sul fronte dell’impresa privata nell’azione di contrasto. La responsabilità sociale dell’impresa non può che essere collettiva.

Su questo versante la ricerca non si è inoltrata, anche se ha lanciato dei segnali nell’indicare come la contraffazione sia alimentata dal fatto che una produzione così delocalizzata sfugge ai controlli; e non possono essere surrogati dall’azione repressiva nei mille rivoli della distribuzione. Lo stesso presidente dell’Ares, Franco Staino, preoccupato del dilagare del fenomeno anche al di là dei dati rilevati con la ricerca, ha scritto nell’introduzione: “Dobbiamo prendere atto e quindi indicare soluzioni radicali, poiché in molti casi gli stessi produttori non sono in grado di distinguere il prodotto ‘vero’ da quello ‘contraffatto’”. E ha aggiunto: “Noi pensiamo concretamente di collaborare con gli Stati e i produttori per divulgare uno strumento di controllo sistematico e costante”. E lo ha così descritto: “Una soluzione in grado di dare a prodotti immessi in commercio, senza interferire eccessivamente nel processo industriale, valori aggiunti quali la sicurezza dell’originalità, la tracciabilità di tutti i passaggi fino al consumatore, l’accertabilità del rispetto del processo distributivo in ogni momento e la rintracciabilità ai fini del ‘recall’ o altri eventi straordinari”. E infine: “La certificazione dei movimenti delle merci destinate all’impiego o al consumo – come l’esperienza del farmaco immesso in commercio in Italia già dimostra – si traduce anche in uno strumento per l’esercizio del controllo dovuto dalla pubblica amministrazione che sarà reso così efficiente da diventare uno strumento di prevenzione”.
C’è tutto in una dichiarazione così impegnativa, anche l’interferenza nel processo industriale che abbiamo ritenuto necessaria, e per alcuni settori forse dovrà anche essere “eccessiva”.

Il: progetto di “tracciabilità” dell’Ares e la relativa ricerca sul campo

A questo punto il re è nudo, si potrebbe dire. Perché c’è un modo di far venire allo scoperto le anomalie denunciate da “Report” o dimostrarne l’inesistenza, dato che va sempre praticata la doverosa presunzione di “innocenza”, pur nella fiducia che il programma della Gabanelli ha saputo conquistarsi sul campo, anche con gli unanimi riconoscimenti giudiziari della propria correttezza.

Ci sembra che questo risultato si possa ottenere con la realizzazione del progetto “SI.T.R.I.S.” proposto dall’Ares “per la tracciabilità e la rintracciabilità integrale di sicurezza dei beni di consumo e dei prodotti tecnologici” in quanto consentirebbe di ripercorrere ogni fase della “filiera del lusso” verificandola e certificandola, quindi garantendone anche la legalità oggi così discussa. Sarebbe inoltre un modo per dare maggior “valore” ai prodotti certificati e al relativo “made in Italy”, con la certificazione di origine e provenienza anche della lavorazione artigianale.

Si dirà che non si può sollevare il toro dalla coda, come sarebbe voler riportare a normalità un sistema degenerato, per i motivi citati, basandosi su un procedimento di certificazione. Eppure crediamo che il tentativo vada fatto, e le autorità pubbliche dovrebbero appoggiare l’iniziativa che si risolverebbe nella semplificazione e in una maggiore efficacia della loro azione di contrasto.

Naturalmente sarebbe necessario che le maggiori case del “lusso” si impegnassero in questa azione di tutela del proprio settore anche se va a scoprirne le carte, assumendo le iniziative più opportune, come ha fatto meritoriamente l’Ares andando oltre il proprio campo di attività. E allora, per formulare una proposta costruttiva di valenza immediata, intravediamo le linee direttrici di un nuovo progetto di ricerca che intanto analizzasse ciò che avviene alla radice del fenomeno, dopo averne verificato le conseguenze a valle. Sarebbe comunque un presupposto per passare all’eventuale sviluppo del progetto di “tracciabilita”; e, nel caso non si trovi il consenso su questo progetto, darebbe intanto indicazioni per la difesa del “made in Italy” e della legalità.
Ci interesserebbe sapere cosa ne pensa l’Ares-Aico. Potrebbe farsene promotrice insieme al Censis con il quale ha già esplorato il campo della contraffazione? Risalendo dalle conseguenze alle cause per ora soltanto delineate? E in questo caso cercherebbe di coinvolgere le imprese del “lusso”?

Sono domande che poniamo e speriamo non restino senza risposta. In merito all’ultima ci sentiamo di dire che se si riuscisse a coinvolgerle, nessuno potrebbe dire di loro: “sotto il vestito niente”.

4 Comments

  1. Romano Maria Levante

Postato giugno 10, 2009 alle 10:24 AM

Illustre Presidente Staino,
Le sono grato dell’apprezzamento, sarà la mia formazione di dirigente dell’ENI per una vita a farmi vedere nell’iniziativa dell’azienda da Lei presieduta una lodevole espressione di responsabilità sociale dell’impresa; aggiungerei, in un’ottica manageriale, che altrettanto lodevolmente vengono messe a frutto le competenze sviluppate all’interno per un’applicazione all’esterno (in ENI si valorizzò la cosiddetta “catena del valore” trasformando le divisioni di progettazione, perforazione e montaggi nelle consociate Snamprogetti, Saipem e Nuovo Pignone operanti anche per i terzi).
Lo consideri un augurio per il progetto della “tracciabilità” da utilizzare all’esterno della Sua azienda negli altri settori colpiti dalla contraffazione. Sono lieto che Lei abbia colto il mio messaggio – e mi è parso anche il Suo convincimento – che non si può operare soltanto a valle con la repressione impegnando le forze dell’ordine in un’azione di contrasto impari, e sarebbe utile l’opinione del col. Di Sciullo della Guardia di Finanza, relatore al Convegno del Censis e dell’Ares. Ma occorre promuovere nuovi assetti nella filiera produttiva sia nel lusso, innocuo per la sicurezza ma deleterio per l’immagine del “made in Italy”; sia nei settori alimentari e tecnologici in cui è a repentaglio la sicurezza dei consumatori al pari del farmaceutico, protetto però dalla “tracciabilità”.
E qui, sfidando il rischio di sembrare presuntuoso, mi permetto un’aggiunta, forse superflua se l’impostazione di Censis e Ares è di questo tipo. Mi tornano in mente le ricerche che qualche volta facevamo in ENI e chiamavamo “progetto-ricerca” dato che univano la parte applicativa a quella teorica, come fosse ricerca e sviluppo piuttosto che solo ricerca di base. Perché non abbinare nella seconda fase, che Lei con lungimiranza sta impostando con il Censis, un’applicazione concreta per un prototipo di “tracciabilità” su un settore o un’impresa campione? Meglio se due applicazioni, una per la “tracciabilità” a tutela del “made in Italy”, l’altro per la “tracciabilità” a tutela della sicurezza. Dove il Censis metterebbe a frutto le sue capacità di Centro studi per l’indagine e l’Ares quelle di impresa impegnata in concreto sul terreno della “tracciabilità” per la parte applicativa.
E’un’idea, spero non peregrina, suggeritami dal Suo commento ricco di elementi su cui riflettere e anche di autentica passione civile. Non consideri presuntuoso il contenuto della mia risposta, ci veda altrettanta passione civile. E colga la gratitudine per il Suo apprezzamento che giro interamente alla nostra Rivista. Tanto è lo spazio e la libertà che mi concede, tanto lo spirito di servizio che ha fatto accogliere ampi resoconti oltre che sulla contraffazione, sulle malattie rare e sui farmaci innovativi, sulle malattie della globalizzazione e sui servizi pubblici fino alla Rai, sui territori di eccellenza e sulla resistenza alla crisi, oltre che sul terremoto con il Direttore in prima linea.
Per tutto questo, illustre Presidente, La ringrazio, anzi La ringraziamo di cuore.
Romano Maria Levante

  • Franco Staino

Postato giugno 8, 2009 alle 2:29 PM

Egregio  Dr. Levante,
con la presente Le invio i miei ringraziamenti per il grande lavoro che state sviluppando per l’informazione in generale e sulla contraffazione in particolare. Questo fenomeno, come anche i recenti studi dicono, è grave, in progressione e soprattutto investe anche i prodotti di largo consumo e sensibili anche sul piano igienico sanitario. Sulla strada segnata dalla globalizzazione la contraffazione fa il proprio percorso con scaltrezza e voracità. Le imprese si demotivano, i consumatori sono sottoposti a rischi, gli operatori della distribuzione rimangono esposti alla malavita. Una catena disastrosa che deve essere interrotta.
Le forze dell’ordine fanno molto ma quello che ci vuole è un sistema in grado di porre rimedio a monte e senza intaccare i costi (prezzi) dei prodotti medesimi. Il contributo dato da ARES in questa direzione crediamo sia notevole e l’esperienza del farmaco in Italia un fatto esemplare.
Le domande che sono state poste direttamente ad ARES in un recente articolo del Suo giornale ci hanno fatto ritardare il riscontro. Non tanto per prepararci ma perché volevamo effettuare un programmato incontro con il CENSIS per fare il programma del prossimo step di collaborazione. Questo è avvenuto ed oggi possiamo preannunciarvi un secondo studio/ricerca che andrà ad approfondire ulteriormente la prima analisi e ad affrontare specificatamente le problematiche del made in Italy. Come constaterete anche su questo piano ci sentiamo molto dinamici e coerenti con il nostro programma generale.
Il fatto che ci sentiamo sostenuti dai mass media è certamente un rafforzativo in questo sforzo che si accompagna ad un impegno su tutti i settori di sviluppo della nostra realtà imprenditoriale.
Cordialmente
Franco Staino

Postato maggio 22, 2009 alle 12:49 PM

Mi sembra ovvio che se si esporta la conoscenza all’estero, una volta che essa è acquisita è da considerarsi persa.

E’ un bene iniziale ma un male successivo.

  • Piero Sivitilli

Postato maggio 21, 2009 alle 10:48 PM

Un articolo molto interessante. Dà piacere a leggerlo!

Piero Sivitilli – Toronto, Canada

L’Aquila, Musica e Folclore per l’Abruzzo a Piazza di Spagna, 40 giorni dopo il sisma

da cultura.inabruzzo.it, 18 maggio 2009 – Ripubblicato in www.arteculturaoggi.it, stessa data

di Romano Maria Levante

E’ stato inconsueto vedere la scalinata di Trinità dei Monti e l’area intorno alla Barcaccia deserte in una calda mattinata domenicale; c’era una transenna che impediva alla folla di romani e di turisti di transitarvi e di sostare. Poi, nel primo pomeriggio la scena si è animata, gruppi musicali e folcloristici hanno cominciato ad affluirvi, la gente si è accalcata, lo spettacolo è iniziato. E’ domenica 17 maggio 2009, la Giornata nazionale della musica popolare organizzata dal Ministero dei Beni culturali, una novità che assume da subito un significato del tutto particolare.Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è AQUILA-Spagna.jpg

La simbiosi tra le Corali abruzzesi dell’Aquila e l’Orchestra di Cesenatico di Mirko Casadei
I primi gruppi che si schierano alla base della scalinata sono quattro complessi abruzzesi, precisamente dell’Aquila, vengono da alcune delle località più colpite dal terremoto. Si tratta di corali nei pittoreschi costumi tradizionali, che hanno nomi familiari: Coro della Portella di Paganica, Schola cantorum di Barisciano, Associazione polifonica di Tempera, Associazione corale “Gran Sasso” di L’Aquila. Intonano i loro canti popolari, il folklore abruzzese fa vibrare di emozione la piazza, per quello che significa cantare di nuovo dopo essere stati toccati dalla tragedia.

Ma il calore dell’accoglienza della gente, le parole della presentatrice Silvia hanno rincuorato i componenti dei gruppi, li hanno fatti sentire ospiti d’onore oltre che partecipanti di una festa collettiva nel segno della musica popolare: che vuol dire tradizioni e memoria, identità e appartenenza dove si esprimono le più riposte virtù di un popolo, la sua autentica anima. Ed è nel ritorno alle proprie radici che si può trovare la forza per ricominciare, riprendersi, andare avanti.

A fianco dei primi quattro gruppi si è subito schierata in una simbiosi altamente simbolica l’Orchestra Casadei, un nome che ha fatto la storia della musica popolare italiana, rappresentata da Mirko Casadei, dalla terza generazione dopo Secondo Casadei e il successore, anch’egli ormai mitico, Raul. Mirko Casadei, come il padre, è insieme cantante e presentatore, direttore e animatore e con la sua simpatia e bravura ha aiutato a rompere il ghiaccio, se si può usare questo termine in una giornata così calda, e non solo in termini meteorologici. Il suo arguto cappellino e la sua voce festosa hanno punteggiato l’intero pomeriggio come la sua musica popolare, che è italiana e non solo romagnola anche se viene da Forlì-Cesena, precisamente Cesenatico.

E’ stata una simbiosi simbolica, abbiamo detto, con la musica abruzzese, perché entrambe vanno alle radici della sensibilità popolare, toccano il cuore, fanno vibrare le corde del sentimento. E ascoltarle insieme così vicine e così da vicino è stata un’emozione tradottasi in applausi scroscianti. Ma c’è un altro motivo perché l’accoppiata sia risultata così indovinata: l’intensa partecipazione di Casadei a questa emozione, espressa in una vicinanza intima, evidente nelle sue parole e nell’atteggiamento avuto per l’intero pomeriggio.

Abbiamo voluto verificarlo parlandogli direttamente: “Non potevamo mancare- ci ha detto – non solo perché ci sentiamo di rappresentare le radici della musica popolare, ma soprattutto per essere vicini alla gente d’Abruzzo così duramente colpita”. Le parole successive fanno capire che c’è molto di più di un generico anche se sincero sentimento: “L’Abruzzo è una regione alla quale siamo legati in modo particolare, e non solo per la vicinanza geografica quanto perché ci ha dimostrato sempre molto affetto, conosciamo bene la sua gente avendo suonato in tutte le località, grandi e piccole, ci hanno chiamato e ci hanno accolto con grande simpatia e calore”. Mirko ricorda l’accoglienza che ebbe il loro spettacolo a Paganica e aggiunge: “Per questo ci sentiamo in debito con l’Abruzzo e il 29 maggio, nel nostro tour partito il 15 da Cuneo che attraverserà l’Italia fino alla Sicilia, ci sarà la serata benefica a L’Aquila tra i colpiti dal terremoto per portare un po’ di allegria tra tanta tristezza”. E in conclusione dedica espressamente all’Abruzzo il loro motto: “Si scrive Casadei e si legge festa”. In effetti, anche per suo merito, in Piazza di Spagna c’è stata festa.

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Il gemellaggio virtuale tra Abruzzo e Lazio

I complessi abruzzesi presenti in Piazza di Spagna non sono stati soltanto questi. Altri quattro, sempre della provincia dell’Aquila, si sono aggiunti alle Corali, dopo aver sfilato da Piazza Augusto Imperatore risalendo Via Condotti. Tra i primi ad unirsi a quelli ai piedi della scalinata, ecco due gruppi folk: il “Sirente” di Castelvecchio Subequoe il “Luigi Venturini” di Tagliacozzo, Più tardi hanno completato la nutrita rappresentanza regionale il Corpo bandistico città di Paganica, preceduto da un grande cartello retto da due deliziose bambine; il clarinettista ci ha detto che avevano avuto distrutta la sede, molti strumenti e sopratutto l’atroce perdita della madre di uno di loro per il terremoto, la gente ha capito il loro sforzo per riprendersi e li ha applauditi. E il Complesso bandistico città di Tagliacozzo.

E’ stata una prova straordinaria di vitalità della gente aquilana e della sua anima popolare questa ricostituzione e rinascita di otto gruppi musicali e folcloristici che hanno onorato la giornata nazionale; della quale si deve rendere merito al Ministero Beni Culturali che ha promosso l’iniziativa con il supporto del Sindaco di Roma e della Presidenza del Consiglio. Berlusconi non ha fatto mancare il suo saluto con una lettera per nulla rituale letta dalla presentatrice Silvia.

Ma torniamo alla festa, i gruppi che sfilano lungo Via Condotti affluiscono a ritmo incalzante, è il caso di dirlo, perché entrano in Piazza di Spagna e si collocano lungo la scalinata facendo vibrare l’aria con le loro musiche, spesso fatte di forti percussioni, e sciorinando i colori dei loro abiti e divise e delle loro bandiere. E a proposito di bandiere c’è l’ingresso spettacolare di quaranta vessilli di paesi esteri, e la loro collocazione alla sommità della scalinata a rappresentare simbolicamente il significato internazionale della musica che supera le barriere e unisce storie e tradizioni.

Notiamo che dopo e tra i gruppi abruzzesi la rappresentanza più nutrita è dei gruppi laziali. Alla fine ne contiamo otto, lo stesso numero di quelli d’Abruzzo: due sono romani (la Banda musicale “Corbium” di Roccapriora e il Corpo folklorisico musicale “Compatrium” di Montecompatri) due di Viterbo (il Gruppo musicale folk “La sbandata” di Chia, le Sbandieratici e il Gruppo storico musicale città di Viterbo), tre di Frosinone (l’Associazione bandistica musicale città di Sgurgola, la Banda musicale “Massimo Pagliei” di Villa Santo Stefano, l’Amaseno harmony show band di Amareno; e per finire un gruppo di Rieti, l’Associazione musicale città di Pescorocchiano.

E allora ci piace immaginare che nella magica Piazza di Spagna sia avvenuto un gemellaggio non dichiarato ma vissuto nella fusione della musica e del folklore popolare, nei loro suoni e nei loro colori, tra Abruzzo e Lazio, così vicine e unite anche per altri versi e oggi più che mai.

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La presenza corale delle altre regioni

A questo gemellaggio fanno corona le altre regioni, del Centro, Nord e Sud pur esse presenti. Dal Nord, e precisamente da Bergamo, è venuto il gruppo folkloristico “La Garibaldina” di Terno d’Isola, che rende onore al suo nome con sfavillanti camicie rosse, una bella macchia di colore sulla scalinata; da Torino il Turinstars Majorettes, con le loro gambe tornite e le bandiere; da Trento il Corpo musicale “Giuseppe Verdi” di Condino.

Dal Centro, ad Abruzzo e Lazio si sono unite le vicine Marche, è venuto da Ascoli Piceno il Complesso bandistico città di Falerone. Dal Sud, dopo l’apertura del corteo con il Gruppo majorettes Città di Rapone, i primi a sfilare sono stati il Complesso bandistico “Leonardo da Vinci” città di Pallagorio venuto da Crotone e il Complesso bandistico città di Ordona, venuto da Foggia; infine la Banda civica città di Sarno venuta da Salerno.  Non è mancata, per completare una partecipazione già così nutrita, una colorata delegazione di gruppi folcloristici provenienti da varie regioni.

A conclusione della sfilata, prima del momento culminante finale, c’è stata la parte cerimoniale con la consegna degli attestati di partecipazione ai singoli complessi, nonché dei premi a due Istituti scolastici di Campobasso e Cannara presenti alla manifestazione con i dirigenti e gli alunni autori degli elaborati migliori; e sono stati un parterre colorito ed animato.

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I momenti culminanti della manifestazione

Ma è stato ancora l’Abruzzo protagonista con le commosse parole di Vincenzo Vivio, delegato a rappresentare i gruppi abruzzesi presenti alla manifestazione di Roma e nei comuni della regione: “Non è stato facile venire a cantare qui – ha detto -Potete immaginare le condizioni in cui si vive nelle zone del terremoto, in tenda, con tante famiglie nel dolore. Ma abbiamo voluto fare lo sforzo di esserci, perché vogliamo continuare, vogliamo agire, vogliamo andare avanti. La musica ci salverà”.

Subito dopo si è levato, quasi per magia, il canto di “Vola, vola”, mai apparso così profondo e intenso, così carico di significati. E quella musica che “ci salverà” ha fatto volare davvero tutti.

E dato che siamo tornati alla musica non possiamo dimenticare gli altri canti. Abbiamo dovuto distaccarcene con dispiacere per seguire la sfilata dei tanti complessi, non potevamo ometterli perché al di là della lista che può apparire tediosa ci sono stati i suoni, i colori. Abbiamo citato soltanto il rosso delle camicie garibaldine, ma ce n’era una sinfonia, tutte le gradazioni dell’iride, dalle tinte fredde riscaldate dal sole e dalla passione a quelle calde, in tutti gli accostamenti; e poi cappelli e pennacchi, vessilli e costumi d’epoca, e altro ancora.

Ma ora i canti. Il folk abruzzese lo conosciamo, di “Vola vola” abbiamo detto. Non c’è stato “Tutte le fontanelle” e neppure “Il lamento della vedova”, sarebbe stato forse troppo triste, si doveva ricordare con il folk della tradizione e poi volare sulle ali della speranza. Lo si è fatto.

C’era sempre Mirko Casadei – protagonista della manifestazione con gli abruzzesi ai quali pubblicamente ha detto più volte di essere vicino, e alle Corali lo era anche fisicamente – a riportare l’allegria con la sua musica popolare italiana, tiene a precisare, e non solo romagnola. Ed ecco “Simpatia” e “Romagna e sangiovese”, “Ciao mare” e “Romagna mia”, quest’ultima con “Vola vola” vera colonna sonora della manifestazione. Fino alla “Musica del mondo” conclusa da Mirko con il grido “Viva la musica, viva l’Abruzzo, viva L’Aquila!” E poi, ancora, “Romagna mia”.

E’ stata un’apoteosi, ma il “clou” è venuto poco dopo, con i gruppi sulla scalinata in un turbinio di colori e di bagliori inconsueto anche per una “location” così prestigiosa. Il suono e il canto corale prima dell’“Inno alla gioia” poi dell’“Inno di Mameli”. Una sorta di consacrazione dell’unità nazionale, anzi dell’unità europea dopo l’esibizione delle identità territoriali del nostro bel paese. Sapere che nello stesso momento questi due inni venivano cantati nelle manifestazioni di tutt’Italia e anche nelle zone terremotate, in particolare ad Onna, Tempera, L’Aquila, ha dato vera emozione.

Al termine, lo “sventolio” degli strumenti musicali sulla scalinata, prima del rompete le righe. Ma no, si fa per dire, i gruppi sono rimasti compatti e ordinati, è iniziata una nuova sfilata in senso contrario lungo via Condotti. Si sono sentite tante altre musiche, veramente spontanee e liberatorie, l’abbraccio della folla è stato ancora più vicino e intenso. Le luci del tramonto completavano lo spettacolo di una festa che proseguiva vivace e partecipata.

Ci sembra di poter dire che abbiamo vissuto qualcosa di più della Giornata nazionale della musica popolare. Abbiamo partecipato a una festa di popolo che ha consacrato l’amore per le tradizioni regionali e insieme per l’identità nazionale. E anche l’amore per l’Abruzzo.

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Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante alla manifestazione. Nelle 3^ foto Mirko Casadei  

One Response to Musica e Folklore per l’Abruzzo a Piazza di Spagna

  1. Catharina 31 maggio 2009 a 07:35

Io che sono Tedesca e non Abruzzese. Alla mia famiglia piace che siete andati a
Roma a cantare.

Tanti saluti da Catharina.

 

Censis-Ares, 1. La contraffazione e le azioni di contrasto

di Romano Maria Levante

A Roma un Convegno del Censis-Ares, tenutosi nella Sala capitolare del Senato,  dedicato al problema della contraffazione e dei falsi. Lo abbiamo seguito per voi.

Questa volta il nostro viaggio alla scoperta dei lati nascosti dell’economia ci ha fatto esplorare il mondo della contraffazione. Un mondo di cui tutti hanno avuto qualche percezione, ma senza immaginarne le dimensioni, l’estensione e l’articolazione. Merito della ricerca del Censis e dell’azienda farmaceutica Ares-Aico sul tema: “Il fenomeno della contraffazione nel mondo e le ricadute sul mercato italiano – Gli scenari e le strategie di contrasto”. E’ stato analizzato un settore sempre più consistente o, per meglio dire, invadente. I risultati sono stati presentati a Roma il 22 aprile 2009 nella Sala capitolare del Senato con un’ampia partecipazione dei soggetti interessati.

Qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra un’azienda farmaceutica, dato che nell’esperienza corrente la contraffazione sembra prendere di mira soprattutto i prodotti di lusso dell’abbigliamento; ma l’azienda è da molti anni in prima linea nell’azione di contrasto per i medicinali, azione che ha avuto successo e i cui strumenti si vorrebbero mettere al servizio degli altri settori.

Dimensioni ed estensione del fenomeno

Per rendersi conto della vastità e dell’importanza del problema basti pensare che nel febbraio 2008 si è svolto a Dubai il terzo Congresso mondiale su contraffazione e pirateria con 1200 delegati provenienti da novanta paesi, nel quale si è constatato il continuo aumento del commercio illegale e l’utilizzo di metodi e strumenti sempre più efficaci per sfuggire ai controlli. La contraffazione rappresenta ormai il 7% del commercio mondiale, per un valore di 200 miliardi di dollari, cifra inferiore al totale perché non comprende i prodotti distribuiti entro i territori nazionali e via Internet.

Il continuo, tumultuoso sviluppo degli scambi internazionali portato dalla globalizzazione, come l’ingresso sul mercato di nuovi paesi, ha rappresentato un fattore di crescita anche di questo tipo di commercio fino a determinare effetti negativi perfino a livello macroeconomico, oltre che sui settori maggiormente investiti. A ciò va aggiunto il fatto che i contraccolpi non sono limitati al campo economico e commerciale, ma toccano la sicurezza dei consumatori per la non affidabilità dei prodotti contraffatti soprattutto nel farmaceutico e alimentare, nel meccanico e in qualche prodotto di abbigliamento. Non manca l’ulteriore ripercussione negativa di favorire la criminalità organizzata, un racket di trafficanti inseriti in una rete che opera sul piano internazionale.

In base a questi primi elementi non sfugge la necessità e insieme la complessità della lotta a un sistema ramificato nei diversi settori e paesi che di volta in volta sono produttori di merci contraffatte o consumatori e, in taluni casi, produttori e consumatori. E’ questa la situazione dell’Italia come produttore per l’esistenza di una vasta economia sommersa e per la presenza di marchi di eccellenza allettanti per la contraffazione; come consumatore per una certa propensione da parte della domanda verso alcune tipologie di beni contraffatti.

Quest’ultima tendenza finora non ha suscitato particolari preoccupazioni, se non sotto il profilo economico-commerciale; adesso l’allarme si è accentuato per le minacce alla sicurezza dei consumatori in settori come il farmaceutico, l’alimentare e l’elettromeccanico.

La contraffazione si manifesta in diversi modalità. In particolare riguarda i casi in cui a un prodotto sia stato apposto senza autorizzazione un marchio commerciale identico ad uno generalmente utilizzato per lo stesso tipo di prodotto, o un marchio che si confonde facilmente con l’originale; oppure quando venga modificata l’identità merceologica usando materiali e procedimenti diversi da quelli prescritti e con cui viene commercializzato: è il caso dell’abbigliamento e parti di ricambio, alimentare e farmaceutico.

Si parla invece di pirateria quando si introducono prodotti che riproducono, senza consenso del titolare del diritto, quelli protetti dai diritti sulla proprietà intellettuale: è il caso del “software” e dei mezzi audiovisivi, Dvd, Cd, cassette, ecc.

Le vie della contraffazione

Passando al “lato oscuro della globalizzazione”, come lo chiama la ricerca, viene evidenziata la “maggiore difficoltà dei controlli” causata dalla liberalizzazione degli scambi, il formarsi di “cartelli criminali a livello internazionale dediti ad ogni tipo di traffico”, “la diffusione delle tecnologie informatiche e digitali che hanno reso più semplice e meno costosa la riproduzione dei marchi e dei beni”. Ma alla base del fenomeno c’è soprattutto “la delocalizzazione della produzione, ovvero l’allocazione di parti o dell’intera produzione in paesi di nuova industrializzazione, soprattutto asiatici e dell’Est europeo”.
Fasi consistenti del processo avvengono, infatti, fuori dall’azienda madre, anche a distanza di migliaia di chilometri; e questo favorisce la cosiddetta “filiera del falso” che va dalle materie prime al “know how” e produzione, fino alla commercializzazione finale, situata in paesi diversi.

Ne consegue la disseminazione del “know how” originario che entra in possesso di un numero sempre maggiore di soggetti, in grado di realizzare merci del tutto identiche alle originali. In questa situazione avvengono fenomeni che spiegano i fatti altrimenti incomprensibili dinanzi agli occhi di tutti. Seguiamo sempre la ricerca: “La produzione di un bene falso, pertanto, può avvenire sia all’interno degli stessi laboratori che producono per le imprese legali, sottoforma di sovraproduzione degli ordinativi; oppure, più di frequente, può essere realizzata altrove, da parte degli stessi operai che hanno lavorato in passato o ancora come ‘faconer’ in laboratori che producono per l’impresa madre o, ancora, può essere fatta da individui che, semplicemente, entrano in possesso di un bene o cercano di riprodurlo”.

I percorsi vengono definiti “tortuosi”, cambiano più volte i documenti di trasporto, il vettore e spesso l’imballaggio, la merce va al consumo “attraverso canali diversi per due tipi di mercati, a seconda che i prodotti siano destinati a consumatori inconsapevoli o ad acquirenti consenzienti”.

Il primo è il “mercato primario della contraffazione”, che si avvale della catena distributiva legale con o senza il consenso interessato del commerciante.

Il secondo è il “mercato secondario della contraffazione”, che si avvale di canali “paralleli” a quelli ufficiali in cui “l’acquirente consapevole decide intenzionalmente di acquistare merce contraffatta ad un prezzo inferiore”; le sue dimensioni dipendono “in larga parte dalla differenza di prezzo del bene contraffatto rispetto a quello genuino, nonché dal tipo di prodotto”. E’ evidentemente bassa o nulla la domanda consapevole di beni contraffatti dove si richiedono rigidi standard di sicurezza (farmaceutici, alimentari, giocattoli), alta per gli altri prodotti (Cd e Dvd, abbigliamento).

In settori come quello del “lusso”, l’azione di contrasto è ostacolata dal fatto che “l’acquisto può essere legato alla volontà di possedere un oggetto di marca, alla volontà di emulazione” di una classe sociale alla quale si crede di “poter accedere senza sopportarne il costo”; e al fatto che spesso c’è la complicità dei commercianti regolari “nel vendere falsi a prezzo maggiorato o venderli a costi ridotti”. Da un’indagine effettuata nel 2006 negli Usa e in Canada è risultato che “i commercianti mischiano le merci contraffatte con quelle originali e puntano sul basso costo dei prodotti falsificati per attrarre la clientela. In questo modo i negozi al dettaglio hanno aumentato le vendite di vestiti, giocattoli, prodotti farmaceutici, bevande, tabacco, gioielli e profumi”.

La situazione in Italia

Il nostro paese è tra i più esposti dal lato della produzione e anche del consumo per i motivi prima accennati. Il mercato interno del “falso” nel 2008 ha “fatturato”, per così dire, 7 miliardi e 107 milioni di euro, senza considerare le “esportazioni”; di questi 2,6 miliardi di euro nell’abbigliamento e accessori, 1,6 miliardi nei Cd, Dvd e “software”, 1,1 miliardi negli alimentari. Sono stime riferite ai risultati delle operazioni delle forze dell’ordine, oltre 61.000 nel 2007, con 39.000 sequestri per 71 milioni di prodotti da parte della polizia e 17,5 milioni ad opera delle dogane, con oltre 14.300 persone denunciate, 21.300 multate e 1.522 arrestate.

Appare minima la contraffazione nel settore farmaceutico soprattutto per l’azione di contrasto che si avvale della “tracciabilità” dei medicinali mediante un procedimento realizzato in collaborazione con le aziende farmaceutiche e la partecipazione diretta dell’Ares-Aico, in prima fila nelle iniziative per la sicurezza; il risultato è il “bollino farmaceutico” che utilizza le tecniche antifalsificazione delle “carte valori” della Zecca. Nel Convegno, l’Ares-Aico ha illustrato anche il progetto SI.T.R.I.S. per l’estensione della “tracciabilità” di ogni fase agli altri settori investiti dalla contraffazione.

Questi elementi sono stati forniti dal direttore del Censis, Giuseppe Roma, e commentati dal presidente De Rita che ha rivendicato di avere scoperto in passato il sommerso, ma di aver dovuto constatare che si è fatto poco per combatterlo. Crede però che non subirà la stessa sorte la contraffazione, perché “ci invade ovunque ed entra nella nostra vita”, ha una rilevante importanza sociale ed alimenta la criminalità, per cui non si può fare a meno di combatterla con forza; il problema è che lo si può fare finora essenzialmente a livello nazionale, mentre è un “reato di globalizzazione” che richiede un’azione di contrasto su scala internazionale.

Per gli altri promotori della ricerca il presidente dell’Ares, Franco Staino, ha sottolineato l’allarme crescente dato dal fatto che la contraffazione “ha superato il livello artigianale di piccola serie per divenire una grande impresa multinazionale”. I principali requisiti per un’efficace azione di contrasto sono una legislazione adeguata e l’integrazione dei soggetti interessati. Va promossa un’azione di tipo anche culturale che possa portare a un sistema fornito delle tecnologie più avanzate come quelle utilizzate per la “tracciabilità” dei medicinali con il “bollino farmaceutico”.

“La caratteristica di questo sistema – secondo l’Ares – è quella di fornire al produttore, senza gravare sui processi produttivi, l’identificazione univoca ed unica dei dati di ciascun prodotto garantendolo in ogni passaggio distributivo fino al dettagliante,. oltre alla possibilità per il consumatore di accertare l’originalità del prodotto, prima e dopo l’acquisto, attraverso una semplice telefonata, un messaggio sms o via web”.

Confidando di poter arrivare a un simile risultato, per ora l’azione di contrasto si avvale dei normali mezzi a disposizione delle forze dell’ordine. Ne ha dato conto il col. Vittorio Di Sciullo, Comandante gruppo marchi, brevetti e proprietà industriale della Guardia di Finanza, che ha definito la contraffazione “reato plurioffensivo verso lo Stato, le imprese, il mercato, il consumatore”. Viene combattuta cercando di risalire lungo la filiera anche per recuperare i proventi della tassazione mancata. Si elabora una precisa strategia ai livelli più elevati e l’attuazione è affidata ai 700 reparti territoriali; in ogni provincia c’è un “gruppo tutela mercato di beni e servizi”. Le unità speciali si muovono sulla base delle direttive generali collegate alle strategie di contrasto.
La complessità di questa azione appare evidente dal fatto che passano per le dogane cinque milioni di operazioni all’anno, delle quali viene controllato il 5%; L’individuazione dei soggetti da controllare avviene attraverso i documenti di trasporto, la provenienza e destinazione e il canale di distribuzione, in contatto con gli organi competenti. Nel 2008 gli interventi sono stati 16.000, con 95 milioni di prodotti sequestrati, 32.000 denunce e 1300 arresti. “La contraffazione può minare la società civile – ha concluso il col. Di Sciullo – ci sono punte di eccellenza che vanno difese”.

E’ stato presentato da Teresa Alvaro, direttore area centrale per le tecnologie all’Agenzia delle Dogane, uno schema dei modi sempre più stringenti con cui si attuano le strategie di contrasto. Il “progetto Falstaff” è un sistema multimediale che utilizza strumenti tecnologici particolarmente avanzati, alimentato da Dogane, Associazioni di categoria, aziende e anche consumatori per il riconoscimento dei prodotti originali; il risultato è la segnalazione con un semaforo, di via libera o di stop per il controllo della merce all’ingresso in Italia. Si punta a “globalizzare la frontiera tecnologica della Dogana con la tracciabilità e rintracciabilità dei prodotti”.

Sul piano normativo, in materia doganale c’è l’armonizzazione a livello di Unione Europea comunitario, con l’Agenzia delle Dogane organo competente a intervenire alla frontiera. Normative specifiche riguardano i diversi settori interessati dalla contraffazione. La legislazione italiana risulta tra le più avanzate nella repressione, in materia penale si considera reato contro la fede pubblica con la reclusione che, tuttavia, nei casi più gravi non supera i tre anni; d’altra parte nel 2005 sono state inasprite le sanzioni per il consumatore consapevole della contraffazione, con la multa fino a 10.000 euro, “particolarmente gravosa e tale da scoraggiare l’effettiva comminazione della pena”.

Il disegno di legge sullo sviluppo prevede misure di innalzamento della pena per chi produce e distribuisce merce contraffatta con l’introduzione di aggravanti e la confisca dei beni riconducibili al reato; e l’abbassamento delle multe al consumatore forse perché, aggiungiamo, se è consapevole si tratta per lo più della forma di contraffazione che non è pericolosa per la sicurezza e la salute.

Se andiamo poi a guardare quello che la ricerca chiama “il quadro delle competenze”, troviamo una pluralità di istituzioni investite dell’azione di contrasto. Interessata a livello complessivo è la “Direzione generale per la lotta alla contraffazione” presso il Ministero dello sviluppo economico nel quale si prevede di istituire anche un “Consiglio nazionale anticontraffazione” con i soggetti pubblici e privati interessati. Questo Consiglio dovrà coordinare le competenze specifiche che vanno dal “Comitato nazionale antipirateria” e “Comitato per la tutela della proprietà intellettuale” presso la Presidenza del Consiglio dei ministri ai “Desk anticontraffazione” dell’Istituto Commercio Estero ai “Delegati per gli accordi sulla proprietà intellettuale” del Ministero Esteri alle “Sezioni specializzate in materia di proprietà industriale ed intellettuale” del Ministero Giustizia, all’“Ispettorato per il controllo della qualità dei prodotti agroalimentari” del Ministero politiche agricole, alla “Direzione generale farmaci e dispositivi medici”, “Agenzia italiana del farmaco” e “Dipartimento del farmaco” nell’ambito del Ministero Lavoro e Salute, fino alla “Direzione generale beni librari e diritto d’autore” del Ministero Beni culturali. Gli organismi direttamente impegnati nel contrasto sono i Carabinieri del Nas, “Nucleo antisofisticazioni”, e la Guardia di Finanza, nonché l’Agenzia delle Dogane con l’ “Ufficio antifrode centrale”.

Il Censis ha stimato, sulla base della tavola di Leontiev delle interdipendenze strutturali, la perdita derivante dalla contraffazione, perché le risorse impiegate dai consumatori si disperdono in canali clandestini e quindi si sottraggono al circuito economico ufficiale. La produzione aggiuntiva che si avrebbe se il fatturato dei beni contraffatti fosse riportato al mercato legale sarebbe dell’ordine di 18 miliardi di euro, con un valore aggiunto di 6 miliardi che corrisponde a un’occupazione di 130 mila unità; il gettito delle relative imposte sarebbe dell’ordine di 5 miliardi di euro, pari al 2,5% del totale di quelle corrispondenti. Naturalmente si tratta di stime basate su ipotesi di distribuzione secondo le interdipendenze dei settori interessati con il resto dell’economia; utili comunque per rendere la dimensione di un fenomeno certamente di notevole rilievo.

Le forme di contraffazione nei settori critici per la sicurezza dei consumatori

Piuttosto che soffermarci su questi dati, forniamo indicazioni sulle modalità della contraffazione nei tre settori considerati in modo specifico dalla ricerca ai fini della sicurezza dei consumatori.
Nell’alimentare avviene attraverso la commercializzazione di sostanze diverse dal dichiarato sostituendo il prodotto con un altro non conforme in contenuto e in valore. Nei primi 11 mesi del 2008 i Nas hanno sequestrato 8 milioni di prodotti confezionati per un valore di 150 milioni di euro.

Con l’“adulterazione” si sottraggono sostanze a un alimento (latte scremato venduto come intero), con l’“alterazione” se ne modificano i caratteri (lo “spunto” del vino), con la “sofisticazione” si sostituiscono i componenti con altri meno pregiati (olio di semi all’olio di oliva). Si tratta di “commercializzazione di prodotti di rango inferiore come se appartenessero ad un livello superiore”. Poi c’è la falsificazione dell’identità merceologica, dell’età e dell’origine geografica, facilitata dal fatto che le produzioni di cui è protetta l’origine rappresentano meno del 10% del fatturato del settore. Nel mercato estero c’è la forma insidiosa di contraffazione di tipo “imitativo”.

I rimedi proposti si dividono tra il potenziamento dell’intera filiera alimentare per una distribuzione capillare e controllata e l’irrigidimento di normative e controlli con informazione adeguata al consumatore.
Nei ricambi auto la contraffazione avviene attraverso la commercializzazione di prodotti spesso fatti di materiali scadenti o tecnologie non adeguate e senza controlli di qualità, con gravi rischi per i consumatori. La dimensione del fenomeno è ancora modesta (0,2% del totale), ma allarma il fatto che dal 2006 al 2007 i pezzi sequestrati siano decuplicati (da 13 mila a 133 mila).
In genere si ha la “violazione del marchio” che si manifesta o con prodotti che imitano nell’aspetto l’originale oppure con prodotti difformi facilmente riconoscibili; a queste pratiche si associa la contraffazione del “codice” o “certificato di omologazione” e della sua “dichiarazione di origine”.

L’interesse alla contraffazione si ha quando c’è una vasta domanda, è un ricambio di uso frequente, facile da riprodurre quindi a bassa tecnologia, con un processo produttivo poco costoso. La fonte prevalente di questi prodotti è la Cina, con altri paesi asiatici, mediante rilevanti movimenti di “container” e una serie di artifici per superare i controlli, ad esempio trasferendo in Italia l’ultima fase. La difficoltà nel riconoscere ai controlli i prodotti contraffatti richiederebbe l’introduzione in questo settore della “tracciatura” come per i medicinali. Il rischio per la salute, anzi per la vita, è assimilabile. L’estrema frammentazione del loro mercato di offerta in Italia accresce tali pericoli.

Nei farmaci si intende contraffatto, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, “il farmaco la cui etichettatura è stata deliberatamente e fraudolentemente preparata con informazioni ingannevoli circa il contenuto e l’origine del prodotto”. Le situazioni sono molto diverse. Si va dai “falsi perfetti” identici in tutto, solo su canali illeciti spesso favoriti dalle stesse aziende madri, ai “falsi imperfetti” con farmaco somigliante ma meno principio attivo; dai “falsi solo in apparenza” – singolare definizione dei farmaci simili a quelli autentici ma senza principio attivo – ai “farmaci criminali” con sostanze nocive; ma pensiamo siano “criminali” anche quelli senza principio attivo per il danno, spesso irrimediabile, arrecato alla salute del paziente che crede di curarsi mentre ciò non avviene. Infine le patacche complete, farmaci diversi dagli originali e senza principi attivi.
Per una felice circostanza in Italia la contraffazione dei farmaci è pressoché inesistente, gli unici pericoli per il consumatore possono venire da Internet o dai canali clandestini, ma si tratterebbe di acquisti estremamente incauti. Peraltro il fatto che gran parte del costo è a carico del servizio sanitario nazionale e non del privato consumatore toglie interesse ad acquistare a prezzi più bassi.

La gravità dei rischi della contraffazione in questo campo ha portato al sistema di “tracciabilità” del farmaco con il “bollino farmaceutico” di cui si è detto, adesivo a prova di falso nato per impedire le frodi nei rimborsi permesse dai “fustelli” sulle scatole di medicinali, e perfezionato – in collaborazione tra Poligrafico-Zecca e l’Ares-Aico – lungo l’intera catena distributiva, secondo le direttive dell’Unione Europea ai fini dell’azione di contrasto ai medicinali contraffatti. E’ un sistema unico al mondo che richiede, a pieno regime, il collegamento alla banca dati dei farmaci anche di farmacisti e grossisti, oltre che delle aziende farmaceutiche e di distribuzione già inserite.

Ha dato atto di tutto questo il prossimo ministro per la Salute, attuale vice ministro Ferruccio Fazio, prospettando il rischio dei “falsi vaccini e falsi antibiotici”, un grave pericolo se si abbassa la guardia nel contrasto alla contraffazione e se i consumatori si affidano agli acquisti su Internet, dove il sistema di “tracciabilità” che protegge il consumatore nei canali ordinari non può operare. Dal 2003 c’è una nuova procedura e dal 2006 il sistema è attivo, la sua andata a regime fu prevista in tre anni, tenendo conto anche dello smaltimento delle scorte esistenti.

La “contraffazione legalizzata” nell’alimentare

Ma c’è un altro fenomeno rilevante, ed è stato messo a nudo dal deciso intervento al Convegno del presidente della Coldiretti. Sergio Marini ha mosso le acque scagliandosi contro quella che ha definito “contraffazione legale”, cioè consentita dalle norme vigenti. E qui non sono al lavoro gli oscuri trafficanti ma imprese regolari che si avvalgono dei varchi lasciati dalla normativa per operazioni non dissimili nei risultati dalla contraffazione ma ammesse.

Si tratta, in particolare, della possibilità, nel settore alimentare, di porre etichette di “made in Italy” su produzioni industriali derivate da prodotti stranieri, basta compiere in Italia l’ultima operazione, anche se di entità molto limitata (come l’imbottigliamento o l’insacchettamento). Almeno cinque su sei produzioni, apparentemente italiane, derivano invece dalla trasformazione di prodotti stranieri.

E’ evidente, ha sottolineato Marini, che “l’origine deve essere la campagna dove si preleva il prodotto agricolo di base, e non lo stabilimento dove si compie solo un’operazione spesso marginale. Una normativa che ridefinisca l’origine non è distorsione della concorrenza, tutt’altro”.

Dello stesso tenore l’intervento del Ministro delle politiche agricole Luca Zaia, anch’egli impegnato a denunciare che in Italia, e soprattutto all’estero, ci si imbatte di continuo in produzioni che per l’etichetta sono italiane ma con il prodotto agricolo di base coltivato all’estero. Ha detto di battersi per la “tracciabilità completa dell’intero processo produttivo” al fine di certificarne l’origine; per definire regole comuni, in sede di Organizzazione mondiale del commercio, in grado di tutelare l’origine così definita; per misure da decidere in sede di “G8 agricoltura” atte a garantire la qualità anche ai fini della sicurezza alimentare”.

Le difficoltà nel contrasto a livello di consumatori

E’ una situazione in cui i “buoni”, cioè le imprese che per altri versi sono danneggiate dalla contraffazione, diventano “cattivi”, cioè creano essi stessi le condizioni per cui questa si determina. La percezione di tutto ciò non è estranea a quella che Giuseppe De Rita, nella presentazione della ricerca, ha definito “la poco diffusa consapevolezza da parte dell’opinione pubblica dei danni economici e sociali della contraffazione, che vengono considerati solo in concomitanza di episodi di cronaca eclatanti su cui si appuntano, di tanto in tanto, i riflettori dei media”.

Lo stesso Ministro dello sviluppo economico Claudio Scaiola, nel cui dicastero c’è la direzione generale dedicata alla lotta alla contraffazione, ha scritto a sua volta che questa è “vissuta dalla stragrande maggioranza della popolazione come un ‘fenomeno di costume’, un’ ‘infrazione veniale’, quasi un atto di solidarietà sociale nei confronti di soggetti bisognosi”. Come sono quelli utilizzati nella distribuzione e vendita clandestina.

Ne deriva che uno dei “fronti” della battaglia, sempre nelle parole del Ministro, è “la sensibilizzazione delle diverse fasce di consumatori, a partire dai più giovani”. Gli altri due fronti sono: “l’inasprimento e la rigida applicazione delle sanzioni”, coinvolgendo la Guardia di Finanza, le Dogane, le amministrazioni centrali e periferiche dello Stato; “il rafforzamento della collaborazione a livello internazionale , per garantire la tutela del ‘made in Italy’ nel mondo”.

Occorrerà esplorare anche l’altra faccia della luna, della quale la “contraffazione legalizzata” negli alimentari è solo una piccola parte. E’ un fenomeno particolarmente complesso, ci ritorneremo presto.

L’Aquila, “Cinque registi tra le macerie”, un mese dopo il sisma, per ricostruire il Conservatorio

da cultura.inabruzzo.it – 10 maggio 2009 – Ripubblicato in www.arteculturaoggi.it, stessa data

di Romano Maria Levante

Mercoledì 6 maggio 2009 al Teatro Capranica di Roma: una sala di mille posti gremita al di là delle aspettative, come ha detto Corrado Augias nella presentazione, sessantacinque sindaci romani presenti alla manifestazione organizzata dal quotidiano “Repubblica” e dalla provincia di Roma, un parterre di attori famosi, giornalisti, pubblico. Tutto “per non dimenticare” e lanciare le basi della ricostruzione di un’istituzione benemerita per la cultura musicale, il Conservatorio che è la punta di diamante.

Il presidente della provincia di L’Aquila, Stefania Pezzopane chiamata da Augias sul palcoscenico, non è stata tenera parlando di “fuochi artificiali” ai quali non seguono ancora atti concludenti adeguati; dopo un mese ci sono ancora migliaia di attendati, i ritardi sono evidenti. Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma, ha detto che si sono uniti all’iniziativa “per non dimenticare ed essere coerenti”, nella convinzione che è necessario superare presto l’emergenza e “far rivivere il territorio nel suo tessuto civile e sociale”, del quale la ricostruzione del Conservatorio “A. Casella” rappresenta un aspetto particolarmente significativo.

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La locandina della manifestazione

Ma non si è trattato di una passerella di personalità. Dopo i due presidenti delle province di L’Aquila e Roma, Augias ha introdotto il direttore di “Repubblica” Ezio Mauro che ha raccontato come è nata l’iniziativa. C’è stata l’immediata mobilitazione degli inviati giunti per primi nelle località colpite all’insegna dell’“andare, guardare, cercare di capire e raccontare”, dove il “cercare di capire” va inteso a 360 gradi, responsabilità comprese. Ai loro occhi sono apparse subito case sventrate, per metà distrutte e per metà rimaste in piedi rivelando il loro contenuto di quotidianità, è stato un impietoso anche se inevitabile guardare dentro le vite altrui. Poi ha parlato di quello che ha funzionato, il pronto intervento della Protezione civile, la presenza dello Stato, l’impegno del governo; e ha aggiunto che diverse cose non hanno funzionato, si può e si deve fare di più.

Nessuna polemica, comunque, Mauro ha presentato l’iniziativa, che è stata di aggiungere al racconto giornalistico una visione artistica: “cinque registi tra le macerie” con la loro “capacità di guardare e cogliere il senso delle cose viste” raccontandole in un cortometraggio. Poi è venuta l’idea di collegare il tutto all’iniziativa di solidarietà per ricostruire il Conservatorio “A. Casella” a L’Aquila.

Dopo un applauso corale al personale della Protezione civile, ai Vigili del fuoco e ai volontari per l’impegno e l’abnegazione profusi, Augias può dare inizio allo spettacolo, perché tale è stato, curato da un noto regista, Piero Maccarinelli, con la tensione ideale che le circostanze comportano.

I cinque filmati sono stati preceduti ciascuno da un breve scambio di parole dell’autore con Augias, e seguiti dalla lettura da parte di personaggi dello spettacolo di brani dei “reportage” ad essi collegati.

Paolo Sorrentino

Il racconto dei cinque registi

Si inizia con Paolo Sorrentino, è lui a ringraziare rispondendo ad Augias: “Noi cercavamo un modo per renderci utili, voi ce l’avete consentito”. E’ stato come se “un’infrastruttura civile” fosse scesa in campo. Il suo cortometraggio si intitola “L’assegnazione delle tende”. La prima immagine è di una lunga strada deserta, con edifici ai lati che sembrano intatti, poi un’altra strada, una piazzetta deserta, quel silenzio spettrale che è stato detto essere la cosa che ha colpito di più al primo contatto con i luoghi del disastro. A questo punto nel filmato il silenzio è rotto da rumori sinistri: un elicottero, delle ruspe, dell’acqua tumultuosa. Quindi ancora macerie, vigili al lavoro, secchi avvertimenti. Le immagini delle rovine si susseguono, è un panorama di distruzione come dopo un bombardamento. A un certo punto una voce insistente scandisce dei nomi, alcuni di intere famiglie, seguiti dall’ossessiva ripetizione: “Non sono state assegnate”. Nelle catastrofi c’è anche questo, una parte quasi burocratica, fatta di disposizioni, di annunci, di elenchi. Ma questa volta è diverso, lo si vede chiaramente quando si passa dalle macerie alle tende, dove un pannello con un assemblaggio di fotografie di persone scomparse dà la triste chiave interpretativa della litania che percorre l’intero cortometraggio. Si capisce perché, purtroppo, all’interminabile elenco di nomi le tende “non sono state assegnate”.

Michele Placido

Segue il lavoro di Michele Placido con la collaborazione di Antonello Caporale, “Le mani di Osmai”. Volti pensosi e rudi di lavoratori, un viso delicato di ragazza, poi Placido parla con loro. E’ una comunità macedone molto unita, come dice il primo, si è prodigata nel salvataggio. Il regista, con chioma e barba bianca, rivela che il nonno e lo zio sono emigrati, poi hanno chiamato gli altri. “Per noi è uguale”, rispondono. Ma è Osmai il protagonista, mentre scorrono immagini di macerie racconta di aver estratto dalla casa distrutta la moglie e una figlia vive, ma non è riuscito a salvare la figlia più piccola al piano di sopra. L’ha recuperata senza vita ma non si è fermato a piangere sul suo corpo, ha continuato a scavare a mani nude, era l’unico che lo potesse fare perché il più forte. Ora ha mani e piedi massacrati, avvolti da grossi bendaggi, ma ha salvato undici persone. “Questa è la nostra terra, dice, qui stiamo benissimo, siamo paesani, ci hanno dato tutti di tutto. Non ci scordiamo l’accoglienza di questa gente” e scoppia a piangere. Una donna aquilana lo abbraccia, e parla dell’accoglienza che è stata doverosa per gente che lo meritava, e lo ha dimostrato ancora. Avrà ora il problema di riportare la figlia morta in Macedonia, ma tornerà, sente questa terra come la sua terra, e così la colonia di macedoni che è con lui. Non si dimenticano facilmente quei visi segnati da un dolore che è anche il loro dolore.

Mimmo Calopresti

Mimmo Calopresti ha firmato “Perfect day”, dal titolo della canzone di Nicola Piovani che ne è la colonna sonora. Si sarebbe potuto intitolare come il famoso film “Le vite degli altri”, qui non le mette a nudo la “Stasi” della Germania Est, ma una violenza ben più spietata, quella del sisma che ha squarciato le case, come aveva detto Ezio Mauro, distruggendole per metà e aprendo il resto alla vista di tutti. Inizia con il recupero di povere cose, vestiti e altro, infilate nelle automobili, portate nei sacchetti in un andirivieni con i vigili del fuoco e gli uomini della Protezione civile onnipresenti. “In quei momenti prendi cose inutili che non servono a niente” dice un giovane. La macchina da presa percorre le case squarciate, si sofferma sui comò semiaperti e i soprammobili, i televisori rotti e le sedie con damasco, gli specchi e le suppellettili; non c’è un clima gozzaniano, purtroppo, ma un inventario di intimità violata, non dall’operatore, ma dalla crudeltà del sisma. Un graffito rosso su un muro, con “Non mi arrendo. Ti amo”, mostra un’intimità gridata quanto l’altra era riposta e privata. Poi il viso sereno di un’anziana signora che riesce a dire “Siamo nella disperazione” con un amaro sorriso. Grande dignità, come nella ragazza che esclama: “Abbiamo provato terrore, stavamo dormendo, siamo fuggiti, ora siamo felici perché siamo qui, purtroppo c’è gente che non lo può raccontare”. Prima è passato due volte un gatto nero, ora in questi due volti si accende un raggio di speranza.

Ferzan Ozpetek

“Nonostante tutto è Pasqua” di Ferzan Ozpetek, è “dedicato ad Alessandra Cora, Capri 8-1-86, L’Aquila 12.4.2009”, preceduto dalla scritta “ad Alessandra… per sempre”, è la ragazza con le cuffie che canta su una musica molto ritmata, colonna sonora e visiva del cortometraggio le cui immagini si susseguono incalzanti al ritmo accelerato della canzone. Il regista dice di aver trovato Alessandra in Internet, su “you tube”, non altro. Inizia il filmato, prima in bianco e nero con le immagini capovolte, scosse dal sisma; poi si aprono al colore, è un susseguirsi così frenetico di macerie che sembrano fotogrammi, quasi istantanee dopo un bombardamento, poi carrellate su esterni e interni, sulle povere cose private che il sisma ha reso pubbliche con una violenza nella violenza. C’è anche un crocifisso che sembra guardare tanta desolazione, quasi una crocifissione corale. A questo punto le immagini dei palazzi tremano e con loro anche quella della giovane cantante, sovrapposta quasi in dissolvenza, travolta anch’essa. Infine la tendopoli, come se tornasse la quiete dopo la tempesta; e la vita torna nel modo più eclatante, un gigantesco uovo di Pasqua di cioccolato con su scritto a grandi caratteri “Nonostante tutto è Pasqua”. Le macerie portate al diapason, poi il Crocifisso: questa Pasqua non è la festa tradizionale, è la Resurrezione dalle macerie di una terra martoriata.

Francesca Comencini

L’ultimo cortometraggio è sulle “Donne di San Gregorio” di Francesca Comencini. Un racconto sereno, anch’esso inframmezzato di immagini delle macerie, ma dominato dalle figure di sei donne intervistate, che ha reso l’atmosfera perché due di loro hanno interrotto il racconto per dire “Oddio, che scossa, l’avete sentita?”, l’altra “C’è stata, l’ho sentita” e per un po’ la paura è tornata nei loro visi. Ma per poco, i racconti sono proseguiti pacati e sereni con un denominatore comune, l’amore per la propria terra vista nei suoi elementi fondamentali: “La chiesa, la piazza, il bar, gli alimentari, sono la nostra vita; un paese diverso non sarebbe più il nostro paese”; e ancora “La piazza con la chiesa nello stesso posto, il bar vicino”. E’ un amore che ha portato il padre del marito, tornato dall’America, a mettere tutti i risparmi nell’acquisto di una campana donata alla chiesa, ora è a terra spezzata; un amore che fa lavorare da commessa la giovane geologa per restare nel suo paese; e ugualmente per restarvi fa lavorare come cameriera, sacrificando anni di studio, la ragazza che ha fatto la tesi su un manoscritto della chiesa di S. Maria in Paganica, scelto come opera preziosa del proprio territorio. E’ un amore che ha fatto ritornare una paesana, trasferita a Milano da dieci anni, perché “non ho voluto lasciarli soli, sono cresciuta con loro, come potevo restare lontana?”.

Nucola Piovani

La conclusione, con l’appello di Nicola Piovani

I cortometraggi dei “cinque registi tra le macerie” sono stati seguiti ciascuno dalla lettura del testo del relativo reportage mentre sullo schermo scorreva un “loop” di immagini scelte. Così Piera degli Esposti ha letto il testo che accompagna il film di Sorrentino, Fabrizio Gifuni quello del film di Placido, Giorgio Pasotti quello di Calopresti, Valeria Golino di Ozpetek, Margherita Buy della Comencini. Ci sembrerebbe riduttivo chiamarli “reading”, è stato un vero oratorio, momenti ispirati per i toni intensi di queste letture, un concerto di parole dopo quello di immagini.

Crediamo di non dover aggiungere altro alla nostra cronaca se non due notazioni. La prima è che in due interviste nei filmati troviamo la percezione dell’imminenza di una scossa più forte delle altre: una ragazza dice che dormiva vestita tenendo a portata di mano “il giubbotto, le medicine, il cellulare, la tessera per gli sci e la piscina, e le scarpe posizionate” in modo da poter fuggire prontamente; due giovani dicono che tenevano “a portata di mano il violino e il violoncello”, pronti a mettere in salvo con la propria vita i loro preziosi strumenti.

La seconda notazione, al di là di tante analisi sociologiche, viene dalle “donne di San Gregorio” e riguarda l’attaccamento alla propria terra. Già ne abbiamo dato conto, ma c’è dell’altro: “Siamo abruzzesi, l’abbiamo sempre fatto, abbiamo lavorato i campi e dai campi siamo riusciti a fare quello che vedete, che c’era, anche se non c’è più”; per dire che ci si riuscirà ancora, perché “il paese, l’Aquila, l’Abruzzo è tutto”. E ancora, dalla donna partita e ritornata per stare vicina ai paesani: “Il nostro popolo è duro, forte e gentile, tutto questo non ci sarà più, ma lo rifaremo di nuovo più bello, ritorneremo quello che eravamo, ne sono quasi certa, anzi ne sono sicura”.

Ed ora il clou di Nicola Piovani, non perché ha suonato al pianoforte, gli sarebbe stato messo a disposizione ma ha preferito di no, e vedremo perché. Ha parlato dell’importanza della musica, ha detto di essere rimasto sorpreso leggendo che, a parte l’emergenza e le necessità vitali, “il resto è poesia” nel senso che si può trascurare se non ignorare. Si è ribellato a questo, anche la musica è poesia e in nome della musica e della poesia ha chiesto l’impegno solidale alla ricostruzione di quanto fa parte della cultura di un popolo. Nello specifico l’oggetto, anzi il soggetto della manifestazione è il Conservatorio “A Casella” di L’Aquila, da ricostruire con il contributo di tutti.

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L’ora del terremoto

Ha ricordato i due giovani che, temendo venisse il terremoto, si erano preparati a fuggire tenendo in vista il violino e il violoncello, come le cose più preziose da salvare. Ebbene, ha concluso, “dobbiamo permettere a questi giovani di tornare nel loro Conservatorio, per questo lo dobbiamo ricostruire. E nel giorno dell’inaugurazione io sarò là, con il mio pianoforte, e suonerò con loro e con gli studenti e i docenti. Per questo motivo non suonerò questa sera”.

Migliore conclusione non poteva esserci, all’insegna della musica e della poesia, della ricostruzione e della rinascita. Il conto al quale trasmettere il bonifico bancario per i contributi alla ricostruzione del Conservatorio ha campeggiato nei titoli dei cinque cortometraggi, Piovani e Augias lo hanno riproposto nella conclusione: ecco il codice Iban: IT 37E 03002 03379 000401059955.
Anche noi pensiamo che il modo migliore di chiudere questo resoconto sia di esortare i nostri lettori perché si uniscano allo sforzo solidale di tante donne ed uomini dello spettacolo e della cultura. Abruzzocultura, che è stato ed è in prima linea sulla frontiera del terremoto, è con loro.

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Tag: L’Aquila, Terremoto

Photo

Le immagini sono state tratte dai siti web che sono indicati di seguito nell’ordine di inserimento. Si ringraziano i titolari dei siti per l’opportunità offerta, precisando che le immagini sono inserite a puro titolo illustrativo per cui qualora la loro pubblicazione non fosse gradita basta segnalarlo lella parte riservata ai commenti, e subito verranno eliminate; le immagini del terremoto non riguardano i cortometraggi dei 5 registi, ma riprese generiche. I siti sono i seguenti: agenzia dire, movieplayer, consulenti del lavoto; donnapop, spettegolando, comingsoon, biografieonline, mymovies, superambiente, corriere, il fatto quotidiano. A tutti ancora grazie!

Alessandro Baricco, Eugenio Scalfari, Sergio Escobar e la cultura, al Teatro Eliseo

di Romano Maria Levante

Abbiamo seguito per voi il dibattito al Teatro Eliseo di Roma.

Una maggioranza di uomini di teatro passionali e rumorosi, una sorta di fossa dei leoni per Alessandro Baricco era la platea del Teatro Eliseo, a Roma, il pomeriggio del 25 marzo 2009. Con lui sul palco un Eugenio Scalfari in gran forma, Antonio Pilati dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato e uno scatenato Sergio Escobar, da vent’anni direttore del mitico Piccolo Teatro di Milano. Moderatore il padrone di casa Vincenzo Monaci presidente dell’Eliseo, che non si è fatto mancare qualche frecciata ad Escobar, immediatamente ricambiato. Il soggetto era stimolante: “Lo spettacolo è finito? Il futuro della cultura in Italia tra finanziamenti pubblici e iniziativa privata”, gli interpreti all’altezza, una vera “piece” teatrale dal vivo. Si attendevano scintille, e ci sono state tra gli uomini di teatro e Baricco; Scalfari ha riproposto pacatamente, ma con decisione, la propria tesi, mentre Escobar con la sua foga è riuscito a trascinare la platea.

Abbiamo potuto godere appieno dello stimolante incontro-dibattito, il terremoto non aveva ancora devastato la terra d’Abruzzo e i suoi giacimenti culturali, si poteva discutere dei modi migliori per finanziare e promuovere la cultura; ora l’emergenza è recuperare e salvare un patrimonio di valore inestimabile, fatto di chiese e monumenti, biblioteche e archivi, piccole abitazioni e palazzi, e del Teatro Stabile dell’Aquila diretto da Alessandro Gassman che, come Pamela Villoresi ha detto al Festival della spiritualità, ha fatto la storia del teatro italiano negli ultimi cinquant’anni, e alla cui rinascita gli artisti intendono partecipare fattivamente con il loro contributo e il loro sostegno. Per il resto, l’intero mondo della cultura si mobiliterà subito in questo immane compito, ne siano certi.

La tesi di Baricco

Esposta con tono sommesso, quasi una riflessione a voce alta, anzi sussurrata come è nel suo stile di affabulatore e fine dicitore, la sua linea di pensiero, di cui al lungo articolo su “Repubblica” del 24 febbraio 2009, è sembrata quasi ovvia, sul filo di un sillogismo. Perché è partito dalla constatazione che il sistema complessivo dell’uso del denaro pubblico a sostegno della cultura è in crisi, e ne ha potuto parlare come operatore culturale che lo conosce dall’interno; non è uno stato di sofferenza transitorio, quindi superabile, “il sistema non è più al passo dei tempi, vanno quindi trovate nuove strade per impiegare in modo più efficace le risorse”. Ma prima si devono capire le ragioni della crisi, il che vuol dire “misurarsi con i tempi nuovi e con le realtà che abbiamo sotto gli occhi e fingiamo di non vedere; in modo da individuare gli errori ed essere disponibili a correggerli entrando nella nuova dimensione dell’oggi”.

E allora è andato a vedere le origini dell’attuale sistema di sostegno e finanziamento pubblico, ed ha illustrato i tre principali obiettivi e le motivazioni che ne sono alla base. Il primo è stato l’esigenza di rompere il privilegio della cultura di una classe, la borghesia, perchè l’accesso fosse aperto a più vaste fasce di popolazione; negli anni ’50, in particolare, ci si dava da fare perché la cultura si diffondesse nel paese. Il secondo, la preoccupazione che il mercato ne abbassasse il livello, per cui era necessario un intervento pubblico a sostegno della qualità con finalità educative verso la popolazione. Il terzo, il desiderio di legittimarsi di una democrazia giovane, dando ai propri cittadini gli strumenti culturali per assumere le responsabilità e progredire sul piano della civiltà.

Una semplice verifica fa capire, secondo Baricco, che non sono stati raggiunti. L’allargamento dell’accesso alla cultura, se progressi sono stati fatti, non è dipeso dall’azione pubblica ma da fenomeni accaduti “nel campo aperto del mercato” e in “ambiti in cui il denaro pubblico è quasi assente”; l’obiettivo è stato mancato perché “chi oggi non accede alla vita culturale è raggiungibile soltanto attraverso due canali, la scuola e la televisione”, campi che invece vengono trascurati”. E’ stata creata l’anomalia di “sistemi di capacità minima dominati dal finanziamento pubblico che è diventato una sorta di proprietario unico, soprattutto nel teatro”. Le risorse dedicate alla cultura oltre che essere insufficienti sono indirizzate nella direzione sbagliata, quindi non sortiscono l’effetto sperato. E’ come se “inseguissimo i singoli quando si sono dispersi in mille direzioni”, invece di agire quando sono riuniti e pronti a recepire il messaggio. “Non c’è sintonia tra ciò che vogliamo e ciò che facciamo, e questo determina un notevole spreco di risorse”.

Ne deriva il fallimento degli altri due obiettivi, quello di un elevato livello qualitativo, impossibile senza concorrenza e per le scelte non certo qualificate della “filiera di intelligenze e saperi – così nell’articolo – che porta dal ministro competente giù fino al singolo direttore artistico passando per i vari assessori”; e l’obiettivo della crescita culturale dei cittadini come legittimazione democratica, molto fragile se si sono sviluppati fenomeni deteriori ed ha “ceduto la grandiosa diga”, è stata “aggirata la grandiosa cerchia di mura” che si credeva di aver creato con i soldi dei contribuenti.

Si deve pensare a un “paesaggio diverso” con strumenti più efficaci e strategie adeguate. “La battaglia per la cultura si deve combattere nelle scuole e in televisione”, dove vanno destinate le risorse perché il loro impiego risulti efficace, ha ribadito. Nello stesso tempo vanno rimosse quelle posizioni di rendita che poggiano sui finanziamenti pubblici, come avviene nel teatro in modo da farlo uscire dal suo immobilismo e metterlo sul mercato in sintonia con i tempi. “Al mercato va restituita la cultura, gli operatori privati possono fare molto dove la mano pubblica ha fallito”, ha concluso: e non ci si deve scandalizzare se si può fare business con la cultura, anzi si deve promuovere questo processo incanalando risorse pubbliche per incentivarlo.

La posizione di Scalfari

Laddove Baricco è stato didascalico e consequenziale, sviluppando un discorso fatto di premesse e conclusioni, Scalfari è stato apodittico e pragmatico. Ha precisato la risposta uscita su “Repubblica” del 27 febbraio 2009 mettendo sul piatto il peso della sua esperienza di operatore culturale nel senso imprenditoriale del termine. E’ partito dalla tiratura di 15.000 copie di “Il Mondo”, negli anni ’60, molto limitata anche se al giornale veniva riconosciuta una particolare autorevolezza; per estenderla si passò negli anni ’70 all’“Espresso”, che in fasi successive giunse a 250.000 copie, nel segno di un liberalismo di sinistra vicino al socialismo nel solco del partito d’azione. Molte cose cambiarono, la diffusione aumentò soprattutto con il nuovo formato più ridotto, quello attuale da settimanale rispetto al precedente da quotidiano. Ci furono conseguenze sui contenuti, sulla “forma del pensiero”: “Il pensiero è come l’acqua – ha detto – non ha forma, ma assume quella del contenuto”.

Il passo ulteriore fu “Repubblica”, completamente diversa dal settimanale, per acquirenti e “gesti d’acquisto”, la cui diffusione ha superato le 700.000 copie vendute. Si può vedere nell’escalation da 15.000 a 700.000 copie il passaggio da un’intelligenza di elite a un’intelligenza di massa? si è chiesto. Questa la sua risposta: nei confronti con la televisione si tratta pur sempre di piccoli numeri, se tutti i giornali non raggiungono il 35% della share televisivo, ma il linguaggio è diverso, rapidità e passaggio repentino da un tema all’altro nella Tv, con un effetto più effimero; il giornale invece può evidenziare la notizia con la grafica e il lettore può approfondirne la conoscenza riprendendolo in mano, riflettendo.

L’intelligenza di massa, secondo Scalfari, “non può essere vista come azione per portare tutti allo stesso livello, ma per fornire a tutti gli strumenti in grado di farli crescere”. Non è mai avvenuta neppure in passato una simile promozione, che va considerata velleitaria. C’era l’“agorà”, il teatro per una elite, il popolo era oppresso o schiavo. Una minoranza guidava la città anche quando la schiavitù fu abolita, e questo avvenne soltanto 200 anni fa. La massa non andava oltre la sussistenza, la lotta per la sopravvivenza prevaleva su tutto. Ma anche oggi che la situazione è radicalmente mutata “si può pensare all’intelligenza di massa soltanto con un’azione profonda di redistribuzione del reddito e della ricchezza a tutti i livelli”.

Finché non si saranno raggiunti risultati in questa direzione, ha aggiunto, dobbiamo salvaguardare il patrimonio culturale che ci è stato consegnato anche con mezzi artificiali, dato che non avviene in modo spontaneo; perché il teatro, ad esempio, non attira le masse, limitandoci ai tempi moderni ha 150-200 anni di storia recente, mentre per il cinema è diverso, ha solo sessant’anni di vita. Una rappresentazione teatrale come quella di “Ifigenia” va fatta vivere anche se attira poco pubblico – ha affermato con forza – “perché anche le minoranze hanno diritti che vanno tutelati”.

Si ha il diritto a quel tipo di spettacolo, che è autentica cultura, sebbene il privato non lo farebbe mai perché la scarsità di pubblico lo renderebbe antieconomico. Strehler faceva teatro con meno di 500 posti, dava Brecht anche se controcorrente e poteva farlo, per nostra fortuna, ha detto. Il necessario sostegno dei contributi statali non va visto come soggezione al potere pubblico ma come mezzo per assicurare il diritto delle minoranze alla cultura. E ha concluso, in modo un po’ sconsolato: “L’intelligenza di massa purtroppo si sviluppa anche con le cose scadenti, si spera che con gli anni o i secoli passi a un maggiore impegno”.

La puntualizzazione di Pilati dell’Antitrust e l’attacco di Escobar

Da Pilati, componente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, è venuta una puntualizzazione tecnica, quasi un “break”. I contributi pubblici non sono ammessi perché violano il principio di parità nella concorrenza ma si ricorre all’“escamotage” di ammettere delle deroghe, cioè eccezioni giustificate da esigenze superiori. La cultura fa scattare la deroga, ma l’eccezione non deve stravolgere il sistema di regole: si deve trattare di cultura in senso stretto e gli aiuti devono essere distribuiti in modo omogeneo nel settore, commisurati ad obiettivi chiari, precisi e verificabili.

“Nel teatro – ha precisato – questo spesso non avviene, mancano gli obiettivi e si viola il principio di parità tra i soggetti, cosa che preoccupa il Garante della concorrenza”. La conservazione del patrimonio culturale, giustamente propugnata da Scalfari, riguarda pochi casi, e i finanziamenti al cinema in crisi negli ultimi trent’anni hanno distorto il mercato perché, raggiunto il risultato economico prima di andare nelle sale, non ci si preoccupa di mettere in atto tutte le iniziative promozionali e di mercato. In gran parte le riflessioni di Baricco sull’inutilità dei finanziamenti al teatro, sempre per Pilati, nascono da fatto che “la formazione delle idee, piuttosto che nel teatro, prima è avvenuta attraverso il cinema, poi è passata alla televisione; la crescita culturale, per quanto c’è stata, si è avuta con il cinema e la televisione, non con il teatro”.

L’attacco di Sergio Escobar, con il carisma datogli dalla direzione ventennale del prestigioso Piccolo Teatro di Milano, parte da lontano: “Mi preoccupa tutto ciò che ricorda l’influenza sulla cultura e sul pensiero della gente”, Baricco ragiona per paradossi e quando si entra in quel labirinto è difficile uscirne: “Come si può parlare di libero mercato al quale sottoporre le attività culturali se si ammette comunque che sono necessari i finanziamenti pubblici? E poi oggi è proprio il libero mercato a battere alle porte dello Stato. Perfino i liberali, ormai, si sono rassegnati a un sempre più penetrante intervento pubblico nell’economia, e nella cultura non se ne può fare a meno”.

L’intenzione di Baricco è positiva e così la sua provocazione – aggiunge – anche se la sua posizione sembra “bizzarra”: “Perché invece del teatro non attacca i finanziamenti all’editoria alla quale vanno oltre 700 milioni di euro, il doppio di quanto va al teatro? Solo la Mondadori ha avuto 29 milioni di euro nel 2007 per le attività editoriali, a fronte dei 19 milioni ricevuti da tutti i Teatri Stabili pubblici”. Ma c’è di più: “Alla Rai vanno fondi pubblici otto volte di più del teatro”.

In Francia ben 6 miliardi di euro sono destinati alla cultura, dei quali 500 milioni al cinema, mentre all’editoria la metà di questa cifra; negli Usa non c’è università senza un teatro. In Italia si assiste ad una dispersione in mille rivoli, sono ben seicento i soggetti che vengono finanziati nello spettacolo.

Si avverte l’esigenza indifferibile di abolire i finanziamenti senza riferimento a obiettivi precisi e verificabili, come abbiamo richiesto finora invano – ha detto Escobar – precisando: “Dall’istituzione del Fondo unico per lo spettacolo, nel 1984, chiediamo alla politica, ai governi, persone in carne ed ossa, di assumersi la responsabilità di finalizzare quei contributi e quel sostegno. Non si è fatto niente perché in venticinque anni sono cambiati quindici ministri, messi lì per punizione”.
Su questa base si è lanciato in una forte requisitoria contro gli errori e gli abusi, le assurdità e le irregolarità: per superare tutto ciò si dovrebbe voltare pagina e destinare i finanziamenti a chi fa veramente cultura realizzando gli obiettivi fissati. Il teatro è la sede culturale per eccellenza.

Poi la breve replica di Baricco. Cita una serie di anomalie nei finanziamenti pubblici alla cultura, in particolare ai Teatri Stabili. La sala si anima, un teatrante sfoga nel microfono la sua rabbia con un lungo monologo. Ma il tempo disponibile si è esaurito, il pubblico lascia la platea dell’Eliseo, il teatro si riappropria del suo spazio magico. Sta per andare in scena l’“Amleto” di Shakespeare…

Le altre posizioni nel dibattito sulla stampa

La discussione pubblica al Teatro Eliseo non ha esaurito il dibattito sulle questioni sollevate da Baricco, che si è svolto sulla carta stampata con l’intervento di molti protagonisti dello spettacolo.

Ne facciamo una rapida rassegna iniziando con la dura replica di Vincenzo Cerami, già ministro ombra per la cultura del Partito Democratico: “Ciò che lui auspica si sta già verificando. Lo Stato…ha già messo in ginocchio, con il taglio al Fondo unico dello spettacolo, la musica, il teatro, la danza, il cinema… già più di 400 teatri sono stati chiusi, e con loro molti centri di prestigio in tutti i settori della cultura, dagli istituti musicali ai Conservatori, alle biblioteche, alle piccole e medie aziende che lavorano nel settore”. Mentre nei principali paesi europei sono messe a disposizione della cultura risorse pubbliche “tre-quattro volte” più che da noi.

Per Cerami va respinta l’idea di aprire ai privati, “non c’è corsa a investire nella cultura, come lui crede. Scuole, università, teatri, musei, biblioteche, archivi non si guadagnano da vivere. Per compiere la loro missione civile, per aiutare, devono essere aiutati”. Però aggiunge che “esistono sprechi e che il denaro viene distribuito male”, e nel ritenere necessari gli aiuti pubblici “non mi riferisco a sovvenzionamenti a pioggia o discrezionali, ma a risorse da investire con oculatezza e spirito imprenditoriale”; “il futuro della nostra cultura deve entrare, al pari delle altre emergenze nazionali, nel ciclo delle grandi riforme che il paese aspetta e di cui si avverte un forte e urgente bisogno”. Sembra non contestare la diagnosi di Baricco sull’esigenza di rivedere il sistema, ma prende le distanze dall’idea di togliere l’aiuto pubblico al teatro per darlo a scuola e televisione.

L’editore Laterza ha difeso l’aiuto al teatro e alle altre forme di cultura che non potrebbero reggersi altrimenti, evidenziando “il ritorno per la collettività di una manifestazione culturale, che si aggiunge a elementi immateriali come il pluralismo delle idee, il senso della comunità, l’identità e la promozione del territorio”. Neppure lui è per il mantenimento dello “status quo”, e afferma che “per dare al teatro (come alla lirica o alla danza) un sostegno efficace, serve una discussione seria sul quanto e soprattutto sul come, con quali criteri e quali controlli. E non è affatto detto che la prova del mercato sia incompatibile con un ragionevole aiuto pubblico, ad esempio nella fase iniziale di un’attività”.

Gigi Proietti ribadisce la richiesta di una discussione su come rivedere il sistema: “Il teatro da solo non può farcela. La gestione dei teatri ha costi enormi. Ma parliamone. Baricco, apriamo un dibattito non dico con tre B ma almeno con una”.
Anche un uomo di teatro come Luca Barbareschi, pur se molto critico della tesi di Baricco, ammette che occorre cambiare: “Il sistema dello spettacolo in Italia non va rotto, come dice lui, va risistemato come in Francia, Germania, Inghilterra, ora perfino in America: l’intervento dello Stato ci vuole. Chi deve andar via è la politica che ha egemonizzato poltrone, denari, tutto”.

E il presidente dell’Eti Giuseppe Ferrazza: “Su alcuni punti mi trovo d’accordo con Baricco. Sono convinto che la diffusione della cultura deve essere a largo raggio”. Ma aggiunge: “Non sono d’accordo però a lasciare tutto in mano al mercato, non è possibile perché ci sono delle tipologie di teatro che vanno protette”; quelle – aggiungiamo – che Scalfari identifica in “Ifigenia” rivendicando come minoranza il diritto alla loro salvaguardia anche se alla maggioranza non interessano.

Per l’Agis, il presidente Alberto Francescone ha avanzato una richiesta: “Bisogna fare una riforma del settore ormai necessaria, ma prima vogliamo il ripristino del Fus ai livelli minimi del 2008.

Il presidente dell’Associazione imprese teatrali di produzione aderente all’Agis, Roberto Toni, è esplicito: “Per lo spettacolo l’equilibrio tra costi e ricavi non è quasi mai possibile, né qui ne altrove, lo sa bene Baricco”. E pone la domanda retorica: “La questione è: lo spettacolo è elemento fondante della cultura di un paese e della sua crescita civile? Se sì, lo Stato se ne faccia carico ridisegnando il sistema, selezionando i soggetti, definendo criteri e regole per investimenti mirati. Noi che il teatro facciamo, da qualche decennio, questo chiediamo con insistenza e non da oggi”, in linea con quanto dichiarato da Escobar alla stampa e ribadito nel dibattito all’Eliseo.

Dario Fo, con la sua autorità di Premio Nobel per la letteratura e uomo di teatro afferma: “Ci vogliono regole trasparenti, per rispetto anche del pubblico. Ma sul finanziamento non si discute: anzi in Italia la percentuale del Pil alla cultura è dieci volte inferiore alla media europea”.

Gabriele Lavia è molto aspro: Tuonare contro il sistema teatrale italiano… mi sembra come assestare il colpo di grazia ad una creatura agonizzante, che ha tanto bisogno di vivere”.

Ancora più aspro Nicola Piovani: “Una sciocchezza così non l’avevo mai sentita”, mentre Franca Valeri ironizza: “Che idea scherzosa!”

Severo il giudizio del regista Maurizio Scaparro: “Le premesse e le considerazioni di Baricco sono condivisibili, ma le conclusioni sono invece pericolose e forse devastanti. Per il teatro e non solo”.

Per Carlo Giuffrè “senza finanziamenti mancherebbe il pane”, mentre Paolo Poli commenta serafico: “Baricco dice quello che vuole e noi continuiamo a lavorare. Ho visto passare tante stagioni, buone o cattive. Spero di resistere anche a questa.

Un’adesione a Baricco viene da Riccardo Muti, che da sempre si batte per molti punti da lui sollevati: “In particolare la centralità della scuola fin dalla tenera età, il potenziamento dei programmi formativi che attraverso la televisione sono in grado di raggiungere anche le persone più lontane e isolate, e la formazione di giovani musicisti, sono tutti ambiti dove è necessario il sostegno delle istituzioni pubbliche. Così come ci vorrebbero più risorse private perché potrebbero ridare nuova linfa ad un mondo che ha davvero bisogno di una vera ‘rivoluzione mentale’.”

Salvatore Accardo entra ancora di più nello specifico musicale: “Baricco scrive giusto quando parla di dare soldi alle scuole: la musica va imparata e insegnata fin dai banchi di scuola. E’ vero che ci sono sprechi nei teatri con le loro produzioni faraoniche ma non è così, per esempio, per la musica da camera e le istituzioni concertistiche che andrebbero sostenute dallo Stato”.
Sul versante del cinema Paolo Sorrentino regista di “Il Divo” – film di qualità che non si sarebbe realizzato senza il contributo pubblico – ha affermato: “Concordo con Baricco quando dice che vanno cambiati gli obiettivi culturali per sostenere scuola e Tv. Ma devono cambiare anche le regole di questo sostegno, liberarlo dalla politica”.

Franco Zeffirelli interviene polemicamente: ”Bisogna finirla con queste elemosine di Stato ai teatri. Servono decisioni radicali… Negli Stati Uniti o in Inghilterra lo Stato non si occupa della cultura, che è gestita solo dai privati.. L’idea che il teatro e la cultura debbano essere gestiti dal privato e non dai governi io l’ho nel cuore da decenni… Misurarsi col mercato spingerebbe le varie sovrintendenze a fare spettacoli di successo…Per i teatri di prosa si può pensare a un supporto pubblico” anche se “chi decide se un testo vale la pena di finanziarlo o no? Gli assessori? E’ difficile…”. Poi cita l’esempio di successo del Metropolitan di New York: “Fornisce un servizio costante, non costa niente allo Stato e produce cultura eccome”.

Alcune considerazioni a margine del dibattito

Ci sembra che nessuna delle posizioni che abbiamo riportato difenda il sistema attuale, mentre molte respingono il proposito di eliminare i finanziamenti pubblici dalle varie forme di spettacolo, in primo luogo il teatro, per spostarli su scuola e televisione, lasciando operare il mercato e l’iniziativa privata. La diagnosi viene sottoscritta da tutti, nella terapia Baricco resta isolato, anche se Zeffirelli è dalla sua parte, pur se da una posizione del tutto autonoma: “Lo dico da decenni”.

Ma se è così vale la replica di Baricco affidata a “Repubblica”del 4 marzo 2009: “In qualsiasi sistema bloccato, che ha fissato le sue regole e tracciato dei confini, quel sistema è l’unica possibilità: tutto il resto è sogno”. E ancora più esplicitamente entrando nello specifico: “Fare il teatro lirico in un modo diverso da quello usato dallo Stato attualmente è impossibile fino a quando lo Stato farà il teatro lirico in quel modo con la scusa che in altri modi è impossibile”. Segue un altro esempio: “Nessuno può fare meglio dei Teatri Stabili in un mondo con i Teatri Stabili: ma nessuno può dire che questo sarebbe impossibile in un mondo senza Teatri Stabili”.

Osserviamo che una simile constatazione si può fare per altre fonti di spesa, tutte quelle che hanno una loro inerzia e si autoalimentano perdendo il riferimento non soltanto agli obiettivi, come denunciato da più voci, ma spesso anche alla ragion d’essere. In effetti, per rifondare il sistema, volendo mantenere i necessari contributi pubblici, non ci si può limitare a ridurre e spostare marginalmente le attuali sovvenzioni mantenendo il loro carattere “a pioggia”, ma si deve ripartire da zero. Come avveniva con il cosiddetto “zero base budget” che fu introdotto nel bilancio federale Usa dal presidente Carter. Sarebbe inutile effettuare tagli continuando a finanziare realtà compromesse, occorre azzerare tutto e ricostituire il sistema ex novo, con finanziamenti congrui conferiti secondo il “ranking”, una graduatoria basata sulla qualità dei programmi, finché la “cut off line” segna l’esaurimento delle risorse e l’esclusione di quelli di livello inferiore ai prescelti.

L’efficacia sarebbe garantita dalla riduzione drastica dei soggetti percettori e dal sostegno delle forme veramente efficaci di promozione culturale con verifica del raggiungimento degli obiettivi; perché anche per i finanziamenti degli anni successivi opererebbe lo “zero base budget” con il “ranking” e la “cut off line”, quindi gli esclusi potrebbero rifarsi, in una competizione che è garanzia di qualità. Per risolvere il problema di chi valuta i programmi e fa la graduatoria, aspetto determinante per l’efficacia del sistema – non certo gli “assessori” giustamente temuti da Zeffirelli come da Baricco – si potrebbe ricorrere a commissioni con dei garanti di livello internazionale.

Ma a parte questa proposta venuta a noi per associazione di idee con le tecniche di bilancio, ci chiediamo come mai Baricco, che identifica nella televisione il campo su cui concentrare le risorse perché lì si svolge la battaglia per la diffusione della cultura, essendo la comunicazione per eccellenza cui tutti hanno accesso, non la include tra i settori da sottoporre a una radicale revisione, quella dei due suoi esempi appena citati? Perché si fanno le bucce al teatro per evidenziare sprechi, inefficienze e mancato rispetto degli obiettivi culturali impliciti nei finanziamenti pubblici che riceve, e non le si fanno alla televisione, o meglio a quella parte della Tv, la Rai, che riceve un cospicuo finanziamento pubblico per svolgere un’opera di elevazione culturale? Quando è questa la legittimazione data dalla Corte costituzionale alla devoluzione ad essa del canone perché “diversa” dalle Tv commerciali a ragione dell’impegno culturale, canone che i cittadini sono obbligati a pagare come imposta? All’Eliseo il solo Escobar ha evocato il problema della Rai, l’“ombra di Banquo” del dibattito anche se l’“Amleto” e non il “Macbeth” è andato in scena subito dopo.

Ancora più espressamente ne ha parlato Giovanna Melandri, da poco responsabile per la cultura del Partito Democratico, che per questo citiamo in chiusura dopo aver aperto la rassegna delle posizioni con il precedente ministro ombra di tale partito, Cerami. Secondo la Melandri, la diagnosi di Baricco è corretta, non solo per le critiche al sistema su cui tanti hanno convenuto, ma anche perché “è nella scuola e davanti alla Tv che si forma la cittadinanza culturale, il pubblico”, ma la cura è sbagliata in quanto “colpisce il bersaglio sbagliato”. E prosegue: “Mi spiego: la scuola ha subito un taglio di 8 miliardi di risorse, quest’anno, in Tv abbiamo 1,5 miliardi di canone, che legittima il servizio pubblico, una tassa di scopo, quindi il bersaglio della critica di Baricco doveva essere la Gelmini e la Tv pubblica, la più grande industria culturale italiana che abbiamo trascurato nella sua totalità, concentrandoci solo su informazione e par condicio, quando non sappiamo cosa sia… devi leggere ai bordi dello schermo per capire se è Rai o Mediaset. E invece Baricco se l’è presa con il Fus, che con i suoi 360 milioni di euro aiuta, da solo, tutto il mondo della produzione culturale italiana”.

In questa conclusione della Melandri sentiamo riecheggiare le parole di Escobar all’Eliseo sull’enormità dei fondi alla Rai rispetto al teatro,il solo spettacolo colto con attori vivi e presenti senza mediazioni artificiali. Così ne ha parlato il grande coreografo del “teatro totale”, Micha Van Hoecke, alla presentazione del Festival della spiritualità ricordato all’inizio: “Se vado in chiesa è per cercare Dio, avere un rapporto con la divinità; se vado in teatro non c’è una luce che entra dall’esterno come in chiesa, le luci si abbassano, c’è qualcosa che parla alla mia coscienza, c’è un che di magico, sono seduto e devo viaggiare. Cos’è il senso di spiritualità che c’è nel teatro? Sono le persone che lo fanno vivere. C’è un’anima per queste serate”. Poi lo ha preso la commozione fino alle lacrime. Questo è il teatro da sostenere, la sua umanità e la sua spiritualità; la sua cultura.

E allora non possiamo non riproporre, scusandoci dell’autocitazione, quanto abbiamo prospettato di recente in questa Rivista su “La Rai, un servizio pubblico da rivedere”, portando la linea di Baricco alle logiche conseguenze sulla televisione, che resta l’elemento centrale della sua tesi. Il “ranking” dello “zero base budget” andrebbe applicato pure al palinsesto Rai, e la “cut off line” potrebbe davvero escluderne gran parte, così si renderebbero disponibili per la cultura nuove ingenti risorse!
Il nostro articolo appena citato lo abbiamo dato a Baricco sul palcoscenico dell’Eliseo, parlandogliene brevemente. Ci ha detto con un sorriso cortese: “Lo leggerò”. Restiamo in attesa.

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