Montorio al Vomano, il “Chaos” di Alice, nella “Vetrina del Parco” 2009

di Romano Maria Levante

Un’esplosione di colori, di sentimenti e di valori in dieci composizioni spettacolari. Visita alla mostra “Caos” dell’artista Alice, inaugurata a Montorio al Vomano (Teramo) il 4 settembre 2009 nell’ambito dell’anniale “Vetrina del Parco”, trascorsi pochi mesi dal disastroso terremoto del 6 aprile. Tutta l’attenzione ai danni visibili e invisibili, tra i monumenti la chiesa parrocchiale è rimasta intatta, l’abbiamo definita immutabile. Invece c’è anto che ha avuto ben altra sorte, pensiamo all’abside della basilica di Santa Maria di Collemaggio, la parte superiore scoperchiata, non potremo mai dimenticare il cielo aperto dov’erano le “voltine” barocche sovrapposte alla nudità della struttura quando vi siamo entrati dopo l’apertura della Porta Santa per la Perdonanza. A terra un cumulo di macerie con i tanti compomemti, pezzi di affresco, di fregio, di tutto; questa frammentazione di un ordine immutabile ha preso il cuore.

Una scena analoga si è ripetuta nelle tante ferite inferte dalla scossa sismica, purtroppo spesso mortali, alle persone come ai monumenti, a tutto; una distesa di oggetti privi ormai di significato perché staccati dalla loro funzione originaria, recisi dalla vita anche quando la vita non è stata recisa. Ricordiamo le immagini post terremoto delle case sventrate, dalle quali emergevano gli interni, messi in piazza in modo impudico per così dire; lo abbiamo visto rappresentato dai “Cinque registi tra le macerie”, è stato un aspetto che ha colpito gli artisti. Ebbene, ovunque oggetti compagni della vita, amati come ricordo o come pegno, dispersi e abbandonati privi di ogni valore. Ci eravamo chiesti cosa significasse tutto ciò, la disumanizzazione degli oggetti, forse pari a quella della realtà, con la natura divenuta non solo matrigna ma assassina. Aveva un nome tutto questo?

La cosmogonia di Alice

Sì, ora ha un nome, lo ha trovato Alice, e non si è limitata al titolo, ci ha costruito sopra una sorta di cosmogonia e di palingenesi, partendo addirittura dalla Teogonia di Esiodo che al verso 116 postula un “inizio senza inizio” dal quale tutto “trae origine e vita”. Se “sono tre gli attori della creazione” , c’è n’è uno dal quale si parte: “Dunque per primo fu Chaos”, poi vengono “Gaia ed Eros”, la Terra e l’Amore. Cioè tutto. Anche nella Creazione ebraico-cristiana “in principio Dio creò il cielo e la terra” ma non dal nulla; la terra era “informe e vuota”, c’era confusione e indeterminatezza, il Chaos primordiale fu vinto dalla Creazione che diede un ordine superiore. Ci torna in mente l’Aleardo Aleardi della nostra infanzia. “Dimmi, cosa è Dio?”, “‘Ordine’, risposero le stelle”.

Di fronte a tutto questo non potevamo non immergerci nel mondo di Alice, nella sua mostra di arte pittorica e non solo, che prende con i suoi colori lancinanti come prima ci aveva preso il bianco e nero delle foto d’epoca, ma non ci prende il colore, bensì quello che c’è dietro, che c’è dentro.

In primo luogo c’è una sensibilità che viene da lontano, se Maurizio Fallace, uno dei Direttori Generali di punta dei Beni culturali, ha scritto di lei: “E’ la forza e la maestria di un talento innato ed indiscutibile rivitalizzato dalla ricerca, dallo studio e da un bagaglio culturale che si nutre costantemente della curiosità intellettuale e degli insegnamenti che l’artista ha tratto dai numerosi viaggi attraverso le biblioteche, le chiese, d’Europa e le meraviglie del mondo”. E ancora: “I lavori di Alice sono il frutto di un animo profondo che spinge gli occhi a guardare sotto il velo dell’esperienza sensibile e a cercare nuova luce e speranza oltre il limite delle brutali apparenze”.

E ha trovato “luce e speranza” nella visione cosmica di Esiodo, facendo appello a qualcosa di sovrumano nella solitudine disperata dinanzi ad apparenze che più “brutali” non potevano essere avendo la terribile evidenza della realtà. Sarà che ci colpiscono le visioni cosmiche – già era successo con le “Genesi” scolpite da Deredia, come i lettori sanno – sarà che ha evocato in noi l’Aleardi così lontano nel tempo, siamo stati subito presi dalla visione di Alice, che diviene filosofica soltanto in seconda battuta, nasce come impatto con la realtà, brutale come non mai.

Uno studio d’artista devastato, gli innumerevoli oggetti che ne sono strumento di lavoro e arredo a terra, in mille pezzi; come erano tutti al loro posto e in ordine la sera prima, e così li avrebbe trovati l’indomani, mentre erano sconvolti come se ci fosse stato un terremoto distruttivo; e c’era stato veramente il terremoto, addirittura catastrofico, aveva messo a soqquadro, come il suo studio, tutte le case della città, facendone crollare molte, annientando tante vite, seminando terrore e caos.

Dal caos del terremoto al Xàos o Chaos primordiale

Ma è un caos che agli occhi dell’artista assume nuove sembianze, diventa Chaos, dato che per esprimere l’esiodeo Xàos occorre aggiungere l’h, altrimenti sarebbe stato Kàos. E il Xàos di Esiodo è l”inizio senza inizio”, anche se qui sembra segnare una fine. Soltanto in apparenza.

I frammenti di vetri e materiali, polveri colorate e oggetti sono disseminati a terra e sulle tele anch’esse cadute spargendosi secondo contorni elaborati, profili inattesi, immagini inedite mai viste e neppure pensate o sognate. Lontano da ogni ordine e logica secondo il sentire e il vedere corrente, ma poteva trattarsi di un ordine diverso, di una logica nuova forse superiore a quella ordinaria perché creata dalle forze della natura. Anzi da una forza irresistibile come il sisma, scatenata da giganteschi movimenti di faglie, da immani pressioni che sommuovono la crosta della terra. Forze distruttive che, per la compresenza degli opposti, se creano qualcosa lo fanno in grande. E se fosse una creazione di simili forze quella che gli occhi di Alice hanno colto nello studio disastrato?

Questa l’origine di opere che non vanno confuse con i soliti “collage” anche di autori rinomati, di oggetti appiccicati su tela o altri supporti, in una composizione volta spesso più a stupire che a trasmettere particolari significati, meno ancora emozioni. Invece qui troviamo ambedue, il significato sta in una cosmogonia distruttiva che diventa creativa al tempo stesso, non solo per l’episodio che l’ha generata, ma per il significato filosofico che incarna.

Parola quest’ultima non messa a caso, perché è anche alla carne delle povere vittime che pensa l’autrice. Le sue composizioni sono create sotto la spinta dello scompiglio e del tumulto che stravolge le cose e tutto il resto ma per far riacquisire una purezza primigenia nei nuovi assetti voluti dal Chaos, nel senso di nuovo inizio tutto da decifrare; così sono, del resto, le palingenesi.

Il messaggio di Alice

Guardiamole da vicino le opere prima di penetrarne ancora il messaggio. Sono composizioni policrome fatte di una miriade di oggetti e frammenti, tra i quali i coloratissimi vetri di cattedrale e i swarovsky, le perle e i merletti, le catenelle e i fogli di giornale, e poi gli orologi, tanti, ossessivi. puntati sulla stessa ora, le 3,32, non serve dire perché.

E’ un cromatismo magico che pur nei suoi violenti contrasti trasmette un’armonia sottile, come l’accozzaglia di oggetti giustapposti anche in diversi piani rilevati compone un insieme organico del quale non è facile cogliere la chiave. Forse è nelle parole che ci dice l’autrice: “Sono oggetti preziosi perché abbiamo perduto un bene prezioso. Sono messaggi luminosi, ma il bello dobbiamo cercarlo dentro di noi, dentro gli altri. Rifaremo quello che abbiamo perduto, rimetteremo a posto tutti i tasselli, come quelli delle composizioni che, pur eterogenei, hanno trovato una loro unitarietà. La scossa ha creato un disordine, ma con esso nuove forme, opportunità diverse, le ho viste sul posto e le ho fissate per sempre al momento”.

Ci ha confidato pure che l’estemporaneità è nell’ispirazione, non nella realizzazione per la quale c’è voluta una cura particolare, l’approfondimento dei collanti e dei materiali, una razionalità tutta l’opposto dell’istintività di base. Come avviene per lo scrittore, le abbiamo detto ed ha convenuto, che “scrive il libro con il cuore e lo riscrive con la mente”.

E’ stato un piacere parlarle perché i suoi occhi esprimono l’autenticità e la sincerità, pur nella modestia di chi inconsciamente teme di aver trovato qualcosa di troppo grande, e tende a minimizzare. Né si tratta di neofita, lo sviluppo della creatività artistica con la ricaduta sociale delle iniziative volte a promuovere arte e cultura è la finalità dell’Associazione culturale “Forum Artis” che ha sede a Mosciano Sant’Angelo, di cui Alice è presidente con il suo nome anagrafico, Adelina Di Sabatino Di Diodoro. Ha anche interpretato la tragedia delle Torri Gemelle in un’opera che portò a New York nel 2002 come messaggio di pace, premiata come la prima ispirata all’11 settembre. E’ divenuta socia onoraria e medaglia d’oro della “Columbia Association” di New York City, Fire Department, il cui presidente Vincent Tummino venne a premiarla in Abruzzo nel 2005; visita che ha ricambiato tornando a New York nel 2008 per le commemorazioni dell’11 settembre.

L’artista delle catastrofi, allora? No, la sua pittura è ben diversa, ma sa lasciare il passo alle emozioni che cambiano la vita e quando sono così forti e sconvolgenti incidono sull’arte.

Le dieci scintillanti composizioni

Descriviamo le dieci composizioni, create nel terremoto e dal terremoto, e destinate dall’artista alla ricostruzione che è il messaggio subliminale più positivo contenuto nelle opere stesse. Perché non sono fosche e tristi, ma solari e scintillanti di luce e di vita, perché così deve essere il nuovo inizio, raccogliere tutto quanto di positivo è andato in frantumi per ricomporlo nella palingenesi creativa dove Gaia ed Eros prendono il testimone della staffetta da Chaos per volare in alto.

Dal Chaos sono uscite le trecento stelline luminose entrate nel cielo creato intorno al grande cerchio sconvolto nell’opera dedicata alle vittime, l’unica dove non appare nessuno degli orologi che si trovano in ogni altra, e costituiscono la maggior parte degli oggetti della composizione nella seconda opera circolare; la quale, oltre a rappresentare un immenso orologio con le grandi lancette ed includere una miriade di piccoli orologi tutti incollati alle 3,32, per le sue antenne giganti di segnatempo della distruzione diviene la madre terra dalle potenti leve su cui poggiare per ripartire.

Le altre composizioni hanno forme allungate, materiali diversi, un piccolo orologio c’è sempre con presenza discreta, il cromatismo di fondo varia dal verde al viola al blu senza una dominanza particolare. Sono variamente composite nella presenza di oggetti come nella coloritura brillante, che non è resa dalle pur pregevoli riproduzioni; la ricchezza espressiva si può cogliere solo vedendole nella loro originale fattura, impossibile da percepire in tutto il suo rutilante fulgore se riprodotta.

Luce e colore, quindi, ricchezza e ridondanza, una cornucopia che attende di ricomporsi ma intanto sciorina tutta la sua potenzialità di vita e vitalità, superato il trauma del Chaos primordiale.

Il viale della memoria

Usciamo dalla bella “cave” con volte in mattoni che ospita i magici cromatismi di Alice, avendo negli occhi il caleidoscopio di immagini cosmiche da lei create. Torniamo sulla terra pensando alla sincerità dell’ispirazione, dimostrata anche dal gesto di donare le opere per ricostruire cominciando così a dare sostanza al nuovo inizio che supera il Chaos ricreando la vita nei suoi colori.

Il canto popolare” dispensa le sue melodie evocatrici anch’esse di un ordine umano, quello della tradizione dai tempi immutabili. Risaliamo Corso Valentini, vi troviamo una galleria, questa volta attiva e pulsante, di antichi mestieri, di usi e costumi, con l’arcolaio e i fusi della filanda, la preparazione di cibi, gli antichi arnesi e i costumi d’epoca. Una via che non diventa un “viale del tramonto”, le figure e i volti non sono spenti, la virtù atavica dell’Abruzzo “forte e fiero” è tutta in questi protagonisti di una tradizione, di una cultura. E’ un “viale della memoria”, della tradizione che va tenuta viva e vitale perché è un bene prezioso.

Sì, è possibile ripartire. Il Chaos è alle spalle, lo è ancora di più il caos del sisma; c’è sempre questo solido retroterra delle nostre radici che marca un’identità precisa. Ed è sicura garanzia per il futuro.

Foto Aggiornamento

Le immagini inserite nel testo non sono quelle esposte nella mostra e commentate nell’articolo; nella pubblicazione del 2009 c’erano invece le immagini del “Chaos” ispirate dal terremoto, riprese allora da Romano Maria Levante, ma poi saltate nel passaggio dal sito originario a quesro e non sono state rintracciate. Per dare un’idea dell’arte pittorica di Alice, si sono comunque inserite immagini più recenti, tratte, la prima e l’ultima da Giulianova news, le intermedie da “Orizzonti culturali italo-romeni”, si ringraziano i titolari dei due siti. In apertura, l’artista Alice, seguono 4 composizioni del “Muro delle meraviglie”; in chiusura, un’altra sua espressione artistica molto diversa.

Montorio al Vomano, la “Vetrina del Parco” del 2009, 5 mesi dopo il sisma

di Romano Maria Levante

postato da cultura.inabruzzo.it – 11. 09. 2009 – ore 12,50

Finalmente aria nuova nella festa tra natura e cultura dal 4 al 6 settembre 2009. Il palco non è mutato, le musiche si alternano come gli altri anni, ci sono gli “stand” promozionali, c’è il settore “sapori del Parco”, ci mancherebbe che non ci fosse. Ma le similitudini con il passato finiscono qui. Per il resto molto è cambiato. Sarà stato “l’umore delle comunità che hanno vissuto il terribile trauma del terremoto”, come si è scritto, ma ancora di più “lo spirito del tempo”, nulla di più diverso quest’anno. Finalmente sentiamo di essere proprio nella “Vetrina del Parco”, perché il Parco c’è, si sente e si vede.

Manifestazioni della “Vetrina” e presenza del Parco

Innanzitutto i Convegni, o meglio i “momenti di approfondimento e di confronto pubblico impreziositi dalla partecipazione di personalità culturali ed istituzionali di rilievo”, come li ha definiti Arturo Diaconale, il nuovo Commissario del Parco la cui impronta è visibile nella nuova impostazione della “Vetrina”. Del resto è una presenza necessaria, se la “vetrina” non viene curata dal titolare del “negozio” succede come in passato che del Parco c’era appena l’ombra, ovvero l’ombra ma non la luce, intesa come l’anima e la vita.

Convegni proiettati nel futuro, “Dalla paura alla speranza”, con la presenza di autorevoli personaggi di vertice come Coccia dei Laboratori del Gran Sasso, Del Boca dell’Ordine dei giornalisti, e soprattutto, se così si può dire, Cialente l’amatissimo sindaco di L’Aquila, moderati da Diaconale nella doppia veste di giornalista e di protagonista centrale dei temi e dei problemi. Parimenti moderati da lui i partecipanti al convegno di chiusura “Il nuovo ruolo dei Parchi” con Doriano Di Benedetto della Gran Sasso S.p.A e Di Dalmazio, l’autorità della cultura e del turismo non solo regionale ma nazionale per il suo ruolo oltre che nella regione Abruzzo anche nel consesso delle regioni italiane, e per la sua presenza ai vertici di Enti turistici e culturali, Teatro stabile ed Enit.

E’ una proiezione nel futuro che cerca di approfondire ancora di più le radici nel passato, rinverdendo immagini e storie, saperi e valori che sembravano dimenticati, perché le identità forti nell’era della globalizzazione sono un fattore differenziale, un valore aggiunto prezioso da valorizzare anche sul piano economico oltre che su quello umano delle tradizioni e della memoria.

Ne sono espressione visiva le mostre sulla natura: dalla biodiversità degli uccelli d’Abruzzo, a cura delle Riserve naturali, nei Monti del Salviano di Avezzano, nella Punta Aderci di Vasto, nel Lago di Penne; al “Parco in mostra”, con illustrate le installazioni ed esposizioni. Poi le mostre dell’artigianato: dall’arte nella maiolica di Castelli, “la Regina della ceramica”, alla scoperta degli antichi mestieri, che ha evocato l’artigianato tipico. Quindi le mostre d’arte, dalle opere di Alice ispirate al “Chaos”, a“Metamorfosi” con i dipinti di Miriam De Berardis, dalla “Via della luce” con i dipinti di Norma Carrelli, alle sculture dei marmi e della pietra arenaria, del liceo artistico, arte che ritroviamo a Frattoli di Crognaleto, dove ha sempre operato lo scultore, ormai maestro, Zilli. Poi le mostre fotografiche, “I colori del Parco” di Angelini, “Montorio ieri Montorio oggi” di Di Donatantonio e Nallira e “Carezze sopra le rughe” di Di Giosa, le due ultime omaggio a Montorio.

Questo non vuol dire che si è sposato il lato più serio, anzi serioso della cultura. La cultura popolare è festa e tradizione, vitalità e allegria, perciò non poteva essere omesso il tradizionale omaggio al gusto, la gastronomia è apparsa particolarmente curata, in una sezione intitolata alla “Fiera del gusto”. Dalla “Vetrina dei sapori”, viaggio intorno alla maestria culinaria con “saperi e sapori del Parco”, all’“Area del gusto”ugualmente ispirata al Parco nel chiostro degli Zoccolanti, fino al “Parco dei piaceri”, dai “piaceri della carne” – limitati all’aspetto gastronomico, va precisato – alla “cucina della nonna”, in un irresistibile arrembaggio al palato.

Anche questa sezione tradizionale della “vetrina” ha avuto un “sapore” diverso, meno da festa paesana e più da rassegna del territorio per la gioia dei sensi: del gusto oltre alla vista e all’udito. Così anche per la scelta delle musiche e dei complessi, diversi nelle tre serate, dalla “Grande tribù” e “Orchestra della transumanza” di venerdì 4 alla “Nuova compagnia del canto popolare” di sabato 5, alla chiusura di domenica 6 con il duo piano e voce Coclite-Martegiani e il concerto dei “Masters”. Il tutto distribuito nella cittadina, veramente partecipe e coinvolta interamente nella manifestazione, con festoni fotografici e postazioni di varia natura negli interni aperti e nelle strade del centro storico.

La montagna di ieri e di sempre

Detto questo, dobbiamo dire anche qualcosa che sembrerebbe contraddirlo. La nostra vista, prima che dalle mostre multiformi e variopinte e da tutto quanto abbiamo elencato, è stata letteralmente catturata da un bianco e nero che ti prende e ti porta con sé in “più spirabil aere”. La sua forza espressiva lo rende abbagliante e luminoso più che se vi fossero colori brillanti, fossero anche quelli del Parco. I colori della natura sono rimpiazzati dalla penombra della memoria, che apre orizzonti sconfinati fatti di tempo e spazio, li fa sovrapporre e intersecare nel ricordo e nella fantasia.

Ecco che la “vetrina” si apre nella piazza principale di Montorio, dominata dalla bella chiesa parrocchiale, con la galleria fotografica della montagna. La nostra montagna, com’era agli inizi del ‘900 e poco oltre nel tempo, quando aveva l’anima dei suoi abitanti che popolavano i tanti borghi disseminati tra boschi e valli, alture e versanti. E’ un grande merito riproporre le immagini di allora, far sentire il loro respiro, la voce della memoria che non viene ascoltata dall’orecchio ma percepita dal cuore, e non lo lascia.

Non più al centro i grandi fotocolor odierni dei luoghi, uno dei quali, tra l’altro, era taroccato, con la Torre medicea di Santo Stefano di Sessano in uno sfondo del Gran Sasso inesistente nella realtà; ma gli eccezionali scatti d’epoca di Gabriele Marramà, una carrellata di cinquanta gigantografie che rappresentano la straordinaria galleria di un mondo e un ambiente, una cultura e una vita dall’impronta così forte da marcare un’identità di cui andare fieri. C’è la fatica del vivere con una natura difficile in una terra povera di frutti, ma ricca di valori; e c’è la fierezza di una condizione umana che si apriva anche a soddisfazioni intime e a successi da dividere con gli altri.

Il merito dell’artista-fotografo è averne capito il valore unitario sin da quando queste realtà sembravano separate e distinte, povere e degradate rispetto alla vita cittadina. Valore non soltanto ambientale ma anche umano, ci tramandano gite spensierate, scene di vita quotidiana e di lavoro, nella pastorizia e nelle attività forestali, come nelle creazioni artigiane. Ci danno la presenza umana nei borghi che allora erano ferventi di vita e di religiosità, con le belle chiesette piene di fedeli.

Non sono semplici fotografie, bensì fotogrammi di un film che scorre nel tempo e nello spazio circoscritto e quasi sospeso tra cielo e terra, e ci rende un “come eravamo” ma forse anche un “come siamo”, o vorremmo essere ancora, nel cuore e nell’anima. Vediamo scene di vita montanara, con alcuni capolavori come le cinque figurette che si stagliano su un picco con nello sfondo la vallata tra i monti, erette nella fierezza di esserci e di essere; oppure le scene collettive dei raduni all’Arapietra, fossero essi militari o religiosi, come i pellegrinaggi alla Madonnina del Gran Sasso, la grande statua di bronzo con la Vergine avvolta in un pesante manto che protende il Bambino in segno di protezione, portata a spalle dalla devozione popolare fino alla nicchia all’aperto ai duemila metri dell’Arapietra, oltre la “vena della luna”, a metà degli anni ’30.

Da un monumento sacro a uno profano, anch’esso amato, l’“olmo di Cesacastina”, fotografato vicino alla chiesa antica con il suo bel campanile il 14 luglio 1927: due “templi” accostati, la suggestiva sequenza fotografica della gente che si accalca intorno alla pianta millenaria, essa stessa una montagna, come si fa intorno al nonno centenario, con gli abiti e i volti, la dignità e la fierezza di allora. Un altro monumento profano ci è parso il “tukul dei pastori”, quasi conquistato il 18 marzo 1925 dai gitanti alla Montagna dei Fiori che si arrampicano sul rifugio primitivo.

Ma c’è anche l’acqua, Marramà ne rivela il fascino e la mostra valorizza i suoi scatti con le gigantografie e l’“impaginazione”: c’è la “Cascata del Rio d’Arno”, c’è il “Pisciarello del Ruzzo” e una presa d’acqua artificiale. E qui la rivelazione che sottoponiamo al Commissario del Parco, se non l’ha già notato lui stesso: la portata d’acqua della “Cascata del Rio d’Arno” è impetuosa, rigogliosa, si direbbe, riempie l’immagine con la sua imponenza; abbaglia, mentre la cascata di oggi somiglia più al “Pisciarello del Ruzzo” fotografato ieri che alla stessa immagine d’epoca del Rio d’Arno; e non serve affiancarle in “ieri e oggi”, basta andare a verificare sul posto e confrontare.

La domanda sorge spontanea: è tutto dovuto al calo delle sorgenti e quant’altro di naturale, anche se effetto collaterale di dissennati interventi “umani”, oppure c’è qualche captazione a monte che falcidia la portata dell’acqua, la immiserisce, priva la vallata di una grande attrazione oltre che di una linfa vitale? E se ne sentono e se ne vedono gli effetti, nel silenzio spettrale, quando c’era la musica del torrente impetuoso e l’incessante voce degli animali ora scomparsi alla vista e all’udito; mentre un sudario bianco ha preso il posto del letto del fiume.

Una verifica sarebbe utile e doverosa, e con essa uno sforzo concreto di ripristinare nella vallata del Rio d’Arno condizioni bio-naturali ed ecologiche degne della bellezza e ricchezza ambientale che ha avuto finché non è stata depredata del bene più grande che è l’acqua. Almeno la Cascata detta del Calderone torni alla sua primitiva bellezza, poi per le captazioni a valle si faccia il possibile per limitarle verificando la scadenza delle concessioni per non rinnovarle; e qualora ci siano vincoli insormontabili si obblighino i concessionari ad aprire “finestre” di ripristino non occasionali secondo le proprie esigenze di manutenzione, ma programmate con il Parco per restituire ai visitatori in periodi predeterminati la bellezza primigenia, almeno dove è possibile perché non si sono compiuti scempi irreversibili.

Un’immagine televisiva della vendita all’asta in una famosa casa d’arte inglese mise sulle piste per ritrovare la “Madonna di Pompei” trafugata da Castelli inchiodando gli indebiti possessori; che il “blow up” della gigantografia della “Cascata del Rio d’Arno” faccia andare sulle piste di un depauperamento più o meno indebito al quale è possibile porre rimedio? E’ la nostra speranza, è l’esplicita richiesta che facciamo al Parco certi che Arturo Diaconale, con la sua sensibilità per questi temi accentuata dalla sua origine e dall’amore per i luoghi dove sono le sue radici non mancherà di darci una risposta e comunque di operare nella direzione del possibile recupero.

Dell’aria nuova che abbiamo respirato in questa galleria fotografica glielo abbiamo detto direttamente manifestandogli il nostro apprezzamento, con la vicinanza dovuta alla nostra origine, alle nostre radici e all’amore per i luoghi che hanno dato i natali a noi e alle passate generazioni dei nostri genitori e dei nostri avi, nati e vissuti a Pietracamela dalla notte dei tempi; e di questo paese spicca la foto del “gregge sulla Porta di Valle”, dinanzi alla chiesa dov’era l’ingresso con una piccola porta ad arco di pietra, di cui colpisce l’evidente imitazione delle porte di accesso ai centri abitati, ben maggiori in dimensioni ma non invidiati, all’insegna del “parva sed apta mihi”.

Ecco l’effetto delle immagini, il richiamo del sentimento e degli affetti, il recupero di una coscienza e di una identità, l’omaggio più autentico che si possa fare a una memoria e a una cultura, di cui abbiamo estremo bisogno oggi, per valorizzare il retaggio di ieri nella prospettiva di domani. Ma il bianco e nero della memoria non finisce qui, anche se non ci sono altri “blow up” rivelatori, come quello della “Cascata sul Rio d’Arno”. C’è una mostra fotografica, anch’essa evocativa, nella sala attigua alla chiesa parrocchiale, dove si è tenuto il convegno “Dalla paura alla speranza”.https://www.arteculturaoggi.it/wp-content/uploads/2025/07/Vetrina-6-1.jpghttps://www.arteculturaoggi.it/wp-content/uploads/2025/07/Vetrina-6-1.jpg

Montorio ieri, Montorio oggi

Questa volta non sono gigantografie ma ingrandimenti, non c’è soltanto il “ieri” ma anche l’“oggi”. Forse perché mentre la montagna è immutabile i centri abitati si trasformano. Ed è un bene, perché è un portato del progresso, come è un male quando si perdono preesistenze preziose. Anche l’antico incorporato nelle strutture abitative può essere arte e se va assolutamente consolidato, anche pensando al terremoto, occorre farlo mantenendo tutto il fascino che allora non era apprezzato come non lo è tutto ciò che risponde al tempo presente, ma poi diviene testimonianza, memoria, arte.

La mostra è ben curata nella forma espositiva, con l’immediato raffronto tra scatti con la stessa inquadratura in epoche diverse. Sono collocati lungo le pareti della sala, in una semplicità francescana. Non serve dire cosa prevale nel confronto ravvicinato, non c’è partita, tutti lo hanno capito. Il fascino delle foto d’epoca è vincente, anche quando non ci sono scoperte particolari.

Basta confrontare il Vomano di ieri con quello di oggi, sia nel centro cittadino, sia vicino al ponte sul torrente Arona: si vede il convento dei Cappuccini e il vecchio ponte della Madonna fatto saltare dai tedeschi, in un’immagine c’è anche il vecchio Molino con le sue cascatelle. E una panoramica del Colle dal convento con in primo piano Abramo, il primo meccanico di Montorio; poi la foto della parte alta nella quale sono visibili i resti del Forte San Carlo, scomparsi nella foto di oggi.

Ma dove la superiorità del “ieri” appare incontrastata è nell’immagine della “vecchia cantina di Concetta Trulli” rispetto a quella del “palazzo della Cioccolata”, è come passare dalla contemplazione all’indigestione. Contemplazione c’è stata anche a Ischia, dinanzi al Carro di Tespi dedicato alla pensione estiva della “signora Maria”, che ha vinto il palio marino di Sant’Anna, e ne abbiamo parlato sulla rivista, sospinto dalla forza dei sentimenti con una Lina Sastri appassionata sostenitrice di questi valori. Ora sentiamo la stessa emozione per il ricordo di un luogo della memoria e della vita passata, divenuto simbolo anche dei tanti luoghi simili che c’erano nei borghi.

La vecchia cantina era a Largo Rosciano, al quale sono dedicate diverse altre immagini, come quella della grande fiera di merci e bestiame del 17 gennaio, una panoramica di bianchi bovini in mostra: e quella con schierate camicie nere, balilla e tanto di banda giovanile. Bella l’immagine della “cura del sole” con le scolare allineate sulle sedie a sdraio e la presenza vigile della maestra Ebe, “Bebè”. Fa sentire il sapore di un’epoca, come quella dell’albergo “Vomano”, uno scatto esemplare per purezza calligrafica; e quella della carrozza postale per Lecce-Roma, nella piazza principale di Montorio, dove colpisce l’anacronistico, per oggi, mezzo di trasporto con la chiesa invece restata uguale e immutabile, quasi a manifestarne la storia millenaria.

Usciamo dalla mostra, la “Compagnia del canto popolare” diffonde le melodie di un tempo, un tuffo all’indietro anche per l’udito oltre che per la vista. Soltanto la montagna è immutabile, anche se viene essa pure scalfita dal tempo e dagli uomini, come abbiamo visto nelle “Cascate del Rio d’Arno” e nel corso del torrente, dove si tocca con mano il depauperamento per captazioni dissennate; nella gigantografia del ghiacciaio del Calderone si vedono chiaramente i guasti dell’effetto-serra, un tempo era innevato al punto da sciarvi sopra, ora è un’arida pietraia.

Si deve difendere il difendibile, con tutte le forze e i mezzi consentiti, facendo il possibile per arrestare lo spopolamento e promuovere in qualche misura un ritorno. Così non si avrà un museo bello ma senza vita, al contrario si potranno rivitalizzare i borghi e le valli, i boschi e le montagne, mettendoli in condizione di svolgere una funzione attiva nella civiltà contemporanea che apprezza sempre di più i beni scarsi: e quelli della natura coniugata alla memoria sono tra i più preziosi.

Foto (Aggiornamento)

Le immagini originarie sono andate perdute nel passaggio dal sito di allora al sito attuale, tra quelle della “Vetrina del Parco” 2009 si è potuta trovare soltanto l’immagine di apertura; è seguita dal cartello che indica il Parco, elemento centrale nella “Vetrina del Parco”. Poi sono state inserite immagini di Montorio, da una via interna alla piazza principale, prima da lontano, poi da vicino, quindi due caseggiati, e infine il cortile interno del Chiostro e un primo piano della Chiesa madre visibile anche nella foto della piazza. Queste immagini sono intervallate da 3 panoramiche dell’abitato, più 2 più distanziate all’inizio e al termine che mostrano l’inserimento di Montorio nella batura circostante. Seguono i siti web dai quali sono state tratte le immagini, che sono meramente illustrative, precisando che se di qualcuna si preferisce evitare la pubblicazione, basta comunicarlo nella parte finale del sito riservata ai commento che verrà subito eliminata. Si ringraziano i titolari dei siti che seguono, nell’ordine di inserimento delle immagini: ansa, eccellenze gran sasso, tripadvisor, skytg24, comune di montorio, comune di montorio, cm gran sasso, abruzzo web, italia visual trip, montorio al vomano altervista, locali d’autore, cm gransasso, provincia di teramo. Di nuovo grazie a tutti.

L’Aquila, Perdonanza 2009, 5 mesi dopo il sisma, un pellegrinaggio per ricordare e sperare

da cultura.inabruzzo.it del 3 settembre 2009. Ripubblicato in www.arteculturaoggi.it, stessa data

di Romano Maria Levante

L’idea del simbolo della rinascita dopo un viaggio tra miserie e nobiltà dell’essere umano Non è un “executive summary”, tutt’altro, ci accingiamo a fare un reportage molto particolare, di un pellegrinaggio celestiniano dal quale sono nate riflessioni che riportano in primo piano la figura del grande monaco eremita; e ci hanno fatto pensare al potere salvifico dell’arte. Però l’esigenza profonda, e l’idea che ne è scaturita, dobbiamo esprimerle subito, in apertura; poi se ne vedrà la maturazione nel corso del servizio, fino alla conclusione che ne esplicita ulteriormente il significato. L’esigenza profonda è di manifestare la volontà di rinascita in termini che riportino all’innocenza primigenia, in modo da volare sopra tutto quanto è avvenuto e ricominciare; e con l’arte si può creare la raffigurazione simbolica del voler ritrovare slancio e innocenza.

La Basilica di Santa Maria di Collemaggio

E allora un’immagine ci prende all’improvviso, la scultura che rappresentò l’Italia all’Expo’ di Siviglia del 1992, una grande aquila cavalcata da un bimbo felice. La sua forza evocativa ci sembra prorompente, non si perde nei tempi lontani della classicità e non è neppure frutto di correnti artistiche contemporanee. E’ il colpo di genio di un’artista popolare che ha dimostrato cosa sia trovare in sé l’energia per sconfiggere il tempo e rinascere in una nuova vita che dalla precedente ricava forza e stimoli e non ripiegamenti sofferti. Non solo, ma è un “pezzo unico” di una produzione scultorea ispirata alla bellezza che con quest’opera ha realizzato qualcosa di superiore, quasi volesse dare alle altre sculture una guida e un’ispirazione suprema..

Il titolo è “Vivere insieme”, opera di Gina Lollobrigida, in una delle sue tante vite di artista: per quest’opera e per le sue doti artistiche il presidente della Repubblica francese Francois Mitterand la insignì della Legion d’onore e la definì “artista di valore”. La proponiamo quale simbolo e sigillo della rinascita nell’innocenza primigenia e nella voglia di crescere: un simbolo alto e nobile del nuovo inizio nella bellezza e nella speranza.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Vivere-insieme.jpg
Gina Lollobrigida, “Vivere insieme“, 1992

Il nuovo “gran rifiuto” celestiniano”

Un altro “gran rifiuto” celestiniano, a più di 700 anni dal primo e più grande, ha segnato l’inizio del nostro pellegrinaggio ideale. Perché non si può certo paragonare la rinuncia al soglio pontificio con la rinuncia a partecipare a un rito, sia pure così altamente simbolico in un momento come questo per L’Aquila, qual è la “Perdonanza”.

Questo rifiuto però, proprio per il momento, le circostanze e il modo in cui si è verificato ha toccato la gente, ha fatto rivivere ancora di più vicende lontanissime nel tempo. Che non furono edificanti, come non lo sono state quelle attuali. E non dalla parte di chi ha fatto il rifiuto, ma di chi lo ha portato a ciò con atteggiamenti discutibili degni di miglior causa.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è PERD-ULK-3.jpg

Nessuna “viltade” ci fu allora, nessuna oggi, piuttosto vicende di spessore incommensurabilmente diverso come lo è il rifiuto, e soprattutto incommensurabilmente diverse per le conseguenze. Ma la storia la prima volta si manifesta in tragedia, la seconda si ripete in farsa, come è stato affermato autorevolmente.

Così è stato per la “sostituzione”: non per la figura istituzionale e personale del sostituto, autorevole e rispettabile oltre ogni dire, più che pienamente legittimata a presenziare in proprio, per la sua opera fattiva e la sua “abruzzesità”; ma perché lo si è svilito a controfigura di chi era tanto atteso e non poteva mancare.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è PEERD-UL-4.jpg
L’urna di vetro con Papa Celestino V

Doveva esserci non solo per il ruolo istituzionale, e non è chi non veda come un Presidente del Consiglio abbia un rango diverso dal proprio sottosegretario, sempre in termini di cerimoniale, e questo conta se la mettiamo sul piano formale. Se consideriamo invece la sostanza dei fatti pensiamo che il più meritevole di partecipare in prima fila all’abbraccio popolare cittadino a quasi cinque mesi dalla tragedia del sisma fosse chi immediatamente ha capito la gravità e l’importanza di essere presente con una assiduità mai verificatasi finora nei purtroppo ripetuti fenomeni tellurici, dal Friuli all’Irpinia, per non parlare del Belice e di altri luoghi dove ancora attendono.

Ricordiamo tutti il pronto annullamento del viaggio a Mosca e degli impegni seguenti, la mobilitazione personale, lo spostamento del G8 a L’Aquila per porla al centro del mondo, mossa coraggiosa ai limiti dell’azzardo, i continui viaggi nel capoluogo abruzzese per coordinare, stimolare, controllare che i lavori per la ricostruzione procedano spediti, il rapido avvio di alloggi non proprio di fortuna.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è PERD-ULT-5.jpg

Diciamo questo senza alcun riferimento né allusione politica, i fatti non hanno colore ma lasciano il segno, e non si può ignorare che ci siano stati e il segno sia rimasto. Nel vedere i quartieri che stanno sorgendo a Bazzano, a Coppito, a Castelnuovo è impossibile non attribuirne il merito non politico ma operativo a chi certe cose le sa fare per averle fatte, con altre modalità ma con la stessa carica innovativa.

Qui l’innovazione è che non si tratta di “container” ma di palazzine a tre piani, almeno cinque appartamenti a piano, collocate su piattaforme in cemento armato che possono scorrere per assorbire eventuali onde sismiche in stantuffi posti su pilastri che sembrano grosse palafitte.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è PERD-ULT-6.jpg

E non è un volo pindarico parlare di “onda sismica”. Un gentile capitano della locale Polizia provinciale, nel mostrarci la distruzione del piccolo centro storico di Roio, ci ha detto di aver visto l’onda sismica mentre stava all’aperto; sembrava che le case fossero sollevate da un’onda terrestre che poi le ha riportate a terra con sconquasso, un’immagine che ci ha ricordato il disegno di de Chirico “Termopili” del 1937, con un palazzo su un’onda marina. Il genio civile dovrà rivedere i suoi criteri, ci ha detto, i tetti in cemento armato sopra le vecchie murature sono stati deleteri, eppure questo era finora lo standard antisismico adottato in queste zone e non solo.

Sopra tale basamento, le pareti in legno o altro materiale con analoghe caratteristiche antisismiche come ferro e prefabbricato infrangibile, case quindi sicure e indistruttibili. Le abbiamo viste nei tre grandi cantieri, in uno abbiamo contato una ventina di palazzine, con ridenti finestre di diverso colore, sono quasi terminate.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è PERD-ULT-7.jpg

Una goccia nel mare? Certo, ma una goccia che si vede; e si sente, lo sentiranno in positivo le famiglie che ci abiteranno e poi, almeno a Coppito, gli universitari che vi risiederanno nel nuovo “campus” previsto nella zona. Un rimedio provvisorio per gli “sfollati” che si tradurrà in un apporto prezioso alla comunità locale quando le loro abitazioni saranno ripristinate. Dopo aver visto tutto questo, il “gran rifiuto” del 2009 appare ancora più inspiegabile logicamente, mentre lo diventa entrando nella logica della rinuncia celestiniana originata da sottili maneggi.

La storia di Celestino V tra i maneggi e gli intrighi di ieri

La rinuncia di Celestino V non fu tanto o solo conseguenza di un ripensamento personale quanto di un’intricata situazione più politica che religiosa tutta all’interno della Chiesa di allora e del Collegio cardinalizio, composto da pochi ma potenti prelati, in numero di dodici, tra i quali il decano Latino Malabranca e Benedetto Caetani di una famiglia laziale molto influente. Vale la pena di rievocarla per sommi capi, perché ci sembra molto istruttiva oltre che edificante per il santo eremita.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è comune.laquilait.jpg

Morto papa Niccolò IV il 4 aprile 1292, il Conclave non riuscì ad eleggere il successore, anche per un’epidemia di peste che uccise il cardinale francese Cholet, e dopo un anno arrivò a stento ad accordarsi sulla sede, che fu Perugia; la frattura tra i sostenitori dei Colonna e gli altri cardinali fece prolungare la Sede vacante con crescente malcontento popolare, ma non fu questo l’acceleratore bensì l’intervento di Carlo Martello a Perugia nella sala del Conclave per giungere a una nomina che avrebbe dato l’avallo pontificio all’imminente trattato in corso tra angioini e aragonesi.

Pur protestando sdegnati per l’indebita irruzione, gli undici cardinali rimasti decisero di accelerare i tempi con una pur faticosa convergenza sul nome proposto dal decano, il monaco eremita Pietro Angeleri da Morrone, noto per la sua vita ascetica e per aver fondato un proprio ordine monastico che aveva difeso al secondo concilio di Lione dove si era recato a piedi nel 1273 lasciando l’eremo dov’era dal 1239, una grotta nel Monte Morrone sopra Sulmona, impedendone lo scioglimento.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è radiolaquila1.it-bis.jpg

L’unanimità per una soluzione indilazionabile dopo 27 mesi di sede vacante, tra le attese della gente e delle potenti monarchie, fu raggiunta su di lui come papa di transizione, per la tarda età, quasi ottant’anni, molti a quei tempi, e per l’inesperienza che credevano consentisse di manovrarlo.

Il netto rifiuto iniziale del monaco, raggiunto nella sua grotta sui monti della Maiella da tre vescovi, si trasformò in una riluttante accettazione per dovere di obbedienza. Carlo d’Angiò in persona lo accompagnò a L’Aquila dove aveva convocato il Sacro Collegio e dove fu incoronato nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è ilcentro.it-bis.jpg

Tra i primi suoi atti, oltre al trasferimento della curia a Napoli, in Castel Nuovo, dove per sé tenne una piccola semplice stanza per pregare e meditare, ci fu l’emissione della Bolla del Perdono con cui fu istituita la “Perdonanza”, il prototipo del Giubileo che fu introdotto in seguito, con indulgenza plenaria a Collemaggio; e il Concistoro del 18 settembre con la nomina di 13 nuovi cardinali, che raddoppiarono il Collegio cardinalizio, tra i quali nessun romano. E chissà che non fu questo uno dei motivi delle vicende successive!

Ma i maneggi cardinalizi ricominciarono presto a dispiegarsi, questa volta in direzione opposta, dalle pressioni per accettare a quelle per rinunciare, il tutto nel volgere di meno di quattro mesi. Fu Caetani, laziale di Anagni, grande nemico dei Colonna, a preparare la bolla che consentiva l’abdicazione, pensando a se stesso, come aveva pensato a se stesso nel favorire l’elezione del monaco eremita in vista di una sua successione poco più avanti nel tempo.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è abruzzoweb.it_.jpg

I tempi stringevano, il nuovo papa poteva consolidarsi con l’appoggio di Carlo D’Angiò su consiglio del quale si era trasferito a Napoli sotto la sua protezione; potevano rafforzarsi le correnti opposte a quelle allora prevalenti.

Papa Celestino V il 13 dicembre 1294 lesse la bolla che contemplava l’abdicazione per gravi motivi e subito dopo pronunciò la formula della rinuncia al Soglio Pontificio. Bastarono solo undici giorni per eleggere Benedetto Caetani, a 59 anni, che prese il nome di Bonifacio VIII. Dante lo mette all’inferno pur ancora vivente, ma non capisce che Celestino V non fece il “gran rifiuto” per “viltade”, bensì fu vittima del porporato che aggiunse la morte del frate eremita alle sue altre colpe di natura soprattutto politica.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è abruzzonews.eu_.jpg

Gli eventi corrono sempre più rapidamente e in modo imprevedibile. Eletto papa, Caetani tira fuori il peggio di sé, come prima era stato astuto e forse infido consigliere ora diventa spietato aguzzino dello stesso soggetto tornato a fare il monaco eremita. Come prima cosa annulla le bolle del predecessore, salvo appropriarsi dell’idea della Perdonanza per farne il Giubileo.

Teme che i cardinali filo-francesi, sostenuti da Carlo d’Angiò, il quale aveva tentato invano di dissuadere Celestino V dal dimettersi, lo rimettessero sul seggio papale con uno scisma; perciò ordina di prenderlo sotto controllo per sottrarlo ai francesi e, dopo che lui tentò la fuga verso oriente, il 16 maggio 1295, cinque mesi dopo la rinuncia al papato, lo fa catturare dal Contestabile del Regno di Napoli e rinchiudere nella rocca di Fumone, in Ciociaria. Il regime carcerario molto severo, con vessazioni di ogni tipo – c’è il mistero di un chiodo nel cranio – tanto più che aveva oltrepassato la soglia di ottant’anni, gli fu fatale, morì nella rocca il 19 maggio 1296, dopo un anno di carcere duro..

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è ilcentro.it_.jpg

La riabilitazione non si fece attendere troppo, la Chiesa commette anche gravi errori, ma ha la forza di riconoscerli nel tempo, spesso biblico e a volte terreno, come nel caso di Celestino V; dopo una vicenda che non fa onore ai protagonisti, anzi li condanna elevando una spanna in alto nell’empireo dei Santi questo autentico martire della Chiesa.

Artefice della completa riabilitazione che portò al riconoscimento della sua santità fu papa Clemente V, successore di Bonifacio VIII e a lui ostile, il quale canonizzò Celestino nel 1305, e per la spinta della devozione popolare, lo fece traslare dal monastero di Sant’Antonio a Fermentino alla Basilica di Collemaggio, sede della sua incoronazione.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è news-town.it_.jpg

Le confuse vicende odierne

Difficile tornare alle miserie dell’attualità dopo la trista grandezza dei misfatti di ieri, ma dobbiamo farlo. Anche oggi si parla di una divisione all’interno della Chiesa in due “partiti”, che non devono eleggere il pontefice ma sono portatori di diverse politiche, e sono agguerriti “mutatis mutandis”.

Tutto questo avrebbe portato ai messaggi inequivocabili che hanno bloccato l’intento esplicitamente enunciato di partecipare. E non intendiamo dire che ci sia stato un complotto sabotatore né qualcosa di riprovevole in assoluto, ma che può diventare disdicevole nello specifico in base alle circostanze.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è unescobeniculturalli.it_.jpg

Cosa si è verificato, dunque? Le notizie confuse che circolavano tra la gente in attesa dell’arrivo del Corteo sul sagrato posteriore della basilica di Santa Maria di Collemaggio parlavano di incompatibilità tra lo status di divorziato e la possibilità di accedere alla Porta santa. Circostanza questa che avrebbe bloccato l’intento di partecipare alla sua apertura, il clou della “Perdonanza”, all’illustre “penitente”; si crede sia tale, avendo dichiarato “non sono un santo”, come tutti del resto. Al termine, invece, notizie dirette hanno attribuito lo stop inatteso alla ritorsione delle autorità ecclesiastiche rispetto agli attacchi del giornale di famiglia al direttore del giornale dei Vescovi.

Non vogliamo crederci, ci ha sorpreso anche la cena mancata tra i due grandi protagonisti, considerata un surrogato riparatore rispetto alla partecipazione diretta; meglio che non ci sia stata un’inaccettabile pezza diplomatica ad uno strappo che ha impedito un atto di partecipazione personale con una forte spiritualità, Alla “Perdonanza” si partecipa per autentiche, intime motivazioni che attengono al profilo interiore di ciascuno e alla sua sincera immedesimazione.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è laquilablog.it-bis-1.jpg

Perché la figura di Perdonanza 2009, un pellegrinaggio per ricordare e riflettere non per propria scelta, ma per maneggi e intrighi, e per questi rimosso, poi arrestato, incarcerato fino a morirne, giganteggia come martire della Chiesa, lo abbiamo detto. Precisiamo nel senso di essere stata vittima di uno dei peggiori momenti della grande istituzione, quello che portò al soglio pontificio Bonifacio VIII, il Benedetto Caetani al centro dell’intrigo. Ed è un ricorso storico che il corpo di Aldo Moro, vittima dei nostri tempi, fu trovato nella strada romana dove c’è il palazzo di famiglia, Via Caetani, che inizia in Via delle Botteghe Oscure, che fu sede del PCI, ed è vicina a piazza del Gesù, che fu sede della DC.

Questo aleggiava nella mente e nel cuore nell’attesa del grande rito religioso nella spianata dietro la Basilica di Collemaggio, da lui voluta e nella quale fu incoronato, per così dire, papa, e traslato, come già accenanto, dopo gli anni del martirio e della tumulazione provvisoria in Ciociaria. E dove, in meno di quattro mesi di pontificato, diede vita addirittura al Giubileo celestiniano con l’indulgenza plenaria legata al passaggio della Porta santa attraversata con purezza di cuore e innocenza d’animo.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è ilmessaggero.it_.jpg

Il Corteo cittadino e il rito religioso

E’ stato il momento finale, culminato nel rito solenne celebrato su un grande palco con il fondale raffigurante la facciata della Basilica. Facevano corona i più alti dignitari, i vescovi con le loro mitrie, i sacerdoti con le loro cotte bianche, la “schola cantorum” con i suoi cori suggestivi che sono stati la persistente colonna sonora, dopo il corteo cittadino con la sfilata nei costumi dell’epoca.

Un serpente variopinto ha attraversato la parte agibile della città, partito da piazza Palazzo per piazza Duomo, poi passato a lato della Villa comunale e quindi approdato a Collemaggio: tutti i colori, tutte le fogge nell’abbigliamento, nobili e paggi, madonne e cavalieri, armigeri con i loro elmi e i loro archi, in un compunto pellegrinaggio che diviene processione.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è templarioggi.it_.jpg

In testa i primi cittadini, della Regione, Provincia e Comune, nonché tanti sindaci e parlamentari, presenti, crediamo, non soltanto per l’istituzione ma anche per sé stessi; dopo la pressione di momenti tragici e sconvolgenti ci voleva questo bagno di spiritualità e di riconciliazione, con il mondo della fede, tra la folla di concittadini di tutte le epoche.

Un rito che si svolge con grande solennità, officiante il porporato venuto da Roma, il numero due del Vaticano cardinal Tarcisio Bertone, Segretario di Stato di Sua Santità Benedetto XVI, del quale porta la personale benedizione; lui stesso officiò le tristi esequie alle 300 vittime le cui bare nella grande spianata di Coppito sotto la scritta “Recisa non recedit”sono ancora nei cuori di ognuno.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è PERD-2UL-22.jpg

Il rito religioso

Alla metà del rito anche il cielo corrusco sembra riflettere le contraddizioni del momento: fulmini e tuoni e insieme un arcobaleno che si apre sulla vallata alle spalle della spianata, punteggiata di paesi e case sparse immersi nel verde quasi fosse una coltre protettiva. Tuoni e fulmini vengono da lontano, dopo quelli di Roma giunti non in senso meteorologico; ma l’arcobaleno è qui, sembra di toccarlo mentre la Santa Messa prosegue, altro bel segno. Ed è questo che conta, c’è la partecipazione popolare, c’è la vita, sono lontani i passi felpati nelle anticamere che hanno scandito la vigilia.

Le brevi parole dell’Arcivescovo di L’Aquila Giuseppe Molinari scuotono l’assemblea. Parla del sisma come di “santa provocazione”, che può rimettere in discussione convincimenti profondi: “E’ difficile la fede nel tempo del terremoto, è difficile la fede per chi ha perduto la casa e forse anche le persone care”. Un brivido corre tra la gente: “E’ una fede difficile ma possibile, ed è l’unica nostra salvezza”.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è rete8.it-ter.jpg

L’omelia del cardinal Bertone inizia ricordando “quelle scene di sofferenza e di morte”, unite alla “dignità di quelle esequie dinanzi al mondo”. Il tono si fa pastorale: “Gesù crocifisso non vi abbandona, non lascerà senza risposta le vostre domande. La risposta di Dio passa attraverso la solidarietà degli uomini, che non può limitarsi all’emergenza ma deve essere un progetto stabile nel tempo”. E sollecita a “mantenere le promesse che sono state fatte ai cittadini”.

Ma le parole non riescono a far dimenticare che si è consumato qualcosa di ingiusto per la ricorrenza che dà avvio all’anno celestiniano. Quale avvio poteva essere migliore se al corteo, al rito e all’attraversamento della Porta santa avesse partecipato anche colui che è divenuto il “convitato di pietra”, assente ma da tutti nominato, la cui presenza avrebbe suggellato nel modo giusto un periodo intensamente vissuto da lui stesso in unione con l’intera cittadinanza? Se non è per l’offesa al direttore del giornale dei vescovi – “ultronea”, direbbero i giuristi, rispetto alla circostanza che con tale questione non ha nulla a che fare ponendosi su un piano ben diverso e superiore – è per qualcosa che sarebbe non meno grave, vale a dire la discriminazione personale in base ad una arbitraria valutazione che nessuno si può arrogare.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è PERD-UL-27.jpg

Tutto ciò nel senso che non si può mettere in dubbio la libertà di partecipare all’evento celestiniano con il Corteo, il rito fino all’attraversamento della Porta santa; a nessuno è stato chiesto il “passaporto” della santità o della purezza, ad essa si lega l’effetto di indulgenza plenaria legato alle condizioni poste dalla Chiesa, confessione e comunione, non la legittimazione a partecipare, se non andiamo errati e abbiamo capito bene, d’altra parte nessuno si è fermato sulla soglia.

L’effetto salvifico è inconoscibile, e chissà se l’innocenza d’animo non possa surrogare positivamente l’atto rituale ora evocato! Questa la riflessione che abbiamo fatto personalmente passando nella Porta santa come tutti gli altri.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è tusismo.italianews.it_.jpg

Detto questo, entrare nella Basilica a gruppi di quaranta subito dopo le autorità è stato emozionante. Vedere l’abside completamente scoperchiato, con le macerie rimaste a terra e il cielo aperto al di sopra ha fatto tornare la mente alle più fosche immagini della guerra, che sono quelle dei templi bombardati perché è una violenza fatta allo spirito e al cuore di ognuno, oltre che all’arte, alla storia e alla fede. Poi le colonne tutte strette in “imbraghi” per rinforzarne la tenuta in attesa degli interventi di consolidamento, gli archi sottesi nelle due navate tutti sorretti da incastellature di tubi d’acciaio, sembrava un ferito incerottato e rappezzato con chiodi, ingessature e sostegni artificiali.

Una considerazione ci è venuta spontanea nel vedere distrutta la volta dell’abside, abbiano ripensato alla coraggiosa decisione che fu presa dal soprintendente, all’atto dell’ultimo restauro, di abbattere le voltine barocche nelle lunghe navate della Basilica in modo da riportarla all’austerità originaria, tolti gli orpelli e i fregi che vi erano stati sovrapposti, in un lavoro meritorio che ce la restituì in tutta la sua francescana, o meglio celestiniana, suggestione.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è PERD-UL-30-bisss.jpg

Furono lasciate queste voltine barocche soltanto nell’abside per mantenere la memoria di come era apparsa per un lungo periodo della sua lunga esistenza quasi millenaria. Forse è un segno del destino che siano crollate, è ora di riportare anche quella parte della basilica alla sua veste originaria, se ne vede la bellezza nei grandi squarci.

Il bimbo felice sulla grande aquila in volo nel futuro

Lasciamo la Basilica con nel cuore le emozioni che ci ha dato una “Perdonanza” così particolare, stretta fra contraddizioni anche laceranti – e non sono solo quelle che abbiamo evocato, ma anche i problemi oggettivi che restano aperti – però con un riferimento forte per un nuovo inizio. Si può ricominciare tornando all’età dell’innocenza perché è scevra dei fardelli che si accumulano e pesano sul cuore con i condizionamenti che recano con sé. Non ci devono essere remore e ritardi nella ricostruzione, l’ammonimento è venuto anche dall’omelia, le nuove “cittadelle” provvisorie ma dignitose prendono corpo, ma quante ce ne vorranno!

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è PERD-UL-31.jpg

E come sarà ben più lunga e faticosa la ricostruzione del centro storico “bombardato”, com’era e dov’era, cioè dove sono oggi le macerie e i palazzi disastrati dal sisma. Un immenso lavoro da compiere e immense risorse da trovare con la solidarietà invocata dal cardinale e, se necessario, con la tassa di scopo che a suo tempo richiese il Sindaco di L’Aquila, oggi commosso lettore della Bolla della Perdonanza di Celestino V.

La ricostruzione del centro storico monumentale è ben più difficile della costruzione di “new towns” prefabbricate, è evidente, è una sfida da superare dopo aver vinto quella dell’emergenza. Ma tutto si può fare se si ricostruisce nella gente la voglia di andare avanti, di crescere. Le popolazioni colpite hanno mostrato grande dignità, anche questo è stato ricordato nell’omelia. Ora non basta più, occorre una mobilitazione di energie del tipo di quella che il Paese riuscì a produrre con la ricostruzione dopo la tragedia bellica.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è PERD-ULT-32.jpg

Allora avviene che tutto il corpo economico e sociale viene preso in una straordinaria palingenesi che sovverte i ritmi usuali, li accelera in modo impensabile, fa bruciare le tappe e raggiungere traguardi che sembrerebbero preclusi. I più rapidi progressi sono avvenuti storicamente dopo eventi distruttivi proprio perché si mobilitano energie nascoste e sorprendenti che non si sapeva neppure di avere. E’ stato così per la stagione del “miracolo economico” italiano e per altri eventi che hanno messo alla frusta le capacità, potrà e dovrà essere così nella tragedia che ha sconvolto L’Aquila.

Un nuovo slancio dovrà percorrere questa terra: il suo simbolo, dalle grandi ali, il nobile profilo e lo sguardo verso l’infinito dovrà essere scolpito in ogni iniziativa come segno di solidità, forza, lungimiranza. Il senso della crescita e della speranza dovrà accompagnare questo simbolo, e ci pare possa essere espresso nel bimbo felice che con la massima rapidità traduce da potenza in atto quanto è in lui, nel suo Dna, nella sua volontà e forza interiore. Aquila e bimbo felice, espressioni di uno stesso anelito di rinascita e di crescita nella fierezza e nella dignità, nell’innocenza primigenia.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è laquilablog.it-ter-1.jpg

Vedere il bimbo felice a cavallo della grande aquila nella scultura che ha rappresentato l’Italia a Siviglia nel 1992 ha materializzato questi nostri pensieri attraverso le vie dell’arte – che sono ben evocate dalla mostra a Coppito delle opere salvate dalla distruzione del terremoto – su come l’arte può esprimere tutto ciò con la sua capacità di nobilitare la materia e mobilitare le sensibilità. Trovare che l’opera è della diva nazionale degli anni cinquanta, la quale ha saputo rinascere ad una nuova vita artistica vincendo le ingiurie del tempo alla sua bellezza, è stata una scoperta per noi rivelatrice: si può rinascere e ricrearsi un futuro, basta volerlo e mobilitare il talento, perpetuare la bellezza nell’arte, e lo fanno le sculture della diva divenuta artista. Di bellezza ha scritto anche l’Arcivescovo Molinari immedesimandosi in Celestino V fino a fire queste parole: “E la bellezza che non morirà mai. Ricordalo sempre, amatissimo popolo dell’Aquila. E con l’aiuto di questo Dio, Signore del tempo e della storia, riprendi subito il tuo cammino, per una storia nuova, piena di Bellezza e di Speranza”.

La conclusione l’abbiamo posta in apertura, e la ripetiamo ora, al termine. La scultura “Vivere insieme” la proponiamo quale simbolo e sigillo di questa rinascita nell’innocenza primigenia e nella voglia di crescere: un simbolo forte, alto e nobile del nuovo inizio nella bellezza e nella speranza.

Photo

Le  immagini della Basilica di Collemaggio sono state riprese da Romano Maria Levante, quelle dell’interno transennato e del soffitto con la copertura trasparente provvisoria sono successive alla visita nella Perdonanza 2009, allorché l’abside era ancora completamente scoperchiata; la 2^ immagine della scultura è tratta dal sito ginalollobrigida.com. In apertura, La Basilica di Santa Maria di Collemaggio, poi la scultura “Vivere insieme”, le immagini della Basilica dissestata dal sisma con l’urna di vetro di Celestino V mitacolosamente indenne tra le rovine, il resto un’ampia sequenza di immagini del Corteo e dell’aperura della Porta santa giubilare, di anni più recenti; in chiusura, la preziosa pergamena con la Bolla portata in pocessione nel Corteo. Le immagini del Corteo e dell’apertura della Porta santa sono state tratte dai siti seguenti, di pubblico dominio, di cui si ringraziano i titolari, pronti ad eliminare quelle di cui non fosse gradita la pubblicazione, su semplice loro richiesta nella parte qui sotto dei Commenti. Ecco i siti nell’ordine di successione delle immagini: comunelaquila.it, ilcentro.it, radiolaquila.it, abruzzonews.eu, ilcentro.it, newstown.it, unesco.beniculturali.it, laquilablog.it, ilmessaggero.it, templarioggi.it, voxmilitiae.it, rete8.it, gds.it, turismoitalianonews.it, laquilablog.it, laquilablog.it, virtuquotidiane.it, laquilablog.it; di nuovo grazie a tutti.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è varicannews.va_.jpg
La preziosa pergamena con la Bolla portata in pocessione nel Corteo

Ebrei, Giornata europea della cultura ebraica

di  Romano Maria Levante

– 22 agosto 2009 –

In 28 paesi europei e in 59 città italiane il 6 settembre 2009 giornata di festa e di incontri

Non è soltanto il 6 settembre 2009 la data indicata nel programma della Giornata europea della cultura ebraica, c’è anche il 17 Elul 5769, l’anno ebraico corrispondente al nostro 2009 perché, mentre noi datiamo dalla nascita di Cristo, loro fanno riferimento ad Abramo. Cioè al patriarca, “il primo uomo ad avere l’intuizione che esiste un solo Dio creatore del mondo”; di qui la promessa che il popolo nato dalla sua discendenza vivrà per sempre nella terra di Canaan.

Poi venne Mosè, con i Dieci Comandamenti rivolti a tutta l’umanità e per questo trasmessi a lui nel deserto, “terra di nessuno”. Ne è derivata per gli ebrei una missione particolare e obblighi speciali, puntigliosamente numerati in 613, di cui 248 consistenti in azioni da compiere e 365 in azioni vietate, che regolano “la vita di relazione, i rapporti con il prossimo e con l’ambiente naturale e i rapporti con Dio”.
Questo per avvicinarci a un popolo che è sempre stato in una posizione particolare, forse perché il destino assegnatogli da Abramo è stato contrastato in ogni epoca della sua storia millenaria.

Il popolo ebraico

Si può chiamare popolo l’insieme delle etnie ebraiche sparse per il mondo che non hanno i requisiti classici per essere definite così, cioè un’unica lingua, lo stesso territorio e sistema giuridico? Praticano la stessa religione e, sebbene questo non qualifichi un popolo nell’accezione comune, professano la fede nel monoteismo, insieme al sogno della terra promessa, che da duemila anni è stato un legame così forte da far sentire uniti tra loro i gruppi di correligionari sparsi per il mondo.

Ma non per questo non sono integrati nelle rispettive terre, anzi rivelano le differenze culturali e religiose, sociali e linguistiche legate alle origini nazionali. Con gli idiomi locali anche il loro linguaggio, lo yiddish, andò in disuso, finché non fu riscoperta la lingua delle origini con Ben Yehudaua, caso forse unico nella storia di resurrezione di una lingua morta, che torna ad essere lingua viva e in continua trasformazione, tanto che oggi è la lingua ufficiale dello Stato di Israele.
I
Questo accresce l’interesse della Giornata europea della cultura ebraica nei paesi nei quali si innesta sulle culture locali, per cui può rappresentare uno specchio dell’incrocio di culture e di come interagiscono le diversità culturali.
La comunità ebraica italiana raggruppa 21 comunità locali dalle dimensioni piuttosto ridotte, 30.000 persone in totale, ma è la più antica della Diaspora e la sua storia va più indietro della distruzione del Tempio di Gerusalemme.

Nelle pratiche di culto segue un ebraismo ortodosso basato sul rispetto dei 613 precetti morali e religiosi interpretati e aggiornati dai Maestri, differenziandosi dalle altre due forme, la conservativa e la riformata. Il Mishnà è il codice che raccoglie tutti gli insegnamenti orali arricchiti dalla tradizione dei rabbini, il Talmud contiene discussioni e insegnamenti dei Maestri, la Torà è il corpo legislativo completo. Principio base la credenza nella venuta del Messia.

Ricordiamo l’immagine dell’“ebreo errante”, antica e spesso rinnovata; travolta poi dalla incommensurabile tragedia della “Shoah” che ha visto un popolo martire del più spietato e inumano genocidio. Su queste sofferenze bibliche, è il caso di dirlo, ha saputo conquistare la terra di Abramo, l’ha difesa con il coraggio e il valore degli immigrati da ogni parte del mondo e dei “sabra”, nati in Terrasanta, fino a divenire una temibile potenza atomica. L’inerme Davide di sei milioni di abitanti, poco più di Roma con il suo hinterland, ha sconfitto il Golia di cento milioni di arabi bellicosi.

I partecipanti alla Giornata europea della cultura ebraica

Israele, la terra promessa divenuta nazione, non partecipa alla Giornata, e questo ci ha sorpreso. Perché in quella terra si esprime una sintesi culturale tra tante etnie diverse che hanno il denominatore comune dell’ebraismo, e quindi può evidenziarne gli aspetti peculiari che superano le nazionalità di provenienza.

Lo abbiamo chiesto a Renzo Gattegna, Presidente delle Comunità Ebraiche Italiane e ad Alain Elkan, che con il sottosegretario Giro hanno presentato la manifestazione al Ministero per i Beni e le Attività culturali che ha dato il suo patrocinio per l’importanza intrinseca della cultura e della storia ebraica, nel quadro della politica che fa leva sulla “circolazione” delle attività culturali e sul valore delle diversità.

Hanno risposto che Israele non fa parte dell’Europa, perciò non partecipa alla giornata organizzata dalle comunità ebraiche più consistenti nei vari Stati e città europee. Del resto lo stato ebraico ha altre occasioni per festeggiare e riaffermare la propria identità, lo ha fatto lo scorso anno in occasione del sessantennale della sua fondazione decretata dalle Nazioni Unite e consacrata poi dall’eroismo con cui respinse il primo tentativo dei vicini di schiacciarli. E Renzo Gattegna, nel ricordare l’emozione di quei festeggiamenti, presentando la Giornata non ha mancato di rivolgersi ai fratelli israeliani: “L’augurio migliore che possiamo formulare a questo paese che concentra in sé tanta storia, tanti significati, tante speranze, è che la pace conquisti i cuori di tutte le genti”.

Quindi Israele non partecipa direttamente, anche se è vicina con il cuore ed è nel cuore degli ebrei di tutto il mondo. Ci sono 28 Paesi europei, praticamente tutti quelli dell’Europa occidentale; in quella orientale la Croazia e la Slovenia, la Bosnia e la Serbia, ,la Repubblica Ceca e la Lituania, la Polonia e l’Ungheria, la Romania e l’Ucraina; c’è anche la Turchia. Per l’Italia, le 58 località sono presenti in tutte le grandi circoscrizioni geografiche, ma la distribuzione non nasce da una scelta, bensì dall’iniziativa delle comunità ebraiche esistenti nelle diverse città.

Nel Nord, sono il Piemonte, la Lombardia e anche l’Emilia le regioni maggiormente interessate con 34 località su 40; nel centro ve ne sono 11 e nel Sud 6 località. A Roma e a Milano vi sono le comunità più grandi, mentre sono di media grandezza quelle di Trieste e Venezia, Torino, Firenze e Livorno; piccole le altre anche di grandi città come Bologna e Napoli, Genova e Verona.

Con la particolarità che la città di Trani sarà capofila della Giornata, e per sottolinearlo ha partecipato alla presentazione con un intenso intervento il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola che ha citato il gemellaggio con una città israeliana, sicché anche la nazione che ha riunito gli ebrei è stata evocata in una manifestazione che evidenzia la Diaspora rendendo palese l’estrema dispersione.

Le iniziative della manifestazione e le feste ebraiche

Sinagoghe, luoghi di culto e di incontro saranno tutti aperti al pubblico. Le comunità ebraiche hanno organizzato una serie di iniziative, spettacoli e concerti, mostre e incontri, conferenze e saghe popolari. Sarà così celebrato il tema della giornata, “Feste ebraiche e tradizioni”.

A Bologna la conferenza del mattino su “Le feste ebraiche: un percorso di storia e tradizioni familiari”, sarà un primo assaggio, poi nel pomeriggio con un documentario sullo stesso tema si entra nel clima, seguirà una conferenza sul matrimonio ebraico. Una rappresentazione artistica della storia della Comunità ebraica sarà il pezzo forte di Asti, mentre a Genova si approfondirà il ruolo della poesia ebraica nelle sue diverse ispirazioni, religiose e profane ma sempre popolari, con un’analisi speciale del rapporto tra natura e spiritualità ebraica.

Un programma molto intenso a Milano, si apre con “Le feste ebraiche: un viaggio nel tempo”, seguito da “I canti delle feste” e “Nuovi modi di vivere le festività”. A Modena non si parlerà espressamente di feste ma di “Riti e tradizioni ebraiche” che è un altro modo di vederle.”Illustrazione delle principali festività” con riferimento alla Pasqua e alle tradizioni è la testimonianza di Pitigliano, e anche a Reggio Emilia si tratterà della cena pasquale. A Roma, oltre a varie mostre, la stessa tematica, con “Riti e feste nella tradizione musicale ebraica”, a Torino un “Concerto di canti delle feste e delle tradizioni ebraiche”.

A questo punto vogliamo dare qualche cenno delle festività ebraiche di cui si parlerà molto nel corso della Giornata europea nelle varie località ora indicate.
Feste religiose per eccellenza segnate dall’astensione da ogni attività sono il “sabato ebraico”, la cui radice etimologica è proprio “cessare”, e il “Kippur”. giorno del digiuno.

Quando il sabato (“Shabbat”) significò per gli ebrei cessazione settimanale dal lavoro, fu un fatto rivoluzionario; in questo giorno la famiglia si riunisce intorno alla “tavola sabbatica” preparata perché lo spirito del sabato si rifletta positivamente sull’intera settimana. Nel Kippur, il giorno dell’espiazione, ci si astiene dal mangiare e dal bere oltre che da qualsiasi lavoro o divertimento e ci si dedica solo al raccoglimento, alla preghiera e alla penitenza, insieme al digiuno; è una festa sentita anche dai non osservanti, ma non impedì agli israeliani di combattere quando furono attaccati dagli arabi che volevano approfittarne, in quella che fu chiamata “guerra del Kippur”.

E’ religiosa anche la festa del Capodanno (“Rosh Ha Shana”) molto diversa dalla nostra festività civile. Un “giorno di riflessione e di introspezione, di autoesame e di rinnovamento spirituale”, perché è il “giorno del giudizio” del Signore, segnato dal suono di un corno per suscitare la rinascita spirituale e portare al pentimento. Pure la Pasqua ebraica, che festeggia la liberazione dalla schiavitù d’Egitto cui seguì la legge divina, impone degli obblighi: precisamente il divieto di cibarsi di alimenti lievitati, nel ricordo del pane che fu lasciato senza che lievitasse per la fretta di fuggire, e di tenerne anche piccoli residui che vengono eliminati con la radicale pulizia della casa. Nella nostra tradizione c’erano le pulizie pasquali, non sappiamo se mutuate dalla Pasqua ebraica oppure richieste dal cambio di stagione.

Ispirata anche alla fuga d’Egitto è la festa delle Capanne (“Sukkoth”), costruzioni provvisorie il cui tetto è fatto di fogliame e adornato con frutta e fiori, la “sukka” ricorda i ripari di fortuna degli ebrei nei quarant’anni trascorsi nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù; è una festa gioiosa, a differenza delle quattro finora evocate. Se non gioiosa è gradevole l’atmosfera della festa delle settimane (“Shavuot”), chiamata anche “Tempo del dono della nostra Torà”, che è “per gli ebrei il dono più grande fatto da Dio all’uomo, il legame con il Libro che ha valore di sacralità”; perciò le leggi della Torà sono “l’elemento di coesione del popolo ebraico” e in questo giorno vanno nelle sinagoghe addobbate portando fiori che diffondono il loro profumo.

Le due principali feste restanti sono laiche, non si riferiscono alla Bibbia. La festa delle luci (“Chanukka”) fu stabilita dai Maestri del Talmud per ricordare il prodigio avvenuto nel santuario dove i lumi invece che un giorno solo restarono accesi per otto giorni, dando tempo ai sacerdoti di preparare nuovo olio per alimentarli; al fine di ricordarlo, nel solstizio d’inverno si accendono lumi per otto giorni. L’ultima tra le principali feste, anch’essa laica, è la festa delle sorti (“Purim”), ricorda il rovesciamento delle posizioni e lo scampato pericolo per il popolo ebraico 2500 anni fa, raccontato nel Libro di Ester, “che fa parte del canone biblico e che in questa occasione si legge pubblicamente”; è la festa dei bambini che si mascherano e si divertono insieme agli adulti.

Trani capofila della Giornata europea, in Puglia il festival della Cultura Ebraica

La partecipazione di Vendola, sopra ricordata, ha dato il tono all’incontro, e non solo per le sue capacità di affabulatore. Ma perché ha sottolineato il significato della scelta, e l’impegno a svolgere il ruolo di capofila con la massima convinzione. E qui l’evento nell’evento, il primo Festival della cultura ebraica definito “Negba – Verso il Mezzogiorno”, l’italiano è la traduzione di “Negba”, un sud che richiama il deserto del Negev, ma ha significati che vanno ben oltre il riferimento geografico. Sarà ospitato a Trani e in altre città della Puglia, e si svolgerà dal 6 settembre, in coincidenza con la Giornata ebraica, fino al 10.

Inizierà domenica 6 a Trani al Castello Svevo con Gioele Dix, per proseguire lunedì 7 ad Andria in un incontro sulla bioetica ebraica incentrato sul tema della vita con il rabbino Di Segni e a Bari in un concerto del maestro Lotoro, a Lecce in uno spettacolo teatrale con Ottavia Piccolo e ad Otranto in una serata al Castello Aragonese su “Storie e geografie”, quindi a Trani di nuovo al Castello Svevo sulla presenza ebraica nella cultura italiana con VittorioSgarbi e l’assessore Ortona dell’Unione comunità ebraiche italiane.

Martedì 8 settembre, giornata fatidica della storia nazionale per altri versi, con tre temi impegnativi: a Lecce “Prossimità e precarietà”, ad Oria “La modernità di un precursore”, con la presenza di due rabbini, Della Rocca nel primo, Caro nel secondo e una esibizione di letture e filmati, quindi a Trani nel Castello Svevo “L’ebraismo alla sfida demografica” con il rabbino Bahbout e il presidente dell’Unione giovani ebrei italiani Nahum. Mercoledì 9 a Lecce “Satira, umorismo e antisemitismo” e “Lettera di Shylock”, ad Otranto al Castello Aragonese “Relazioni e intrecci tra le tre grandi culture del Mediterraneo” con illustri esponenti di culture religiose. A San Nicandro Garganico un dialogo alla Torre Mileto sulla storia degli ebrei locali e il “Concerto al tramonto” del Nigunim Trio Italyà fino all’anteprima assoluta del film documentario “Il viaggio di Eti”.

Il 10 settembre, giorno di chiusura del Festival, inizia ad Otranto alle 5,20 del mattino con il “Concerto all’alba” dal torrione del Castello, prosegue con due incontri nel tardo pomeriggio, a Bari su “Le forme della memoria” e a Trani su “Alfabeto ebraico, numeri e cabala” al Castello Svevo dove si conclude nella tarda serata con lo spettacolo teatrale “I silenzi di Joe”, botto finale di una manifestazione veramente pirotecnica nei temi e nei siti.

Abbiamo voluto riportare puntigliosamente il programma per dare atto di un impegno corale e intenso che va preso a mo’di esempio su come procedere ad una apertura culturale che coinvolge un vasto territorio mobilitando risorse ed energie in un itinerario di condivisione e comunicazione. E’ questo lo spirito del progetto a vasto raggio. Ora possiamo apprezzare compiutamente la scelta di fare Trani città capofila della Giornata europea in Italia, e con essa la Puglia, che ha subito ripagato l’onore ricevuto con un Festival che abbiamo visto essere di notevole interesse e spessore culturale.

La motivazione è stata una sorta di riparazione per l’espulsione della comunità ebraica di Trani dal Regno di Napoli nel 1541, sebbene gli ebrei che la componevano avessero contribuito notevolmente, sin dal Medioevo, allo sviluppo della città divenuta la culla dell’ebraismo europeo dal nono al sedicesimo secolo.

Il loro impulso si protrasse per tutto il ‘500 con fiorenti attività commerciali e finanziarie. Dopo oltre 400 anni la comunità locale ha ripristinato, presso la Sinagoga; culto, usi e costumi degli antenati: “La rinascita ebraica di Trani rappresenta una grande realtà del bacino del Mediterraneo, ed è un solido punto di riferimento per gli Ebrei di tutta la Regione”.

Giudizi conclusivi

Il passaggio degli araldi in costume prerinascimentale nelle vie centrali e l’annuncio dell’avvio della manifestazione da parte di gonfalonieri e strumentisti, con rabbini e figure dell’epoca impersonati da attori, daranno un tocco spettacolare a un’iniziativa che ha tante nobili finalità.

Ecco quelle del progetto “Negva”: “Questa parola così carica di significato – si legge nella Presentazione – è la chiave di un progetto e di un impegno per la riscoperta e la valorizzazione, con le istituzioni e i territori, dell’ebraismo perduto nel Sud”. Un impegno “che la regione sta portando avanti come area di riferimento per gli scambi e le relazioni nel bacino del Mediterraneo”.

Sentiamo ora Nichi Vendola, appassionato sostenitore del progetto: “E’ in atto un impegno fortissimo da parte della Regione Puglia nello sperimentare una politica culturale che nasca dal Mediterraneo, da questo immenso spazio di un mare che torna al centro di relazioni feconde con i nostri dirimpettai, e che proietta la Puglia fin dentro le case di altri popoli, in un processo di crescita reciproca”.

Renzo Gattegna a sua volta scrive: “L’edizione del 2009 ci sta facendo provare l’emozione e l’ebbrezza di una coraggiosa avventura… E’ la prima volta che l’ebraismo italiano propone un’iniziativa così importante in una regione dove la presenza dei correligionari è limitata e sparsa nel territorio. Ma la Puglia è ricca di storia e di tracce della presenza ebraica. E proprio in Puglia assistiamo oggi ad un interessante risveglio di vita ebraica e di interesse verso l’ebraismo e la cultura ebraica”.

Vorremmo concludere con il Ministro per i beni e le Attività culturali Sandro Bondi, che ha dato il patrocinio e parla di “senso autentico e profondo di un’iniziativa nata per contrastare i pregiudizi antisemiti, favorire lo scambio culturale e far comprendere l’importanza delle radici ebraiche nella formazione della civiltà europea”.

E’ passato un decennio dalla prima Giornata europea della cultura ebraica: “A dieci anni di distanza si può dire che questa manifestazione non ha esaurito il suo scopo, ma trova anzi slancio vitale sia nelle adesioni sempre più numerose e convinte di istituzioni e cittadini sia nella necessità di rinnovare il senso di una comune appartenenza alla civiltà europea di tutti coloro che vivono nel nostro continente, al di là di ogni matrice etnica o religiosa”.

Biblioteche, il Congresso mondiale dell’Ifla, a Milano

Le biblioteche di tutto il mondo riunite a Milano

di Romano Maria Levante

cultura.inabruzzo.it, 18 agosto 2009

Il Congresso Ifla dal 23 al 27 agosto 2009

Siamo andati con curiosità e interesse alla presentazione, svoltasi il 3 luglio 2009 al salone del Consiglio nazionale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali al Collegio romano, della 75^ edizione del “Congresso mondiale dell’Ifla sulle Biblioteche e l’Informazione”. Curiosità perché quello delle biblioteche sembrerebbe un mondo chiuso in se stesso, nei propri spazi e problemi, anche se è il luogo aperto per definizione; interesse perché i suoi problemi che coinvolgono direttamente o indirettamente ogni operatore culturale, in certi casi sono difficili da condividere, mentre qui la condivisione avviene ai massimi livelli, in un grande meeting su scala mondiale.

Il congresso dell’ultima settimana di agosto è organizzato come sempre dall’Ifla, la Federazione internazionale costituita da più di 1700 associazioni professionali nazionali, istituzioni bibliotecarie e singoli professionisti per un numero di soggetti rappresentati pari a 500.000 in 150 paesi; negli ultimi cinque anni hanno partecipato in media 3500 bibliotecari da tutte le parti del mondo.

La Federazione internazionale delle biblioteche

La sua missione è di promuovere standard per la creazione e la fornitura di servizi bibliotecari e nel contempo diffondere la consapevolezza della loro importanza. Il valore alla base è il libero accesso all’informazione, alle idee e alle opere d’ingegno come strumenti essenziali per il benessere in tutte le sue accezioni, fisico e mentale dei singoli, democratico ed economico per la comunità. Al fine di garantire questo accesso è necessario creare e fornire mezzi bibliotecari di alta qualità.

In quanto portatrice di un valore primario e impegnata nel raggiungimento degli obiettivi ad esso legati, la Federazione è aperta alla partecipazione più ampia senza esclusioni né discriminazioni di qualsiasi natura. Tutto questo si manifesta in una serie di attività che ne qualificano la funzione. Un apposito Comitato promuove la libertà di espressione e il libero accesso all’informazione nell’attività delle biblioteche, con verifiche costanti nei diversi paesi in contatto con altre agenzie e provvedendo agli interventi correttivi nel caso emergano violazioni.

Ma perché non siano lesi i diritti dei legittimi portatori di interessi c’è un Comitato impegnato nella materia del diritto d’autore, il cuore dei servizi bibliotecari da garantire nell’era dell’elettronica.

L’Ifla ha una struttura molto articolata, fatta di otto Divisioni e di una cinquantina di Sezioni per le molteplici tipologie in campo librario e bibliotecario. Inoltre ha appositi uffici in molti paesi. In Svezia, presso l’Università di Uppsala, per promuovere la professione di bibliotecario nei paesi in fase di sviluppo prestando formazione, promuovendo le associazioni bibliotecarie e favorendo l’introduzione delle nuove tecnologie. A Francoforte un ufficio per il cosiddetto “controllo bibliografico”, volto ad assicurare il coordinamento e la comunicazione delle relative attività, in particolare riguardo ai formati e ai protocolli standard. A Parigi, presso la Biblioteque nazionale de France, il più importante degli uffici presenti anche in altri paesi, per le tematiche della conservazione e della cooperazione mondiale nella cura e nel trattamento del materiale librario. A Lisbona c’è l’ufficio impegnato a facilitare lo scambio a livello mondiale dei “record” bibliografici.

Troviamo anche un Gruppo permanente con l’Associazione internazionale degli editori che si riunisce due volte l’anno; un Comitato che si occupa della protezione dei beni culturali minacciati nel mondo da guerre e disastri naturali, con un’attenzione particolare per biblioteche, archivi e musei, in collaborazione con altre istituzioni; e “summit” mondiali per promuovere l’informazione.

L’”Ifla Journal” e le apposite pubblicazioni su temi specifici diffondono i risultati delle attività svolte e forniscono ampia informazione sulle iniziative intraprese.

Contenuti del Congresso e iniziative collaterali

Descritta la Federazione organizzatrice è come aver evocato i contenuti del Congresso. Attengono alle tematiche seguite e alle attività svolte, è un World Summit al completo e universale. Le singole tematiche non sono indicate specificamente nel programma del Congresso, evidentemente per lasciare le singole sessioni libere di orientarsi in quelli che sono ritenuti i “topics”, temi salienti.

Il programma è molto schematico: dopo la giornata di apertura, con la cerimonia, le “sessioni” e l’importante esposizione di prodotti e servizi, prevede tre giornate che iniziano con la “sessione plenaria” dalle ore 8,30 alle 9,30 e proseguono con le normali “sessioni” fino alle ore 18, l’intervallo è solo di un’ora. Sessioni anche nella quarta giornata, fino alla cerimonia di chiusura.

Durante il Congresso si riunirà la Conferenza dei direttori delle Biblioteche nazionali, nella quale sono rappresentati un centinaio di Paesi. Sono istituzioni con la finalità di “raccogliere quanto si pubblica in una Nazione, di darne notizia attraverso la Bibliografia nazionale e di conservarlo per le generazioni future. Le Biblioteche rappresentano quindi la memoria del Paese e sono il luogo dove vengono raccolte le testimonianze dell’identità nazionale”. E qui il tono si innalza ancora, la finalità diventa universale: “L’insieme delle Biblioteche nazionali, nella sua varietà di lingue e di culture, realizza quello che è stato il sogno degli studiosi di tutti i tempi: il controllo bibliografico universale, la testimonianza cioè della produzione intellettuale di tutto il mondo”.

A questo riguardo c’è un problema tuttora irrisolto di rilevanza crescente, “la raccolta e la conservazione delle memorie digitali: il nostro modo di comunicare, di studiare, di informare ha ottenuto un aiuto potente dalla tecnologia ma, a causa dell’evolversi continuo e rapidissimo della stessa, purtroppo quanto l’intelligenza umana ha prodotto in questi ultimi anni rischia di venire rapidamente disperso”. E’ compito delle Biblioteche nazionali impedire che ciò avvenga, e già si sono poste il problema di “raccogliere i documenti culturali privi di supporto”.

Ma la difficoltà non è tanto nella raccolta, dato che ci sono anche tecniche automatiche, quanto nella selezione, poiché i “bit” che circolano sul Web in Internet sono miliardi e vi si trova di tutto. Con il progetto “Magazzini Digitali” l’Italia partecipa alle iniziative promosse in comune in questa prospettiva, e il Ministero dispone di una dotazione che permetterà di fare “un’estesa sperimentazione di raccolta di periodici, di siti, di tesi di dottorato in forma digitale e di dotarli dei dati necessari a sopravvivere nel tempo”.

Oltre a questo aspetto particolare, le Biblioteche nazionali si confronteranno sulle soluzioni, possibilmente comuni, da dare ai problemi consueti che, con la crisi economica e la conseguente contrazione di risorse, assumono una rilevanza ancora maggiore: dalle regole di classificazione alle tecniche di conservazione, dall’edilizia alla formazione del personale, campo nei quali saranno dibattute “le strategie che consentono, a fronte di una grave riduzione di budget, di mantenere i servizi per un’utenza estesa nello spazio e nel tempo”. Il direttore generale Maurizio Fallace, da noi interpellato direttamente, ha detto che “i mezzi finanziari e la formazione del personale sono i maggiori problemi”; infatti, con disponibilità finanziarie e addetti adeguati ai nuovi compiti gli altri problemi possono essere affrontati e risolti come si è sempre fatto in passato.

Il Castello Sforzesco sarà la sede prestigiosa per questo meeting parallelo al Congresso che si terrà il 26 agosto, con le nostre due Biblioteche nazionali, di Roma e di Firenze; lo sdoppiamento in due istituzioni di tale funzione centrale è una particolarità tutta italiana dovuta alla “specificità dei fondi che testimoniano a Firenze la cultura civile ed a Roma la cultura religiosa”.

L’imponenza dell’evento è dimostrata anche dai “Satellite meetings” che sono previsti nei giorni che precedono e seguono le cinque giornate del Congresso.

Si svolgeranno anche in altri Stati, precisamente in Germania a Monaco e in Belgio e nei paesi Bassi a Mechelen e Maastricht, in Svezia a Stoccolma e in Grecia ad Atene. In Italia saranno impegnate soprattutto Firenze e Roma in quattro diversi meeting ciascuna; Padova e Torino, Bolzano e Bologna, Palermo e anche Milano in un meeting. Si terranno soprattutto nelle biblioteche e nelle sedi di istituzioni culturali nei giorni dal 17 al 21 agosto, tranne il meeting di Roma sulla “conservazione e preservazione del materiale librario in un contesto orientato all’eredità culturale”; questo importante incontro, che sarà introdotto dal direttore generale Maurizio Fallace e dal prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, monsignor Cesare Pasini, è previsto tra il 31 agosto e il 2 settembre presso l’Istituto centrale per il restauro e la preservazione del patrimonio archivistico e librario con la presentazione delle attività di conservazione svolte dall’Istituto e di quelle nella Biblioteca Vaticana e nella Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana; il secondo giorno sarà dedicato alle tematiche inerenti la digitalizzazione di materiale librario e alla presentazione e dimostrazione di apparecchiature che utilizzano tecnologie innovative.

I temi che saranno discussi negli altri “Satellite meetings” spaziano da quelli tecnici, come i trend nella tecnologia e la lettura nell’era digitale, la conservazione del materiale librario e l’archiviazione delle riviste digitali; a quelli di politica culturale, come l’informazione digitale per la democrazia e la libertà di espressione e religione, fino alla creazione di posti e spazi per nuovi servizi e la promozione dell’educazione nei paesi in via di sviluppo.

L’importanza del Congresso

L’importanza del Congresso per il nostro paese è stata sottolineata, su prospettive diverse, dal sottosegretario Giro e dai due Direttori generali del Ministero per i beni e le Attività culturali, che hanno presentato l’evento, Mario Resca per la Valorizzazione dei beni culturali e Maurizio Fallace, per le Biblioteche, gli istituti culturali e il diritto d’autore.
Perché di evento si tratta portare in Italia l’assise mondiale delle biblioteche e dell’informazione quarantacinque anni dopo l’edizione tenutasi a Roma e dopo ottant’anni dal primo Congresso mondiale di Bibliografia che si svolse a Roma, Firenze e Venezia nel giugno 1929.

Oltre ai lavori veri e propri, che si muoveranno su due piani, la discussione dei temi e l’esibizione di tecniche e strumenti tecnologicamente avanzati, ci saranno le visite alle Biblioteche che avranno un elevato valore culturale e promozionale. La Biblioteca Nazionale Braidese di Milano, che con un milione e mezzo di volumi, quasi 25.000 cinquecentine e 2.500 incunaboli vanta di essere il maggiore istituto bibliotecario dell’Italia settentrionale, sarà presente nello stand del Ministero e presenterà il 27 agosto, durante la “reception” del Congresso, la mostra di Brera “Copy in Italia: autori italiani nel mondo 1945-2009” che sarà aperta dal 21 settembre al 21 ottobre 2009.

Non è stato automatico avere il Congresso in Italia. Soprattutto il direttore generale Fallace ha sottolineato l’impegno finanziario e la fattiva partecipazione alle fasi organizzative. “Tutto ciò per cogliere l’opportunità di promuovere in questo appuntamento internazionale lo straordinario patrimonio bibliografico del nostro paese, reso fruibile a pubblici diversi e sempre più ampi, anche grazie a iniziative editoriali, convegnistiche ed espositive e, soprattutto, grazie a progetti di digitalizzazione dei preziosi fondi delle nostre biblioteche”.

E’ stato curato dalla sua Direzione generale un volume, in italiano e inglese, sulle Biblioteche italiane e un CD sulla nostra storia musicale, soprattutto napoletana; nello stand del Ministero saranno esposti cataloghi e pubblicazioni e si svolgeranno seminari e “workshop”.

Vogliamo concludere con quanto ha detto su un piano più generale: “Il Congresso, oltre ad essere un importante riconoscimento per il nostro Paese, rappresenta una grande opportunità dal punto di vista della promozione culturale, artistica e della ricerca, ma anche del richiamo turistico”.

Aspetto quest’ultimo toccato dal sindaco di Milano Letizia Moratti nel suo messaggio ai congressisti nel quale, ricordando il senso di ospitalità e l’efficienza della città, italiana e internazionale, che unisce il carattere europeo all’aroma mediterraneo, sottolinea con soddisfazione che il Duomo di Milano è divenuto il “logo” del Congresso.

Ma torniamo al direttore generale Fallace che, al di là dei tanti aspetti coinvolti, ne dà il profilo più autentico: “Il titolo del Convegno, ‘Libraries create future: building on cultural heritage’, sottolinea che nessuna prospettiva di crescita può rinunciare a fondarsi sulle radici di un’identità che le biblioteche, diventate ormai centri attivi di formazione e incontro culturale, contribuiscono a valorizzare e trasmettere soprattutto alle giovani generazioni”.

Contemplazioni, la bellezza e il Nuovo nella pittura italiana contemporanea

di Romano Maria Levante  

Vittoriale sul Garda e Castel Sismondo a Rimini per contemplare la bellezza, con Giordano Bruno Guerri e il critico d’arte Alberto Agazzani nelle vesti di messaggeri.

Una redazione che si sdoppia, mentre una parte di essa pubblica  la notizia di una manifestazione, c’è chi va alla conferenza stampa di presentazione per farne un approfondimento. E’ il massimo di impegno che può mettere in campo un periodico culturale, e questo ha fatto la nostra rivista per “Contemplazioni. Bellezza e tradizione del Nuovo nella pittura italiana contemporanea”, la mostra di cui sono stati informati i lettori, che viene inaugurata a Castel Sismondo e al Palazzo del Podestà di Rimini oggi 5 agosto, e resterà aperta fino al 6 settembre 2009.

E poiché la fortuna aiuta gli audaci, siamo stati premiati da una bella sorpresa. Eravamo pochi ma buoni gli intervenuti alla presentazione quanto mai curata ed istruttiva nella calda mattinata del 30 luglio al Ministero per i Beni e le Attività culturali. Una partecipante ha detto di essere incaricata dalle istituzioni cinesi dei contatti in campo culturale e, riferendosi al protocollo di collaborazione firmato al G8 da Berlusconi con i governanti, si è offerta di portare la mostra a Pechino. Una possibilità inattesa, tutta da verificare, e il Ministero lo farà senz’altro, “circolazione” delle attività culturali e promozione dei confronti tra le “diversità” sono tra i punti innovativi della sua strategia.

Il messaggio di Giordano Bruno Guerri che viene dal Vittoriale

La bella sorpresa è stata trovarvi Giordano Bruno Guerri, da poco più di nove mesi Presidente della Fondazione “Il Vittoriale degli italiani” di Gardone Riviera, non dietro al tavolo dei relatori come per lui consueto, ma dalla parte dei giornalisti; lui che è “anche” grande giornalista, venuto dal Vittoriale per conoscere da vicino questa “contemplazione della bellezza” e trarne spunti preziosi. Anche perché al Vittoriale la bellezza è di casa, come meta ricercata e spesso raggiunta.

Ne abbiamo subito approfittato, facendo leva su una conoscenza personale diretta – ci siamo scambiati i nostri libri su D’Annunzio a dieci anni di distanza – oltre che sulla stima sconfinata di chi scrive per un personaggio inimitabile, colto e disinibito scrittore e affascinante affabulatore.

Lui non si è fatto pregare, ci ha dato notizie sulle attività in corso e anticipazioni su future iniziative. Il primo pensiero all’Abruzzo: “Mi sono premurato di stringere maggiormente i legami con l’Abruzzo, che non erano buoni. I rapporti con il Centro studi dannunziani di Tiboni e con la Casa natale sono rifioriti, ora ci sono scambi continui”. Ed è un bene, commentiamo, non si può concepire uno iato tra i due poli dannunziani, la terra natale che tanto lo ha ispirato e l’approdo al Vittoriale che tanto ha amato; come sarebbe inconcepibile – parlando con l’autore di “Povera santa…” non lasciamo stare i santi – uno iato tra Pietrelcina e San Giovanni Rotondo nella saga di Padre Pio, che D’Annunzio chiamava “quell’umile fraticello di Pietrelcina” e definiva “stigmatizzato” per le stimmate sanguinanti che lo avevano molto impressionato fino a pensare “più volte ad un incontro col mirabile uomo”.

Poi una buona notizia per chi ama la “gabbia d’oro” del Poeta, lo splendido “buen retiro” sul Garda: “Il trend dei visitatori si è invertito, il calo si è arrestato e nel primo semestre c’è stato un aumento. Stanno andando in porto delle importanti iniziative intraprese dalla nuova Presidenza.”. Chiediamo di parlarcene: “Ne cito solo due, l’illuminazione notturna del Vittoriale, necessaria per la vista dal lago dell’insieme e per le visite serali; inoltre l’apertura di un nuovo museo, “D’Annunzio segreto”, dove saranno esposti oggetti e cimeli oggi non visibili ma di notevole interesse, di varia natura, si va dagli abiti all’argenteria, dagli articoli per il pranzo a quelli per la scrittura”.

E gli altri progetti? “Il 14 settembre ci sarà il primo dei tre convegni per i novant’anni dall’impresa fiumana”. Un incontro di approfondimento storico e non solo: “In quell’occasione faremo una cerimonia per l’acquisizione di due importanti ‘Fondi’ di documenti che vengono dall’archivio Baccara, e saranno da allora interamente al Vittoriale”. Non è stato automatico acquisire questi documenti preziosi: “Abbiamo bloccato altrettante aste esercitando il diritto di prelazione”. Come aveva iniziato, Giordano Bruno Guerri termina con un pensiero per l’Abruzzo: “Agli abruzzesi dico di venire a Gardone Riviera, al Vittoriale, vi troveranno anche un pezzo della loro terra”.

La bellezza perenne che vive al Vittoriale

Oltre a “un pezzo della loro terra”, che li emozionerà, vi troveranno ad estasiarli la bellezza evocata da Francesco Meriano, dopo un incontro con D’Annunzio al Vittoriale che – ricorda il figlio Carlo Ernesto – “lo emoziona profondamente, colorandosi nel suo racconto di suggestioni mitologiche e profetiche”. Ma ecco il Console generale d’Italia a Odessa: “Se il Vittoriale fosse una casa, si potrebbe osservare che le stanze sono gremite da una congerie di cose troppo belle, che v’è ridondanza di forme decorative; e si potrebbe ripetere uno di quei melensi luoghi comuni che vegetano, fungaia maligna, attorno alle vive creature dannunziane: esservi, nella casa come nell’arte, esagerazione d’ornamenti, di preziosità, di superfluo.

Entrati nell’atmosfera dell’ineffabile, cioè appena varcata la soglia del Vittoriale, guidati dall’una all’altra stanza dalla voce calda e colorita del Comandante, dalla melodia delle sue immagini che senza sforzo passavano attraverso tutti gli strati psicologici, dall’ironia al sacrificio, dimenticammo la pioggia e il sereno, il lago e la selva; vivemmo in un sogno tanto più vero della trita realtà d’ogni giorno. Lampade nascoste modulavano le varie luci sulla dovizia dei marmi e dei metalli; soffici tappeti attutivano il passo; vetri istoriati ci isolavano dal bagliore spettrale del crepuscolo. Troppe cose per una casa, non per il luogo dove un artista adora e crea la bellezza, dove un guerriero medita e svolge il suo mito meraviglioso”.

E per finire: “L’ambiente ch’egli crea risponde a una esigenza e a una tecnica che rivelano , se è possibile, un’agilità più giovanile, un’ispirazione lirica più pura. Ogni oggetto vi ha il ‘suo’ luogo; idoli, colonnine d’onice e d’alabastro, calchi di opere classiche, dall’Atena lemnia al Prigione del Buonarroto, arazzi, cuscini, libri, armi, cimeli, tutto obbedisce ad una invenzione nuovissima, la materia si anima in un complicato istantaneo gioco di simboli e, come di solida, può divenir fluida, assume impreviste significazioni, e i confini del tempo e dello spazio sono aboliti, e sacro e profano sono aggettivi, oh finalmente! vuoti di senso. La sola verità che resiste a questa metamorfosi incessante è la verità dell’anima umana, la bellezza della vita eroica”.

E Giuseppe Bigaglia, riferendosi agli affreschi della Stanza del Lebbroso, la più intima e carica di simboli del Vittoriale, scriveva: “In quelle visioni in cui è alta espressione di poesia resa con dolcezza di linee, in cui è maggiore la festosità dei colori in un’armonia indovinata di figure distribuite in un ambiente pieno d’aria tranquilla, serena, allietata da un canto mistico che solleva l’animo; in queste visioni il Cadorin è proprio il pittore di rappresentazioni sacre, di cui l’età nostra abbisogna: maestro efficace di fede, di amore, di bontà, di bellezza”.

La lezione sulla bellezza e sul nuovo di Alberto Agazzani, curatore della mostra di Rimini

Avrebbe potuto dire soltanto “maestro di bellezza”, sarebbero stati compresi ugualmente gli altri valori, da fede e amore alla bontà.. Questa in sintesi la vera propria lezione sulla bellezza che abbiamo avuto la ventura di ascoltare da Alberto Agazzani, il critico d’arte che ha costruito la mostra pezzo per pezzo su una forte spinta ideale. Possiamo rendere la sua lezione compiutamente, dato che l’ampia notizia sulla mostra data dalla Redazione il 31 luglio contiene già delle informazioni, quindi ci esime dal rendere conto dei particolari sull’iniziativa già trattati.

Ci soffermiamo su questo che è una sorta di “back stage” della mostra, il suo retroscena e insieme la sua motivazione profonda, con il pizzico di soddisfazione di aver dato la stura alla lezione con una nostra domanda che Agazzani ha gradito in modo particolare perché ha potuto tirare fuori tutto.

La “bellezza”, parola chiave della mostra – l’altra è “tradizione del nuovo” – “non è un concetto astratto o metafisico, bensì un sistema di valori nel quale c’è il bello ma anche il buono, c’è la scelta etica che esclude protagonismo, ricerca del successo come del denaro e del potere”. Di qui uno sfogo appassionato, senza freni: “Mi sono arrogato il diritto di fare scelte etiche nella selezione delle opere per la mostra, da tremendo moralista”.

E non è la prima volta: “da quindici anni organizzo mostre adottando per me i valori etici che ricerco negli altri, il disinteresse e la coerenza, il rigore morale e il rifiuto di compromessi”. E’ un atteggiamento etico non sanzionatorio ma valutativo, per vedere se “in questo tempo senza eroi si trovano ancora valori e speranze”. Il critico d’arte “è un accessorio, è al servizio dell’artista per collegarlo con la società”. Una volta che ciò è avvenuto il suo ruolo è esaurito, può tornare dietro le quinte, ma è giusto che ora sia sul proscenio..

La “bellezza” non è stato il tema assegnato, e abbiamo capito come, a parte la ricerca di artisti attivi in Italia, non ci sono altre analogie con la mostra “Mitografie” al museo Bilotti di Roma di cui abbiamo dato conto di recente, per la quale un critico e un artista hanno selezionato gli autori assegnando come tema “Il mito”, declinato in modi molto diversi dal riferimento alla mitologia classica, in una visione moderna spesso onirica e lontana da canoni di qualsivoglia natura.

“Cosa c’è di più scandaloso della bellezza?”, si è chiesto Agazzani, e ha citato quadri di nudi maschili che per alcuni possono dare scandalo. “La bellezza è scandalosa perché ci fa ritrovare i fili di una trama emotiva, appunto come insieme di valori, eticità ed onestà in testa; i pittori sono i talebani del bene che combattono anche per cambiare il mondo, un esercito cresciuto a dismisura”. E a riprova ha esclamato: “Il padiglione Italia alla Mostra di Venezia, curato da Beatrice Buscaroli e Davide Rondoni che coordinano la rassegna di Rimini, è il più visitato perché la bellezza attira”.

La pittura era un filo che si era perduto, “era un sapere che all’inizio degli anni ’80 andava svanendo, come sistema di tecniche e materiali”, si stava assistendo alla sua fine soppiantata da forme espressive dichiaratamente all’avanguardia. Il filo è stato riannodato dalla riscoperta delle vocazioni pittoriche contemporanee nascoste, che venivano oscurate dalla moda del momento e avevano scelto “la via della clandestinità” pur di sopravvivere. E qui Agazzani ha dato atto a Vittorio Sgarbi di essere stato antesignano della ricerca dell’artista ignoto e di avervi dedicato ormai da molti anni la propria grande notorietà e visibilità. Di qui inizia “”una lenta ma irreversibile riscoperta, accompagnata anche da fenomeni vistosi e da prese di posizioni radicali, come può essere stata la Transavanguardia”.

La ricerca della bellezza, nell’accezione prima indicata, e di una coerente tradizione del nuovo, è una reazione al “nichilismo imperante” nella società e al concetto che l’artista sia in grado di “dare all’esistenza una forma diversa da tutte le altre, quella della ‘vera vita’, una vita che costituisce a sua volta la garanzia più certa che tutte le opere che essa produce appartengano a pieno titolo alla dinastia e al dominio dell’arte”. E’ stato questo un piano inclinato per il quale “l’arte si è trasformata in un veicolo del cinismo” in base all’idea che “l’arte stessa debba stabilire con la realtà un rapporto che superi la sua semplice imitazione o la sua rappresentazione ideale, per diventare uno strumento in grado di metterla a nudo, di smascherarla, di raschiarne le incrostazioni, scavarne l’essenza per ridurla violentemente ai suoi elementi primari”.

Potrebbe sembrare positiva questa pittura che “nasce dal basso”, intesa “come luogo primario d’irruzione dell’elementare, come messa a nudo dell’esistenza”, anche perché “si genera da elementi che ‘stanno sotto’ a tutto ciò che fino al 1789 non aveva né diritto né possibilità d’espressione”, in un’arte allora pienamente “platonica ed aristocratica”. Tuttavia, secondo Agazzani, si è superato ogni limite da quando l’arte si è posta in una “posizione di incessante e costante rifiuto, negazione di ogni regola, sia essa stabilita, dedotta o indotta purché riconducibile ad una tradizione, ad un passato”; all’“incessante e spasmodica ossessione del passato” si è associato logicamente “un nuovo da ricercarsi e perseguirsi ad ogni costo, finendo così per rappresentare il cinismo della cultura che si rivolta contro se stessa”.

Ed ecco la conclusione senza mezzi termini:“Priva di qualunque valore e confine, l’arte moderna (e contemporanea) si è presto trasformata in un circo nel quale tutto è possibile, anzi nel quale ogni oscenità, provocazione, dissacrazione e profanazione è dovuta, obbligatoria in nome di una presunta verità trasformatasi in vorace verità”.

Constatare che non si tratta di una mera denuncia è stato consolante, il fuoco savonaroliano nel bruciare i disvalori cerca di accendere i nuovi valori e di animarli con azioni concrete da almeno quindici anni. Perché “l’arte può dare consolazione e speranza, comunicare valori e la bellezza nella sua accezione più ampia è il valore fondamentale”; un antidoto contro la “sovversione dei valori”.

In queste azioni, divenute una missione alla quale ha sacrificato tante altre opportunità, Agazzani si sente sostenuto dalla visione di Jean Clair, uno dei maggiori critici d’arte contemporanei che attribuisce, nella sua opera così intitolata, “la crisi dei musei e la globalizzazione della cultura” a un processo di decadimento più generale; e denuncia con durezza “i mali che hanno portato la nostra società, e l’arte che la rappresenta, al livello di ‘punto morto’ attuale, identificandone il male con l’imperante senso di nichilismo che ammorba anime e annienta valori”.

La bellezza e la tradizione del nuovo nella mostra della “Contemplazione”

Seguendo Jean Clair, “contemplare” significa etimologicamente, da “templum”, “spazio divino tagliato nell’aria”, come facevano gli àuguri che traevano messaggi divini dal volo degli uccelli, osservandone il passaggio nelle reti immaginarie formate dai quadrati disegnati con dei bastoni. Ugualmente si può “entrare in contatto col trascendente mediante l’atto del contemplare”, e a questo tende la mostra con l’impostazione prescelta sulla base dei valori che si sono illustrati riportando il pensiero del curatore e selezionatore delle opere: “L’artista ritagliando degli spicchi di cielo può veicolare dei valori”, bisogna restituirgli questo ruolo che la modernità ha cancellato.

L’intento, “ben lungi dall’avere la certezza della soluzione”, è ambizioso: “Evidenziare l’esistenza di un’arte italiana scevra da cinismo e nichilismo, strettamente legata ai valori tradizionali incarnati dalla bellezza ma, contemporaneamente, in grado di rinnovarne la forma e rinvigorire, ravvivandola, la forza espressiva”.

E’ un intento realistico perché esistono, e Agazzani li ha scovati, “artisti profondamente legati alla realtà e ai suoi accadimenti quotidiani, uomini e donne, anziani quanto giovanissimi, che contro ogni moda, contro ogni tendenza e costrizione hanno saputo tener fede alla loro espressività, al loro Io, imponendo stili e modalità espressive quanto mai originali ed autonome”.

Qui è stata fatta la constatazione, anch’essa consolante, che “l’Italia presenta una ricchezza di contemporaneità all’interno della pittura figurativa”, possiamo essere fieri che in questi venticinque anni si è formata “una generazione di pittori padroni della tecnica”, per cui nella selezione si è potuto esercitare il necessario rigore. Dei 480 artisti considerati ne sono stati selezionati 120 in base a due criteri, veri e propri “paletti”: l “espressività autentica”, o se si preferisce l’“autenticità dell’espressione”; la “dimensione etica”, cioè il rapporto dell’artista con la pittura, inteso come “manifestazione della propria anima, del proprio spirito”. Escludendo coloro che, al di là della resa esteriore, non hanno contenuti propri e ripetono altri artisti oppure hanno motivazioni non etiche.

Agazzani ha parlato con tono appassionato della sua ricerca certosina delle opere da selezionare recandosi di galleria in galleria, di pittore in pittore, “senza dimenticanze”- ha tenuto a precisare – ma anche senza cedimenti. Nessuno è stato “dimenticato”, ma molti sono stati “ignorati”, e volutamente, perché non rispondevano ai requisiti di eticità intesi nel senso anzidetto; altri si sono autoesclusi non essendo più disposti a partecipare a una mostra collettiva dopo l’abbuffata di mostre individuali a cui abbiamo assistito.

La mostra nel “Premio Rimini” e nelle politiche dei Beni culturali

Il critico curatore appare molto soddisfatto del risultato, sono presenti le diverse forme figurative che caratterizzano la pittura italiana; “tutti artisti intrinsecamente legati alla grande tradizione della storia dell’arte italiana ma al contempo capaci di una continua rilettura della stessa in chiave contemporanea”, appunto la “tradizione del nuovo” che diventa mostra, esposizione al pubblico.

Anche sotto il profilo generazionale c’è un campionario completo, da Lanfranco che è stato collaboratore di Salvator Dalì al giovanissimo Riccardo Negri e, per fare nomi di caposcuola, da Cremonini a Sughi, da Guarienti a Guccione fino al celebre Ventrone, “grandi maestri della pittura figurativa contemporanea”. Ci sono anche artisti di origine straniera ma legati per formazione e forma espressiva al filone dell’arte italiana, da Kapor a Pajevic, da Ponzalo a Beel.

La vera e propria orazione di Alberto Agazzani ci ha preso la mano, ma non possiamo non sottolineare l’impegno del Ministero dove si è svolta la presentazione, alla quale ha partecipato lo staff del Ministro ad alto livello, con il capo della Segreteria Hullweck e il consigliere Crespi,. Presenti attivamente i vertici dell’Associazione Culturale Città d’Arte, che ha realizzato la mostra, e della Fondazione Carim di Rimini che ha sostenuto questa e altre esposizioni al Castel Sismondo, dalle quali sono venuti consensi dalla critica e successo di pubblico, con mezzo milione di visitatori.

E’ importante tener conto di quanto già indicato nella nota redazionale pubblicata su questa rivista il 30 luglio, che abbiamo citato all’inizio, sul più vasto “Progetto Sismondi. Moti d’arte e poesia contemporanea”. E’ una rassegna biennale, coordinata da Beatrice Buscaroli e Davide Rondoni, in merito alla quale va precisato che il “dialogo tra Arte e Poesia interrogate sul tema della Bellezza” avrà in questa mostra una premessa fondamentale: l’incontro di nove poeti, tra i quali Sergio Zavoli e Giancarlo Pontiggia, con i centoventi artisti per designare ciascuno il proprio artista di riferimento nella “Selezione del premio Rimini”; dopo di che “artista e poeta condurranno insieme un originale percorso tra arte e poesia sino alla Mostra del premio Rimini”, previsto per il 2010. In carattere con i valori etici che ne sono alla base “il premio non incoronerà un vincitore e non sarà un premio in denaro. Consisterà nella partecipazione ad una esposizione collettiva d’arte e poesia, accompagnata da una prestigiosa edizione d’arte”.

Inutile dire che siamo già in fibrillazione per questo evento del 2010 che ci proponiamo di seguire da vicino, ci richiama gli stretti collegamenti con le altre arti nel “Libro della pittura” di Leonardo da Vinci, di cui abbiamo dato conto nel commentarne la mostra a Roma. Confidiamo che tale programma venga apprezzato da Giordano Bruno Guerri, nel segno del Cenacolo dannunziano di Francavilla con il connubio che si realizzava tra le diverse arti, la poesia e la narrativa di D’Annunzio e la pittura di Michetti, con la musica di Tosti e la scultura di Barbella, per non parlare delle acqueforti e del mandolino di De Cecco e degli scritti di Scarfoglio, che si unì al gruppo; un sodalizio di opere d’arte e di vita ispirate e intrecciate l’una all’altra, non solo idealmente ma spesso visivamente come nel quadro “La figlia di Iorio” di Michetti dov’è raffigurato De Cecco.

Nel,Cenacolo gli artisti erano uniti nella ricerca di un ideale di pura bellezza, che richiama la mostra e la rassegna riminese. Perché non trovare un posto d’onore, tra le nove coppie di poeti-pittori, alla coppia D’Annunzio-Michetti, che trova un’eco nelle strofe del Canto Novo ispirate al quadro “I morticelli”, per non parlare di “Il voto” e di altre assonanze? La proposta nasce dall’associazione di idee con il già citato “Mitografie”, una ricerca con intenti paralleli, dove ai selezionati sono stati affiancati idealmente, quasi da padrini, due grandi artisti, de Chirico e Novelli nella mostra recente.

Dal Ministero per i Beni culturali è venuto un forte sostegno che si inserisce in una linea di pensiero e d’azione ben precisa, incardinata sul concetto che l’arte deve essere libera, non è né di destra né di sinistra e va promossa al massimo grado, nell’ambito di una strategia di valorizzazione dei beni culturali il cui programma è stato presentato dal Direttore generale Resca nel quadro delle politiche illustrate dal Presidente del Consiglio il 29 luglio 2009, di cui abbiamo già dato conto.
Hullweck ha detto che “l’arte contemporanea può divenire uno strumento culturale di massa, deve uscire dalle nicchie e dai circuiti privilegiati ed essere portata al grande pubblico che così potrà crescere culturalmente al passo dei tempi”. Crespi ha aggiunto: “Non possiamo limitarci a custodire e trasmettere l’arte del passato, ma dobbiamo anche lasciare traccia del nostro passaggio, la caratteristica della nostra civiltà ai vertici della società occidentale è di vantare tradizioni millenarie che proseguono nell’arte contemporanea, a differenza di altre civiltà ormai estinte”.

E’ la prima volta che il Ministero sostiene l’arte contemporanea, una delle tante meritorie “prime volte” che abbiamo apprezzato e segnalato, nell’ambito della nuova attenzione data anche alle “attività culturali” la cui ”circolazione” diventa un importante veicolo di comunicazione e anche di progresso e sviluppo. Con la mostra viene sostenuto l’impegno dell’Associazione culturale Città d’Arte nel dimostrare che “l’arte pittorica non è morta e l’arte contemporanea è anche pittura”.

E allora torniamo alla mostra per una doverosa conclusione, Non si deve pensare, dopo quanto si è detto, che si tratta di un’operazione di mera politica culturale. Anche se si vuole riaffermare che la pittura è viva, anzi rappresenta “una delle forme espressive maggiormente capaci di interpretare la modernità rinnovando valori quali bellezza e verità”; e ci piace sottolineare che bellezza e verità sono pure nella descrizione che fa del Vittoriale Francesco Meriano, riportata all’inizio nel gemellaggio virtuale che abbiamo delineato tra due fari, uno permanente e l’altro temporaneo, di bellezza (e anche di verità). Pittura che, oltre ad essere viva, rappresenta “un patrimonio da scoprire e valorizzare, prima che di artisti e di opere d’arte, di valori artistici, morali, spirituali”.

La conclusione è che la mostra ha anche finalità spettacolari, legate alla fruizione dei visitatori che si attendono numerosi come nelle tradizioni della sede prescelta. Nell’allestimento espositivo si è pensato al grande pubblico e alla resa visiva. Non è né museale né didascalico, ma “teatrale”, ha assicurato Agazzani, le opere in mostra, veri “capolavori assoluti”, sono presentate in modo da valorizzarle al massimo sul piano dell’immagine per chi le guarda.

Le opere che abbiamo visto in anteprima sono suggestive, i nudi tranquilli o tormentati avvolti nella castità dell’arte, il blu intenso dove spunta il miraggio di una cupola bianca, o il verde abbagliante di un declivio infinito, il cromatismo traslucido del mattino e quello violento dell’asfalto, le teste pensanti, la notte e il giorno in due modulazioni cromatiche, il firmamento in tanti cromatismi, il bambino e la gallina, la libreria e il banchetto nuziale, infine i giocatori della partita a carte.

Attraverso queste e le tante altre opere esposte, il visitatore potrà rivivere, nel luminoso scenario dell’estate riminese, la magia della creazione artistica, “un viaggio nel buio per inventare mondi”.

Tag: Alberto Agazzani

Monti della Laga, un arcipelago di antichi borghi, da Crognaleto a Senarica l’antica repubblica, tre mesi dopo il sisma

Pubblicato in cultura.inabruzzo.it. il 29 luglio 2009. Ripubblicato in www.arteculturaoggi,.it, stessa data

Romano Maria Levante

Un arcipelago di antichi borghi, il fascino di natura, arte e memoria, un’anima da preservare-
Chi viene dal Gran Sasso guarda i monti della Laga con una certa superiorità, è o non è Monte Corno la vetta più alta degli Appennini? Però sbaglia se ne sottovaluta i pregi ambientali e paesaggistici, come quelli storici e artistici. Intanto l’orografia, i profili e le rocce arrotondate della Laga mentre il Gran Sasso è dolomitico hanno un loro fascino; la cima più alta, il Monte Gorzano, misura 2.458 metri, quasi come Corno Piccolo anche se è distante dai 2.912 metri di Corno Grande. Poi le altre bellezze naturali, le cascate e i corsi d’acqua, i boschi rigogliosi, i prati e i luoghi ameni dove si esercita ancora la pastorizia, come Piano Roseto, a 1.200 metri, dove si svolge l’annuale Fiera da 150 anni. L’ippovia è un altro itinerario ideale per gli amanti della escursioni in montagna. Ma non è per ammirare la natura che siamo andati sulla Laga, a tre mesi e 23 giorni dal terremoto e ci siamo tornati di recente. Volevamo vederne i segni e conoscere fuori dalla stagione turistica gli insediamenti umani, i borghi disseminati sul costone della montagna che fanno capo al Comune teramano di Crognaleto, ispirato al nome dialettale del corniolo dei pini, anche se più che per il corniolo è rinomato per la “ventricina”, l’insaccato di carne triturata con spezie e peperoncino.

Crognaleto, la chiesa appoggiata alla roccia

Il Comune di Crognaleto

La sua storia ci ha sempre interessato, e ad essa dobbiamo risalire per spiegare un comprensorio di ben 17 frazioni, situate tra gli 800 e i 1.500 metri, che fanno capo a un capoluogo minuscolo tanto che la sede municipale è nella più grande Nerito. Che è un abitato del Comune di Crognaleto ma posto al di qua della Strada Maestra, con la chiesa dei SS. Pietro e Paolo del 1800 e i caratteristici usi tradizionali: il “Fuoco di Natale”, che resta acceso ininterrottamente dalla vigilia fino alla Befana, e l’“Erede”, rito del giovedì grasso, quando la comunità accoglie il primo figlio maschio.

Originariamente Crognaleto faceva parte del Comune di Roseto, tanto che la zona era compresa nella cosiddetta montagna di Roseto, e quando divenne autonomo incorporò come sue frazioni molti centri abitati che prima erano comuni autonomi; un miracolo di semplificazione che forse fu possibile per l’anomalia della sua minuscola dimensione, per cui più che di frazioni accorpate a un comune si è trattato di una vera e propria rete amministrativa senza graduatorie né dipendenze.
Ci sono due piccole chiese, S. Caterina del XVI secolo e la Madonna della Tibia, costruita come ex voto di un viandante di Amatrice caduto in un burrone riportando solo la frattura della tibia.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è LAGA-2.jpg
Poggio Umbticchioo, il casale e il torrente

La Strada Maestra

Abbiamo percorso l’antica Strada Statale 80 del Gran Sasso d’Italia che dopo Montorio al Vomano – la “vetrina” e la porta del Parco nazionale – si inoltra nel distretto “Strada Maestra”. Ed è stato bello ritrovare il nome con il quale nei nostri ricordi del dopoguerra venivano definite le strade vere e proprie, anche se non ancora asfaltate, con il fondo stradale bianco molto compatto laddove le altre strade minori erano sassose e sconnesse. La nostra meta, lo abbiamo detto, non erano i prati tra i monti, i boschi e gli splendidi angoli naturali del territorio della Laga, il nostro tour riguardava le località abitate, i piccoli borghi che punteggiano la montagna e la rendono accogliente e amica.

La Strada Maestra questa volta è una via minore rispetto all’autostrada dal punto di vista logistico, ma ha una potenzialità ben maggiore dal punto di vista naturalistico. Perché consente di penetrare nell’ambiente, di immergersi in quella natura che ha dato all’Abruzzo la qualifica di “Regione verde d’Europa”; di diventare, per così dire, maestra di vita ponendo a contatto con qualcosa che vale. Perché l’ambiente non è solo quello naturale, ma anche quello delle preesistenze che sono la memoria e le radici, la storia e la cultura. In una simbiosi così stretta e armoniosa che fa dei paesi arroccati nel costoni montuosi un tutt’uno con il verde nel quale sono immersi. E’ come se il tempo avesse creato una singolare alchimia nella quale forme e colori, materiali e presenze si fossero amalgamati componendo un insieme organico e indissolubile nel quale c’è il soffio della vita.

Lo spirito dei luoghi non risiede soltanto nei loro pregi ambientali che li rendono diversi e unici, ma anche nell’anima profonda che è insita nella loro storia, nelle memorie che vi sono sedimentate e fanno sentire la presenza dell’essere umano, la sua umanità. Altrimenti sarebbero belli senz’anima.

Pensavamo a questo quando siamo giunti ad Aprati, la prima frazione del Comune attraversata dalla Strada Maestra che costeggia il fiume Vomano, una sorta di campo base fornito delle attrezzature ricettive e di ristoro nonché di rivendite di prodotti tipici, funzionanti anche fuori stagione quando intorno c’è il deserto. Ma non potevamo fermarci, c’era il bivio verso i borghi immersi nel verde e arroccati sulla montagna, le altre frazioni del Comune di Crognaleto meta del nostro viaggio.

Abbiamo lasciato la Strada Maestra, la via si inerpica ma è asfaltata e comoda, ci siamo goduti l’ascesa nel verde entrando in questa sorta di “comune diffuso”, di struttura amministrativa a rete che fa capo a un’entità virtuale senza consistenza reale se non nella storia e nella memoria.

L’associazione di idee con l’“albergo diffuso” che è la nuova formula per trasformare vecchie case in strutture ricettive dura poco, la vista dall’alto muta di curva in curva, di tornante in tornante. Riviviamo la nostra escursione come se la stessimo facendo ora, tanto è rimasta impressa in noi.

Passiamo ad Aiello senza soffermarci, anche se c’è la Chiesa dei Santi Silvestro e Rocco della metà del XVI secolo, ampliata un secolo dopo, con alcune abitazioni della stessa epoca. Come non ci soffermeremo nei piccoli borghi di Figliola e Santa Croce.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è ALVI.jpg
Alvi, chiesa di S, Maria Assunta

In alto, verso Poggio Umbricchio

Ci interessa raggiungere Poggio Umbricchio, un nome dal suono capriccioso che viene dal 1239, precisamente da Podio Ymbreccle. Anche la sua storia viene da lontano, sono vicende di feudi e feudatari, dagli Acquaviva ai Valignano, dai Cantelo agli Orsini, dai signori di Poggio Ramonte ai Castigliano di Penne, marchesi di Poggio Umbricchio dal 1700; e si vede dalla rocca fortificata che lo sovrasta. Ammiriamo la Chiesa di Santa Maria Laurentana, con un portale del XVI secolo, ma ci prende subito la catena del Gran Sasso all’orizzonte, in uno scenario da “cinemascope”: tre gruppi montagnosi che si ergono come altari in un immenso mare di verde.

E’ una bellezza incomparabile che stordisce, come il verde che esplodeva dai finestrini nei primi viaggi in treno e fece nascere l’abitudine di leggere libri per non esserne stravolti, fu oggetto di una fascinosa affabulazione di Alessandro Baricco. Noi non possiamo metterci a leggere ma dobbiamo girare gli occhi tutt’intorno e farci forza per non essere presi dalle vertigini che dà tanta bellezza.

Proseguiamo, alcuni operai stanno lavorando ad una costruzione che si affaccia proprio nel punto più bello, ci sentiamo di invidiarne i proprietari. Anche questo dura poco, si tratta del piccolo cimitero del paese, non riconoscibile perché senza i cipressi d’ordinanza. Tiriamo un sospiro, l’invidia cessa, l’ammirazione per quella posizione incomparabile rimane. Il pensiero del terremoto si allontana; del resto, a parte questi operai, non vediamo altre presenze.

Non c’è nessuno, sembra un paese fantasma come i villaggi del West abbandonati per qualche razzia. Qui non ci sono state razzie, ma il temibile terremoto, anche se i soli segni esteriori sono alcune tende blu della Protezione civile nel piccolo campo sportivo. Non è solo per questo, però, che il paese è deserto, tutti i piccoli paesi di montagna sono spopolati, la loro funzione non è più abitativa in modo permanente, ma solo in forma stagionale. Possono essere visti come parti dell’“albergo diffuso” di seconde case che si popola nel periodo turistico, quando la vita torna a fluire tra le viuzze e le scalinate, le porte e le finestre delle abitazioni; portata dai turisti ma anche dai “naturali”, i nativi dei luoghi che ritornano.

Una funzione importante per una nazione e una regione dalla forte vocazione turistica, che dovrebbe essere riconosciuta se vi fosse la sapienza strategica di concepire questi borghi come impianti di un grande complesso produttivo del quale le singole residenze sono parti essenziali da tenere in perfetto stato di manutenzione; e non solo per questo, sono il retaggio della storia e della memoria, sono l’anima dei luoghi da custodire con cura.

Tottea, immersa nel verde

Da Alvi a Tottea

Lasciamo Poggio Umbricchio a malincuore, il panorama mozzafiato ci è rimasto negli occhi e nell’anima. Il malessere dura poco, siamo ad Alvi, piccolo anch’esso, disabitato anch’esso. La quota è cresciuta, l’altitudine è di metri 1005, la stessa di Pietracamela nel cuore del Gran Sasso. Le abitazioni non sono antichissime, furono ricostruite dopo il terremoto del 1909, come fu ricostruita la Chiesa di Santa Maria, del XIV secolo; vi è un’altra chiesa dello stesso periodo, dedicata a Santa Maria Apparens, dall’apparizione miracolosa a un soldato francese in fin di vita, che fece erigere la chiesa in quel luogo per sciogliere il voto fatto nel momento del pericolo. Ci rapisce anche qui un panorama mozzafiato.

Il ricordo personale di una nostra zia che insegnò in questo paese in tempi lontani ci fa misurare la profonda trasformazione e immedesimare nello spirito del luogo. Visto così sembra impossibile immaginarlo abitato stabilmente fino a richiedere la presenza fissa della maestra. L’emigrazione prima, l’urbanesimo poi hanno fatto andare la storia alla rovescia, cancellando le presenze in montagna mentre le infoltiva e moltiplicava in pianura, salvo ripopolare per una breve stagione; l’opposto del passato allorché per motivi di sicurezza ci si arroccava sui picchi e sulle colline, tendenza poi tornata a fini turistici che ha reso necessario difendere l’ambiente dal cemento.

Proviamo il bisogno di ritrovare la gente, lo spirito dei luoghi ha bisogno della presenza umana, lo sentiamo fortemente. Questa nostra ansia viene soddisfatta, ecco Tottea, un paese vivo e vitale anche fuori stagione turistica. Non è un borgo come i due visitati finora, preziosi insediamenti privi però di una vitalità attuale, vi è animazione, ha dimensioni molto maggiori. C’è tutto ciò che serve a una comunità che vi risiede stabilmente. L’ambiente non offre solo l’immersione nel verde e le altre meraviglie dei Monti della Laga, corsi d’acqua e cascate, prati e boschi; c’è una pietra arenaria utilizzata per sculture e camini, stipiti ed ornamenti da specialisti locali dediti alla sua lavorazione che continuano nell’arte tradizionale. Si tiene un concorso annuale con la pregevole caratteristica che le opere realizzate restano al paese per essere utilizzate come arredo urbano. E’ evidente che c’è un bella chiesa, la Cappella di Sant’Antonio, con una statua del XVI secolo. Anche qui un ricordo personale, nostra madre ha insegnato nelle scuole elementari del paese in un’altra epoca, un’altra vita; il tempo non si è fermato ma noi lo stiamo ripercorrendo all’indietro.

La vita che pulsa è segnata anche da alcune tende nel piccolo campo sportivo, gli effetti del terremoto. Altri segni esteriori visibili non se ne vedono, ma la gente che si incontra racconta del grande spavento e della paura rimasta. E’ una costante nel versante teramano dove non ci sono stati crolli eclatanti ma danni all’interno degli edifici e paura, tanta paura.
Eravamo stati a Tottea due anni fa per il “clou” della stagione estiva che consiste nello spettacolo di un cantante famoso, allora fu Al Bano, in precedenza Riccardo Fogli, venne poi Max Pezzali.

E’ rimasto il ricordo del blocco delle auto al bivio, la gente saliva i sei chilometri a piedi dato l’intasamento che ostacolava anche la navetta. E questa salita fu uno spettacolo nello spettacolo, noi ripensavamo a quando nostra madre la faceva a piedi per raggiungere la sede di insegnamento; e immaginavamo che la vista naturale era la stessa, che si sarebbe scoperto il paese nello stesso modo di allora, si sarebbe potuta rivivere l’emozione della sua prima volta. Ma l’esplosione di luci e di musica dopo il buio della salita fu tale da riportare piuttosto alle immagini dei film “western” allorché dopo la traversata della prateria deserta si giungeva al “saloon”. E fu un paese trasformato in “saloon” quella sera, il big della canzone non fu al centro della festa, fu la festa stessa la protagonista assoluta.

San Giorgio, chiesa di S. Giorgio

Da San Giorgio a Frattoli e oltre

Scendendo da Tottea ci aspetta quello che per noi è il cuore di Crognaleto: San Giorgio, Frattoli, Macchia Vomano. In queste frazioni non ritroviamo il panorama mozzafiato e neppure l’animazione e la vita, ma tanto verde, un’immersione totale nella vegetazione.

A San Giorgio, una delle frazioni più alte con i suoi 1150 metri, ci sono i resti dell’antico abitato di Rocca Roseto, con la chiesa di San Giorgio, sovrastato dal castello in rovina. Anche qui c’è deserto ma per poco, all’inizio dell’estate c’è l’annuale Fiera della pastorizia con il raduno a Piano Roseto, l’esposizione negli stazzi e la valutazione, la premiazione e la cerimonia con le autorità. Ma questa è storia di oggi, ci siamo tornati di recente per un reportage sulla Fiera che i lettori conoscono. Torniamo ora ad immedesimarci nel nostro viaggio post terremoto, tra i radicati nel territorio.

A quattro chilometri da Piano Roseto c’è Cortino, che organizza con Crognaleto la Fiera, è un paese animato, con la bella Chiesa della neve, dai tre finestroni alti e stretti nella parte centrale dell’imponente facciata, sotto il rosone, e due ancora più alti e stretti nelle parti laterali, del tutto inconsueti e di sicuro pregio. Un’altra testimonianza di arte e di storia oltre che di fede.

Proseguiamo per Frattoli, ci sono delle presenze stabili, vediamo un capannello di persone e le tende blu della Protezione civile. Trenta abitazioni sono state dichiarate inagibili. Non è, come credevamo, il paese che una leggenda metropolitana accomunava a “Non ci resta che piangere”, il noto film di Benigni e Troisi. Uno del capannello ci spiega che il paese citato nel film è Frittoli, in Toscana, se lo sa con tanta sicurezza vuol dire che non siamo i soli ad avere equivocato; accerteremo poi che proprio da Frittoli la coppia irresistibile parte per il suo viaggio nel tempo. Potremmo trovarci come in quel film nel 1492, il paese si presterebbe con le sue case di pietra, il suo campanile; soltanto non terminerebbe con il treno di Leonardo, neppure il suo genio sconfinato avrebbe potuto farlo arrampicare fin quassù. Supera i 1100 metri di altitudine, nel XIV secolo era sotto Amatrice, nel XVII nel feudo degli Acquaviva duchi di Atri. Anche qui la scultura in pietra, c’è l’ultimo scalpellino impegnato in camini e sculture, vi è una tradizione di intagli in legno.

Le chiese da visitare sono due, quella gotica di San Giovanni Battista con il campanile a tre ordini di campane e “le logge” seicentesche, un bel portico in posizione isolata, e quella di Sant’Antonio, restaurata nell’800; poi le rovine della chiesa della Madonna del Soccorso.

Macchia Vomano è una specie di fine corsa, si trova affondato nel verde e si deve tornare indietro per proseguire nel tour. Ma prima merita di essere vista la chiesa di San Silvestro, del XVI secolo.

Proseguendo arriviamo più a valle a Piano Vomano, 850 m di altitudine, molto antico con costruzioni del XIII secolo e l’abitato nato dall’abbandono nel XVI secolo del precedente insediamento in località Colle del Vento di origini preromane, attestato dai resti di mura megalitiche. Alla Chiesa di San Nicola, forse del XIV secolo, ampliata nell’ultima parte del 1700, fino a due anni fa si aggiungeva l’attrattiva della “Quercia Mazzucche”, una pianta secolare amata dai pochi abitanti del paese come una nonna centenaria, crollata d’improvviso, fa ripensare ai ben noti versi di Pascoli per “La quercia caduta”:“Or vedo: era pur grande!”,“Or vedo: era pur buona!”.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è LAGA-4.jpg
Frattoli, un antico porticato

Cesacastina e Cervaro

Torniamo indietro, le maggiori sorprese devono arrivare. Sono tre, l’una diversa dall’altra, l’una più bella dell’altra. I loro nomi sono Cesacastina, Cervaro, Valle Vaccaro; e infine c’è Senarica.

Cesacastina innanzitutto. Un altro paese vero, nel senso di vivo oggi, perché tutti sono veri nel senso che sono stati vivi ieri. E anche oggi servono a mantenere la memoria e l’anima di questi luoghi, oltre a rappresentare un approdo turistico. L’abitato non è particolarmente antico e per trovare edifici del XVI secolo occorre andare nelle località Colle e Combrello; lì ci sono case in pietra con architravi incisi da motti e versi, e il simbolo dei gesuiti. La chiesa con pianta a croce è dei SS: Pietro e Paolo, con il bel campanile a tre ordini di campane, gli altari barocchi sono in legno dipinto. Anche qui le tende blu della Protezione civile, segno che il terremoto si è fatto sentire.

Lo scenario naturale è bellissimo, posta com’è tra la catena del Gran Sasso dal panorama mozzafiato, e il Monte Gorzano con le altre vette della Laga.

Subito dopo viene Cervaro, pure qui scatta il ricordo personale dell’insegnamento elementare di un’altra zia maestra. E’ un piccolo borgo, si estende per centocinquanta metri, è su uno sperone tra le vallate di due fiumi. Si vedono i segni di un’antica nobiltà nei portali e negli edifici di pregio, e non si tratta solo delle case di pietra che abbiamo visto ma di costruzioni importanti: in particolare il Palazzo Forcina-Nardi.

Sapevamo che è la patria di un illustre clinico, Bernardino Masci, eravamo stati alla celebrazione a Roma e avevamo avuto il suo bel libro autobiografico “Al servizio della vita umana”. E’ un grosso volume nel quale racconta le sue esperienze nella cura dei malati, un trattato di vita di allora; un libro prezioso che viene dato solennemente come esempio ai Laureati in medicina dell’Università cattolica di Roma. E’ autore anche del monumentale “Schemi di terapia”. La lapide e il busto del prof. Masci (“Roma dona al paese natio”) sono sulla parete dell’edificio principale del paese.

Di indubbio pregio la chiesa di Sant’Andrea, del XIV secolo, ampliata nella prima metà del 1600 e restaurata un secolo dopo fino alla risistemazione del 1800; notevole il soffitto dipinto del 1700. Ci parlano di resti di antichi mulini, dicono che si possono trovare nella valle del torrente Zincano.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è LAGA-UKT.jpg
Cesacastina, “le cento fonti”

Valle Vaccaro e Senarica

Riprendiamo il viaggio e approdiamo a Valle Vaccaro, un nome che richiama campi boari o luoghi simili. Ebbene, ci ha colpito questo piccolo abitato dalla forma raccolta e compiuta, restaurato mantenendo la sua rusticità e le altre caratteristiche che ne fanno un borgo medioevale adatto alle ricostruzioni storiche, intorno alla Chiesa di Sant’Antonio, restaurata già a fine ‘800.

Conoscevamo Castiglion della Valle vicino Colledara, sempre in provincia di Teramo, dove nel mese di agosto c’è ogni anno una “tre giorni” di rievocazione storica, la presenza della giovinetta Lucrezia Borgia con il suo innamorato braccata e difesa dagli abitanti del luogo, serate con cena d’epoca, sfilata in costume e spettacoli medioevali. Ebbene, Valle Vaccaro a suo modo si presta ad ambientazioni di questo tipo, ha una conformazione urbana che vogliamo rimarcare.

Siamo discesi lungo la via che si inerpicava e abbiamo proseguito lungo la Strada Maestra verso la zona di Campotosto e il passo delle Capannelle. Ma non intendiamo arrivare fin lì, ci fermeremo a Senarica, ultima tappa del nostro viaggio tra le frazioni di Crognaleto nel cuore dei Monti della Laga. La quota non né alta, solo 650 metri, ma l’abitato è sospeso sulla roccia in posizione inaccessibile, sopra al corso del Vomano. La posizione spiega la sua storia di piccola repubblica indipendente, alleata della Repubblica di Venezia alla quale forniva due soldati, con esenzione dai tributi come “zona franca”; lo testimoniano gli stipiti di alcuni portali nell’arenaria grigia della Laga. Pregevole la chiesa dei patroni S. Proto e Giacinto con statue lignee del XVI secolo.

Cervaro,, un altro casale con il torrente

I danni economici e morali e il rilancio

Termina con questo richiamo storico il nostro tour tra i borghi montani che fanno parte del Comune di Crognaleto, alla ricerca degli effetti del terremoto. Ne abbiamo trovati pochi negli esterni che abbiamo potuto vedere, ma abbiamo immaginato dalle tende negli spiazzi vicino alle abitazioni i danni all’interno; un interno che non è solo delle case ma soprattutto è psicologico, la paura di nuove scosse che fa restare fuori anche quando i muri hanno tenuto e le case sarebbero agibili.

Abbiamo parlato con il dinamico sindaco Giovanni D’Alonzo, esperto di protezione civile, appassionato di montagna e conoscitore dei suoi problemi: “Bisogna considerare in maniera appropriata il vero danno subito dal territorio e non solo di Crognaleto ma dell’intera montagna”, ci ha detto con forza. “Al danno economico si aggiunge il danno morale, che forgerà in maniera negativa per il prossimo decennio il già gracile tessuto socio-economico di cui vive la montagna”.

Lo ha spiegato con chiarezza: “Abbiamo impiegato dieci anni insieme al Parco Gran Sasso Laga per veicolare il messaggio positivo sulla vivibilità della casa in pietra e legno, sull’albergo diffuso: il terremoto in soli 20 secondi ha detto il contrario”. E non vi sono conseguenze di poco conto: “Ora occorre un grande lavoro per riaccendere questo entusiasmo, una pesante onere economico per il sostegno e il rilancio di quelle attività che già erano in un certo qual modo terremotate”. Per questo motivo, ha proseguito, “necessitava e necessita tutt’oggi l’inserimento di queste piccole e povere realtà all’interno del cratere del sisma per far sì che la vita continui all’interno di questo sistema che si chiama montagna”.

Non sembra sia avvenuto, aggiungiamo ora, ma si spera che non manchino le provvidenze regionali e comunitarie, è doveroso ripristinare la fiducia e procedere al rilancio. Fa ben sperare il nuovo orientamento annunciato con fermezza dal Commissario del Parco Arturo Diaconale alla Fiera della Pastorizia – davanti anche al sindaco di Crognaleto, organizzatore della manifestazione con il presidente Giustino Di Carlantonio della Camera di commercio di Teramo e con il sindaco di Cortino – di considerare prioritaria l’azione contro lo spopolamento, che necessita di interventi per rendere economicamente vivibile il territorio e preservarlo dall’abbandono e dal degrado.

Il sindaco D’Alonzo conosce le difficoltà: “La montagna, le zone interne soffrono una emorragia di spopolamento sempre maggiore; il sisma del 6 aprile ha quintuplicato questo fenomeno e si può cercare di contenerlo solo con un’attenta e controllata gestione e soprattutto con l’inserimento di sistemi economici che ridiano dignità a coloro che con grande forza di coraggio vivono condizioni o situazioni di disagio sociale nel restare sul proprio territorio senza abbandonarlo”.

Sulla realtà specifica di Crognaleto insiste amareggiato: “Non è sopportabile l’enucleazione di Crognaleto dal cratere del sisma quando territori più a valle del nostro usufruiscono invece dei benefici del famoso decreto Bertolaso numero 3. Necessita l’inserimento di queste piccole e povere realtà per mantenere la nostra entità ed esistenza nel sistema-montagna”. E non manca la denuncia: “Stiamo vivendo un silenzio da incubo, le Istituzioni Regionali e Governative hanno dimenticato queste zone, questa gente… un silenzio che fa male a chi crede nel proprio territorio e non vuole abbandonarlo per nessuna ragione”.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è LAGA-5-BIS.jpg
Valle Vaccaro, un angolo dell’abitato

Parole dettate dall’emergenza che fanno meditare, questi segnali forti che sono venuti dal territorio vanno colti finché si è in tempo, per evitare costi ben più onerosi se la situazione viene compromessa. Sono messaggi chiari per il commissario del Parco Diaconale, per la autorità locali e per quelle regionali e nazionali, del resto la partecipazione alla Fiera del sottosegretario all’Interno Davico ha aperto uno spiraglio a livello nazionale, ha detto che porterà il Ministro dell’agricoltura e che la difesa identitaria delle presenze nel territorio va finanziata anche come fatto culturale.

Tornando all’immediato, se una valutazione si può fare è che la stagione estiva non deve ritenersi compromessa. La ricettività è minore, ma i servizi turistici sono tornati a funzionare, lo abbiamo constatato di persona. Non sempre l’accoglienza è la stessa, però si deve considerare che nulla è stato toccato delle attrattive che richiamano folle di visitatori stabili o di passaggio. Soccorrono formule diverse e più flessibili con un obiettivo: favorire comunque la fruizione delle bellezze naturali, mantenerne il richiamo con la soluzione pragmatica dei nuovi problemi, di ordine ricettivo e logistico. Facendo appello alla creatività e all’inventiva tutto diventa possibile, e lo si vede.

Detto questo, dobbiamo riconoscere che la nostra ricognizione sugli effetti del terremoto ha assunto presto un significato diverso, si è risolta nella riscoperta di un mondo affascinante: i panorami mozzafiato in alcuni paesi, la vitalità permanente in altri, i pregi architettonici e urbani in altri ancora. E anche i borghi con minori attrattive non sono apparsi soltanto parti dell’“albergo diffuso” di cui si è detto, ma come sedi della memoria e dell’anima collettiva che dà allo spirito dei luoghi il necessario calore. Non si potrà dire di questi luoghi che sono belli senz’anima.

C’è l’anima di chi li ha costruiti e ci ha vissuto, nella difficile lotta per la sopravvivenza, con gli inverni che non finivano mai tra stenti di ogni tipo; ai quali seguiva però il risveglio della primavera e l’esplosione dell’estate. L’anima di chi ha dovuto lasciarli nel cammino della speranza dell’emigrazione che lo ha portato lontano dalla sua terra, alla quale però ha sempre rivolto un pensiero accorato di nostalgia e di affetto, tornandovi quando ha potuto.

L’anima che pervade questa terra d’Abruzzo e ha reso i suoi figli forti e gentili, forti e fieri, capaci di “volontà ferma e di persistenza e di resistenza”, come disse Benedetto Croce nell’agosto del 1910 rivolto “agli amici di Pescasseroli” dal balcone della casa natale, il Palazzo Sipari. Dopo i tanti anni di Napoli, colmi di riconoscimenti alla sua grandezza, rivelò che nei momenti critici, quando stava per lasciarsi andare preso da una filosofia della vita accomodante e rassegnata trovava nelle sue origini la forza di reagire dicendo a se stesso con un sussulto d’orgoglio: “Tu sei abruzzese”!

Bene ha fatto la Regione Abruzzo a utilizzare le parole del grande filosofo come sferzata di energia e degno sigillo alla ricostruzione dopo il terremoto. Per questo vogliamo riportarle integralmente: “Quando c’è bisogno non solo di intelligenza agile e di spirito versatile, ma di volontà ferma e di persistenza e di resistenza io mi sono detto a voce alta: Tu sei abruzzese!”.

Dopo questo itinerario nella natura e nella memoria ci appaiono ancora più attuali. I nati nella terra che abbiamo attraversato potranno ripeterle orgogliosamente a se stessi. E noi con loro.

Tag: Alvi, Cervaro, Cesacastina, Frattoli, Piano Roseto, Poggio Umbricchio, San Giorgio

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è LAGA-6.jpg
Senarica, un giorno di festa davanti alla chiesa

Photo (Aggiornamento)

Le immagini riprese nel nostro viaggio tra i borghi, sono saltate nel passaggio dal sito originario a quello attuale. Pertato sono state sostituite da immagini, una per ogni borgo citato nello stesso ordine, tratte dai siti seguenti, dei quali si ringraziano i titolari, precisando che sono a puro titolo illustrativo senza alcun intento economio, e se di qualcuna non fosse gradita la pubblicazione, basterà segnalarlo nella parte dei Commenti qui in fondo e verrà subito eliminata. Ecco i siti: parco etnolinguistico d’italia, parco nazionale gran sasso e monti della laga, paesi teramani turismo, facebook gruppo pubblico, paesi teramani turismo, wikipedia, virtù quotidiane, fondo ambiente italiano fai, altre note, virtù quotidiane; grazie ancora a tutti. In apertura, Crognaleto, la chiesa appoggiata alla roccia; segue Poggio Umbticchio, il casale e il torrente; poi, Alvi, chiesa di S, Maria Assunta, e Tottea, immersa nel verde; quindi, San Giorgio, chiesa di S. Giorgio, e Frattoli, un antico porticato; inoltre, Cesacastina, “le cento fonti”, e Cervaro,, un altro casale con il torrente; infine, Valle Vaccaro, un angolo dell’abitato e, in chiusura, Senarica, un giorno di festa davanti alla chiesa.

1 Commento

  1. Bruno Toscani

Postato settembre 27, 2009 alle 6:00 PM

Ho provato una grande commozione leggendo questo articolo. Sono nato a Cesacastina vi ho vissuto l’infanzia, mio padre e mia madre che ha lavorato come tutti coloro nati e vissuti in questi luoghi dall’alba al tramonto,ha fatto di tutto per darci una degna istruzione e soprattutto l’educazione tra mille difficoltà.
Con grandi sacrifici ha fatto studiare me e i miei fratelli. Adesso con le nostre famiglie non viviamo più a Cesacastina. siamo altrove ma il nostro paese è sempre nel nostro cuore, ogni tanto vi torniamo c’è la casa paterna che ci aspetta e rappresenta la nostra identità che non rinnegheremo mai.
Un intera generazione purtroppo è dovuta fuggire non c’era posto per tutti , un plauso a coloro che ancora resistono saranno loro che salveranno l’identità di questi aspri e meravigliosi luoghi.
Speriamo che i nostri figli apprezzino i sacrifici dei padri e dei nonni e non faranno scomparire i tesori che nascondono questi luoghi negli anni futuri.

Censis, la soluzione per uscire dalla crisi si chiama exaptation

di Romano Maria Levante

Nel quarto incontro del “mese sociale” la risposta attesa: mobilitare le energie riposte.

Dallo “studio ovale” del Censis – lo abbiamo chiamato così dopo il terzo incontro del “mese sociale” sul federalismo – nella giornata conclusiva dell’8 luglio 2009 non poteva che venire un nome “americano” per la chiave del “giallo” proposto sull’uscita dalla crisi. Che è qualcosa di più della “resistenza”, nella quale il territorio ha potuto mobilitare la molteplicità dei soggetti istituzionali e professionali e la flessibilità di quelli imprenditoriali e individuali. Lo ha riassunto il direttore generale del Censis Giuseppe Roma all’inizio dell’incontro.

E’ stato finora sufficiente per adattarsi e galleggiare, ma per lasciarsela alle spalle occorre qualcosa di più, e anche Marrazzo, dal suo osservatorio privilegiato di Presidente della Regione Lazio, ha detto nel terzo incontro “Non usciremo dalla crisi se ci adatteremo alla crisi”, mentre il presidente Giuseppe De Rita lo ha ribadito enunciando il termine “exaptation” come la soluzione attesa.

Nella cultura e nella pratica operativa del Censis tutte le proposizioni, si potrebbe dire tutte le invenzioni perché anche sul piano lessicale sono tali, hanno il supporto di ricerche sul campo dalle quali nasce l’idea, se si procede per via induttiva, oppure la conferma dell’idea se è venuta per logica deduttiva. Questa nuova invenzione non fa eccezione e non è un caso che la ricercatrice, relatrice dell’incontro, Elisa Manna, sia la Responsabile della Sezione politiche culturali del Centro. Infatti non si tratta di un’impostazione solo socio-economica, ha anche una matrice culturale tutta particolare.

Sono diverse le situazioni nelle quali l’economia fa riferimento ad altre discipline per trarre spunti risolutivi. L’arte militare dell’organizzazione dei trasporti in condizioni estreme ispira la logistica economica, alle concezioni di Von Clausevitz sulle strategie belliche si ispirano quelle aziendali. Questa volta ci si è ispirati alla biologia moderna per trarne spunti e orientamenti utili alle scienze umane; in fondo è il procedimento di Leonardo da Vinci che studiava le leggi e le forze della natura per applicare i risultati al servizio dell’essere umano. Vediamo dunque cosa il Censis propone.

Elisa Manna tratta il tema con la sicurezza della ricercatrice che porta dati e documentazioni. E con l’accuratezza della persona di cultura che non manca di motivare con precisione la formula adottata.

Dall’adaptation all’exaptation indicata dal Censis

L’“exaptation” è speculare all’“adaptation”, “ex” è un tirarsi fuori come “ad” é l’adattarsi. Ma sarebbe riduttivo limitarsi a questa definizione, seguiamo il percorso del Censis.
Le “aptations” si distinguono, come da recente orientamento in biologia – ecco la cultura senza steccati – nelle “adaptations” costituite, precisa la ricercatrice, “dai caratteri plasmati dalla selezione proprio per la funzione che ricoprono attualmente”; e nelle “exaptations” risultanti dai “caratteri formatisi per una determinata ragione o anche per nessuna ragione funzionale iniziale e poi resisi disponibili alla selezione per il reclutamento attuale”. Dopo la contaminazione di Leonardo abbiamo l’evoluzionismo da Darwin in poi, e ci aiuta l’aver seguito le due recenti mostre a Roma e averne dato conto ai lettori. “Si configura dunque in quest’ultimo caso una cooptazione in vista di nuove funzioni, di strutture, caratteri, comportamenti impiegati in passato per funzioni diverse. Sosteniamo che è a questa diversità che bisogna guardare per riconoscere i possibili agenti esterni funzionali all’evoluzione”.

Riteniamo necessario seguire il Censis nella spiegazione scientifica, altrimenti si cade in una banalizzazione che fa sembrare ovvio ciò che non lo è, e priva di elementi conoscitivi essenziali. Viene bene l’esempio dell’Arone nero africano (o Egretta ardesiaca), preso da McLachlan-Liversidge, che non si limita a usare le ali per volare, ma le utilizza per pescare da fermo nelle acque basse ponendole a ombrello per formare l’ombra che permette di vedere la preda. E’ un esempio, precisa la Manna, di quel che accade “quando un sistema vivente si accorge che può usare una parte di sé (in questo caso le ali), atte a svolgere una certa funzione (il volo) per assolvere ad un’altra funzione vitale (fare ombra per individuare il cibo nell’acqua). Questa è l’’exaptation’, i caratteri che aumentano le capacità di sopravvivenza di non sistema vivente, ma che non sono stati modellati dalla selezione naturale per il loro ruolo attuale”. E qui si va oltre Darwin per approdare all’evoluzionistica moderna dei paleontologici Gould e Verba alle Università di Harward e Yale.

Tornando all’“aptation”, in biologia indica “il fenomeno generale e statico dell’essere utile per la sopravvivenza dell’organismo”; la sua trasposizione in campo sociale è stata “la capacità adattativa alle situazioni più difficili”, con la quale il sistema ha trovato il modo di “‘aggiustarsi’ rispetto ai diversi processi e realtà strutturali che ne condizionano lo sviluppo”, realizzando l’“adaptation”.

Questo è avvenuto nei diversi settori socio-economici. In campo produttivo, non avendo una struttura di grandi imprese, l’“aptation” si è avuta moltiplicando le piccole imprese e creando il “sommerso”. Nel lavoro, divenuto sempre meno difendibile il “posto fisso” sono state inventate tante forme di paralavoro e precariato. Per la questione giovanile, alle carenze di reddito e servizi di supporto ci si è “adattati” inventando un ammortizzatore sociale tutto particolare, la famiglia. Anche nel costume ci siamo “adattati” ai modelli trasmessi dai mass media, televisione in particolare, rinunciando perfino ai beni primari per l’effimero e il superfluo; aiutati, aggiungiamo, da un sistema assistenziale generalizzato che ha scaricato sullo Stato le responsabilità individuali.

“La sensazione è però che l’‘aptation’ non basta più – afferma la relatrice – ha esaurito la sua spinta vitale. Dobbiamo ricorrere a reagenti esterni, a fonti di energia fresca che non sono attualmente nel laboratorio centrale del modello di sviluppo che abbiamo seguito e che pure potrebbero in questa fase di transizione rappresentare l’’exaptation’, l’agente estraneo che fa reazione chimica e rimette in moto i processi di trasformazione ed evoluzione del sistema”. Dobbiamo fare come l’Airone nero africano, ma quali sono le ali che abbiamo usato finora solo per volare e che possono aiutarci a pescare? E dare una spinta nuova per superare l’“adattamento” e uscire di slancio dalla crisi?

L’exaptation come strategia per uscire dalla crisi

Siamo in un campo scivoloso, e il Censis se ne rende conto, al punto da contrapporre, in una riflessione tutta culturale, il paradigma etimologico “drammatico” come “cammino verso una soluzione” a quello “tragico”, che è “semplicemente senza soluzione”. Ma l’ottimismo della volontà prevale sul pessimismo della ragione, per diventare ottimismo della ragione con il supporto della biologia evoluzionista in chiave moderna, E l’”exaptation” succede al “parva sed apta mii”.

“Perché se è vero che i segnali di negatività debordano, continua il Censis, se è vero che si parla con qualche ragione di una nuova epoca barbara, è pur vero che non mancano campi, comportamenti, in cui ìncubano nuove forme della crescita, che non sono necessariamente attori di sviluppo di per sé, ma che cominciano ad essere riconosciuti dall’organismo sociale come tali, e che comunque a tale arruolamento si rendono disponibili”. Sono le ali dell’Airone “arruolate” per aiutare a pescare.

“Il vero passaggio delicato che stiamo vivendo – è la notazione risolutiva – è nella capacità, da parte del sistema sociale, di ‘vedere’ queste nuove realtà finora marginali, ma che stanno crescendo nella loro capacità, reale o potenziale, di apportare vita e risorse al sistema”.

Non è un processo automatico: “Si tratta di mutare atteggiamento mentale, di vedere, di riconoscere, per avviare quel processo di cooptazione in grado di innescare l’’exaptation’. Ci vuole un po’ di coraggio intellettuale, è vero. Perché abbandonare gli schemi mentali che ci hanno accompagnato tutta una vita può essere faticoso. Se può essere utile, possiamo pensare che quegli schemi non erano completamente sbagliati. Erano e probabilmente sono stati utili (aptus) allora. Oggi ne servono di diversi”.

Via via che si dipana l’impostazione del Censis, diviene ancora più evidente perché l’ottica deve essere culturale in senso lato e non limitata all’economia e alla sociologia. La ricerca dei soggetti da “arruolare” per lo scatto in avanti richiede un’analisi dei mutamenti profondi della società per non compiere l’errore di usare categorie non più attuali. Come quella dei “grandi soggetti collettivi”, frantumati dal soggettivismo e dalla fine delle ideologie per cui “i soggetti sociali veramente interessati non sono quelli classici ma, all’interno di ogni fascia, quelli che fanno innovazione incrementale”. In qualunque campo, dai professionisti agli imprenditori, dai giovani alle donne “è aumentato drammaticamente (nel senso del movimento) il ‘vallo antropologico’ all’interno dei componenti di una stessa categoria sociale”.

Dal riferimento culturale all’indicazione metodologica: “Dunque se si cerca l’exaptation bisogna guardare oltre le categorie sociali classiche (i generi, le etnie, le età, le culture professionali). Bisogna guardare alle avanguardie, ai nuclei, alle minoranze vitali che crescono all’interno di generi e categorie. Non c’è un Soggetto sociale unico che può incarnare una nuova prospettiva”. E poi alla constatazione diretta: “Quello che si scopre, guardando con mente lucida alle trasformazioni in atto è che, sotto traccia, il sistema Paese sta incubando una seconda metamorfosi, dopo quella tra il ‘45 e il ‘75, fatta di processi che stanno trasmutando lentamente la nostra dinamica evolutiva. Processi ai quali si può metaforicamente applicare la definizione di ‘exaptation’, e che comunque su quella lunghezza d’onda si muovono, facendo da induttori di cambiamento anche rispetto ai caratteri originari”. Una combinazione tra l’assetto tradizionale e i nuovi fermenti in incubazione.

La seconda metamorfosi della società italiana

A questo punto l’approccio culturale che si alimenta delle scoperte nella biologia più avanzata porta, come avviene spesso in questi casi, a una soluzione semplice. Per la ricerca delle nuove energie da “arruolare” ci si deve ispirare all’Airone africano, ha trovato il modo di utilizzare le componenti di cui dispone, a fini di sviluppo – pescare la preda – oltre che per lo scopo normale per cui le impiega, così le ali diventano un “ombrello”.

La ricerca socio-economica va orientata sulle componenti di cui dispone la società, a fini di sviluppo – lo scatto in avanti – laddove sono viste con altre funzioni, spesso regressive quasi fossero un peso. E trasformare un peso in un propulsore è un’invenzione degna del grande Leonardo da Vinci, al cui metodo, del resto, ci si è ispirati.

Ed ecco quali sono le ali da usare come ombrello, per mettere a frutto energie riposte e aggiuntive: gli anziani, gli immigrati, le donne, la ri-umanizzazione. Detto così può sembrare banale o forse ovvio, ripetiamo, ma lo è anche l’uovo di Colombo, importante è avere l’idea e poi tradurla in pratica, cosa non scontata.

Del resto la spinta per lo scatto in avanti può non venire soltanto da queste componenti: “E forse da tante altre cose – afferma il Censis- perché no, dalla contaminazione con culture e filosofie di vita ‘altre’, nella medicina come nella formazione, nell’assistenza come nelle organizzazioni aziendali, assorbendo quei richiami all’interiorità, al rasserenamento, alla lucidità, all’ascolto che la nostra quotidianità sfarinata e sregolata non sa più darci. Oppure da un ripensamento intelligente delle tecnologie mirato a valorizzare il patrimonio di conoscenze umane endogeno ai sistemi locali e il capitale relazionale (imprese, volontariato, vicinato)”.

La cultura, dunque, mobilitata per lo sviluppo, per individuare non i “percorsi innovativi riconosciuti” come la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, i brevetti e la delocalizzazione, ma i percorsi “dove non ti aspetteresti che stiano incubando minoranze vitali pronte ad essere arruolate. Siamo andati ad esplorare percorsi di crescita che si sviluppano in maniera silenziosa, da tempo, e che stanno giungendo a una interessante maturazione”. Finalmente il punto di attacco con il problema dell’uscita dalla crisi: “Sarà vitale per il sistema saperli intercettare e ingaggiare nel cuore dei processi di sviluppo: perché una strategia realmente incrementale potrà venire solo dall’uscita dagli usuali comportamenti adattativi. Cioè dall’assunzione dell’’exaptation’ come strategia incrementale”.

I quattro pilastri dell’exaption

Il primo pilastro sono gli anziani, e anche se non si tratta dei pilastri della saggezza non possono che essere loro le prime forze di riserva da mettere in campo. Sono 12 milioni gli ultra 65enni, un esercito che si ingrossa, aumentato di 1 milione e 300 mila tra il 2002 e il 2008.

Ci sono “sacche di estremo disagio o fragilità e malessere”, ma va constatato che è “l’auto percezione dell’anziano ad essere profondamente mutata in positivo negli ultimi anni”. Sentire che perdura la vitalità gli dà la forza di realizzarsi “fuori dagli stereotipi della tradizione e a cercare di galvanizzare le proprie risorse per vivere al meglio la propria stagione”.

Questa consapevolezza lo rende disponibile “a farsi coinvolgere, a rimettersi in gioco per gli altri e per sé stessi”. A parte le potenzialità da esplorare e valorizzare, già adesso quasi il 30%, dai 60 ai 64 anni e il 16% degli ultraottantenni, è coinvolto in attività di volontariato e si sente impegnato nella soluzione dei problemi della comunità. Un’attività apprezzata addirittura dal 90% degli italiani che ritengono “importante e significativo” il loro contributo; si impegnano soprattutto nella vigilanza dinanzi alle scuole primarie come “nonni-vigili”, lavoro meritorio che favorisce l’incontro tra generazioni oltre a dare un valido contributo alla sicurezza nei momenti critici della vita scolastica.

Oltre a quest’attività c’è la “voglia di cittadinanza attiva”, intesa come volontà di “rimettersi sui libri e in gioco” e soprattutto come “capacità di far lavorare ancora il cervello”, basti considerare che un terzo degli iscritti all’Università popolare romana ha più di 65 anni e l’11% più di 80 anni.

E’ un impegno da non considerare fine a se stesso. “C’è, soprattutto negli anziani giovani (tra 60 e 65 anni) la voglia di mettere al servizio della collettività le capacità professionali e culturali accumulate, le reti relazionali, il bagaglio delle esperienze”. Desiderio che in alcune realtà trova sbocchi positivi, in particolare nel Nord Est dove sono state realizzate reti sociali promozionali in ambito professionale che mettono a disposizione l’esperienza e i contatti dei dirigenti d’azienda pensionati. Questo tipo di sperimentazione aziendale va sotto il nome evocativo di “lupi grigi”.

C’è una base solida a tutto questo, l’esperienza come valore aggiunto per le altre generazioni e per le prospettive di sviluppo della società, anche di fronte ai nuovi problemi; non si trasmettono capacità specifiche ma il sistema di valori, rapporti, comportamenti formato nel tempo in una classe che avverte il “senso di responsabilità sociale”, quasi scomparso nell’odierna società individualista.

Sono pronti “per un significativo ricoinvolgimento nella dinamica sociale, che sembra non trovare più riferimenti credibili (partiti, sindacati, associazioni)… Gli anziani si rendono disponibili per un reclutamento attuale, per un arruolamento nei ranghi di quanti alla crescita sociale sono interessati. Ed è qualcosa di più di un’esperienza di ‘mentoring’ o di ‘tutoring’ che pure tanto hanno dato in ambito aziendale. E’ una riserva valoriale di cui il sistema sociale sembra avere urgentemente bisogno per uscire dall’empasse e riprendere a crescere”. Più chiaro il Censis non poteva essere.

Il secondo pilastro è individuato negli immigrati, che non vanno associati all’immagine delle “carrette del mare” e del degrado, della miseria e dell’emarginazione, pur se queste realtà purtroppo sussistono. Ci sono processi di crescita in corso nel tessuto sociale per effetto di un’integrazione foriera di ulteriori sviluppi positivi.

Secondo la rilevazione trimestrale dell’Unioncamere, nel primo trimestre del 2009 quasi 10.000 immigrati hanno aperto un’impresa individuale iscrivendo i loro nomi nei registri camerali, mentre poco più di 7500 l’hanno chiusa, con un saldo attivo di quasi 2400 nuove imprese (tasso dell’1% in più mentre per il totale nazionale si è registrato l’1% in meno); lo stock complessivo è aumentato del 6,3% a fronte di una diminuzione del dato nazionale pari al – 0,9%. In termini di valore aggiunto le 243 mila imprese di cui sono titolari gli immigrati contribuiscono per il 10% al Prodotto interno nazionale.

L’importanza è ancora maggiore di queste cifre perché sono attività molto vitali e motivate, come dimostrano i piccoli esercizi al dettaglio di gestione familiare nei centri urbani i quali, con l’apertura prolungata e gli assortimenti adeguati al tipo di clientela, mostrano una disponibilità verso i consumatori che apre loro crescenti spazi di mercato. “La spiccata propensione ad intraprendere da parte degli immigrati rappresenta dunque una risorsa che il sistema Paese può cogliere come scossa al dinamismo socioeconomico d’Italia, sia direttamente in termini di crescita e di creazione di valore sia in termini di relazioni con i Paesi d’origine. e dunque di capitale sociale per future internazionalizzazioni”. Ci sono delle eccezioni, soprattutto nell’edilizia, ma il quadro è questo.

Si ripete in Italia la storia vissuta dai nostri antenati nei paesi di emigrazione. Già la partenza verso un mondo sconosciuto rivela dinamismo e spirito di iniziativa, propensione al rischio e capacità di adattamento, doti che si manifestano non solo nell’iniziale ricerca di lavoro ma soprattutto nel passaggio successivo ad un’attività autonoma o imprenditoriale. Per i lavoratori dipendenti la citata indagine dell’Unioncamere rivela che la soddisfazione dei datori di lavoro per come gli immigrati si impegnano, rispettano le regole e si relazionano con gli altri è superiore a quella verso il resto dei dipendenti, perché certe doti ormai scarseggiano e quindi vanno custodite e valorizzate dove sono.

Il terzo pilastro va individuato nell’universo delle donne finora non pienamente valorizzate per il permanere di una condizione di disparità nella famiglia e nel lavoro, nella politica e nella rappresentanza, in parte legata al ruolo antico della donna-madre. La loro avanzata è stata, comunque, incessante, hanno accumulato titoli formativi e professionali, piccoli successi, reti relazionali e per la selezione naturale sono emerse le più attrezzate e mature, “più capaci di valorizzare le loro doti di intuito e sensitività in contesti lavorativi d’eccellenza”.

Il Censis le definisce “una sorta di ‘riserva aurea’ cui accedere in tempi di crisi. E la società ha cominciato gradatamente a captare questa nuova risorsa” e ad avvalersi delle loro doti di intelligenza e sensibilità: “di un ‘saper fare’ e di un ‘saper dire’ (un riuscito binomio di competenza e intuizione) tipico delle donne, utile a smorzare quando si deve, capire quando è necessario, rilanciare quando è opportuno. Doti che nel mondo del lavoro, soprattutto ad alti livelli, possono rivelarsi preziose”.

Sono poco meno di un milione e mezzo le imprese guidate da donne alla fine del 2008, con un incremento di oltre tremila unità rispetto all’anno precedente. Hanno avuto maggiore tenuta degli uomini nelle piccole imprese individuali dove rappresentano un quarto del totale, e anche nei risultati aziendali le imprese con donne amministratrici hanno superato le altre.

A fronte di questi successi, spicca la perdurante difficoltà ad accedere alle posizioni apicali di vertice, in particolare nella sanità dove c’è una donna ogni tre medici ma solo una ogni dieci dirigenti-primari; e nella giustizia amministrativa dove c’è una donna su quattro magistrati ma nessuna con funzioni direttive. Nella sanità si trova maggiore equilibrio nelle posizioni dirigenziali intermedie di strutture semplici, e nei dirigenti medici con incarichi diversi dalla direzione di un reparto; c’è parità dei sessi nella dirigenza sanitaria non medica (biologi, chimici, psicologi).

Il Censis ne trae la convinzione di “come le donne siano professionalmente cresciute e siano più che disponibili ad essere cooptate in ruoli dirigenziali”. Per cui, “andare a caccia di teste intelligenti, di personale altamente qualificato all’interno del mondo femminile significa avere maggiori probabilità di imbattersi in talenti non ancora impegnati e valorizzati.” Questa considerazione legata alla “convenienza del sistema sociale” potrebbe far superare le disparità e ”far avanzare le donne per calcolo economico più di quanto nessuna politica rivendicativa è mai riuscita ad ottenere”.

Il quarto pilastro riguarda ancora di più il piano culturale, attiene ad “una società irriconoscibile in cui sembra azzerata ogni umanità, ogni attenzione minimale all’altro” nel mentre, al contrario, non è venuto meno “il bisogno di interiorità, di affettività autentica, di umanità”. Si avverte, insomma, il “bisogno di ri-umanizzazione”. Filosofi e psichiatri avvertono che “senza trasmissione di esperienza, senza partecipazione umana, senza capacità d’ascolto non c’è crescita. Degli individui come delle democrazie”. Il bisogno di rapporti umani è. d’altra parte, esso stesso lievito dello sviluppo al di là di ogni isolamento in quanto si può ritrovare l’equilibrio all’interno del sistema cercando di “assorbire energia da altre culture, da altri strumenti, da altre risorse”. E si potrebbe fare una casistica di questi comportamenti sempre più diffusi.

Una recente ricerca del Censis ha evidenziato che “la sfera del rapporto umano tra operatori della sanità ai vari livelli di competenza e responsabilità e pazienti rimane un aspetto decisivo della qualità effettiva dell’offerta sanitaria”, mentre la medicina convenzionale, al di là dei progressi compiuti, “continua a trascurare nella pratica quotidiana la dimensione di una profonda e attenta relazione terapeutica, che pure ha, come ampiamente dimostrato da una letteratura scientifica considerevole, un’importante funzione curativa, sia come gratificazione in sé sia come facilitatrice di un’azione diagnostico terapeutica”.

Per questa carenza cresce il ricorso alle medicine non convenzionali, complementari o alternative, alle quali nel 2008 si è rivolto quasi un quarto della popolazione, 11,5 milioni di italiani, numero anzi ritenuto sottostimato. Alla base del fenomeno non c’è tanto la curiosità o la ricerca dell’esotico, quanto della dimensione umana che si è perduta, “del confronto con se stesso, nella propria globalità, del dialogo, del recupero dei giusti tempi terapeutici”. In definitiva “si cerca un aiuto per ritrovare l’equilibrio, si cerca un nuovo adattamento utilizzando sensibilità e competenze esogene”.

Su questi quattro pilastri dell’“examption”si può lavorare in profondità e in estensione perché i movimenti per riposizionarsi sono già in atto anche se silenziosi. Più in generale va considerato che – se la tendenza finora è stata ad “adattarsi” operando in modo interstiziale nella realtà pur insoddisfacente cercando di “sfangarla”, ma senza cercare vie d’uscita risolutive – adesso “in un mondo in cui è sempre più difficile inventare veramente e rinnovarsi, vince non chi si adatta, ma chi sa riadattare ciò che è, per fare cose nuove con quel che ha”.

Le conclusioni e un possibile sbocco propositivo

Nel terminare l’esposizione dei risultati della ricerca di base Elisa Manna ha precisato: “I quattro esempi che abbiamo fatto sono solo alcune delle tante possibili ‘exaptations’ che possiamo mettere in atto; a livello individuale, a livello di piccolo gruppo, a livello di organismo territoriale come a livello nazionale”. E ha indicato per delle esplorazioni aggiuntive il Micro welfare e le Aree dismesse, il Baratto e il Riadattare il tempo, L’E-commerce e la Serialità e novità, la Temporaneità e i Distretti vissuti in modo nuovo, i Passaggi generazionali e la Rilocalizzazione, i Trasporti ridotti. C’è ancora molto da ricercare e da riprogettare. Quello che conta è l’indirizzo di fondo.

“Il punto vero da capire – sono le inconfondibili parole di Giuseppe De Rita – è che l’adattamento ‘classico’ non basta più: ci siamo adattati in mille modi a una scuola o a una sanità che non funzionavano; ci siamo adattati a una politica che non ci soddisfaceva, partiti che non capivamo e sentivamo distanti, a una mediatizzazione della realtà sempre più esasperata. Ma questo adattamento non funziona più, non è più ‘aptus’ al benessere del sistema. Del sistema Paese come del sistema individuale. Siamo nella fase, complicata ma anche affascinante, in cui dobbiamo capire che abbiamo possibilità altre, risorse altre che si stanno rendendo disponibili e che ancora non vediamo perché sono forme di energia esogene, non connesse tra loro e che perseguono un proprio percorso evolutivo. Insieme non rappresentano un’ideologia, ma forse possono offrire un’idea nuova del mondo e dello sviluppo”.

Il parallelo con la biologia evoluzionista viene ulteriormente esplicitato: “Sono queste forme di energia che vanno intercettate e reclutate – sono sempre espressioni di De Rita – perché l’idea che la crescita sociale sia il regno di un’ottimalità adattiva imposta da una realtà sovrana che come un meticoloso ingegnere costruisce le interazioni sociali è falsa oltre che immatura. Dalle teorizzazioni in economia alla concezione proto evoluzionista in biologia tale idea si è dimostrata fallace: la società è in realtà il risultato polimorfico di adattamenti secondari e subottimali, di riusi ingegnosi e di aggiustamenti imprevedibili. Si devono raggiungere compromessi fra pressioni discordanti e resistenze interne, si devono perseguire equilibri che tutto congiura a rendere fragili. Perciò il futuro non sarà il regno delle sicurezze e delle necessità, ma delle potenzialità e di nuovi mondi che si fanno avanti”.

Ricordiamo come già nel “Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2008” il Censis aveva affacciato l’idea, appena accennata, dell’“exaptation”, definita allora “adattamento innovativo nei portatori e cantori dei nostri caratteri originari” provocato da alcuni “reagenti”tra cui “l’azione delle minoranze vitali”, ma senza quel significato risolutore che è la nuova scoperta. Dall’enunciazione di allora all’approfondimento di oggi molta strada è stata fatta, ci sono le ricerche sul campo a confortare per via induttiva l’idea brillante originaria, e ulteriori riflessioni.

Ma quello che vorremmo sapere a questo punto è se si tratta di un processo naturale, più o meno carsico, da osservare nella sua lenta evoluzione senza poter intervenire, oppure se si può fare qualcosa per accelerarlo. Lo abbiamo chiesto direttamente alla relatrice, ed Elisa Manna ci ha risposto senza esitare: “Le trasformazioni culturali e antropologiche hanno i loro tempi ma, come dicevano gli antropologi americani degli anni ’50, una civiltà può mettere in atto quello che loro definivano ‘astuzia controculturale’, cioè un intervento politico che accelera i tempi naturali del cambiamento culturale”.

E in modo ancora più esplicito: “Lo strumento mediante il quale le civiltà possono agire è la Politica – la maiuscola ci viene chiesta dalla relatrice – che deve ritrovare la sua vocazione alla promozione della cultura e della civiltà dei popoli, utilizzando tutte le leve disponibili”. Quali sono queste leve? le chiediamo: “Riscoprire i soggetti sociali apparentemente marginali, comunque emarginati, e considerarli risorse da reinserire e valorizzare, non più problemi da fronteggiare”.

A questo punto la nostra rivista culturale, per ciò stesso particolarmente adatta ad entrare in sintonia con il nuovo approccio, per di più una rivista abruzzese, si permette di fare due collegamenti.

Il primo è con la realtà regionale dissestata dal rovinoso terremoto che, almeno nelle aree colpite anche indirettamente, non può più “adattarsi”, deve uscire dalla crisi con lo scatto in avanti che richiederà uno sforzo congiunto nel quale mobilitare tutte le risorse, anche quelle riposte nei quattro pilastri dell’“exaption”: anziani da reinserire , immigrati da integrare, donne da parificare, ri-umanizzazione da promuovere.

Il secondo collegamento è con il programma di governo regionale uscito vincitore alle recenti elezioni abruzzesi. In esso, nella parte fondativa, “La prima risorsa? Gli abruzzesi!”, si legge: “Censimento e selezione degli Abruzzesi da ‘rimettere’ al Lavoro e alla Speranza per il futuro… Imprenditorializzazione dei giovani abruzzesi (studenti, disoccupati, sotto-occupati, marginali, senza casa e senza voce) e, non meno fondamentale, della ‘Nobiltà dei Vecchi’ (pensionati, emarginati, soli, sfiduciati, gente viva che avrebbe tante cose da dire e da fare ma che nessuno più ascolta, che nessuno più considera).

Dall’alleanza, dalla messa a Sistema di queste due grandi Forze che solitamente sprechiamo e umiliamo, nasce la Speranza del Futuro come radicamento e messa a frutto del Passato. Le idee contenute nel nostro programma muovono da qui”. Il “coinvolgimento degli anziani in servizi di interesse sociale” è una linea d’intervento esplicitamente enunciata, nell’ottica di considerarli una risorsa da valorizzare, e non come peso da sopportare, tanto che nei manifesti di Gianni Chiodi, eletto alla presidenza della Regione, figuravano in primo piano.

Se è questo l’indirizzo politico, perché non cominciare dalla Regione Abruzzo a tradurre nella pratica economica e sociale di governo le idee e impostazioni innovative, per non dire rivoluzionarie, collimanti con la “scoperta” del Censis precisata a noi direttamente dalla relatrice Elisa Manna? La coincidenza temporale, l’8 luglio, dell’incontro sull’“exaption”con l’apertura del G8 a L’Aquila, può essere un segno premonitore per una sperimentazione nel territorio abruzzese.

“Recisa non recedit” è divenuto il simbolo della reazione del capoluogo di regione d’Abruzzo, del resto nella biologia evoluzionista la lotta per la sopravvivenza fa mobilitare tutte le energie riposte, anche quelle designate ad altre funzioni e di questo si tratta nella realtà post terremoto.

Quale migliore terreno, quindi, per l’applicazione concreta, per un forte e fiero “We can”?

2 Comments

  1. Romano Maria Levante

Postato luglio 21, 2009 alle 11:08 AM

Ringrazio la Responsabile delle politiche culturali del Censis, Elisa Manna e il presidente Giuseppe De Rita, dell’apprezzamento che ho molto gradito. Il merito va al Direttore della rivista, Giovanni Lattanzi, che mi ha dato lo spazio per pubblicare, dal 24 febbraio ad oggi, nove servizi di notevole ampiezza sulle ricerche del Centro, consentendomi di seguire da vicino quello che giustamente Elisa Manna definisce il “percorso non facile di analisti sociali”. Seguire questo percorso vuol dire percepire i movimenti silenziosi, spesso carsici, in atto, di cui il Centro Studi Investimenti Sociali dà conto non solo nell’annuale “Relazione sulla situazione sociale del Paese” ma anche attraverso una continua attività di ricerca che scava nei recessi del territorio per cogliere i minimi segnali rifuggendo dalle generalizzazioni macroeconomiche. Così, dopo essere stato il primo a ridimensionare il catastrofismo sulla crisi è il primo a mettere in guardia dai facili ottimismi sul suo superamento. Dalla scoperta del “sommerso” oltre quarant’anni fa a quella odierna dell’ “exaptation”, De Rita con il Censis continua a fornire una preziosa bussola alla quale continueremo a fare riferimento con la più sincera gratitudine per l’impegno profuso e la capacità analitica e percettiva.

  • Elisa Manna

Postato luglio 15, 2009 alle 10:04 AM

è stato un piacere leggere il servizio del vostro Romano Levante;perché ci ha capiti perfettamente in un nostro percorso non facile di analisti sociali .E questo significa che ci ha messo intelligenza e passione. A nome del mio Istituto, i più sentiti complimenti
Elisa Manna

Crognaleto, la Fiera della Pastorizia: tradizione, cultura e forza vitale nella montagna abruzzese

di Romano Maria Levante

Pubblicato il 7 luglio 2009 in cultura, inabruzzo.it Ripubblicato in www. arteculturaoggi.it, stessa data, con poche righe iniziali e 24 immagini di anni molto successivi invece di quelle originarie perdute. .

Ieri 6 e oggi 7 luglio 2024 si svolge in Abruzzo, a Piano Roseto nel comune di Crognaleto, provincia di Teramo, la 169^ Fiera della Pastorizia, una manifestazione antichissima con la partecipazione di istituzioni, associazioni e soprattutto di operatori dl settore, imprese allevatrici, e singoli pastori con la presenza anche dei veri protagonisti., greggi di pecore, ecc. Oggi ripubblichiamo il nostro articolo sulla Fiera del luglio 2009, uscito allora sul sito “cultura.inabruzzo.it”, nel quale abbiamo inserito immagini più recenti. Erano trascorsi solo tre mesi dal disatroso terremoto, fu una prova molto positiva di grande vitalità deglla terra d’Abruzzo.. Un “come eravamo” dopo quindici anni che potrebbe far confrontare la realtà di allora – diversi protagonisti non ci sono più, come il compianto commissario al Parco Nazionale Arturo Diaconale – e la realtà di oggi vissuta dai partecipanti attuali.

Sentir parlare di cultura nel cuore dei Monti della Laga è stata una bella sorpresa nella giornata conclusiva della “151^ Fiera della Pastorizia” svoltasi tra Teramo, San Giorgio e Piano Roseto, nei comuni di Crognaleto e Cortino, tra il 2 e il 5 luglio 2009. Come è stata una bella sorpresa sentir parlare in un certo modo del Parco nazionale Gran Sasso Monti della Laga.

Prima di arrivare alla giornata conclusiva che abbiamo seguito direttamente per dare la sintesi finale e il messaggio politico, vogliamo rendere conto brevemente delle due precedenti. La prima giornata si è svolta a Teramo con un Convegno nella mattina del 2 luglio presso la Camera di Commercio aperto dal presidente Di Carlantonio, organizzatore dell’intera manifestazione insieme a Febbo, assessore all’Agricoltura della Regione Abruzzo e ai sindaci di Crognaleto D’Alonzo e di Cortino Minosse.

Si è discusso dell’economia dell’allevamento ovino, in particolare dei consorzi di tutela, dei marchi di qualità e della sicurezza alimentare, argomento questo di grande attualità anche per la contraffazione e l’adulterazione della denominazione di origine, all’ordine del giorno anche dell’imminente G8 dell’Aquila. Le conclusioni le ha tratte l’Assessore regionale.

Il 4 luglio a San Giorgio, frazione di Crognaleto – nella sede della Pro loco che con il presidente Campanella ha dato un apporto fondamentale all’organizzazione – si è svolto un intenso pomeriggio aperto dal 3° Concorso sui “Formaggi della Transumanza”, cioè “Formaggi Ovini e Caprini Rocca Roseto”, proseguito poi sullo stesso tema con il “Laboratorio del gusto, pecorini e caprini”. Dal gusto si è passati alla memoria con l’apertura del Museo della pastorizia e di un Mostra fotografica; i tratturi e la transumanza ne sono stati al centro, anche con racconti e rievocazioni dal titolo poetico “Presso gli stazzi con i pastori sotto le stelle”; nella serata il folklore di Rappoppò con altri artisti.

Le due sorprese della giornata conclusiva

La giornata del 2 luglio ha visto entrare in scena i protagonisti dell’arte della pastorizia, i pastori e le pecore. E in modo operativo, quasi fosse il teatro delle operazioni e non una kermesse. All’alba l’alloggiamento degli animali negli stazzi, poi la Santa messa con la Preghiera del pastore seguita dal Raduno Ufficiale del Cane Pastore Maremmano Abruzzese scritto in tutte maiuscole, se lo merita.

Quindi, in successione, la visita guidata agli stazzi con la valutazione delle razze ovine e caprine presenti da parte di un’apposita commissione. Una specie di Miss Italia a quattro zampe e un bel manto lanoso anche in piena estate. La premiazione dopo gli interventi delle autorità.

A questo punto, nella parte che doveva essere rituale, quella riservata alle autorità all’interno di un grande tendone ben attrezzato, ci sono state le due sorprese cui si è accennato, a noi molto gradite. Forse c’è del personale in questo portare alla ribalta di una manifestazione così ampia e partecipata questi due elementi, ma ci sembra abbiano rappresentato il vero momento innovativo. Il merito va ai due personaggi di spicco intervenuti insieme a uno stuolo di autorità, non per una partecipazione di circostanza ma per lanciare precisi messaggi cui non mancheranno iniziative concrete.

Sono il Sottosegretario all’Interno Michelino Davico e il Commissario del Parco nazionale Gran Sasso e Monti della Laga, Arturo Diaconale: il primo arrivato da Cuneo, di cui è originario (anzi è della rurale Bra), con un blitz che la dice lunga sul suo dinamismo e la sua passione per la montagna; il secondo, famoso e combattivo direttore-giornalista originario di Montorio al Vomano, di Teramo.

E’ qui la festa! Abbiamo esclamato come se avessimo conquistato una vetta dopo la scalata. Una festa del popolo montanaro, ancora vivo e vitale nonostante la decimazione subita con l’esodo. E comparso miracolosamente, quasi materializzandosi nella piana, dopo che l’attraversamento dei Monti della Laga si era svolto in assoluta solitudine.

Abbiamo avuto questa impressione e ci è piaciuto sentire il Senatore Davico descriverla all’inizio del suo intervento come propria sensazione, non sapeva dove potesse portare quella strada deserta tutte curve in continua ascesa imboccata lasciando la “Strada Maestra” del Parco nazionale. Tanto meno a un campus così vivo e stimolante.

Spiegare il motivo personale è semplice per il riferimento alla cultura, ci eravamo recati alla Fiera nella convinzione di assistere a un fatto culturale che la nostra Rivista non poteva ignorare, e così è stato, ma si è superata ogni nostra aspettativa. E non é stato semplice restare a Piano Roseto per la pioggia battente e la nebbia fitta e pungente; come non era stato facile arrivarci, la località non é indicata né sulla carta stradale né sui cartelli, abbiamo capito di essere giunti alla meta solo dalla lunghissima fila di auto in sosta che abbiamo superato fino a quando si è aperto dinanzi a noi lo sterminato pianoro verde punteggiato di stazzi di pecore per la Fiera e di un’infinità di stand.

Il motivo personale per il Parco nazionale è più soggettivo, perché avevamo avuto modo di verificare, in negativo, l’impostazione passata dell’azione e iniziativa del Parco per cui ci è apparsa come una palingenesi e autentica soddisfazione quella che il nuovo Commissario intende dare.
Parliamo allora di queste due sorprese, che hanno chiuso praticamente la manifestazione, perché ci danno una chiave di lettura privilegiata per vederne i vari risvolti in una luce particolare.

Il “comunalismo” del sottosegretario Davico

Dunque, ecco il sottosegretario venuto da lontano dopo avere mostrato, nella concitata fase post terremoto, un interesse inconsueto chiedendo di incontrare gli amministratori dei Comuni limitrofi al “cratere” epicentro del sisma – anch’essi fortemente colpiti pur senza avere lo stesso riconoscimento dato agli altri Comuni – e di toccare con mano i problemi del territorio.

Lo ha sottolineato il sindaco di Crognaleto, il Comune ospitante, D’Alonzo, impegnato in un confronto con le istituzioni centrali perché siano considerati in modo più adeguato i gravi danni subiti dalla sua comunità; e perchè si possa rimediare alla devastazione anche culturale che il sisma ha arrecato al concetto stesso della montagna e della sicurezza della “casa in pietra con il tetto in legno”, sede di tradizioni e di memorie personali e collettive da difendere. Il suo impegno nell’opporsi alla chiusura indiscriminata delle scuole montane di cui al decreto Gelmini, che porta all’abbandono del territorio, è tale da riprendere la parola per sollecitare un intervento del sottosegretario al riguardo.

Il senatore Davico ha detto subito che non è venuto per raccogliere istanze e richieste particolari ma per far sentire lo Stato non come entità astratta e lontana ma reale e presente. Poi è partito da lontano, come nel viaggio da Cuneo, dalle origini della crisi finanziaria nei derivati e prodotti tossici con i quali si sono cercate scorciatoie fallaci al lavoro serio e onesto per costruire qualcosa di stabile, duraturo e non effimero come le ricchezze accumulate all’improvviso facilmente e poi svanite con la stessa rapidità e facilità. Il lavoro serio e onesto porta al territorio e alle comunità che lo popolano, alle radici e alle tradizioni.

Con tutto questo ci si deve confrontare per far venire alla luce i problemi e cercare di risolverli, mediante la verifica sul luogo, l’ascolto di comunità e amministratori, il confronto fino alla decisione. “Le eccellenze produttive nel territorio sono valori importanti che hanno fatto cultura, questa è cultura. Dovrebbero essere sostenute dal Ministero dei Beni e Attività culturali perché tali vanno considerate, invece di disperdere risorse in iniziative spesso inutili. La vera cultura è quella della gente, del territorio con i suoi valori e le sue produzioni che vengono dalla tradizione”.

Il sottosegretario ha rimarcato che essere al 151° anno vuol dire per la Festa della pastorizia custodire un grande patrimonio, entrare nella storia; concetto ripreso dal presidente Rainaldi della Camera di commercio dell’Aquila – per le cui vittime c’è stato un minuto di silenzio oltre a ripetuti omaggi – che orgogliosamente ha rivendicato i 50 anni dell’omologa manifestazione aquilana gemellata a quella teramana, osservando “forse noi abbiamo cominciato a registrarle più tardi…” con una battuta identitaria quasi a voler rivalutare una memoria atavica oltre le statistiche ufficiali.

Per difendere questi valori occorre battersi e Davico lo ha fatto a favore delle scuole nella montagna, la cui chiusura accelera lo spopolamento, anche in un caso limite che ha ricordato dove da quattro si era passati a un solo alunno che però consentiva di mantenere in vita una cultura millenaria, quella Provenzale alla base dei nostri valori. “Quando sparisce una cultura millenaria – ha detto – dietro cui ci sono valori, memorie, prodotti tipici, modi di essere, sparisce una parte della nostra storia che può essere importante e va mantenuta”.

Abbiamo capito che non si tratta di scivolare nel pittoresco, c’è un convincimento profondo dove tutto si tiene, memoria e tradizioni, identità e consapevolezza, il tutto riassunto nella cultura e radicato nelle persone, nel territorio. Lo ha chiamato “comunalismo”, la forza dei sindaci e dei territori, in definitiva della gente e dei valori, si deve confrontare con gli interessi generali per trovare un punto di equilibrio. Ma occorre una mentalità nuova, la partenza dal basso con la ricomposizione in alto, previo ascolto e partecipazione per il confronto e la decisione. Ha fatto una promessa, di tornare il prossimo anno, spera con il Ministro delle risorse agricole Zaia.

Non potevamo non chiedergli, al termine, un messaggio particolare per i nostri lettori, dopo avergli manifestato la condivisione per aver messo la cultura al centro dei valori espressi dal territorio. Il suo messaggio, ci ha detto, è che “dietro ogni prodotto, ogni attività, c’è molto di più della lavorazione e della tecnica che lo ha generato, c’è la tradizione e la memoria, l’azione degli amministratori e l’iniziativa dei cittadini, l’economia locale e anche la lingua locale, c’è la cultura”. E come sigillo ci ha dettato lo scritto di Cesare Pavese che rende poeticamente tale concetto: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle case, nella terra, c’è qualcosa di tuo che anche se non ci sei resta ad aspettarti”. Ebbene, oltre a Bra, aspetterà Davico anche Crognaleto.

L’impegno del Commissario al Parco, Diaconale

Ed ecco il Commissario del Parco che viene da vicino, Arturo Diaconale è originario di Montorio al Vomano, abbiamo detto, dove ogni anno c’è la manifestazione “La vetrina del Parco”, anche se la vita professionale di grande giornalista costantemente impegnato sulla trincea dei valori liberali lo ha tenuto lontano dai luoghi nei quali sonno rimaste le sue radici da lui, peraltro, sempre coltivate e che ora sono la maggiore garanzia per una azione appassionata oltre che dinamica ed efficace.

Diaconale ha detto subito di voler cogliere l’occasione per formulare dinanzi alle istituzioni locali presenti i suoi primi orientamenti sulla gestione del Parco dopo la recente nomina. E ha ricordato come nel parco Gran Sasso Monti della Laga, come in tutti gli altro parchi nazionali, la linea seguita in passato è stata “la difesa del territorio con effetti positivi che hanno impedito devastazioni ma hanno incontrato anche le resistenze delle popolazioni locali, perché con la sola conservazione della natura si perde la consapevolezza che ci vivono anche le persone”. E’ seguito subito il nuovo orientamento politico e gestionale: “Va chiusa una fase dell’ambientalismo per aprirne una nuova basata sulla collaborazione con chi vive nel territorio”.

Questa esigenza appare rafforzata dopo il terremoto che induce l’intero Abruzzo, “regione verde d’Europa”, a riflettere su come procedere nella nuova situazione che si è creata. Dove ci sono gli aspetti tragici delle vittime e quelli dolorosi delle sofferenze e delle perduranti tensioni; “ma anche aspetti positivi da considerare, senza che questo possa essere considerato cinismo”. E li ha precisati: “Sono caduti alcuni stereotipi sugli abruzzesi che venivano accomunati a un deteriore lassismo meridionalista mentre hanno dimostrato di essere forti e tenaci, dignitosi e capaci. Si sono accesi dei riflettori sulla nostra Regione, finora poco conosciuta, che con il G8 all’Aquila entrerà nelle case di tutti in ogni parte del mondo”.

L’effetto congiunto di questi due aspetti dà opportunità che vanno utilizzate adeguatamente per un rilancio alla grande secondo modelli e dimensioni finora non proponibili: “Il Parco – ecco l’impegno programmatico – svolgerà un’azione di stimolo per iniziative che mantengano piena visibilità alla nostra Regione, aspetto prioritario perché dopo il G8 non ci sia un ritorno al passato”. L’impegno è notevole per una minaccia grave: “Il Parco vuole collaborare con le popolazioni, il pericolo da evitare è che dopo il terremoto si formi una nuova ondata di esodo, e si vada verso il totale spopolamento”. E ha concluso con un’espressione efficace e un impegno preciso: “Una montagna spopolata è una montagna degradata, il Parco intende impedire che ciò avvenga”.

Come con il senatore Davico alla fine della manifestazione abbiamo parlato con il commissario Diaconale, ricordandogli che nella ricerca del Censis sui territori di eccellenza, di cui abbiamo dato conto sulla Rivista, quelli abruzzesi si contano sulle dita di una mano, ma il Gran Sasso figura, forse unico tra tutti, tra gli “eccellenti” in due categorie su tre (nell’accoglienza e nell’innovazione tecnologica, la terza è l’eccellenza produttiva).

Grandi sono, quindi, le responsabilità del Parco, che in sostanza ha il “governo” di questo territorio di duplice eccellenza. Ha ribadito che “impegno primario del Parco sarà promuoverlo sul piano nazionale e internazionale. Il solo difetto di questo territorio di eccellenza è di essere poco conosciuto. Questo per raggiungere il risultato più importante a cui l’azione del Parco sarà rivolta, quello di evitare lo spopolamento”. A questo si procederà, ha concluso, “con il diretto coinvolgimento delle istituzioni locali. Oggi è solo l’inizio”.

Il Ministero dei beni e attività culturali, convitato di pietra

Vogliamo collegare le due posizioni, che hanno costituito per noi la piacevole sorpresa, quella del sottosegretario Davico incentrata sulla valorizzazione della cultura del territorio in cui si ricomprendono i suoi valori, compresa la lingua, e le sue produzioni; e questa del Commissario al Parco Diaconale che affida alla visibilità a livello nazionale e internazionale, del territorio ora rivalutato per la sua tenuta di fronte alla tragedia, la possibilità di evitarne il deleterio spopolamento. Ci sembra di poter trovare un denominatore comune nella cultura e nei valori, nelle tradizioni e nella memoria, base dell’identità come matrice positiva e della visibilità come strumento di rilancio.

Ci viene in mente che tutto questo sembra in linea con le tesi elaborate dal Censis, a seguito di accurate indagini di campo nelle realtà territoriali, sulla necessità di un’azione calata sui singoli territori per coglierne le peculiarità che sono risultate, insieme al coinvolgimento delle istituzioni e associazioni locali ritenuto necessario anche da Diaconale, il maggiore fattore di resistenza alla crisi, anche nei territori che non rientrano tra le “eccellenze” nella produzione, nell’accoglienza, nell’innovazione tecnologica.

E ci sembra in linea anche con il nuovo orientamento del Ministero dei Beni e Attività culturali, chiamato in causa dal senatore Davico, di spostare l’interesse dalla difesa statica dei “beni” alla promozione dinamica delle “attività” culturali, anche attraverso la loro “circolazione”.

Di esse fanno parte le attività alle quali il sottosegretario si riferiva, riassunte in ciò che è espressione delle tradizioni a loro volta prodotto della cultura di un popolo; e anche la visibilità nazionale e internazionale richiesta dal Commissario al Parco Diaconale richiede la promozione di tali attività affinché possano “circolare”, come si è fatto con la mostra itinerante negli Usa del “Trittico del Maestro di Beffi” per la raccolta dei fondi in aiuto ai terremotati d’Abruzzo.

L’impostazione del Ministero non è soltanto un orientamento astratto, si è concretizzata proprio nei mesi successivi al terremoto in tante iniziative di ampio respiro, come la Giornata della musica popolare che ha visto a Roma, nella cornice di Piazza di Spagna, corali, bande musicali e gruppo folklorici da ogni parte d’Italia (quattro dalla zona terremotata dell’aquilano) seguita dalla Giornata delle diversità culturali, e dalla Giornata della musica, sulla base del concetto della “circolazione” e del confronto tra identità come premessa a un accrescimento culturale nell’interesse di tutti.

Se questa costruzione non é instabile e velleitaria si potrebbe fare della montagna abruzzese, che ha nel Gran Sasso la fascia di eccellenza riconosciuta dal Censis, il territorio nel quale calare in termini operativi gli orientamenti appena esposti tenendo conto che si dispone di uno strumento straordinario di governo come il Parco Nazionale in aggiunta alle istituzioni locali che agiscono in sintonia e con un coinvolgimento continuo.

Il tavolo degli oratori all’incontro conclusivo a Piano Roseto ne era la manifestazione visiva, le dichiarazioni d’intenti collaborativi l’intento espresso. C’erano rappresentati, oltre alla Camera di Commercio di Teramo, organizzatrice, con il suo presidente che ha diretto i lavori, e quella dell’Aquila, la Regione, la Provincia, il Comune e l’Università di Teramo – con il prof. Carluccio che ha chiesto espressamente di utililizzarne le competenze di eccellenza in particolare nella Veterinaria – nonché il Prefetto dott. Camerino, che ha simpaticamente ricordato le sue origini foggiane e come la sua terra sia di pianura ma anche di montagna con l’Appennino Dauno, e fosse legata all’Abruzzo dall’atavica transumanza.

C’erano anche Zachetti del B.I.M., Di Pasquale del Consorzio agrario provinciale, Di Pietro del Ruzzo reti, e tanti rappresentanti di Associazioni professionali e di categoria. I presupposti dunque ci sono, per quel coinvolgimento che fa la forza di un territorio, e la volontà politica anche, lo abbiamo registrato dagli impegni assunti. Ora occorre partire con un programma concreto. E’ troppo chiederlo ai protagonisti dell’incontro e al convitato di pietra evocato da Davico? Da parte nostra ci impegniamo a seguire attentamente, e appassionatamente diremmo, quanto verrà promosso, e anche quanto dovesse venire omesso, e a darne conto ai lettori.

Lo svolgimento della manifestazione a Piano Roseto, una festa popolare.

L’attenzione che abbiamo dedicato alle due “sorprese” non deve far pensare che si sia riassunta in esse la sostanza della festa, tutt’altro. Perché entrambe convergono nel porre in primo piano, anche rispetto alle bellezze naturali, figurarsi ai discorsi politici, la gente con le sue tradizioni e le sue memorie, insomma la sua cultura. Che si esprime a livello popolare sotto tutti gli aspetti che la rendono riconoscibile, anche identitaria ma aperta al confronto fecondo e alla contaminazione reciproca.

E come si esprime lo abbiamo visto all’opera in una giornata in certi momenti di tregenda per il temporale che si scatenava a tratti e la nebbia che avrebbe raffreddato ogni entusiasmo. Non l’entusiasmo dei convenuti alla Fiera della Pastorizia. Un territorio senza la sua gente è “bello senz’anima” come scrivemmo al precedente Presidente del Parco senza ottenere risposta, e oggi l’anima è emersa in una passione e vitalità che ha vinto anche le intemperie. Ma “la montagna è anche questo”, è stato detto, anzi “la montagna è questa”. E bisogna essere forti e fieri che sia così.

Non di solo entusiasmo si è trattato e neppure di una semplice festa ma di una consacrazione. Del lavoro compiuto nell’anno, espresso dagli splendidi esemplari ovini raggruppati in un gran numero di stazzi con le iniziali marchiate sulla lana e intorno i protagonisti dei loro allevamenti. Ci vorrebbe una competenza specifica per valutarli oppure più tempo per cercare testimonianze, ma non sarebbe neppure il momento, sono impegnati vuoi nelle discussioni e contrattazioni, vuoi negli attestati ai più meritevoli, ricevuti dopo le valutazioni dell’apposita commissione in una lunga giornata iniziata alle sei del mattino, vuoi in libagioni e pasti calorici per scacciare il freddo della nebbia.

Ci basta rendere conto della manifestazione nei suoi aspetti popolari, con un’organizzazione che è riuscita a sopperire al repentino mutamento delle condizioni climatiche con presidi e accorgimenti di emergenza che hanno consentito di attuare il programma prefissato. Un vero miracolo tenendo conto che non c’era alcun presidio fisso ma solo le tende e le strutture apposite montate per l’occasione e forzatamente precarie.

Una fila ininterrotta di “stand” ciascuno dei quali presentava una produzione tipica con esposizione e succulenti assaggi rappresentava la lunghissima quinta laterale della grande rappresentazione. Il campo era occupato dagli stazzi degli ovini selezionati e non mancavano i richiami comuni alle feste popolari: il complessino con costume e musica tradizionali, le rivendite presenti in ogni fiera e manifestazione, tutti elementi che concorrono al carattere popolare e per questo non vanno sottovalutati ma al contrario valorizzati.

I posti di ristoro, pur nella situazione di emergenza data dagli scrosci di un acquazzone intermittente ma pervicace hanno funzionato bene, gli arrosticini come le porchette, i formaggi come i vini, venivano sfornati in continuità e gli equilibrismi tra le zolle verdi e il fango dilagante riuscivano miracolosamente, anche per l’uso di provvidenziali passerelle come per l’acqua alta a Venezia.

Nessuno scoramento, nessuno sbandamento né da parte di chi forniva i servizi in condizioni difficili né da parte di chi ne usufruiva esposto all’inclemenza del tempo. La consolazione per tutti era la frase che abbiamo già riportato – detta anche dal sindaco di Crognaleto nel suo pur breve intervento, iniziato nel diluvio e concluso nel sole – “questa è la montagna”, che riportava a normalità quella che aveva tutta l’aria di essere un’emergenza. E nella normalità della montagna che può essere inclemente ci si adattava con pazienza chiamando a raccolta le doti di inventiva e l’arte di arrangiarsi; e anche la solidarietà e la collaborazione nel dividersi panche e tavoli divenuti poco affidabili e poco gestibili ma ciononostante utilizzati al meglio senza incidenti.

Un’altra manifestazione, per fortuna dinanzi a un’inclemenza della natura del tutto innocua, di quel carattere forte e dignitoso che sa affrontare le avversità, balzato in tutta evidenza con il sisma distruttivo e che siamo certi si manifesterà anche nella ricostruzione alla ripresa di una vita normale.

Photo (aggiornamento)

Le 24 immagini non riguardano la 151^ manifestazione del luglio 2009 di cui all’articolo, ma le Fiere successive e sono state inserite in questa ripubblicazione a titolo illustrativo, essendosi perdute le immagini di allora nel passaggio dell’articolo da un sito all’altro. Sono tratte dai siti web sotto indicati di cui si ringraziano i titolari per l’opportunità offerta con la loro documentazone pubblica. L’inserimento non ha alcun intento economico o pubblicitario, e se la pubblicazione di qualche immagine non è gradita ai titolari dei siti da cui è stata tratta basta comunicarlo e sarà immediatamente eliminata. Ecco i siti nell’ordine di successione delle immagini: Il Centro, abruzzo city rumors, abruzzo live, habitual tourist, espression 24, virtù quotidiane, habittual tourist, habitual tourist, life in Abruzzo, abruzzo web, il Faro, abruzzo city rumors, you tube 2013, testimone news, ekuonews, il Centro, l’Aquila blog, Teramo news, virtù quotidiane, Teramo news, tg Abruzzo 24, Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, il Giornale di Montesilvano a Pescara. Grazie di nuovo a tutti.

Tag: Cortino, Crognaleto, Montorio, Piano Roseto, San Giorgio

1 Commento

  1. Francesco

Postato luglio 7, 2010 alle 11:28 PM

bellissima festa

Antichi Telai: i tessuti d’arte tra eternità e storia

di Romano Maria Levante

  • 3 luglio 2009

Preziosi parati, paramenti sacri e paliotti di sconvolgente bellezza in mostra a Roma.

Può avvenire di passare dal sacro al profano, ci capitò visitando in successione la mostra di Bellini con le splendide Madonne e poi quella di Picasso con i visi asimmetrici del cubismo, come i lettori ricorderanno. Questa volta abbiamo fatto il percorso inverso, dal profano al sacro visitando a Roma in sequenza la mostra “Gioielli” di Bulgari al Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale e quella “Antichi Telai” con i tessuti d’arte del patrimonio del Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno al Palazzo Ruspoli al Corso, presso la Fondazione Memmo, aperta dal 13 maggio al 26 luglio 2009. Soltanto della seconda intendiamo parlare, ma non prima di aver espresso le sensazioni istintive che abbiamo provato.

Ebbene, non ce ne voglia il rinomato gioielliere, ma i gioielli non siamo riusciti a vederli, per quanto ci fossimo sforzati, “tra eternità e storia” come nell’ambizioso sottotitolo della sua mostra. Personaggi di cronaca sono stati Liz Taylor con Richard Burton ed Eddy Fisher in una gara vinta dal primo con una favolosa “parure” di smeraldi, esposta in una vetrina delle meraviglie; così Soraya con le sue spille preziose e una inedita Anna Magnani, la popolana del neorealismo che indossa una sfavillante “parure” di rubini e altre ancora esposte ed evocate nei filmati. Una cronaca che aspira a diventare storia anche con le figure ingioiellate delle feste mondane. “Tra cronaca e storia”, quindi, si potrebbe ribattezzare la mostra di Bulgari, dove c’è anche una “sancta sanctorum” blindata con i “campioni” di ieri e di oggi, lo zaffiro gigante e la collana più sfarzosa.

Mentre, con altrettanta presunzione, suggeriamo di attribuire quel sottotitolo alla mostra “Antichi Telai”. Tra i paramenti sacri e i paliotti d’altare, le statue vestite e la processione con le preziose stole artisticamente lavorate abbiamo sentito il soffio dell’eternità e nello stesso tempo il respiro della storia. Perché le opere esposte, veri capolavori d’arte, sono state al centro delle celebrazioni liturgiche ed hanno attraversato i secoli, hanno visto troni e dominazioni. Sempre sotto lo sguardo rapito dei fedeli, che nei tessuti preziosi e negli ornati raffinati, nei disegni evocativi dei fatti evangelici e nelle fruscianti vesti talari sentivano l’eternità calarsi nella loro storia civile e umana.

Le sorprendenti scoperte della Mostra

E’ un merito straordinario quello di suscitare una simile emozione, ma non è l’unico. Ce n’è un altro che attiene alla ragione più che ai sentimenti, e riguarda la scoperta di un mondo nuovo, costituito dai 700 Edifici di culto affidati alle cure dell’apposita struttura del Ministero dell’Interno. Un mondo, che anche al di fuori della suggestione della fede, viene così definito da Giulia Silvia Ghia, storica dell’arte che, con Rosalia Lilly D’Amico, ha ideato la mostra: “Paliotti, parati, mitre, piviali, pianete, dalmatiche esposti in questa occasione sono in realtà dei microcosmi di espressione del gusto, della moda, del rito, del prestigio dei committenti, siano essi laici o ecclesiastici”.

Il microcosmo si apre su un universo dove convergono tutte le arti con lo straordinario fascino esercitato dalla natura dei luoghi di culto che dà alla loro bellezza qualcosa in più, molto di più, perché la fede scava nella profondità dell’anima anche nei non credenti, rimanda ai misteri dell’esistenza e alla funzione consolatoria sugli spiriti semplici come alle speculazioni più profonde dei sapienti teologi. E tutto in quegli ambienti, al cospetto di quei dipinti, sotto quelle statue, con quegli arredi, immersi in quei rituali nei quali i paramenti erano scelti accuratamente e utilizzati come componente essenziale della liturgia sacra. Perché, citiamo ancora la Ghia, “l’abito e l’apparato per il clero erano e sono espressione del sacro e della devozione popolare”.

Forse il Ministero non si è reso conto della responsabilità che si assume nel rivelare tutto questo. Perché dovrà esserci ora da parte sua un impegno all’altezza delle aspettative suscitate. E sono tante, attengono ai tesori d’arte tessile esposti meritoriamente nella Mostra e anche agli innumerevoli altri tesori che dovranno essere valorizzati con una cura altrettanto colta e attenta di quella profusa nelle sale di esposizione e nella documentazione storica e artistica a corredo.

Nel moderno concetto di “attività” culturali, che si affianca a quello tradizionale limitato ai “beni”, iniziative come quella che ha portato alla Mostra svolgono un ruolo centrale nel dare vitalità ai “giacimenti” stabili e fermi, i quali senza un’adeguata promozione e “circolazione” resterebbero inerti e sfuggirebbero a quel fondamentale lavoro di restauro che le iniziative riescono ad attivare.

Ne dà conto il prezioso Catalogo del Dipartimento per le Libertà Civili e per l’Immigrazione, che come la Mostra e il Comitato tecnico è stato coordinato dal Vice Prefetto Giuseppe Mario Scalia capo dell’Ufficio pianificazione nell’amministrazione del Fondo Edifici di culto, al quale rivolgiamo direttamente l’appello appena lanciato per l’attività futura, impegnandoci fin da ora, per parte nostra, a seguirla con la stessa passione e lo stesso entusiasmo che stiamo provando in questo momento.

C’è passione ed entusiasmo nella scoperta dell’universo degli Edifici di culto ma anche, abbiamo detto, del microcosmo dei Tessuti d’arte antichi. E qui, tornando all’intitolazione della Mostra, forse per noi una fissa, ci colpisce il riferimento ai Telai e non ai Tessuti: si evoca così il lavoro da artigianato artistico dietro queste realizzazioni, lo strumento dell’orditura e della tessitura sul quale si sono posate tante mani depositarie di un’arte antica, che affonda nelle tradizioni popolari alle quali la fede ha sempre chiesto il massimo di impegno e dedizione, ottenendo così dei capolavori.

Nella scoperta del microcosmo dei tessuti d’arte il Catalogo fa ripercorrere l’itinerario della Mostra, nata quasi per caso dopo alcune ricognizioni mosse da intenti diversi; e fa rivivere le scene intense dell’apertura degli armadi, il ritrovamento dei parati e degli arredi, la verifica dello stato di conservazione per gli eventuali interventi di restauro. Un’opera da ritrovamenti archeologici di elementi inventariati “ab antiquo”, che evoca immagini suggestive e misteriose, da “Codice da Vinci” e da “In nome della rosa”, per citare le più note incursioni letterarie in quel mondo segreto.

Valore e suggestione dei tessuti d’arte

Ha ragione il ministro dell’Interno Roberto Maroni quando scrive che “questa opera, per sua particolare vocazione – in quanto realizzata di trame e orditi – non soltanto è da leggere e sfogliare, ma da vivere come esperienza tattile”, quasi per sentire con le dita la rugosità della tela e il fruscio della seta, la delicatezza del ricamo e la rotondità dei piccoli coralli a comporre profondità arcane.

Per questo Rossella Vodret, Soprindentente dei Beni storico-artistici del Lazio,afferma: “I tessuti, per la tecnica esecutiva, per la preziosità della materia e, soprattutto, per il loro apparato decorativo, rappresentano un campo d’indagine privilegiato per gli storici dell’arte”. Noi non siamo tali, ma la scoperta di questo mondo così intrigante per tutto quanto evoca in tema di storia e di fede ci fa diventare ricercatori, assetati di conoscere le vicende che traspaiono da questi testimoni muti.

Il loro valore estetico, comunque, è facilmente percepibile: “Il pregio degli apparati ricamati con fili d’oro e d’argento – scrive Nicoletta D’Arbitrio Ziviello, docente di restauro dei tessuti alle Belle arti di Napoli – è riconosciuto anche dai meno esperti. Più difficile da comprendere è l’alto valore dei tessuti broccati considerati, a torto, opere seriali, in realtà testimoni delle importanti innovazioni tecniche – frutto d’invenzioni – che furono sperimentate e introdotte, dalla fine del Seicento fino ai primi decenni dell’Ottocento, per la lavorazione dei prototipi, sia di filati, sia di tessuti”. E non finisce qui: “Per questi motivi i tessuti concepiti tra il 1695 e il 1730, sono da considerare preziose e uniche testimonianze dell’arte tessile da tutelare come elementi indispensabili per ricostruire il percorso stilistico dell’arte tessile in Italia”.

Un altro mondo che si apre alla conoscenza, quello delle invenzioni e innovazioni tecniche, a dimostrazione dell’effetto domino che la cultura produce in positivo quando c’è un innesco di valore, come la Mostra che ci accingiamo a visitare. Ma non occorre lo spirito di Ulisse per interessarsi a tutto questo, che il Catalogo rende egregiamente riportando la preziosità anche in filigrana, e sfogliandolo si ha proprio l’impressione, come ha detto il Ministro, di “vivere come esperienza tattile”, nella sua accezione sensoriale, un’arte, come quella tessile, che “rappresenta sicuramente un valore importante nelle eccellenze prodotte in Italia nel corso della sua storia”.

Ma dai massimi sistemi ci piace tornare con i piedi sulla terra, anche se è difficile quando si evoca la fede. E lo facciamo avendo scolpite dentro di noi queste parole della D’Arbitrio Ziviello: “L’organizzazione della mostra, nelle indispensabili fasi di ricerca e di scelta dei manufatti da esporre, ha reso possibile compiere una vasta esplorazione nei luoghi dove i tessuti sono conservati, analizzare da vicino le peculiarità delle singole opere, verificarne le condizioni conservative per procedere al recupero di alcune di esse”. Potrà sembrare ovvio, per noi non è così, perché ci accingiamo a visitare la mostra con lo stesso spirito di ricerca, di conservazione, di recupero.

Gli ornati preziosi dei ricamatori artistici di Napoli

Il nostro viaggio tra l’eternità della fede e la storia civile inizia da Napoli, perché alle opere d’arte dei ricamatori partenopei è dedicata la prima sala della Mostra. Sin nei tempi remoti troviamo “frammenti di tele di lino, di sottili veli di seta e di oro, provenienti dalle antiche città di Cuma, di Pompei e di Ercolano, conservati oggi nel Museo Archeologico di Napoli”, scrive la D’Arbitrio Zanelli. Ma i primi tessuti che incontriamo sono dell’ultimo quarto del XVII secolo e provengono dalla Basilica di San Domenico Maggiore. Ne vanno ricordati i precedenti, come si fa per le opere letterarie e pittoriche, di scultura e architettura; per l’arte, insomma, che si nutre di storia e ne è essa stessa artefice. Della storia sentiamo il brivido appena ritroviamo nomi familiari quanto famosi.

In questa basilica prestigiosa, posta nel centro storico della città, furono sepolti oltre agli esponenti delle famiglie nobiliari alle quali sono dedicate le cappelle gentilizie, anche i sovrani aragonesi e gli alti dignitari della corte del Viceré; esposti vicino alla Sagrestia, nella Sala del Tesoro, si trovano i preziosi abiti di damasco dei sovrani, restaurati tra il 1998 e il 2000. Furono proprio loro, in particolare Ferrante d’Aragona incoronato nel 1459, a promuovere l’arte tessile, nel commercio e nella produzione, chiamando alla Corte di Napoli “maestri drappieri di chiara fama”, tra i primi il veneziano Marino di Cataponte, per introdurvi, come ricorda la docente appena citata riportando un documento del 1465, “drappi d’oro o damaschi et broccati, velluti figurati, viridi et neri” e lavorare “carmosino figurato, perché questa tinta non è di questa terra et bisogna tempo per venir da Ragosa, o di Venezia”.

Seguirono altre convenzioni con “maestri appareggiatori dell’arte della seta”: Francesco de Nerone nel 1973, per “l’arte dell’oro e della seta de omne sorte”, Pietro di Cavursio di Genova nel 1475 per fare a Napoli ogni anno “da cinque a cinquanta pezze di seta” portandovi “dodici lavoranti”; nel 1477 ci fu poi un bando del sovrano che istituì la “Corporazione dell’Arte della Seta”con sede nella Chiesa di San Filippo e Giacomo e patrono San Giorgio.

Di qui inizia un processo che impegna le più importanti famiglie nobiliari nel ciclo della seta, con la coltivazione di “celsi, e mori e bianchi, utili per alimentare i bombici della seta”, e nel promuoverne l’impiego nella produzione di panni decorati come quelli con “Le Storie e le Virtù” di San Tommaso d’Aquino voluti dalla discendente Giovanna d’Aquino che nel 1669 incaricò trenta ricamatori napoletani di realizzarli con le sete raffinate prodotte dai suoi feudi. Furono completati nel 1685 e donati alla chiesa nel 1799 da Vincenza Maria d’Aquino rimasta senza eredi, ed utilizzati per “parare” nelle ricorrenze le pareti, in particolare la Cella e il Dormitorio del Santo.

Ed ecco dinanzi a noi il grande parato (quasi m 3 x 2) in seta su tela di lino “San Tommaso compone il Corpus Domini”, il Santo seduto a un tavolino che scrive in una stanza con uno scaffale di libri, un quadro, un frate che entra, una colomba bianca. Ambiente semplice e raccolto al contrario dei due parati delle Virtù, “La Benevolenza” e “L’Umiltà”, ancora più grandi (quasi m 4 x 2,5), dove la figura del Santo è collocata al centro in posa statuaria in ambiente barocco circondato da una tempesta di motivi floreali librati nell’aria su veli sottili.

Seguono altre opere dei ricamatori napoletani provenienti dalla stessa basilica, due parati liturgici da indossare, un lungo “Piviale”(oltre m 3 x 1,50) con grossi ricami di sete policrome e in fili d’oro che compongono motivi floreali; .una più piccola “Tonacella” dello stesso tipo con la caratteristica che tra i fiori spicca il tulipano, per alcuni simbolo del lusso e della vanità, forse come “memento”.

Non ci si è ripresi dalla meraviglia che si presentano alla vista i “panni ricamati” della Chiesa del Gesù delle Monache, con le immagini di S, Bernardino da Siena e S. Antonio da Padova: dei veri bassorilievi (di m 1 x 1) con filati e colori diversi e le parti in rilievo di oro filato: i Santi sono immersi in un ambiente reale, con case e acque, flora e fauna, un effetto pittorico inconsueto di grande suggestione. Un bassorilievo del tutto diverso, su velluto di seta cremisi, è quello del “Paliotto dell’altare maggiore” con due angeli-putti in una composizione di tralci stilizzati.

Subito dopo c’è l’incontro emozionante con il Monastero di Santa Chiara, che evoca la celeberrima melodia: un grande parato sul “Giudizio di Salomone”, opera d’autore firmata “Ignazio Mirabile F. 1709” ricca di figure arcadiche di colore pastello disegnate con leggerezza e il sovrano al centro nella posa pensosa del giudicante; tre “Pianete”, una di broccato blu con ricami bianchi e oro di motivi architettonici, la seconda di raso perla con ricami in sete policrome e oro di ricche fantasie floreali, la terza di broccato rosso con contrasti di blu e oro in una composizione floreale.

Non è l’ultimo messaggio artistico che viene dalle chiese napoletane, cariche di storia e di memoria. C’è anche la “Madonna vestita” della Statua della Madonna del Carmine, un lungo abito dei ricamatori napoletani in tessuto rosso scuro con ricami in fili d’argento di motivi vegetali, si distinguono delle spighe di grano e motivi stilizzati in senso verticale lungo l’intera lunghezza.

Il ricordo delle processioni di paese nell’infanzia e adolescenza ci prende nell’intimo, aggiungendosi a quello delle cerimonie liturgiche con le pianete i cui colori colpivano la fantasia, ora stimolata dall’arte che aggiunge il suo fascino alla sollecitazione della memoria.

I paliotti siciliani, il barocco intessuto di corallo

Ci si immerge in un mondo del tutto diverso andando avanti nella visita alla Mostra, quando si entra nelle sale dei pregiati tessuti siciliani, dove si continua a sentire l’eternità del sacro e il respiro della storia.

E’ un mondo arcano, non ci sono l’arabesco, la fioritura e il disegno nelle sete policrome dei ricamatori napoletani ma spicca la profondità, la prospettiva e l’architettura negli archi di corallo tra ricami di seta variopinta e fili d’oro e d’argento.

Una festa cromatica dove trionfa il rosso, che unisce l’arte pittorica a quella architettonica; perciò pittori e architetti famosi ne furono i disegnatori, e per i lavori ordinati dai Gesuiti nel ‘600 si ricordano il pittore La Barbera e l’architetto Quaranta. Anche la creatività orafa partecipa con l’inserimento di pietre preziose nella trama di seta, oro e argento; e l’artigianato dei “maestri corallari” di Trapani con i fili inanellati della pietra nei laboratori tessili di Palermo e di Messina. Le chiese che hanno fornito i tessuti preziosi sono di Palermo, tranne le due ultime di Catania.

L’uso liturgico consisteva nel decorare gli altari nelle celebrazioni e ricorrenze più importanti, dal Natale alla Pasqua, dai santi dell’Ordine che li commissionava ai protettori della città. Per questo si tratta soprattutto di “Paliotti” ricamati, quelli esposti sono opera di suore ricamatrici dei monasteri. E’ un secolo prima delle opere sopra considerate dei ricamatori napoletani, la maestria è la stessa.

Ve ne sono quattro che provengono dalla Chiesa di San Giuseppe dei teatini, tutti di grandi dimensioni (m 3 x 1), come si addice a un tessuto che deve coprire un altare.
Il primo ripete il motivo delle arcate prospettiche delimitate da grani di corallo, con un vaso di fiori e un turibolo di derivazione orientale. Sembrerebbe la stilizzazione dell’immagine della Casa teatina di Messina, per questo donata al Convento in un contesto altamente simbolico; donatore sarebbe stato Giuseppe Maria Tomasi, primogenito del principe di Lampedusa, che diventerà cardinale e poi santo, per rendere omaggio al suo primo convento, dove Padre Francesco Maggio, guida dei novizi, aveva rinvenuto sotto l’altare un’acqua tutt’oggi ritenuta miracolosa.

Un altro paliotto mostra un’architettura da interno molto elaborata con la ricerca della prospettiva in basso e in alto tralci d’uva sopra le arcate, il tutto immerso nel rosso dei coralli.

Con il terzo c’è il trionfo dell’architettura, nei due piani prospettici: un portico fatto di un colonnato agile e arioso, un loggiato più ristretto e uno spazio centrale con una fontana e delle vasche.

Il quarto rappresenta in alto la facciata di un palazzo e nella parte centrale in basso l’ingresso, con motivi simmetrici nelle parti laterali e decorazioni a candelabro. C’è la magnificenza dei fili d’oro che creano cordoni rilevati e dei rossi coralli collocati quasi a intarsio senza profondità.

Di paliotti ne sono esposti altri cinque, di due chiese diverse: Dalla Chiesa di San Francesco di Paola ne provengono due dal motivo architettonico simile, con archi appena delineati ai lati, una grande apertura ad arco centrale e piccole aperture abbozzate come fossero delle nicchie con fiori. Tre, molto diversi da quelli citati vengono dalla Chiesa del Gesù, Casa Professa, in uno domina l’elemento architettonico con grandi arcate ariose e leggere, colonne tortili e vasi di fiori con largo sfoggio di corallo, gli altri due di contenuto essenzialmente pittorico, con il trionfo della Fede su un carro trainato da due Santi il primo, con pavoni, pellicani e tralci d’acanto tra grossi fiori il secondo.

Questi sono entrambi senza corallo, a differenza degli altri, il colore vira sul verde,
Due “Pianete”, un “Piviale” e una “Tonacella”completano i tessuti d’arte delle manifatture siciliane con un ricamo più stilizzato e simmetrico. Nel Piviale c’è l’immagine di San Domenico, dalla cui chiesa proviene, ricamata sullo “scudo” da Ippoliti Virgini nel 1701, mentre il tessuto di fondo sarebbe stato eseguito dall’artigiano Antonino Ferrara, la scissione nelle committenze dello stesso lavoro era normale. Vengono da Catania una “Pianeta” e una “Tonacella”: la prima di seta verde chiaro finemente ricamata con evidenza di fiori rossi, la seconda un laminato in seta a sfondo scuro con due leoni rampanti tra una ramificazione elaborata e simmetrica.

Per ultimo citiamo il Tabernacolo a tempietto, della Chiesa di Santa Maria degli Angeli di Palermo, in legno di pioppo per la struttura e di abete per l’ornamento, con colonne tortili avvolte da elementi vegetali scuri che danno all’insieme un senso di austerità.

Paramenti e oggetti liturgici a Roma

Meno caratterizzata ci sembra l’arte tessile romana, non troviamo l’effetto tridimensionale creato dai ricamatori napoletani con le sete policrome annodate o dalla manifattura siciliana con le profondità prospettiche delle architetture di corallo. Ma nella superficie piana e omogenea anche nell’effetto cromatico si coglie una varietà di stili di un’eleganza e raffinatezza notevoli.

Il patrimonio del Fondo del culto nella regione è imponente, 188 chiese di cui 70 nella sola città di Roma. Questo fa pensare alla possibilità di una mostra permanente monotematica, come a Barcellona quella dei Crocifissi, che potrebbe essere ospitata in uno dei tanti edifici di culto che il Fondo gestisce, ci sentiamo di suggerirlo perché sarebbe un vero “scoop” per la Capitale.

Da questo oceano d’arte e di storia, nonché di fede, tutto da esplorare e valorizzare provengono le opere presentate, precisamente da nove chiese, soltanto “campioni” di questo vastissimo giacimento culturale, come scrive Barbara De Dominicis: “Il nucleo esposto di circa 30 opere è quindi puramente indicativo della qualità e quantità di tipologie, decori e tecniche che costituiscono la ricchezza artistica inestimabile, affatto conosciuta, talvolta non ben conservata, e raramente valorizzata, adagiata negli armadi di sacrestia o riposta in depositi difficilmente accessibili”. L’atmosfera da “Codice da Vinci” o “In nome della rosa” torna ad aleggiare, ma anche la nostra personale memoria d’infanzia delle antiche soffitte, con casse e armadi polverosi che attiravano e intimorivano al contempo, come fonte di misteri e di sorprese.

Ebbene, i “Paliotti” esistenti nella chiesa di S. Maria in Vallicella a Roma sono 37, nella Mostra ne vengono presentati due della metà del XVII sec.: uno in seta bianca e ricami con fili d’oro di varia caratura, d’argento e policromi; l’altro per le liturgie funerarie di velluto nero con lamine d’oro. Della stessa provenienza due “Piviali” del XVII-XVIII sec. dal fondo in seta rispettivamente rossa e bianca laminata in oro con un effetto sul verde chiaro, ricamato con la tecnica dei paliotti citati. La chiesa ci presenta anche reperti di tutt’altro tipo: innanzitutto tre “Mitrie”, ognuna espressiva di un secolo tra il XVII e il XIX, di seta bianca laminata in oro con ricami di caratura diversa e anche “pailletes” e pietre, vetri policromi; poi la statuetta di “San Filippo Neri”, in abiti sacerdotali con un lungo camice plissettato e rifinito in merletto; c’è anche una “Lampada pensile” tutta rivestita, incrostata si direbbe, di coralli con i paramenti liturgici, ci ricorda le manifatture siciliane, infatti leggiamo che sarebbe stata realizzata nel 1600 nel trapanese.

Subito dopo ci attendono tre “Paliotti d’altare” della chiesa romana di Sant’Ignazio, con caratteristiche del tutto peculiari: uno del XVII sec, destinato all’altare di Gregorio Magno della stessa chiesa per le liturgie di “Natale e Pasqua”, come da antiche scritte su cartellino e telaio, nel quale ritroviamo l’effetto tridimensionale nella figura a “bassorilievo” di Sant’Ignazio che scaccia il demonio con un bastone a forma di serpente; gli altri due della fine del secolo citato, con fondo avorio laminato in argento dorato e lo “scudo barocco” centrale decorato da un inconsueto dipinto ad olio con chiaroscuro raffigurante rispettivamente tre Martiri gesuiti del Giappone uccisi nel 1597 con le croci del supplizio e la “Visione di Sant’Ignazio alla Storta”, oggi periferia romana.

A questo punto la visita diventa incalzante, si va avanti per “campioni”, come per la “Pianeta” della chiesa di San Lorenzo in Lucina, luogo ben noto ai giornalisti romani per la presenza nelle vicinanze della sede dell’Ordine, ma meno noti i tesori che racchiude: c’è un’esposizione permanente in sagrestia di alcuni manufatti degli oltre 60 rinvenuti in una ricognizione ancora parziale. La pianeta esposta fa parte di una “parure” con altri pezzi è su damascato broccato a fondo rosa corallo con ricami di disegni floreali fortemente stilizzati e geometrici di forma inconsueta.

Altre due pianete provengono dalla chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina: sono la “Pianeta Farnese”, con ricamate le storie della vita della Vergine insieme a volute vegetali e figure angeliche; e la “Pianeta Nithard”, in tessuto laminato con i ricami consueti in fili d’oro e seta colorata di motivi floreali e pappagallini in una composizione arcadica.
Con due vesti talari molto diverse vogliamo concludere questa rassegna sui parati liturgici romani, “Il Piviale detto di san Pio V” dal museo della chiesa di Santa Sabina all’Aventino, in velluto cremisi dalle lunghe stole recanti ricami di nicchie con cinque santi e un diacono e, sul retro, nel cappuccio orlato da una frangia di fili rossi e oro, una “Madonna con bambino” di straordinaria dolcezza; e la “Tonacella del Parato pontificale ‘dell’Immacolata Concezione’”, opera dei ricamatori di Catanzaro, donata alla chiesa di San Francesco d’Assisi a Ripa Grande da una monaca francescana, con splendidi ricami in seta cerulea e oro e in più anche “pailletes” decorative; questa, come molte altre delle opere riportate, faceva parte di una “parure”, o più propriamente di un corredo liturgico, composto anche dalla pianeta, dal piviale e da accessori come stole e “manipoli”.

Ci sono poi altri indumenti, di cui abbiamo un esempio nel “Camice di Pio IX” della basilica di S. Maria sopra Minerva, importante per ovvie ragioni, ricordate anche dallo stemma Mastai Ferretti ricamato finemente insieme a motivi floreali che s’infittiscono nella parte inferiore.

La chiesa prima citata ci regala lo stupendo “Bambinello di San Francesco a Ripa”, della prima metà del XVIII sec., sull’archetipo del celebre “Bambino dell’Ara Coeli”, oggetto di venerazione nella famosa basilica, dove il riferimento francescano ci riporta al Presepio; il Bambinello di circa 50 cm è su un grande trono di 80 cm, per celebrarne la maestà in tenero contrasto con le fasce che lo avvolgono, preziose per l’oro, i ricami e le pietre incastonate con un effetto di preziosità.

Con questa statuetta entriamo nel campo dei reperti provenienti dagli altri centri del Lazio. A parte la “Pianeta e stola”, il “Conopeo di pisside” e la “Cassetta da ricamo” di Petrella Salvo, a Rieti, c’è il “Piviale rosso” di Bracciano, di tinta delicata finemente decorato e il “Paliotto d’altare” di Gaeta, un’arcadica voluta di rami intorno a una sorta di cornucopia di frutti.

Ma vogliamo fare l’ultima sosta davanti ai quattro abiti per le statue di Madonne. Tre provenienti dal Museo del monastero della Beata Filippa Mareri di Petrella Salto, rispettivamente blu, rosso e viola, in seta con eleganti ricami e merletto; il quarto per la statua della “Vergine addolorata”, dal monastero di Gaeta a lei dedicato, tessuto serico nero riccamente ricamato in oro con volute, tralci e motivi floreali. Va ricordato anche il “Vestito della Madonna del Carmine”, in taffetà di seta azzurro-turchina con ricami in unica tinta pastello, della chiesa romana di Sant’Agata in Trastevere.

Le manifatture fiorentine e bolognesi, poi la processione

Il viaggio che la Mostra ci fa fare nel mondo della sacra liturgia ci porta ora più a nord, a Firenze in un piccolo campionario di chiese celebri, con in mostra un solo esemplare ciascuna.

Da San Marco proviene il “Piviale di Sant’Antonino”, un broccato laminato con ricami che danno un effetto di preziosità con l’oro abbagliante, e la “Crocifissione con i Dolenti” ricamata al centro, mentre più sopra il ricamo raffigura “l’’Eterno benedicente e due angeli”. La celebre chiesa di Santa Croce è rappresentata dalla “Tonacella con stemma Rinuccini”, della seconda metà del XVI sec., così descritta: “teletta d’oro ricamata in seta, oro, argento, velluto di seta cesellato, lanciato in oro, broccato bouclé”, l’effetto è di straordinaria raffinatezza ed eleganza.

In fondo c’è una E trasversale in campo bianco che, ci si consenta l’associazione, ricorda il logo dell’Eti, lo segnaliamo all’Ente teatrale italiano. Ma torniamo a concentrarci sulle manifatture fiorentine, lo facciamo con il “Piviale” della chiesa di Santa Maria Novella, fine sec. XVIII, insolito fondo assolutamente bianco con grossi ricami di un tralcio vegetale da cui si diramano piante verdi e fiori rossi ad effetto rilievo; al centro la stola anch’essa ricamata e contornata da una frangia.

Lasciamo le chiese di Firenze sostando dinanzi alla “Madonna del Carmine con bambino”, una statua in cartapesta molto espressiva con un abito prezioso in broccato di tipo cosiddetto “Veronese” di colore marrone, quello delle vesti carmelitane, con ricchi ricami in oro e argento; c’è anche un “Busto” di velluto nero con ricchi ricami e pietre finte, del corredo più antico.

A Bologna, capolinea del nostro viaggio tra le meraviglie presentate dalla Mostra, dopo l’“Ombrellino processionale” per il Corpus Domini della basilica di San Domenico, con il suo fine ricamo di seta e oro su tessuto serico bianco, troviamo uno “Stendardo processionale”, anch’esso destinato al rituale esterno.

E qui finalmente degli artisti ricamatori conosciamo un altro nome, dopo il napoletano Ignazio Mirabile e il siciliano Ippoliti Virgini già ricordati: quello della bolognese Barbara Zucchi con una data precisa, 1767; anno in cui gli viene attribuita anche la “Tonacella”, essa pure esposta, una composizione di base di un verde giallo dalla quale spiccano ricami di fiori e frutti di colori contrastanti, un bell’effetto di insieme. Della Zucchi, scrive Stefania Sabbatini, “non si hanno altre notizie oltre al fatto che si sposò nel 1745 e che, a differenza delle altre ricamatrici bolognesi note, non fu figlia, moglie o sorella di un pittore”.

Questa incursione nel gossip e nepotismo dell’epoca ci immerge ancora di più nell’atmosfera che abbiamo respirato finora e ci fa seguire idealmente lo stendardo della Zucchi che reca ricamata al centro la figura di San Domenico. Perché ci troviamo nella grande galleria, dopo l’incontro con le “Madonne vestite” in una saletta che le fa sembrare vere e presenti.

E anche gli innumerevoli prelati che hanno indossato nei secoli quei piviali e quelle tonacelle, dinanzi ad altari addobbati con quei paliotti sono veri e presenti, come se avessero indossato gli abiti talari esposti e si fossero allineati in processione. Veramente di grande effetto la “processione” muta della galleria della Mostra, con oltre venti figure di statura umana in un lungo corteo altamente suggestivo. Un’esplosione di magnificenza, ma anche un “memento” sul significato profondo in termini di fede e un forte richiamo alla memoria delle celebri cerimonie liturgiche in Vaticano.

Un riconoscimento e un’esortazione finale

Dal finale in “gloria” vorremmo tornare sulla terra, anzi aprire di nuovo i polverosi armadi dei ritrovamenti per misurare il lavoro fatto per portarli alla mostra. Useremo le parole di Irene Tomedi, sul restauro dei paramenti della chiesa del Gesù di Palermo: “I manufatti si trovavano tutti in un precario stato di conservazione, giustificato sia dall’usura del tempo che da una manutenzione non idonea. I paliotti erano tutti inchiodati su telai di legno, tarlati e con chiodi arrugginiti.

Nel tempo si erano accumulati depositi di polveri grasse sul verso e sul recto: lo strato di polvere depositatosi uniformemente aveva reso la seta fragile e i colori delle sete policrome da ricamo, i coralli, i granati, perle di fiume e perle di vetro opachi. I fili metallici dorati e d’argento erano in parte ossidati, moltissimi sollevati e pendenti. Le sete di fondo spesso erano strappate, lacunose e lacerate soprattutto sui bordi a causa dell’inchiodatura del telai. In molti casi il filo del ricamo era consunto, a volte mancante. Allo stesso modo erano persi molti coralli, perle di fiume, granati e perline di vetro. Molti danni sono stati causati dai rimaneggiamenti e dai ‘restauri’ subiti nel tempo. Alcuni paramenti contenevano bozzoli di tarme, altri addirittura piccoli ascari viventi”.

Nel ripensare alla magnificenza delle architetture tessili di seta e di corallo che abbiamo ammirato, dinanzi a un simile quadro di degrado abbiamo due reazioni spontanee: un elogio incondizionato per l’opera eccelsa realizzata, e nello stesso tempo l’invito a proseguire su questa linea con uno sforzo ulteriore che riguardi l’immenso arcipelago di chiese gestite dal Fondo per il Culto.

Ne vale la pena, anche perché si inserisce nella moderna strategia di far “circolare” le attività culturali per valorizzare i “beni culturali” cui abbiamo accennato. I nostri giacimenti culturali devono essere sviluppati e non soltanto sfruttati, ripetiamo, altrimenti deperiscono, come quelli petroliferi. Da come vengono valorizzati questi ultimi, con nuovi investimenti mentre sono in produzione per allargare le riserve, potrebbero venire idee utili. Le spese necessarie, pur considerevoli, non sono solo costi, sono anche investimenti. In un campo nel quale siamo al primo posto al mondo, un campo nel quale nessuno può interferire né ostacolarci dal di fuori, possiamo farci del male soltanto da noi stessi. Ma crediamo che non sarà così, la Mostra fa ben sperare.