Pubblicato in cultura.inabruzzo.it. il 14 feb..2009. Ripubblicato in www.arteculturaoggi.it. stessa data.
di Romano Maria Levante
Ci siamo inoltrati nella collina sovrastante la Statale Adriatica alla ricerca del “Museo della Civiltà Contadina in Val Vibrata”. Superato Nereto in direzione Controguerra, un minuscolo cartello in legno con una freccia ci segnala l’ingresso, nella contrada San Giuseppe. Ci ha colpito la discrezione del segnale, rara in un mondo di vistose promozioni. Ma è stata solo la prima sorpresa. Subito dopo un grande piazzale con alcuni edifici, un complesso ordinato dall’aria familiare. Il titolare Amerigo Rasicci ci riceve nell’abitazione, un antico edificio con le belle volte a mattoni e un grande camino a dominare il soggiorno-cucina; il fuoco acceso ci dà subito il calore delle antiche atmosfere, ancora più gradito in una giornata irrigidita da un’improvvisa nevicata.

Cominciamo a interrogarlo sul Museo, intanto per scoprire le ragioni di una iniziativa non consueta per un privato cittadino senza gli interessi e i mezzi dell’apparato pubblico. Scopriamo che le istituzioni c’entrano in qualche modo, perché il culto dei valori tradizionali ha le radici nel suo lavoro, ai tempi in cui nacque l’idea, nella Regione Abruzzo, Sezione cultura.
Ma passare dall’idea alla realizzazione, nel lontano 1982, non fu automatico: occorrevano spazio da attrezzare e cognizioni su come attrezzarlo. Il primo problema fu risolto con un’area e dei locali disponibili, si rinunciò a un utile immediato per un progetto di lungo respiro; per il “Know how” ci si confrontò con l’esperienza del Museo di Bentivoglio, vicino Bologna, che fu subito visitato.

Un agriturismo sui generis, anzi autentico
Il realizzatore di quanto ci circonda, però, comincia a parlarci d’altro, e ne siamo sorpresi, ma l’interesse non si attenua. Perché annesso al Museo c’è un agriturismo sui generis, forse il vero, autentico agriturismo: non si tratta di una trattoria per quanto tipica, ma di alloggi anche rustici dove vivere a contatto con la campagna magari lavorandoci, senza la scorciatoia del pasto al ristorante ma con il gusto di prepararlo con cibo genuino negli ambienti attrezzati.
Ci mostra intanto l’olio e il vino, confezionati in bottiglie Doc, e ci accompagna a visitare l’impianto vinicolo, con le relative attrezzature e la cantina “di qualità”, tante botti ben allineate in ambiente fresco e protetto; tra esse, il gioiello è l’antica botte con vino del 1919, che viene utilizzato con una procedura di rabbocco che ne perpetua la presenza. Un vigneto di tre ettari di vite per Montepulciano e Trebbiano d’Abruzzo alimenta questa filiera. Di sorpresa in sorpresa, un effetto domino ci porta a visitare la chiesa privata dedicata a San Giuseppe lavoratore, costruita in memoria del fratello del titolare morto a 19 anni, con la grande Pala d’altare colorata recante l’immagine del santo, opera dell’artista Giorgio Gallingani.

Il Museo della Civiltà Contadina
Ma è ora di tornare al Museo, e invece di parlarne siamo lì a visitarlo. Ha l’immagine del suo realizzatore, c’è cultura e precisione nella scelta dei pezzi e nella loro esposizione. E’ incentrato su tre cicli, il “ciclo della canapa”, il “ciclo del grano”, il “ciclo del vino”. Ci concentriamo sul primo, per noi inedito. E veniamo a sapere che la canapa per la Val Vibrata era quello che la lana rappresentava per i montanari; soltanto che era coltivata nella piana come vegetale, laddove la materia prima laniera era nel vello delle pecore tosate in montagna; nella Val Vibrata le pecore erano poche e per usi soprattutto alimentari. Un ciclo integrale, dalla produzione agricola delle piante alla lavorazione, nelle diverse fasi illustrate dalle apparecchiature originarie e dai relativi strumenti offerti alla vista del visitatore con un corredo di esaurienti spiegazioni e fotografie d’epoca che li vedono in funzione.
Si passa dagli apparecchi per la semina e raccolta delle piante di canapa a quelli per essiccamento e macerazione nelle “vuoreghe”, alla “mucillatura” per isolare la fibra, alla raffinazione con la “scotola”, alla pettinatura con denti d’acciaio da parte del “canapino”; qui uscivano di scena gli uomini ed entravano in campo le donne impegnate nella filatura con fuso e “conocchia”, poi nell’“annaspatura” per preparare le matasse, la “ngannellatura” con l’arcolaio e l’“incannatoio” per la preparazione dei “cannelli” necessari all’ordito, l’“orditura” per l’assemblaggio dei fili, l’allestimento del telaio, operazione complessa da fare filo per filo, la tessitura che prendeva tutto l’inverno, fino alla “sbiancatura” nelle acque del Vibrata con l’esposizione al sole per un bianco “che più bianco non si può”. Lo abbiamo constatato nelle camicie esposte, pregevole opera della vecchia madre del titolare, fotografata al lavoro in immagini d’epoca.
E’ interessante misurare con gli occhi le differenze rispetto agli strumenti lanieri, qui non esposti ma nella mente di chi conosce il lavoro montano: cioè la cardatura, per la montagna teramana itinerante in Toscana e Marche, filatura e tessitura della lana; qui cardatura, filatura e tessitura della canapa sono simili e diverse insieme, simili le fogge delle apparecchiature ma con dimensioni e tarature ben diverse.
Sorprendono i risvolti sociologici della lavorazione della canapa, forse maggiori di quelli della lana legata essenzialmente alla protezione dal freddo. La canapa entra in una miriade di articoli per la famiglia, oltre che nella specifica produzione di corde di grande spessore o di spaghi sottili dall’uso universale; lenzuola e tovaglie, asciugamani e camicie da notte, coperte e canovacci, copritavola e sacchi, fino alla fasce per neonati, erano prodotti con gli strumenti esposti ed entravano nei corredi delle giovani spose. Il fatto che facessero parte del corredo rendeva necessario disporre del terreno sufficiente a produrre la canapa occorrente per la dote, pena situazioni imbarazzanti se non penose.
Anche il “ciclo del vino” presenta reperti interessanti, dalla pigiatrice al torchio azionato a mano, alla pompa per riempire le botti; una grande botte di quercia rudimentale e antica troneggia nella sala. E’ un ciclo caratteristico mantenuto in vita nell’attività vitivinicola svolta tuttora con successo.
Per il “ciclo del grano” sono presenti attrezzi meccanici e manuali, come le “svecciatrici”, seminatrici e trebbiatrici, carri e aratri, fino all’eccezionale “carticina”, specie di silos fatto di canne pazientemente e solidamente intrecciate fino a costituire una sorta di grande ogiva. Un imponente carro con ruote del diametro di un metro e mezzo completa l’esposizione rappresentandone in qualche modo il culmine: perché è istoriato, in modo più sobrio e meno colorato dei carretti siciliani, ma pur sempre testimonianza di una cultura popolare e un’arte profonde e radicate.
Non siamo affatto sorpresi nell’apprendere dell’utilizzazione del Museo anche come “Fattoria didattica”, al pari di quella di Mantova con la quale ci sono scambi proficui. Il sapere che i ragazzi apprendono queste storie di vita della loro gente non dai libri ma dagli strumenti di lavoro, visti con i propri occhi da molto vicino, fa ben sperare sulla loro formazione: non si tratta solo di culto delle tradizioni e rispetto della memoria, ma della percezione del difficile cammino percorso per apprezzare meglio e di più quanto, con una fatica infinitamente minore, oggi viene loro offerto.

Il microcosmo d’Abruzzo
La visita è finita, sentiamo una sottile inquietudine. C’è qualche cosa che collega e unisce intimamente le molteplici realtà che ci sono state presentate: la civiltà contadina della memoria con i cicli della canapa, del grano e del vino; l’impegno didattico per i giovani; l’attività agrituristica in una versione autentica e in parte inedita; l’azienda vitivinicola con l’intero ciclo del vino nella realtà produttiva odierna; la cantina “di qualità” con la botte centenaria; la chiesa privata, moderna dalla facciata scolpita; le volte in mattoni a botte dell’abitazione che ci hanno accolto all’inizio in un’“ouverture” rassicurante. E’ un collegamento che percepiamo ma non sappiamo definire.
Al momento del commiato ammiriamo l’etichetta che impreziosisce la bottiglia prodotta dall’azienda in dodicimila esemplari, con l’immagine colorata della Pala d’altare della chiesetta; in basso una striscia variopinta, con riprodotto il Gran Sasso e in successione altre immagini locali suggestive, nel marchio c’è anche il profilo della volta in mattoni che abbiamo ammirato. Allora tutto ci è chiaro e si può riassumere in una parola fredda nel suo tecnicismo ma eloquente: “sinergia”.
Tutto si tiene, sono attività e iniziative che in vista del risultato finale si sostengono e alimentano l’una con l’altra. A questa si collega la parola “integrazione”, e non occorre spiegarla, il significato è evidente. Ma non basta, c’è un’altra parola più calda da considerare in un significato tecnico: “identità”. Qui si fa leva su una identità precisa, scolpita su ognuna delle iniziative che abbiamo passato in rassegna; un’identità abruzzese. Di cui andare fieri e su cui costruire.
Ci torna in mente il discorso di Benedetto Croce ai concittadini di Pescasseroli dal balcone della casa avita, nel suo ritorno dopo una vita di straordinaria crescita personale tutta trascorsa a Napoli.
Con emozione, rendendo omaggio alla sua patria di adozione, disse all’incirca così: “Nei momenti difficili, quando sto per lasciarmi andare preso da un certo fatalismo partenopeo, ho un soprassalto di orgoglio che mi fa esclamare con forza, in un impeto di energia: Ma io sono abruzzese!’”.
Ecco, questo sentimento di identità balza evidente dalla realtà che abbiamo constatato e apprezzato. E allora tutto diventa chiaro, ciò che unisce e collega quanto abbiamo visto è un motivo semplice e grande: siamo di fronte a un microcosmo d’Abruzzo, a un “laboratorio” in miniatura che mostra come questa regione potrebbe e potrà valorizzare peculiarità forti che non temono la concorrenza.
Questo superando steccati settoriali e locali di una gente pervicacemente campanilistica – non a caso spesso si parla di “Abruzzi” piuttosto che di “Abruzzo” – mettendo a frutto i valori di una terra “nativamente religiosa” come diceva un suo grande figlio, Gabriele d’Annunzio, che sono molteplici e da promuovere in una integrazione sinergica intersettoriale e anche interterritoriale.

Il messaggio
E’ un messaggio che Gianni Chiodi, presidente della regione Abruzzo da un mese, ben conosce, lo ha messo al centro del suo programma di censimento e valorizzazione delle risorse naturali e umane che ha avuto un larghissimo consenso popolare nelle elezioni regionali; e lo conosce Mauro Di Dalmazio, l’assessore regionale allo Sviluppo del turismo e alle Politiche culturali la cui denominazione evoca, contro una competenza settoriale astratta, le iniziative concrete da attivare nei due settori chiave. Sarà sua cura e responsabilità dare impulso ai fattori di promozione economica del territorio per una crescita anche sociale e civile; oltre che conservare tale patrimonio per le nuove generazioni, compito nobile e impegnativo, ma riduttivo nelle presenti condizioni che richiedono una azione di forte rilancio.
Lasciamo l’oasi di memorie, imprenditorialità e cultura che ci ha ospitati, con la soddisfazione di aver trovato la formula che la definisce e ne riassume i contenuti in un autentico messaggio: il “microcosmo d’Abruzzo”. Ci guardiamo intorno, ed ecco un’altra scoperta: non avevamo visto la piscina, ora le luci che rischiarano le ombre della sera danno ad essa una visibilità immediata; tocco di modernismo anch’esso eloquente. Più oltre, nel territorio che degrada dalla collina verso la piana, brulicano febbrili le luci dei paesi nella valle. Nell’incipiente oscurità si intravedono all’orizzonte le sagome del Gran Sasso, della Maiella e, più in lontananza, dei Monti Sibillini. Ebbene, la natura ci dà una conferma, e che conferma! Non manca niente, siamo proprio in un microcosmo d’Abruzzo.

Tag: Amerigo Rasicci, Gianni Chiodi
1 Commento
- Rasicci Amerigo
Postato marzo 15, 2009 alle 11:40 PM
Questo articolo sul nostro Museo e sulla nostra Azienda ci ha positivamente impressionati per la ricchezza dei contenuti dettagliatamente descritti, per l’immediatezza del linguaggio e per l’attenzione dimostrata in tutti gli aspetti che caratterizzano la nostra piccola ma molteplice realtà che viene interpretata con le chiavi di lettura “sinergia”e “identità”. Siamo grati che l’autore ha voluto far conoscere ad un pubblico più vasto sia il Museo che agriturismo, cantina e chiesa raccolti in un unico piccolo territorio. Crediamo che questo articolo possa richiamare l’attenzione su quanto esposto anche di chi è preposto al Settore Turismo Regionale e Provinciale. Purtroppo questo breve commento arriva in ritardo per difficoltà tecniche del nostro computer, ma siamo sentitamente grati all’autore che ci auguriamo voglia ancora onorarci di una sua visita, magari insieme a qualche persona che sappia apprezzare l’impegno di questi Abruzzesi, orgogliosi di essere tali come il grande (e citato a proposito) Benedetto Croce!