Il cielo sopra Pietracamela, i gruppi di faggi e i lucchetti dell’amore

di Romano Maria Levante

 Pubblicato l’8 gennaio 2009 in www.cultura.inabruzzo.it, di nuovo l’ 8 gennaio 2025 in www.arteculturaoggi.it

Chi ha avuto la ventura di trascorrere le festività nel “borgo più bello d’Italia per il 2007” si è sentito almeno per qualche attimo “tre metri sopra il cielo”, o anche “sotto il cielo” che fa lo stesso. Quello che conta è la straordinaria vicinanza del “cielo sopra Pietracamela”

E’ stato bello concludere così il 2008 e iniziare il 2009. Gli astri luminosi perforano la volta celeste e disegnano costellazioni sfavillanti che si confondono con le isole di luce dei paesi nella vallata.

Pietracamela,. “nido delle aquile”, il borgo incastonato nel verde
tra il Gran Sasso d’Italia e la Montagna di Intermesoli

Si sente l’infinito, quello siderale dei miliardi di anni luce, quello leopardiano dove la mente si proietta verso “interminati spazi”, e “in questa immensità s’annega il pensier mio”. Il firmamento è lì, sembra di toccarlo, e quando si è “tre metri sopra il cielo” i pensieri corrono inarrestabili, la mente fatica a tenerne il passo. E anche se sembrano banali sono sempre ispirati.

A noi la vicinanza del cielo evoca il titolo del primo romanzo di Federico Moccia e poi, a cascata, il libro successivo che ha dato l’avvio al contagio endemico dei “lucchetti dell’amore”. Così da un’associazione di idee all’altra si naviga in un mondo ancora più dilatato del già sterminato web, quello dell’immaginazione.

Il borgo fatato “veglia”, sul sonno in alto,
della “Bella addormentata”/ il “Gigante che dorme”

Si vedono materializzarsi questi lucchetti su un Ponte Milvio virtuale, si sente la dolcezza del richiamo sentimentale, la fermezza dell’impegno assoluto ed esclusivo per la vita, la forza di un legame indissolubile. I giovanissimi che ne sono stati presi sembrano tornare ai valori adamantini di un’epoca passata, alle scelte dell’anima gemella “senza se e senza ma”.

Ma ora siamo noi – che abbiamo superato da diversi decenni quell’età, l’altro ieri dell’innocenza, ieri della trasgressione, oggi dell’ostentata dedizione – a porre a noi stessi delle domande, in un sogno alla rovescia dove le parti si invertono.

Il cuore religioso del borgo, la chiesa-madre intitolata al Santo protettore,
San Leucio, sullo sfondo il centro storico, le montagne, il cielo…

I giovani diventano rispettosi dei valori della fedeltà e della responsabilità, gli anziani sentono con sgomento il tintinnare dei lucchetti che si rinserrano, il tonfo delle chiavi gettate nel fiume dall’alto del ponte in un atto irreversibile dove la dolcezza del sentimento si perde nell’inesorabilità di un gesto definitivo.

Si avverte l’eco lontana di una pratica medioevale aborrita, la “cintura di castità”, anch’essa a base di lucchetti, si avverte lo stridore dei chiavistelli che chiudono le porte delle carceri, valori negativi su un substrato positivo.

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Il cuore civico del borgo, Piazzale degli Eroi,
con il monumento agli “Aquilotti del Gran Sasso”

E’ il trionfo dell’ossimoro di una fantasia malata, di un’immaginazione sfrenata? O è solo pura e semplice associazione di idee, favorita dall’aria tersa, dall’ossigeno rarefatto della montagna che fa provare ebbrezze dimenticate?

Di idea in idea, in questa vigilia del Festival di San Remo, torna alla mente “L’edera”, la canzone cult di mezzo secolo fa, che ci ammaliò con il suo messaggio di attaccamento, di fedeltà, di scelta irreversibile.

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I “Prati di Tivo”, declivio erboso che sale fino alla roccia dolomitica del Gran Sasso

Una malia che fu spazzata via con la forza di uno tsumani, prima a livello canoro, poi nel costume. Il sessantotto ha travolto mentalità e consuetudini con la rapidità di una folgore, rendendo superato un intero sistema di valori.

Ci siamo quasi vergognati di quei sentimenti, abbiamo rinnegato la malìa che ci dava il sentirci “avvinti come l’edera”… Ora sono i giovani a volerlo, hanno sorpassato all’indietro gli anziani, vogliono essere serrati dall’acciaio, e non avvinti dal vegetale come ci sentivamo noi.

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I faggi in basso ai “Prati di Tivo”, in gruppi di alberi uniti e distinti

Ma allora la coppia, la famiglia dei tempi che viviamo, è serrata o avvinta, oppure disgregata come nel mito sessantottino? Sentiamo che né l’edera né i lucchetti sono una risposta e non lo è neppure il disimpegno libertario senza punti di riferimento, senza costruire il futuro.

Ci guardiamo intorno, siamo sempre a Pietracamela, ai “Prati di Tivo” – il declivio erboso attaccato alla montagna dolomitica, in basso zone alberate – in questo magico inizio del Nuovo Anno. Vediamo stagliarsi verso il cielo grappoli arborei, separati e distanti, composti da fusti che si innalzano vicinissimi gli uni agli altri.

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I faggi svettano verso il cielo,
in una spinta solidale nella libertà senza costrizioni

Sono i faggi, sembrano uniti in una spinta solidale ma non soffocante verso l’alto alla ricerca della libertà senza costrizioni e senza desolanti solitudini. E’ forse la terza via che attende la coppia e la famiglia, scevra di egoismi e prevaricazioni, per una vita libera e insieme solidale, protesa “più alto e più oltre”, per usare il motto dannunziano.

Questo il primo messaggio dell’Anno Nuovo che ci regala il “borgo più bello d’Italia”. La trasparenza dell’aria ci fa vedere il futuro oppure l’ebbrezza dell’altitudine ci fa delirare? Certo è ardito collegare lucchetti ed edera, faggi e famiglia, ma siamo “tre metri sopra il cielo”…

Photo

Le prime 4 immagini sono su Pietracamela: tratte dalla chat “Ne Parlime Le Pretaruale”, della comunità “pretarola”. In apertura, foto di Aligi Bonaduce, seguono foto di Paolo Trentini, di Marco Giardetti, e di Giancarlo Trinetti. Le successive 3 immagini sono sui Prati di Tivo, la prima di Romano Maria Levante, le 2 successive di Alberto Levante. In chiusura, l’immagine di Ponte Milvio, Roma, tratta dal sito “web” Pinterest. Si ringraziano gli autori delle foto e il titolare della fonte citata.

I “lucchetti dell’amore” a Roma, Ponte Milvio, dal 2007, poi rimossi (foto Pinterest)